Napoli. Il Garante dei detenuti di Napoli scrive a Bonafede: "Pianificare una fase 2 per le carceri"
Il Riformista, 25 aprile 2020
Il Garante dei detenuti di Napoli Pietro Ioia ha scritto una lettera aperta al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. Riportiamo di seguito il testo integrale.
Gentile Ministro Bonafede, ho pensato di scriverle una lettera aperta per condividere con Lei alcune osservazioni e per farle un invito. Le scrivo con l'immediatezza che tanto mi caratterizza, quella che spesso viene letta come irruenza, che in realtà è la passione che metto nelle cose. Soprattutto quando si parla di persone ristrette.
E quando si parla del mio operato, del lavoro che quotidianamente mi impegna da vent'anni. Sono un ex detenuto. Sono garante dei diritti delle persone detenute. La prima affermazione è un'etichetta che continuo a sentire sulla mia pelle, la seconda è una realtà che ho conquistato con dignità, sacrificio e tanto lavoro, su me stesso e sugli altri. L'etichetta che ti lascia il carcere dovrebbe piano piano essere cancellata dalla pelle dei detenuti. Con la dignità, il sacrificio e il tanto lavoro, appunto. E con la fine della pena la persona che esce da un penitenziario dovrebbe avere la possibilità di raggiungere obiettivi diversi, dovrebbe poter conquistare la propria libertà con il lavoro, inserendosi in un circolo positivo che aiuta se stessi e la società tutta.
Quando sono stato nominato garante sembrava che l'etichetta fosse del tutto e finalmente svanita. L'obiettivo tanto cercato era stato raggiunto: sulla mia pelle l'etichetta scompariva e inoltre potevo aiutare altre persone detenute ad ottenere lo stesso. Gli attacchi che ho subito e che continuo a subire sono in contraddizione con le mie conquiste.
Le mie conquiste, i risultati che io ho raggiunto, prima di essere mie, sono le conquiste e i risultati di una società giusta e democratica. Sono una Sua conquista, il Suo obiettivo raggiunto, gentile Ministro. La Costituzione e i forti valori in essa contenuti sono miei e suoi, sono miei e della Polizia Penitenziaria. Sono miei e sono dei Garanti, degli educatori e delle persone che amministrano le carceri. Sono una conquista e un risultato del nostro popolo. Il mio obiettivo raggiunto, quello di aiutare altri ad uscire con dignità e con prospettive diverse da quelle legate alla criminalità, è una conquista per tutti.
I 1.600 € donati ad aprile dai detenuti di Poggioreale all'Ospedale Cotugno di Napoli sono una conquista, perché sono il risultato di una politica penitenziaria efficace. Così come lo sono le mascherine prodotte dai detenuti di Secondigliano e di altri Istituti Penitenziari italiani, destinate a chi vive e lavora dentro e fuori dal carcere. Potrei parlarle ancora a lungo dei paradossi e delle critiche, e farle tanti altri esempi di una realtà penitenziaria positiva, ma quello che mi più mi preme è andare oltre, pensare all'immediato futuro. In questi giorni sentiamo parlare ed attendiamo in Italia una fase 2 che ci permetterà di uscire dall'emergenza che stiamo vivendo, leggo continuamente (e giustamente) di come mettere in sicurezza i nostri ospedali, di come riaprire le aziende e le scuole, per consentire a noi persone libere di recuperare una qualche forma di normalità. Ma purtroppo difficilmente ho sentito parlare di una fase 2 per le carceri.
Sono indelebili nei nostri cuori le terribili immagini delle rivolte penitenziarie di marzo, che hanno fatto temere il rischio di una escalation, scongiurata solo grazie al lavoro di tutti quelli che si occupano delle carceri. Rivolte nate dalla paura di ciò che stava accadendo, dall'amplificazione di ogni notizia che viene da fuori - che, mi creda, rimbomba all'interno di quattro mura - dal non aver saputo comunicare in modo adeguato alla popolazione carceraria il perché della sospensione dei colloqui con i familiari.
Gentile Ministro mi creda se le dico che, per chi vive la restrizione della propria libertà, il colloquio con l'esterno è una vera e propria ragione per andare avanti.
Per questo Le chiedo di pianificare una fase 2 per le carceri fin da adesso, che potrebbe coinvolgere i detenuti e i professionisti che operano in ambito penitenziario ed extra penitenziario, per una progettazione partecipata, che venga dal basso, che sappia trovare soluzioni per una transizione serena dall'emergenza. Si potrebbe lavorare insieme per dare spazio alle misure alternative, alla giustizia riparativa e di comunità, puntare concretamente sulla rieducazione dei detenuti attraverso la formazione, il lavoro e il mantenimento dei legami familiari.
Rischiamo, altrimenti, fin da subito, che la paura e il vuoto vissuti dai detenuti e dai loro familiari possano dirigerci in senso opposto, suscitando nuove tensioni. La invito, dunque, a venire a Napoli quando inizierà la fase 2 del nostro Paese, per entrare insieme nei reparti delle case circondariali di Poggioreale e di Secondigliano, nel carcere minorile di Nisida e in quello femminile di Pozzuoli.
Lavoriamo insieme, affinché questa emergenza possa essere un'occasione di cambiamento, in direzione di quel circolo positivo di cui parlavamo. La lascio infine con un augurio e con una promessa. Auguro a lei e a tutti noi di superare questo momento difficile e di saper ripartire con orgoglio e a testa alta, potendo dire a noi stessi che abbiamo fatto di tutto per uscirne insieme. Io, nel mio piccolo, Le prometto che continuerò a lavorare duramente affinché i detenuti che incontrerò sulla mia strada possano realmente inserirsi in un circolo virtuoso, lontano dal crimine. Insieme, semplicemente, sarebbe più facile.
di Simona Musco
Il Dubbio, 25 aprile 2020
La maggioranza M5S-Pd dice sì agli ordini del giorno che depotenziano la nuova norma. Ma l'Ucpi proclama lo stato d'agitazione. Il processo da remoto è legge, ma solo per finta. Dopo aver fatto cadere tutti gli emendamenti con la fiducia al "Cura Italia", il governo ha infatti accolto l'ordine del giorno presentato da Forza Italia - modificato così come proposto dal Pd - che rimanda al prossimo decreto una riformulazione della norma sulla smaterializzazione del processo, riducendola, di fatto, a pochi casi.
Un vero e proprio dietrofront, ancora più significativo alla luce delle modalità con le quali il processo da remoto è stato introdotto: un emendamento d'urgenza, sconfessato, poi, dagli ordini del giorno non solo dell'opposizione, ma anche di Pd e Italia Viva.
L'impegno del governo è di modificare la norma prevedendo che siano esclusi dalla modalità virtuale le udienze di discussione e quelle nelle quali devono essere esaminati testimoni, parti, consulenti o periti, salvo diverso accordo tra le parti. Insomma, per le udienze istruttori, requisitorie e arringhe toccherà essere in aula. Un impegno apprezzato dall'Unione delle Camere penali, che però non si fida, dichiarando lo stato d'agitazione.
Ad esultare è soprattutto il forzista Enrico Costa, che aveva anche chiesto un impegno del governo a non prorogare oltre il 30 giugno la validità della norma e l'esclusione, dalla modalità "da casa", della produzione documentale.
"È un processo da remoto che, nei fatti, non c'è più - commenta al Dubbio. Rimangono davvero poche cose, come l'udienza filtro e l'udienza di rinvio". La norma, al momento, è inefficace, data la sospensione delle udienze - escluse quelle urgenti - fino all'11 maggio, giorno in cui la modalità virtuale sarebbe diventata effettiva. Il che garantisce un tempo sufficiente per approvare le modifiche, "probabilmente insieme al rinvio, al primo settembre, dell'entrata in vigore della norma sulle intercettazioni, per la quale c'era già un nostro emendamento al quale era stato dato parere favorevole in Commissione", aggiunge Costa.
Il dietrofront, per l'ex ministro, ha un significato ben preciso: "superficialità. È facile scrivere un emendamento dicendo che si fa il processo da remoto, ma realizzarlo è una cosa diversa". L'attacco è al M5s, di cui il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è espressione, da sempre orientato ad un'idea davighiana del processo.
E non è un caso, per Costa, che proprio Piercamillo Davigo abbia chiesto al Csm di ragionare su una "sistematizzazione" della modalità da remoto. I grillini, aggiunge il deputato forzista, "non hanno mai avuto particolare attenzione ai principi del dibattimento e del processo accusatorio.
Per loro è un orpello, mentre sono importanti le indagini preliminari, il titolo del giornale. L'accusa, per loro, è sentenza, le tesi sono quelle del pm, della polizia giudiziaria, della conferenza stampa iniziale. Il resto è tutto un fastidio - aggiunge -, lo abbiamo visto con la prescrizione: per loro il processo può durare in eterno. Ma qui non si tratta di pagare una multa, c'è in gioco la libertà personale".
Ma le modifiche lasciano soddisfatta anche parte di quella maggioranza di cui Bonafede fa parte. E così, per i deputati dem Alfredo Bazoli, Walter Verini e Franco Vazio la promessa smussatura della norma "consente di rimuovere le preoccupazioni che da parti significative di avvocatura e magistratura erano pervenute", circa i rischi di compromissione "dei diritti di difesa e un adeguato contraddittorio", in attesa, finita l'emergenza di "di affrontare, al riparo da urgenze, il tema del processo telematico", con una discussione "che tenga conto di tutti i delicati interessi e aspetti che coinvolge".
Soddisfatta anche la capogruppo di Italia Viva Lucia Annibali, che aveva chiesto la stessa modifica con un ordine del giorno firmato da tutti i capigruppo di maggioranza in Commissione giustizia. "Un primo passo avanti - sottolinea - ma ci aspettiamo di poter discutere e approfondire in Parlamento innovazioni così profonde del processo penale su cui resta ferma la contrarietà di Italia Viva".
Sulla modalità da remoto anche il Garante della Privacy, Antonello Soro, aveva sollevato obiezioni, relative alla sicurezza delle piattaforme utilizzate per le udienze e la conservazione dei dati. Osservazioni contenute in una lettera - nella quale veniva contestata anche la mancata consultazione del garante, prevista per legge - alla quale Bonafede ha risposto nei giorni scorsi, ma i cui contenuti non sono ancora noti - tanto da far infuriare Costa, che ne ha chiesto contezza -, in attesa di una risposta da parte di Soro.
Il garante aveva accolto, nella sua missiva, tutte le perplessità sollevate dall'Unione Camere penali, in prima linea, assieme al Consiglio nazionale forense, contro la compressione dei diritti del giusto processo, messi in discussione dalla sua smaterializzazione.
E mentre si attende la "Fase 2" del processo da remoto, sindacati e ministero hanno siglato una bozza d'accordo per la graduale ripresa dell'attività degli uffici dell'amministrazione giudiziaria non limitata più ai soli casi indifferibili e urgenti, orari sfalsati per i dipendenti con la settimana lavorativa che passerebbe da 5 a 6 giorni e consolidamento della via digitale con le video-conferenze.
ansa.it, 25 aprile 2020
In arrivo una Circolare per i direttori delle carceri. Le istanze alla magistratura di sorveglianza dei detenuti appartenenti al circuito dell'alta sicurezza o sottoposti al 41bis dovranno essere trasmesse alla Procura Nazionale Antimafia e a quella Distrettuale. È quanto potrebbe prevedere una Circolare, secondo quanto si apprende da fonti di Via Arenula, a cui sta lavorando il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria, destinata ai direttori delle carceri.
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 25 aprile 2020
Il Guardasigilli attiva gli ispettori. Nel 1997 Domenico Perre fu tra i rapitori dell'imprenditrice Alessandra Sgarella tra Milano e la Calabria, gli mancano da espiare 2 anni sui 28 di condanna per sequestro di persona, e a tutt'oggi "non ha effettuato alcuna revisione critica" della propria malavita, salvo quel "comportamento carcerario corretto" che gli ha detratto 5 anni di "liberazione anticipata" (45 giorni di pena ogni sei mesi espiati).
Ma ora l'equipe sanitaria e la direzione del carcere di Opera evidenziano che il 64enne, "affetto da cardiopatia ischemica e sotto attenzione clinica dal 2013, è a rischio di complicanze" con "specifico riguardo al correlato rischio contagio per Covid-19", rispetto al quale Opera fa presente "l'impossibilità di garantire l'isolamento in camera singola": per questa "situazione sanitaria eccezionale", e visto l'"ormai non lontano fine pena" a maggio 2022, la giudice di sorveglianza milanese Rosanna Calzolari ne ha disposto il differimento della pena ai domiciliari a casa della moglie a Platì (Reggio Calabria).
È una decisione analoga a quella che - tra le polemiche di Giorgia Meloni (FdI) e dei parlamentari della Lega, e gli ispettori attivati dal ministro Bonafede - il Tribunale di Sorveglianza di Sassari adotta su Pasquale Zagaria, 60enne fratello del camorrista capoclan dei "Casalesi" Michele Zagaria, detenuto al 41bis a Nuoro con condanna a 20 anni, in cura per un tumore.
Quando il reparto dell'ospedale di Sassari dove faceva la chemio è stato chiuso e riconvertito in area Covid, il Tribunale ha chiesto al ministeriale Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di trasferirlo in altro istituto che gli assicurasse le terapie necessarie: ma dal Dap "non è giunta alcuna risposta", e i giudici ne hanno allora disposto 5 mesi di detenzione domiciliare a Brescia. "Tutti i passaggi che si stavano compiendo - ribatte il Dap - sono stati oggetto di comunicazione al Tribunale con almeno tre mail, ultima il 23 aprile".
A situazione diversa, diversa decisione a Milano sull'81enne boss catanese Nitto Santapaola, detenuto come Perre a Opera: qui la giudice Paola Caffarena nega la detenzione domiciliare perché "è ristretto in regime di 41bis, quindi in celle singole e con limitazioni che lo proteggono dal contagio". In tutte queste polemiche - come giorni fa nel differimento pena di Francesco Bonura, con il consigliere Csm Nino Di Matteo entrato a gamba tesa sulla giurisdizione tacciando i giudici di "dare l'impressione di piegarsi alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte nelle carceri" in marzo - non si tratta di benefici penitenziari.
E nemmeno c'entra il decreto legge Bonafede che (in prevenzione anti-virus) apre alla detenzione domiciliare negli ultimi 18 mesi di pena ma esclude mafia (quindi i 41bis) e una serie di reati ostativi tra cui il sequestro di persona. È invece l'applicazione o meno di una norma che esiste dal 1975 (e prima dal 1930) per i casi di "grave patologia", senza preclusioni sui reati.
di Michele Passione
societadellaragione.it, 25 aprile 2020
La Società della Ragione, ci chiamiamo; e allora uno si aspetta che prevalga il pensiero, la riflessione meditata. Del resto, dall'inizio del lockdown ci dicono che questa forzosa distanza dagli altri dovrebbe favorire una presa di contatto con noi stessi. "Scrivi di noi", dice Sam a Charlie in Noi siamo infinito. Così, provo a farlo, facendo parlare il cuore, ché la ragione è annichilita dall'irragionevole profluvio di voci urlanti e provvedimenti extra ordinem.
Ma scrivo di me, perché non ho la presunzione di credere che il mio pensiero sia quello di tutti, e mi guardo bene dall'auguramelo. Mi piace il meticciato. E tuttavia, poiché non sono una persona speciale, credo che per chi fa questo mestiere, ed ha qualche dimestichezza con la galera, queste poche righe che seguono contengano tracce di storie comuni. Non l'avrei mai pensato, e mi fa impressione pensarlo, e scriverlo, ma il carcere mi manca.
Quello dopo Cristo, come lo chiamava Sandro Margara (e mi manca anche Lui, tanto); quello che da quasi trent'anni frequento. Mi manca andare nel posto dove trovo il senso profondo della mia professione, della mia vecchia toga. Mi manca l'incontro e lo sguardo, la mano che si stringe; il tempo perso nell'attesa che la porta si apra, il clangore quotidiano. Queste cose qui, che sono l'immagine repellente di una Umanità nascosta, cui cerchiamo di dare voce, ciascuno a suo modo.
Solo che, proprio in questo momento, la luce si è spenta, e donne e uomini (e bambini) dentro le mura sono ancora più soli; neanche il virus maledetto fa chinare lo sguardo su quei volti segnati, nell'auspicata empatia che merita un fratello che inciampa. Entriamo sempre meno nelle prigioni; prima ci provano la febbre, per far finta di essere sani. Facciamo processi in remoto, senza vedere e sentire davvero il corpo e la voce di chi è in carcere. Oppure facciamo prima, li rinviamo proprio, naturalmente sospendendo i termini di custodia cautelare dei presunti innocenti.
C'è chi ha pensato che la costrizione forzata alla distanza dall'altro avrebbe favorito un riavvicinamento al senso della libertà, anelito incomprimibile e costituzionalmente tutelato, consentaneo alla natura dell'essere umano, ma per molti benpensanti funziona ancor meglio il capro espiatorio, l'altro da sé.
A me invece tornano in mente le parole meravigliose di Jesmyn Ward, nel suo "Salvare le ossa", in cui l'arrivo dell'uragano Katrina sconvolge una realtà di miseria, rafforzando ancor di più i legami tra le persone. Mentre i ricchi bianchi si mettono in salvo, sbarrando assi alle finestre per combattere acqua e vento, c'è chi si stringe l'un l'altro ai fianchi per non annegare. Viene in mentre Vittorio Arrigoni, che invitava a restare umani durante le giornate terribili del Piombo Fuso. Vengono in mente le due meravigliose figure de "Le nostre anime di notte", di Kent Haruf, dove sfidando il pregiudizio due pezzi (due pazzi?) di vita alla fine, ma non certo finita, si prendono per mano, ascoltando il loro cuore. "Il cuore; fai parlare quello", mi han detto. "Non so se ci riesco", ho risposto. Non so se c'entra con la galera, ma quel muscolo non smette mai di pompare, fuori e dentro le mura.
di Michele Passione
Il Riformista, 25 aprile 2020
Nei giorni scorsi un Magistrato di Sorveglianza milanese è stato scompostamente attaccato, inverando la realtà, per aver concesso la detenzione domiciliare ad un detenuto gravemente malato cui mancavano pochi mesi al fine pena. Ovviamente, pur essendo stato applicato l'art. 47 ter, comma 1 ter o.p., e sebbene sussistessero tutti i requisiti di legge (e di umanità), si è sostenuto che la decisione è un favore alla Mafia, una cessione dello Stato, il frutto dei provvedimenti governativi, e altre amenità del genere. Invece, qualche giorno dopo, ecco che arrivano due provvedimenti di segno opposto, sui quali nessuno fa sentire la sua voce.
Lo facciamo qui. Col primo, il Magistrato di Sorveglianza di Verona ha respinto analoga richiesta (anni tre di reclusione), malgrado la dichiarazione di incompatibilità al regime detentivo del condannato, trasmessa dal Direttore della Casa Circondariale, attesa l'allegazione sanitaria dalla quale risulta che il condannato è risultato positivo alla Sars - CoV2.
Nell'occorso, si segnalava l'asintomaticità dell'interessato, il pericolo di insorgenza repentina di insufficienza respiratoria anche grave che non è certamente gestibile in carcere, l'impossibilità di mantenere il distanziamento sociale, dal che consegue una seria minaccia per la salute degli altri detenuti, della polizia penitenziaria e degli altri operatori in genere.
Testuale. A tali considerazioni il Magistrato ha opposto come non sia scontato che la grave infermità sopraggiunga, a causa dell'asintomaticità, e che comunque una eventuale crisi respiratoria risulta meglio fronteggiabile in carcere che non al domicilio, laddove un soggetto abitasse da solo e non fosse perciò in grado di chiamare l'ambulanza. La normativa evocata, ancora, sarebbe posta a tutela della salute del condannato, e non della salute di altri.
Una strana concezione della salute come bene pubblico, nel dispregio assoluto sul punto dei dicta convenzionali, che impongono l'apprestarsi di tutele in via preventiva a salvaguardia della salute. L'art.3 della C.edu è diritto inderogabile, uno dei quattro core rights cui non è consentito mai fare eccezione, neanche in tempo di guerra.
Ancora. Il Magistrato di Sorveglianza di Bari ha dichiarato inammissibile l'istanza di detenzione domiciliare proposta negli stessi termini, con specifico riferimento all'esigenza di contenere i rischi connessi alla diffusione del Covid - 19, nella quale erano diffusamente segnalate le comorbilità del detenuto, i precedenti giurisprudenziali ammissivi di analoghe richieste, le indicazioni dell'OMS, la corretta lettura del bene della salute, presidiato dalla Carta costituzionale e da quella di Nizza. Motivo: l'assenza di firma digitale da parte del difensore.
Inutile segnalare che neanche il protocollo del Primo Presidente della Suprema Corte per l'invio degli atti prevede ciò, e così anche il decreto della Presidente della Corte Costituzionale. Un'istanza trasmessa via pec, firmata dal difensore, allegata in pdf, con procura speciale del detenuto. E vogliono il processo in remoto. Di remoto c'è un retrogusto di vuoto; di umanità, di empatia, di lungimiranza.
di Paola Colasanto
lincontro.news, 25 aprile 2020
La presentazione della domanda di asilo non è soggetta ad alcun vincolo di forma né esige la presenza fisica del richiedente presso la Questura. La Pubblica Amministrazione ha il dovere di garantire l'effettivo esercizio del diritto di asilo ai richiedenti detenuti presso gli istituti di pena, quale che sia la forma con cui hanno chiesto protezione. È dovere della Questura garantire l'esercizio del diritto alla protezione internazionale per i cittadini stranieri che ne facciano richiesta, anche quando si trovino ristretti presso gli istituti di pena, indipendentemente dalla forma con la quale abbiano manifestato tale volontà.
Con l'ordinanza del 4 aprile scorso emessa dal Tribunale di Torino, R.G. 5262/2020, è stato mosso un altro passo avanti nell'affermazione del diritto d'asilo, baluardo del rispetto della dignità umana. Il giudice torinese chiarisce, infatti, che la presentazione della domanda di asilo non è soggetta ad alcun vincolo di forma né esige la presenza fisica del richiedente presso la Questura. Tale richiesta potrà quindi essere validamente trasmessa a mezzo di posta ordinaria o posta certificata. Lo stato di detenzione, infatti, non può rappresentare un impedimento alla presentazione della richiesta di protezione ed al corretto svolgimento del procedimento amministrativo che ne segue.
Eppure, nella prassi nazionale si assiste ad un arbitrario esercizio del potere da parte della Pubblica Amministrazione: in alcuni casi sono gli istituti penitenziari a rifiutare la trasmissione della richiesta di asilo del detenuto alla Questura competente ed in altri casi è proprio quest'ultima, che, ricevuta la domanda, ne omette la registrazione o ne ritarda ingiustificatamente il compimento. La discrezionalità adottata dalla Pubblica Amministrazione nella gestione dell'accesso alla protezione internazionale è oramai tristemente nota e non soltanto quando riguarda le persone ristrette presso gli istituti di pena. Basti pensare alle lunghe code innanzi agli Uffici delle Questure da parte dei richiedenti, i quali sovente attendono mesi per potervi fare ingresso.
Ciò ha degli effetti estremamente dannosi se si considera anzitutto che la presentazione della richiesta determina la regolarizzazione del richiedente sul territorio, che seppur condizionata al giudizio della Commissione territoriale, attribuisce al cittadino straniero i diritti e i doveri connessi a tale status per tutto il tempo necessario alla conclusione del procedimento (tra cui: accesso all'accoglienza, al SSN). Cosa ancor più importante, lo mette al riparo da eventuali provvedimenti di allontanamento dal territorio che potrebbero costringerlo al rientro forzato nel paese di origine o di provenienza, ove la sua integrità psicofisica o la sua stessa vita sarebbero poste a rischio.
Pertanto, è evidente che la violazione delle regole e delle procedure da parte della Pubblica Amministrazione ha delle profonde ricadute su diritti fondamentali, che in alcun caso possono essere sacrificati per l'inerzia delle istituzioni deputate a garantire l'esercizio del diritto di asilo. Tutto ciò lede non soltanto la dignità delle persone che invocano protezione ma erode i principi supremi del nostro stesso Ordinamento tra cui eguaglianza, solidarietà, rispetto dei diritti umani, sulla base dei quali "ostentiamo" ogni giorno le nostre preziose libertà, conquistate con il sangue ed il sudore di qualcun altro.
di Vincenzo Maiello
Il Riformista, 25 aprile 2020
Il processo web cancella la Carta e spazza via il concetto arendtiano di verità come presidio contro i tiranni. Ora verità e fatti saranno decisi da loro: i boia populisti del diritto. La definitiva approvazione della disciplina che - sia pure col paradossale alibi della limitata vigenza - tiene a battesimo il dispositivo del processo penale telematico, meglio del processo che dematerializza l'aula di udienza e affida al circuito dei cristalli liquidi la partecipazione dei suoi protagonisti, permette di definire in tutta la sua sconcertante carica eversiva una decisione politica che reca i tratti della ribellione ai vincoli delle prescrizioni costituzionali e dei fatti - perciò, della verità.
E si sa che quando ciò accade, quando, cioè, un potere agisce nel disprezzo delle regole e dei principi costituzionali e dei fatti, assume connotazioni che lo proiettano nello spirito delle culture totalitarie. Dietro questa inusitata fuga in avanti, non sta solo l'archiviazione della tradizione e dell'ontologia del processo - e, dunque, il congedo dalla loro traduzione normativa nelle Carte costituzionali e nel diritto europeo dei diritti umani - bensì qualcosa di assai più grave e preoccupante per la tenuta di una democrazia fondata sui diritti, vale a dire la rottura del rapporto tra potere e verità.
Si tratta di un punto a mio avviso cruciale per comprendere la gravità di quanto accaduto. Il nesso tra esercizio politico della normatività e verità resta quello scolpito con straordinaria lucidità da Hannah Arendt, che nella verità individuò un elemento di durezza odiato dai tiranni i quali vi intravedono "la concorrenza di una forza coercitiva che non possono monopolizzare". Nella ricostruzione arendtiana la verità coincide con "i fatti" e col rispettivo carattere di "esasperante ostinatezza", la cui non modificabilità li rende limite invalicabile di ogni potere.
Allorché quest'ultimo aggira i fatti o promuova una loro conoscenza menzognera, oppure deliberi "contro i fatti", acquisisce il volto del totalitarismo. A fianco ai "fatti" di Hannah Arendt - o, se si vuole, dentro ad essi - l'epistemologia dei moderni Stati costituzionali di diritto annovera i diritti fondamentali, vale a dire le situazioni di valore individuale che concorrono a definire le basi di legittimazione del potere.
Questa digressione permette di svelare l'inquietante connotazione del monstrum del giudizio penale smaterializzato, vuoi perché clamorosamente distante dal paradigma costituzionale di giusto processo, vuoi in quanto si assume a fondamento della sua giustificazione asserti non veritieri poiché contrari a "fatti". Della violazione delle norme costituzionali si è abbondantemente disquisito in questi giorni: in evidenza è venuta, in buona sostanza, l'ampia e diversificata gamma di diritti e facoltà processuali che fanno capo alla presenza fisica innanzi al giudice e ai testimoni dell'imputato e del suo difensore, ma anche - e in maniera niente affatto marginale - l'esigenza del giudice di disporre del contatto diretto con le fonti di prova al fine di arricchire il patrimonio della conoscenza funzionale ad una pronuncia che salvaguardi l'in dubio pro reo.
Sul punto, è appena il caso di osservare come una responsabile opera di sensibilizzazione pubblica ai valori costituzionali non dovrebbe mancare di sottolineare che nel processo penale il conflitto tra esigenze repressive (motivate storicamente anche da bisogni di punizione solo simbolici, come dimostra l'esperienza del capro espiatorio) e protezione della libertà dell'accusato non va risolto - assecondando il crucifige populista - in favore delle prime, ma nella direzione opposta (ricordando che per assolvere è sufficiente un dubbio ragionevole e che per condannare occorre la certezza della responsabilità).
Ma è soprattutto sul terreno dei fatti e della contrarietà ad essi che la decisione legislativa sul processo penale dematerializzato (e, perciò, devitalizzato) sembra accampare una giustificazione che le conferisce una epistemologia dispotica. Invero, deve con risolutezza affermarsi come sia contrario ai fatti - quindi falso nei presupposti - l'assunto secondo cui dopo l'11 maggio, quando sarà cessata la paralisi normativa dell'attività giudiziaria, non sarebbe possibile celebrare i processi negli spazi fisici delle aule di udienza.
La natura arbitraria della tesi non è stata dimostrata solo dall'articolata proposta dell'avvocatura penale che ha convincentemente argomentato come possano trovare adeguato contemperamento la sicurezza delle parti e dei giudici e l'esigenza di trattazione dei processi, ma si ricava dalle molte altre attività il cui svolgimento è consentito ed in pratica avviene (basti pensare al lavoro nelle sedi parlamentari, ma anche all'esperienza dei tribunali tedeschi che continuano ad operare nelle aule con forme di opportuno distanziamento).
Parimenti contraria ai fatti è la decisione di prevedere che il giudice - che voglia ricorrere alla modalità di trattazione telematica - si assicuri che venga rispettato il contraddittorio, dal momento che ciò non è possibile stante l'irriducibilità del contraddittorio nella formazione della prova - fosse anche limitato all'esame del consulente, del perito o dell'ufficiale di p.g. - a forme di interazione diversa da quella fisica contestuale che si instaura tra l'interrogante e la fonte di prova escussa. Siamo, dunque, in presenza di una normativa ipotecata da una concezione potestativa del potere, insofferente ai vincoli del diritto ed alle pretese di una ragione che trae fondamento e conformazione dai fatti.
Una normativa affetta, perciò, da un deficit di cultura democratico/parlamentare, plasticamente testimoniata dalle modalità ancora una volta scelte per l'introduzione di un congegno tanto dirompente e traumatico per l'equilibrio del sistema, quanto fortemente polemogeno. Anziché seguire la via maestra del decreto- legge (o del d.d.l.), la maggioranza politica ha optato - come era già accaduto in occasione della riforma della prescrizione - per il ricorso all'emendamento successivamente blindato col voto di fiducia.
È avvenuto, così, che il commiato da un archetipo di giustizia penale pensato e strutturato per servire la causa delle ragioni dell'uomo (l'accusato, ma anche il giudice investito della più audace delle prerogative che la comunità politica si attribuisce), faccia il suo ingresso di sbieco nell'ordinamento dello Stato costituzionale di diritto, con modalità legittime ma oblique sul piano della responsabilità politico/istituzionale, che calpestano le prerogative di ampiezza e centralità del confronto parlamentare, mortificandone le potenzialità dialettiche e riducendo la democrazia rappresentativa a penosa parodia.
Certo, l'esautoramento del Parlamento non è vicenda dell'oggi. Dell'oggi è, invece, la sfrontata pervasività della pratica di strumentalizzare il fenomeno per varare riforme eversive della Costituzione e, perciò, deficitarie di ragioni spendibili nel circuito del confronto intersoggettivo delle idee. Del resto, di ciò sembrava si fosse resa conto la maggioranza della Commissione giustizia quando, qualche giorno fa, in un risveglio di coscienza critica e di orgogliosa resipiscenza identitaria votò la proposta di condizionare l'approvazione del Cura Italia allo stralcio della disciplina sul processo telematico. Purtroppo, sembra che le logiche di bassa Realpolitik abbiano miseramente prevalso e, con esse, le nubi dell'oscurantismo hanno spento barlumi di civiltà.
di Michele Giorgio
Il Manifesto, 25 aprile 2020
La protesta dei centri per i diritti umani per la morte in carcere dell'accademico e attivista. Era stato condannato a 11 anni per aver "rotto il patto di fedeltà al sovrano". È spirato nell'infermeria del carcere Abdullah al Hamid, accademico, scrittore e attivista saudita per i diritti umani. "Morto per negligenza medica e per mancanza di cure adeguate alla gravità delle sue condizioni", denunciano Prisoners of Conscience e Alqst, un gruppo saudita per i diritti umani che opera al di fuori del Regno.
Condannato a 11 anni di carcere per le sue attività a sostegno dei diritti umani in Arabia saudita, al Hamid aveva avuto un ictus il 9 aprile ed era in coma da 15 giorni. Il 17 aprile Amnesty ne aveva chiesto la scarcerazione per le sue condizioni di salute, giudicate molto gravi. Invece le autorità saudite lo hanno trasferito dall'ospedale nel carcere di al Shumaisi a Riyadh dove il suo cuore ha cessato di battere nella notte tra giovedì e venerdì.
Tre mesi fa i medici avevano invano richiesto che l'attivista, che soffriva di ipertensione, si sottoponesse subito a un intervento cardiaco. Al Hamid, 69 anni, era stato tra i fondatori della Saudi Civil and Political Rights Association (Acpra). Aveva scritto sui diritti dell'uomo e sull'indipendenza della magistratura.
Nel marzo del 2012 era stato arrestato con Mohammad al-Qahtani, co-fondatore di Acpra, e condannato l'anno successivo con l'accusa di aver "rotto il patto di fedeltà al sovrano", "cercato di mettere a rischio la sicurezza del paese incitando al disordine" e di aver collaborato con "organizzazioni internazionali contro il Regno dell'Arabia saudita".
di Michela Aimar
ideawebtv.it, 25 aprile 2020
Tra i contagiati, 4 fanno parte del personale e altri 4 sono detenuti. Il Garante spiega che dopo un periodo non facile ora l'emergenza è controllata. Dopo le Rsa, ora l'attenzione rimane piuttosto alta anche nelle carceri, dove si presenta una situazione piuttosto similare.
Questo è il problema riscontrato per l'appunto all'interno della Casa di reclusione "Rodolfo Morandi di Saluzzo, dove alcuni detenuti ed alcuni membri del personale sono risultati positivi al test del Coronavirus. Nelle scorse settimane, in seguito alle rivolte avvenute all'interno dei luoghi di detenzione, è stato effettuato un trasferimento, precisamente da Bologna, verso il carcere Morandi di Saluzzo, ed il detenuto in questione, regolarmente messo in isolamento, ha comunque presentato i sintomi del Covid-19.
Questo episodio ha però scatenato le proteste dei detenuti, che visti negati gli incontri con i famigliari, ha trovato ingiusto questo trasferimento esterno, stesso pensiero condiviso anche da Paolo Allemano, garante dei diritti delle persone private e della libertà personale dei detenuti, il quale ci delinea in maniera chiara ed aggiornata, la situazione ad oggi, giovedì 23 aprile:
"Al momento è in corso uno screening con tampone di tutta la popolazione del carcere, detenuti e personale. La campagna, iniziata il 19 aprile, dovrebbe concludersi il 24. I positivi sono al momento 8, 4 tra i detenuti e 4 tra il personale. Sono in isolamento in struttura, nessuno ha sintomi rilevanti. Nell'insieme la situazione appare sotto controllo, dopo un periodo non facile causato dai trasferimenti legati alla rivolta. Una strategia che come garanti abbiamo contestato e che ha dato adito a proteste legittime da parte dei detenuti cui sono stati negati i colloqui "de visu" ma che si sono visti costretti alla coabitazione con estranei".
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