di Filippo Cicciù
linkiesta.it, 27 aprile 2020
Con una contestata riforma giudiziaria, il Parlamento turco metterà in libertà circa 90mila detenuti, ma non gli intellettuali e i politici critici col governo, incarcerati con l'accusa di vicinanza a organizzazioni terroristiche. Una controversa riforma, votata d'emergenza per svuotare le carceri sovraffollate: è questo, in Turchia, uno degli effetti della crisi provocata dalla pandemia di coronavirus. Poco dopo la morte per Covid di 3 detenuti su un totale di 17 contagiati - registrata lo scorso 13 aprile - il parlamento di Ankara ha approvato un nuovo regolamento sull'esecuzione penale, proposto dal partito di governo AKP del presidente Erdoğan, che permette a circa 90mila carcerati di uscire di prigione prima dei termini di condanna.
Di questa riduzione possono beneficiare i detenuti che abbiano già scontato almeno metà della pena, mentre chi verrà condannato per reati commessi entro il 30 marzo non finirà in carcere, ma sarà costretto alla libertà vigilata. Non tutti i carcerati possono però avvalersi degli sconti di pena: la riforma esclude infatti i prigionieri in attesa di giudizio e quelli condannati per reati relativi a traffico di droga, omicidi premeditati, abusi sessuali e violenza su donne e bambini.
Resta in carcere anche chi è stato condannato per reati relativi al terrorismo, ed è su questo punto che le critiche dei partiti di opposizione e delle associazioni per i diritti umani si sono concentrate. Se il provvedimento allevia indubbiamente il dramma del sovraffollamento nelle carceri in Turchia - dove prima della legge erano recluse quasi 300mila persone in strutture con una capienza nettamente inferiore - la riforma ha ricevuto numerose critiche ed è stata approvata, il 14 aprile, dopo una dura battaglia parlamentare.
Le formazioni politiche contrarie, come anche molte associazioni di avvocati, contestano il fatto che l'ampia definizione di "reati per terrorismo" costringerà a restare in prigione anche molti giornalisti, intellettuali e politici critici del governo che negli ultimi quattro anni sono stati incarcerati con l'accusa di vicinanza ad organizzazioni terroristiche. Si tratta di qualche centinaio di persone, tra cui spiccano nomi noti anche a livello internazionale come quello dello scrittore e giornalista Ahmet Altan, dell'uomo d'affari impegnato politicamente a favore delle minoranze Osman Kavala e dell'ex co-presidente del partito filo curdo HDP - il "Partito Democratico dei Popoli", la terza forza politica più rappresentata nel Parlamento turco - Selahattin Demirtaş.
Secondo i critici, queste persone sono in realtà in prigione a causa di opinioni politiche critiche nei confronti di Erdoğan e non per i reati di terrorismo per cui sono stati condannati. Sarà questa una delle motivazioni che il socialdemocratico Partito Repubblicano del Popolo (CHP), principale partito di opposizione, porterà nei prossimi giorni davanti alla Corte Costituzionale nel presentare ricorso contro la riforma. La controversa scarcerazione di Alaattin Ҫakıcı.
Il provvedimento ha lasciato dunque in carcere molti dissidenti, tra cui 101 giornalisti, ma ha riportato in libertà personalità di spicco di diverso orientamento politico come Alaattin Ҫakıcı, nome legato alla criminalità organizzata, già condannato per numerosi omicidi, protagonista di rocambolesche fughe di prigione e autore di azioni criminali che ricordano i film polizieschi italiani anni 70, tanto amati da Quentin Tarantino.
La sua vita non è però una pellicola cinematografica e ha drammaticamente scolpito gran parte della politica turca degli ultimi quarant'anni. Ҫakıcı è noto non solo per essere una figura di peso nel crimine organizzato: a partire dal 1987 è stato utilizzato dai servizi segreti turchi per guidare operazioni in incognito contro gruppi armati di sinistra o filo-curdi e il suo nome è fortemente legato all'estrema destra in cui ha militato fin dalla gioventù.
Per questo non stupisce che nel 2018 sia stato visitato in carcere da Devlet Bahçeli, il leader del Partito del Movimento Nazionalista di Turchia (MHP), principale alleato in Parlamento del partito del Presidente Erdoğan AKP. All'epoca Bahçeli si espresse fortemente a favore del rilascio di Ҫakıcı, citando le sue deboli condizioni di salute, ma anche affermando che "la sua lotta per la patria è riconosciuta dallo Stato".
Il rilascio di personalità come quella di Alaattin Ҫakıcı mostra come la riforma sull'esecuzione penale sia motivata dall'emergenza coronavirus, ma celi anche trame politiche che riguardano gli equilibri del potere in Turchia. La visita che Ҫakıcı ricevette in carcere da parte di Bahçeli nel 2018 arrivò infatti a pochi mesi dalla formazione della Cumhur İttifakı, un'alleanza a scopi elettorali tra il partito di estrema destra nazionalista MHP di Bahçeli e l'AKP di Erdoğan.
Il rilascio del leader della criminalità organizzata era evidentemente una delle richieste che l'estrema destra faceva ad Erdoğan in cambio di un sostegno che c'è stato e si è anche rivelato vincente dal punto di vista elettorale. La scarcerazione di Alaattin Ҫakıcı, e di altri detenuti vicini all'estrema destra del MHP, arriva però soltanto ora, a quasi due anni da quella visita in carcere e dopo essere stata rimandata più volte perché non particolarmente gradita all'elettorato islamista del presidente turco.
Matrimonio a destra per Erdoğan. L'AKP di Erdoğan non è un partito di estrema destra ma una formazione ispirata all'islam politico che per anni ha raccolto ampi consensi anche da parte dell'elettorato liberale e da molti curdi di orientamento conservatore. Un partito politico che per più di un decennio si è opposto al nazionalismo, tipico di formazioni dell'estrema destra come il Mhp. Oggi, a quasi 20 anni dalla sua fondazione e dal suo primo successo elettorale, la situazione è radicalmente cambiata.
Molti dei fondatori hanno lasciato per divergenze con Erdoğan. Tra questi, vi sono nomi altisonanti come Abdüllah Gül, ex presidente della Repubblica nominato dall'AKP nel 2007, Ahmet Davutoğlu, lo stratega della politica estera di Erdoğan, che ha formato nel 2019 un nuovo partito politico islamista (Gelecek Partisi, il Partito del Futuro) e Ali Babacan, ex vice primo ministro con delega all'economia negli anni d'oro della crescita economica in Turchia, anch'egli fondatore di un nuovo partito in opposizione a Erdoğan, il Deva Partisi (Partito della Soluzione) di orientamento liberale.
La forte influenza del partito nazionalista MHP sulla riforma dell'esecuzione penale appena approvata dimostra come il presidente turco abbia oggi un forte bisogno dell'estrema destra per riuscire a governare. Quella tra AKP e MHP è un'alleanza che ha certamente aiutato Erdoğan a vincere nelle consultazioni politiche e presidenziali del 2018. Nello stesso tempo, ha anche contribuito a frantumare il consenso verso il presidente turco da parte dell'elettorato islamista e conservatore, portando alla fuoriuscita di molti membri fondatori dell'AKP e anche probabilmente anche alla sconfitta nelle elezioni municipali del 2019 per i candidati sindaci del partito di Erdoğan ad Ankara e Istanbul.
di Annalisa Graziano*
vita.it, 27 aprile 2020
"Nemmeno per un istante ho provato la tentazione di abbandonare mio figlio di fronte alla sua condanna". Le parole della mamma di un detenuto hanno commentato la IV stazione ("Gesù incontra la Madre") dell'ultima via crucis in una piazza San Pietro deserta. Un racconto intimo e personale, ma allo stesso tempo condiviso da molte famiglie, da molte donne. Sono tante le madri che hanno conosciuto lo stesso dolore e lo hanno scavato, trovando la forza di non piegarsi di fronte a una sofferenza così grande. Elena è una di loro. È la madre di un uomo detenuto nel carcere di Foggia, ormai da oltre dieci anni. Punto di riferimento di una famiglia ferita e di un figlio mai perduto porta, da quel giorno di molti anni fa, "un macigno", con coraggio e dignità.
Elena, l'emergenza sanitaria preoccupa particolarmente nelle carceri. Nel giorno della notizia del lockdown in molti Istituti sono scoppiate rivolte. A Foggia, un gruppo di detenuti ha distrutto alcune aree del Penitenziario, c'è stata un'evasione. Come ha vissuto quei momenti?
Con molta ansia. Avevo parlato al telefono con mio figlio proprio il 9 marzo, era tranquillo. Anzi, mi aveva detto che sperava che l'emergenza sanitaria potesse rientrare presto, per poter venire a casa in permesso. Invece, poco dopo, è scoppiata la protesta. Lo abbiamo appreso dai telegiornali, dai siti di informazione. Ho provato grande dolore nel vedere quelle immagini. Non ho pensato per un attimo che mio figlio potesse aver preso parte alla rivolta, lo conosco bene. Ero preoccupata per tutta la situazione e per il futuro di quei ragazzi che vedevo scappare. Cosa pensavano di fare? La violenza, la fuga non possono mai rappresentare la soluzione. Mi angosciava quella loro scelta.
Quando è riuscita a parlare con suo figlio?
Dopo alcuni giorni. Ho provato più volte a chiamare in Istituto, appresa la notizia della rivolta, ma non rispondeva nessuno. Stavano gestendo un'emergenza, ho compreso la situazione e quindi non ho insistito. Ci ho riprovato due giorni dopo e mi ha risposto un agente molto gentile. Mi ha rassicurata e mi ha detto che avrei potuto parlare con mio figlio appena ripristinata la normalità. Così è stato. Era molto provato, ma stava bene. Anche lui non ha condiviso la scelta violenta. È difficile vivere il carcere con una pandemia in corso, ma non era quello il modo di rivendicare i propri diritti. Questo mi ha detto mio figlio.
Dagli inizi di marzo sono stati sospesi i colloqui, i permessi ed altri benefici, proprio per prevenire i contagi. Come avete riorganizzato i contatti a distanza?
L'Istituto consente più telefonate a settimana. Abbiamo iniziato con due, poi diventate tre. Inoltre, da qualche tempo ci è concesso un quarto contatto con videochiamata. Che sollievo poterlo vedere, almeno in video. Sa, noi non abbiamo mai preteso nulla. Abbiamo imparato ad accontentarci e, in un momento così difficile, sentirlo quattro volte a settimana va bene. L'importante per noi è che stia bene, fisicamente e psicologicamente. La preoccupazione c'è sempre, ma lui è un combattente. Anche noi non ci siamo mai arresi e abbiamo sempre affrontato il mondo esterno, il suo giudizio.
La comunità spesso non si dimostra pronta a riaccogliere le persone che hanno avuto problemi con la legge. I pregiudizi sono lame affilate anche per le famiglie...
Sì, è vero. Ma noi abbiamo creato una sorta di strato di protezione, fin dall'inizio. Lo abbiamo fatto per una forma di rispetto nei confronti del dolore di mio figlio, della vittima e dei suoi familiari. Sono eventi che non dovrebbero mai accadere, ma purtroppo fanno parte della storia dell'umanità. Non è una forma di giustificazione, il male non è mai giustificabile. La colpa si può espiare, ma non si può cancellare con un colpo di spugna.
Dal giorno dell'arresto come è cambiata la vostra vita?
All'inizio non è stato facile affrontare il dolore. Quando viene arrestato un tuo caro è come se ti scoppiasse una bomba in casa. Ti sembra di non riuscire a sopportare tanto dolore, non hai la lucidità per capire cosa sta accadendo. È come se qualcuno ti prelevasse da una barca e ti buttasse in mare. Hai solo due possibilità: andare giù oppure iniziare a muoverti, per cercare di arrivare alla riva. Io ho scelto la seconda opzione.
Cosa si fa una volta giunti alla "riva"?
Si cerca di capire, senza colpevolizzazioni. Ci siamo posti tante domande, come genitori. È un nostro figlio, noi abbiamo fatto e facciamo parte della sua vita in maniera piena. Ci si chiede se e in cosa si è sbagliato. Cosa non andava, perché non si è confidato con noi?
Siete riusciti a trovare risposta alle vostre domande, a distanza di tanti anni?
Non per tutte, alcune sono rimaste senza risposta. Abbiamo capito però che il bene primario è la vita di nostro figlio, che dobbiamo preservare il benessere della famiglia. Mi sono detta: è successa questa cosa, grave, ma dobbiamo andare avanti. Abbiamo pianto tanto, non glielo nego, a volte mi capita di piangere ancora; alcuni giorni sono ancora no, ma va meglio. Prima sentivo il peso di un macigno; oggi che può accedere ai benefici, qualche sassolino da quel masso sono riuscita a toglierlo. Non bisogna arrendersi, anche se c'è sofferenza, ma neanche fare finta di nulla.
Quale messaggio si sente di consegnare alle madri che si trovano nella sua situazione di dieci anni fa?
Vorrei dire loro di non abbandonare i figli, di essere presenti, di saper ascoltare. Ciò non significa giustificare le azioni sbagliate: bisogna sempre guardare alla realtà, non averne paura e ragionarci su, per essere migliori. Bisogna capire dove si è creato quell'intoppo. Solo l'amore di una mamma, di un genitore può sostenere anche quando è tutto buio; è un amore che non giudica. Un amore che però va meritato, che richiede un cambiamento necessario per il bene di chi ha sbagliato e, di conseguenza, della famiglia. Chi non ha vissuto un dolore di questo tipo giudica, ma non può sapere cosa si prova. Io le dita contro le ho sentite, seppur puntate alle spalle. Ho sempre tollerato e ho sempre desiderato il bene per tutti. Mai, nemmeno una volta, ho augurato a qualcuno di vivere ciò che ho dovuto affrontare io.
Dove ha trovato la forza?
In mio figlio, proprio in lui. Ha sbagliato, poteva vivere diversamente gli anni della sua giovinezza. In quelli trascorsi in carcere ha molto riflettuto, lo abbiamo fatto tutti. E io ho avuto una conferma: è il figlio che conoscevo. Non è lui che sta cambiando, sta modificando il modo di percepirsi. Prima si nascondeva agli altri, a sé stesso.
Non tutti i genitori scelgono di stare vicino a un figlio che ha sbagliato, che ha commesso un reato, che ha ucciso...
I genitori sono sempre un esempio. Non mi reputo migliore degli altri, assolutamente no. Ma credo che il nostro ruolo debba essere quello di amare, donarsi. Nei confronti dei figli, tutti, bisogna essere educatori, ma senza imposizioni. Il bene di un genitore può essere più forte del male. Non bisogna avere il timore di guardarli e guardarsi negli occhi. Non si possono abbandonare (si commuove), questo non si può fare.
Lei ha altre figlie, non deve essere stato semplice per e con loro...
Non lo è stato, infatti. I primi tempi sono stata sempre accanto alle mie figlie, soprattutto alla più piccola. Vivevo con la morte nel cuore, ma c'ero. Le ripetevo che non dovevamo piangerci addosso, che loro fratello, nostro figlio era vivo, sarebbe tornato. I miei momenti di sconforto erano e sono solo miei. Siamo molto uniti, ci adoriamo, ma certe cose vanno affrontate da soli.
Suo figlio ha iniziato ad accedere ad alcuni benefici, prima dello stop a causa dell'emergenza sanitaria. Come pensa sarà questa nuova fase della sua vita?
Sta iniziando a conoscere un mondo diverso da quello che ha lasciato, quando è entrato in carcere. Allora era poco più che un ragazzino. Deve iniziare a viverlo da persona adulta, molto più consapevole di prima. Deve imparare che la vita è questa, ci sono variabili, si vivono scossoni. Dovrà capire come gestire anche l'imprevedibilità. È sempre lui l'artefice del suo destino: ha sbagliato, ha pagato e sta pagando. Non si cancella ciò che è successo, ma non lo si può condannare per sempre. È importante che anche lui possa accettare ciò che è accaduto, perdonarsi, al di là della condanna.
In questo percorso di riflessione e crescita la detenzione che ruolo svolge, è utile?
Non lo è se isola. Chi sbaglia deve pagare, ma nel modo giusto. L'isolamento non può essere un obiettivo, annulla la persona. L'ergastolo è una condanna terribile, noi lo sappiamo. Poi, nel nostro caso, la situazione è cambiata, ma in quel momento solo la fede è riuscita ad aiutarmi. Mi ha dato la forza credere in qualcosa di superiore. La preghiera, la famiglia e il lavoro mi hanno fatto sopravvivere a quella sentenza. Una detenzione senza riflessione, opportunità, che non consente di mettersi alla prova e riscattarsi, non può servire.
C'è un tema molto delicato, che ho spesso affrontato nelle mie interviste in carcere: la vittima e il perdono. È possibile secondo lei?
Ci ho riflettuto tanto, lo faccio ancora (fa una lunga pausa). Ma io sono dall'altra parte... Le vittime e i loro cari meritano il massimo rispetto. Serve tempo, molto tempo per curare le ferite. E forse, in alcuni casi, pensare di poter chiedere perdono è troppo...
Ho conosciuto Elena alcuni anni fa, in carcere, durante un'attività trattamentale aperta ai familiari. Era, è una donna molto riservata, come tutta la sua famiglia. Solo per questo motivo, abbiamo deciso insieme di utilizzare un nome di fantasia. Tutto il resto è racconto di vita vera: la sua, la loro.
*Giornalista, operatrice del Csv Foggia, è volontaria negli Istituti Penitenziari di Foggia e Lucera e dell'Ulepe di Foggia. Con edizioni La Meridiana ha pubblicato "Colpevoli. Vita dietro (e oltre) le sbarre" e "Solo Mia. Storie vere di donne"
di Monica Curino
sdnovarese.it, 27 aprile 2020
Da diversi anni la Comunità di Sant'Egidio è presente in maniera del tutto gratuita nella casa circondariale di Novara, dove porta avanti visite e frequenti colloqui con i detenuti, soprattutto quelli più poveri, più soli e più lontani dalle loro famiglie. Alcuni esprimono necessità materiali, altri soffrono particolarmente il peso dell'isolamento e desiderano condividere con qualcuno preoccupazioni, pensieri, attese, sogni.
Tutti, comunque, hanno bisogno di ritrovare le ragioni della speranza e di guardare con fiducia al futuro. Per questo accolgono con gioia l'aiuto concreto della Comunità diretta da Daniela Sironi (dalle distribuzioni di indumenti a quella di occhiali e libri), le iniziative culturali, le occasioni di incontro e di festa, l'ormai tradizionale pranzo di Natale, che la Comunità allestisce ogni anno nella tensostruttura interna al carcere.
Dai primi di marzo, quando, in seguito al diffondersi del contagio del Coronavirus, è stato precluso ai familiari e ai volontari l'accesso in carcere, la Comunità di S. Egidio ha cercato modi alternativi per esprimere vicinanza e sostegno ai detenuti: dalla donazione di piccole somme di denaro per permettere ai detenuti più indigenti di telefonare ai propri cari, alla distribuzione di alcuni generi alimentari, dall'invio di lettere per esprimere vicinanza e conforto a chi sta affrontando un momento così difficile, nell'incertezza e nella paura.
Venerdì 10 aprile, anche grazie al prezioso contributo della Fondazione Comunità del Novarese, è stata effettuata una distribuzione di mascherine, buste da lettera, francobolli e prodotti per l'igiene personale a tutti i detenuti delle sezioni ordinarie del carcere. Inoltre, sempre in questo mese di aprile, è stato firmato dalla direttrice del carcere, Rosalia Marino, e da Daniela Sironi, presidente della Comunità di Sant'Egidio Piemonte Onlus, un protocollo d'intesa.
L'accordo, di durata triennale, non fa che consolidare quella stretta collaborazione che già si è avviata in questi anni fra le due realtà. Il protocollo consentirà ai volontari della Comunità di Sant'Egidio di "effettuare colloqui personali e attività di sostegno materiale e spirituale ai detenuti, realizzare iniziative culturali e inter-religiose, laboratori di pace sui temi della convivenza e dell'integrazione, attività artistiche, manuali e musicali, in una prospettiva di reinserimento".
Inoltre, dopo attenta valutazione, potrà essere offerta ad alcuni detenuti l'opportunità di svolgere attività di volontariato e servizi di pubblica utilità presso strutture di assistenza e aiuto in città. Verrà favorito l'accesso in carcere a mediatori interculturali, che "a titolo gratuito - si legge nel protocollo - aiutino i detenuti a mantenere legami significativi con le comunità di appartenenza e a vivere la libertà religiosa".
L'accordo fa seguito ad analoghe convenzioni stipulate dalla Comunità di Sant'Egidio in altre regioni e città italiane. La stretta sinergia fra gli istituti carcerari e Sant'Egidio punta ad abbattere quel muro di separazione che ancora troppo spesso separa il carcere dal mondo esterno e intende "richiamare l'attenzione dell'opinione pubblica - spiegano da S. Egidio - sul valore riabilitativo e rieducativo della pena, così chiaramente espresso nella nostra Costituzione. Non solo: occorre far crescere intorno a noi, nelle nostre città, una nuova sensibilità, più solidale e aperta alle necessità dei poveri, anche di quelli "invisibili", relegati nelle carceri".
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 27 aprile 2020
Narges Mohammadi, coraggiosa difensora dei diritti umani in Iran, è in condizioni di salute critiche: ha un coagulo di sangue nei polmoni e, dopo ripetuti periodi di prigionia, ha sviluppato disturbi neurologici che le provocano convulsioni e paralisi parziali temporanee. Nel 2016 è stata condannata a 16 anni di carcere per aver diretto una campagna per l'abolizione della pena di morte e aver denunciato un'ondata di attacchi con l'acido contro le donne.
Per ridurre il rischio di contagi da Covid-19 nei centri di detenzione del paese, le autorità iraniane hanno rilasciato decine di migliaia di detenuti tra cui anche alcuni difensori dei diritti umani e prigionieri di coscienza. Narges Mohammadi ha bisogno di uscire dal carcere al più presto. Amnesty International ha lanciato un appello in suo favore.
di Ornella Favero*
Ristretti Orizzonti, 26 aprile 2020
Ma quale potrebbe essere la Fase 2 in carcere? Quando riapriranno le sale colloqui? Quando rientrerà il Volontariato? Quando finirà quel "distanziamento sociale" che nelle galere si è esercitato solo nei confronti della società esterna, scuola e volontari, che sono stati subito messi fuori, mentre tra detenuti continua la più rischiosa vicinanza? Sono domande che il Volontariato non si limita a porre astrattamente, ma a cui vorrebbe collaborare a trovare delle risposte.
di Stefano Vladovich
Il Giornale, 26 aprile 2020
"Impossibile fermare i contagi". Sessanta positivi fra i detenuti solo alle Vallette, a Torino, 14 contagiati anche fra le guardie penitenziarie. Venerdì a Roma il secondo caso in pochi giorni. Giuseppe Q., 47 anni, dal braccio G11 di Rebibbia viene trasferito d'urgenza al Sandro Pertini, uno degli ospedali attrezzati Covid 19 della capitale. Qui viene intubato. Ma le sue condizioni sono gravi tanto che viene deciso il trasferimento al policlinico Umberto I e ricoverato in coma indotto nel reparto di terapia intensiva. Era accaduto già a una detenuta, Susanna L., 34 anni. Adesso l'intera ala al primo e secondo piano è in isolamento totale dal resto della struttura che conta già 26 positivi.
camerepenali.it, 26 aprile 2020
Documento dell'Osservatorio Carcere Ucpi sulla grottesca vicenda del detenuto ammesso alla detenzione domiciliare per motivi gravi di salute.
L'Unione Camere Penali Italiane, con il proprio Osservatorio Carcere, denuncia gli attacchi gratuiti e strumentali, in un momento così drammatico per il nostro Paese, mossi ad alcuni magistrati, colpevoli - senza appello - di aver applicato le norme contenute nel nostro ordinamento e che nessun tipo di condanna, sia essa per mafia o per reati di minore allarme sociale, può mai cancellare.
di Giuliano Foschini
La Repubblica, 26 aprile 2020
L'allarme del procuratore nazionale antimafia: "Le mafie non hanno burocrazia, dobbiamo fare in fretta. Il sostengo alle imprese non è prorogabile, il rischio usura è enorme". Il procuratore nazionale antimafia Federico Cafiero de Raho è uomo di parole assai misurate. Per questo la scelta che ne fa, in questa occasione, è assai importante. "I mafiosi non possono tornare a casa. È impensabile fare uscire detenuti al 41 bis per l'emergenza Coronavirus. Bisogna curarli, assicurare loro tutte le protezioni. Ma rimandarli nelle loro abitazioni, seppur agli arresti, significa riconsegnare un pezzo di Paese alla criminalità organizzata. E, dunque, alla disperazione. Alla povertà. Far tornare i mafiosi a casa non significa aprire soltanto un'emergenza criminale. Ma accendere una bomba sociale. Economica".
di Liana Milella
La Repubblica, 26 aprile 2020
"Gravi bugie sui boss scarcerati" ma Cutolo ha già chiesto di uscire. Il Guardasigilli annuncia un decreto d'intesa col presidente dell'Antimafia Morra che obbliga a sentire la procura nazionale Antimafia e le singole procure prima di liberare mafiosi e camorristi.
di Alessia Lambazzi
2duerighe.com, 26 aprile 2020
Dopo le rivolte di marzo, si accendono nuovamente i riflettori sul carcere. Questa volta la pietra dello scandalo è la scarcerazione di Francesco Bonura, boss detenuto in regime di 41bis, trasferito agli arresti domiciliari a seguito di un provvedimento del Tribunale di Sorveglianza di Milano. Una parte del Paese ha gridato allo scandalo paventando l'uscita in massa dal carcere di altri capimafia, legando a doppio filo la vicenda di Bonura e la possibilità che a qualcun altro possa toccare la stessa sorte al rischio del contagio per il coronavirus. Ma la realtà ci racconta una storia diversa e non permette fughe nel sensazionalismo.
Nino di Matteo, magistrato consigliere del Csm, è stato tra i primi a commentare la notizia definendola "un'ulteriore grave offesa alla memoria delle vittime e all'impegno quotidiano di tanti umili servitori". Un chiaro riferimento alla stagione della Trattativa stato-mafia da parte del magistrato che guidò il processo in quel periodo, una dura critica allo Stato che "sta dando l'impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte". Accuse altrettanto potenti nei confronti dell'esecutivo anche da parte dell'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini, il quale ha imputato al governo l'esistenza di uno scenario in cui, dopo l'approvazione delle misure di emergenza per le carceri previste dal Dl Cura Italia, "gli italiani sono chiusi in casa, controllati con i droni e gli elicotteri, e i boss mafiosi vengono scarcerati".
Da parte sua, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha smentito le dichiarazioni rese dal Senatore della Lega ricordando che "tutte le leggi approvate da questa maggioranza e riconducibili a questo governo sanciscono esplicitamente l'esclusione dei condannati per mafia (ma anche di qualsiasi reato grave) da tutti i cosiddetti benefici penitenziari", ma ci ha tenuto ad aggiungere che il Governo si sta attivando per effettuare le verifiche del caso, pur nel rispetto dell'autonomia della magistratura.
Riferimenti al dolore delle vittime dirette e indirette della mafia, attacchi espliciti allo Stato responsabile di aver cancellato una pagina dolorosa della storia del nostro paese. Urge un po' di chiarezza.
Ci ha pensato il Tribunale di Sorveglianza di Milano ad arginare le polemiche diramando una nota esplicativa con la quale ha informato che "nel caso concreto si tratta di un detenuto di anni 78, affetto da gravissime patologie cardiorespiratorie e oncologiche, condannato alla pena temporanea di anni 18 mesi e 8 di reclusione, che avrà termine naturale tra meno di 11 mesi, potenzialmente riducibili a 8 per la concessione delle liberazione anticipata", aggiungendo poi che il differimento della pena è stato disposto "anche tenuto conto dell'attuale emergenza sanitaria e del correlato rischio di contagio, indubbiamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere, che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani e affetti da serie patologie pregresse".
Ecco, la chiave è in quella semplice ma fondamentale parola: anche. Il provvedimento attuato dai giudici di sorveglianza segue norme ordinarie e non ha a che fare direttamente con l'emergenza epidemiologica che il paese sta attraversando. Da rivedere è il nesso causa-effetto che lega la scarcerazione di Bonura all'emergenza coronavirus: il rischio del contagio non è alla base del provvedimento, semmai è un'aggravante da tenere in considerazione nel rispetto di quei dettati costituzionali che vietano l'attuazione di pene contrarie al senso di umanità e rendono la tutela della salute un diritto fondamentale, inderogabile, di ogni essere umano.
Francesco Bonura è anziano ed è affetto da gravi patologie, dai suoi legali Giovanni Di Benedetto e Flavio Sinatra apprendiamo, tra l'altro, che "nel contesto della lunga carcerazione Bonura ha subito un cancro al colon, è stato operato in urgenza e sottoposto a cicli di chemioterapia; di recente i marker tumorali avevano registrato una allarmante impennata".
L'ordinamento penitenziario e il codice penale non lasciano spazio a dubbi: è previsto il differimento dell'esecuzione della pena per tutti quei soggetti che, sottoposti a restrizione della libertà, in ragione della presenza di condizioni di grave infermità fisica risultano incompatibili con il regime penitenziario.
Condizioni di salute particolarmente gravi, l'esclusione del rischio di fuga nonché di reiterazione del reato e un residuo di pena inferiore a quattro anni sono elementi necessari per essere ammessi alla detenzione domiciliare, con la possibilità di scontare la restante pena presso l'abitazione del condannato, ma anche "in altro luogo di privata dimora ovvero in luogo pubblico di cura, assistenza o accoglienza". Nel caso preso in esame le premesse sussistono tutte. Nessuna irregolarità, nessun trattamento di favore, nessuna liberazione di massa insomma. A meno che il diritto alla salute non sia considerato una gentile concessione o, peggio, un privilegio appannaggio esclusivo dei cosiddetti buoni e onesti cittadini.
L'articolo 41bis si inserisce inizialmente all'interno dell'ordinamento penitenziario come norma di salvaguardia alla quale ricorrere in situazioni di emergenza sospendendo le normali regole di trattamento dei detenuti per ristabilire all'interno delle carceri l'ordine e la sicurezza violati. Da misura emergenziale e quindi temporanea, il 41bis cambia pelle. Siamo nel 1992, all'indomani delle stragi di Via D'Amelio e di Capaci, quando viene introdotto il regime speciale per i mafiosi, il cosiddetto carcere duro, non più in ragione del mantenimento di una sicurezza interna ma per motivi di sicurezza pubblica esterna.
Il 41bis da quel momento in poi ha assunto un valore altamente simbolico in Italia e sembra che le posizioni a favore del suo mantenimento o della sua abrogazione definiscano in maniera netta i paladini dell'antimafia e i nemici della giustizia. Non c'è da stupirsi: le questioni relative al carcere hanno da sempre il potere di collocarsi direttamente nella sfera della morale, e chiunque allontani il discorso dalla forca ripulendolo dal giustizialismo che gli appartiene intrinsecamente diventa a fasi alterne buonista, ingenuo o, al contrario, complice dei cosiddetti criminali.
La prigione stabilisce confini ben definiti e marca una linea illusoria tra il mondo dei buoni e il mondo dei cattivi, è quel luogo senza tempo in cui si tenta di annullare il divenire inchiodando la persona ad un ruolo dal quale mai potrà essere definita o esaurita. È il richiamo alla dimensione del sacro nella misura in cui si configura come un microcosmo separato, in senso spaziale e simbolico, dal resto della comunità. Oltre il cancello che si chiude rumorosamente alle spalle di chi ne varca la soglia, si incontra l'ulteriore condanna all'invisibilità: quel che non viene nominato, si sa, non esiste. E quando il sommerso tenta di emergere non lo fa con la voce autentica di chi vi abita, ma attraverso l'impersonalità dei numeri. Non è la verità di un volto ad essere ricordata, ma il reato. Non una storia di vita, ma un fotogramma rubato.
Nell'ottica manichea che costringe a stare, metaforicamente, da una parte o dall'altra del muro pena la perdita della propria credibilità non è difficile comprendere le ragioni per cui il ministro della Giustizia italiano avverta la necessità immediata di specificare che, no, il Dl Cura Italia non prevede l'uscita dal carcere dei mafiosi. È meno comprensibile l'atteggiamento manipolatorio di chi fa appello al dolore delle vittime riportando alla luce lo strappo lacerante della perdita, un dolore privato che non potrà essere lenito dalla consapevolezza della sofferenza di chi quella perdita l'ha causata; o l'atteggiamento altrettanto discutibile di chi instilla negli italiani il pensiero malsano che il rispetto della dignità di qualcuno implichi la perdita delle proprie libertà fondamentali.
Il mantenimento di uno Stato di diritto in cui tutti i cittadini possano fare appello al rispetto della propria dignità giova a tutti noi, anche quando sembra non riguardarci. Se adottiamo questo punto di vista quel cancello del carcere che si chiude rumorosamente non sarà sufficiente a spogliare le persone della propria umanità. E i confini, anche quelli più netti, potranno essere ridisegnati nella mente di chi intende superarli.
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