La Repubblica, 18 aprile 2020
Il richiamo dell'OIM. Sono almeno 200 persone che nei giorni scorsi sono finite in centri di detenzione non ufficiali e non sono più rintracciabili. Testimonianze sugli abusi che si verificano in quei luoghi. L'Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM) lancia un allarme per la sorte di centinaia di migranti che quest'anno la Guardia Costiera libica ha riportato a terra e dei quali non si sa più nulla.
Secondo recenti dati forniti dal governo di Tripoli, circa 1.500 persone sono attualmente detenute in 11 centri della "Direzione per la lotta contro l'immigrazione illegale" libico (Dcim), alcuni da molti anni. Nel 2020, almeno 3.200 uomini, donne e bambini a bordo di imbarcazioni dirette in Europa sono stati soccorsi o intercettati dalla guardia costiera libica e riportati indietro, in un Paese in cui ancora si combatte. La maggior parte finisce in strutture adibite ad attività investigative o in centri di detenzione non ufficiali. L'OIM non ha accesso a questi centri.
Le autorità libiche non danno informazioni. Nonostante le molteplici richieste, le autorità libiche non hanno fornito alcuna informazione su dove si trovino con esattezza queste persone o perché siano state portate in strutture di detenzione non ufficiali. "La mancanza di chiarezza sulla sorte di queste persone scomparse è una delle preoccupazioni più gravi", ha detto una portavoce dell'OIM, Safa Msehli. "Siamo a conoscenza di molte testimonianze di abusi che si verificano all'interno dei sistemi di detenzione formali e informali in Libia".
Le numerose testimonianze. Numerosi racconti, considerati credibili, da parte di comunità di migranti in contatto con l'OIM sostengono che i detenuti vengono consegnati ai trafficanti e torturati nel tentativo di estorcere denaro alle loro famiglie, abusi che sono stati ampiamente documentati in passato dai Media e dalle agenzie dell'ONU. L'OIM chiede al governo libico di chiarire che fine abbiano fatto tutti coloro di cui non si ha più notizis e di porre fine alla detenzione arbitraria. Lo smantellamento di questo sistema deve essere una priorità così come è necessario stabilire alternative che garantiscano minimi standard di sicurezza per i migranti.
Nell'ultima settimana almeno 12 persone sono morte o disperse. Solo nell'ultima settimana, almeno 800 persone sono partite dalla Libia nel tentativo di raggiungere l'Europa. Quasi 400 sono state riportate in Libia e, dopo operazioni di sbarco ritardate a lungo a cause della situazione di scarsa sicurezza a terra, sono state poi mandate in detenzione. Almeno 200 di loro sono finiti in centri non ufficiali e risultano non più rintracciabili. Molti di coloro che hanno raggiunto le acque internazionali e la zona di ricerca e soccorso maltese sono rimasti bloccati in mare su imbarcazioni fragili e poco sicure per giorni, senza essere soccorsi. È notizia confermata che almeno 12 persone sono morte o disperse in mare negli scorsi giorni.
Basta con i ritorni coatti in Libia. L'OIM è allarmata dal deterioramento della situazione umanitaria in Libia e ribadisce che è inaccettabile che le persone soccorse in mare vengano riportate in un contesto in cui si combatte e in cui diventano vittime di abusi e di traffici.
L'Organizzazione ribadisce inoltre il suo appello all'Unione Europea affinché si stabilisca con urgenza un meccanismo di sbarco chiaro e rapido per porre fine al ritorno coatto dei migranti in Libia. Ricordiamo agli Stati che salvare vite umane è la priorità numero uno e che occorre sempre rispondere alle richieste di soccorso, così come stabilito dal diritto internazionale. Il COVID-19 non deve essere una scusa per non ottemperare a diritti internazionali duramente conquistati e a quegli obblighi che gli Stati hanno nei confronti delle persone vulnerabili.
di Alberto Negri
Il Manifesto, 18 aprile 2020
Pandemia e guerra. La missione europea Irini prevede un numero limitato di comparse: per ora partecipano solo navi greche e italiane, la Francia deve ancora arrivare mentre la Germania, che pure aveva promosso l'iniziativa, sta ancora decidendo cosa fare. Così a Tripoli e in Cirenaica arrivano armi e mercenari da ogni dove. La guerra sotto casa continua, con i suoi 20 milioni di fucili, sei milioni di abitanti e quelle centinaia di migliaia di "invisibili" profughi che nessuno vuole, ora attanagliati come tutti anche dalla pandemia.
La Libia è il ventre molle dell'Europa, proclamava Churchill nel '42 mentre le truppe del generale Montgomery avanzavano ben oltre El Alamein. Deve essere ancora così perché oggi la Libia (come la Siria) è sempre più una faccenda tra Erdogan e Putin e i loro alleati sul campo e nella regione, con gli Usa innervositi dalla presenza russa e gli europei che si stanno misurando con un altro flop annunciato, la missione Irini contro il traffico d'armi.
Lasciamo annegare profughi in mare ma nei porti libici e via terra i rifornimenti bellici arrivano eccome, dai turchi, dagli arabi e persino dagli europei. Alla faccia dell'embargo e delle false tregue da coronavirus. Che ci sia aria di un altro fallimento europeo e dell'Onu - che non è ancora riuscito a sostituire il suo vecchio inviato Ghassam Salamé - lo si intuisce anche da una pagina che il New York Times dedica alla Libia e ai giochi dell'amministrazione Trump con il generale della Cirenaica Khalifa Haftar.
Il quotidiano americano ci informa che la Libia è stata "lasciata ai russi" proprio da Trump che ha subito l'influenza del principe degli Emirati Mohammed bin Zayed e soprattutto di Al Sisi, "il dittatore preferito" del tycoon americano. Al Sisi avrebbe convinto Trump un anno fa ad appoggiare l'offensiva di Haftar contro Tripoli ma intanto l'Egitto ha aperto una base militare segreta per la Russia, destinata a rifornire i mercenari della Compagnia Wagner e le milizie della Cirenaica.
Gli americani avrebbero messo inoltre le mani su documenti che comprovano i legami tra Mosca, gli ex gheddafiani e Seif Islam, figlio maggiore del dittatore ucciso nel 2011, reclutati per condizionare le mosse di Haftar ritenuto dai russi un alleato non così affidabile: per sostenerli Mosca li ha anche dotati di una tv satellitare (Libya Alhadat).
In tutto questo l'Europa sembra avere un ruolo assai secondario. In realtà è complice di una tragica sceneggiata. L'operazione navale Irini per contrastare il traffico d'armi appare una buffonata partorita dopo la Conferenza di Berlino del gennaio scorso. Le navi sono dislocate solo nell'est del Paese, non possono operare nelle acque territoriali libiche e neppure via terra. E siccome la maggior parte dei rifornimenti di Haftar arrivano dal confine con l'Egitto, è chiaro che l'embargo viene continuamente violato.
Ma neppure Sarraj può lamentarsi. Nessuno pensa davvero di disturbare la Turchia, insieme al Qatar il principale sponsor di Tripoli, un membro storico della Nato con cui l'Europa scende sempre a patti per trattenere tre milioni di profughi. Non solo: le ispezioni sulle navi devono avvenire con il consenso dello stato di bandiera e Ankara, per prevenire "sorprese", mantiene cinque fregate di fronte alle coste libiche.
La sceneggiata, poi, prevede un numero limitato di comparse. Alla missione Irini per ora partecipano solo navi greche e italiane, la Francia deve ancora arrivare mentre la Germania, che pure aveva promosso l'iniziativa, sta ancora decidendo cosa fare. Così a Tripoli e in Cirenaica arrivano armi e mercenari da ogni dove. Anche armamenti europei, triangolati con carichi dall'Arabia saudita e dagli Emirati arabi che sono i maggiori acquirenti dell'industria bellica occidentale.
La missione Irini serve agli europei per salvare la faccia ma è inefficace anche nei confronti del contrabbando di petrolio che prosegue senza sosta mentre il Paese dal 17 gennaio - data del blocco delle esportazioni - ha perso tre miliardi di dollari e la produzione è scesa a 80mila barili, quasi niente, il che dovrebbe allarmare pure l'Eni il maggiore operatore straniero. Sarraj e Haftar con i loro sponsor sono quindi liberi di farsi la guerra e lo stanno dimostrando le ultime battaglie durante le quali Haftar ha subito una serie di sconfitte da parte del governo di Tripoli che è tornato a controllare tutta la costa a ovest della capitale fino alla frontiera con la Tunisia.
Il livello dello scontro si sta alzando: Sarraj ha escluso qualsiasi trattativa mentre il portavoce di Haftar ha dichiarato che il generale "sta combattendo una guerra di liberazione contro l'esercito turco". Ed è proprio questa presenza della Turchia che qualche giorno fa ha spinto una delegazione di Bashar Assad nel quartiere generale di Haftar a Bayda per firmare un accordo ripreso dalle telecamere. Siria e Libia sono sempre più guerre "comunicanti". In vista di un rientro ufficiale nella Lega araba, Damasco si avvicina al campo filo-saudita, emiratino ed egiziano alleato di Haftar, uno schieramento anti-turco e anti-Fratelli Musulmani. Quello che più piacerebbe a Trump - con raìs e monarchi assoluti - se a sostenerlo non ci fosse la Russia di Putin.
di Marta Rizzo
La Repubblica, 18 aprile 2020
L'iniziativa per la raccolta fondi dell'Organizzazione per la difesa dei diritti umani. L'obiettivo è chiedere che non ci siano discriminazioni nella gestione dell'emergenza Covid-19. Con #Nessunoescluso, Amnesty International chiede l'impegno delle istituzioni affinché persone e gruppi vulnerabili che vivono in strutture inadeguate e non preparate a fronteggiare un'emergenza sanitaria, possano adottare le misure imposte dell'Organizzazione mondiale della sanità e dalle autorità sanitarie italiane per contenere la pandemia del Covid19.
Cos'è #Nessunoescluso. Amnesty International sostiene concretamente organizzazioni che lavorano con i gruppi vulnerabili più esposti alle conseguenze dell'epidemia, con una raccolta fondi per l'assistenza diretta a tali gruppi, grazie a una collaborazione con associazioni già attive nella tutela delle persone. Il ricavato è destinato ad attività di sostegno sociale, sanitario, psicologico, alla fornitura di beni di prima necessità, medicinali, dispositivi sanitari, materiale informativo e di supporto generale alla campagna stessa. In particolare, i partner beneficiari della campagna sono: Binario95, Medici per i Diritti Umani (Medu) e Arci Torino
I gruppi a rischio sono:
Persone anziane e con malattie croniche: gli anziani e le persone con condizioni mediche preesistenti (come l'asma, il diabete o le malattie cardiache) sembrano essere più suscettibili a ammalarsi gravemente.
Le persone in prima linea: gli operatori sanitari sono in prima linea nella lotta alla pandemia. La possibilità di essere infettati durante il lavoro, turni più lunghi, disagio psicologico sono minacce concrete.
Persone senza fissa dimora: le persone senza fissa dimora, compresi coloro che dormono in strada, corrono un elevato rischio di contrarre il virus. Se si ammalano, non possono conformarsi alle misure di contenimento raccomandate e possono incontrare ostacoli nel mettere in atto le misure di prevenzione.
Popolazione carceraria: le persone detenute, nonché il personale che lavora all'interno delle carceri, spesso sovraffollate, corrono un alto rischio di contagio.
Donne: per molte donne e ragazze, "stare a casa" significa essere confinate in un ambiente non sicuro o con un partner violento. Devono continuare ad accedere alla protezione e ai servizi di supporto soprattutto in questo periodo di emergenza.
Lavoratori precari: le persone con forme precarie di lavoro sono spesso colpite in modo sproporzionato dalle misure adottate per affrontare la pandemia. Non ricevono adeguate protezioni sociali, il che significa che perdono i salari e non hanno alcuna retribuzione per malattia.
Altre persone vulnerabili: migranti, Rom, persone che vivono in condizioni igieniche e abitative precarie. Per loro il Covid-19 è un rischio concreto. nei ghetti, nei campi, negli insediamenti informali, per strada.
Come i diritti, anche l'epidemia non è uguale per tutti. "L'epidemia ha messo ancora più in luce la profonda diseguaglianza che divide non solo il Nord e Sud del mondo ma anche la nostra stessa società - spiega Gianni Rufini, direttore generale di Amnesty International Italia - Amnesty ha scelto di richiamare l'attenzione su quelle persone che pagano il prezzo più caro, quelli che non hanno più un lavoro per sopravvivere, quelli che non hanno una casa, le vittime di violenza domestica, gli operatori della sanità esposti a rischi enormi per la propria salute, le persone più anziane e fragili, i più deboli ed emarginati della nostra società. I loro diritti valgono quanto i nostri e spetta a noi difenderli. Anche l'epidemia non è uguale per tutti".
di Eraldo Affinati
Il Riformista, 18 aprile 2020
Al Sud connessioni carenti e lezioni sospese. L'interruzione della scuola in molte parti del mondo assomiglia a una frenata interiore dell'intero pianeta: si è accesa una luce rossa di allarme intermittente per segnalare la vera emergenza annunciando lo stop dell'istruzione globale tradizionale le cui conseguenze, di qualità e forma imprevedibile, cominciano a essere indagate da molti osservatori.
Un miliardo e seicento milioni di bambini e ragazzi di 165 Paesi non vanno più in aula. Soltanto in Italia sono oltre dieci milioni, dall'asilo nido alle medie superiori, gli scolari che in queste settimane hanno smesso di frequentare gli istituti dov'erano iscritti e restando a casa si stanno dedicando, chi più chi meno, alla cosiddetta didattica on line. In un documento molto interessante prodotto dal Forum delle Disuguaglianze e delle Diversità e diffuso nei giorni scorsi da Marco Rossi Doria, si evincono alcune considerazioni che qui sinteticamente riassumo.
Vediamo innanzitutto gli aspetti negativi: le scuole chiuse non stanno assicurando il presidio etico contro la malavita che soprattutto nelle periferie delle regioni meridionali da sempre rappresentano. Un ruolo, come sappiamo, prezioso per non lasciare esposti al richiamo della criminalità organizzata gli adolescenti più a rischio.
Inoltre, in considerazione della scarsa qualità delle connessioni wi-fi presenti in numerose famiglie, stiamo assistendo al ritorno di una grave forma di sperequazione, come se nella nuova dimensione informatica ritrovassimo il vecchio tema dell'ingiustizia sociale: mentre nei licei meglio attrezzati le lezioni proseguono con scansioni accettabili, in troppi istituti di fatto risultano ancora sospese. Se quindi numerosi allievi hanno la possibilità di elaborare in un contesto speciale com'è il gruppo classe, in qualche modo preservato grazie alle piattaforme digitali, quanto sta accadendo intorno a noi, molti altri ne risultano esclusi, privati del sostegno dei loro insegnanti, oltre che del rapporto fondamentale coi compagni di pari età.
Accanto a tali amare riflessioni dobbiamo registrare anche alcune note positive, fra cui l'innegabile accelerazione tecnologica che la fase emergenziale giocoforza comporta, in quanto immette nella prassi scolastica modalità didattiche innovative, anche dal punto di vista valutativo, che in futuro potrebbero essere analizzate. In particolare, a causa del coronavirus, viene sancito l'anacronismo della lezione frontale.
Più difficile è il superamento dello schema fisso da tutti ben conosciuto: spiegazione-compito da assegnare-controllo delle nozioni apprese-giudizio da formulare. Eppure, se ci doveva essere un momento in cui porre in discussione il suddetto vecchio schema mentale, nel tentativo di sostituirlo con altre più efficaci pratiche tese a privilegiare esperienze conoscitive da realizzare sul campo delle operazioni, bene, questa occasione è ora davanti a noi: sarebbe imperdonabile lasciarsela sfuggire.
Sulla partecipazione delle famiglie al lavoro giornaliero esistono opinioni contrastanti, ma specialmente per quanto riguarda gli alunni più piccoli, dovrebbe essere da incrementare proprio nella prospettiva di un rinnovamento strutturale dell'istruzione pubblica. In questi giorni, parlando con alcuni ragazzi impegnati nella didattica a distanza, ho avuto l'impressione di cogliere in loro da una parte la scoperta di una fragilità che tutti ci lega, dall'altra la consapevolezza di rappresentare delle avanguardie preziose perché l'esperienza nella quale sono impegnati potrebbe risultare utile anche in futuro.
Inoltre il rapporto che stanno avendo coi professori, nelle settimane dell'interruzione coatta, sembra più autentico rispetto a quello a cui erano dispersi o abituati, come se il pericolo comune aiutasse finalmente a scoprire le carte uscendo dalla deleteria finzione pedagogica che spesso scatta fra l'adulto e il giovane. Oggi, come ha dichiarato Giuseppe Bagni, presidente del Cidi (Centro di iniziativa democratica degli insegnanti), "non è più lo studente che va a scuola, ma è la scuola ad andare da lui". Questo è l'aspetto secondo me più importante: se riusciremo a farne tesoro, potremo uscire a testa alta dal tunnel che stiamo attraversando.
Certo il prossimo anno scolastico non potrà riprendere come se nulla fosse accaduto: chiunque intendesse continuare a ragionare secondo i modelli trascorsi, ad esempio l'idea di dover recuperare le parti del programma non svolto, calibrando col bilancino il sistema dei crediti e dei debiti, rischia di non cogliere la portata della sfida che dobbiamo affrontare: integrare la tradizione culturale del passato nel mondo digitale di oggi.
Stiamo parlando di percezioni mentali diverse da quelle novecentesche. Bisogna mettere a frutto i cambiamenti epocali in corso, senza rinunciare alla conoscenza a trecento sessanta gradi che soltanto il rapporto fisico personale e la perlustrazione dei territori, quando sarà possibile uscire di casa, possono consentire. Nei periodi di crisi diventa più facile sperimentare: adesso lo stiamo facendo perché siamo obbligati dalle drammatiche circostanze derivate dalla pandemia; domani potremo approfittare di questi giorni difficili per progettare una scuola nuova.
rainews.it, 18 aprile 2020
Il tradizionale provvedimento di clemenza per le festività ha riguardato quest'anno più del doppio dei carcerati. Tweet 17 aprile 2020 Una folla di familiari ha atteso venerdì fuori dalle carceri in Myanmar il rilascio di quasi 25.000 prigionieri in seguito all'amnistia presidenziale che segna la tradizionale celebrazione del nuovo anno buddista nella ex Birmania e cade nel momento di picco della pandemia di Covid-19.
Le immagini mostrano le scene di esultanza e commozione fuori dal carcere Insein di Yangon - dove le autorità hanno distribuito maschere alle persone in attesa - quando gli autobus con i detenuti liberati hanno oltrepassato i cancelli. Il provvedimento di clemenza per le feste di Thingyan, consueto in Myanmar, è stato annunciato in un comunicato dell'ufficio del presidente Win Myint in cui non si fa cenno alla diffusione del Coronavirus tra i motivi dell'amnistia, ma sta di fatto che quest'anno è stato graziato più del doppio delle persone rispetto alle precedenti occasioni in un Paese con una popolazione carceraria totale di circa 92 mila persone.
Previste anche la commutazione della pena di morte in ergastolo per diversi detenuti e sconti di pena. Human Rights Watch (Hrw) all'inizio di questo mese aveva esortato il Myanmar a ridurre immediatamente la sua popolazione carceraria per frenare la diffusione del Coronavirus. Il Myanmar ha segnalato ad oggi 85 casi confermati e 4 decessi da Covid-19.
Secondo le stime delle organizzazioni in difesa dei diritti umani le prigioni del Myanmar conterrebbero circa 92.000 persone, compresi quelle in attesa di processo. Non è chiaro se alcuni prigionieri politici siano tra i detenuti rilasciati. Secondo l'Associazione di assistenza per i prigionieri politici del Myanmar, ci sono attualmente 92 prigionieri politici in carcere e altri 124 in detenzione in attesa del processo.
Questi detenuti sono considerati criminali comuni dal governo dell'ex Birmania. La decisione del governo di Yangon è in linea con le indicazioni delle Nazioni Unite che hanno chiesto ai Paesi di rilasciare detenuti non pericolosi, vulnerabili e malati per prevenire la diffusione del nuovo Coronavirus nelle carceri che, anche in paesi della regione come Birmania, Filippine, Indonesia e Thailandia, sono sovraffollate.
All'inizio del mese, l'Indonesia ha rilasciato circa 30 mila detenuti e altri paesi come l'Iran, la Germania e il Canada hanno adottato misure simili per prevenire i contagi. Human Rights Watch (Hrw) ha richiesto amnistie per i prigionieri nelle Filippine e in Tailandia, dove le carceri ospitano il triplo della loro capienza.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 aprile 2020
Le informative, dell'11 e del 24 marzo, del Dipartimento al Ministro della Giustizia. Nei giorni in cui alcune forze politiche hanno chiesto al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, di riferire in Parlamento dei fatti relativi alle rivolte scoppiate in circa 50 carceri italiane e dei detenuti morti come conseguenza più tragica, è stata richiesta una informativa urgente del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Due sono state le informative rese. La prima risale all'11 marzo, seguita da una relazione integrativa, mentre il 24 marzo è giunta l'informativa aggiornata sempre dal Dap.
di Gioacchino Criaco
Il Riformista, 17 aprile 2020
Il carcere è un tempo dilatato, stecche di balena a sostenerlo e ossa di topo a contarne le articolazioni infinite. I secondi si spaccano come le molliche di formaggio nella cagliata spinte dal mestolo di un infaticabile pastore. Si espande il gorgoglio del caffè dentro la moka per una colazione che dura quanto due pranzi. Ore infinite sono gli spruzzi sotto la doccia.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 17 aprile 2020
Contro il sovraffollamento delle carceri ogni giorno ne pensa una, l'unica cosa che non pensa è che si possano mandare ai domiciliari i detenuti. Lo ha fatto anche il regime iraniano.
Sa bene che c'è una polveriera pronta a esplodere e che si chiama carcere. Quel luogo chiuso che ospita 57.000 prigionieri, di cui 10.000 sono di troppo, perché per loro c'è solo posto in piedi. Quel luogo dove pure ogni giorno entrano ed escono per motivi di lavoro 30.000 persone e che l'ex ministro di giustizia Andrea Orlando ha definito "bombe epidemiologiche".
di Giulio Isola
Avvenire, 17 aprile 2020
L'hanno trovata in un dirupo. Senza vita. Anche ai tempi del coronavirus non si ferma la mano criminale. Maria Angela Corona, 47 anni, è stata trovata senza vita tra le sterpaglie lungo la strada provinciale di Bagheria, nel Palermitano.
Era sparita da due giorni: le ricerche dei carabinieri erano partite dopo la denuncia di scomparsa da parte del compagno che ieri è stato interrogato dai Carabinieri. Sul corpo della donna sono stati trovati ematomi e segni tipici riconducibili allo strangolamento ma al momento nessuno formula ipotesi. Intanto si parte dal racconto del compagno della donna, 20 anni più anziano di lei, che, al momento però sarebbe estraneo all'omicidio.
Si indaga anche nei difficili rapporti tra Maria Angela e i suoi familiari e sulle frequenti tensioni che potrebbero essere sfociate in un violento litigio finito nel peggiore dei modi. Intanto è sempre più drammatica la condizione delle donne, costrette a vivere col proprio "aguzzino" a causa del lockdown.
La rete Dire (Donne in rete contro la violenza) conferma che dal 2 marzo al 5 aprile sono in tutto 2.867 le donne che si sono rivolte ai centri antiviolenza, con un incremento del 74,5% rispetto allo stesso periodo di un anno fa. Mentre sono in calo le prime richieste d'aiuto di donne "nuove" (che si ferma al 28% delle richieste d'aiuto ricevute), che non si erano mai rivolte prima a un centro antiviolenza.
"Ben oltre 1.200 donne in più si sono rivolte ai centri antiviolenza D.i.Re in poco più di un mese, rispetto alla media annuale dei contatti registrata nell'ultima rilevazione", nota Paola Sdao, che con Sigrid Pisanu cura la rilevazione statistica annuale della rete D.i.Re, "un dato che conferma quanto la convivenza forzata abbia ulteriormente esacerbato situazioni di violenza che le donne stavano vivendo". Ma a preoccupare sono soprattutto le nuove richieste, che un anno fa si attestavano al 78% del totale delle donne accolte.
"E di queste solo il 3,5 per cento sono transitate attraverso il numero pubblico antiviolenza 1522", segnala ancora Sdao. La rete che aiuta le donne punta il dito contro i fondi sbloccati da un anno ma non ancora assegnati. "Oggi, ancora in piena emergenza, siamo nella stessa situazione di 53 giorni fa, quando si è registrato il primo decesso per Covid. Nonostante avessimo chiesto risorse straordinarie e le necessarie protezioni per gestire l'accoglienza, i centri antiviolenza e le case rifugio hanno dovuto nella maggior parte dei casi provvedere in autonomia a mettersi in sicurezza e a reperire alloggi di emergenza", fa notare la Presidente di D.i.Re.
"I fondi del 2019 sbloccati dal Dipartimento Pari Opportunità il 2 aprile devono ora transitare per le Regioni: ad oggi nessuna Regione risulta essersi attivata", denuncia Veltri. "Inoltre non si tratta di risorse aggiuntive, ma di risorse destinate a fondamentali attività aggiuntive, quali la formazione e l'inserimento lavorativo delle donne, che ora verranno meno".
Ma ci sono anche i 3 milioni annunciati con il Cura Italia, "irrisori", sottolineano dalla rete, rispetto ai bisogni dei centri. "Non siamo ancora fuori dall'emergenza", conclude Veltri, "e ora che si sta avvicinando il momento della riapertura del Paese nessun intervento è stato previsto per affrontare la situazione mentre le richieste di supporto potrebbero aumentare ancora, come è già successo in Cina. Il governo deve assolutamente cambiare strategia".
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 17 aprile 2020
Pm, prefetti, ministri, hanno una idea tutta loro su come deve funzionare una società. L'idea di una parte dei Pm italiani è molto semplice. Una società si organizza dando delle priorità. La priorità assoluta è punire i colpevoli. Lo Stato serve a questo, l'etica è questa, è questo, in fondo, il fine della vita. Per capire chi sono i colpevoli ci sono, appunto, gli stessi Pm.
I quali sulla base dei loro idee, o congetture, o sulla base di qualche soffiata, o di qualche intercettazione, o anche di una lettura attenta dei giornali, li individuano e mandano loro un avviso di garanzia. La parola garanzia, per questi Pm, sta a significare "garanzia di colpevolezza". Da quel momento in poi è anche possibile che il colpevole si divincoli e ottenga una assoluzione, ma questo - come è noto - non determina la sua non colpevolezza ma semplicemente certifica il fatto che l'ha fatta franca. Resta colpevole.
Se un Pm gli ha mandato un avviso di garanzia evidentemente non è innocente, altrimenti il Pm non glielo avrebbe mandato. Ci sarà pure una differenza tra chi ha ricevuto un avviso di garanzia e chi non lo ha ricevuto. Questo ce lo dice il buonsenso, non c'è bisogno di aver studiato tanto diritto. Studiare troppo diritto è inutile e dannoso. Non a caso è una pratica alla quale sono molto affezionati soprattutto gli avvocati. I Pm meno.
Una volta che si è stabilito che i Pm cercano i colpevoli e li scovano, poi si può procedere a tutto il resto. Per esempio, si può anche affrontare la questione economica e persino - talvolta - la questione dei diritti. Il problema dell'economia italiana è uno solo: evitare che i colpevoli possano partecipare alla partita economica.
Libero mercato, statalismo, liberismo, socialismo, keynesismo: tutte chiacchiere da lestofanti. Il problema dell'economia è evidentemente un problema essenzialmente giudiziario. È bene che imprenditori, lavoratori e economisti non si occupino di queste cose: devono occuparsene i Pm con l'aiuto, eventualmente, di qualche prefetto. Su questo punto spesso i prefetti sono d'accordo coi Pm. Anche quando diventano ministri.
La ministra Lamorgese, l'altro giorno, ha concordato coi Pm ed è andata oltre le ipotesi di Di Matteo e Gratteri (che guidano da tempo questa squadra di Pm, e la guidano dalle colonne dei giornali e dagli schermi della Tv). Gratteri e Di Matteo propongono di avere un controllo dei Pm sui prestiti alle aziende mentre la ministra, sembra di capire, ha idea di affidare ai Pm anche la distribuzione dei 600 euro di aiuto a chi resta in mezzo a una strada.
La ministra, suppongo, pensa che se resta in mezzo a una strada un individuo sospetto è bene che resti in mezzo a una strada senza sussidio. E qui arriviamo alla questione dei diritti. I diritti sociali, ad esempio, non possono essere universali. Il sussidio a un indagato è immorale. L'indagato se è rimasto senza una lira in tasca è bene che muoia di fame.
Non è stato ancora detto che un indagato, così come non ha diritto al sussidio, potrebbe essere escluso anche dall'assistenza sanitaria. Se un medico si trova in corsia con un non indagato e un indagato è bene che dia priorità al primo, quantomeno. Poi vedremo se il secondo può o no, in seconda battuta, ricevere assistenza anche lui. Forse è meglio negargli l'assistenza, altrimenti i diritti diventano una scusa per diffondere la corruzione e la mafia.
- Processo da remoto: "Prendiamo il buono e mettiamolo a sistema"
- Bancarotta fraudolenta, sì ai servizi sociali per l'imputato ultraottantenne
- Confisca solo se l'imputato è pericoloso e la somma deve tenere conto del condono
- Il Cnf scrive al governo: "Garantire i diritti ai deboli, senzatetto e migranti"
- Esercizio abusivo dell'attività per il consulente tributario










