ilreggino.it, 21 aprile 2020
Continuano i colloqui in carcere di Paolo Praticò Garante Metropolitano dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale. L'ufficio del Garante Metropolitano dei diritti delle persone private della libertà personale, prosegue l'attività di "vigilanza" sul rispetto dei diritti delle persone detenute.
"Siamo stati nel carcere di San Pietro come in quello di Arghillà dove ci rechiamo per colloqui ogni quindici giorni, mentre negli istituti della Provincia, andiamo se richiesti". A raccontare la situazione è Paolo Praticò Garante Metropolitano dei diritti delle persone private o limitate nella libertà personale.
"Abbiamo verificato, con soddisfazione, come la nostra richiesta al direttore dott. Calogero Tessitore, di garantire la libertà d'informazione ai detenuti, sia stata accolta, liberalizzando l'acquisto di giornali e riviste nel rispetto dell'art. 18 OP. inoltre, abbiamo intervistato la dott.ssa Elisa Messineo psichiatra, il direttore sanitario dott. Rodà e il comandante della polizia penitenziaria dott. Stefano Lacava, circa il tentativo di suicidio di un detenuto, per fortuna sventato dal tempestivo intervento di una guardia. Infatti, il detenuto in questione era sottoposto ad alta sorveglianza e a colloqui psicologici e terapia psichiatrica costante, il dott. Rodà aveva relazionato l'incompatibilità del suddetto detenuto con il regime carcerario e il magistrato ne ha disposto la scarcerazione".
di Francesca Lai
bergamonews.it, 21 aprile 2020
"Il dentro chiama il fuori, gli affetti, le istituzioni, la gente, il riscatto e il perdono": Marco Pesenti e Daniele Drago, psicologi della Uoc Psicologia del Papa Giovanni XXIII, di servizio alla Casa Circondariale di Bergamo. "Il carcere vive una quotidianità complessa che con l'emergenza Covid-19 si è ulteriormente appesantita per la sospensione di tutte le attività volte a sostenere gli aspetti di progettualità su cui si ancorano prevalentemente le vite dei ristretti".
È un equilibrio difficile da preservare quello raccontato da Marco Pesenti e Daniele Drago, psicologi della Uoc Psicologia del Papa Giovanni XXIII, di servizio alla Casa Circondariale di Bergamo. Se l'8 marzo ha significato per tutti l'interruzione della normale esistenza, per i detenuti ha comportato ulteriori restrizioni, la fine dei colloqui con i propri famigliari e la sospensione di ogni attività di recupero dentro e fuori il carcere. In questa bolla senza ancora data di fine il ruolo di psicologi e operatori della casa circondariale è quanto mai fondamentale: la distinzione tra dentro e fuori ora non esiste, per nessuno. C'è solo un enorme dentro che ci riguarda tutti, fatto di muri e di paure che cerca incessantemente il fuori e la speranza.
Come state vivendo questo momento voi operatori?
Siamo esseri umani e, come tutti, specie all'inizio, siamo stati preoccupati del possibile contagio e di essere vettori per i nostri cari. Oggi il costante utilizzo dei dispositivi di protezione individuale e all'attenzione alle indicazioni che tutti siamo ormai abituati a rispettare ci aiutano ad essere più sereni rispetto a questo. L'attenzione alla cura di sé, il confronto, lo scambio tra operatori ci aiuta. La solidarietà tra colleghi e tra curanti e pazienti in questo momento è più che mai il cibo per stare in piedi, mitigare l'angoscia, sollecitare la speranza.
Come è cambiato il vostro lavoro in queste settimane?
Come noto, sono diminuiti gli arresti, per cui meno visite di nuovi giunti, che ci permettono di rispondere più celermente alle numerose richieste di sostegno psicologico.
Che clima si respira in carcere?
In carcere si fanno sempre i conti con la rabbia e con la paura. In queste settimane, dopo le prime fasi, si respira un clima di attesa. Ovviamente tutti auspichiamo che sia un'attesa di cui si cominci ad intravvedere la fine perché non è facile per nessuno restare sospesi. Crediamo sia molto importante che si parli anche della condizione delle persone detenute e dei loro vissuti soprattutto in questa fase. Questa vicenda riguarda la società intera e quello che credo abbiamo capito tutti è che per vincere questa battaglia bisogna essere uniti.
Come stanno i detenuti?
Dopo un primo momento di agitazione a causa delle proteste per alcune restrizioni - come la sospensione delle visite delle famiglie - tutte le persone detenute hanno dimostrato di aver compreso la situazione e il comportamento è stato diffusamente attento alle regole e responsabile. Questo però non ha impedito il radicarsi in molti del senso di angoscia, come è accaduto fuori, ma in una condizione di reclusione molto più radicale e passiva di quella che stiamo sperimentando tutti. L'angoscia segue in modo naturale la privazione della libertà, ma in questo momento di blocco nazionale, la preoccupazione per i propri familiari, i lutti, il vedersi spostare le udienze in tribunale a data da destinarsi e la percezione che anche gli operatori possano essere più distanti, fa dell'angoscia una nota di fondo, un acufene che rischia di non far più sentire altri suoni. I progetti, ad esempio, sul proprio futuro, l'incontro con i familiari, che potrebbe non esserci più, il senso delle attività svolte in carcere. Per questa ragione si fa ancora più importante il senso del supporto umano, da parte della Direzione, della Polizia Penitenziaria e degli operatori sanitari: medici, infermieri, e soprattutto psicologi, in contrasto alla frustrazione e alla ricerca di un senso del tempo.
Quanti di loro hanno dovuto interrompere le attività di riabilitazione dentro e fuori dal carcere?
Sono ferme quasi tutte le attività, è fatta salva l'ora d'aria. È chiusa la scuola, il teatro, i progetti di lavoro esterno, i volontari non possono accedere all'istituto. Di questi ultimi, in particolare, è da sottolineare l'importantissimo apporto nel tenere i contatti con la famiglia, nel risolvere piccoli e grandi problemi burocratici, nel tenere i contatti con gli avvocati.
Quali sono le cose di cui avete maggiormente bisogno?
Noi come operatori abbiamo bisogno di sentirci squadra e su questo lavoriamo da tanto e su più livelli. Abbiamo bisogno di sentire che non siamo a un confine lontano e inaccessibile, che la Asst continui a farci sentire pensati e vissuti come parte di un sistema più ampio che dedica le sue energie al tema della salute. Quando si vive, si lavora in ambienti "ai margini", densi di sofferenza, quando si vive la quotidianità di "istituzioni totali", sentire che c'è un legame con una struttura al di fuori, a cui afferire per uno scambio, un confronto, diventa necessario.
Abbiamo bisogno, dentro il carcere, di sentire che si è colleghi, tra sanitari e operatori penitenziari, che si lavora insieme per la cura e per la sicurezza di tutti, dentro e fuori e che si è parte della stessa comunità. I detenuti, in questo momento più di altri, hanno bisogno di sentirsi parte di una comunità, ma soprattutto hanno bisogno di sentire che i loro diritti sono riconosciuti e che sono pensati anche loro come occasione di ripartenza. E non sentirsi un "dentro" lasciato alla deriva dal "fuori".
Fuori la pandemia, dentro la preoccupazione. Quale è ora il rapporto tra dentro e fuori?
Rimane un rapporto sbilanciato. Il dentro chiama il fuori, gli affetti, le istituzioni, la gente, il riscatto e il perdono. Il dentro è la spacconeria che fa da antidepressivo, è la nostalgia da nascondere sotto le coperte, la ricerca di vivere autenticamente, di essere riconosciuti per quel che si è nel profondo di sé stessi. Il fuori non chiama il dentro se non ne è coinvolto direttamente, lo espelle, lo accantona. In questo momento il dentro ha paura quanto il fuori, ma paradossalmente se ne sente in qualche modo protetto. Il dentro ha voglia di uscire solo per rincasare, perché mancano, sempre e oggi di più, i legami affettivi da abitare.
Voi operatori vi sentite al sicuro?
Noi lavoriamo in un contesto che ha come obiettivo la cura, e la cura reciproca ci permette di avere energia da investire costantemente e di continuare a progettare anche in questa fase. Che ci si possa solidalmente sentire tutti soggetti, persone. Anche così teniamo sotto controllo il virus così come i vissuti disturbanti la fatica. Allora ci si può sentire al sicuro.
di Roberto Lodigiani
La Stampa, 21 aprile 2020
Le otto sigle sindacali rappresentate all'interno della Casa circondariale di Novara fanno fronte comune nel contrasto alla pandemia del coronavirus. I delegati del Sappe Giuseppe Raso, Osapp Marco Caponi, Uil Pp Erberto Cappiello, Sinappe Bernardo Torromeo, FnsCisl Daniele Squillace, Uspp Massimo Greco, Cnpp Sandro Astorino, FpCgil Nicola Iannello hanno trasmesso una richiesta per sottoporre al tampone o al test sierologico tutti coloro che gravitano attorno al carcere di via Sforzesca.
L'appello riguarda anche le forniture di dispositivi di protezione individuale e gel igienizzanti. L'invito a intervenire con celerità è stato rivolto al presidente della Regione Alberto Cirio, all'assessore regionale alla Sanità Luigi Icardi, all'Asl di Novara, al provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Pierpaolo D'Andria e pure al sindaco di Novara Alessandro Canelli.
"La diffusione del contagio - sottolineano i dirigenti sindacali - in una comunità chiusa come è la casa circondariale di Novara, in cui tra personale dipendente e popolazione detenuta sono presenti 400 persone, può essere evitata solo avviando il prima possibile e a tappeto, lo screening per Covid-19 con tampone o test sierologici. L'attività lavorativa in ambito penitenziario non si è mai interrotta e l'unica ricompensa che richiediamo per i lavoratori che mai come oggi hanno continuato a prestare servizio nonostante le scarsissime protezioni e l'altissimo rischio di contagio, è quella di preservarne la salute".
La direttrice del carcere Rosalia Marino interrotto i colloqui dei familiari dei detenuti proprio per ridurre la possibilità di contagio, incrementando il numero di telefonate dirette ai congiunti all'esterno del perimetro carcerario: "Le decisioni sui tamponi - spiega Rosalia Marino - sono di competenza della Regione e dell'Asl. Per quanto riguarda la dotazione dei dispositivi di protezione individuale, direi che siamo a posto".
Gazzetta del Mezzogiorno, 21 aprile 2020
Appello rivolto alla direttrice dell'istituto penitenziario per sollecitare magistrati del Tribunale di sorveglianza. "Chiediamo, in sostanza, di poter permettere ai nostri cari di espiare la pena residua nella propria abitazione, circondati dall'affetto dei propri cari, per far sì che uniti alle famiglie, questo periodo di quarantena possa essere più accettabile e dignitoso". È l'appello rivolto da un gruppo di mogli di detenuti del carcere di Taranto, che chiedono alla direttrice Stefania Baldassari, al personale di polizia penitenziaria e ai sindacati di "sollecitare i magistrati del tribunale di sorveglianza di Taranto ad essere un po' più clementi, più malleabili a concedere più misure alternative".
Le firmatarie della lettera fanno notare che a Taranto l'epidemia da Coronavirus si unisce al problema del sovraffollamento della struttura penitenziaria. "Queste due combinazioni - aggiungono - formano una catastrofe". Sono state assunte, rilevano, "le forme più ristrette quali la mancanza di contatti esterni, la sospensione dei colloqui con le famiglie. Ed è anche giusto per tutelare i nostri mariti o figli detenuti".
Ma per il gruppo di donne "questo non è sufficiente" perché il virus può entrare ugualmente all'interno del carcere "e può colpire i nostri cari, gli agenti di polizia, il personale sanitario. Pienamente d'accordo, chi ha sbagliato - osservano - deve pagare, ma noi chiediamo soltanto più misure alternative".
estense.com, 21 aprile 2020
Horacio Czertok e Marco Luciano continuano a portare avanti riflessioni e condivisioni con i detenuti-attori in forma di corrispondenza. "Esercizi di libertà" è la forma che il laboratorio di teatro-carcere condotto da Teatro Nucleo all'interno della Casa Circondariale G. Satta di Ferrara ha preso durante l'emergenza Covid-19.
A seguito dell'impossibilità di accedere alla struttura detentiva, Horacio Czertok e Marco Luciano continuano a portare avanti riflessioni e condivisioni con i detenuti-attori in forma di corrispondenza, con uno scambio di lettere affidate alle educatrici e agli educatori, proseguendo così la pratica del teatro che è attiva nel carcere di Ferrara dal 2005 e che dal 2018 si sviluppa attorno alla produzione dello spettacolo Album di Famiglia.
Nella Casa Circondariale di Ferrara un gruppo di detenuti, che si modifica con il trascorrere del tempo, ha infatti inserito il teatro come parte della propria vita attraverso un percorso laboratoriale condotto da Teatro Nucleo. Nel laboratorio ogni incontro è un'esperienza in sé, che si inizia e si conclude ma, quando dall'accumulo di questa esperienza matura l'esigenza di uno spettacolo, gli incontri laboratoriali si trasformano in prove. È proprio attraverso gli spettacoli che la società può incontrare i detenuti aprendo un dialogo che va oltre la pena, lo stigma e i pregiudizi.
Il gruppo di lavoro oggi attivo, composto da 26 detenuti-attori tra i 21 e i 67 anni, si è formato in due anni di lavoro intenso e determinato intorno allo spettacolo Album di Famiglia: attraverso la figura di Amleto nelle varie riscritture del 900, da Heiner Muller a Laforgue, i detenuti hanno rielaborato le loro biografie con uno studio quasi antropologico sulla colpa, il lutto, l'eredità e il conflitto generazionale intorno al tema "padri e figli", comune a tutte le Compagnie che fanno parte del Coordinamento Regionale Teatro-Carcere della Regione Emilia Romagna, di cui Teatro Nucleo è fondatore.
Album di Famiglia, presentato in forma di studio all'interno del festival di Internazionale a Ferrara e in diverse occasioni di incontro con gli studenti delle scuole superiori e dell'Università, sarebbe dovuto essere presentato nel mese di aprile al Teatro Comunale di Ferrara, dove già Teatro Nucleo ha messo in scena con la Compagnia di detenuti-attori Ascesa e caduta degli UBU (2018), Me che libero nacqui al carcer danno (2016), Cantiere Woyzeck (2012) - insignito anche della Medaglia di Rappresentanza del Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, Schegge-da Totò a Beckett (2006).
L'emergenza Covid-19 ha invece fermato completamente le attività e qualunque ingresso esterno nelle carceri di tutta Italia, compresa la Casa Circondariale della città estense. A questo, Teatro Nucleo ha risposto ricercando e mettendo in campo una modalità alternativa per portare avanti il laboratorio, le relazioni, le riflessioni e l'ha individuata, in accordo con la Direzione della Casa Circondariale, nella forma della corrispondenza epistolare.
Attraverso lettere, Horacio Czertok e Marco Luciano propongono "esercizi di libertà" al gruppo di lavoro, costituitosi nel tempo tramite il passaparola tra i detenuti, che si sono fatti personalmente garanti della serietà e dell'impegno delle persone a cui proponevano di entrare a far parte del laboratorio di teatro in carcere.
"I livelli di alfabetizzazione sono molto diversificati - racconta Marco Luciano - e soprattutto gli ultimi arrivati hanno difficoltà a leggere i testi, ma la solidarietà dei compagni supera questi limiti. Per questo nelle lettere affrontiamo temi complessi con una scrittura articolata - dalla pandemia alla libertà, dalla paura all'intelligenza collettiva - certi del sostegno interno al gruppo".
Input a cui i detenuti-attori possono rispondere in forme diverse, con poesie, racconti, disegni, canzoni, che continueranno ad alimentare lo sviluppo dello spettacolo Album di Famiglia.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 21 aprile 2020
Era passato da una vita extra-lusso, fatta di cene nei ristoranti stellati e vacanze trascorse nelle suite degli alberghi più famosi del mondo, alle celle condivise di Regina Coeli. Quando aveva saputo di dovere trascorrere alcune notti dietro le sbarre pensava che sarebbe impazzito. Invece, un ricco imprenditore inglese, che due anni fa era stato fermato all'aeroporto di Fiumicino in esecuzione di un mandato d'arresto europeo emesso dal Regno Unito, in prigione aveva trovato appoggio e comprensione.
Per questo motivo, a distanza di tempo, ha deciso di sdebitarsi. Quando ha saputo della difficile situazione italiana, con il Paese travolto dall'emergenza Coronavirus, ha scoperto che nelle carceri i detenuti erano in protesta per la scarsità di dispositivi di protezione individuali e per il rischio contagio a causa degli spazi ristretti.
Quindi, assistito dall'avvocato Flavio Cioccarelli, che lo aveva seguito anche nelle udienze di estradizione dall'Italia, ha deciso di fare la sua parte: ha raccolto mascherine chirurgiche e gel disinfettanti e li ha spediti all'istituto penitenziario. Duemila dispositivi e circa quattrocento flaconi da mettere a disposizione dei detenuti e delle guardie carcerarie: il massimo che è riuscito a reperire in poco tempo e in un momento di emergenza.
Era l'aprile del 2018 quando S.A., 48 anni, ricco imprenditore inglese di origine iraniana, era stato ammanettato all'aeroporto di Fiumicino. Roma era solo una breve tappa del suo viaggio: era diretto negli Stati Uniti per un incontro d'affari. Non sapeva di avere le spalle appesantite da un mandato d'arresto europeo con contestazioni pesantissime: corruzione internazionale legata all'aggiudicazione di appalti milionari.
Il quarantottenne, businessman proveniente da una famiglia facoltosa, che gestisce anche due importanti fondazioni benefiche, era così finito in carcere. Spaventato e sconvolto, era stato portato a Regina Coeli. Per due giorni, aveva diviso la cella con altri detenuti. Ed era rimasto colpito dall'umanità e dal sostegno ricevuto all'interno del carcere. "Si ricorda ancora della solidarietà dimostrata nei suoi confronti sia dagli altri detenuti che dagli agenti penitenziari - ha raccontato l'avvocato Cioccarelli - quindi oggi ha deciso di aiutarli a sua volta".
S.A. non era rimasto a lungo in prigione, ma quei pochi giorni gli avevano cambiato la vita. A 48 ore di distanza dall'ingresso nell'istituto penitenziario gli erano stati concessi i domiciliari a Roma. Poi, la richiesta di estradizione partita dall'Inghilterra era stata rigettata dai giudici e lui era tornato in libertà. Si è trasferito a Monaco, mentre il processo a suo carico si è spostato negli Stati Uniti, dove ha patteggiato.
Il Mattino di Padova, 21 aprile 2020
Iniziativa della Polizia penitenziaria. Il messaggio per ringraziare medici, infermieri e chi è in prima linea per combattere il coronavirus confidando che tutto passi al più presto. La speranza che tutto passi arriva anche da un luogo che ospita le persone recluse.
Dal 10 aprile, su iniziativa del personale di polizia penitenziaria, la caserma della casa di reclusione di Padova si è vestita dei colori della bandiera italiana. È un omaggio ed un messaggio di speranza e solidarietà, che il reparto di Polizia penitenziaria ha voluto rendere alla cittadinanza e a tutti gli eroi protagonisti di questi tremendi tempi di emergenza.
Il tricolore illumina il cielo della reclusione per ricordare il lavoro prezioso di tutti quelli che, con contributi differenti ma uguali per importanza, consentono al nostro Paese di andare avanti e ai suoi cittadini di tenere duro perché alla fine "andrà tutto bene".
L'iniziativa è stata molto apprezzata sia all'interno che all'esterno del carcere di Padova. I detenuti vedono le luci della bandiera italiana dall'interno delle loro celle e il bianco, il rosso e il verde si notano da lontano, da dove lo sguardo arriva a cogliere il palazzo di 10 piani della struttura penitenziaria di via Due Palazzi.
Dal carcere un chiaro messaggio di gratitudine a medici e infermieri che da settimane sono in trincea per soccorrere le persone che contraggono il virus, molto spesso infettandosi a loro volta. La situazione è conosciuta anche dai detenuti che si aggiornano quotidianamente con giornali e programmi televisivi. All'imbrunire il bianco, rosso e verde illuminano il palazzo fino all'alba. Un messaggio di speranza perché tutto possa tornare alla normalità nel più breve tempo possibile.
di Lea Melandri
Il Riformista, 21 aprile 2020
L'Io calpestato e la lotta alle diseguaglianze strutturali. Da sponde opposte - l'India di Modi, l'America di Trump - Arundhati Roy e Naomi Klein, hanno visto nella pandemia da Covid-19 una "battuta d'arresto del capitalismo", una sorta di catalizzatore capace di evidenziarne le "vergogne nascoste", dalle disuguaglianze strutturali, sociali ed economiche all'indifferenza di fronte agli orrori che produce.
La lunga marcia di milioni di poveri, cacciati dalle città dell'India dai datori di lavoro e diretti a piedi verso i loro villaggi, parla della stessa divisione di classe di cui sono testimoni gli afroamericani e i latini, lasciati fuori dagli ospedali negli Stati Uniti. Importante, per entrambe, è riconoscere che la pandemia ha segnato una rottura e che non si può pensare di "ricostruire il futuro sul passato".
Nella felice immagine di Arundhati Roy il coronavirus potrebbe rappresentare "una porta, un gate-away, tra un mondo e il prossimo. Dipende da noi ‑scegliere se attraversarlo trascinandoci dietro le carcasse dei nostri pregiudizi e dell'odio, della nostra avarizia, delle nostre banche dati, dei nostri fi umi morti e cieli affumicati. Oppure, possiamo camminare con leggerezza, con poco bagaglio, pronti a immaginare un altro mondo.
E pronti a lottare per questo. Ma come definire il "noi" da cui ci si aspetta un cambiamento così radicale? In un articolo uscito giorni fa su Il Riformista, Alberto Abruzzese giustamente rilevava come il "noi" sia diventato sempre di più l'assoggettamento dei singoli a una volontà superiore, e che solo dalla "persona", tornata ad essere oggi carne viva - forma individuale di essere a rischio minuto per minuto, ammalarsi, soffrire o vedere vedersi morire in solitudine - ci si può aspettare una ribellione, un segnale di discontinuità rispetto a valori e ruoli sociali imposti.
Dalla catastrofe virale, che ha devastato ogni genere di socialità ordinaria, si salverebbe solo una individualità restituita al suo sentire immediato, alla sua "voce interiore", al suo desiderio di sopravvivenza, e capace perciò di attivare la propria vita "lanciandola finalmente al di sopra della sovrana violenza del "noi".
Ma, paradossalmente, è proprio da una singolarità incorporata, resa oggi più consapevole della sua fragilità e dei suoi limiti dalla minaccia invisibile di un virus letale, che si comincia a far strada una verità mai del tutto riconosciuta: "nessuno si salva da solo". Indimenticabile ed emblematica è stata, sotto questo aspetto, la comparsa di Papa Francesco il 27 marzo su Piazza San Pietro incredibilmente vuota, fi gura solitaria ma sorretta dalla forza di chi sa di incarnare la comunità intera di un mondo in sofferenza.
In occasione della Pasqua, così come in un precedente incontro con i movimenti sociali, nessuna delle vittime ‑ delle politiche finanziarie e dell'ingiustizia strutturale dell'economia mondiale - per usare le parole di Bergoglio - è stata dimenticata: dai carcerati ai profughi, ai senza tetto, ai lavoratori precari, alle donne. Se il cristianesimo è stata una rivoluzione per il mondo classico, nelle parole di un Papa dotato di una straordinaria lungimiranza politica torna ad esserlo per una civiltà che ha fatto del denaro il suo dio, dell'egoismo la sua legge.
All'Europa degli "interessi particolari" Bergoglio chiede "soluzioni innovative", come il condono del debito che grava sul bilancio degli Stati più poveri; quanto "all'esercito invisibile" che si muove nelle periferie spinto da ideali solidaristici e senso di comunità, così come a chi lavora senza diritti e garanzia di sopravvivenza, ritiene sia giunto il momento pensare "una forma di retribuzione universale di base".
Sulla separazione tra privato e pubblico, individuo e società, biologia e storia, inconscio e coscienza, molto hanno detto i movimenti non autoritari e il femminismo negli anni Settanta, ma le consapevolezze nuove riguardo ai "nessi" che ci sono sempre stati tra aspetti inscindibili dell'umano, sembrano essersi rapidamente di nuovo affossate, così come l'interrogativo che Elvio Fachinelli si era già posto nel suo saggio su Freud del 1967: "Come si passa da questo individuo alla generalità degli individui?".
Si può dire che solo di fronte a un evento come la pandemia che minaccia oggi allo stesso modo la sicurezza del mondo e la vita di chi lo abita, la domanda del rapporto tra la singolarità di ogni essere e la comunità dei suoi simili è diventata ineludibile. Una catastrofe che pesa su tutti e su ciascuno, sia pure con modalità e ricadute materiali e psicologiche diverse, costringe, come scrive Miguel Benasyag nel suo libro "Contro il niente. Abc dell'impegno" (Feltrinelli 2005), a "imparare uno strano radicalismo (...) agire diversamente in estrema singolarità per disegnare una nuova base comune". Cercare il senso della collettività, lasciarsi attraversare da elementi di una molteplicità a cui si appartiene - come sottolinea lo stesso Bensayag - vuol dire dubitare dei "grandi discorsi del tutto avulsi dalla quotidianità, di consapevolezze che non cambiano il nostro modo di vivere". La via già indicata dal femminismo e che Bensayag riconosce e riprende nel suo tentativo di ridefinire l'agire politico, è quella che riesce a spingersi fin dentro le acque insondate della persona (Rossana Rossanda), che trova negli strati più profondi di noi stessi la generalità della condizione umana. "L'azione ristretta", il "partire da sé", è quella che ci permette di trovare, insieme a una base comune, una inedita potenzialità collettiva.
"Nel profondo della mia singolarità trovo una espressione uguale (...) posso avvicinarmi all'altro, non per stringere una alleanza superficiale, ma scoprendo ciò che nella sua singolarità esprime la stessa cosa che nella mia (...) Mettere in gioco il nostro corpo, ecco l'etica dell'impegno. Il mondo invaso oggi dalla pandemia sconta non solo la cancellazione dei corpi e la presunzione secolare di potersi sbarazzare dei limiti propri del vivente, ma anche la violenza con cui ha fatto delle storie personali il residuo insignificante della grande Storia.
Se abbiamo potuto finora permettere che i corpi dei migranti annegati in mare, dei morti sul lavoro, dei femminicidi, diventassero semplici numeri, complice la distanza che ci ha reso spettatori, oggi che le vittime del coronavirus vengono conteggiate nelle conferenze stampa del governo, come dati statistici, è impossibile volgere lo sguardo altrove, non dare volti, nomi, età, condizione sociale a chi soffre negli ospedali, nelle case, o a chi ha perso la vita in solitudine, senza funerali e compianto pubblico.
Ad accomunare, al di là di confini, culture, storiche inimicizie, egoismi nazionalistici, è la compassione, il "patire insieme", "una prossimità all'altro, alla sua ferita". Un sentimento raro perché ‑ rara - scrive Antonio Prete - è l'esperienza in cui il dolore dell'altro diventa davvero il proprio dolore.
di Manlio Dinucci
Il Manifesto, 21 aprile 2020
"Il distanziamento sociale è qui per rimanere molto più di qualche settimana. Stravolgerà il nostro modo di vivere, in un certo senso per sempre": lo hanno annunciato i ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, una delle più prestigiose università statunitensi (Mit Technology Review, Wère not going back to normal, 17 marzo 2020).
Essi citano il rapporto presentato dai ricercatori dell'Imperial College London, secondo cui il distanziamento sociale dovrebbe divenire una norma costante ed essere allentato o intensificato a seconda del numero di ricoverati per il virus nei reparti di terapia intensiva. Come bene hanno spiegato i due speciali de il manifesto ("Data Virus" e "Post Virus"), il modello elaborato da questi e altri ricercatori non riguarda solo le misure da prendere contro il coronavirus.
Esso diviene un vero e proprio modello sociale, di cui già si preparano le procedure e gli strumenti che i governi dovrebbero imporre per legge. I due giganti statunitensi dell'informatica Apple e Google, finora rivali, si sono associati per inserire nei sistemi operativi di miliardi di cellulari iPhone e Android, in tutto il mondo, un programma di "tracciamento dei contatti" che avverte gli utenti se qualche infettato dal virus si sta avvicinando a loro. Le due società garantiscono che il programma "rispetterà la trasparenza e la privacy degli utenti".
Un sistema di tracciamento ancora più efficace è quello dei "certificati digitali", a cui stanno lavorando due università statunitensi, la Rice University e il MIT, sostenute dalla Bill & Melinda Gates Foundation, la fondazione statunitense creata da Bill Gates, fondatore della Microsoft, la seconda persona più ricca del mondo nella classifica della rivista Forbes.
Lo ha annunciato lui stesso pubblicamente, rispondendo a un imprenditore che gli chiedeva come poter riprendere le attività produttive mantenendo il distanziamento sociale: "Alla fine avremo dei certificati digitali per mostrare chi è guarito o è stato testato di recente, o quando avremo un vaccino chi lo ha ricevuto" (The Blog of Bill Gates, 31 questions and answers about Covid-19, 19 marzo 2020).
Il certificato digitale di cui parla Gates non è l'attuale tessera sanitaria elettronica. La Rice University ha annunciato nel dicembre 2019 l'invenzione di punti quantici a base di rame che, iniettati nel corpo insieme al vaccino, "divengono qualcosa come un tatuaggio con codice a barre, che può essere letto con uno smartphome personalizzato" (Rice University, Quantum-dot tattoos hold vaccination record, 18 dicembre 2019).
La stessa tecnologia è stata sviluppata dal Massachusetts Institute of Technology (Scientific American, Invisible Ink Could Reveal whether Kids Have Been Vaccinated, 19 dicembre 2019). L'invenzione di questa tecnologia è stata commissionata e finanziata dalla Fondazione Gates, che dichiara di volerla usare nelle vaccinazioni dei bambini principalmente nei paesi in via di sviluppo.
Essa potrebbe essere usata anche in una vaccinazione su scala globale contro il coronavirus. Questo è il futuro "modo di vivere" che ci viene preannunciato: il distanziamento sociale ad assetto variabile sempre in vigore, la costante paura di essere avvicinati da un infettato dal virus segnalato da uno squillo del nostro cellulare, il controllo permanente attraverso il "codice a barre" impiantato nel nostro corpo. Senza sottovalutare la pericolosità del coronavirus, qualunque sia la sua origine, e la necessità di misure per impedirne la diffusione, non possiamo lasciare in mano agli scienziati del MIT e alla Fondazione Gates la decisione di quale deve essere il nostro modo di vivere. Né possiamo smettere di pensare, ponendo delle domande.
Ad esempio: è molto grave che le morti da coronavirus in Europa siano attualmente quasi 97.000, ma quali misure si dovrebbero in proporzione prendere contro le polveri sottili, le Pm2,5, che - dai dati ufficiali della European Environment Agency (Air quality in Europe, 2019 report) - ogni anno provocano in Europa la morte prematura di oltre 400.000 persone?
Il Riformista, 21 aprile 2020
Al via in occasione della giornata mondiale della cannabis #Iocoltivo, l'iniziativa di disobbedienza civile per chiedere al Parlamento di seguire le indicazioni della più alta Corte di giustizia in materia penale e per decriminalizzare finalmente la coltivazione di uso personale di cannabis.
"Tutte insieme, centinaia di persone, metteranno un seme, cominciando a coltivare piante di cannabis in moltissime case in tutta Italia. #IoColtivo è un'iniziativa a cui partecipano Dolcevita, Associazione Luca Coscioni, Radicali italiani Meglio Legale, e ancora: BeLeaf, A Raccolta, Soft secrets molte altre associazioni e singoli cittadini che credono la legge italiana vada cambiata. Anche qualche parlamentare ha annunciato il suo sostegno, e il deputato Riccardo Magi (+Europa-Radicali) avvierà la sua coltivazione a casa insieme ai primi attivisti" - spiegano Antonella Soldo e Barbara Bonvicini portavoci di Meglio Legale.
Tutti i partecipanti saranno invitati a pubblicare ogni settimana la foto dei propri germogli e delle proprie piante sui social con l'hastag #IoColtivo. Inoltre, grazie a un team di avvocati che ha messo a disposizione la propria professionalità, è prevista l'assistenza legale per chi partecipa alla disobbedienza. Uniche regole: essere maggiorenni, coltivare una sola pianta ed essere favorevoli a rendere pubblico l'eventuale svolgimento dell'iter giudiziario.
"In questo momento di crisi, con le mafie pronte ad approfittare della fragilità economica del nostro Paese, forse è il caso di cominciare anche a considerare i provvedimenti che chiudano i rubinetti della liquidità alle mafie: quei rubinetti si chiamano narcotraffico. E un piccolo passo verso la legalizzazione può cominciare a stringerli" - rimarcano Soldo e Bonvicini.
Alcuni giorni fa sono state depositate le motivazioni di una sentenza del 19 dicembre scorso delle Sezioni Unite della Corte di cassazione che stabiliva come "non costituiscono reato le attività di coltivazione di minime dimensioni svolte in forma domestica destinate all'uso personale". La coltivazione per uso personale. spiega a Suprema Corte, non è più punibile penalmente, ma è da considerarsi - al pari della detenzione per uso personale - un illecito amministrativo. Si tratta di una sentenza storica che dimostra, ancora una volta, come nel nostro paese la magistratura debba porre rimedio alla mancanza di assunzione di responsabilità del nostro Parlamento. "Questa sentenza dice chiaramente che la legge va cambiata, che va cambiato l'articolo 73 del Testo unico sulle droghe anche per liberare risorse, forze dell'ordine e tribunali dal contrasto di un fenomeno ampiamente diffuso" - concludono Soldo e Bonvicini. Lo scorso anno sono state sequestrate 532.176 piante: quasi il doppio dell'anno prima (+94%).
E si stima siano almeno 100mila le persone che già oggi coltivano cannabis per uso personale: si tratta di consumatori quotidiani che lo fanno per il proprio uso personale o che al massimo vendono o regalano l'eccedenza ad amici e conoscenti. I motivi che spingono le persone a coltivare da sé cannabis in casa sono sicuramente di natura economica - perché costa meno - ma riguardano anche la qualità e il legalitarismo.
Per quanto possa apparire curioso, le persone che autoproducono cannabis lo fanno anche per evitare di avere contatti con gli spacciatori e per evitare di finanziare economicamente le mafie. Anche oltreoceano il governatore di New York Andrew Cuomo in una recente dichiarazione ha rimarcato la necessità di legalizzare la cannabis per affrontare la crisi economica.
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