di Riccardo De Vito*
Il Manifesto, 22 aprile 2020
La sentenza ha le carte in regola per evitare un rigorismo repressivo che ha ottenuto soltanto di allungare la catena dello spaccio. Ora un altro auspicio: è indispensabile che il legislatore riprenda la parola per disegnare ex novo la disciplina delle droghe leggere.
Nel commentare l'informazione provvisoria delle Sezioni Unite della Cassazione sulla coltivazione domestica della cannabis, ci eravamo lasciati con l'augurio di leggere, nella sentenza, un criterio limpido di distinzione tra condotte penalmente rilevanti e condotte non punibili.
Il 16 aprile scorso sono state depositate le motivazioni (SS UU 12348/2020) e possiamo dire che quell'auspicio ha trovato una risposta positiva. Un po' di chiarezza è stata raggiunta ed è ipotizzabile un maggior tasso di prevedibilità delle decisioni giudiziarie in materia. La sentenza tratteggia una vera e propria scala di rilievo penale delle condotte di coltivazione. Al gradino più basso si colloca la coltivazione domestica destinata all'autoconsumo.
Si tratta di una condotta - qui sta il passo avanti rispetto alle SS UU Salvia - non penalmente perseguibile per difetto di tipicità. In altri termini, il fatto si sottrae all'intervento repressivo non in quanto inoffensivo, ma perché, a monte, non integrante gli estremi della coltivazione.
Più che soffermarsi sui parametri di legge dai quali la Corte desume tale prezioso principio, appare utile allineare i presupposti oggettivi in base ai quali la Cassazione individua con certezza la condotta non punibile: minima dimensione della coltivazione, svolgimento in forma domestica e non in forma industriale, rudimentalità delle tecniche, scarso numero di piante, mancanza di indici di un inserimento nell'ambito del mercato degli stupefacenti, oggettiva destinazione del prodotto all'uso personale esclusivo.
Si tratta di indici che devono essere compresenti: non basta, chiaramente, la sola intenzione soggettiva di coltivare per uso personale. La soluzione adottata consente di prescindere dal fatto che dalla coltivazione domestica possano derivare sostanze con efficacia drogante. Nel caso ciò accada, per il coltivatore - in quanto detentore per uso personale - si apriranno le porte dell'illecito amministrativo di cui all'art. 75 TU.
Sul gradino successivo dell'ipotetica scala si situano le coltivazioni che, in assenza di uno dei detti indicatori, vanno qualificate come tipiche. Per affermare la loro illiceità penale la Corte chiede una verifica adeguata sulla loro offensività in concreto, che non può essere ritenuta ogni volta che ci si trovi davanti a modalità di coltura inadeguate a produrre sostanza ovvero, a ciclo colturale terminato, a prodotti privi di principio attivo o non conformi al tipo botanico.
Salendo ancora nella gradazione della risposta punitiva, troviamo le condotte tipiche e offensive, ma non punibili per particolarità tenuità del fatto (art. 131-bis cod. pen.) e, infine, quelle punibili secondo la gamma sanzionatoria prevista dal legislatore (ivi compresa la fattispecie di lieve entità). Qualche breve conclusione. Va detto che, nel diffondersi sul concetto di offensività, la Corte delinea meglio il bene giuridico oggetto di protezione, individuandolo nel solo diritto alla salute.
La discussione, dunque, viene sterilizzata dai riferimenti a concetti come "salvaguardia delle giovani generazioni", "sicurezza" e "ordine pubblico" che non avevano giovato ad un approccio laico alla tematica del consumo di cannabis. Nel complesso, si può dire che la sentenza ha le carte in regola per evitare un rigorismo repressivo che, sinora, ha ottenuto soltanto il risultato di allungare la catena dello spaccio. C'è da formulare, ora, un altro auspicio. È indispensabile, a distanza di trent'anni dal TU, che il legislatore riprenda la parola per disegnare ex novo la disciplina delle droghe leggere, lasciandosi definitivamente alle spalle il paradigma della pena in favore di un approccio socio-culturale multilivello. Dubito, stavolta, che si tratti di un auspicio che vedremo soddisfatto a breve.
*Presidente Magistratura democratica
di Massimo Massenzio
Corriere di Torino, 22 aprile 2020
"Una decina sono usciti ma 47 ancora detenuti. Servono tamponi a tappeto". "Nel carcere di Torino su 1.250 detenuti almeno 60 sarebbero risultati positivi al coronavirus. Di questi - aggiunge - una decina sarebbero già usciti, mentre 47 sarebbero ancora allocati all'interno, distribuiti su tre reparti".si sta verificando una "situazione estremamente grave e preoccupante". Parole del segretario generale dell'Osapp, Leo Beneduci. Secondo l'Organizzazione sindacale autonoma di polizia penitenziaria la situazione nella Casa circondariale Lorusso e Cotugno è "estremamente grave", ma rischierebbe addirittura di diventare esplosiva senza un immediato intervento di Regione e istituzioni. Oltre a una sessantina di detenuti positivi al Covid-19 ci sarebbero almeno 9 contagi anche tra il personale in servizio delle Vallette e quello del provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria.
Nei giorni scorsi l'Osapp ha scritto al presidente regionale Aberto Cirio per chiedere che tutti gli agenti impiegati nelle strutture carcerarie piemontesi siano sottoposti "con urgenza" ai tamponi.
"Quello che si sta verificando nel carcere di Torino è preoccupante - conferma il segretario generale Leo Beneduci - Su 1250 detenuti quasi 60 sarebbero risultati positivi al coronavirus. Di questi una decina sarebbero già usciti, mentre 47 sono ancora all'interno".
Originariamente i casi di positività erano distribuiti su tre reparti, ma nelle scorse ore è stato deciso di accorpare tutti i contagiati nella palazzina Arcobaleno, in precedenza occupata da detenuti con problemi di tossicodipendenza. Un trasferimento contestato da una parte della popolazione carceraria, che chiede maggiori contatti con le famiglie, anche con videochiamate. Soprattutto dopo che si è diffusa la notizia, che al momento non trova conferme, di un altro caso di positività sia stato da poco riscontrato anche in un'altra sezione del carcere.
A fronte di questo scenario, secondo quanto riferisce il sindacato, gli operatori di polizia penitenziaria continuerebbero a lavorare con "dispositivi di protezione individuali insufficienti e mascherine chirurgiche che vengano utilizzate per più giorni di seguito". A questo proposito Beneduci aggiunge: "Il personale teme per la sua sicurezza e chiede alle autorità di effettuare tamponi in maniera massiccia. Anche perché tra i detenuti sarebbe in uso l'abitudine di scambiarsi effusioni in maniera più che palese con l'evidente scopo di contrarre una positività che faciliterebbe l'uscita all'esterno. Bisogna intervenire subito".
di Gianluca Lomuto
ilquotidianoitaliano.com, 22 aprile 2020
Mentre la maggior parte degli italiani freme in attesa che sia decretata la fine del lockdown, che guarda spasmodicamente alla riapertura delle attività economiche e soprattutto alla fine della restrizione domiciliare fra le comodità delle mura domestiche, c'è chi, invece non vede semplicemente l'ora di poter tornare a rivedere i propri cari sotto lo sguardo vigile di una guardia, di poter tornare a parlare col proprio legale, di poter tornare a sperare in un permesso premio.
Sono i detenuti, ristretti all'interno delle carceri che scoppiano. Il coronavirus ha esasperato una condizione già di per sé difficile, per cui l'Italia è anche stata più volte bacchettata dalle istituzioni europee. Tutti ricordano la rivolta scoppiata all'inizio dell'emergenza sanitaria globale, ma se molti credevano che dopo allora le cose fossero migliorate, evidentemente non è così.
All'Avvocato Leopoldo Di Nanna, vicepresidente dell'Associazione #RecidivaZero da sempre impegnato nella tutela dei diritti costituzionalmente garantiti ai detenuti, è arrivata una lunga lettera scritta dalle detenute di un carcere del meridione. Lungi dall'autoassolversi, chiedono un provvedimento per evitare che il coronavirus si trasformi per loro una pena capitale.
Siamo una rappresentanza delle detenute, sezione Comuni, di una Casa circondariale del sud Italia, il termine "detenuta" si addice appieno al contesto storico sociale che l'Italia sta attraversando per l'allarme pandemia del covid-19. Dal latino trattenere, allontanare, è questo il significato del verbo detenere ed è ciò che si è applicato ad litteram con il decreto del Presidente del Consiglio dei ministri n. 18, cosi detto Cura Italia a tutta la popolazione detenuta.
Con la sospensione delle attività rieducative e con il blocco dei colloqui visivi, non più una parola di conforto di un familiare, non più una rassicurazione del difensore di fiducia, nessuna udienza che desti speranza, perché è da essa che un detenuto trova gli stimoli per andare avanti nel percorso riabilitativo rappresentato dalla finalità rieducativa della pena.
Con questa missiva non vogliamo esimerci dalle nostre responsabilità, in quanto siamo consapevoli dei reati ascrittici e delle sanzioni inflitteci dalla Giustizia italiana. Il nostro pensiero, condiviso dalla gran parte della popolazione detenuta, è avvalorato e sostenuto da chi come noi ha contezza di quanto accade nella società. C'è tutto un mondo sottostante alla situazione carceraria di cui ben pochi sono a conoscenza, una realtà che deve essere palesata per sensibilizzare l'opinione pubblica e la coscienza dello Stato.
Il carcere è lo Stato, ed è ovvio che rispecchi in toto le carenze del nostro Paese. Si cade in una contraddizione di fatto nel sostenere che, per evitare la contrazione del virus covid-19, bisogna mantenere una distanza di sicurezza e poi, in concreto, pernottiamo, mangiamo, viviamo e sogniamo in pochi metri. Non è fattibile un discorso di profilassi in un ambiente così ristretto e angusto.
Lo Stato deve comprendere che quanto è in atto non ha a che vedere con la privazione della libertà personale, ma la contrazione del coronavirus può essere commisurata a una condanna capitale. A parere nostro, non si ha bisogno di manifestazioni plateali per supportare i nostri principi, ciò che chiediamo è una giusta intesa tra il Carcere e lo Stato. Né colpevolisti, né garantisti, bensì interventisti.
Occorre un provvedimento equo e proporzionato per l'emergenza sovraffollamento. È opinione comune che tale provvedimento è da individuarsi nella concessione di un indulto. È lapalissiano credere che tutti possano varcare le soglie di questi cancelli, ma in tal modo verrebbe rideterminato il numero della popolazione carceraria. Si tenga anche conto della mole di lavoro di cui verrà investita l'Autorità Giudiziaria successivamente alla sospensione dei termini di Legge.
Le così dette Patrie Galere, e nell'attributo "patrie" ribadiamo il nostro senso civico e l'orgoglio patriottico, pullulano di un'umanità palpabile, e i meccanismi intrapsichici che si sviluppano in merito al dramma psicosociale sono inevitabili conseguenze generate dal sentimento di paura di ognuna di noi. I dati enunciati nel discorso del Garante dei detenuti proprio in questi giorni, 20 detenuti e 200 operatori affetti da coronavirus, sono chiarificatori dell'immane proporzione del dramma e del disagio sociale.
L'Italia è per antonomasia la culla della fondatrice del diritto romano a cui molte nazioni si sono ispirate. A prescindere dai retaggi storici e dalle rimembranze poetiche, l'intransigenza di cui lo Stato fa bandiera, non deve essere uno scudo per proteggersi dalle proprie responsabilità, né un'arma per ferire una moltitudine di individui già ampiamente segnata dalle vicissitudini della vita.
Siamo stati lasciati soli, relegati ai margini di una società per la quale noi siamo dei reietti, ma c'è un cuore, un'anima, un vissuto dietro quei titoli in esecuzione, oltre il Casellario Giudiziale, c'è una casa, intesa come la domus romana, il focolare domestico.
Senza nulla togliere alla certezza della pena, senza discernere "a quo", trascendendo dalla meritocrazia e dal "fine pena", l'indulto consentirebbe di vivere dignitosamente il regime carcerario. La "libertas" del Governo sta nell'emanare l'indulto al di là delle logiche partitiche e della propaganda elettorale. Uno dei principi del Vangelo recita: "Chi è senza peccato scagli la prima pietra". Allora, a voi l'ardua sentenza.
corriereditaranto.it, 22 aprile 2020
Nuovi detenuti sottoposti a triage e isolamento precauzionale di 14 giorni. La Direzione della Casa Circondariale di Taranto, di concerto con la ASL, tramite il Distretto Unico, e la Dirigenza della Unità Operativa per la Sanità Penitenziaria, ha disposto e adottato misure e attività volte a prevenire, contrastare e contenere la diffusione dell'epidemia da Covid-19, per tutelare la salute della popolazione detenuta e degli operatori penitenziari.
Fuori dalle sezioni detentive, nel cortile interno dell'Istituto Penitenziario, è stata montata e allestita una tensostruttura all'interno della quale i medici di guardia effettuano il pre-triage, per la valutazione del rischio da infezione da Covid-19, nei confronti dei nuovi detenuti giunti.
Ai medici presenti nella Casa Circondariale, la ASL Taranto ha fornito le linee guida da seguire per l'accesso in carcere e lo svolgimento dell'attività sanitaria nei confronti dei nuovi giunti, secondo le disposizioni del Governo, del Ministero di Grazia e Giustizia e della Regione Puglia.
Settimanalmente la ASL rifornisce gli operatori sanitari di Dispositivi di Protezione Individuale da indossare per tutta la durata delle procedure di pre-triage, in particolare mascherine chirurgiche, FFP2 e FFP3, guanti e camici monouso, termo-scanner e disinfettate per le mani, nonché mascherine FFP2 per il personale di Polizia Penitenziaria preposto. Sono stati, inoltre, forniti kit completi di DPI per la tutela del personale adibito al trasferimento dei detenuti.
La Direzione della Casa Circondariale ha individuato delle "aree cuscinetto" dedicate e isolate, ove allocare i detenuti giunti, per un periodo precauzionale di 14 giorni, durante il quale avviene un costante monitoraggio delle condizioni di salute da parte dei medici di guardia. In presenza di elementi che rendano necessaria l'esecuzione di un tampone, il Dipartimento di Prevenzione della ASL Taranto viene allertato per predisporre l'espletazione di tale procedura. Qualora si riscontrino casi di positività, il Dirigente Sanitario dell'Istituto Penitenziario e il medico competente del Dipartimento di Prevenzione, valutate le condizioni cliniche del detenuto, dispongono l'eventuale ricovero in isolamento sanitario.
In caso di dimissioni o trasferimenti, i reclusi vengono sottoposti a visita medica e, in presenza di sintomatologia simil-influenzale o stato febbrile, ad eventuale tampone da parte del Dipartimento di Prevenzione. Il personale sanitario infermieristico esegue la rilevazione della temperatura corporea a coloro che entrano nell'Istituto Penitenziario tre volte al giorno (ore 8.00, 14.00, 24.00).
Durante il periodo emergenziale è prevista la limitazione dell'attività medico-specialistica ai soli casi urgenti. Per quanto riguarda il personale di Polizia Penitenziaria asintomatico che ha avuto contatti con persone contagiate o con casi sospetti, vengono predisposte e attivate le procedure sanitarie indicate dalla Regione Puglia. Le attività adottate e realizzate per contenere e contrastare l'emergenza in corso, dimostrano ancora una volta il rapporto di piena collaborazione tra la ASL Taranto e la Direzione della Casa Circondariale, nella persona della dott.ssa Stefania Baldassarri, la cui disponibilità al confronto con l'Azienda ha sempre prodotto risultati costruttivi ed efficaci.
cittadellaspezia.com, 22 aprile 2020
Partiranno entro fine settimana i test sierologici a tappeto per definire il quadro sieroepidemiologico della popolazione carceraria e degli agenti di polizia penitenziaria: si tratta di un test di laboratorio, effettuato su campione ematico, per la rilevazione di anticorpi di classe IgM e IgG anti - Sars-Cov2. La definizione del quadro sieroepidemiologico rappresenta un approccio consolidato per la valutazione della circolazione e dell'esposizione di una popolazione a un microrganismo che consente di ottimizzare le strategie di prevenzione disponibili.
"Abbiamo voluto estendere l'indagine sierologica a tappeto alla popolazione delle carceri e agli agenti di polizia penitenziaria per dare un efficace contributo al contenimento del contagio in un ambiente sensibile, dove potrebbero verificarsi situazioni critiche - sottolinea Sonia Viale, vicepresidente e assessore alla Sanità di Regione Liguria.
Si tratta di un'azione di prevenzione per definire il quadro sieroepidemiologico, favorire tutte le azioni di prevenzione necessarie e rispondere alla richiesta delle direzioni degli istituti penitenziari di tutelare anche questa categoria di popolazione e tutto il personale coinvolto". A seconda del risultato del test sierologico, i soggetti interessati potranno essere sottoposti anche a diagnostica molecolare (tampone).
di Ivano Zappa*
gnewsonline.it, 22 aprile 2020
In un momento di grande emergenza, siamo coinvolti tutti, nessuno escluso, "dentro e fuori" dalla cinta muraria, senza esclusioni, differenza di etnia, di religione e ceti sociali. Del termine spazio Wikipedia dice testualmente: "Un vuoto che esiste tra corpi celesti, ma in realtà non è completamente vuoto, al suo interno contiene una densità di particelle". Voglio pensare a queste particelle come a tutti coloro che sono ristretti negli istituti di pena ed in particolar modo in questo di Bergamo, che oggi ancor di più vivono una situazione disagiata e di difficile gestione da parte dell'istituzione carcere.
L'emergenza Covid-19 ha portato a provvedimenti restrittivi che hanno visto la sospensione temporanea dei colloqui visivi con i propri familiari, la sospensione all'ingresso di tutte le forme di volontariato, fonte di massimo aiuto per coloro che si trovano ristretti negli istituti. Non certamente ultima per importanza la scuola, i corsi di formazione professionale e gli incontri formativi. I detenuti che nel corso dell'anno hanno costantemente seguito con interesse le lezioni si sono ritrovati improvvisamente nell'impossibilità di terminare un loro percorso didattico, che con l'aiuto della scuola avrebbe contribuito al proprio accrescimento culturale e quindi al reinserimento.
La Direttrice e il Comandante hanno subito appoggiato le direttive impartite dal Ministero dell'Istruzione, agevolando con non poche difficoltà la ripresa dell'attività scolastica mediante l'utilizzo della didattica a distanza. Dando così modo ai docenti del Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti di Bergamo e dell'Istituto Alberghiero Sonzogni di Nembro (oltre agli incontri per la rivista Spazio) di proseguire il percorso scolastico interrotto dal virus. I detenuti hanno positivamente accolto tale iniziativa alla ripresa scolastica e agli incontri formativi.
Anche il personale di Polizia Penitenziaria ha contribuito alla riuscita di questo nuovo progetto: una scuola in videoconferenza con tutti i docenti delle scuole, utilizzando sistemi informatici che oggi aiutano ad accorciare le distanze. Lo spazio, allora, forse non è così lontano: a volte basta guardare con occhi diversi per non sentirsi abbandonati o... persi nello spazio.
*Assistente Capo Coordinatore della Casa Circondariale di Bergamo
ilpiacenza.it, 22 aprile 2020
Sette sindacati della polizia penitenziaria: "Pronti a scendere in piazza. Silenzio assordante dell'amministrazione. Siamo amareggiati, vogliamo sicurezza per noi e le nostre famiglie". "Subito i protocolli sanitari all'interno delle carceri italiane per combattere l'epidemia di coronavirus. Lo chiedono sette sigle sindacali che rappresentano il personale di polizia penitenziaria e che si dicono pronte a "scendere in piazza". Le sette sigle (Sappe, Osapp, Sinappe, Uspp, Cgil, Cisl e Uil funzione pubblica) criticano anche "i silenzi assordanti del Dipartimento di amministrazione penitenziaria (Dap) nella gestione emergenza epidemiologica".
Mancano le protezioni e l'attuazione di protocolli sanitari per garantire la salute di chi lavora in carcere. Sarebbe necessario sottoporre tutto il personale a test sierologici o tamponi, per individuare anche gli asintomatici, predisporre corsi di formazione, incrementare la sanificazione degli ambienti di lavoro, seguir ei protocolli delle Asl, per tutelare i lavoratori e le loro famiglie. "Siamo esausti e amareggiati - sostengono a gran voce i sindacalisti - di restare spettatori di una consolidata inerzia e del tracotante oscurantismo istituzionale nei confronti di uomini e donne in divisa che, quotidianamente, espletano la loro attività lavorativa, con spirito solerte e impavido". Pronti a protestare in piazza, i sindacati sottolineano di essere "responsabilmente consapevoli degli imperativi normativi attuati in questo triste momento, ma non escludiamo gli eventuali interessamenti dei nostri uffici legali".
di Ida Artiaco
fanpage.it, 22 aprile 2020
Il Marion Correctional Institution, carcere dell'Ohio, rischia di trasformarsi in uno dei più grandi focolai di Coronavirus degli Stati Uniti dopo che 109 dipendenti e 1828 detenuti, il 73 per cento del totale, sono stati trovati positivi al Covid-19. Il primo caso era stato registrato il 29 marzo e nel giro di 15 giorni il contagio si è allargato a dismisura.
Centonove dipendenti e quasi duemila detenuti risultati positivi al Covid-19. Il Marion Correctional Institution, carcere che si trova in Ohio, Stati Uniti, potrebbe diventare uno dei più grandi focolai a livello nazionale della pandemia di Coronavirus. Il numero dei contagi all'interno della struttura ha infatti superato domenica scorsa quello di una industria di lavorazioni delle carni in South Dakota e della portaerei Roosevelt a Guam. Il Dipartimento di riabilitazione e correzione dello Stato (Odrc), che gestisce il sistema carcerario, ha rivelato che l'intero istituto detentivo è attualmente in quarantena. 1.828 detenuti affetti dall'infezione, cioè il 78 per cento del totale, sono stati isolati e separati da altri 667 che invece sono risultati negativi ai test. Lo scorso 8 aprile l'agente John Dawson, che lavorava nella prigione dal 1996, è morto a causa della malattia causata dal nuovo virus. Il primo caso di un membro dello staff era stato denunciato lo scorso 29 marzo. Nel giro di 15 giorni il contagio ha raggiunto più di 1800 detenuti.
Complessivamente nei penitenziari dell'Ohio ci sono 2400 casi tra i reclusi e 244 tra lo staff, ossia il 20% del totale, che è di 11.602 casi. Intanto, crescono le preoccupazioni da parte delle autorità riguardo soprattutto alla possibilità di garantire distanziamento sociale all'interno delle prigioni. Al momento, si sta procedendo con tamponi di massa a tutti i soggetti che si trovano dietro le sbarre, non solo al Marion Correctional Institution. A Pickaway, 1614 detenuti sono in quarantena dopo che 384 sono risultati positivi. Sessantaquattro membri del personale sono risultati positivi e due sono guariti. Ci sono stati anche cinque decessi confermati e uno è ancora in fase di verifica. A Franklin, 102 detenuti sono isolati dopo che 103 sono stati trovati positivi ed uno è morto. Anche quarantasei membri dello staff risultano infetti. Per ridurre il rischio di contagio i pasti all'interno delle strutture sono stati ridotti da tre a due ogni giorno, è stato bloccato l'ingresso ai visitatori e sono state rese gratuite telefonate e videochiamate per avere contatti con l'estero. Inoltre ai detenuti è permesso indossare maschere di stoffa. Il personale e i fornitori devono sottoporsi a controlli di temperatura prima di entrare.
amnesty.it, 22 aprile 2020
Le autorità dell'Africa Subsahariana devono agire immediatamente per proteggere i detenuti dal Covid-19 con misure che comprendano anche il rilascio dei prigionieri di coscienza, la revisione dei casi di detenzione preventiva e la garanzia dell'accesso all'assistenza e ai prodotti disinfettanti in tutte le strutture.
"Con il diffondersi del Covid-19 nell'Africa Subsahariana il grave sovraffollamento in molte carceri e istituti penitenziari rischia di trasformarsi in una catastrofe sanitaria pubblica, soprattutto a causa della mancanza generale di assistenza sanitaria e delle carenze igieniche", ha dichiarato in una nota ufficiale Samira Daoud, direttrice di Amnesty International per l'Africa centrale e occidentale.
Chiediamo altresì alle autorità di prendere in considerazione un rilascio anticipato, provvisorio o una liberazione condizionale dei detenuti anziani e di coloro che presentano patologie pregresse, unitamente a donne e ragazze che si trovano in regime di detenzione con figli minori o che sono incinte.
"In molti paesi in tutta la regione, sono numerosi coloro che si trovano in carcere solo per aver esercitato i propri diritti umani in maniera pacifica. Oltre ad essere la cosa giusta da fare, il rilascio immediato e incondizionato dei prigionieri di coscienza libererebbe spazio in quelle strutture e aiuterebbe a proteggere detenuti e personale dal virus", ha proseguito Samira Daoud.
In tutta la regione dell'Africa Subsahariana, la detenzione preventiva resta uno strumento punitivo ampiamente diffuso ed eccessivamente utilizzato. Al mese di giugno 2019 le persone detenute negli istituti penitenziari in Madagascar, paese con una capacità totale nazionale di 10.360 detenuti, erano 28.045. Oltre il 75 per cento dei 977 ragazzi detenuti si trova in custodia cautelare. Minori e adulti accusati di reati minori sono costretti in penitenziari sporchi e sovraffollati più a lungo di quanto previsto per legge per la detenzione preventiva. In Senegal, prima della liberazione dei detenuti annunciata nel marzo 2020, il paese contava 11.547 persone in 37 carceri con una capacità totale di 4224 carcerati. Situazione simile in Burundi i cui istituti penitenziari, con una capacità di 4194 persone, ospitavano prima del dicembre 2019 11.464 detenuti, il 45,5 per cento dei quali in detenzione preventiva.
Secondo gli ultimi dati disponibili sulla prigione centrale di Makala, nella Repubblica Democratica del Congo, nel 2016 vi erano 8000 detenuti, più di cinque volte la capacità ufficiale di 1500. Nel paese nel corso del 2019 sono stati rilasciati circa 700 detenuti ma almeno 120 prigionieri sono morti per fame, mancanza di accesso ad acqua potabile e assistenza sanitaria adeguata. "Anche prima della pandemia da Covid-19, gli istituti penitenziari nella Repubblica Democratica del Congo erano luoghi di morte. Oltre a mettere in luce la spaventosa realtà che si trovano ad affrontare persone private della propria libertà, il virus aumenta i rischi a cui i detenuti sono esposti quotidianamente", ha commentato Deprose Muchena, direttore di Amnesty International per l'Africa meridionale e orientale.
Prigionieri di coscienza: giornalisti, difensori dei diritti umani, studenti - Molti paesi della regione hanno una lunga tradizione di detenzioni arbitrarie per coloro che hanno esercitato o difeso i diritti alla libertà di espressione, assemblea pacifica o associazione, il che contribuisce al sovraffollamento. Abbiamo sottolineato l'emergenza di molti prigionieri di coscienza che adesso si trovano ad affrontare la concreta minaccia del Covid-19 in prigione. Il giornalista Ignace Sossou in Benin è stato condannato il 24 dicembre 2019 a 18 mesi di reclusione per "molestie attraverso mezzi di comunicazione elettronici" per alcuni tweet con dichiarazioni attribuite al procuratore intervenuto durante una conferenza organizzata dall'Agenzia francese per lo sviluppo dei media.
In Burundi, il difensore dei diritti umani Germain Rukuki è stato arrestato per la sua attività e sta scontando una pena detentiva di 32 anni mentre quattro giornalisti collaboratori di uno dei pochi media indipendenti del paese, Iwacu, sono stati condannati il 30 gennaio 2020 a due anni e mezzo di reclusione per aver cercato di svolgere delle indagini sugli scontri violenti avvenuti nel paese.
In Camerun tre studenti, Fomusoh Ivo Feh, Afuh Nivelle Nfor e Azah Levis Gob, sono stati condannati a 10 anni di reclusione "per non aver riportato informazioni in materia di terrorismo" dopo aver scritto un messaggio con una barzelletta su Boko Haram. Tra le persone ancora detenute per aver protestato in maniera pacifica contro presunte irregolarità durante le elezioni presidenziali del 2018 o in favore dei diritti economici e sociali nelle regioni anglofone, spicca il caso di Mancho Bibixy Tse, arrestato il 9 gennaio 2017 e condannato il 25 maggio 2018 da un tribunale militare a 15 anni di reclusione con l'accusa di "terrorismo", semplicemente per aver protestato in maniera pacifica contro dei camerunensi della comunità di lingua inglese.
In Ciad Martin Inoua, direttore del giornale Salam Info, nel settembre 2019 è stato condannato a tre anni di reclusione per diffamazione, calunnie e associazione a delinquere dopo aver pubblicato un articolo su una presunta aggressione sessuale da parte di un ex ministro. "Amnesty International considera tutte queste persone prigionieri di coscienza, imprigionati solo per aver esercitato i propri diritti; devono essere rilasciati immediatamente e senza condizioni", ha concluso Deprose Muchena.
In Guinea, attivisti del Fronte nazionale per la difesa della costituzione sono arbitrariamente imprigionati per aver manifestato in maniera pacifica contro un progetto di riforma costituzionale che prevede per il presidente Alpha Condé la possibilità di candidarsi per un terzo mandato e lo svolgimento di un referendum costituzionale il 22 marzo 2020. Ibrahimo Abu Mbaruco, giornalista in Mozambico, è stato vittima di una sparizione forzata il 7 aprile 2020. Aveva inviato un messaggio a un collega in cui diceva di essere stato minacciato da alcuni soldati vicino casa sua a Palma, nella provincia settentrionale di Cabo Delgado. Le autorità mozambicane sono note per gli arresti arbitrari, le torture e altri maltrattamenti nei confronti dei giornalisti. "È spaventoso che un numero così alto di persone che esercita in maniera pacifica i propri diritti umani adesso si trovi esposta al rischio di contrarre il Covid-19 nelle carceri africane. Devono essere tutte rilasciate senza ulteriori indugi", ha aggiunto Deprose Muchena.
In Somaliland il presidente Muse Bihi Abdi ha graziato 574 detenuti il 1 aprile per migliorare il problema del sovraffollamento ma nell'elenco non è incluso il giornalista freelance Abdimalik Muse Oldon, arrestato arbitrariamente un anno fa per aver criticato il presidente su Facebook.
Avversari politici e critiche al governo
In Congo, quattro sostenitori del movimento di opposizione Incarner L'Espoir, Parfait Mabiala, Franck Donald Saboukoulou Loubaki, Guil Miangué Ossebi e Meldry Rolf Dissavoulou, sono stati accusati di aver messo in pericolo la sicurezza del paese e sono stati reclusi arbitrariamente per molti mesi. Gli avversari e i candidati politici delle elezioni presidenziali del 2016, Jean-Marie Michel Mokoko e André Okombi Salissa, sono stati condannati per aver messo in pericolo la sicurezza interna dello stato nel 2018 e da allora si trovano in regime di detenzione arbitraria.
In Eritrea, chiunque esprima un'opinione politica diversa da quella del governo è a rischio di arresto; migliaia di politici, giornalisti, difensori dei diritti umani e persino familiari vengono imprigionati per anni, praticamente senza prospettive di rilascio. In Etiopia il governo ha liberato oltre 10.000 detenuti giunti quasi alla fine della pena o che erano stati condannati a un massimo di tre anni di reclusione ma per avversari politici e giornalisti continuano le detenzioni inique per motivi di opinione o per aver svolto il proprio lavoro.
In Madagascar Arphine Helisoa, direttrice editoriale del giornale Ny Valosoa, si trova in detenzione preventiva nella prigione della capitale Antanimora il 4 aprile con l'accusa di aver diffuso "fake news" e di "incitamento all'odio nei confronti del presidente Andry Rajoelina", per aver criticato la gestione del presidente nella risposta nazionale al Covid-19.
In Sud Sudan, dall'inizio del conflitto, nel 2013, il Sevizio di sicurezza nazionale ha arbitrariamente arrestato senza capi d'accusa centinaia, forse migliaia, di presunti oppositori del governo, giornalisti e membri della società civile. I detenuti fanno affidamento sulle proprie famiglie per il cibo ma molti adesso non possono più farlo a causa delle restrizioni per il Covid-19.
In Tanzania, l'avvocato per i diritti umani Tito Magoti e Theodory Giyani, accusato con lui, sono in regime di detenzione presso la polizia dal 20 dicembre 2019, con il tribunale che ha rinviato il processo per la nona volta il 15 aprile 2020. In Uganda, la polizia militare ha arrestato lo scrittore e studente di giurisprudenza Kakwenza Rukira il 13 aprile 2020 per il suo libro Avidi barbari, che critica la famiglia alla guida del paese. Non sono ancora state formalizzate le accuse a suo carico.
"La diffusione del Covid-19 rappresenta una preoccupazione per la salute pubblica anche nelle carceri e nelle altre strutture penitenziarie. È necessario che la riduzione del numero di persone detenute sia parte integrante della risposta degli stati al Covid-19, che deve avere inizio in primo luogo con il rilascio immediato e incondizionato di tutti coloro che non dovrebbero essere detenuti", ha concluso Samira Daoud.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 aprile 2020
Il rapporto sulla pena di morte nel mondo diffuso oggi da Amnesty International conferma che il numero delle esecuzioni note continua a diminuire: erano state 690 nel 2018, sono state 654 lo scorso anno. Esecuzioni note, sottolinea l'organizzazione impegnata da decenni nella campagna per abolire la pena capitale, poiché come sempre mancano i numeri della Cina, che Pechino si ostina a non rendere noti. Si stima che le persone messe a morte siano migliaia ogni anno.
Il Medio Oriente, regione in cui c'è un deficit complessivo di tutela dei diritti umani, continua a essere l'area più resistente alla tendenza abolizionista. Nel 2019 le esecuzioni sono rimaste stabilmente alte in Iran (251) e addirittura raddoppiate in Iraq (da 52 a 100), ma è l'Arabia Saudita ad aver raggiunto un triste record con 184 esecuzioni, mai così tante da quando, nel 2000, Amnesty International ha iniziato a contarle. Complessivamente, diminuiscono le esecuzioni nel continente asiatico e nell'Africa subsahariana, dove alcuni governi si sono impegnati in direzione dell'abolizione della pena di morte.
Stati Uniti (22 esecuzioni) e Bielorussia (tre) restano le eccezioni in due continenti, le Americhe e l'Europa, che sarebbero altrimenti liberi dalla pena capitale. Ma proprio dagli Usa arrivano dall'anno scorso due buone notizie: il governatore della California ha disposto una moratoria sulla pena di morte (è lo stato col più popolato braccio della morte) e quello del New Hampshire l'ha abolita, seguito quest'anno dal Colorado. In totale, sono 20 i paesi che hanno fatto ricorso alla pena di morte nel 2019. Un'esigua minoranza a fronte dei 142 che l'hanno abolita, 106 dei quali per tutti i reati.
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