agenzianova.com, 24 aprile 2020
Il governo del Perù ha approvato un decreto che concede l'indulto a detenuti in situazione di vulnerabilità in 68 carceri del paese, a causa dell'emergenza sanitaria legata al nuovo coronavirus, Lo ha confermato all'emittente "Rpp" il ministro della Giustizia Fernando Castaneda, secondo cui il decreto verrà pubblicato oggi in gazzetta ufficiale.
"Il decreto stabilisce i criteri di selezione o identificazione dei gruppi, tra cui madri che vivono in carcere con bambini di età inferiore a tre anni, donne in gravidanza, adulti di età superiore ai 60 anni che non hanno commesso un reato grave, malati e detenuti che finiscono di scontare la pena nei prossimi sei mesi", ha detto Castaneda. Secondo il ministro saranno interessati dalla misura circa tremila detenuti. In Perù si registrano ad oggi un totale di 19.250 casi di contagio confermati e 530 morti. Tra i contagiati anche 113 funzionati dell'Istituto nazionale penitenziario e 500 detenuti, di cui 13 hanno perso la vita.
Nei giorni scorsi il presidente peruviano Martin Vizcarra ha annunciato un'estensione dello stato di emergenza decretato a causa della pandemia fino al 26 aprile. Nel paese, dove è in vigore la quarantena, le uscite sono limitate per sesso a seconda dei giorni. Il lunedì, il mercoledì e il venerdì potranno circolare solo gli uomini; il martedì, il giovedì e il sabato le donne, mentre domenica le uscite saranno proibite per tutti.
Gli spostamenti sono consentiti solo per l'acquisto di viveri o prodotti farmaceutici. Durante gli spostamenti è obbligatorio l'uso della mascherina. Venerdì 27 marzo il Congresso del Perù ha approvato a maggioranza il testo che assegna pieni poteri all'esecutivo, per un periodo di 45 giorni, nel quadro dell'emergenza causata dalla pandemia del nuovo coronavirus.
Il decreto prevede la restrizione dei diritti costituzionali relativi a libertà e sicurezza personali, inviolabilità del domicilio, libertà di riunione e transito nel territorio nazionale. La misura prevede anche la sospensione del trasporto internazionale di passeggeri per via aerea, marittima e terrestre, mentre potranno continuare a transitare le merci. Si dispone inoltre la chiusura dei negozi, ad eccezione di farmacie, banche e attività legate a generi di prima necessità e viene ridotto del 50 per cento il trasporto pubblico.
Lo scorso 19 marzo Vizcarra ha anche annunciato il coprifuoco notturno dalle 20 alle 5 del mattino. Parlando in conferenza stampa il capo dello stato ha dichiarato che la misura è stata presa perché c'è una piccola percentuale di persone che non rispetta le restrizioni imposte dallo stato di emergenza, e stanno per questo "giocando con la loro salute e con quella dei peruviani". "La maggioranza delle persone resta in casa, ma altri no. Le forze armate e la polizia nazionale del Perù saranno incaricate di fare rispettare rigorosamente questa misura, che non sarà valida solo per Lima, ma a livello nazionale", ha detto Vizcarra.
Sul fronte economico il governo ha annunciato che destinerà risorse pari al 12 per cento del suo Pil all'emergenza causata dal nuovo coronavirus. "L'impatto economico di quello che sta succedendo non ha precedenti e il piano economico che dobbiamo applicare deve essere un piano senza precedenti", ha detto il ministro dell'Economia e delle Finanze, Maria Antonieta Alva, in un'intervista con "Cuarto Poder". Il governo, ha spiegato, sta pensando allo sviluppo di un piano su due tappe: una di contenimento della crisi e uno di riattivazione dell'economia.
Nella prima fase di contenimento "l'esecutivo prevede di spendere 30 miliardi di sol (circa 8 miliardi di euro)". Nella seconda tappa, annunciata dal presidente della Banca centrale, "si prevede uno schema di garanzia di prestiti alle imprese per altri 30 miliardi di sol". Altri 8 miliardi di euro verranno messi in campo per la fase di riattivazione. "Abbiamo le risorse fiscali per adottare misure coraggiose ma necessarie", ha detto Alva.
di Giovanni Damele*
Il Foglio, 24 aprile 2020
Carceri e immigrati. Come una classe politica conscia delle fragilità del paese ha affrontato l'emergenza. Negli ultimi giorni, nella stampa internazionale si parla di un presunto "caso portoghese": di una gestione sorprendentemente efficace dell'attuale emergenza. Come spesso succede, è bene moderare i toni. Il Portogallo ha probabilmente goduto del confronto con altri paesi dell'Europa meridionale e soprattutto con la vicina Spagna.
È stato giustamente sottolineato, tra l'altro su questo giornale da Luciano Capone, come una parte del temporaneo e relativo successo portoghese sia dovuto anzitutto alla consapevolezza delle proprie fragilità, condivisa inizialmente forse più dalla società che dalle istituzioni portoghesi. Non è mancato poi chi abbia visto nell'attuale situazione portoghese, senz'altro meno drammatica di quella spagnola ma di certo non tra le migliori, l'influenza di variabili indipendenti dall'azione governativa: il caso (l'esplosione ritardata della pandemia) o il contesto (la scarsa densità della popolazione, alcuni elementi di scarso sviluppo sociale).
La fortuna, però, diceva Machiavelli, governa le nostre azioni per metà o poco più. Il resto, dipende dalla virtù. Forse per questo, due decisioni prese dal Parlamento e dal governo portoghese, che si possono definire virtuose, hanno particolarmente attirato l'attenzione della stampa italiana. Soprattutto perché affrontano due problemi comuni ai due paesi e sui quali anche in questo caso il dibattito italiano, come puntualmente accade, si è avvitato su sé stesso: il sovraffollamento carcerario e la condizione degli immigrati.
Il fatto che tanta attenzione sia stata suscitata da due decisioni tutto sommato pragmatiche dice più della situazione italiana che di quella portoghese. Consapevolezza della propria fragilità, si diceva. Cominciamo allora dalle carceri. La situazione portoghese non è migliore di quella italiana. Strutture fatiscenti, sovraffollamento e precarie condizioni igienicosanitarie sono la norma anche negli istituti di pena lusitani.
Di fronte a questo stato di cose, il Parlamento portoghese ha approvato a maggioranza, 1'8 aprile scorso, un intervento che si può definire sistemico, perché comprende, a seconda delle situazioni, un indulto parziale, una grazia per i detenuti inclusi nelle categorie più vulnerabili (i detenuti più anziani), un regime semplificato (su decisione amministrativa) di detenzione domiciliare e un regime di libertà condizionale anticipata.
Secondo le stime più recenti, queste misure dovrebbero determinare la scarcerazione di circa duemila detenuti su un totale di meno di tredicimila. Si tratta, come si vede, di un provvedimento dai chiari caratteri emergenziali, destinato ad alleviare parzialmente e temporaneamente una situazione potenzialmente esplosiva sul piano della salute pubblica.
Sul tema dell'immigrazione, invece, il governo si era già mosso il 27 marzo con un'ordinanza interministeriale, intervenendo sui procedimenti pendenti di rilascio e di rinnovo dei permessi di soggiorno con l'obiettivo, tra l'altro, di garantire il rispetto dei diritti minimi di accesso al servizio sanitario.
L'ordinanza riguarda gli stranieri che abbiano presentato regolare richiesta di permesso o di asilo al Servizio degli Stranieri e delle Frontiere (Sef) entro il 18 marzo, data dell'entrata in vigore del primo stato di emergenza. Poiché gli sportelli del Sef sono stati chiusi ai casi non urgenti fino al 30 giugno, a partire dal 1° luglio lo stesso servizio dovrà riprendere le normali pratiche di regolarizzazione, rispettando l'ordine cronologico delle domande.
La misura, quindi, in questo caso non è soltanto emergenziale ma anche del tutto transitoria e strettamente dipendente dalla proclamazione dello stato di emergenza. Da un lato, protegge sicuramente gli immigrati in attesa di regolarizzazione e i richiedenti asilo, dall'altro vuole favorire l'emersione di uno strato della popolazione che sarebbe stato condannato, dalla contemporanea chiusura delle frontiere e del Sef, all'invisibilità, sfuggendo a ogni controllo sanitario.
Il carattere eccezionale ed emergenziale di entrambi i provvedimenti e la loro natura di misure più di salute pubblica che di politica carceraria o dell'immigrazione hanno fatto sì che ricevessero debole opposizione, quando non generale consenso, suscitando scarso dibattito nell'opinione pubblica. L'opposizione alla legge sulle carceri, proveniente dai partiti di centrodestra, si è per lo più concentrata sulla concessione dell'indulto e, in ogni caso, non è stata sfruttata a fini propagandistici. Sui giornali, sia la legge sia la circolare sono passate più come una semplice notizia che come un tema di dibattito o di polemica.
Certo, se ci si concentra più sui commenti dei lettori agli articoli che sugli stessi articoli, il panorama può cambiare sensibilmente. Si tratta però, come è ovvio, di un aspetto che non ha conseguenze di breve termine. Resta un'indubbia situazione di fragilità: le carceri continuano a essere malsane e affollate, gli immigrati e i richiedenti asilo continuano a trovare ospizio in "ostelli" dalle condizioni igieniche più che precarie.
Uno di essi, recentemente individuato nel pieno centro di Lisbona come un autentico focolaio di contagio, ha fatto suonare un allarme decisamente tardivo. Di fronte a questo panorama, e con un servizio sanitario nazionale periclitante e sottodimensionato, è giusto riconoscere alla classe politica portoghese un senso di responsabilità che altrove è mancato. Almeno nella gestione immediata dell'emergenza.
*Universidade Nova de Lisboa
di Roberto Prinzi
Il Manifesto, 24 aprile 2020
Pena capitale. Intervista a Chiara Sangiorgio sul rapporto di Amnesty International sulla pena di morte nel mondo: "Dopo le primavere arabe il suo uso in Medio Oriente è associato alle proteste antigovernative e al nebuloso reato di terrorismo. E spesso gli accusati appartengono alle minoranze". Martedì Amnesty International ha pubblicato il suo rapporto globale sulla pena capitale. Ne abbiamo discusso con Chiara Sangiorgio, esperta di pena di morte per Amnesty.
Per il quarto anno consecutivo Amnesty registra un calo nelle esecuzioni capitali (da 690 a 657). Un segnale incoraggiante...
L'analisi che abbiamo svolto ha evidenziato come il trend globale vada verso l'abolizione della pena di morte, confinandola a soli 20 paesi. Di questi, solo 13 hanno compiuto esecuzioni negli ultimi cinque anni. Siamo di fronte al valore più basso registrato in almeno 10 anni. Da un lato abbiamo paesi come Iran, Giappone e Singapore che hanno ridotto il loro numero totale di esecuzioni annuali. Dall'altro, però, registriamo con preoccupazione anche un aumento di persone giustiziate in Iraq e Arabia saudita. Inoltre è allarmante come molte di queste esecuzioni siano state compiute a seguito di processi ingiusti che hanno riguardato persino i minori (è il caso dell'Arabia saudita).
Quanto sono attendibili i dati che avete raccolto visto che in molti casi manca trasparenza da parte delle autorità?
È un compito difficile provare ad avere un quadro globale accurato. Perciò siamo molto trasparenti e spieghiamo quale sia la nostra metodologia di raccolta dati. Ci sono dei paesi che nascondono i loro dati e li classificano come segreti di stato. Tra questi la Cina che resta la nazione con il più alto numero di esecuzioni annuali. Noi portiamo all'attenzione mondiale le cifre di cui siamo certi e che riusciamo per quanto più possibile a verificare.
Tra le note negative c'è il Medio Oriente dove si registra un aumento delle esecuzioni...
In Medio Oriente abbiamo avuto un aumento delle esecuzioni del 16%. Arabia saudita e Iraq sono i principali responsabili di questo incremento. Nel primo caso si è raggiunto il numero record di 184 persone giustiziate e si registrano aspetti particolarmente allarmanti perché si continua a fare un uso politico della pena di morte contro la minoranza sciita. Il 23 aprile dell'anno scorso, ad esempio, ci sono state 37 esecuzioni in un solo giorno. Tra i giustiziati 32 erano appartenenti alla comunità sciita. In Iraq, invece, le esecuzioni sono raddoppiate e sono legate al conflitto con l'Isis. Qui abbiamo registrato processi sommari e ingiusti, in molti casi durati pochi minuti o poche ore senza l'avvocato presente e spesso basati su confessioni.
A proposito dell'uso politico delle esecuzioni, il vostro rapporto parla di "sviluppo aberrante". Quanto ricorrere alla pena capitale è un'arma per eliminare il dissenso?
Il motivo politico caratterizza l'uso della pena di morte in Medio Oriente da molti anni. Dopo le rivoluzioni delle primavere arabe del 2011, abbiamo osservato come il suo utilizzo sia stato associato alle proteste antigovernative. In alcuni casi gli accusati appartengono a minoranze. Molto spesso la pena di morte è collegata al nebuloso reato di terrorismo o viene inflitta ai "nemici" dello Stato.
Quale potrà essere secondo lei l'impatto del Covid-19 sui numeri della pena capitale?
È una domanda interessante, ma è un po' presto per farsi un'opinione definitiva. Stiamo comunque già notando due tendenze diverse: da un lato, è il caso degli Usa, registriamo un rallentamento delle esecuzioni. Dall'altro, osserviamo casi collegati alle proteste nelle prigioni dovute alla paura dei prigionieri di essere contagiati. Il coronavirus può essere quindi sia fonte di opportunità per parlare di abolizione e sospensione delle esecuzioni, ma anche un'arma politica.
Quanto è lontana la "vittoria sul boia"?
È difficile dire quando, ma siamo certi che la vittoria arriverà: 106 paesi, quindi la maggior parte degli Stati del mondo, hanno rinunciato alla pena di morte nella loro legislazione mentre 142 sono abolizionisti per legge o nella pratica. Anche negli Usa registriamo tendenze molto positive: l'anno scorso il New Hampshire ha abolito la pena di morte. Quest'anno il Colorado. Nel 2019 c'è stata anche la buona notizia della moratoria sulle esecuzioni in California che è lo stato con il braccio della morte più grande degli Stati uniti.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 aprile 2020
La proposta dell'Asgi: un permesso di soggiorno per ricerca occupazione, rinnovabile e convertibile alle condizioni di legge. Nell'attuale emergenza Covid 19 mondiale è impossibile il movimento delle persone, anche per il ritorno nei Paesi di origine per effetto della chiusura dei confini di moltissimi Paesi.
Al tempo stesso centinaia di migliaia di persone straniere che vivono in Italia da tempo - per gran parte lavoratrici e lavoratori che occupano settori importanti del mercato del lavoro italiano (assistenza familiare, agricoltura, logistica, ecc.) o richiedenti asilo ai quali è stata negata tutela - sono prive di permesso di soggiorno, a causa della mancata programmazione nell'ultimo decennio di effettivi flussi di ingresso e delle norme del "decreto sicurezza" del 2018.
In questo contesto l'associazione Asgi (Associazione per gli studi giuridici sull'Immigrazione) propone al governo di rilasciare un permesso di soggiorno per ricerca occupazione, rinnovabile e convertibile alle condizioni di legge, oppure un permesso di soggiorno per lavoro ai cittadini stranieri che dimostrino la presenza in Italia alla data del 29 febbraio 2020.
"Riteniamo necessario - si legge nella premessa della proposta destinata al governo e al Parlamento ed in particolare alla ministra dell'Interno - non limitare la proposta a determinati settori produttivi, che rispondono alla sola esigenza di utilizzo di manodopera ove più forte è lo sfruttamento lavorativo, ma destinare la proposta a tutti/e coloro che vivono in Italia in condizione di irregolarità o di precarietà giuridica e che attraverso il permesso di soggiorno, per lavoro o per attesa occupazione, possono emergere come persone e non solo come manodopera. soggetti di diritti e non solo braccia per il lavoro".
Perché ciò sia possibile, l'Asgi - sostenuta da tante altre associazioni - ha ipotizzato non solo l'emersione dal lavoro irregolare o precario ma anche il rilascio di un permesso di soggiorno per "ricerca occupazione", che finalmente svincoli la persona straniera da possibili ricatti o dal mercato dei contratti che hanno contraddistinto tutte le pregresse regolarizzazioni.
"La proposta che sosteniamo - conclude l'associazione - comprende perciò una duplice possibilità: la richiesta di permesso per ricerca occupazione, di durata annuale e convertibile alla scadenza, oppure la richiesta di emersione dal lavoro irregolare, con sospensione dei procedimenti penali, amministrativi o fiscali in capo al datore di lavoro, fino all'esito del procedimento e loro estinzione in caso di definizione positiva, con rilascio di un permesso di soggiorno per lavoro di durata annuale e convertibile alle condizioni di legge".
Resta il fatto del rischio che passi la sanatoria solo per sopperire alla contingente richiesta di manodopera prevalentemente agricola: si tratta di un titolo di soggiorno vincolato all'emergenza, di durata semestrale e senza nemmeno possibilità di essere convertito in permesso di soggiorno per lavoro. È quindi un'ipotesi di regolarizzazione "usa e getta" che riprodurrebbe solamente la condizione dello sfruttamento del lavoro migrante.
di Barbara Spinelli*
Il Dubbio, 24 aprile 2020
Avvocati turchi, digiuno di lotta per i diritti umani. Nonostante gli appelli lanciati dall'avvocatura a livello internazionale, Erdogan ha escluso dalla maxi amnistia tutti i detenuti politici e per reati di opinione, tra cui numerosi avvocati, magistrati e giornalisti.
Anzi, l'emergenza Covid-19 ha costituito un'occasione per stringere la maglia della sorveglianza e limitare ulteriormente, se possibile, i diritti dei detenuti politici. L'avvocata turca Ayse Acinikli riporta: "Mancano i dispositivi di protezione sia per i detenuti che per il personale penitenziario. Dall'inizio della pandemia c'è stata una sola sanificazione delle celle, nonostante i nuovi ingressi di detenuti ed i trasferimenti che continuano anche da carceri dove ci sono stati casi positivi. Non c'è stata pietà neanche per i detenuti politici con gravi problemi di salute".
Molti avvocati detenuti sono in sciopero della fame. Due di loro, dal 5 aprile, giorno nazionale dedicato all'avvocatura, hanno smesso anche di assumere integratori, e si stanno lasciando morire, per protesta contro la lesione dei diritti dei detenuti, chiedendo libertà per gli avvocati perseguitati. La moglie di uno di loro, l'avvocata Didem Baydar Üysal, che ha subito vari mesi di detenzione, racconta: "I nostri colleghi Ebru Timtik e Aytaç Üysal sono in sciopero della fame fino alla morte.
Ad oggi Ebru non mangia da 110 giorni e mio marito Aytaç da 79. Ci siamo conosciuti mentre studiavamo nella stessa facoltà, quando ci siamo laureati insieme ai nostri cuori e le nostre mani anche i nostri sogni si sono uniti. Volevamo diventare avvocati dei poveri, degli oppressi e lottare per la giustizia. Negli anni che ci siamo lasciati alle spalle abbiamo lottato sempre per questo comune obiettivo. Nell'ambito dello stesso processo per cui in nostri amici sono in carcere da circa due anni e mezzo anche io sono rimasta in stato d'arresto per un anno.
Ci hanno tenuto separati, in due carceri diversi, lontani chilometri. Dopo dieci anni di separazione fisica ci siamo trovati nello stesso carcere. Ci è stato dato il diritto di incontraci per un'ora una volta a settimana. Due mesi dopo quest'incontro al termine di un'udienza durata cinque giorni siamo stati tutti liberati. Ma il potere politico non ha perso tempo e nell'arco di 10 ore è stato emesso un nuovo ordine di arresto per alcuni di noi.
Ora ancora otto nostri colleghi sono in stato di detenzione. Mio marito ed Ebru hanno scelto di lottare fino alla morte contro questa ingiustizia. Come il nostro giovanissimo assistito Mustafa Koçak, che sta digiunando fino alla morte per difendere il suo diritto a un giusto processo. È stato torturato brutalmente nell'infermeria del carcere. Con lo stesso scopo anche i membri della band musicale Grup Yorum - cui è stato proibito di cantare - hanno scelto il digiuno fino alla morte. Helin Bölek era una mia assistita.
Noi siamo avvocati che vogliono solo fare il loro lavoro, garantire una difesa di fiducia, un giusto processo, senza essere ingiustamente accusati e perseguitati. Provate a immaginarvelo. Lottare in un sistema giudiziario pieno di violazioni delle leggi, dove le vie legali sono chiuse. Siamo avvocati, ma ci hanno reso dei carcerati. Siamo nelle stesse celle dei nostri assistiti. Stiamo cercando una strada per difendere i nostri assistiti e noi stessi davanti a questa ingiustizia. Ebru e Aytaç hanno detto "basta" iniziando lo sciopero della fame fino alla morte.
Quando siamo venuti a conoscenza di questa loro scelta, in questa atmosfera di indifferenza e di silenzio, ci si è accapponata la pelle, ci siamo preoccupati. Abbiamo bisogno del vostro aiuto. È nostra e vostra responsabilità dare voce alle loro richieste ed ottenere che le loro legittime e giuste rivendicazioni - tra altro di così facile applicazione - vengano accolte. Loro dentro e noi fuori dobbiamo continuare a resistere".
Il Consiglio Nazionale Forense proprio ieri ha chiesto al Governo italiano di intervenire per via diplomatica presso il Governo turco affinché gli avvocati detenuti vengano immediatamente liberati.
*Commissione di studio sui diritti umani del Foro di Bologna
amnesty.it, 24 aprile 2020
Nell'ambito delle misure di contenimento e prevenzione della diffusione del Covid-19, le autorità libanesi devono dare priorità al rilascio di detenuti che hanno scontato le proprie condanne e accelerare l'esame dei casi di coloro che si trovano in regime di detenzione preventiva. Nonostante il governo abbia adottato una serie di misure, tra le quali alcune scarcerazioni, sono migliaia le persone che restano in carcere in attesa di processo, o, in alcuni casi, anche a pena scontata.
Nelle ultime settimane, nel clima di crescente preoccupazione legato alla pandemia, ci sono state rivolte all'interno delle carceri e sono stati organizzati dei sit-in di protesta dei familiari all'esterno degli istituti penitenziari e delle stazioni di polizia per chiedere l'immediato rilascio dei detenuti. "Le carceri libanesi sono piene di persone che semplicemente non dovrebbero trovarsi lì. Tra queste, centinaia restano dentro perché i magistrati non esaminano il caso in tempi ragionevoli, o perché non sono in grado di pagare le ammende o ottenere un'ordinanza di scarcerazione", ha detto Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International.
"La risposta delle autorità al Covid-19 rappresenta un'opportunità per affrontare questa ingiustizia e non deve essere più rinviata. Per coloro che restano in detenzione o in carcere, il governo libanese deve fornire uno standard sanitario che soddisfi le esigenze individuali di ciascuna persona e garantisca la massima protezione possibile contro la diffusione del Covid-19", ha aggiunto Lynn Maalouf.
Chiediamo alle autorità libanesi di rilasciare i detenuti che hanno finito di scontare la propria condanna e coloro che stanno scontando una condanna o sono trattenuti per accuse che non costituiscono reati internazionalmente riconosciuti. L'organizzazione chiede altresì alle autorità libanesi di prendere seriamente in considerazione il rilascio o l'adozione di misure non detentive per tutti coloro che sono in carcere in attesa di processo, oltre ai detenuti che sono maggiormente a rischio a causa dell'età o di patologie pregresse, indipendentemente dall'accusa per la quale sono stati arrestati o condannati.
Nell'ambito delle misure governative per il contenimento della diffusione del Covid-19, il 6 aprile il ministro dell'Interno ha annunciato il rilascio di oltre 600 persone che si trovavano in regime di detenzione preventiva. Secondo l'organizzazione non governativa Agenda legale, nel 2018 la densità della popolazione carceraria era del 130 per cento, dovuta soprattutto alle prolungate custodie cautelari. La situazione all'interno degli istituti penitenziari resta preoccupante con un costante sovraffollamento e condizioni di vita inadeguate, senza contare le condizioni sanitarie critiche in cui versano centinaia di detenuti. I detenuti sono esposti a maggiori rischi relativi al Covid-19, non potendo far altro che vivere a stretto contatto con gli altri, spesso senza possibilità di accesso ad adeguate misure preventive.
Il 17 marzo, il governo ha presentato una proposta di legge al parlamento concepita in linea di principio per dispensare i detenuti che avevano finito di scontare la propria pena dal pagamento delle ammende e per garantire loro il rilascio, lasciando intendere che sarebbero oltre 100 i detenuti in questa situazione. Tuttavia, la proposta di legge non è stata inclusa nell'agenda parlamentare della sessione legislativa, di tre giorni, di questa settimana. L'esistenza di questa proposta di legge indica che ci sono almeno centinaia di detenuti che hanno scontato la propria condanna ma restano ancora in carcere.
Doummar El-Mokdad, membro del Comitato delle famiglie dei detenuti del Libano ha dichiarato di essere a conoscenza di persone in custodia cautelare trattenute per periodi di tempo prolungati: "I detenuti restano senza processo. Alcuni si trovano in carcere dagli avvenimenti di Nahr El Bared del 2007 e sono da 13 anni senza processo. Sono ostaggi, non detenuti".
Il 2 aprile, il primo ministro Hassan Diab ha annunciato l'intenzione di scarcerare un numero stimato di 3000 detenuti, circa la metà della popolazione carceraria regolare, e una settimana dopo il ministro dell'Interno Mohammed Fahmi ha confermato la liberazione di 606 persone che si trovavano in detenzione preventiva. Doummar El-Mokdad ha aggiunto: "Per i detenuti e le loro famiglie, il Libano è un vero e proprio inferno. Le nostre carceri non sono fatte per gli esseri umani. Le foto e i video inviati dai detenuti dimostrano che le loro condizioni restano deprecabili".
I familiari intervistati da noi temono per la salute dei detenuti, soprattutto in ragione delle visite che diventano sempre più difficili a causa delle restrizioni imposte per la pandemia. Secondo Omar Nashabe, ex consulente del ministero dell'Interno, l'amministrazione della prigione centrale di Roumieh ha fornito un elenco di 700 detenuti che presentano patologie pregresse, molti dei quali con problemi respiratori e altre malattie che li espongono a rischi maggiori relativi al Covid-19. El-Mokdad ci ha riferito che a Roumieh sono circa 120 le persone detenute che condividono lo stesso bagno e 70 dormono in ogni corridoio. Nella prigione di Zahle, si calcola siano 820 le persone detenute in un edificio dalla capacità di 300. Il marito di Heba Al-Mawla, Ali, finora ha scontato sette anni di una condanna a 13 per vendita di stupefacenti. Heba, che ha due figli, non è riuscita a fargli visita nelle ultime tre settimane perché, a causa dell'interruzione del suo lavoro di tassista, non ha denaro disponibile.
Ha raccontato: "Ali mi ha detto che hanno riunito i detenuti e hanno spruzzato su di loro acqua e disinfettante. Questa è una misura valida per proteggerli dal coronavirus? O semplicemente un altro modo per offenderli? Quando condannano qualcuno a trascorrere così tanto tempo in carcere, stanno condannando anche la madre, la moglie e i figli. Il nostro paese è pieno di ingiustizie".
di Tonia Mastrobuoni
repubblica.it, 24 aprile 2020
Per la prima volta accusati dalla giustizia internazionale i torturatori di Assad. Alla prima udienza di un processo unico al mondo, quello per i crimini commessi dal regime siriano di Bashar al-Assad, il procuratore generale Jasper Klinge non ha usato mezzi termini per definire uno dei due aguzzini che la giustizia tedesca è riuscita a trascinare alla sbarra: criminale, sadico, torturatore. E l'elenco delle atrocità elencate davanti agli imputati, due figure di primissimo piano dei servizi segreti siriani, Anwar Raslan ed Eyad al-Gharib, è insopportabile.
Dal 2002 la Germania ha cominciato a organizzare processi per crimini contro l'umanità anche quando non avvengono sul territorio internazionale; dall'anno successivo una task force specifica ha indagato sulle lesioni dei diritti umani avvenuti in Congo e durante la guerra nell'ex Jugoslavia. Tra il 2015 e il 2017 la task force ha raccolto oltre 2.800 denunce di profughi siriani sulle persecuzioni e i crimini commessi dal regime di Assad. Il processo contro i due torturatori avviato oggi andrà avanti fino ad agosto. La procura chiede di condannarli all'ergastolo per omicidio plurimo, violenze e stupri.
Ad Anwar Raslan era stato affidato nove anni fa, all'inizio della guerra civile in Siria, la 'sezione 251' dei servizi segreti, incaricata di dare la caccia agli oppositori del regime. Il co-imputato Eyad al-Gharib li rastrellava alle manifestazioni e glieli consegnava. Almeno 4000 persone sarebbero passate nelle stanze di Raslan e continuano a soffrire a dieci anni, a detta del procuratore, di enormi traumi. Cinquantotto persone sono morte per le conseguenze delle torture.
Raslan non ha detto una parola durante la prima udienza. È stato portato in aula ammanettato, come al-Gharib. E ha ascoltato in silenzio l'elenco insostenibile delle sue atrocità. Stupri, botte con bastoni, tubi di plastica e di gomma. Donne e uomini appesi per ore al soffitto, torturati senza pietà finché non svenivano. A uno di essi, dopo averlo appeso, gli scagnozzi di Raslan avrebbero dato da bere per poi tappargli il pene.
Il capo dell'unità segreta dei torturatori di Assad era scappato in Germania e aveva chiesto asilo nel 2014. A Marienfelde, dove viveva in un campo profughi, era stato riconosciuto da ex oppositori di Assad e da avvocati di diritti umani. Raslan non ha mai cambiato nome e non ha mai fatto nulla per nascondere la sua vera identità. Nel 2015 si sarebbe presentato addirittura a una stazione della polizia di Berlino per denunciare presunte spie russe siriane e russe che lo stavano seguendo.
di Claudio Paterniti Martello*
Il Foglio, 23 aprile 2020
La pena non affligge solo chi sta dentro. Lettere, testimonianze e richieste di aiuto di parenti e detenuti, molti ancora in attesa di giudizio. L'otto marzo 2020 il presidente del Consiglio ha messo fine con un decreto ai colloqui tra detenuti e familiari: troppo alto il rischio di contagi da nuovo Coronavirus. Nelle carceri delle regioni già sofferenti a causa del virus, i colloqui erano stati vietati o fortemente ridotti nelle settimane precedenti. Come anche le attività scolastiche, gli ingressi dei volontari, le attività sportive o la formazione professionale: insomma, tutto quello che a fatica e in parte riempie il grigio quotidiano detentivo.
di Lino Morgante
Gazzetta del Sud, 23 aprile 2020
Boss mafiosi detenuti che, per la loro età e condizione di salute, sarebbero stati scarcerati in ossequio alle prescrizioni anti coronavirus che indicano di sfoltire le presenze nelle carceri facendo ricorso a pene alternative. E così il boss di cosa nostra Francesco Bonura, di 78 anni, definito da Tommaso Buscetta "un mafioso valoroso", e Vincenzino Iannazzo, 65 anni, ritenuto esponente della 'ndrangheta, sono stati posti ai domiciliari per motivi di salute. Ira del leader della Lega, Matteo Salvini: "stanno uscendo pericolosi mafiosi. È una vergogna nazionale".
di Riccardo Lo Verso
livesicilia.it, 23 aprile 2020
Il caso di Francesco Bonura scatena polemica e indignazione. Ma il virus non c'entra. La pietra dello scandalo è la concessione degli arresti domiciliari a Francesco Bonura. L'Espresso ieri sera lancia la notizia, seguito da quasi tutti i media. Bonura, boss palermitano, colonnello di Bernardo Provenzano, condannato con sentenza definitiva a 18 anni e 8 mesi, detenuto al 41bis, lascia il carcere in seguito all'emergenza Coronavirus. Non solo, gli viene dato pure il permesso di uscire di tanto in tanto da casa.
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