di Silvana Mossano
La Stampa, 18 aprile 2020
E ora i detenuti producono mascherine. Cinque detenuti - Leonardo, Massimo, Felician, Filippo e Francesco - si sono seduti davanti alle macchine da cucire e hanno confezionato 600 mascherine di tessuto: 220 per chi è rinchiuso al Don Soria e 380 per quelli del San Michele.
Una per ciascuno; e adesso stanno già lavorando alla produzione della fornitura di ricambio, visto che possono essere lavate e riutilizzate. L'emergenza coronavirus apre anche spiragli positivi, opportunità fino ad ora ipotizzate che la leva della necessità ha concretizzato in fretta.
Qui è accaduto proprio questo: il laboratorio del carcere, attrezzato qualche tempo fa con macchine da cucire e altre strumentazioni grazie all'associazione Ics Onlus e alla Fondazione Social, è diventato in poche settimane un efficiente centro produttivo. Per i detenuti non è prevista una dotazione di mascherine, e nemmeno sono obbligati a indossarle, perché si ipotizza che ci siano poche probabilità di contagio visto che non hanno contatti con l'esterno, ma non mancano le raccomandazioni alla distanza sociale e alle precauzioni.
I colloqui con i famigliari (ne sono previsti sei al mese) sono stati vietati di colpo. Ovunque. Un'imposizione maldigerita. In più penitenziari italiani, a inizio marzo, era scoppiato il finimondo. Anche ad Alessandria: al mattino al Don Soria, da dopopranzo a sera al San Michele. Era lunedì 9 marzo. La rivolta pomeridiana era stata la più violenta: in una sezione, che ospitava 44 detenuti, era stato appiccato il fuoco.
Per ore, un muro di fiamme e di fumo aveva impedito di capire se qualcuno, intrappolato in quel disastro, ci avesse lasciato la pelle. A distanza di oltre un mese, quella sezione resta inagibile: "Stiamo cercando a poco a poco di ripararla, ma sarà lunga" spiega la direttrice dei penitenziari alessandrini, Elena Vallauri Lombardi. Intanto, in procura il pm Marcella Bosco ha un fascicolo aperto con più indagati (tra venti e trenta), che erano stati identificati come ipotetici sobillatori della sommossa. Le visite causa coronavirus continuano a essere vietate, "ma - spiega la direttrice - si sono incrementate le videochiamate telefoniche.
Ci sono stati consegnati più cellulari per esaudire le richieste". Anche i colloqui tra detenuti e avvocati sono azzerati, tranne casi eccezionali e urgenti. Tuttavia, qualche caso positivo c'è stato: 4 detenuti in tutto, tra Don Soria e San Michele, di cui uno con sintomi più acuti trasferito a Torino. Il rischio può presentarsi con l'ingresso di nuovi arrestati: "In questi casi - spiega la direttrice del carcere - i nuovi arrivati vengono collocati in quarantena in spazi separati, per due settimane". Dall'esterno, però, entrano ogni giorno, ovviamente a turnazione, i 350 (la somma dei due istituti) agenti di polizia penitenziaria che devono essere dotati di dispositivi di protezione. Inoltre, viene misurata agli agenti la temperatura e si procede alla sanificazione degli ambienti due volte al giorno.
La segreteria provinciale del sindacato Osapp, però, critica il servizio mensa: "In queste settimane si è abbassata la qualità e la quantità dei pasti serviti alla polizia penitenziaria. Chiediamo alla direzione di sollecitare la ditta incaricata del servizio a una maggiore attenzione, rispettando le indicazioni contenute nel contratto d'appalto".
La direttrice non nega: "Purtroppo è quel che è accaduto e sto cercando di risolvere il problema. Sono dispiaciuta, perché il personale, in un momento così complesso e pesante, ha bisogno di attenzione e sostegno; un calo di qualità dei pasti crea malessere".
di Goffredo Buccini
Corriere della Sera, 18 aprile 2020
Sulla Pista di Borgo Mezzanone gli italiani non sono più graditi, nemmeno se portano cibo o medicine: "Non entrate, abbiamo paura di voi!", implorano gli ultimi duemila disperati del ghetto pugliese tuttora più affollato. "Dall'inizio della pandemia il loro desiderio più forte è andarsene dall'Italia, temono il contagio, ma non riescono neppure a scappare", spiega il sociologo Leonardo Palmisano, analista del lavoro nelle nostre campagne. Il paradosso è che per molti, adesso, il popolo dei ghetti è una riserva preziosa in tempi di carestia. Gli invisibili diventano appetibili quando il Covid-19 desertifica terreni e serre dai braccianti stagionali europei: così tra i ministeri di Agricoltura, Lavoro, Interni, Economia e Giustizia circola, per ora in via riservata, una bozza di legge in 18 articoli nella quale si parla esplicitamente della loro "regolarizzazione" tramite una "dichiarazione di emersione dei rapporti di lavoro".
All'articolo 1 si spiega che "al fine di sopperire alla carenza di lavoratori nei settori di agricoltura, allevamento, pesca e acquacoltura", chi voglia mettere sotto contratto di lavoro subordinato "cittadini stranieri presenti sul territorio nazionale in condizioni di irregolarità" può presentare istanza allo sportello unico per l'immigrazione. Il contratto "non superiore a un anno" genera, dopo una serie di verifiche burocratiche, un permesso di soggiorno, che può essere rinnovato tramite nuovi rapporti di lavoro. Il provvedimento, che potrebbe finire presto in un decreto, non sarà privo di contraccolpi. Già è in atto la proroga dei permessi di soggiorno in scadenza, ma questa partita è ben diversa.
Gli irregolari in Italia "sono circa 600 mila e vivono in insediamenti informali, sottopagati e sfruttati spesso in modo inumano", ha detto giovedì nella sua informativa alle Camere la ministra dell'Agricoltura Teresa Bellanova, sponsor del progetto, per poi anticipare ai parlamentari il senso del testo che il Corriere ha ora visionato: "Ritengo fondamentale nella fase emergenziale regolarizzare gli extracomunitari che ricevano offerte di lavoro... o è lo Stato a farsi carico della vita di queste persone o sarà la criminalità a sfruttarla".
Nessuno pronuncia la parola "sanatoria", ma i campi diventano prima linea economica e politica. Da Nord a Sud, dalle prossime raccolte di pesche nella piemontese Saluzzo fino a quella ormai in esaurimento delle arance nella Calabria di Rosarno, il Covid-19 ha terrorizzato e svuotato: il "si salvi chi può" di polacchi, bulgari e romeni, slovacchi e albanesi ha lasciato a terra fiori e pomodori, zucchine e melanzane; forse le ciliegie Ferrovia di Turi resteranno a marcire, forse l'uva seguirà. Un crac.
"Le associazioni ci parlano di una carenza di manodopera stagionale tra le 270 e le 350 mila unità", ha aggiunto la Bellanova. Il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, in effetti ci descrive uno scenario bellico: "Rischiamo di perdere il 35% di ciò che c'è nei campi, e questo peserà poi soprattutto su chi è più povero". La sua associazione ha stilato una mappa delle province più colpite, dove lavorava quasi un terzo degli stagionali svaniti: Bolzano e Trento, per fragole, mele e uva; Verona con gli asparagi; Cuneo con pesche, kiwi e susine; Latina coi suoi ortaggi in serra; Foggia coi pomodori, i broccoli e i cavoli.
Il Trentino rimpiange come minimo 12 mila braccianti, in gran parte romeni, il 75% della forza lavoro. Sicché si tentano vie diplomatiche. Il locale presidente di Coldiretti, Gianluca Barbacovi, plaude al suo presidente nazionale che sta aprendo canali con l'ambasciata di Bucarest per convincere i romeni a tornare indietro, nei "corridoi verdi", in sicurezza. È una parola. Piemonte e Veneto guardano già ai migranti nei centri d'accoglienza.
Tuttavia, sulle ricette c'è grande distanza. Prandini punta sui voucher e spiega che in un solo giorno la piattaforma di Coldiretti "Job in country" ha raccolto "più di 500 richieste di cassintegrati e disoccupati per venire a lavorare nelle nostre aziende". Scommette: "In venti giorni possiamo avere migliaia di curricula e fare entrare i lavoratori con procedure più semplici. Abbiamo contro la Cgil, ma insistiamo. E comunque la sanatoria non va, è un tema politico e partitico, queste persone non in regola non è detto affatto che lavorino in un contesto agricolo, anzi". In realtà l'opposizione sindacale ai voucher appare compatta in una lettera mandata al premier Conte a inizio aprile da Landini, Furlan e Barbagallo, i segretari confederali: "Si tratta di uno strumento che precarizza il lavoro".
Indecisi a tutto, marciamo verso un'estate di raccolti mancati mentre tra i ghetti blanditi o esorcizzati potrebbe scatenarsi un inferno se il Covid-19 facesse breccia nel sostanziale isolamento dei migranti. "Fa ridere la disposizione di lavarsi le mani e stare in casa quando non hai acqua e vivi in una baracca", dicono sindacalisti di prima linea come Giovanni Mininni della Flai-Cgil che ha lanciato online una conferenza stampa, "Ghetti pieni e scaffali vuoti".
"Una sanatoria era attesa anche prima del Covid-19, Bellanova non ha risolto il problema", rincara la dose Alessandro Verona, medico di Intersos che gira per campi tra Calabria e Puglia. C'è chi giura che, prima dell'epidemia, il Viminale meditasse una regolarizzazione più generosa. Ora la bozza di legge scalderà gli animi. L'articolo 7 esclude dal provvedimento destinatari di espulsioni, condannati o soggetti pericolosi per la sicurezza dello Stato, ma questo non placherà di certo i sovranisti.
Gli stretti limiti temporali del permesso di soggiorno e il rischio di restare nel limbo dopo l'emersione in caso di perdita del lavoro faranno storcere il naso a partiti e gruppi pro-migranti. Del resto, in ballo non ci sono norme astratte. Qualche complicazione capita con le persone in carne ed ossa, come quarant'anni fa notava lo svizzero Max Frisch a proposito dei migranti italiani: "Volevamo braccia, sono arrivati uomini".
di Guido Neppi Modona
Il Dubbio, 18 aprile 2020
Tra i pericolosi veleni diffusi dal Coronavirus ho colto una proposta particolarmente malsana e inquietante, che si riflette negativamente sulla moralità, la ragionevolezza e la credibilità delle risposte alla pandemia. Tra altre sortite piuttosto infelici, alcune riferite alla specifica situazione italiana, la Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha proposto la segregazione in casa degli anziani, se ho ben capito, sino alla fine dell'anno.
Quindi ben oltre il prevedibile picco della pandemia, con il pretesto di apprestare una più forte tutela di una categoria di soggetti ritenuti particolarmente vulnerabili. Con stupore ho rilevato che nel dibattito che ne è seguito la proposta ha incontrato non poche adesioni, peraltro prive di qualsiasi evidenza scientifica dei rapporti tra mera anzianità e vulnerabilità al contagio. Tale è la confusione e lo sconcerto di fronte alla aggressività e alla diffusione del coronavirus che anche una proposta che comporterebbe la sostanziale morte civile di un'intera categoria di cittadini, individuata esclusivamente in relazione al dato astratto dell'età, rischia di entrare nel novero delle possibili risposte alla pandemia.
Uno dei punti di forza della reazione al coronavirus è stato ed è tuttora l'atteggiamento del popolo italiano, che sta affrontando con grande senso di responsabilità e consapevolezza della gravità della situazione le restrizioni imposte all'esercizio di numerosi diritti costituzionali, tra cui in primo luogo la libertà di circolazione. Tanto è vero che il Presidente Mattarella, che si è più volte appellato ai valori dell'unità e della solidarietà quali presupposti di una efficace risposta al coronavirus, ha ripetutamente riconosciuto che tali valori sono condivisi dalla stragrande maggioranza della popolazione.
Ebbene, la creazione artificiale e astratta di una categoria di cittadini "diversi" a cagione del solo dato dell'età violerebbe palesemente i fondamentali valori dell'unità e della solidarietà. In realtà dietro la dichiarata intenzione di predisporre una speciale tutela per gli anziani si cela la convinzione che gli anziani siano di per sé, per il solo dato dell'età, potenziali portatori e diffusori del virus, a prescindere dalle loro effettive condizioni di salute: con il pretesto di difendere la sua vulnerabilità, in realtà l'anziano viene minacciato di totale isolamento per una supposta maggiore pericolosità.
Bisogna stare molto attenti perché la proposta, oltre a scalzare i valori dell'unità e della solidarietà, riecheggia metodi che richiamano le dinamiche del razzismo: quelli che sino a ieri erano cittadini come tutti gli altri diventerebbero "diversi", come da un giorno all'altro lo furono gli ebrei dopo le leggi razziali del 1938. Tutti gli anziani sarebbero relegati in casa e destinatari del divieto di circolazione per il solo fatto di avere più di 65/70 anni, a prescindere dal loro effettivo stato di salute. Ecco il punto: vi sono anziani che malgrado l'età sono perfettamente sani e, in quanto tali, non sono di per sé più vulnerabili di un giovane; al contrario, vi possono essere giovani affetti da malattie gravi che li rendono particolarmente vulnerabili e quindi potenziali propagatori del contagio. Disporre misure limitatrici per una categoria di soggetti individuati solo sulla base dell'età determinerebbe anche una palese violazione del principio costituzionale di eguaglianza. Nell'epoca del coronavirus l'anziano e il giovane non affetti da alcuna morbilità sarebbero destinatari di un trattamento diverso, in quanto solo il primo verrebbe confinato in casa e privato del diritto alla libera circolazione.
Alla faccia dei valori dell'unità e della solidarietà gli anziani diverrebbero una categoria di soggetti "diversi", di per sé sospetti di essere contagiabili o contagiati, sì che, se un anziano avesse l'ardire di mostrarsi in strada, potrebbe essere considerato e trattato alla stregua degli "untori" della peste di manzoniana memoria. Ma allora eravamo alla metà del Seicento, un secolo che, quanto alla risposta alle epidemie, abbiamo sempre ritenuto essere governato da superstizioni e ignoranza.
di Mauro Ciardo
Gazzetta del Mezzogiorno, 18 aprile 2020
Detenuti, poliziotti e amministrazione penitenziaria uniti per commemorare le vittime del Covid-19. Si è svolto alcuni giorni fa nel carcere circondariale di Borgo San Nicola a Lecce un minuto di raccoglimento in memoria di tutte le persone che hanno perso la vita da febbraio in Italia, a causa del contagio da Coronavirus. Un momento di raccoglimento che era stato organizzato dalla direzione della Casa circondariale con l'obiettivo anche di sostenere moralmente gli operatori sanitari strenuamente impegnati nell'assistenza agli ammalati.
Il 6 aprile sorso alle 16 dunque, in tutte le sezioni dell'istituto di pena è stato attivato il suono della campanella che ha preannunciato il minuto di silenzio, a cui hanno preso parte tutti i detenuti. Al termine è scattato un applauso che ha coinvolto anche gli operatori penitenziari in servizio.
L'iniziativa, va detto, è nata da un detenuto insieme ai suoi compagni di sezione, fino a coinvolgere con un passaparola tutti i detenuti delle altre sezioni in tutti i padiglioni. Con un'istanza alla direzione, è stato chiesto di organizzare il minuto di silenzio dedicato alle vittime. "È stato molto emozionante - ha scritto il detenuto promotore dell'iniziativa in una lettera al suo legale Fulvio Pedone - sentire il silenzio assordante anche se per un solo minuto da parte di un'intera popolazione carceraria, con un applauso finale che ha fatto venire la pelle d'oca a tutti. Questo per far vedere che nelle carceri le situazioni possono essere affrontate con la giusta sensibilità e serietà per il drammatico momento che tutti stiamo vivendo, ed è giusto che questo si sappia".
Lo stesso legale Pedone (che tra l'altro è sindaco di Lizzanello) ha voluto esprimere un suo commento sulla situazione generale delle carceri italiane in questo periodo di crisi. "Sia i detenuti, che il personale di polizia penitenziaria che l'amministrazione del carcere si sono uniti in questo momento commovente. Come a Lecce in tutte le carceri italiane però - è la sua analisi - i direttori e i magistrati di sorveglianza sono stati lasciati soli a gestire la crisi. La gestione dell'emergenza - prosegue - è stata affidata alla loro buona volontà e i detenuti hanno avuto un altro senso dello Stato come non ha avuto però il Ministro della Giustizia, che ha sì chiesto le scarcerazioni per limitare il diffondersi del contagio, ma non ha dotato i magistrati di sorveglianza degli adeguati strumenti normativi".
Pedone, infine, aggiunge: "Serve un'azione politica netta, coraggiosa, ma principalmente giusta. L'Italia della giustizia non è quella di Bonafede. Lo hanno fatto capire a chiare lettere, oltre a Papa Francesco e alle camere penali italiane, anche i detenuti con un'esemplare manifestazione di forte attaccamento alle istituzioni e di alto senso civico".
di Gino Bove
anconatoday.it, 18 aprile 2020
"La sua bimba non gli vuole più parlare". La lettera della moglie di un detenuto arrivata alla nostra redazione racconta le conseguenze sulla famiglia di un sistema giudiziario in stand-by.
Alla nostra redazione è arrivata la lettera di Maria, moglie di un detenuto nel carcere di Barcaglione. Il suo Pasquale tornava a casa per il pranzo, dal lunedì al sabato, ma ora non gli è più consentito e le conseguenze si fanno sentire soprattutto per i quattro figli. Una storia che si aggiunge a quella di altre mogli in attesa di risposte da una giustizia in quarantena.
"Buongiorno sono Maria e sono la moglie di un detenuto di Barcaglione. Mio marito Pasquale sta scontando una condanna di 12 anni fa. A gennaio del 2018 gli è arrivato il definitivo e il 17 gennaio sì è presentato nel carcere di Fossombrone, dove anno scorso è stato trasferito a Barcaglione perché a Fossombrone dovevano aggiustare il carcere.
Premetto che mio marito nell'arco di tutti questi anni, dall'ultima condanna non ha avuto più precedenti, mai un fermo con pregiudicati, nessun fermo per nessun motivo e in più ha sempre lavorato e da più o meno 8 anni che lavora sempre per la stessa ditta a contratto indeterminato. È un anno che lui è in art.21 e dal 7marzo che per colpa del Coronavirus si è visto costretto a stare di nuovo chiuso in quelle 4 mura senza poter vedere i suoi quattro figli minori.
A fine febbraio aveva richiesto dei permessi premio perché già da dicembre rientrava nei termini, ma niente. Adesso ha chiesto l'affidamento provvisorio ma ancora non danno una risposta. È una cosa vergognosa, ho la bimba di quattro anni che tutti i giorni chiede come mai il suo papà non viene più da lei, perché a mio marito gli avevano concesso dal lunedì al sabato di rientrare a casa per il pranzo. Una bambina che per quanto può capire ma è sempre piccola e non vuole sentire il suo papà al telefono perché è arrabbiata con lui.
È giusto che chi sbaglia paghi, ma è giusto premiare con misure alternative persone che hanno cambiato vita e di non metterli a paragone con persone che tornano a delinquere sempre. Io non lavoro e andiamo avanti con lo stipendio di mio marito ma non c'è la facciamo economicamente perché è come mantenere due famiglie noi qui e lui li.
Poi, una cosa importantissima, è che con questo decreto che è uscito di andare a fare giustamente la spesa un solo componente nel nucleo familiare, io mi ritrovo ogni 10 giorni ad andare a fare la spesa, lasciando da soli i miei quattro figli minori e lasciarli per alcune ore perché ci sono delle cose lunghissime e se nel frattempo succede qualcosa ai miei figli mentre non ci sono vado anche a finire nei casini, per abbandono dei minori. E poi ho anche paura che mio marito si possa infettare come si stanno infettando tante persone nelle carceri, detenuti, guardie, infermieri.
So che sono stati trasferiti anche detenuti da Bologna in quel carcere e proprio ieri ho sentito che è morto a Bologna nel carcere un detenuto affetto da Covid-19. Allora mi chiedo perché non mandarlo a casa. Ebbene che sapessero lo Stato, i magistrati che se succede qualcosa a mio marito o ai miei figli mentre io vado a fare la spesa, io denuncio tutti perché è una cosa vergognosa. Abbiamo fatto anche richiesta per la grazia al Presidente della Repubblica ma sono passati 2 anni e ancora non abbiamo avuto risposta. Vi saluto e spero che il mio sfogo possa arrivare a qualche magistrato che si metta la mano sulla coscienza, e poi non diciamo che le carceri sono rieducativi se non si applicano le giuste misure".
di Isabella Maselli
La Repubblica, 18 aprile 2020
"La situazione dei figli rimasti a casa si è ulteriormente aggravata in considerazione della applicazione di misura cautelare nei confronti dell'unico fratello maggiorenne che in qualche modo, in assenza dei propri genitori, badava ai tre fratelli minori, in questo momento rimasti senza alcuna guida".
È uno dei passaggi dell'istanza con la quale l'avvocato Damiano Somma ha chiesto al Tribunale di sorveglianza di Bari di scarcerare una 42enne di Bitonto, la mamma di quei tre ragazzi minorenni rimasti soli in casa perché entrambi i genitori e ora anche il fratello 19enne sono finiti in cella. In momenti diversi e per motivi diversi. Ma il fatto è che dal 27 marzo i tre fratelli di 8, 12 e 16 anni vivono senza un adulto in una casa nel centro storico di Bitonto.
Ad occuparsi di loro è la zia, sorella della mamma, che abita in una casa a pochi metri da quella dei tre fratelli, e che trascorre con loro buona parte della giornata, facendo su e giù per portargli da mangiare e sorvegliarli. Ci sono poi i servizi sociali del Comune, che subito hanno preso in carico il caso. In altri tempi i tre minorenni sarebbero stati accolti in uno dei centri diurni della città, adesso chiusi per l'emergenza coronavirus.
E così vanno a portargli pacchi di viveri, buoni spesa e, nel giorno di Pasqua, il Comune ha donato loro anche le uova di cioccolato, "come abbiamo fatto con tutti i bambini bisognosi della città" ha detto il sindaco Michele Abbaticchio. Ad aiutarli c'è anche l'avvocato di famiglia, che ogni tanto gli fa visita e che in queste settimane ha portato loro cibo e buoni per acquistare generi di prima necessità.
Quello che, però, i tre ragazzi aspettano, è che almeno la loro mamma torni a casa. Il padre era già in carcere a Lecce da settembre 2019 per reati di droga e maltrattamenti, quando alla mamma è stata notificata l'esecuzione di una condanna definitiva a 8 anni e 3 mesi di reclusione per droga, armi e rapina nel febbraio 2019. I giudici le avevano concesso inizialmente gli arresti domiciliari, proprio perché madre di figli di età inferiore ai 10 anni.
Aveva anche il permesso di svolgere attività lavorativa, nella mensa dei poveri della Fondazione Santi Medici di Bitonto, che "non solo aveva consentito alla stessa una iniziale autosufficienza economica, ma soprattutto l'avvio di un serio riscatto sociale difficilmente intrapreso a causa dei lunghi periodi di detenzione subiti dal marito" spiega nell'istanza di scarcerazione il difensore, l'avvocato Damiano Somma. Nel gennaio scorso, a seguito di una lite condominiale che le è costata ulteriori accuse di minacce, lesioni e danneggiamento, alla donna è stata aggravata la misura e dal 25 marzo è in carcere a Trani.
"La valutazione di tale episodio - motiva il legale - è da ritenersi eccessivamente rigida, considerato l'ottimo percorso, testimoniato anche dai servizi sociali, che la donna stava intraprendendo". E tuttavia il Tribunale di sorveglianza, nell'ordinare la carcerazione della donna, aveva proprio evidenziato che il comportamento "recidivante" della madre era "fortemente diseducativo per i figli minori".
Due giorni dopo anche il figlio 19enne, nei confronti del quale pende un processo per droga, è tornato in carcere ed è attualmente detenuto nella casa circondariale di Bari. L'avvocato ha depositato anche per lui una richiesta di revoca della misura cautelare in carcere al Gup del Tribunale di Bari. Per entrambi sollecita la concessione dei domiciliari, evidenziando che "va operato un bilanciamento tra il diritto all'affettività del minore e le istanze di difesa sociale".
Per il difensore, cioè, è necessario un "corretto bilanciamento tra gli interessi contrapposti, quello di difesa sociale, sotteso al perseguimento del contrasto alla criminalità organizzata", e quello dei figli, ritenendo quindi che "l'esigenza di pretesa punitiva dello Stato non debba arrecare nocumento al valore costituito della tutela del minore".
di Gennaro Malgieri
Il Dubbio, 18 aprile 2020
Che cosa sarà di noi? In apparenza la nostra vita cambierà e - chissà per quanto tempo - sarà dominata dal pensiero della sopravvivenza, fisica ed economica. La precarietà a cui ci sta abituando il virus sarà permanente per molto tempo: non basterà soltanto il vaccino per esorcizzarla, dal momento che il morbo muta continuamente, come è stato accertato, e nessuno può prevedere come e quando, complici perfino i cambiamenti stagionali, le forme e la forza che assumerà. Indiscutibilmente saremo tutti meno liberi nei movimenti e più inclini alla diffidenza negli spostamenti e nell'avvicinare i nostri simili.
La cura del corpo ci imporrà atteggiamenti sostanzialmente nuovi in rapporto anche alle cose più banali, dal fare la spesa a concederci una passeggiata, dall'estrinsecare il nostro affetto con un abbraccio fino a riconsiderare l'amore come un agente influente se non "pericoloso", con tutto ciò che ne discende.
L'inevitabile impoverimento (il Pil è già sotto il 9%) ci costringerà ad elevare la soglia della sobrietà con conseguenze e ricadute sui consumi e sullo stile di vita. E saranno soprattutto gli anziani, i vecchi, gli over settanta a pagare un mutamento che non prevedevano nella loro età più o meno "protetta" da una dignitosa - non sempre tuttavia - pensione e da un sistema sanitario che s'immaginava solido e strutturato, mentre abbiamo visto che fa acqua da tutte le parti e non certo per l'inadeguatezza della classe medica, quanto per la inane funzione della politica nel provvedere alla sua gestione. Un capitolo tra i più dolorosi della storia repubblicana recente.
Fino ad un paio di mesi fa, la terza e la quarta età venivano viste dal sistema produttivo nel suo complesso (e di conseguenza "corteggiate" dal mercato attraverso ammiccanti campagne pubblicitarie - farmacologiche, turistiche, di svago e di abbigliamento) come fasce di popolazione alquanto serene, sostanzialmente prive di problemi (dotate in gran parte di assicurazioni sulla vita e di risparmi non disprezzabili, oltre che di immobili residenziali e perfino di seconde case) e perciò in grado di guardare alla vita nonostante gli inevitabili acciacchi dell'età, mitigati da un'aspettativa di vita ragionevolmente lunga. Un "bacino" sul quale investire con una certa sicurezza, insomma.
Progettavano i vecchi (ma non gradivano sentirsi etichettare così) un ultimo sprazzo di vita, prima della decadenza finale. Sport, viaggi, vita da circolo (soprattutto in provincia), progetti per chi aveva ancora la fantasia di farne, buona tavola, coltivazione di una certa eleganza per chi poteva permettersela. E infine l'amore, anche per vincere, nella maggior parte di casi, quell'insopportabile solitudine piombata sulle salde spalle di uomini e di donne che avvertivano ancora una certa vitalità.
L'industria farmaceutica non ha risparmiato sollecitazioni al riguardo, con buoni risultati a quanto si sa, complice una cultura edonista che ha messo al centro della nostra vita sociale il sesso, oltre al denaro si capisce. Che ne sarà degli over settanta, sempre che i poco più giovani ce la facciano a mantenere gli stessi standard di vita di chi li ha preceduti? Il pessimismo è più che ragionevole.
Intanto perché quella "comunità" di vecchi e di anziani si è tragicamente assottigliata negli ultimi mesi e, purtroppo, temiamo, ancor più si assottiglierà. Su oltre 20.000 decessi il 52% aveva più di ottant'anni; il 31,5% aveva tra i 70/ 79 anni. In totale l'83,5%. Comprendendo chi aveva tra i sessanta ed i sessantanove anni si arriva al 95% dei deceduti.
Cifre impressionanti che proiettandole su quel che inevitabilmente continuerà ad accadere non si sa per quanto tempo ancora, danno la dimensione di una vera e propria strage che inciderà non soltanto sul depauperamento della memoria collettiva, ma sui gusti, sulle abitudini, sullo stile di vita, sui rapporti sociali.
Ma dei vecchi sembra che si possa fare a meno, secondo cinici contabili che almanaccano quotidianamente sui costi pensionistici della popolazione "inservibile". È una questione di cultura che il produttivismo da un lato ed il relativismo morale dall'altro hanno accentuato soprattutto negli ultimi anni creando una sorta di accettazione dell'eugenetica come prospettiva per rendere più vivibile la vita secondo i neo-egoisti.
I settantenni in Olanda hanno ricevuto nelle scorse settimane un modulo da compilare con il quale s'impegnano a non farsi ricoverare se colpiti dal Covid-19. In Svezia gli ottantenni hanno rinunciato volontariamente alla ospedalizzazione per cercare di guarire dall'epidemia. Ci si abitua ad essere crudeli.
La società dell'omicidio pre-natale e l'eutanasia sono l'alfa e l'omega di una società nichilista. Si inizia, insomma, con l'aborto e di finisce con l'eutanasia o con il rifiuto dell'esistenza quando non vengono soddisfatti parametri accettabili. Per quanto ci riguarda, forse tra un mese usciremo per strada nelle gabbie delle nostre paure. Immaginando la vita non come un dono, ma una tragedia. O vissuta secondo i parametri della libertà condizionata stabiliti da un decreto governativo.
di Muhammad Yunus*
La Repubblica, 18 aprile 2020
La portata dei disastri provocati nel mondo dalla pandemia da coronavirus è sconvolgente. Nonostante ciò, e malgrado danni ingentissimi, siamo davanti a un'occasione senza precedenti.
In questo momento tutto il mondo deve trovare una risposta a un grande interrogativo. Non si tratta di come far ripartire l'economia perché, per fortuna, sappiamo già farlo. Le esperienze vissute in passato ci hanno aiutato a mettere a punto una terapia generica per ridare vita all'economia. No, il grande interrogativo a cui dobbiamo dare risposta è un altro: riportiamo il mondo nella situazione nella quale si trovava prima del coronavirus o lo ridisegniamo daccapo? La decisione spetta soltanto a noi.
Inutile dire che, prima del coronavirus, il mondo non ci andava bene. Fino a quando tutti i titoli dei giornali non sono stati dedicati interamente al coronavirus, ovunque si gridava a gran voce annunciando le terribili calamità che stavano per accadere. Contavamo letteralmente i giorni che mancavano a quando l'intero pianeta sarebbe diventato inabitabile per la catastrofe climatica. Parlavamo di quanto fosse grave la minaccia di una disoccupazione di massa provocata dall'intelligenza artificiale, e in che modo la concentrazione della ricchezza nelle mani di pochi stesse raggiungendo un livello deflagrante. Ci rammentavamo di continuo a vicenda che questo decennio è l'ultimo a nostra disposizione. Al termine di esso, infatti, tutti i nostri sforzi porteranno a risultati soltanto parziali, inadeguati a salvare il nostro pianeta.
All'improvviso il coronavirus ha cambiato radicalmente il contesto delle cose e i dati spiccioli. Ha spalancato davanti ai nostri occhi possibilità temerarie che non erano mai state prese in considerazione in precedenza. All'improvviso, eccoci di fronte a una tabula rasa. Possiamo andare in qualsiasi direzione vorremo. Che incredibile libertà di scelta!
Prima di farla ripartire, dobbiamo decidere che tipo di economia vogliamo. Prima e più di ogni altra cosa, l'economia è uno strumento che ci può aiutare a perseguire gli obbiettivi che noi stessi ci prefiggiamo. Non deve farci sentire tormentati e impotenti. Non dovrebbe fungere da trappola letale messa a punto da qualche potenza divina per infliggerci una pena. Non dobbiamo dimenticare mai, neppure per un istante, che l'economia è uno strumento creato da noi uomini. Dobbiamo dunque continuare a progettarlo e riconfigurarlo finché non renderà tutti felici. È uno strumento messo a punto per arrivare alla massima felicità collettiva possibile.
Se, a un certo punto, abbiamo la sensazione che non ci sta portando dove vogliamo andare, sappiamo immediatamente che nel suo hardware o nel suo software di cui facciamo uso c'è qualcosa di sbagliato. Tutto quello che dobbiamo fare è sistemarlo. Non possiamo esimerci dicendo semplicemente "scusate, non possiamo realizzare i nostri obbiettivi perché il nostro software e il nostro hardware non ce lo permettono". Si tratterebbe di una scusa patetica e inaccettabile. Se vogliamo creare un mondo di zero emissioni di anidride carbonica, costruiremo il software e l'hardware giusti per riuscirci. Se vogliamo un mondo nel quale la disoccupazione non esista, faremo altrettanto. Se vogliamo un mondo nel quale non ci sia nessuna concentrazione della ricchezza, faremo altrettanto. Tutto sta nel mettere a punto l'hardware e il software giusti. Ne abbiamo le capacità. Possiamo farlo. Quando gli esseri umani decidono di fare qualcosa, la fanno e basta. Niente è impossibile per gli uomini. La notizia più entusiasmante legata alla crisi del coronavirus è che ci sta offrendo inestimabili opportunità per un nuovo inizio. Possiamo iniziare progettando l'hardware e il software su uno schermo praticamente vuoto.
La ripresa post-coronavirus deve essere una ripresa trainata da una consapevolezza sociale - Ad aiutarci in modo sostanziale è una singola decisione globale unanime: sia chiaro, non vogliamo assolutamente tornare al mondo di prima. Nel nome della ripresa, non vogliamo saltare nella stessa padella rovente di prima. I governi devono garantire ai cittadini che questo programma di ripresa sarà completamente diverso da quelli del passato. La prossima ripresa non sarà attuata per riportare le cose al punto in cui erano prima. Questa sarà la ripresa della gente e del pianeta. Si dovranno creare imprese in grado di rendere tutto ciò possibile. Il punto cruciale per lanciare un programma di rilancio post-coronavirus consisterà nel mettere al centro di ogni decisione e di tutti i processi decisionali politici una nuova consapevolezza sociale e ambientale. I governi dovranno garantire che neanche un dollaro andrà a finire nelle tasche di qualcuno a meno che non ci sia la garanzia che, rispetto a qualsiasi altra opzione, quel dollaro dato a quel qualcuno porterà al massimo vantaggio sociale e ambientale possibile per la società intera. Tutto quello che andrà fatto nella ripresa dovrà portare alla creazione di un'economia consapevole per il singolo Paese e per il mondo intero a livello sociale, economico, ambientale.
Il momento è arrivato - Inizieremo come raccomandato dalle terapie di un tempo con i bailout, pacchetti di salvataggio in extremis, ma questa volta li useremo per progetti e interventi stimolati dalla consapevolezza sociale. Dobbiamo metterli a punto adesso, in piena crisi perché, quando questa sarà finita, ci sarà un tumulto di vecchie idee e di vecchi esempi volti a indirizzare gli interventi in una data direzione. Ci sarà chi argomenterà con foga per far deragliare le nuove iniziative, e dirà che si tratta di politiche mai collaudate. (Quando proponemmo di definire le Olimpiadi imprese sociali, i contrari pronunciarono proprio quelle parole. Adesso, i Giochi Olimpici di Parigi del 2024 sono intesi in questo senso, e l'entusiasmo è crescente.) Dobbiamo prepararci prima che abbia inizio il fuggi-fuggi generale. Il momento è arrivato. Quel momento è adesso.
Impresa sociale - In questo mio articolo illustro una serie di politiche che mi sono ben note e nelle quali ripongo fiducia. Questo non esclude che vi siano molte altre opzioni creative ed efficaci. Incoraggio pertanto anche altre persone a farsi avanti con le loro raccomandazioni, tenendo sempre presente che dovranno soddisfare i requisiti di un programma di ripresa trainato dalla consapevolezza sociale e ambientale. Possiamo lavorare tutti insieme per cogliere l'occasione che ci si presenta.
Nel Nrp (New Recovery Programme, Programma della nuova ripresa) che vi propongo, assegno un ruolo fondamentale a una nuova forma di impresa detta impresa sociale. Si tratta di un'impresa creata esclusivamente per risolvere i problemi delle persone, un'impresa che non crea un utile personale per gli investitori, se si eccettua il solo recupero dell'investimento iniziale. Una volta rientrati in possesso dell'investimento originario, tutti gli utili successivi devono essere re-immessi nell'impresa.
I governi avranno molte occasioni per incoraggiare, assegnare le priorità, fare spazio affinché le imprese sociali possano impegnarsi in responsabilità crescenti e di ampia portata finalizzate alla ripresa. Al tempo stesso, i governi dovranno portare avanti i programmi nei confronti dei quali si devono impegnare in ogni caso, per esempio l'assistenza agli indigenti e ai disoccupati grazie ai tradizionali programmi del welfare, ripristinando i programmi dell'assistenza sanitaria e con questi tutti i servizi necessari, sostenendo tutte le imprese di ogni settore dove le opzioni per il social business non facciano ancora passi avanti.
Sul fronte delle imprese sociali, i governi possono creare Social Business Venture Capital Funds, fondi a livello centrale e locale; possono stimolare il settore privato, le fondazioni, le istituzioni finanziarie e i fondi di investimento a fare altrettanto; possono incoraggiare le imprese tradizionali a trasformarsi in imprese sociali o a stringere accordi con partner, imprese e soci che operino a questo livello, così che tutte le imprese siano spronate ad avere una divisione che si occupa di social business o a dar vita a imprese sociali che operino in joint venture con altre imprese di questo tipo.
In base al Nrp, i governi potranno finanziare le imprese sociali per acquisire altre aziende e allearsi a quelle in stato di bisogno per trasformarle a loro volta in imprese sociali. La banca centrale potrà dare la priorità a queste ultime nell'assegnazione dei finanziamenti da parte delle istituzioni finanziarie, da investire nel mercato azionario o per immettervi quelli di imprese sociali forti. Ovunque si presentano opportunità gigantesche: i governi dovrebbero coinvolgere quanti più attori possibile impegnati nelle imprese sociali.
Chi sono gli investitori nelle imprese sociali? Dove si possono trovare? Sono ovunque. Non li vediamo perché i libri di testo di economia in circolazione non ne riconoscono l'esistenza. Di conseguenza, i nostri occhi non sono abituati a individuarli. Solo di recente i corsi di economia prevedono di affrontare alcune tematiche a questo proposito, quali le imprese sociali, l'imprenditoria sociale, gli investimenti a impatto sociale, le organizzazioni no-profit e così pure alcune questioni ispirate dalla popolarità globale della Grameen Bank e dal micro-credito.
Finché l'economia resterà una scienza per massimizzare i profitti, non potremo farvi affidamento per mettere a punto un programma di rilancio e ripresa basato sulla consapevolezza sociale e ambientale. Ma non potremo girare l'interruttore e spegnere dalla sera alla mattina l'economia tradizionale. Mentre essa proseguirà nelle sue attività, i governi dovranno creare sempre più spazio affinché le imprese sociali possano far valere la loro affidabilità ed efficienza. Il successo delle imprese sociali diventerà tangibile quando vedremo che chi massimizza gli utili per il proprio tornaconto non soltanto coesisterà con imprenditori interessati ad avere zero profitti personali - e nasceranno amicizie e forme di collaborazione - ma anche quando sempre più imprenditori e investitori interessati al ricavo personale creeranno imprese sociali per conto loro o legandosi in partenariato con altre attività sociali. Quello sarà l'inizio di un'economia trainata da una consapevolezza sociale e ambientale.
Non appena la politica di governo inizierà a riconoscere gli imprenditori e gli investitori nell'impresa sociale, costoro si faranno avanti con entusiasmo per assumere l'importante ruolo sociale che si renderà necessario a quel punto. Gli imprenditori delle imprese sociali non appartengono a una piccola economia di "gente che fa del bene". Qui si parla di un ecosistema globale significativamente grande, che comprende le grandi multinazionali, i grandi fondi delle imprese sociali, i molti amministratori di talento, oltre a istituzioni, fondazioni, trust con molti anni di esperienza alle spalle nei settori della finanza e della gestione di imprese sociali globali e locali.
Infine, quando il concetto di fondo e l'esperienza delle imprese sociali inizierà a ricevere l'attenzione dei governi, molti irremovibili imprenditori interessati al tornaconto personale saranno felici di mettere in mostra la parte più sconosciuta del loro talento diventando a loro volta imprenditori di imprese sociali di successo, e rivestiranno ruoli di importanza inestimabile in tempi di crisi sociale ed economica come la crisi del cambiamento del clima, la crisi della disoccupazione, la crisi della concentrazione della ricchezza e così via.
Gli esseri umani nascono imprenditori, non cercatori di un posto di lavoro - L'NRP deve spezzare la tradizionale divisione del lavoro tra i cittadini e il governo. Si dà per scontato che compito dei cittadini sia prendersi cura delle rispettive famiglie e pagare le tasse, e che sia responsabilità del governo (e, in misura circoscritta, del settore no-profit) prendersi cura di tutti i problemi della collettività, come il clima, il mondo del lavoro, l'assistenza sanitaria, l'istruzione, l'acqua e così via. L'NRP deve far cadere questo muro divisorio e incoraggiare tutti i cittadini a farsi avanti, a dar prova dei loro talenti nella risoluzione dei problemi creando imprese sociali. La loro forza non sta nella portata delle loro iniziative, ma nel loro numero. Una piccola iniziativa moltiplicata per un grande numero si trasforma in un'azione nazionale significativa. Uno dei problemi che gli imprenditori delle imprese sociali potranno affrontare e risolvere immediatamente sarà quello della disoccupazione provocata dal tracollo dell'economia. Chi vorrà investire nelle imprese sociali potrà occuparsi di crearle per produrre a cascata posti di lavoro per i disoccupati. Potrà anche scegliere di trasformare i disoccupati in imprenditori a loro volta, e dimostrare così facendo che gli esseri umani nascono imprenditori, non cercatori di lavoro. Le imprese sociali potranno adoperarsi insieme al sistema di governo per creare un solido sistema sanitario. Chi investe in un'impresa sociale non deve essere necessariamente una persona fisica. Può essere un'istituzione, per esempio, o un fondo di investimento, una fondazione, un trust, un'azienda di gestione o amministrazione di imprese sociali. Molte di queste istituzioni sanno benissimo come lavorare con amabilità con i proprietari d'azienda tradizionali. Un invito proficuo lanciato dal governo per la disperazione e la situazione di emergenza del periodo post-coronavirus potrà mettere in moto un'ondata di attività finora sconosciute. Sarà una cartina di tornasole per la leadership per dimostrare come il mondo possa essere fatto rinascere in modi inediti e del tutto nuovi a cominciare dai giovani, dalle persone di mezza età, e dagli anziani, uomini e donne.
Non ci sarà un posto dove nascondersi - Se mancheremo di impegnarci in un programma di ripresa economica post-coronavirus trainato da una consapevolezza sociale e ambientale, imboccheremo inevitabilmente una strada molto peggiore della catastrofe provocata dal coronavirus. Per difenderci dal coronavirus possiamo rinchiuderci nelle nostre case ma, se non riusciremo a dare risposte adeguate alle questioni globali in costante peggioramento, non avremo dove nasconderci da Madre Natura arrabbiata con noi e dalle masse degli arrabbiati di tutto il pianeta.
*Economista bengalese, Premio Nobel per la Pace nel 2006
di Silvia Isola
primocanale.it, 18 aprile 2020
L'associazione Teatro Necessario da 15 anni opera all'interno della casa circondariale. Tra i teatri che hanno chiuso i battenti a causa dell'emergenza Coronavirus c'è anche il Teatro dell'Arca, all'interno della casa circondariale di Genova Marassi. Per precauzione e in osservanza alle disposizioni del decreto del Governo, sono state così sospese le prove dell'ultimo spettacolo, "Profughi da tre soldi", che avrebbe dovuto debuttare alla Corte proprio in questo periodo.
"Ogni anno con la nostra associazione Teatro Necessario prepariamo un allestimento assieme ad un gruppo di detenuti affiancati da attori professionisti", spiega Mirella Cannata presidente della associazione "Da 15 anni portiamo avanti questo progetto davvero 'necessario', perché la partecipazione a questo progetto consente loro di riflettere su diversi temi, confrontarsi con gli altri e con il pubblico a teatro".
Per questo Primocanale ha deciso di trasmettere alcuni dei loro spettacoli passati in tv, in modo tale di portare nelle case dei liguri un po' di intrattenimento in questo periodo. "Abbiamo scelto di portare alcune delle nostre rivisitazioni più apprezzate", racconta Sandro Baldacci, regista della compagnia e direttore artistico del teatro. "Sarà un modo anche per gli stessi detenuti e ex di rivedersi, una grande emozione che ci fa piacere condividere con voi".
In ogni cella, infatti, c'è un televisore che consentirà a chi vorrà di poter vedere lo spettacolo. Si parte con "L'isola dei sogni", l'ultimo spettacolo andato in scena l'anno scorso che andrà in prima serata sabato 18 aprile alle ore 21 e domenica 19 aprile alle ore 23. Ma poi seguiranno altri appuntamenti con "Padiglione 40", "Desdemona non deve morire" e altri titoli.
Intanto l'augurio per il Teatro dell'Arca è di poter mettere in scena lo spettacolo di quest'anno in autunno, "anche se per noi è più complesso perché alcuni attori potrebbero essere in stato di libertà per quella data", spiega Baldacci. "Tra l'altro avevamo scelto un tema molto scottante, come quello dell'immigrazione, con una selezione di un gruppo di numerosi stranieri". Oltre a quello, è saltata anche parte della loro stagione teatrale: da due anni, infatti, hanno creato un vero e proprio cartellone con spettacoli di musica e di impegno civile.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 18 aprile 2020
La testimonianza di Suor Franca Busnelli, volontaria nel Casa di reclusione di Venezia. Le donne in carcere spesso vivono un doppio dramma: quello della detenzione e dell'essere mamma non in grado di svolgere il proprio ruolo. Inoltre, per natura, hanno un modo differente di vivere la reclusione. Basta visitare un istituto maschile ed uno femminile per capirne le differenze. In un momento drammatico come quello che sta vivendo la società fuori, per loro la sofferenza è accentuata. Ma c'è carcere e carcere. Alla Giudecca per esempio, la reazione a quanto sta accadendo nel cosiddetto "mondo libero" è stata diversa. Sorprendente, per certi versi.
L'ascolto, prima di tutto - "Il virus ha colto un po' tutti di sorpresa e qui le detenute si sono immediatamente preoccupate per i figli e le famiglie. Abbiamo immediatamente intercettato il loro bisogno di parlare e di confrontarsi e quindi, grazie alla Direttrice, abbiamo organizzato diversi incontri" spiega Suor Franca Busnelli, religiosa delle Suore di Carità (di Maria Bambina ndr) che presta servizio da sei anni nella Casa di reclusione femminile di Venezia-Giudecca. In questi giorni continua il suo prezioso servizio, insieme ad una consorella infermiera, ed è una dei rari punti di riferimento all'interno dell'Istituto, considerato che il cappellano è in quarantena.
La raccolta fondi per l'Ospedale - "Questo è stato uno dei primi istituti che si è distinto per gesti molto significativi di solidarietà. Tra tutti, la raccolta fondi (110 euro) poi donati al Reparto di Terapia Intensiva dell'Ospedale dell'Angelo di Mestre. Le ragazze hanno voluto così testimoniare la loro vicinanza agli ammalati, ai loro familiari, ai medici e agli infermieri. Nel contempo hanno inviato una lettera al Presidente della Repubblica alla quale lo stesso Mattarella ha risposto, elogiando l'iniziativa delle ospiti" racconta la religiosa.
La ripartenza - L'investimento sulla formazione personale e lavorativa è una componente fondamentale e irrinunciabile della proposta trattamentale diretta alle donne detenute. Lo è ancora di più in questo momento anche se le filiere di produzione sono ferme. "Il lavoro si è bloccato per due settimane" rivela Suor Franca. "Sartoria chiusa, così come la lavanderia, l'area della cosmesi e perfino l'orto. Da alcuni giorni l'attività è ripresa e le ragazze stanno producendo mascherine sia per l'interno, che per l'esterno. Molte attività sono state interrotte anche a causa dell'assenza dei volontari che, in questo carcere, fanno la differenza. Soprattutto i più giovani. È a loro che ho chiesto di non bloccare la loro attività di supporto e di assistenza, scrivendo lettere e registrando videomessaggi che sono riuscita a fargli vedere" aggiunge.
Solidarietà per un domani migliore - Di fronte ad emergenze come questa, abbiamo il preciso dovere di aiutare chi si sforza di alleviare i bisogni del prossimo. Questo avranno pensato le ragazze della Giudecca per testimoniare che non è tutto negativo quello che c'è nel carcere e dimostrare che i percorsi di ravvedimento sono più evidenti quando gli eventi esterni sono tanto straordinari, quanto nefasti. Per Suor Franca "Manifestare solidarietà in un momento così difficile, le aiuta a sentirsi parte attiva di una comunità, nella speranza che quando giungerà il momento di tornare a casa, troveranno una società disposta ad accoglierle e a farle sentire donne e cittadine utili alla società come tutti gli altri".
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