di Paolo Lambruschi
Avvenire, 20 aprile 2020
Badanti, colf e braccianti possono essere una risorsa in più: l'ipotesi di un utilizzo del decreto flussi. La proposta è stata lanciata nei giorni scorsi dal fondatore della Comunità di Sant'Egidio, Andrea Riccardi. "In Italia ci sono 600mila immigrati irregolari che vivono ai margini e possono alimentare focolai di infezione. Occorre regolarizzarli prevedendo permessi di soggiorno temporanei: dobbiamo farlo per garantire la salute di tutti e la tenuta sociale del Paese".
Ma a che punto è il dibattito a livello parlamentare? Le reazioni non sono mancate. "Dobbiamo combattere lo sfruttamento di chi è costretto a lavorare per paghe da fame e vive in condizioni precarissime - ha sottolineato ieri la ministra per le Politiche agricole, Teresa Bellanova. Quando parlo di regolarizzare queste persone, parlo di combattere il lavoro nero, di tutelare tutte quelle imprese che scelgono, e sono la maggior parte, la legalità, di garantire concorrenza leale, di assicurare diritti e dignità. È una sfida di civiltà, giustizia sociale, buona economia che ci interroga tutti. Io non mi tiro indietro" ha detto. Una regolarizzazione, secondo la senatrice Laura Garavini, vicepresidente vicaria del gruppo Italia Viva-Psi, "non sarebbe solo un atto etico, ma una vera e propria esigenza del nostro tessuto produttivo. Finché non metteremo queste persone nella condizione di legalità, le mafie avranno sempre un margine di azione".
Favorevole a una uscita dal sommerso di migliaia di persone è anche il mondo del sindacato. "Continuiamo a sostenere quanto proposto già l'anno scorso: una regolarizzazione che contribuisca a far emergere il lavoro nero, a riconoscere diritti e doveri ai tanti immigrati lasciati ai margini della società, specialmente dopo i decreti sicurezza" ha spiegato il segretario generale della Fai Cisl, Onofrio Rota. In campo anche le associazioni. In una nota diffusa nei giorni scorsi, la segreteria nazionale delle Acli Colf, Giamaica Puntillo, ha chiesto che "il governo intervenga nei confronti dei lavoratori irregolari, per lo più stranieri, del settore domestico. Serve un'apposita sanatoria che permetta a tutti gli irregolari di poter accedere ai servizi sanitari, soprattutto in questa fase delicata dovuta all'effetto Covid-19".
Così in una nota In gioco c'è il ruolo di persone considerate fondamentali per il settore agricolo e per i servizi alla persona. Non si tratta tanto di una "sanatoria" ma di "regolarizzazione necessaria perché il lavoro è una questione decisiva per l'uscita del Paese dalla crisi - ha ricordato Riccardi. La metà di queste 600 mila persone sono donne provenienti dall'Est Europa o dal Sudamerica che lavorano come colf, badanti e babysitter. L'altra metà sono uomini africani, indiani o del Bangladesh: una buona parte di essi presta servizio nelle campagne. Vivono in abitazioni precarie o in grandi concentrazioni, non hanno diritti e fanno la fame"
Per ripartire senza ingiustizie non chiamiamola sanatoria, ma regolarizzazione. In queste settimane di pandemia, associazioni ed enti cattolici - con la presa di posizione di Andrea Riccardi, fondatore di Sant'Egidio - e laici sono tornati a chiedere una regolarizzazione dei migranti senza permesso non solo per motivi umanitari, ma anche per ragioni di sanità pubblica. Le stesse che porteranno il Cnel, il Consiglio nazionale per l'economia e il lavoro, a discutere ed eventualmente a proporre al governo il prossimo 22 aprile la regolarizzazione in questo frangente straordinario. Una disponibilità era stata dichiarata dal ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, il 15 gennaio scorso in risposta a un'interrogazione del deputato Riccardo Magi di +Europa. Lamorgese aveva affermato che l'esecutivo intendeva "valutare un provvedimento straordinario di regolarizzazione degli irregolari già presenti in Italia a fronte dell'immediata disponibilità di un contratto di lavoro". In gioco c'è anche la possibilità di valorizzare uno strumento come il decreto flussi da tempo ridimensionato. La settimana scorsa la ministra dell'Agricoltura Teresa Bellanova ha lanciato un appello per regolarizzare i braccianti per fronteggiare il deficit di manodopera agricola e scongiurare la crisi del settore.
"Il vero problema - nota don Gianni De Robertis, direttore della Fondazione Migrantes - è non lasciare nessuno indietro. Anche a seguito dei decreti sicurezza abbiamo circa 600mila cittadini stranieri non regolarmente soggiornanti destinati allo sfruttamento, al lavoro nero e alla precarietà. Regolarizzare significa fare giustizia anche verso le aziende oneste che soffrono la concorrenza iniqua di chi impiega il lavoro nero. Si tratta di un provvedimento urgente e utile per tutti, tranne che per le mafie sfruttatrici".
Se per i lavoratori dei campi si sono mosse organizzazioni di categoria come Coldiretti, per la quale senza gli stagionali dai Paesi comunitari impossibilitati a venire in Italia a causa del coronavirus, si rischia nelle prossime settimane di mettere a rischio il 25% dei raccolti, il responsabile dell'organismo della Cei ricorda le care givers nelle case degli italiani. "Penso al lavoro domestico, nel quale si stima ci siano circa 200mila non comunitari senza permesso colf, badanti e baby sitter. Molte di loro non stanno lavorando, non hanno soldi per l'affitto e rischiano di finire per strada. Non possiamo mantenere esseri umani nell'invisibilità, come dice il Papa siamo tutti sulla stessa barca".
Oliviero Forti, responsabile immigrazione della Caritas italiana, ritiene urgente la regolarizzazione. "Perché in questa situazione di pandemia è impossibile espellere gli irregolari, perché non saprebbero dove andare e mancano i mezzi di trasporto verso i Paesi di origine. L'irregolarità in questa situazione è un'ulteriore causa di insicurezza perché un irregolare non può rivolgersi al medico". Anche Forti partirebbe dall'agricoltura.
"I braccianti non comunitari sono necessari per far partire la filiera agroalimentare. I nostri referenti diocesani dei Progetti Presidio ci dicono che nelle campagne anche la manodopera presente non può lavorare perché mancano le condizioni di sicurezza e perché mancano ad esempio i dispositivi di protezione".
Cosa serve? "Una cabina di regia che affronti la questione in maniera urgente. Più i giorni passano più la situazione si aggrava, l'agricoltura non può attendere i tempi della politica. La regolarizzazione è la strada più semplice per chi sta lavorando in nero sul territorio. Garantiamo condizioni di lavoro e un salario decenti". Come agire in tempi brevi? "Si può utilizzare il decreto flussi per la conversione dei permessi di soggiorno che non riguardi persone che vengono dall'estero, ma gli irregolari in Italia. Quella del Covid-19 potrebbe essere l'occasione per restituire dignità all'agricoltura".
Alla fine di novembre Asgi, l'associazione dei giuristi che si occupano di migrazioni, ha proposto al governo di introdurre un meccanismo di regolarizzare ordinaria esteso anche a chi cerca lavoro. "Un meccanismo del genere - afferma il presidente Lorenzo Trucco - c'è in Francia. E con una regolarizzazione da Covid-19, il Portogallo ha dato un esempio in Europa. Credo che l'Italia dovrebbe imitarli".
Può essere l'occasione anche per rivedere alcune lacune nell'applicazione della legge sul caporalato. "Sì, spesso a fronte di disastri, si prende la spinta per arrivare a passi positivi. E bisogna fare un passo in avanti sul dramma dell'agroalimentare. La norma sul caporalato è buona, ma la parte applicativa è lacunosa soprattutto da parte delle imprese. Sopravviviamo in questo momento perché alcune persone stanno lavorando in condizioni terrificanti. L'emergenza ha reso più evidenti queste grandi disuguaglianze, la regolarizzazione può sanarle almeno in parte".
di Giovanna Maria Fagnani
Corriere della Sera, 20 aprile 2020
Il fornitore da cui è stata acquistata serve di solito i maggiori gruppi della moda italiana. Ma stavolta, questa partita di tessuto non tessuto, aveva come destinazione piazza Filangieri 2: il carcere di San Vittore. I suoi detenuti e quelli di Opera, lo utilizzeranno per confezionare circa 365 mila mascherine, che serviranno a proteggere la loro salute e quella del personale di vigilanza, ma non solo. Le eccedenze, saranno donate all'esterno a chi è più fragile.
La donazione del tessuto non tessuto è stata promossa da un comitato di politici e attivisti di FI, guidato dalla deputata Cristina Rossello. Un mese fa, durante una riunione del direttivo milanese, Fabrizio D'Angelo, ispettore della penitenziaria e consigliere al Municipio 5 ha spiegato l'emergenza contagi nelle carceri (a San Vittore ci sono 11 detenuti e 18 agenti positivi al Covid-19), dicendo anche che i detenuti avrebbero potuto produrre le mascherine, ma il tessuto era introvabile. L'appello non è rimasto inascoltato.
Rossello ha coinvolto il collega Matteo Perego, parlamentare di FI ed ex manager di un grande gruppo della moda, per trovare i fornitori. E poi la deputata ha guidato la raccolta fondi, contribuendo con gli emolumenti da parlamentare.
"La situazione nelle carceri è molto delicata, occorreva un gesto concreto per questa comunità sconosciuta alla città, ma che vive momenti di disperazione", dice Rossello. "Sulle mascherine tutti dobbiamo darci da fare, perché il lavoro delle istituzioni non è sufficiente. Lasciamo da parte le polemiche" aggiunge il capogruppo di Forza Italia a Palazzo Marino Fabrizio de Pasquale.
friulioggi.it, 20 aprile 2020
I tamponi sul personale hanno dato esito negativo. Sospiro di sollievo per chi lavora all'interno del carcere di Tolmezzo. Dopo le preoccupazioni per il caso dei cinque detenuti positivi nel penitenziario, gli ultimi tamponi svolti all'interno della struttura sul personale si sono rivelati negativi. Lo ha comunicato il vicepresidente con delega a Salute e Protezione Civile della Regione, Riccardo Riccardi.
"Nessun caso positivo al coronavirus - ha detto - è emerso da questo ultimo rilevamento effettuato ieri tra il personale del Carcere di massima sicurezza di Tolmezzo". Come ha spiegato lo stesso Riccardi, sono stati 84 i tamponi processati ieri tra i dipendenti della casa circondariale di Tolmezzo che hanno dato esito negativo.
A questi si sommano i circa settanta tamponi effettuati lunedì 13 aprile su circa 70 addetti, di cui uno (un agente di polizia penitenziaria) trovato positivo. Continua dunque l'attività preventiva del Sistema sanitario regionale sulle carceri, che ha visto mercoledì e giovedì scorsi l'esecuzione di 240 tamponi (tutti con esito negativo) tra i detenuti e il personale della struttura penitenziaria di Udine, dopo che a seguito di una prima serie di esami erano stati rilevati due casi positivi.
responsabilecivile.it, 20 aprile 2020
Il Tribunale di sorveglianza aveva negato il permesso sulla base della considerazione che l'anziano padre impossibilitato a muoversi non era in pericolo di vita. Con la sentenza n. 12343/2020 la Suprema Corte si è pronunciata sul ricorso presentato da un detenuto contro l'ordinanza di rigetto, da parte del Tribunale di sorveglianza, del reclamo proposto avverso il provvedimento del Magistrato di sorveglianza che gli aveva negato il permesso di poter rendere visita all'anziano padre impossibilitato a muoversi. L'istruttoria compita dal giudice di prime cure aveva consentito, infatti, di accertare che il genitore non versava in imminente pericolo di vita; inoltre, l'uomo aveva già fruito, in precedenza, di analogo beneficio, sicché non poteva ritenersi sussistente alcuna situazione eccezionale o irripetibile che legittimasse una nuova concessione del permesso.
Nell'impugnare il provvedimento davanti alla Suprema Corte, il ricorrente sottolineava di non aver già fruito di un analogo permesso, atteso che il beneficio, concessogli con decreto del Magistrato di sorveglianza, non aveva mai avuto esecuzione in quanto, contestualmente, egli era stato sottoposto a un provvedimento cautelare, relativamente al quale l'Autorità giudiziaria competente non aveva autorizzato la fruizione del permesso.
Inoltre, il condannato deduceva che l'esigenza di visitare l'anziano padre impossibilitato a muoversi in quanto ultraottuagenario, malato e invalido, come da documentazione clinica allegata all'istanza, era idonea a integrare i presupposti per la concessione del permesso di necessità ai sensi del comma 2 dell'art. 30 dell'Ordinamento penitenziario, beneficio da concedere in presenza di situazioni particolarmente gravi attinenti alla sfera, personale e familiare, del detenuto.
La Cassazione ha ritenuto il ricorso fondato rinviando il caso al Tribunale di sorveglianza per un nuovo esame. I Giudici Ermellini hanno evidenziato che l'art. 30 Ord. pen. dispone, al comma 1, che nel caso di imminente pericolo di vita di un familiare o di un convivente, il magistrato di sorveglianza possa concedere, ai condannati e agli internati, il permesso di recarsi a visitare l'infermo; e, al comma 2, che analoghi permessi possano essere concessi "eccezionalmente per eventi familiari di particolare gravità".
Secondo la giurisprudenza di legittimità, ai fini della concessione del permesso di necessità previsto dal secondo comma, devono sussistere i tre requisiti del carattere eccezionale della concessione, della particolare gravità dell'evento giustificativo e della correlazione di tale evento con la vita familiare. Il relativo accertamento, inoltre, deve essere compiuto tenendo conto dell'idoneità del fatto a incidere significativamente sulla vicenda umana del detenuto. In tale ambito, la giurisprudenza cassazionista solitamente ricomprende accadimenti che riguardano la nascita e la morte di soggetti che intrattengano relazioni qualificate con il detenuto, riconducibili alla nozione di "prossimi congiunti".
Eventi che possono riguardare, ad esempio: la nascita di un figlio, costituente episodio eccezionale e insostituibile nell'esperienza di vita dell'interessato; la morte di un nipote, ex fratre, del detenuto o di un fratello; la severa patologia della moglie, affetta da grave forma tumorale con metastasi, tale da rendere gli spostamenti pericolosi per la salute. È inoltre sussumibile nella nozione di "evento di particolare gravità" anche la strutturazione progressiva di una condizione di impossibilità di movimento che, all'esito di un periodo sensibilmente lungo, si faccia apprezzare in termini di particolare gravità per la vita familiare del detenuto.
Nel caso in esame, il detenuto aveva dedotto una situazione chiaramente riconducibile, nella prospettazione contenuta nell'istanza e nel relativo reclamo, al comma 2 dell'art. 30 Ord. pen., ovvero alla presenza di "un evento familiare di eccezionale gravità" costituito dalla situazione di estrema difficolta, per il genitore, ottantenne e affetto da patologie ad andamento cronico, di recarsi in carcere per effettuare i periodici colloqui con il figlio.
Il Tribunale di sorveglianza, pur dando atto di tale circostanza, si era invece, pronunciato con riferimento all'eventuale applicabilità del comma 1, optando per la soluzione negativa sul presupposto che il padre del recluso non versasse in una situazione di pericolo di vita; aspetto, questo, che in realtà non era mai stato dedotto dall'interessato.
Non appariva dirimente neppure la circostanza che il detenuto avesse già fruito di un analogo permesso, sicché non sarebbe stata ravvisabile l'irripetibilità della situazione posta a fondamento della richiesta. Infatti, anche a prescindere dalla deduzione difensiva in ordine alla mancata esecuzione del permesso all'epoca concesso, il Tribunale di sorveglianza non aveva comunque specificato quando tale esecuzione fosse avvenuta e, in particolare, se essa si collocasse in epoca significativamente remota, si da giustificare, in ipotesi, una nuova fruizione del beneficio a distanza di un congruo pericolo di tempo, conformemente alla funzione di umanizzazione della pena che il beneficio in questione assume.
ansa.it, 20 aprile 2020
"La magistratura iraniana ha istituito 500 commissioni speciali in tutto il Paese per studiare i casi dei detenuti, sia quelli in libertà vigilata sia quelli in carcere, e liberarne un numero maggiore nel mezzo della pandemia di coronavirus": lo ha detto ieri sera il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili.
La notizia segue l'invito di venerdì scorso delle Nazioni Unite all'Iran a rilasciare temporaneamente anche gli obiettori di coscienza ed i cittadini stranieri o con doppia cittadinanza insieme a migliaia di detenuti già liberati a causa del coronavirus. La magistratura del Paese ha già prolungato dal tre al 19 aprile il rilascio temporaneo di circa 100.000 detenuti per frenare la diffusione del virus.
di Marco Tarquinio
Avvenire, 20 aprile 2020
Ci siamo ripetuti sino alla nausea che "tutto cambierà" a causa della pandemia. E che la sfida, d'ora in poi, è quella di cambiare le cose in meglio: più salute, più giustizia, più rispetto. Sì, più rispetto: per tutti e tra tutti i popoli, tra di noi e nel nostro rapporto con la natura che ci ha drammaticamente ricordato di essere, alla fine e per principio, più forte di qualunque tecnologia, umana e disumana.
Non tutto è fermo, ma basta dare una rapida occhiata allo stato delle nazioni e del mondo per capire che purtroppo non ci stiamo muovendo nella giusta direzione. C'è ancora modo e tempo (non molto, però) per correggerci. E c'è qualcosa, qui in Italia, che si può mettere in cantiere subito e non richiede investimenti miliardari, ma solo onesta volontà di sgombrare un bel po' di ombre dalla vita e dalle attività del Paese.
Si tratta di riconoscere che persone e lavoratori di origine straniera ora, appunto, ridotti legalmente a ombre hanno invece volto e corpo, chiari diritti e chiari doveri. Si tratta, insomma, di dare regole e status, controlli e garanzie a chi vive e lavora nell'irregolarità. Parliamo di circa 600mila donne e uomini (metto le donne per prime non solo e non tanto per cortesia, ma perché sono la maggioranza delle persone di cui stiamo parlando).
Qualcuno già parla di "sanatoria", magari storcendo naso e bocca come se si stesse confezionando un regalo per personaggi che non lo meritano. E c'è chi si è premurato di far partire il solito ritornello contro il "clandestino" che ruberebbe il lavoro agli italiani e va sbattuto fuori dal Bel Paese. Ma vale la pena di ragionare appena un po' e di aprire gli occhi sulla realtà italiana degli "irregolari" di origine straniera, esercizio virtuoso e soprattutto utile, al quale più d'uno - con particolare efficacia Andrea Riccardi - ha invitato nella settimana che ci sta alle spalle. Se a ragionare si prova per davvero, se si mettono da parte slogan e invettive d'occasione, si arriva presto alla conclusione che siamo davanti a un passaggio necessario.
Stiamo parlando, infatti, di braccianti agricoli necessari ai nostri campi, di autotrasportatori che portano le mostre merci, di muratori e manovali impegnati nei nostri cantieri. Stiamo parlando di un vero esercito di badanti e collaboratrici familiari, donne che abitano e servono l'intimità delle nostre famiglie. Sul serio qualcuno pensa che per ripartire col piede giusto dopo il blocco da coronavirus si possano lasciare tutte queste persone e la loro opera nel "nero", ai margini e fuori dalle regole e dalle tutele - anche sanitarie, ovvio - poste a generale presidio? Per davvero qualcuno ritiene che di loro si possa fare a meno? C'è solo da riconoscere una realtà. C'è da curare una ferita aperta. E, sì, c'è da far più sano il domani di tutti.
di Andreas Quirici
Il Tirreno, 20 aprile 2020
La Compagnia della Fortezza lavora al nuovo spettacolo con mail e videochiamate Il regista Punzo: "Ci scambiamo testi e idee sperando di andare presto in scena". Fare teatro ai tempi del coronavirus. Per di più con attori che non sono semplici attori, ma detenuti attori. È l'apparente "mission impossible" di Armando Punzo e della sua Compagnia della Fortezza che, con l'emergenza sanitaria e l'isolamento forzato in atto, sta portando avanti la preparazione del tradizionale spettacolo estivo con una sorta di smart working tra i tanti collaboratori e gli attori che interagiscono col regista dall'interno del carcere di Volterra, grazie a videochiamate e mail.
Il tutto in attesa che, nell'area del campino da calcio della casa circondariale venga montata una postazione Internet con un grande schermo in modo che, a gruppi, i carcerati possano seguire le direttive di Punzo e avere un dialogo più completo. Ovviamente, sperando che tutto possa tornare alla normalità in un tempo ragionevolmente veloce dopo che, comunque, lo spettacolo della Compagnia è stato rimandato almeno a settembre-ottobre.
"Essendo abituati a lavorare in condizioni difficili - racconta Armando Punzo - ci siamo detti che non avremmo dovuto interrompere il lavoro. Così la scelta è caduta, fatalmente, sulle tecnologie. Grazie alla disponibilità della direttrice del carcere Maria Grazia Giampiccolo stiamo portando avanti il lavoro". I detenuti sono dotati di telefono cellulare, dopo l'apertura alle comunicazioni coi familiari decisa dal ministero. In questa maniera regista e attori sono in grado di scambiarsi pareri, tramite le videochiamate, sui tantissimi testi di Naturae, lo spettacolo in preparazione che è, di fatto, il proseguimento di quello fatto l'anno scorso. In più ci sono le email che rappresentano un altro strumento molto utile per interagire tra chi è dentro e chi è fuori dal carcere.
"I ragazzi in carcere - dice ancora Armando Punzo - hanno il compito di lavorare. E lo stanno facendo, perché tra noi è uno scambio continuo di proposte di testi da inserire nello spettacolo e da confronti serrati su come portare avanti la creazione dello spettacolo. Si stanno impegnando molto e questo è un incoraggiamento per tutti".
Senza contare i collegamenti con almeno quaranta in contemporanea dei sessanta collaboratori della Compagnia e di Carte Blanche, l'associazione guidata da Cinzia De Felice che sta dietro al progetto di Punzo, per portare avanti gli aspetti scenografici, musicali e dei costumi legati allo spettacolo. "La cosa che mi piace di più - sottolinea il regista - è la voglia di non mollare da parte di tutte le persone coinvolte. Siamo in un periodo di emergenza e lavorare in questa maniera non è per niente facile per nessuno. Però stiamo andando avanti con i nostri progetti. Almeno dal punto di vista concettuale. È logico che questi nostri sforzi dovranno trovare risposte nella realtà dei fatti. Realizzare lo spettacolo non dipende solo da noi, ma dalla situazione generale legata al coronavirus in Italia. Ci piacerebbe davvero riuscire a metterlo in scena. Significherebbe che il quadro complessivo dell'emergenza sanitaria è notevolmente migliorato".
di Marilisa Della Monica
lamicodelpopolo.it, 20 aprile 2020
Questi giorni il rischio contagio da Covid-19 ci sta portando a vivere una sorta di "cattività" in casa nostra trasformando il mondo delle relazioni interpersonali ma anche acuendo la solitudine di alcune categorie di soggetti. Gli anziani che adesso non hanno più la possibilità di scambiare qualche parola con la vicina di casa o i bambini costretti a riscoprire il mondo casalingo e a trasformarne gli spazi in luoghi di svago. Ma, tra i soggetti maggiormente emarginati e dimenticati, vi sono i carcerati. Persone che vivono la restrizione della libertà per avere commesso azioni delittuose che, in questi giorni, vedono totalmente annullati i momenti di socialità soprattutto i colloqui con i parenti. Accanto a loro gli appartenenti al corpo della Polizia Penitenziaria che si trovano a dover fronteggiare le difficoltà che emergono in un ambiente, quello carcerario, deficitario anche in tempi normali. Abbiamo incontrato don Luigi Mazzocchio, cappellano del carcere di Agrigento per farci raccontare quello che accade dentro le mura del De Lorenzo.
Come stanno vivendo questi giorni di emergenza Covid-19 i detenuti del carcere di Agrigento?
Per grazia di Dio non abbiamo avuto contagi tra i detenuti e questo è una cosa importante. L'emergenza coronavirus ha messo in secondo piano tutte le altre emergenze della vita carceraria. Si avverte una certa tensione sia nei detenuti che negli agenti. La paura corre nei reparti soprattutto per il pensiero delle famiglie che stanno fuori. Avendo però la possibilità di chiamare a casa ogni giorno, il clima si mantiene piuttosto sereno. E questo grazie allo sforzo della polizia penitenziaria che sta sostenendo il carico maggiore di questa situazione.
Come è cambiata la vita al De Lorenzo?
L'isolamento è rimasto lo stesso ma acuito dalla mancanza dei colloqui con i familiari e dalla cessazione di ogni attività trattamentale. Chiuse le scuole e i laboratori, chiusi gli accessi ai volontari e agli avvocati, aperto lo smart working per gli educatori e parte del personale amministrativo, gli unici che si muovono all'interno dei reparti, eccettuata la polizia penitenziaria, sono il Cappellano e gli psicologi.
Quali le criticità emerse o acuitesi in questi giorni?
La cosa che appare più evidente e critica è che si è acuito lo stacco tra gli educatori e i detenuti. In una situazione in cui i tribunali e gli avvocati hanno ridotto il loro lavoro e la legge consente ad alcuni detenuti di poter beneficiare della detenzione domiciliare, gli stessi sono sempre in attesa di un colloquio con gli educatori che possa chiarire la loro posizione giuridica.
Ma al di là delle pratiche giuridiche che possono essere anche svolte dietro ad un computer, credo che in questo momento l'attività trattamentale dovrebbe essere potenziata con quel "faccia a faccia" che solo fa sentire il detenuto una persona e non un numero e dia un senso alla funzione rieducatrice della pena.
Cosa possiamo fare noi dall'esterno per i detenuti?
Pregare innanzitutto. Pregare perché la detenzione possa convertirsi in un processo virtuoso che predisponga i soggetti a cercare un modo nuovo di proporsi al mondo che li aspetta. Pregare per tutti gli operatori perché si sentano educatori e non semplici impiegati. Poi contribuire attraverso la Caritas con contributi di solidarietà che possano provvedere ai bisogni dei detenuti indigenti, quali vestiario, prodotti per l'igiene, aiuti economici per poter telefonare alle famiglie. Infine sentirsi non lontani dal carcere perché quello vero lo si porta dentro.
di Camilla Canestri
sicurezzainternazionale.luiss.it, 20 aprile 2020
Il procuratore capo del Ciad, Youssouf Tom, ha annunciato la morte di 44 presunti membri del gruppo jihadista Boko Haram, in un carcere della capitale N'Djamena. I decessi sarebbero avvenuti a causa di un avvelenamento. I fatti si sono verificati lo scorso 16 aprile quando le guardie carcerarie hanno scoperto i corpi senza vita.
Le autorità hanno eseguito un'autopsia su 4 cadaveri e hanno riscontrato la presenza di una sostanza letale che avrebbe causato in alcuni una morte per arresto cardiaco e in altri per asfissia. Le restanti 40 salme sono state, invece, seppellite. Nell'annuncio del 19 aprile, Youssouf Tom ha dichiarato che sono tutt'ora in corso delle verifiche per decretare i motivi dei decessi.
Gli uomini facevano parte di un gruppo di 58 persone arrestate a seguito di un'operazione condotta dal 30 marzo all'8 aprile contro Boko Haram nei pressi del lago Ciad, su ordine del presidente del Paese, Idriss Deby. Durante tale operazione sono stati uccisi 1.000 militanti e 52 soldati dell'esercito del Ciad. Il 14 aprile, i 58 prigionieri erano stati trasferiti in una struttura penitenziaria della capitale per essere sottoposti ad un processo giudiziario.
Stando a quanto riferito da una fonte anonima ad Agence France-Presse (Afp), i 58 detenuti sarebbero stati richiusi tutti in un'unica cella e sarebbero stati lasciati senza cibo e acqua per due giorni, perché ritenuti membri del gruppo jihadista. Tale accusa è stata poi ribadita dal segretario generale della Chadian Convention for the Protection of Human Rights (Ctddh), Mahamat Nour Ahmed Ibedou, in una dichiarazione rilasciata ad Afp.
Tuttavia, il governo di N'Djamena, tramite le parole del ministro della Giustizia, Djimet Arabi, ha respinto tali accuse, assicurando che non si è verificato alcun caso di maltrattamento dei prigionieri e accennando alla possibilità che si sia trattato di un suicidio di massa. Il ministro ha poi aggiunto che, nella giornata del 16 aprile, uno dei prigionieri è stato portato in ospedale, per poi essere dimesso, in quanto le sue condizioni erano molto migliorate. Al momento i restanti 13 detenuti godono di buona salute. L'operazione che ha portato all'arresto dei 58 uomini è avvenuta in risposta ad un attacco perpetrato da Boko Haram ai danni di una base militare dell'isola Bohoma, nella zona del Lago Ciad, durante il quale hanno perso le vita 92 soldati ciadiani, lo scorso 24 marzo. Si è trattato dell'attacco più letale subito dall'esercito del Paese dall'inizio della lotta al gruppo jihadista.
A seguito di tale episodio, il 12 aprile, il presidente Idriss aveva annunciato che il proprio esercito non avrebbe più partecipato ad operazioni fuori dai confini nazionali. Il Ciad, insieme a Nigeria, Cameroon e Niger fa parte della Task Force multinazionale congiunta (Mnjtf), istituita nel 2012 e che sta combattendo Boko Haram nella zona del bacino d'acqua che tocca i quattro Paesi. Nonostante ciò, il 17 aprile scorso, il ministro della Difesa francese, Florence Parly, ha affermato che il Ciad fa ancora parte del gruppo di lotta ai jihadisti G5 per il Sahel, che combatte i gruppi armati di estremisti nella regione.
Boko Haram è un gruppo fondamentalista nigeriano che ha avviato le proprie offensive nel 2009, uccidendo oltre 35.000 persone e costringendone circa 2,6 milioni ad abbandonare le proprie case. Durante i loro assalti, i militanti dell'organizzazione rapiscono spesso donne e bambini per arruolarli e costringerli a compiere attentati suicidi.
La rivolta del gruppo è iniziata nel Nord-Est della Nigeria e si è propagata in Camerun, Niger e Ciad, causando una grave crisi umanitaria in tutta la regione. Boko Haram è particolarmente attivo nella zona del Lago Ciad, dove i militanti continuano a uccidere civili e a distruggere le abitazioni locali.
voanews.com, 20 aprile 2020
Il presidente del Camerun Paul Biya ha annunciato misure che porteranno alla liberazione di migliaia di detenuti a causa delle preoccupazioni sulla diffusione del coronavirus in strutture sovraffollate, ha riportato Voa News il 16 aprile 2020. Secondo le stime, potrebbero essere rilasciati almeno 10.000 prigionieri, un terzo cioè di quelli detenuti nelle strutture correttive costruite per soli 9.000 detenuti.
Tuttavia, i separatisti in lotta per uno stato indipendente di lingua inglese e i funzionari incarcerati per corruzione sono esclusi dal provvedimento. I gruppi per i diritti rilevano inoltre che gli oppositori politici e i giornalisti critici nei confronti del governo del presidente Biya rimarranno dietro le sbarre. Dal 15 aprile la radio di stato del Camerun ha diffuso l'ordine firmato dal presidente Biya per ridurre l'affollamento nelle 78 prigioni dello stato dell'Africa centrale.
Le persone le cui sentenze sono diventate definitive alla data della firma del presente decreto beneficiano delle remissioni come segue.
Commutazione della condanna a morte in ergastolo a favore delle persone inizialmente condannate a morte.
In base alla decisione presidenziale, gli ergastoli sono ridotti a 25 anni di detenzione, i detenuti per i quali gli ergastoli erano già stati ridotti a 25 anni avranno una riduzione ulteriore di cinque anni. Le condanne a dieci anni saranno ridotte di tre anni, le condanne a cinque anni saranno ridotte di due anni e le condanne a tre anni saranno ridotte di un anno. L'avvocato Luc Kisob, che rappresenta il governo in casi di corruzione e terrorismo, ha affermato che non tutti trarranno beneficio dalla misura, sebbene Biya abbia il potere costituzionale di liberare chi vuole.
"La Costituzione autorizza il capo dello Stato a commutare o annullare condanne di detenuti. Spetta quindi al capo di Stato scegliere chi perdonare e chi non perdonare, e in questo caso alcuni tipi di reati sono stati esclusi dalla misura, come reati di terrorismo, appropriazione indebita di proprietà pubblica, frode fiscale, frode doganale, reati sessuali o reati che riguardano la sicurezza dello Stato", ha detto l'avvocato.
Altri esclusi dall'ordine sono prigionieri politici come Mamadou Mota, vice presidente del partito di opposizione Camerun Renaissance Movement, che è stato arrestato mentre protestava contro i risultati delle elezioni presidenziali dell'ottobre 2018 e i separatisti che lottano per l'indipendenza della minoranza di lingua inglese in un paese per la maggior parte di lingua francese.
L'attivista per i diritti umani Njugoy Ardo del "Camerun Center for Democracy and Governance" ha dichiarato con un messaggio che l'86enne Biya ha perso un'occasione per fare pace con il suo popolo.
Ha detto che Biya, non graziando prigionieri politici e leader separatisti che si rendono conto che il coronavirus dovrebbe unire le persone contro il nemico comune, ha perso un'occasione per riconciliarsi con le persone che ha governato col pugno di ferro per quasi 40 anni. Ha aggiunto che Biya può ancora fare la storia ordinando il rilascio delle persone che ha dichiarato suoi nemici solo perché non sono d'accordo con la sua permanenza al potere.
Altri che non trarranno beneficio dall'ordine sono l'ex primo ministro di Biya, Ephraim Inoni, l'ex ministro delle finanze Abah Abah Polycarp, e Jean Mariie Atangana Mebara, ex ministro dell'istruzione superiore. Alcuni sono in carcere da più di un decennio.
Biya ha ordinato il loro arresto dicendo che hanno saccheggiato le risorse statali, ma i loro avvocati affermano che sono stati puniti perché hanno consigliato a Biya di dimettersi da presidente. Il decreto presidenziale non precisa quante persone trarranno beneficio dall'ordine. Il ministero della Giustizia sta ora esaminando i file dei prigionieri.
Ardo e Kisob hanno valutato che almeno 10.000 prigionieri potrebbero essere liberati. Il Camerun ha attualmente 30.000 prigionieri in strutture di detenzione costruite per appena 9.000 detenuti.
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