torinoggi.it, 19 aprile 2020
Il Garante Bruno Mellano risponde all'Osapp: "Tenderei a escludere che i detenuti a Torino siano cosi scriteriati da inseguire un sogno di libertà, peraltro relativa, mettendo a rischio la loro stessa vita". Lo ha detto il Garante dei detenuti della Regione Piemonte, Bruno Mellano, dopo che il segretario del sindacato autonomo degli agenti penitenziari Leo Beneduci, ha affermato che tra i detenuti del carcere di Torino "sarebbe in uso scambiarsi effusioni in maniera più che palese, probabilmente con l'evidente scopo di contrarre una positività che faciliterebbe l'uscita all'esterno".
"Condivido però la richiesta dei sindacati - ha aggiunto Mellano - di eseguire tamponi a tappeto sia ai detenuti che agli agenti, così da contenere il contagio. Proprio di questo oggi ho scritto al presidente della Regione Alberto Cirio e all'Unità di crisi, a cui spetta decidere".
Intanto, nelle carceri piemontesi i detenuti positivi sono saliti a 52. A Torino i contagi sono 46, ai quali bisogna aggiungere altri 12 detenuti già collocati agli arresti domiciliari. È stata decisa la quarantena nel polo universitario, nella sezione Arcobaleno e nella sezione Rugby, mentre nella sezione "semiliberi", i positivi si trovano in isolamento sanitario.
Fra i contagiati figura anche un detenuto recluso nella sezione Alta sicurezza. Ad Alessandria, i positivi sono 4 (di cui uno in ospedale a Torino) con un'intera sezione che è stata messa in quarantena. Infine al carcere di Saluzzo, di recente diventato penitenziario di Alta sicurezza, i positivi sono 2, entrambi trasferiti nell'infermeria interna.
di Alessandro Luna
Il Foglio, 19 aprile 2020
Forte impegno della magistratura di sorveglianza: 300 ingressi in meno. Ma il sovraffollamento preoccupa. I numeri del Lazio, come d'altra parte quelli nazionali, segnerebbero un trend decisamente positivo se non fosse per le Rsa, i centri anziani o gli ospizi che, di giorno in giorno, si stanno trasformando in piccoli focolai che sporcano i numeri e mantengono alta la curva dei contagi. Sono strutture che hanno in comune il fatto di ospitare in spazi abbastanza ristretti e comunitari le persone che ci vivono. Ed è per questo che si comincia a guardare con un po' di preoccupazione e apprensione un altro tipo di strutture che, pur molto diverse, hanno alcune caratteristiche comuni alle Rsa: le carceri.
È diffuso il timore, tra le associazioni e i famigliari dei detenuti, che la storica condizione di sovraffollamento di queste strutture possa diventare la scintilla di focolai simili a quelli delle Rsa. Come ci ha spiegato Stefano Anastasia, uno dei fondatori dell'associazione Antigone, da sempre impegnato nelle condizioni delle carceri e in costante contatto con le direttrici del carcere romano di Rebibbia: "Si tratta di strutture, per promiscuità, molto simili e quindi non bisogna abbassare la guardia, per evitare che diventino i nuovi focolai.
A Rebibbia si è scoperto qualche settimana fa che due operatori sanitari della sezione femminile del carcere erano risultati positivi. Uno di loro non faceva visite a Rebibbia da tempo, mentre l'altro era stato nella sezione femminile proprio il giorno prima di essere risultato positivo. Così la direttrice ha isolato tutte e sei le donne che lo avevano incontrato per sottoporle a tampone. La situazione sembrava quindi essere rientrata, ma altri nove operatori sono risultati positivi e si è quindi dovuto procedere a uno screening a tappeto che ha coinvolto quasi un centinaio di persone, tra cui una detenuta è risultata positiva ed è stata trasferita allo Spallanzani.
La buona notizia è che queste strutture non hanno visto ancora un'esplosione simile a quella delle Rsa perché si è agito con estrema tempestività nell'isolarle rispetto al mondo esterno, sospendendo visite e limitando gli ingressi già a febbraio, mentre nei centri anziani e negli ospizi si è agito a inizio marzo. Ma il problema è che le carceri potrebbero essere, per una ragione storica e strutturale, un terreno estremamente fertile per questo virus.
Infatti, mentre nel paese il trend è in discesa e i casi giornalieri diminuiscono, tra le celle la progressione è più sostenuta rispetto al mondo esterno. I casi sono raddoppiati in sole due settimane, sia per via del problema del sovraffollamento delle nostre carceri, che per il fatto che molti detenuti presentano storie di vulnerabilità sanitaria pregressa. Spesso si parla di quadri clinici già complicati e questo è un altro punto in comune con le strutture sanitarie come Rsa, ospizi e centri anziani". Affidandoci a una similitudine, si potrebbe dire che un caso di coronavirus viaggia nel mondo civile come una fiamma in una casa di mattoni, mentre in un ospizio o in un carcere divampa come il fuoco in una casa di paglia.
Ma quali sono quindi le precauzioni che si possono prendere? Ci dice la sua Riccardo Magi, deputato di +Europa e leader radicale, che avverte: "Nelle carceri stiamo scherzando col fuoco. Sono strutture in cui non si può applicare la norma di distanziamento sociale e, quando si trovano dei positivi, individuare la catena di contatti da isolare è praticamente impossibile, visto che i detenuti condividono spazi e ambienti comuni ed entrano in contatto gli uni con gli altri continuamente. Andrebbero fatte uscire almeno 10.000 persone, con depenalizzazioni o conversioni in isolamento domiciliare di alcune sentenze. E si dovrebbe cercare di non affollare ulteriormente le carceri già piene".
A che punto siamo su questo fronte lo abbiamo chiesto ad Anastasia: "Nel Lazio so che la magistratura di sorveglianza sta lavorando per evitare in tutti i casi possibili il carcere e per fortuna in Italia ci sono stati, nell'ultimo mese, 5000 ingressi in meno, di cui 3-400 solo nel Lazio, il che dà un po' di respiro a strutture come Rebibbia o Regina Coeli. Ma le misure del governo ancora sono insufficienti. L'articolo 123 del decreto Cura Italia prevede l'utilizzo del braccialetto elettronico per pene superiori ai sei mesi, mentre l'isolamento domiciliare ordinario no. Arcuri si è impegnato, in un accordo con Fastweb, a comprare i braccialetti necessari per mandare quante più persone possibile ai domiciliari, ma nel frattempo ci sono giudici che procedono per isolamento ordinario e altri che non lo fanno. Nel frattempo, non ci resta che sperare e pregare che in carceri come Rebibbia non scoppino altri casi o che quelli che emergono vengano gestiti in tempo e con tempestività". Un mese di tempo prima che le condizioni delle carceri possano cominciare ad avvicinarsi agli standard cui già dovrebbero rispondere.
Nel frattempo a Roma, come spiega Riccardo Magi, "non ci sono state grandi emergenze perché in generale nel Lazio la situazione è sotto controllo. Ma non bisogna abbassare la guardia e serve agire subito per evitare che le carceri diventino le prossime Rsa. Sono proprio le strutture in cui le persone vivono in poco spazio e condividendo ambienti comuni che i focolai possono trasformarsi in nuove emergenze".
Il Centro, 19 aprile 2020
Il governatore Marco Marsilio ha firmato l'ordinanza per le misure straordinarie di contrasto e contenimento sul territorio regionale della diffusione del Covid-19 nell'ambito delle strutture penitenziarie e dei servizi territoriali afferenti alla giustizia minorile della Regione Abruzzo.
Con il provvedimento è prevista l'applicazione sul territorio regionale del Modello organizzativo per la gestione dell'emergenza Sars-Cov 2, siccome definito dalla task force sanitaria coordinata dal referente sanitario regionale, Alberto Albani, di concerto con dipartimento sanità della giunta regionale, le unità operative di Medicina penitenziaria delle Asl della Regione Abruzzo, il provveditorato dell'amministrazione penitenziaria di Lazio, Abruzzo e Molise, il centro per la giustizia minorile di Lazio, Abruzzo e Molise, il garante dei detenuti della Regione Abruzzo.
Tra le disposizioni c'è quella relativa alla costituzione di una task force, attiva per tutta la durata dell'emergenza, che coordini nel sistema penitenziario tutte le fasi della risposta emergenziale. La stessa task force è costituita dai quattro direttori/responsabili delle unità operative di Medicina penitenziaria delle Asl della Regione. Il coordinamento è affidato al coordinatore regionale della rete dei servizi sanitari penitenziari della Regione Abruzzo, Francesco Paolo Saraceni, responsabile dell'unità operativa di sanità penitenziaria della Asl Lanciano Vasto Chieti.
catanzaroinforma.it, 19 aprile 2020
Il Consiglio Direttivo della Camera Penale "Cantafora" di Catanzaro - si legge in una nota - quotidianamente impegnato nel monitoraggio delle vicende che riguardano l'avvocatura in questo periodo di emergenza sanitaria, ha inteso licenziare nella seduta di ieri, un documento che riguarda la situazione delle carceri. A tal proposito, si è avvalso del contributo del proprio Osservatorio carcere guidato dall'avv. Orlando Sapia.
Numerosi sono stati gli interventi che hanno riguardato il pianeta carcere visto e considerato che le restrizioni adottate anche nelle case circondariali hanno prodotto una situazione di particolare allarme. Mai come oggi un coro unanime si è levato da più parti per sensibilizzare il Governo ad adottare misure in grado di contenere i contagi evitando il pericolosissimo diffondersi del virus all'interno delle mura carcerarie. Anche le carceri italiane, infatti, non sono rimaste immuni dal contagio da coronavirus. Negli ultimi giorni è aumentato il numero delle persone contagiate dal Covid-19 sia tra i detenuti che tra il personale di servizio.
Addirittura si segnala, come già avvenuto nelle case di riposo per anziani, il sorgere di veri e propri focolai: nel carcere di Verona ci sarebbero trenta contagiati tra i detenuti e venti tra gli appartenenti al corpo di polizia penitenziaria. Lungo tutta la penisola crescono quotidianamente i casi di contagi e si iniziano a contare i primi decessi tra coloro i quali sono reclusi o lavorano negli istituti di pena.
Il Papa, più volte nel corso delle liturgie pasquali, ha preso posizione contro il dramma del sovraffollamento carcerario ed i pericoli che ne derivano, in un contesto di pandemia, sia per chi è recluso che per la società al di fuori delle mura. Le rappresentanze istituzionali della magistratura e dell'avvocatura hanno espresso la propria preoccupazione in ordine alla concreta possibilità che il carcere possa divenire una bomba epidemiologica in grado di investire l'intera società.
Il governo, tuttavia, nel recente decreto legge, ribattezzato "Cura Italia", ha dedicato alla vicenda solo due articoli (123 e 124), accogliendo solo in minima parte le proposte provenienti dalla magistratura, dall'avvocatura e dalle associazioni (Antigone, Yairaiha Onlus etc.) che da sempre si occupano delle problematiche della detenzione.
In sostanza, si è disposto che nei casi di soggetti con pena o residuo di pena non superiore ai diciotto mesi è possibile godere della misura della detenzione domiciliare attraverso un iter semplificato, specificando, tuttavia, che laddove la pena sia superiore a sei mesi la detenzione domiciliare avrà luogo con le modalità del c.d. braccialetto elettronico. La logica è stata chiaramente quella di favorire la fuoriuscita rapida dagli istituti di coloro i quali, comunque, avrebbero potuto godere di detto beneficio ma in tempi più rapidi, in modo da poter così fronteggiare un'eventuale emergenza sanitaria negli istituti di pena. Altra misura, avente medesima finalità, è la previsione di un'estensione, anche in deroga ai limiti massimi, delle licenze premio ai semiliberi sino al 30 giugno 2020.
Le misure prese dal governo, in vero, sono poca cosa. Si calcola che coloro i quali ne potranno usufruire non saranno più di seimila, ciò solo nel caso in cui verranno recuperati le migliaia di braccialetti elettronici che, fino a qualche giorno addietro, scarseggiavano al punto tale che la magistratura, di frequente, era impossibilitata a disporre la misura dei domiciliari con il dispositivo elettronico.
Nonostante la pochezza di quanto disposto, che, peraltro, non sarà applicato ai c.d. ostativi, agli autori di maltrattamenti in famiglia e di stalking ed ai detenuti sanzionati disciplinarmente perché coinvolti nella rivolta dei giorni passati, qualcuno ha avuto l'ardire di affermare che ci troviamo dinanzi ad un indulto e si fa così un regalo ai rivoltosi.
Difatti, sebbene le misure adottate siano distanti anni luce dai provvedimenti di clemenza collettiva (amnistia/indulto), sia in campo politico che istituzionale c'è stato chi ha affermato la propria contrarietà al fine di tutelare la certezza della pena.
È necessario chiarire, per amor di verità, che la detenzione domiciliare è essa stessa una pena, rientrando nel novero delle misure alternative al carcere previste dalla legge sull'Ordinamento Penitenziario. Non siamo, quindi, dinanzi a nessun indulto.
Inoltre, alcuni esponenti della magistratura italiana hanno più volte ribadito la propria contrarietà ai provvedimenti di clemenza collettiva, arrivando addirittura ad affermare che parole quali amnistia, indulto non dovrebbero esistere in un paese civile. Sempre in tal senso il dott. Nicola Gratteri, procuratore capo di Catanzaro, ha nel corso di una recente trasmissione televisiva sostenuto che, nonostante il numero dei detenuti contagiati sia in costante aumento, non esisterebbe un reale pericolo di esplosione della pandemia anche all'interno delle mura carcerarie, in quanto l'universo penitenziario sarebbe isolato dal resto della società e, pertanto, luogo per sua natura sicuro. Non ci meraviglia quanto detto dal dott. Gratteri, che giova ricordarlo risolverebbe il problema del sovraffollamento costruendo supercarceri in stile americano, quanto il fatto che il procuratore ha sorvolato sul problema concreto senza proporre niente di realmente utile a superare la contingenza.
Orbene, nonostante alcuni possano serbare, coltivare e diffondere opinioni di censura nei riguardi di istituti giuridici quali amnistia e indulto, è bene ricordare che i provvedimenti di clemenza collettiva sono introdotti nell'ordinamento repubblicano dalla Carta Costituzionale che è internazionalmente riconosciuta quale esempio di civiltà giuridica. In relazione all'idea che il carcere possa essere un luogo più sicuro rispetto alla civiltà libera, essa è palesemente smentita dai molteplici contagi che si stanno manifestando negli istituti di pena, tanto che la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo ha, qualche giorno addietro, accolto il ricorso di un detenuto di Vicenza, e disposto che, entro il 14 aprile, il governo italiano riferisca alla Corte su quali siano "le misure preventive specifiche adottate per proteggere il richiedente e gli altri detenuti, volte a ridurre il pericolo di contagio all'interno del carcere"
Invero, in un contesto quale quello attuale, il tentare di minimizzare il dramma del sovraffollamento carcerario, che è già valso all'Italia svariate condanne internazionali da parte della Cedu per violazione dell'art. 3 della Convenzione dei Diritti dell'Uomo (divieto di tortura, trattamenti e pene inumane) e negare la concreta possibilità dell'esplosione di una bomba epidemiologica capace di travolgere tutta la società, è comportamento errato ed esiziale per l'intero consorzio sociale, dal momento che il dramma delle carceri, se non verrà correttamente gestito, si riverserà sull'intera società. Insomma non basta far finta che il problema non sia poi così grave e proporre di risolverlo con la costruzione di città penitenziarie della capienza di 5000 posti ciascuna in stile U.S.A
Non condividiamo tale assunto per diversi motivi, ma uno su tutti spicca: Gli Stati Uniti d'America non sono un modello di sistema penale da seguire. Trattasi di una realtà sociale che ha fatto del profitto il centro intorno al quale tutto gira ed in cui la lotta alle diseguaglianze economiche e alla povertà non rientrano negli obiettivi dell'agenda politica, tant'è che negli ultimi quaranta anni, negli U.S.A., si è realizzato il passaggio dal welfare al sistema carcerario quale momento per la regolazione/gestione della povertà, creando così un sistema penale ipertrofico ed iperattivo.
Uno degli effetti di queste scelte politiche, fortemente ispirate alle teorizzazioni economiche della c.d. scuola di Chicago, è stata la criminalizzazione degli strati di società confinati nella povertà economica e sociale ed il conseguente aumento dei tassi di carcerazione. Attualmente negli U.S.A. si contano quasi sette milioni di persone coinvolte nel circuito penale e di queste oltre due milioni sono effettivamente in prigione: si tratta della più numerosa popolazione penitenziaria al mondo, al secondo posto vi è la Cina che ha una popolazione complessiva oltre quattro volte superiore a quella americana. In sostanza, è stato il trionfo della Zero Tolerance e della creazione di uno Stato minimo nei contenuti sociali e massimo nell'esercizio dell'uso della forza.
Questa logica negli ultimi decenni ha ispirato le politiche legislative in materia penale/ penitenziaria anche nel nostro Paese, così producendo un'ipertrofia della penalità, causa primigenia dell'aumento vertiginoso della popolazione carceraria e della conseguente tragedia del sovraffollamento, nonostante i tassi di commissione dei reati siano in costante calo da diversi anni.
Anche solo limitando l'analisi agli ultimi anni: si è assistito all'aumento degli edittali delle pene dei delitti contro il patrimonio (furto, rapina, estorsione), già puniti in modo piuttosto severo dal legislatore degli anni 30; si è avuta la reintroduzione di reati, un tempo depenalizzati, quali il divieto di accattonaggio e il blocco stradale; si sono innalzate in modo spropositato i massimali di pena, addirittura sino a sei anni di reclusione, per l'occupazione di edifici ed, infine, continua ad esserci una disciplina in materia di contrasto alla diffusione delle sostanze stupefacenti tra le più severe dell'intera Europa, si pensi al riguardo che la violazione dell'art. 73 co. 1 DPR n. 309/90 è punita, nel suo massimale di pena, fino a venti anni di reclusione quasi quanto un omicidio.
Insomma, i reati diminuiscono, ma le pene si sono allungate ed uscire dal carcere diviene più difficile e richiede più tempo. Ciò perché si è posto al centro della visione politico - legislativa non la sicurezza dei diritti ma un'idea astratta di sicurezza, sempre più distante dai diritti delle persone, ma necessaria per gestire una società attraversata in maniera sempre più consistente dalla povertà. Infatti, negli ultimi decenni in Italia il numero dei poveri è aumentato vertiginosamente ed attualmente vi sono oltre cinque milioni di persone in condizione di povertà assoluta.
Nel corso degli ultimi anni il legislatore aveva posto in essere una serie di riforme tese a favorire, da un lato, la fuoriuscita della popolazione carceraria e, dall'altro lato, la possibilità di ricorrere con più facilità a forme di esecuzione penale alternative al carcere. Purtroppo la parte migliore e più innovativa di dette riforme è stata disattesa. Nel 2014 con la legge n. 67 il Parlamento aveva delegato il Governo affinché innovasse il catalogo delle pene di cui all'art. 17 del c.p. ed introducesse la reclusione domiciliare e l'arresto domiciliare tra le pene principali, ma il timore di perdere consenso elettorale ha fatto sì che tale delega decadesse a causa dell'inerzia dell'esecutivo in carica. Similmente è accaduto per la riforma dell'ordinamento penitenziario, anche in questo caso il Parlamento aveva delegato (L. n 103 del 2017) il governo ma la delega è stata realizzata solo in minima parte, così vanificando il grande lavoro fatto nell'ambito dell'innovativa esperienza degli Stati Generali dell'Esecuzione Penale.
Tale fallimento è stato causato dall'assenza di un reale programma alternativo, così appena si è realizzato il decremento della popolazione detenuta, richiesto dalla Cedu, le tematiche dell'allarme sociale e dell'ossessione securitaria hanno ripreso il sopravvento, facendo divenire lettera morta le deleghe parlamentari.
È oggi più che mai necessario, anche in virtù dell'emergenza sanitaria in corso, superare la logica panpenalistica e carcero-centrica che regna incontrastata nel dibattito politico. È necessario ripensare le parole che usiamo guardando alla Costituzione in quanto fondamento della nostra società.
Le parole amnistia e indulto non devono scandalizzare. Si tratta di istituti giuridici di rango costituzionale, il cui utilizzo è stato costante durante tutta la vita dello Stato Italiano sino alla riforma costituzionale dell'art. 79 Cost. fatta nel 1992, durante l'ultima legislatura della c.d. prima Repubblica. In particolare, a seguito di detta riforma l'approvazione di una legge di concessione di detti provvedimenti clemenziali richiede una maggioranza di due terzi dei componenti di ciascuna Camera per ogni singolo articolo, oltre che per la votazione finale.
È probabilmente l'unico caso in cui è più semplice modificare la fonte normativa, cioè l'art. 79 Cost., che emanare una legge di amnistia o indulto. Difatti, dal 1992 ad oggi si è avuto solo l'indulto del 2006. È certamente sintomo di civiltà quantomeno aprire un dibattito sui provvedimenti clemenziali, sulla loro funzione e sulla possibilità di restituirgli una agibilità legislativa che oggi nei fatti è negata.
La riscoperta di tali provvedimenti non si tradurrebbe in un perdono per il reo né tantomeno in una violazione dei diritti della eventuale vittima, ma rappresenterebbe l'utilizzo di strumenti eccezionali in una situazione di oggettiva emergenza. Si tratterebbe di una clemenza per ragioni di giustizia, da un lato tesa ad evitare gli effetti di una desocializzazione conseguente alla drammatica realtà del sovraffollamento carcerario] e dall'altro mirata ad intervenire in un contesto di emergenza sanitaria che potrebbe travolgere prima il carcere e poi il resto della società.
Sempre partendo dalla Costituzione, l'art. 27 dispone che "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del reo". Il legislatore costituente opera il proprio riferimento alle pene, non alla pena e, nell'articolo dedicato alla funzione della pena non fa alcun riferimento al carcere. Già in Costituzione è presente una logica penale non assolutamente carcero centrica, che pone la dignità umana, cioè i diritti umani, quale limite nell'esecuzione della pena e ne sancisce il carattere rieducativo, finalizzato quindi a riaggregare il soggetto condannato nel consorzio sociale. In sostanza, il costituente non ha ritenuto la parola carcere degna o, perlomeno, necessaria alla Costituzione.
In prospettiva, sarebbe necessario prevedere, con maggiore ampiezza di quanto avviene oggi, che la pena possa consistere in privazioni della libertà differenti da quella carceraria, come ad esempio era il caso della reclusione/arresto domiciliare di cui alla L. n. 67 del 2014. Sarebbe opportuno consentire un uso più ampio delle già esistenti misure alternative alla detenzione ed, in particolare, prevedere la possibilità di accesso alla misura dell'affidamento in prova anche in presenza della sola possibilità di svolgere un'attività di volontariato. Ad oggi, sebbene la condizione lavorativa non sia espressamente prevista dalla legge, tendenzialmente le istanze di affidamento ex art 47 O.P. vengono sistematicamente rigettate senza la presenza della prospettiva lavorativa.
Si tratta di due esempi che alleggerirebbero di molto il numero dei detenuti e consentirebbero di potenziare il filone dell'esecuzione penale esterna, dandogli così quell'importanza che un paese civile meriterebbe. Del resto le statistiche sono chiare: la recidiva per chi esce dal carcere tocca quasi il 70%, mentre scende a meno del 20% per coloro i quali scontano la pena al di fuori delle mura penitenziarie.
Tuttavia, l'emergenza si fa sempre più pressante e il carcere rischia seriamente di divenire una tragedia annunciata ed allora è necessario, qui ed ora, agire rapidamente, accogliendo quelle indicazioni che provengono dai vari corpi sociali (magistratura, avvocatura, mondo accademico) e, quindi, implementare in fase di conversione del D.L. "Cura Italia" le misure ivi previste: innalzare a due anni il limite di pena detentiva eseguibile presso il proprio domicilio, disponendo che tale disciplina si applichi in aggiunta e non in sostituzione di quanto previsto in via ordinaria; rendere facoltativo e non obbligatorio l'uso del braccialetto elettronico; reintrodurre, vista l'emergenza, la liberazione anticipata speciale sino a 75 giorni; prevedere il differimento dell'esecuzione degli ordini di carcerazione per condanne fino a quattro anni a data successiva alla fine dell'emergenza sanitaria. Insomma, è più che mai necessario liberarsi immediatamente, se non della necessità, per lo meno della centralità del carcere.
Siamo dinanzi ad un bivio ed oggi, per via della attuale crisi sanitaria ed economica, il problema si ripresenta in tutta la sua urgenza. Bisogna scegliere definitivamente verso quale forma di Stato andare: uno Stato che massimizzerà l'utilizzo del sistema penale, implementandolo di nuove fattispecie, continuando ad aumentare gli edittali di pena, rendendo il processo così veloce da smaterializzarlo in nome dell'efficienza, ed, infine, costruirà grandi città penitenziarie in cui stipare i marginali sociali; oppure uno Stato che si impegni nella realizzazione di quel programma che è la nostra Costituzione, garantendo la sicurezza dei diritti e utilizzando il sistema penale in una logica di extrema ratio.
Il Consiglio Direttivo Camera Penale "Cantafora"
di Luigi Benelli
Corriere Adriatico, 19 aprile 2020
Rivolta in carcere a Pesaro, diverse sezioni sotto scacco e ora si contano i danni dopo la tregua. Momenti di tensione venerdì con i detenuti che hanno sradicato termosifoni, rotto plafoniere. I sindacati degli agenti di Polizia penitenziaria spiegano cosa sta accadendo.
Nicandro Silvestri, Segretario regionale per le Marche del Sappe, argomenta: "Da diversi giorni sono in atto proteste che coinvolgono 4 delle 7 sezioni detentive per un totale di oltre 173 detenuti. Lamentano l'inefficacia dei provvedimenti del governo per ridurre i prezzi dei cibi o prodotti che possono acquistare e la mancata applicazione di tutte le misure alternative alla detenzione da parte del Magistrato di Sorveglianza di Ancona".
Altro tema, il Coronavirus. "I detenuti parlano di uno stato di abbandono a fronte dell'emergenza Covid 19 in ragione dell'eccessiva concentrazione dei detenuti all'interno delle sezioni, per loro una situazione di rischio per la salute in caso di diffusione del virus. Infine non possono incontrare i propri familiari". Così, nel tardo pomeriggio e nella serata di venerdì, quattro manifestanti hanno danneggiato termosifoni e plafoniere e per questo motivo è saltata la socialità a camere aperte ed è stato richiesto l'intervento di Polizia e Carabinieri".
Donato Capece, segretario generale del Sappe, precisa: "Da tempo denunciamo una situazione allarmante, caratterizzata da un significativo sovraffollamento del carcere a cui si contrappone una significativa carenza di appartenenti alla Polizia Penitenziaria. Siamo pronti a manifestare anche davanti al Ministero della Giustizia ed al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria".
Il vice Segretario Regionale Osapp Marche Mauro Nichilo parla di "ore di apprensione e tensione con i detenuti che hanno creato disordini e messo a repentaglio la sicurezza dell'istituto. Il tutto è scaturito dalla mancata risposta da parte del Magistrato di Sorveglianza di Ancona sulle richieste avanzate dai reclusi in merito alla concessione degli arresti domiciliari in riferimento all'ultimo decreto "svuota-carceri" emanato per contrastare la diffusione del contagio del Coronavirus. Il magistrato di Sorveglianza ha replicato riferendo che, per quanto di sua competenza, avrebbe dato seguito alle richieste avanzate dai detenuti. Solo nella tarda serata la tentata rivolta è rientrata".
primailcanavese.it, 19 aprile 2020
Alcuni scritti a firma dei detenuti in carcere al tempo dell'emergenza sanitaria. "Ciao a tutti voi, in primis spero di vero cuore che stiate tutti bene, visto come stanno le cose lì fuori con questo virus Covid-19". Inizia così uno degli scritti a firma di alcuni detenuti in carcere al tempo dell'emergenza sanitaria. Scritti destinati alla pubblicazione sul "giornalino" della Casa circondariale di Ivrea, "L'Alba". "Noi qui tutto bene - prosegue l'autore del testo - Per dirvi la verità, come la penso io, sembra paradossale, ma noi detenuti in questo triste momento nazionale siamo al sicuro, siamo protetti da ogni cosa, proprio perché siamo in un totale isolamento esterno".
E prosegue: "Questo è molto duro, perché non c'è alcuna attività! Io, per esempio, passo le mie giornate a leggere, faccio qualche partita a carte, provo a cucinare e via così: le mie giornate volano. Adesso aspetto la garante per darle tutto il cartaceo degli articoli scritti da noi compreso quello sul Covid-19. Resta solo da correggere perché, come ben sapete, i punti e le virgole non sono il mio forte. Ora vi porgo i saluti di tutti noi e la stima che proviamo per tutti voi: un abbraccio virtuale". E infine taglia corto con un augurio ai lettori: "A presto, spero prestissimo, e abbiamo tutti fede che presto passerà".
Un altro, invece, racconta un punto di vista diverso, soffermandosi sui timori avuti nei primi giorni di emergenza: "I detenuti della Casa circondariale di Ivrea certamente non l'hanno presa bene, consapevoli che la situazione si possa complicare all'interno dell'istituto. Certo c'è stata un po' di tensione quando l'Amministrazione ha chiuso i colloqui visivi con i familiari, ma non più di tanto perché ha subito provveduto con le videochiamate: così facendo abbiamo avuto modo di telefonare alle famiglie e rasserenarci, noi e loro. Siamo consapevoli che questa pandemia non è una passeggiata per nessuno: rimane il forte pensiero per i familiari, in particolare per chi ha parenti anziani. Si aggiunge il problema dei pacchi che spediscono i familiari, in quanto tanti sono tornati indietro".
E rimarca: "Questo influisce molto sul morale dei detenuti che pensano ai grossi sacrifici che i loro familiari fanno per spedirli e che risultano vani". E poi sottolinea: "In modo particolare per i detenuti fuori dalla nostra Regione che non hanno incontri e puntano moltissimo sul ricevimento dei pacchi da casa: già viviamo brutti momenti individuali e queste cose portano un po' di tensione in più. Ora c'è la buona notizia che parecchi detenuti forse potranno usufruire del cosiddetto "Decreto svuota carceri".
In merito alla definizione ancora la vaglio del Governo, commenta: "Forse parecchi di noi potranno ricongiungersi con i propri cari, scontando il residuo della pena nella propria casa". Infine, lancia un appello: "Faccio appello alle associazioni, alla Chiesa che possano dare l'opportunità a tutti questi detenuti di poter varcare le porte del carcere e così poter raggiungere la così tanto desiderata libertà".
umbria24.it, 19 aprile 2020
Ai tempi del Covid una promessa per l'accoglienza verso il fine pena e prima di rientrare nella comunità civile. "Carissimi fratelli ristretti, la mia non è una visita di cortesia e neppure frutto di un invito ufficiale. Ho sentito il bisogno di essere per un po' in mezzo a voi. Naturalmente, come i tempi del coronavirus ce lo consentono, con mascherina e guanti. E questo mi mette un po' a disagio". Con queste parole il cardinale arcivescovo Gualtiero Bassetti ha salutato una rappresentanza di detenuti, di detenute e del personale di sorveglianza della Casa Circondariale in località Capanne di Perugia, nella mattinata del 18 aprile. Il cardinale è stato accolto dalla direttrice Bernardina Di Mario e dal comandante della Polizia penitenziaria Fulvio Brillo.
La direttrice Di Mario, nel rivolgere il saluto di benvenuto all'ospite, ha sottolineato quanto l'arcivescovo di Perugia sia "vicino e sensibile al mondo carcerario, anche attraverso la sua periodica presenza sia in occasioni belle che meno belle, condividendo con questa realtà, spesso relegata ai margini della società, le gioie e le sofferenze che la vita riserva come nel tempo del Covid-19".
Vite dei guariti profondamente segnate "Ieri sono stato a visitare il grande ospedale della Misericordia di Perugia, che non è lontano da voi. Ho ascoltato la testimonianza dei medici, ho saluto gli infermieri e gli operatori sanitari. Ho potuto parlare, attraverso contatto telematico, con alcuni malati. Li ho confortati, ho pregato con loro, li ho benedetti. Ho fatto gli auguri ad un uomo ed una donna, che penso siano in via di guarigione, le cui vite però rimarranno profondamente segnate".
La libertà il più grande dono di Dio - "So quanto sia difficile, ed anche a me è costato tanto dover abbandonare il proprio impegno, la propria missione, e rinchiudermi in casa; ma io tutto sommato vivo in un episcopio grande... Penso ad alcune famiglie che conosco e che vivono, con tre o quattro bambini, in 60/70 metri quadrati: senza terrazza, senza possibilità di uscire. Penso soprattutto a voi. Sempre ho pregato per voi. Penso a tanti di voi, ristretti in spazi, certamente limitati, lontani dai vostri cari e dagli affetti più belli e naturali. Privati della vostra famiglia e della vostra libertà. La libertà, come dice Dante, è il più grande dono che Dio ci abbia fatto, creandoci".
Una situazione ancor più problematica - "Soprattutto in questo periodo, sono molto preoccupato anche per la grave crisi economica, che già accentuata dalla pandemia - ha detto il cardinale -, si abbatterà su tutta la nazione. I rischi per la salute, la necessaria mancanza di contatti con l'esterno, e per voi le visite e i permessi aboliti, come pure la mancanza di possibilità di qualche lavoro, fa sì che il carcere diventi ancor più problematico di quanto non lo fosse già nel passato.
Forse anche come Chiesa, dovremo trovare nuove forme suggerite dall'amore e dalla fantasia, e soprattutto dal Vangelo. Ho visto, girando per l'Italia, in qualche Diocesi, delle case in cui si accolgono i carcerati quando arrivano verso il fine pena, oppure coloro che, ottenuto il permesso, non hanno la possibilità di tornare in famiglia. Credo che anche da parte della nostra Diocesi sarà opportuno pensare a tali iniziative di carità, perché particolarmente i carcerati possano sentirsi amati, rispettati e accolti".
Il pensiero corre veloce verso Capanne. "Vi sono vicino, vi penso quotidianamente - ha concluso Bassetti, rivolgendosi ai detenuti e alle detenute presenti. Tutte le mattine, quando mi reco a pregare nella mia Cappella, il pensiero corre veloce verso Capanne. Per me voi ci siete, siete nel cuore del vostro Vescovo. Mi dia il Signore la forza, nonostante la fragilità dei miei 78 anni, di poter fare ancora qualche cosa di buono per voi, fratelli e sorelle carissimi".
Adnkronos.it, 19 aprile 2020
La realtà del carcere è più simile a quella prima dell'emergenza coronavirus, fuori le differenze sono abissali ed abituarsi anche se sono passate diverse settimane è difficile. Lo racconta all'Adnkronos don Fabio Fossati, Cappellano del carcere milanese di Bollate "che conta circa 1.200 detenuti".
"Inizialmente c'era un po' di tensione, c'era l'attesa di riuscire ad avere dei benefici, il dispiacere di dover rinunciare ai colloqui con i familiari. La sofferenza più grande qui era per i detenuti che in regime di articolo 21 dovevano rinunciare al lavoro all'esterno. È stato un passo indietro, anche il dover fare a meno dei laboratori e dei corsi gestiti dai tanti volontari che per colpa del virus non potevano più accedere alla struttura", spiega.
Rinunce "durissime", per chi ogni giorno deve fare i conti con poco, "gestite, però, bene: sono state concesse più opportunità per comunicare all'esterno, gli interventi del tribunale di Sorveglianza hanno permesso di concedere la semilibertà a chi ne aveva diritto e bisogna continuare su questa strada, liberare il carcere vuol dire anche ridurre il rischio contagio che mi sembra sotto controllo", spiega don Fabio. La normalità ora, sembra un paradosso, è quella dietro le sbarre. "C'è più normalità dentro che fuori, adesso sono loro che non riescono a capire come viviamo noi, come facciamo con tutti i negozi chiusi. Quando entro in carcere trovo la vita di prima, noi invece facciamo fatica a capire il cambiamento esterno. Adesso tutti speriamo in un ritorno alla normalità ma che sia migliore, sia un passo avanti sia per chi è dentro che per chi è fuori", conclude don Fabio.
Il Messaggero, 19 aprile 2020
È partita nel tardo pomeriggio di venerdì la protesta dei detenuti della Casa circondariale di Villa Fastiggi. Arnesi di fortuna, stoviglie, coperchi e pentole sbattuti contro le pareti delle celle, contro le porte di ferro, contro le inferiate.
Un rumore sempre più forte, sempre più violento che ha finito per coinvolgere almeno 170 dei 230 detenuti ospitati nel carcere di Villa Fastiggi creando attimi di forte tensione. Nell'edificio già sovrappopolato, affidato a un corpo di guardia i cui numeri sono insufficienti, si è diffuso l'allarme. Per un po' si è temuta una rivolta che sarebbe potuta essere poi difficile da contenere. Ma non è stato così, la mediazione e il buonsenso hanno avuto la meglio. In tarda serata la situazione è tornata sotto controllo.
Non è chiaro nel dettaglio cosa abbia scatenato la protesta dei detenuti ma pare che, i primi di loro che avevano presentato richiesta di trascorrere in detenzione domiciliare per l'emergenza coronavirus, abbiano ricevuto un rifiuto. La notizia è corsa di corridoio in corridoio, di cella in cella fino a fare esplodere la rabbia. Sul posto sono arrivate sul posto due auto dei carabinieri di Pesaro, due pattuglie delle squadre volanti e della squadra mobile supportate da altri due equipaggi del reparto mobile di Senigallia.
Il Garante in contatto con l'Istituto penitenziario - Il Garante dei diritti Andrea Nobili in contatto con l'istituto penitenziario di Villa Fastiggi a Pesaro, dopo la protesta dei detenuti. "La nostra interlocuzione con i vertici della casa circondariale e dell'amministrazione penitenziaria - sottolinea Nobili - non si è mai interrotta. In questo periodo l'attenzione dell'Autorità di garanzia è stata rivolta soprattutto alla questione sanitaria ed a ieri, secondo riscontri effettuati, non risultano casi positivi al Coronavirus sia tra i detenuti che tra gli agenti di polizia penitenziaria".
Il Garante non manca di evidenziare che "a Villa Fastiggi esiste, non l'abbiamo mai nascosto, un oggettivo problema di sovraffollamento che in situazioni emergenziali non può che acuire le criticità più volte rappresentate". Il rinnovato auspicio è che per far fronte alla situazione degli istituti marchigiani "ci sia una collaborazione concreta - stigmatizza Nobili - che veda la partecipazione attiva di tutte le componenti chiamate ad intervenire nell'ambito del mondo carcerario. Questo al di là delle più volte segnalate problematiche di organici e dell'assegnazione di un Presidente effettivo, come nel caso del Tribunale di sorveglianza di Ancona, e di presenza sul territorio, come per il Prap attualmente chiamato ad interagire con Emilia Romagna e Marche con le innumerevoli difficoltà logistiche del caso".
venetonews.it, 19 aprile 2020
"La Regione deve subito organizzarsi per consentire uno screening completo nelle carceri del Veneto". A chiederlo, sono i Consiglieri regionali del coordinamento Veneto 2020 Piero Ruzzante (Liberi e Uguali), Patrizia Bartelle (Italia in Comune) e Cristina Guarda (Civica per il Veneto) che nella mattinata di oggi hanno depositato un'interrogazione urgente con la quale chiedono alla Giunta regionale "di intervenire rispetto al contagio da coronavirus che si sta diffondendo nelle carceri, avviando interventi a garanzia della salute dei detenuti e degli agenti di polizia penitenziaria".
"Il clima all'interno delle carceri del Veneto - sottolineano i tre Consiglieri - è sempre più teso mano a mano che si diffonde il contagio di Covid-19; il virus viene aiutato dal sovraffollamento cronico delle strutture penitenziarie. Il dato più preoccupante arriva da Verona, dove 17 agenti di polizia penitenziaria e 25 detenuti sono risultati positivi al tampone. Il sindacato di polizia penitenziaria ha denunciato addirittura inviti verbali a non utilizzare le mascherine per non spaventare i detenuti". "Così si rischia una strage - concludono Ruzzante, Bartelle e Guarda - la salute dei detenuti e delle guardie penitenziarie va messa al primo posto: la Regione attivi subito tutti gli strumenti necessari per garantire la tutela della salute dei carcerati e degli agenti".
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