di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2020
Corte di cassazione, Terza sezione penale, sentenza 22 aprile 2020 n. 12632. Sì alla continuazione tra il reato di emissione di fatture inesistenti e quello di bancarotta. Lo sottolinea la Cassazione con la sentenza 12632/2020 della Terza sezione penale depositata ieri. La Corte ha così accolto il ricorso presentato contro la pronuncia della Corte d'appello con la quale era stata esclusa la continuazione sulla base di una serie di elementi. Innanzitutto la differenza strutturale tra le due norme, poi la diversità dei tempi di attuazione delle condotte illecite, infine l'assenza di riscontri sull'ideazione da parte dell'imputato di entrambi i delitti. Per la Cassazione, tuttavia, va ricordato come è lo stesso Codice penale ad ammettere nel perimetro della continuazione anche reati diversi (articolo 81). E poi la sentenza mette in evidenza come, nel caso esaminato, sia l'emissione di fatture per operazioni inesistenti sia la bancarotta riguardano non solo la medesima società, ma anche le stesse operazioni.
Il fallimento della società, infatti, era stato provocato, in maniera a suo modo "classica", proprio dalle operazioni dolose rappresentate dalla combinazione degli acquisti di auto da fornitori intracomunitari a prezzi di mercato in esenzione Iva, dalle successive vendite sottocosto delle stesse auto con emissione di regolari fatture con Iva, detraibile dai cessionari, e dal mancato versamento all'erario dell'Iva stessa. Quanto all'elemento cronologico, la Cassazione ricorda che la bancarotta appare in realtà vicina alla frode carosello architettata. In ogni caso, quando è in discussione la bancarotta, puntualizza ancora la sentenza, per la continuazione occorre valutare la contiguità senza attribuire un rilievo particolare alla pronuncia dichiarativa di fallimento. A dovere invece essere valorizzata è la data di commissione della condotta, non uno dei suoi più significativi esiti.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 23 aprile 2020
Impossessarsi, attraverso scavi clandestini, di reperti archeologici anche se di modesto valore non può mai integrare una causa di non punibilità per particolare tenuità del fatto. Si tratta infatti di un "vero e proprio saccheggio di un patrimonio della collettività" che dunque va punito ai sensi del Codice dei beni culturali. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, con la sentenza n. 12653 del 22 aprile, respingendo il ricorso di due uomini condannati dalla Corte di appello di Bari per "impossessamento illecito di beni culturali appartenenti allo Stato" (art. 176, co. 1, del Dlgs 42/2004) perché detenevano 5 monete risalenti al II Secolo a.c., oltre ad una serie di oggetti (un orecchino in bronzo, un bracciale, una spilla, un peso da telaio in terracotta ecc.) del IV secolo a.c..
Nella ricorso gli imputati hanno sostenuto di aver ricevuto gli oggetti contestati in eredità. Per la Suprema corte però il giudice di merito ha accertato la presenza di "terriccio" e "incrostazioni" su alcuni di essi, il ché unitamente alla presenza proprio in quella zona - nota per gli insediamenti preromani - di scavi clandestini, ha portato alla logica deduzione dell'impossessamento illecito. Anche considerato che essi non figuravano in alcuna denuncia di successione.
Sotto il profilo giuridico, la Terza Sezione penale ricorda poi che esistono due categorie di cose di interesse archeologico che devono essere considerate "beni culturali" il cui impossessamento è sanzionato penalmente: 1) le cose ritrovate nel sottosuolo o sui fondali marini, perché, in tal caso, esse appartengono al patrimonio indisponibile dello Stato, trattandosi, per definizione, di "cose d'interesse storico, archeologico, paleontologico, o artistico"; 2) le cose per le quali, al di fuori del caso che precede (ossia per quelle non ritrovate nel sottosuolo o sui fondali marini e che, quindi, non appartengono allo Stato) sia intervenuta la dichiarazione di interesse culturale. Per cui, conclude la Cassazione, la Corte territoriale ha "correttamente escluso la necessità della dichiarazione di interesse culturale, sostenuta dai ricorrenti, in quanto i beni in questione sono stati rinvenuti nel sottosuolo, e dunque appartengono al patrimonio indisponibile dello Stato". Essendo però stati trovati nella disponibilità degli imputati, contro di essi è scatta la sanzione penale.
gnewsonline.it, 23 aprile 2020
Saranno avviati entro fine settimana i test sierologici a detenuti e personale penitenziario degli istituti liguri. A comunicarlo l'azienda ligure sanitaria della Regione Liguria Alisa, tramite una nota del commissario straordinario Walter Locatelli in cui si dispone anche una procedura specifica per le carceri. I prelievi di campioni ematici saranno, infatti, a carico degli istituti mentre i laboratori incaricati - gli stessi che già operano nelle strutture residenziali extra ospedaliere - ritireranno le provette e dopo qualche giorno renderanno disponibili gli esiti.
La Regione Liguria segue Toscana, Campania, Umbria, Sicilia, Abruzzo ed Emilia-Romagna nella scelta di effettuare test per definire il quadro siero-epidemiologico di chi vive la realtà detentiva, in risposta alla richiesta del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di considerare le carceri ambienti esposti al verificarsi di situazioni critiche.
La somministrazione di test sierologici a tappeto consente di valutare l'esposizione al contagio delle comunità più a rischio e di utilizzare al meglio le strategie di contenimento. Si calcola siano oltre duemila le persone, tra operatori penitenziari e detenuti, che saranno sottoposti al test in Liguria. A seconda del risultato, i soggetti interessati potranno essere sottoposti anche a diagnostica molecolare (tampone). Il monitoraggio e i dati statistici verranno assunti tramite una scheda anagrafica dei soggetti sottoposti al test i cui risultati in termini statistici e di monitoraggio saranno di particolare utilità per eventuali scelte di sanità pubblica.
ansa.it, 23 aprile 2020
"Dopo aver messo in sicurezza le strutture del nord, grazie anche al lavoro fatto dai medici militari, entro la settimana contiamo di completare l'attività di screening in tutte le Rsa del centro e del sud Sardegna". Lo ha dichiarato oggi in commissione Sanità del Consiglio regionale il commissario straordinario dell'Ats Giorgio Steri. La prossima settimana, ha aggiunto, "crediamo di concludere anche il monitoraggio sulle carceri".
Steri si è detto ottimista sull'andamento dell'epidemia in Sardegna, invitando comunque alla cautela. "Le misure di contenimento hanno consentito di frenare la diffusione della malattia - ha detto - lo confermano i dati sui tamponi effettuati nella prima fase della comparsa del virus e quelli disposti dopo la chiusura delle attività commerciali e di intrattenimento. Nel primo periodo la percentuale dei positivi era del 12% sul numero dei tamponi effettuati, oggi è scesa al 7%".
Dati rassicuranti anche sulla situazione nel nord Sardegna, la zona più colpita dal Covid-19. Sempre durante la seduta della commissione, il commissario dell'Aou di Sassari, Giovanni Soro, ha ricordato che "i risultati delle analisi confermano un trend in calo dei contagiati". Oggi, ha sottolineato, "siamo in grado di processare circa 600 tamponi al giorno, siamo arrivati a oltre 11mila, 2.800 sul personale ospedaliero: 87 sono risultati positivi ma 60 sono già rientrati al lavoro".
Sulla situazione negli ospedali del Sassarese, "cala il numero dei ricoveri - ha osservato ancora Soro - attualmente abbiamo 33 pazienti nelle strutture Covid: 9 in terapia intensiva, 15 nel reparto di malattie infettive, 9 nell'area 'grigi' riservata ai pazienti con tampone negativo ma con sintomi sospetti". Si registra dunque una minore pressione sugli ospedali.
Un aspetto, questo, ha chiarito il commissario, che "ci consente di pensare a una riconversione delle terapie intensive. All'inizio dell'epidemia disponevamo di 68 posti letto, aumentati successivamente a 83. L'andamento dei dati potrebbe farci riaprire in sicurezza le strutture per la cura di altre patologie che necessitano di assistenza".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 23 aprile 2020
L'allarme dell'associazione Antigone: "A Torino il focolaio penitenziario più grande d'Italia". Diversi casi denunciati tra il personale, problemi anche nella sezione "alta sicurezza". Un'emergenza che non ha eguali in nessun altro carcere del Paese.
Anche sul contagio nei penitenziari, il Piemonte sembra destinato a guadagnarsi la maglia nera d'Italia con l'emergenza del Lorusso e Cutugno di Torino dove dall'inizio del contagio sono stati accertati già 68 casi di detenuti positivi di cui 5 in ospedale e in condizioni critiche. Numeri importanti sono registrati anche tra il personale in servizio nell'istituto penitenziario e la notizia degli ultimi giorni è che il virus è arrivato anche alla sezione "alta sicurezza" dove si trovano i detenuti per i reati di associazione, e dove il regime di convivenza dovrebbe essere regolato da norme più rigide.
"Il carcere delle Vallette di Torino si sta purtroppo trasformando nel più grande focolaio penitenziario Covid in Italia", l'allarme arriva dall'associazione Antigone che sollecita la messa in campo al più presto di tutte le misure necessarie a bloccare il contagio. "In un carcere sovraffollato è impossibile fermare la diffusione del virus, ecco perché chiediamo che vengano applicate al più presto le misure deflattive previste dal decreto del governo".
Non è il primo appello che l'associazione per la tutela dei diritti dei detenuti rivolge ai responsabili dei penitenziari piemontesi e ai magistrati di sorveglianza. "Purtroppo, finora, i nostri avvertimenti sono stati inascoltati" dice Michele Miravalle di Antigone. Abbiamo assistito nelle settimane passate all'uscita di alcuni detenuti anche molto noti alle cronache come Gabriele Defilippi, il killer di Castellamonte, e di Hamza Belghazi, uno dei giovani accusati di aver provocato i tragici incidenti di piazza San Carlo la notte del 3 giugno 2017.
Ma le operazioni di conversione della pena detentiva in domiciliari, in generale, stanno andando a rilento. E per esempio alle Vallette, dove sono state formulate oltre 200 domande, per ora ne sono state esaminate appena una cinquantina.
"È fondamentale che la magistratura di sorveglianza piemontese, come è stato fatto in altri tribunali italiani, esplori ogni possibilità per collocare in misura alternativa tutti coloro che possono accedervi, in particolare anziani e persone con patologie pregresse. Il diritto alla salute non può essere subordinato a pretestuose istanze securitarie".
E poiché spesso un ostacolo alla scarcerazione è l'incertezza di un luogo dove scontare i domiciliari si chiede anche che enti pubblici, privati e realtà del terzo settore, segnalino disponibilità di alloggi e soluzioni abitative. Ma come è possibile che la situazione a Torino vada così male? È stato chiesto, lunedì, al direttore del carcere Domenico Minervini in un vertice di emergenza da una task force del ministero, nel quale ha dovuto ammettere che i numeri sono purtroppo in veloce crescita e le sezioni infettate sono sempre di più numerose.
di Serena De Salvador
Il Gazzettino, 23 aprile 2020
Che il carcere non fosse un sistema impermeabile al Coronavirus lo hanno sostenuto per settimane le sigle sindacali della polizia penitenziaria. A darne la granitica conferma è però oggi il primo detenuto risultato positivo. Una scoperta avvenuta peraltro in condizioni assolutamente drammatiche nella tarda serata di martedì, quando un carcerato della Casa di reclusione del Due Palazzi è stato trasferito d'urgenza al pronto soccorso dell'Azienda ospedaliera dopo aver tentato il suicidio in cella. L'immediato intervento degli agenti in servizio ha permesso di salvargli la vita, ma all'arrivo al policlinico i test obbligatori per accedere alla struttura hanno fatto emergere il preoccupante dato.
Il detenuto, un italiano che sta scontando una pena definitiva, è stato sottoposto al tampone naso-faringeo. Una prassi per chiunque si rivolga all'ospedale, nonostante nei giorni precedenti l'uomo non avesse mai mostrato o segnalato alcun sintomo collegabile al virus né avesse accusato malori o problemi di salute. Dopo le cure iniziali e dopo averlo stabilizzato nel reparto di Psichiatria, è giunto il verdetto: positivo al Covid-19 seppur asintomatico. A quel punto il carcerato è stato trasferito nel reparto di Malattie infettive dove si trova tutt'ora ricoverato.
Minaccia sanitaria - La notizia ha creato non poco scompiglio all'interno del Due Palazzi dove la pericolosità della minaccia sanitaria era più volte stata segnalata. "Fino a ieri nel penitenziario padovano non si erano registrati casi di contagio tra la popolazione detenuta, ma evidentemente quanto successo dimostra che nessuno e nessun ambiente può essere completamente immune" spiega il segretario regionale del Triveneto del sindacato Uspp, Leonardo Angiulli. Al Due Palazzi nessun detenuto avrebbe mai dato alcun segnale di malattia, mentre qualche settimana fa era emerso il contagio di due agenti della polizia penitenziaria, rimasti a casa in isolamento non appena avuto l'esito dei tamponi.
"Non bisogna permettere che accada quanto sta succedendo in altre carceri venete e italiane. A Verona, solo per fare un esempio, i detenuti contagiati sono una trentina a cui si aggiungono circa venti agenti tra cui uno grave aggiunge Angiulli - Il periodo è gravissimo, abbiamo avuto malati tra le fila dei colleghi che ogni giorno lavorano nei penitenziari dove il sovraffollamento è una piaga e dove il contatto tra detenuti e agenti è inevitabile. Ci sono poliziotti malati ma anche alcuni in condizioni gravi e addirittura qualcuno non è riuscito a sopravvivere. Le nostre richieste e la nostra posizione sono chiare: tutti gli agenti e tutti i carcerati vanno sottoposti a tampone. Devono essere fornite mascherine e strumenti di protezione individuale e vanno controllati i trasferimenti tra le carceri. Gli agenti non possono lavorare in condizioni di costante rischio senza tutele e senza i dovuti controlli sanitari, per sé e anche per le loro famiglie".
Rischio concreto - Giusto martedì le maggiori sigle sindacali hanno firmato un documento congiunto con cui richiedono nuovamente un incontro con il ministro della Giustizia dopo aver interrotto le trattative con l'Amministrazione penitenziaria. Anche a Padova la mancanza di mascherine e il sovraffollamento connesso con il regime di detenzione a celle aperte sono più volte stati denunciati. A gran voce erano stati richiesti i tamponi che però ad oggi non risultano essere stati realizzati. Il rischio più concreto è ora quello di una rivolta, come avvenuto poche settimane fa. "La direzione ha già assicurato che da oggi partirà la campagna di controlli a tappeto all'interno del carcere" conclude Uspp. Al via quindi i test sierologici e i tamponi, in attesa di scoprire se e quanto esteso sia il contagio silenzioso strisciato fin dentro le mura di via Due Palazzi.
di Andrea Pistore
Corriere del Veneto, 23 aprile 2020
Tenta il suicidio e si scopre che è positivo al coronavirus. Verranno attivati già da questa mattina tutti i protocolli per arginare il rischio di contagi in carcere a Padova dove un detenuto ha contratto, seppur in forma asintomatica, il Covid-19.
Martedì sera l'uomo, un italiano che è recluso al circondariale, voleva farla finita: nel tentativo si è leggermente ferito ed è stato immediatamente bloccato e soccorso dagli agenti della Polizia penitenziaria in servizio durante quel turno. L'uomo, una volta ricoverato in Pronto soccorso al Giustinaneo, è stato sottoposto al triage e trasferito nel reparto di psichiatria. Dopo qualche ora è giunto il risultato del tampone. Il detenuto è risultato positivo, pur non avendo mai nei giorni scorsi mostrato segni evidenti di febbre, tosse o problemi al gusto. Si tratta del primo recluso al Due Palazzi contagiato, dove adesso la situazione preoccupa sia gli agenti sia gli altri carcerati.
Leo Angiuilli, segretario del Triveneto dell'Uspp, uno dei sindacati dei baschi blu, chiede, anche sulla scorta di quanto sta avvenendo nel carcere di Verona dove i contagiati sono una cinquantina, verifiche a tappeto. "Devono essere immediatamente eseguiti i tamponi o i test sierologici a quelli che hanno avuto un contatto diretto con questo soggetto risultato positivo. Finora le analisi sono state fatte solamente a detenuti che abbiano patologie o a chi proveniva da un altro istituto. Padova deve immediatamente seguire tutti i protocolli sanitari previsti, sia per la tutela degli agenti, sia per quella delle loro famiglie.
A noi non risultano agenti contagiati (nelle scorse settimane erano trapelate voci differenti, ndr), quindi questo è il primo caso in tutta la struttura detentiva. tamponi -continua - inizieranno con chi è stato a contatto diretto con l'uomo e poi a pioggia dovranno essere fatti a tutta la popolazione carceraria. Paura di eventuali rivolte? Noi non vogliamo creare allarmismi, stiamo solo chiedendo che venga seguita la procedura in maniera corretta ed efficace. Vorremmo evitare che si verificasse la stessa situazione che è in atto a Verona. Vanno fatti i test in maniera capillare e non a macchia d'olio dato che molti di noi adesso potrebbero portare nella propria abitazione il virus con conseguenze preoccupanti per i nostri familiari".
Il timore è che in via Due Palazzi accada qualcosa di simile a quanto successo a Montorio, dove ci sono 29 detenuti contagiati e una ventina di agenti positivi di cui uno finito in rianimazione dopo una preoccupante crisi respiratoria. Nella città scaligera il focolaio sarebbe scoppiato nella terza sezione, quella dedicata a stupratori, pedofili e condannati da maltrattamenti tanto da essere denominata ormai "Sezione Covid", mentre non è ancora chiaro in quale braccio fosse l'aspirante suicida a Padova.
"È una storia senza fine quella che si sta vivendo attualmente nelle carceri italiane - avevano spiegato solo l'altro ieri tutte le organizzazioni sindacali dei baschi blu - troppi sono stati i silenzi assordanti del dipartimento Amministrazione Penitenziaria nella gestione dell'emergenza epidemiologica che da tempo sta flagellando il panorama nazionale. Gli approvvigionamenti puntuali di dispositivi di protezione e l'attuazione di concreti ed efficienti protocolli sanitari sono di fondamentale importanza per tutelare tutta la collettività penitenziaria".
Corriere Veneto, 23 aprile 2020
Il prefetto Cafagna sulla scarcerazione di un positivo: "Accelerazione non concordata, non ho dubbi che d'ora in poi ci si atterrà alle indicazioni". Al secondo esame la stessa persona è poi risultata negativa. Nuovo colpo di scena nella vicenda della scarcerazione di una persona risultata positiva al coronavirus. Ad un secondo esame, infatti, la stessa persona è risultata invece negativa al test di conferma.
La vicenda aveva destato clamore perché, scarcerato pur risultando positivo al virus, l'uomo, un indiano residente a Montecchia di Crosara, aveva girato per ore liberamente in città, venendo fermato solo molte ore dopo da una pattuglia dei carabinieri. Al di là della novità emersa solo ieri dal secondo tampone di controllo, l'episodio ha peraltro acceso i riflettori sulla drammatica situazione del carcere di Montorio e sulla procedura da seguire adesso in vicende del genere.
La corte d'appello di Venezia, il 10 aprile scorso, aveva ordinato la scarcerazione dell'uomo con due giorni di ritardo sulla data prevista proprio in quanto era risultato positivo al Covid 19. E la corte sottolineava "l'esigenza inderogabile" di gestirne la quarantena, visto che l'uomo era stato condannato per violenze contro la moglie, e non poteva ovviamente essere riportato sotto lo stesso tetto.
La direttrice del carcere, Maria Grazia Bregoli, aveva comunicato la situazione a ministero, Comune e Usl il giorno 13 aprile. Il giorno 14, l'assessore comunale Stefano Bertacco aveva fatto sapere di non avere, in quel momento, alcuna struttura disponibile. Venerdì scorso era stato convocato il comitato per la sicurezza, presente anche la procura della Repubblica. Il prefetto Donato Cafagna, che presiedeva quella riunione, spiega che "venne fatto il punto sulla situazione che si era creata, sia dal punto di vista sanitario, visto che la persona da scarcerare era risultata positiva ma asintomatica, e quindi non ricoverabile in ospedale, sia per individuare un domicilio per l'indispensabile quarantena".
Lo stesso prefetto ricorda peraltro che "la sera stessa, dopo la riunione, ci fu una accelerazione imprevista e non concordata, con la decisione della direttrice del carcere di scarcerare subito la persona, prima che venisse trovato un opportuno domicilio".
Ne era nato un allarme, tanto che il giorno dopo, 15 aprile, era stata convocata un'altra riunione del comitato, presenti la direttrice del carcere ed anche l'Usl 9 alla quale, spiega il prefetto, "fu chiesto di chiarire in ogni dettaglio le misure sanitarie da prendere in casi del genere, disposizioni messe per iscritto in un documento inviato a tutte le istituzioni a vario titolo interessate per ribadire le garanzie necessarie per un'uscita dal carcere in sicurezza, comprese le modalità di trasporto delle persone scarcerate verso il proprio domicilio oppure, se come accaduto la settimana scorsa non sia possibile, verso una destinazione diversa ma comunque sicura. Certamente - conclude il prefetto - c'è stata quella...accelerazione non concordata ed imprevista nella serata del 14 aprile: ma non ho dubbio alcuno sul fatto che, d'ora in poi, ci si atterrà scrupolosamente alle indicazioni". Intanto l'uomo al centro di questa vicenda rimane nella struttura messa a disposizione della Curia.
Il Resto del Carlino, 23 aprile 2020
Il gip Alberto Gamberini ha rigettato la richiesta avanzata dall'avvocato Matteo Murgo per l'albanese 39enne, salito alla ribalta delle cronache alcuni giorni fa per aver donato al Sant'Orsola 5mila euro. L'uomo, in carcere per spaccio di droga, il 14 aprile era risultato positivo al Covid-19 e da qui la richiesta della sostituzione della misura detentiva alla Dozza con i domiciliari.
Secondo il giudice, infatti, il detenuto sottoposto a isolamento, in carcere "gode di presidi medici che all'interno dell'abitazione non potrebbe beneficiare". Inoltre la direzione sanitaria "non ha evidenziato la sussistenza di pericoli concreti per la possibile diffusione nella comunità carceraria", essendo stati "adottati tutti i presidi necessari".
Molto più rischiosa, chiude l'ordinanza, sarebbe "una collocazione agli arresti domiciliari nell'abitazione familiare con la moglie e le due bimbe", le quali "potrebbero essere pregiudicate dall'esposizione al virus, senza la possibilità di un isolamento totale".
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 23 aprile 2020
Il Tgr della Toscana, con un servizio a firma di Valter Rizzo, ha dato notizia dell'avvio dei test sierologici sugli operatori penitenziari e sui detenuti ristretti nella casa circondariale di Sollicciano. Le procedure erano state definite in un protocollo concluso tra la Regione, le autorità sanitarie locali e l'Amministrazione penitenziaria.
Dopo il personale in servizio nel carcere fiorentino, sono stati sottoposti al controllo immunologico anche i detenuti, che hanno aderito in massa: "Su 311 utenti - ha comunicato Sandra Rogialli, del Dipartimento Salute in carcere di Firenze - solo 11 hanno per ora risposto negativamente: tutti gli altri hanno aderito e ora ci aspettiamo che lo facciano anche gi altri".
I prelievi ematici sono stati effettuati sotto il controllo di Mirko Capacci, medico dell'istituto: "I campioni verranno processati nel laboratorio dell'Ospedale San Giovanni di Dio, permettendoci di valutare lo stato immunologico dei detenuti e degli operatori. I risultati? Contiamo di averli in tempi brevi, quelli dello screening probabilmente in giornata. Successivamente, qualora sorgessero dubbi o si riscontrassero casi di positività, procederemo immediatamente a eseguire il tampone".
Oltre alla messa a regime dei test, la direzione del carcere di Firenze ha predisposto un presidio sanitario per i nuovi arrivati, con le modalità precisate da un altro responsabile sanitario dell'istituto, Barbara Rinaldo: "Per tutti i 'nuovi giunti' si procederà con un isolamento preventivo di 14 giorni e per gli eventuali positivi o sospetti contagi Covid-19 abbiamo a disposizione quattro celle separate".
- Napoli. "Il carcere ha bisogno di luce", intervista al Garante dei detenuti Pietro Ioia
- Cremona. Tutela detenuti e persone private della libertà, istituito il Garante provinciale
- Taranto. Il carcere tra procedure per contrastare il contagio e produzione di mascherine
- Roma. Storia dello scrivano di Rebibbia, amico dei naufraghi della terra
- Bologna. Le "Voci" del Pratello esplora gli abissi del Potere










