di Anita Galvano
livornotoday.it, 26 aprile 2020
"Uscirò nel 2025, non ho avuto il coraggio di dirlo a mia madre". Karim non vede la sua famiglia da nove anni e quando ha saputo che, attraverso un pc avrebbe rivisto la madre, si è commosso: "Mi sono vestito bene, volevo essere bello ai suoi occhi".
Piccole cose che diventano grandi. La solitudine che si fa più sopportabile. La mente che torna a casa e gli occhi che si poggiano, di nuovo, su un dettaglio della cucina che sembrava dimenticato. Un cassetto della memoria che si apre e porta con sè profumi e sensazioni. Le videochiamate in carcere ai tempi del Coronavirus hanno restituito, seppure in maniera virtuale, un briciolo di libertà a chi l'ha persa dietro le sbarre, rendendo la pena più sopportabile.
L'educatrice Alessia La Villa ha raccolto le storie dei detenuti della casa circondariale di Livorno, storie che raccontano la vita dietro le sbarre, che fanno intravedere un sorriso dietro la paura. Dopo aver raccontato la storia di Enrico, la seconda parla di Karim. E di una bugia a fin di bene.
"Se avessi dato ascolto a mia madre non sarei qui" - Karim ha 26 anni e non vede la madre da quando ne aveva 17 anni, da quando cioè decise di lasciare la sua terra, il Marocco.
"Dove vai figlio mio, rimani qui, mi diceva mia madre, ma io non le ho dato retta. Volevo fare una vita diversa come mio cugino che era partito anni prima e in Italia, a detta sua, stava bene". Karim è figlio unico e appena arrivato nel nostro Paese ha raggiunto il cugino a Bergamo, città martoriata adesso dal Coronavirus. "Poi sono arrivato a Livorno. Mia madre piange sempre al telefono quando la chiamo. Lo sa che sono in carcere ma non sa ancora che ci devo rimanere fino al 2025. Non ho avuto il coraggio di dirglielo".
Quando Karim ha saputo che poteva fare una videochiamata con Skype non ci credeva. "Io mia madre me la sogno spesso. Sogno che siamo in Marocco e che sono rimasto lì a coltivare la terra vicino a casa nostra come voleva lei. Se le avessi dato retta adesso non sarei qui" racconta Karim, la voce rotta dal rimpianto di una vita che poteva andare in un altro modo.
"Per videochiamare mia madre mi sono vestito bene, volevo essere bello per lei" - Una volta spiegato alla madre come si sarebbe svolta la videochiamata, i due si sono rivisti dopo tanto tempo. "Quel giorno - racconta Karim - mi sono vestito bene, ho chiesto al mio compagno di sistemarmi i capelli. Volevo essere bello, non come tutti i giorni. Mia madre toccava sempre lo schermo come se potesse toccare me. Io prima ho riso, poi mi sono messo a piangere.
Mi ha detto che sono cresciuto e che non vede l'ora di rivedermi, io le ho risposto che è bella e che quando torno a casa le porto un bel regalo. Ho raccontato che in carcere non ci sto male, che ci devo stare ancora poco, ma adesso che ci possiamo vedere sarà diverso.
Ad un certo punto ho sentito miagolare. Mia madre si è abbassata ed ha tirato su il nostro gatto. Lei dice che ha riconosciuto la mia voce e che mi cerca. Non lo so se è vero, ma anche se mi ha detto una bugia io sono felice"
Il Messaggero, 26 aprile 2020
L'area verde delle Grazie diventa anche un "Parco della legalità", per consentire a detenuti della casa circondariale che si trovino nelle condizioni di farlo, di svolgere attività socialmente utili, a titolo volontario e gratuito, nell'esecuzione di progetti di manutenzione, con l'obiettivo di stimolare il loro reinserimento sociale. Nella seduta di ieri la giunta comunale, su proposta dell'assessore al Welfare Cristiano Ceccotti ha infatti approvato una delibera su questo tema, che comprende le convenzioni tra il Comune di Terni, il Tribunale di Terni, la Casa Circondariale e l'Ufficio Esecuzione Penale Esterno.
"L'iistituto della messa alla prova, intervenendo nella fase processuale precedente alla sentenza, consente all'imputato di richiedere ed ottenere l'estinzione del reato (nel caso di un esito positivo della prova), attraverso lo svolgimento di un programma di trattamento elaborato d'intesa con l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe) e recepito dal giudice nell'ordinanza di sospensione del processo", viene spiegato nel testo della delibera. Avendo aderito alle convenzioni il Comune di Terni impiegherà questa tipologia di detenuti attraverso lo svolgimento di un programma di trattamento elaborato d'intesa con l'Ufficio Esecuzione Penale Esterna (Uepe) e recepito dal giudice nell'ordinanza di sospensione del processo, consistente nello svolgimento di attività socialmente utili alla collettività nelle aree verdi del parco delle Grazie basso.
"Dalla stipula delle due convenzioni e dalla proficua collaborazione con l'Uepe - aggiunge l'assessore Cristiano Ceccotti - è inoltre nata la volontà di aderire al progetto "Communitas: un orto, un sentiero, un giardino" proposto dall'Uepe stesso con l'obiettivo di realizzare nell'ambito del parco "Le Grazie" basso, il "Parco della legalità" con lo scopo di stimolare la partecipazione attiva della comunità e dei soggetti in esecuzione, favorendo altresì il buon esito sia delle misure alternative che rieducative".
Il progetto del Parco della legalità mira a coniugare non solo l'attività di recupero lavorativo di detenuti giudicati non pericolosi, ma anche - attraverso la sensibilizzazione dei cittadini - a favorire l'innalzamento del senso di legalità nella comunità cittadina.
"Ci siamo mossi come sempre nell'ambito di un grande spirito di collaborazione con le altre istituzioni e con il mondo dell'associazionismo- dice l'assessore Ceccotti - con un vero e proprio gioco di squadra, ben consapevoli dell'importanza di questo tipo di azioni per la condivisione dei principi della legalità, per la reintegrazione nella comunità di persone che dimostrino buona volontà e che siano messe in grado di recuperare il senso civico".
"Ricordo anche che su questo tema qualche mese fa c'era stato un atto d'indirizzo presentato dal gruppo consiliare della Lega che chiedeva appunto di verificare soluzioni per "impiegare detenuti, selezionati e non pericolosi per la società, per lavori socialmente utili".
di Vincenzo Nigro
La Repubblica, 26 aprile 2020
L'inviata dell'Onu Stephanie Williams denuncia la presenza di droni-kamikaze e di un nuovo super-lanciafiamme russo. Il governo di Tripoli prepara l'assalto finale a Tarhuna. Appello alla tregua umanitaria di Italia, Germania, Francia e Ue: "Fermatevi per il Ramadan".
I tre principali Paesi dell'Unione Europea, assieme al "ministro degli Esteri" Ue Josep Borrell, chiedono una tregua umanitaria in Libia. Italia, Francia e Germania hanno aggiunto oggi la loro voce a quella dell'Onu per chiedere di fermare le armi durante il mese sacro del Ramadan.
I ministri degli Esteri italiano Luigi Di Maio, francese Jean Yves Le Drian e il tedesco Heiko Maas sostengono che "il conflitto continua senza sosta, e gli sviluppi nelle ultime settimane aumentano le preoccupazioni, in particolare per la situazione tra la popolazione libica. Chiediamo a tutti gli attori libici di lasciarsi ispirare dallo spirito del mese sacro del Ramadan" e di interrompere gli attacchi.
In Libia il conflitto è a un punto di svolta: le milizie e l'esercito del governo di Tripoli hanno circondato Tarhuna, una importante città tenuta dalla milizia di Khalifa Haftar, e si preparano all'assalto finale. Ma nel frattempo il generale di Bengasi sta ricevendo in extremis nuovi rinforzi e nuove armi per provare a fermare le sconfitte che ha subito nelle ultime settimane. Su questo l'inviata dell'Onu Stephanie Williams ha lanciato un allarme molto specifico: "La Libia sta diventando un campo di sperimentazione per nuovi sistemi d'arma".
Violando l'embargo delle Nazioni Unite, in queste ore stanno arrivando armi che ancora non erano state sperimentate in Libia. La Williams ha citato esplicitamente il caso del "Rpo-A": "È il lanciafiamme/lanciagranate (di fabbricazione russa, ndr) Rpo-A, una sorta di sistema termo-barico che è stato schierato alla periferia meridionale di Tripoli". Lo Rpo-A è sostanzialmente un lanciagranate che invece di sparare bombe esplosive lancia degli ordigni incendiari che agiscono come lanciafiamme a lunga distanza.
Il secondo tipo di armi distruttive citate dalla Williams sono i droni-kamikaze: "Ci sono nuovi droni che stanno arrivando, incluso un tipo che sostanzialmente è un drone-sucida, che esplode al suo impatto a terra. Sono solo due esempi di armi schierate in contesto urbano (alla periferia di Tripoli, ndr) che sono totalmente inaccettabili".
La scorsa settimana il "Governo di Accordo Nazionale" di Tripoli ha anche lanciato un'inchiesta su un possibile uso di armi chimiche da parte della milizia di Haftar attorno a Tripoli. Una fonte libica vicina al Consiglio presidenziale dice a Repubblica: "Non siamo ancora riusciti a esaminare i corpi di alcuni nostri combattenti uccisi, ci sono alcuni segnali tipici dell'uso di armi chimiche, ma in altri casi ci sono i segnali di uso di questo super-lanciafiamme che evidentemente o viene utilizzato da mercenari della Wagner oppure è stato utilizzato da altri miliziani di Haftar".
di Maria Vittoria Melchioni
Gazzetta di Modena, 26 aprile 2020
La scrittrice napoletana presenterà il romanzo "Almarina". "Dopo il lockdown servirebbe l'indulto". Quattro domeniche per conoscere più a fondo i dodici autori finalisti del Premio Strega. Queste sono le nuove proposte di "Forum Eventi" che prendono il via domani online grazie a un'iniziativa di Bper, partner del riconoscimento letterario. Si comincia con Daniele Mencarelli, Gian Mario Villalta e Valeria Parrella, che abbiamo intervistato sul suo ultimo romanzo "Almarina" edito da Einaudi.
È la storia dell'incontro, nel carcere minorile di Nisida, fra Elisabetta, insegnante di matematica cinquantenne che ha perso da poco il marito, e Almarina, una ragazza romena di sedici anni con alle spalle una storia di violenza familiare. Fra le due donne nasce un legame che non può essere spezzato, soprattutto quando si affaccia per entrambe la speranza di poter ricominciare una nuova vita. L'autrice racconta la libertà di due solitudini con una voce calda, intima e politica.
Come mai ha scelto un carcere per raccontare una storia che fondamentalmente è una storia d'amore?
"È una storia d'amore, ma non nasce dal desiderio di raccontare una storia d'amore, ma da quello di raccontare un posto particolare com'è un carcere minorile in mezzo al mare. In più c'era anche il desiderio di raccontare l'amore di un cittadino per la sua città e, per traslato, anche per il suo Paese, dato che penso che Napoli sia una cartina di tornasole dell'Italia".
Un carcere sull'acqua per di più, come un ossimoro: prigionia della struttura, libertà e spazio aperto del mare...
"Io ci sono stata veramente per tenere alcune lezioni di scrittura creativa insieme ad altri scrittori napoletani molto talentuosi come De Giovanni, Lardone, Rinaldi, Virgilio e tutte le volte che uscivamo da lì ci chiedevamo: perché non scriviamo un romanzo su Nisida? È un posto incredibile: da un lato c'è la prigione che già di per sé è una cosa aberrante perché, come dice il direttore del carcere nel romanzo "Se c'è un minore colpevole, da qualche parte c'è un adulto colpevole", e in contrasto c'è questo scenario magnifico, sembra un atollo del Pacifico, fatto a forma di ferro di cavallo. Raccontare il dentro e il fuori, raccontare di un posto dove i ragazzi invece di tuffarsi in mare, vivono le loro giornate dentro una cella, sebbene Nisida sia un carcere fatto molto bene, era una di quelle sfide che volevo pormi con questo libro".
Come ha ideato le due protagoniste?
"Elisabetta è nata da una cosa che mi disse la mia amica Imma in una chat di gruppo. Lei è vedova e mentre scherzavamo durante il periodo natalizio su quante persone avevamo a cena o a pranzo, disse: "Non vi lamentate tanto del Natale, che a me mancano anche quelle "cesse" delle mie cognate" e io ho compreso da questa frase il dolore di una persona che doveva affrontare giornate tremende come quelle natalizie durante le quali si dovrebbe gioire e invece si ha un lutto nel cuore, ma anche la grande ironia delle donne che è ciò che ci permette di farcela sempre in un qualche modo. "Imma sei proprio un bel personaggio" le dissi e così nella narrazione attraverso Elisabetta le affidai il racconto dell'altra protagonista Almarina, per la quale ho tratto ispirazione da una alunna che vidi realmente nel carcere minorile e attraverso la quale ho raccontato soprattutto il desiderio di maternità. Una maternità un po' sghemba, non di sangue. La tematica della maternità è una mia caratteristica sin dai primi scritti e mi mancava la narrazione di questo aspetto. Il rapporto tra le due è difficile. L'ho descritta volutamente non bella perché volevo che nell'innamoramento si avvertisse il peso della scelta".
Qual è la situazione attuale delle nostre carceri?
"È molto drammatica. Ho chiesto via Twitter un indulto dopo il lockdown, dato che ci sarebbero tutti i presupposti per attuarlo. Il problema del sovraffollamento, della fatiscenza delle strutture, la detenzione (salvo alcuni casi in cui ci sono dei direttori illuminati) è una cosa orrenda. Il lockdown ha poi messo in evidenza la pericolosità anche sanitaria di luoghi come questi. La libertà è un diritto sacro e ora lo percepiamo nettamente anche noi, non credo che la detenzione faccia bene all'anima quando la vedo come una punizione per essa e per il corpo".
Il carcere redime?
"Strutturato come ora, non credo. Una carcerazione fatta come quella di Nisida sì perché offre tutto quello che i ragazzi fuori non hanno avuto. Se avessero avuto gli educatori, i sacerdoti dei vari culti, gli psicologi, il maestro del coro del San Carlo, gli scrittori che vanno a fare le lezioni, l'allenatore di calcio e di basket, gli spazi all'aria aperta e l'affetto che ho visto offrire a Nisida, quei ragazzi non si sarebbero mai messi nelle mani della delinquenza. Il mio romanzo racconta che il problema è la società non il carcere".
di Renato Pagano
cronachedellacampania.it, 26 aprile 2020
"Il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria sostiene di averne acquistati 5000 ma intanto anche nella nostra Regione i tempi di attesa per i detenuti che hanno ottenuto un'ordinanza di concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare con applicazione del braccialetto elettronico, sono diventati lunghi e vanno sia a compromettere i contenuti del Decreto Legge 17 marzo 2020, n. 18 e le scelte della Magistratura di Sorveglianza, sia creano sentimenti di angoscia in coloro che ne sono beneficiari.
Tale frustrazione e malessere hanno portato un detenuto del carcere di Aversa a compiere un grave tentativo di gesto estremo, scongiurato soltanto grazie alla professionalità e alla prontezza del personale in servizio". Lo dice Samuele Ciambriello, Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale in Campania.
"Voglio pubblicamente elogiare la Direttrice Reggente del carcere di Aversa, Carla Mauro, per la lettera - denuncia inviata al Ministero della Giustizia - Dap in cui chiede di "interessare nuovamente il ministero dell'interno - dipartimento di pubblica sicurezza - per ogni utile intervento atto a ridurre la lunghezza a dei tempi di attesa, che non soltanto va ad inficiare il criterio di semplificazione sotteso alla normativa deflattiva in parola, ma che soprattutto mina il clima generale dell' istituto, già provato dal particolare periodo di emergenza nazionale".
La Direttrice, nella lettera inviata anche a me per conoscenza, sostiene di essere in attesa di 10 braccialetti elettronici per i suoi detenuti. È una vergogna, sia la mancanza di braccialetti, sia il fatto di volerli utilizzare per forza per fare uscire i detenuti che devono scontare ancora solo 18 mesi di reclusione, in misura di detenzione domiciliare. Ma la politica ha capito che il carcere è una polveriera con miccia corta?", conclude il garante campano Ciambriello.
it.euronews.com, 26 aprile 2020
Numerosi detenuti del carcere di Devoto, a Buenos Aires, hanno dato vita ad una rivolta dopo aver appreso che una delle guardie della struttura è risultata positiva a Covid-19. La protesta si è diffusa in vari padiglioni e i detenuti hanno preso il controllo di almeno due piani dell'edificio, chiedendo trasferimenti e controlli sanitari per paura di un contagio di massa. In alcune aree della struttura, i prigionieri hanno bruciato i materassi e molti di loro sono saliti sui tetti della prigione, dopo aver rotto le coperture di lamiera.
"Covid-19 è nel Devoto. Giudici genocidi. Il silenzio non è la mia lingua", si legge su un cartello appeso dai detenuti alle finestre del carcere. Due giorni fa, un'altra violenta rivolta si era verificata nella prigione di Florencio Varela, alla periferia di Buenos Aires. A causarla, il messaggio audio "fake" di un falso medico che segnalava la presenza del coronavirus nella prigione.
di Francesca Gnetti
Internazionale, 26 aprile 2020
La sezione 251 era famosa tra i rivoluzionari siriani. L'unità dei servizi segreti aveva una sua prigione su Baghdad street, a Damasco. E tutti sapevano che lì dentro non c'erano interrogatori senza tortura. Il centro di detenzione è composto da diversi edifici collegati e nascosti da un alto muro. Le celle si trovano nei sotterranei e dopo lo scoppio della rivoluzione contro il presidente Bashar al Assad, nel marzo del 2011, si riempirono così tanto che i detenuti erano costretti a dormire in piedi. Chi ne è uscito vivo ha raccontato di persone picchiate fino a svenire, colpite da scariche elettriche, appese per i polsi, infilate dentro uno pneumatico e percosse ancora.
L'ufficio di Anwar Raslan si trovava al primo piano. Dal 2008 Raslan dirigeva la divisione delle investigazioni della sezione 251, responsabile della sicurezza interna del paese. Nel 2011 era stato promosso a colonnello. Riceveva gli ordini dall'alto, ma aveva abbastanza potere da decidere della vita e della morte delle persone che si trovavano sotto la sua autorità. Eyad al Gharib era un suo sottoposto. Era incaricato di individuare i manifestanti e arrestarli.
Raslan e Al Gharib, che oggi hanno 57 e 43 anni, sono comparsi in un tribunale di Coblenza, nel sudovest della Germania, il 23 aprile, per l'apertura del processo in cui sono accusati di crimini contro l'umanità, stupro, aggressione sessuale aggravata e 58 omicidi. Secondo le ricostruzioni, tra il 29 aprile 2011 e il 7 settembre 2012, Raslan ha ordinato la tortura di almeno quattromila persone, 58 delle quali sono morte. Al Gharib avrebbe fornito assistenza in trenta casi. Sei siriani torturati nei sotterranei di Baghdad street hanno ricevuto l'autorizzazione a testimoniare in tribunale, ma a causa delle restrizioni introdotte per contenere la pandemia di covid-19 in tutta Europa, è prevista la presenza solo di tre di loro.
È la prima volta che dei funzionari di alto grado dell'apparato repressivo di Assad sono portati davanti alla giustizia. Finora non si era mai parlato in un'aula di tribunale delle torture inflitte dal regime siriano ai suoi cittadini. Negli anni passati c'erano stati solo procedimenti contro soldati di basso grado in Svezia e in Germania o rinvii a giudizio simbolici nei confronti di figure di alto livello rimaste in Siria. "Siamo di fronte a un momento storico nella lotta per la giustizia in favore delle decine di migliaia di persone arrestate illegalmente, torturate e uccise nelle prigioni e negli altri centri di detenzione governativi in Siria", ha dichiarato in una nota ufficiale Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.
Come spiega Thomas Wieder su Le Monde, il processo è reso possibile dal fatto che la Germania ha fatto ricorso al principio della "competenza universale" che autorizza uno stato a perseguire gli autori di crimini particolarmente gravi a prescindere dalla loro nazionalità o dal luogo in cui i fatti sono stati commessi. Nel 2003, riferisce il Guardian, è stata istituita un'unità speciale per i crimini di guerra presso la polizia criminale federale tedesca, inizialmente incaricata di investigare sui sospetti genocidi avvenuti nella Repubblica Democratica del Congo e durante le guerre nell'ex Jugoslavia. Man mano che migliaia di profughi siriani facevano domanda di asilo in Germania tra il 2015 e il 2017, l'unità ha ricevuto più di 2.800 informazioni sui crimini commessi dal regime di Assad durante la rivoluzione.
In particolare le accuse contro Raslan e Al Gharib si basano su due fonti d'informazioni, scrive ancora le Monde. La prima è il dossier che contiene 50mila foto fornite da Caesar, pseudonimo attribuito a un ex ufficiale della polizia militare siriana incaricato di documentare la morte e le torture inflitte ai detenuti nelle carceri di Bashar al Assad tra il 2011 e il 2013 e fuggito dal suo paese nel luglio del 2013. La seconda è costituita dalle denunce fatte alla procura generale di Karlsruhe, nel sudovest della Germania, da una trentina di siriani fuggiti dalle galere di Assad e rifugiati nel paese.
Anche Raslan aveva cercato rifugio in Germania. C'era arrivato nel 2014, dopo essere scappato in Giordania alla fine del 2012 per unirsi all'opposizione di cui divenne un rappresentante di spicco, tanto da partecipare a una delegazione per i colloqui di pace promossi dalle Nazioni Unite a Ginevra. Al Gharib ha raccontato di aver disertato nel gennaio del 2012 dopo che tre suoi colleghi erano morti in scontri vicino Damasco e perché gli era stato chiesto di uccidere dei civili. Aveva presentato domanda di asilo in Germania nell'estate del 2018. Entrambi sono stati arrestati nel febbraio del 2019. Raslan non aveva cambiato nome ed è stato riconosciuto per strada da Anwar al Bunni, un avvocato siriano da lui arrestato nel 2005 e rimasto in carcere per cinque anni per il suo lavoro a difesa dei diritti umani.
Alcuni osservatori, soprattutto all'interno dell'opposizione siriana, temono che perseguire un disertore possa dissuadere altri ex funzionari di Assad da fornire informazioni per il timore di finire sotto processo. Altri, come sottolinea Ben Hubbard sul New York Times, temono che "un numero ridotto di simili azioni penali possa far sì che i governi europei sentano che stanno facendo abbastanza e non c'è bisogno di altri sforzi per portare Assad e i suoi subordinati di fronte alla giustizia".
L'unità per i crimini di guerra della polizia federale tedesca sta assumendo nei confronti del regime siriano un approccio simile a quello che portò al processo di Norimberga organizzato dagli alleati dopo la seconda guerra mondiale per perseguire i capi nazisti, basato sull'analisi dei singoli ruoli svolti dagli individui all'interno del regime.
Come ha spiegato in una nota Wolfgang Kaleck, segretario generale dell'European center for constitutional and human rights, la principale ong che assiste le persone sfuggite alle carceri siriane nella loro ricerca di giustizia, l'unità ha messo da parte una grande quantità di prove che aiutano a comprendere tutti gli ingranaggi del regime di Assad, nella speranza che si apriranno altri processi contro gli ex funzionari siriani nei paesi europei. "L'essenziale è che abbia luogo un primo processo", ha detto Kaleck a Le Monde, "Se ce n'è uno, vuol dire che ce ne potranno essere altri. L'importante è cominciare un movimento, creare un precedente".
Anche Lynn Maalouf di Amnesty International la pensa così: "In un momento in cui i siriani si sentivano abbandonati dalla comunità internazionale, questo processo rinnova la speranza che almeno un po' di giustizia sia possibile. Tutti i sopravvissuti e le famiglie delle vittime hanno diritto alla verità, alla riparazione e alla giustizia". Le sparizioni forzate, le torture e le uccisioni avvengono ancora nelle carceri siriane. Ma finora tutti gli sforzi per giudicare gli autori e i complici dei crimini commessi dal regime di Assad si sono scontrati con due ostacoli: il fatto che la Siria non ha firmato lo statuto di Roma, il testo fondatore della Corte penale internazionale, e il veto della Russia al Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite, che ha bloccato tutti i tentativi di chiamare in causa il tribunale.
Per questo sono in molti a sperare che il processo, che potrebbe durare due o tre anni, non sia solo uno strumento per dimostrare le colpe di Raslan e Al Gharib, ma serva a mettere a nudo il sistema violento alla base del potere di Assad, che in nove anni di guerra ha distrutto intere città, ha ucciso centinaia di migliaia di persone, usando anche le armi chimiche, e ha costretto undici milioni di siriani a lasciare le loro case. E, soprattutto, possa mandare un messaggio a chi in Siria continua a sopravvivere sotto il regime. Come dice Al Bunni intervistato dal quotidiano libanese L'Orient-Le Jour: "Il processo in Germania manda un messaggio chiaro ai torturatori in Siria che continuano a commettere crimini in totale impunità. E manda anche un messaggio di speranza alle vittime, ai sopravvissuti e alle loro famiglie".
di Pino Dragoni
Il Manifesto, 26 aprile 2020
Dal regime solo una mini amnistia. Apprensione per Alaa Abdel Fattah e Mohamed al-Amashah in sciopero della fame. C'è apprensione per le condizioni di Alaa Abdel Fattah al suo tredicesimo giorno di sciopero della fame nel carcere di massima sicurezza di Tora 2, a sud del Cairo. L'attivista 37enne, icona della rivolta di piazza Tahrir, il 13 aprile ha cominciato un'astensione assoluta dal cibo, assumendo solo acqua e bevande calde senza zucchero. Tra i motivi della sua iniziativa c'è soprattutto il prolungamento a oltranza della sua detenzione, illegittima una volta trascorso il termine di 45 giorni dall'ultima udienza.
Alaa, accusato di reati pesantissimi, tra cui adesione a un gruppo terroristico, si trova in carcere ormai da quasi sette mesi senza alcuna condanna, sottoposto a custodia cautelare in attesa di processo. A questo si aggiunge la negazione dei più basilari diritti, come la lettura e l'esercizio fisico. La famiglia denuncia che i parametri vitali di Alaa, comunicati dalla procura, indicano già un deterioramento rapido della sua salute. Sulla decisione di intraprendere questa forma radicale di protesta ha pesato molto anche la condizione imposta ai detenuti egiziani in conseguenza dell'epidemia di coronavirus. Dal 10 marzo infatti sono state sospese tutte le visite, e nessuna notizia entra o esce dalle carceri.
"I familiari, da entrambi i lati delle mura della prigione, vengono tenuti in uno stato di panico", hanno scritto in un documento i parenti dell'attivista. "Alaa storicamente ha sempre usato la sua figura, il suo corpo e le sue parole per combattere l'ingiustizia, subita da lui o da altri. Entrando in sciopero della fame ora vuole attirare l'attenzione sul dramma di decine di migliaia di prigionieri", ha affermato la celebre scrittrice Ahdaf Soueif, zia di Alaa Abdel Fattah. A metà marzo la madre, la sorella e la zia di Alaa, anche loro militanti di primo piano, erano state arrestate per alcune ore e poi rilasciate per una protesta in cui chiedevano la liberazione dei detenuti per evitare il contagio nelle carceri.
Celle sporche, sovraffollate, senza acqua corrente e scarsamente areate, insieme alla sistematica mancanza di assistenza medica, sono la norma nelle prigioni egiziane e rappresentano condizioni perfette per il propagarsi dell'infezione. Secondo recenti stime dell'Onu i detenuti egiziani sarebbero 114.000, quasi il doppio rispetto alle cifre ufficiali diffuse dal governo. Di questi almeno 60.000 sarebbero prigionieri politici, per lo più arrestati dopo il colpo di stato militare del 2013.
Da oltre un mese organizzazioni egiziane e internazionali stanno chiedendo al regime di liberare il maggior numero possibile di detenuti, a cominciare da chi, come Alaa, non sta scontando alcuna condanna (almeno 25.000 persone secondo dati del governo). Eppure, a parte 15 attivisti liberati a metà marzo su ordine della magistratura, al-Sisi ha proclamato solo una mini-amnistia del tutto insufficiente. La situazione delle carceri egiziane in tempo di pandemia è arrivata persino a interessare il Segretario di stato Usa Mike Pompeo, che in una telefonata al ministro degli Esteri egiziano Sameh Shoukry ha chiesto rassicurazioni sui diritti e la sicurezza dei cittadini statunitensi detenuti in Egitto. Da circa un mese infatti è in sciopero della fame anche Mohamed al-Amashah, giovane con doppia cittadinanza trattenuto da un anno nel complesso di Tora in attesa di processo.
Affetto da una malattia autoimmune e da asma, al-Amashah rischia di subire la stessa sorte di Mostafa Kassem, altro cittadino egiziano-americano morto in carcere a gennaio dopo un lungo sciopero della fame. Intanto mercoledì il parlamento ha modificato la legge di emergenza ampliando i poteri della presidenza e delle procure militari, ufficialmente per combattere l'epidemia. Finora in Egitto si sono registrati 4.092 casi di persone positive al Covid-19, e 294 morti correlate. Il regime egiziano, che dal 25 marzo ha imposto il coprifuoco notturno in tutto il paese, è sotto accusa da più parti per le carenze strutturali del sistema e una gestione tutt'altro che trasparente dell'epidemia.
di Giordano Stabile
La Stampa, 26 aprile 2020
La punizione messa al bando sarà sostituita da carcere o multe. L'Arabia Saudita ha eliminato la fustigazione come forma di punizione per i reati minori. Sarà sostituita da carcere o multe. "La decisione è un'estensione delle riforme dei diritti umani introdotte sotto la direzione del re Salman e la supervisione diretta del principe ereditario Mohammed Bin Salman", ha specificato un documento ufficiale del governo di Riad per illustrare la decisione. La flagellazione veniva ancora applicata per punire una serie di crimini codificati dalla legge islamica, o sharia, che è alla base del diritto penale nel Regno. Sono i giudici a interpretare i testi religiosi di riferimento e finiscono per affibbiare 10, 50 o addirittura 100 frustate per un'ampia gamma di violazioni, dall'inquinamento di acque o luoghi pubblici alle molestie sessuali.
Per gli attivisti dei diritti umani la fustigazione è un relitto di un mondo medievale, come ancor più la decapitazione utilizzata per eseguire le condanne a morte, a volte sulle piazze pubbliche. La sua abolizione fa parte del programma di modernizzazione, anche dell'immagine, del Regno, lanciato dal principe ereditario assieme alla riforma dell'economia, che dovrà emanciparsi il più possibile dalle rendite petrolifera entro il 2030. Ma anche se le donne hanno acquisito il diritto a guidare un'auto, a viaggiare e ad andare al ristorante da sole, la situazione dei diritti umani rimane pessima. L'anno scorso è stato battuto il record di esecuzioni, 184 in dodici mesi. E in carcere rimangono proprio molti attivisti.
Venerdì uno dei più importanti e conosciuti anche all'estero, Abdullah al-Hamid, è morto in ospedale a Riad, dopo essere finito in coma mentre era ancora dietro le sbarre. Al-Hamid, che soffriva di ipertensione, aveva co-fondato assieme Mohammad Fahad al-Qahtani l'Associazione saudita per i diritti civili e politici, conosciuta con il suo acronimo arabo Hasem.
Nel 2013, sono stati condannati rispettivamente a 11 e 10 anni. Nel 2018, Hamid e Qahtani hanno ricevuto il Right Livelihood Award insieme all'attivista e avvocato Waleed Abu al-Khair "per i loro sforzi di riformare il sistema politico totalitario in Arabia Saudita". E in carcere rimane una mezza dozzine di attiviste per i diritti delle donne, compresa Loujain al-Hathloul, già fermata in passato perché alla guida di un'auto.
di Cristina Ornano*
Il Manifesto, 26 aprile 2020
Il virus del lavoro sommerso. Per affrontare un momento di crisi bisogna avere il coraggio di rimediare agli errori precedentemente fatti. Tra questi aver lasciato che tante persone nel nostro paese rimanessero prive di diritti. Il Covid19 colpisce senza distinzioni, in questo senso è molto democratico, ma non sono per nulla democratiche ed eguali le sue conseguenze, ad iniziare da quelle sanitarie, dipendendo esse dalla possibilità di accedere ad un servizio sanitario e dalla qualità e quantità di cure ricevute.
Di certo non saranno eguali le conseguenze sociali ed economiche della pandemia che marcherà ancora di più le diseguaglianze e ne creerà di nuove. Nel nostro paese vivono oltre 250 mila cittadini stranieri in condizione di involontaria irregolarità. Un esercito che i cosiddetti Decreti Sicurezza 1 e Bis hanno drammaticamente ingrandito, creando insicurezza e ingiustizia.
Viviamo tempi che richiedono la capacità di mettere in campo scelte innovative e lungimiranti. E tra queste, c'è anche quella di regolarizzare queste persone che costringiamo ipocritamente alla precarietà e al sommerso. Sono persone che assistono i nostri anziani e malati, che raccolgono frutta e verdura nei campi, accudiscono gli animali negli allevamenti, lavorano nei mercati, nelle manifatture e nelle aziende artigiane; lavoratori e piccoli imprenditori che ora lavorano in nero e che vorrebbero regolarizzarsi, pagare le tasse e fruire dei servizi. Sarebbe un'azione non solo giusta, ma intelligente e lungimirante, perché è una delle misure indispensabili per garantire la prevenzione sanitaria, in questo momento fondamentale, e far ripartire la nostra economia e per dare ossigeno al fisco.
Un coro di voci autorevoli provenienti da chi ricopre primari ruoli istituzionali o li ha ricoperti, si è alzato in questi giorni a chiedere la regolarizzazione dei lavoratori immigrati irregolari ed a chiedere che ciò venga fatto prima possibile. Non è, infatti, difficile prevedere che gli effetti sul piano economico e sociale prodotti dalla pandemia siano, come è stato da più parti osservato, non dissimili da quelli prodotti da un conflitto bellico. Le moderne economie di guerra ci hanno insegnato almeno tre cose.
La prima è che per uscire dalle crisi occorre saper fare scelte coraggiose, quindi abbandonare paradigmi, schemi e soluzioni precedenti quando se ne siano constatati, come in questo caso, gli esiti fallimentari, per adottarne di nuovi adeguati al cambiamento. La seconda è queste scelte sono tanto più produttive quanto più sono tempestive.
La terza è quando si affrontano crisi sociali profonde, come quella in atto, la tenuta sociale può essere assicurata solo attraverso politiche di coesione, inclusive e solidali, capaci, come è stato efficacemente detto, di proporre "un nuovo contratto sociale che vada bene per tutti".
Continuare come prima significa, specie in questo momento, alimentare il circuito dell'illegalità e del sommerso, della cattiva imprenditoria, delle mafie e delle organizzazioni criminali. Regolarizzare è una scelta solidale e inclusiva che interessa e conviene non solo a chi è costretto alla irregolarità, ma a tutti noi, perché dà dignità e sicurezza alle persone e le fa vivere in condizioni di legalità, aiuta la nostra economia e il nostro fisco e la nostra salute.
*Gip a Cagliari e presidente di Area










