di Luisiana Gaita
Il Fatto Quotidiano, 16 aprile 2020
Il ministero: "Dall'inizio dell'emergenza scarcerati i 6mila". Nelle carceri spuntano un po' ovunque casi di detenuti e agenti positivi. Antigone: "Ci risulta che stiano migliorando i protocolli di prevenzione ma non possiamo fare a meno di constatare che ci si poteva muovere prima, evitando che il numero di contagi aumentasse".
di Leopoldo Grosso*
gruppoabele.org, 16 aprile 2020
In tempi di Coronavirus la massima sicurezza di un carcere assume tutt'altro significato: si prefigge la priorità di proteggere la salute delle persone recluse. La perdita del diritto alla libertà, con cui si materializza la pena inflitta al condannato, non comporta la sottrazione di altri diritti: alla salute e alla vita, che non possono essere pregiudicati dalla mancanza e dall'insufficienza dei presidi sanitari che la garantiscono. Là dove ci sono persone ammassate in luoghi chiusi, la diffusione del virus trova l'ambiente più favorevole per il contagio. Ciò che è successo nelle strutture per l'assistenza agli anziani insegna. Una lezione di cui non avremmo dovuto avere bisogno.
di Laura Distefano
livesicilia.it, 16 aprile 2020
Da una parte il pressing alla magistratura, dall'altra il dialogo con i direttori per garantire contatti dei detenuti con familiari e difensori. Ancora nelle carceri catanesi la situazione non è esplosa. Qualche protesta, la più eclatante qualche settimana fa a Piazza Lanza con le lenzuola bruciate, ma nient'altro.
di Antonio Mattone
Il Mattino, 16 aprile 2020
Se garantire il distanziamento sociale resta ad oggi l'unica arma efficace per combattere il coronavirus, nelle carceri italiane siamo di fronte a una vera e propria resa, vista l'esiguità degli effetti delle misure messe in campo dal governo per ridurre la pressione negli istituti sovraffollati. L'articolo 123 del decreto Cura Italia, prevede la possibilità che la pena detentiva non superiore a 18 mesi possa essere eseguita presso il proprio domicilio, salvo eccezioni per alcune categorie di reati o di condannati.
di Fabrizio Ventimiglia*
Il Sole 24 Ore, 16 aprile 2020
L'imponente emergenza sanitaria di questi giorni sta facendo emergere svariate problematiche che affliggono da molto tempo il nostro Paese, problematiche che, in un periodo di crisi come quello attuale, riemergono con drammaticità. Così come l'epidemia in atto ha svelato che il costante definanziamento statale alla sanità ha provocato un indebolimento del Sistema Sanitario Nazionale oggi in grandissima difficoltà a fronte delle migliaia di ricoveri quotidiani, allo stesso modo essa ha nuovamente portato all'attenzione dell'opinione pubblica la drammatica condizione di sovraffollamento delle carceri.
di Maurizio Tortorella
Panorama, 16 aprile 2020
Martedì 14 aprile è scaduto il tempo della risposta per il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede. Sette giorni prima la Corte europea dei diritti dell'uomo (la Cedu) ha chiesto al governo italiano e in particolare al ministro guardasigilli di spiegare con urgenza quali "misure preventive specifiche intenda adottare" per proteggere dal pericolo di contagio di Covid-19 B. C, un condannato per droga attualmente detenuto a Vicenza, e tutti i carcerati italiani.
La sollecitazione era stata inviata a Strasburgo da due avvocati emiliani, Roberto Ghini e Pina di Credico, i quali chiedevano una misura urgente (e provvisoria) per un loro assistito, per l'appunto il recluso a Vicenza, dove deve scontare un residuo di pena di 16 mesi ed è costretto a convivere con un altro detenuto in una cella di sette/otto metri quadrati.
La preoccupazione e l'urgenza, secondo i due legali, hanno un senso estremamente concreto: nelle prigioni italiane fin qui si sono contati già sei detenuti morti di coronavirus, oltre a due agenti di polizia penitenziaria e a due medici.
E se un leggero sfollamento degli istituti di pena nelle ultime settimane ha fatto scendere i prigionieri dai 61mila di fine febbraio a 57mila (ma sono sempre diecimila in più rispetto all'effettiva capienza regolamentare) questo non è certo merito del decreto governativo "Cura Italia" del 17 marzo, che si è bloccato sulla carenza di braccialetti elettronici.
Il governo Conte, infatti, aveva previsto nel decreto che i condannati non pericolosamente sociali - e cui restasse da scontare una pena fino a 18 mesi - potessero scontarli agli arresti domiciliari. Ma con il vincolo dei braccialetti da applicare alla caviglia. Il problema è che quei dispositivi, per i quali sono stati già spesi 200 milioni di euro in 19 anni, scandalosamente non sono disponibili in misura sufficiente.
Così i 12mila che avrebbero diritto a terminare di scontare al domicilio gli ultimi mesi di pena restano in carcere, esposti al rischio del contagio. Tant'è che il Commissario straordinario Domenico Arcuri ha appena affidato a Fastweb la fornitura urgente di 4.700 braccialetti, che dovrebbero esser consegnati entro la fine di maggio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 16 aprile 2020
La lettera dell'Ucpi al Ministro della Giustizia. "L'Avvocatura penale è radicalmente contraria ad ogni ipotesi di smaterializzazione dell'udienza penale e della camera di consiglio dei giudici". L'incipit della lettera inviata dall'Unione camere penali al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede è chiaro: il processo da remoto mina i principi costituzionali di garanzia, violando, al contempo, "le vigenti regole di protezione dei dati e di sicurezza informatica".
La richiesta al Governo è quella di sospendere l'entrata in vigore della disciplina del processo da remoto, a fronte dell'indisponibilità dei penalisti italiani a celebrare i processi secondo tali modalità. Ma quella dei penalisti non è un'opposizione senza alternative. La proposta è quella di prevedere inizialmente la celebrazione di un numero limitato di cause, "con criteri di priorità e anche casi di non necessaria partecipazione quando, nel bilanciamento degli interessi in evidenza, le parti o il giudice lo riterranno".
Le proposte dei penalisti sono riassunte in tre punti, a partire dal riconoscimento del valore legale delle comunicazioni tra il difensore e gli uffici giudiziari tramite l'uso della pec. Al secondo punto, i penalisti chiedono di garantire, nel periodo di emergenza, che l'attività processuale rispetti al più alto standard possibile le disposizioni prevenzionali atte ad evitare assembramenti ed a garantire la distanza di sicurezza tra le persone.
Ovvero processi a porte chiuse, con ruoli di udienza articolati secondo citazioni ad orari differenti e congruamente distanziati, per tutto il corso della giornata. Ma non solo: è necessario anche che tutte le persone che partecipano all'udienza siano dotate dei dispositivi di protezione individuale, con una ridotta partecipazione di persone in modo che l'aula di udienza mantenga ampi spazi liberi. Tali regole potrebbero valere per i patteggiamenti, per i riti abbreviati non condizionati ad assunzioni testimoniali, per prime udienze dibattimentali di cosiddetto smistamento (costituzione delle parti, questioni preliminari, richieste di prova) per processi con numero ridotto di parti.
Ma possono essere previste anche norme relative agli atti preliminari che consentano la presentazione via pec della lista testimoniale e di documenti. Tra le possibilità, anche quella della costituzione di parte civile fuori udienza, le discussioni finali per processi con numero ridotto di parti e processi di appello con numero ridotto di parti e concordati. Ma tali regole potrebbero anche valere per udienze preliminari per processi con ridotto numero di parti, riesami ed appelli cautelari, udienze conseguenti a richieste di archiviazione non accolte o opposte e incidenti di esecuzione. Ieri, intanto, è stato incardinato in commissione Giustizia alla Camera il decreto Cura Italia. E sulla Giustizia, Forza Italia ha annunciato vari emendamenti, tra i quali la cancellazione della norma che introduce il processo da remoto. Ad annunciarlo, il deputato Enrico Costa.
"Proporremo inoltre di allineare la norma per la detenzione domiciliare per i condannati definitivi alle norme sulla custodia cautelare che sono state oggetto di trattamento diverso, come se il sovraffollamento carcerario non fosse determinato anche da una moltitudine di detenuti "presunti innocenti". Un emendamento verrà poi riservato al tema delle norme sulle intercettazioni, prevedendo uno slittamento al 1 settembre dell'entrata in vigore della nuova legge.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 aprile 2020
Dopo le osservazioni del nostro governo sollecitate dalla Corte. Entro mezzogiorno di oggi, gli avvocati Roberto Ghini del Foro di Modena e Pina Di Credico, referente osservatorio Europa della Camera penale di Reggio Emilia, replicheranno alla risposta del governo nei confronti dei quesiti posti dalla Cedu in merito alla gestione dell'emergenza Covid-19 nelle carceri.
Ancora non sono pubbliche le risposte del ministero della Giustizia, ma gli avvocati hanno anticipato dicendo che "le osservazioni del governo risultano sostanzialmente generiche e, verrebbe da dire, in larghissima parte prevedibili".
Ricordiamo che entrambi gli avvocati sono difensori di fiducia di B.M., recluso presso la casa circondariale di Vicenza, per il quale è stata rigettata l'istanza di detenzione domiciliare da parte del magistrato di sorveglianza di Verona.
Un rigetto che non ha preso in considerazione l'emergenza coronavirus, nonostante l'istanza sia stata fatta a seguito dell'introduzione dell'istituto della detenzione domiciliare di "emergenza" ex art. 123 del Decreto Legge n. 18/ 2020 "Cura Italia". Motivo per il quale gli avvocati Ghini e Di Credico, lunedì scorso, hanno presentato una richiesta urgente alla Cedu.
La procedura 39 (questo è il tipo di richiesta prevista dal regolamento Cedu) è straordinaria e viene infatti attivata al fine di ottenere una misura provvisoria ed urgente in casi particolari ove è a rischio la vita delle persone. Mercoledì scorso la Corte ha accolto la richiesta, ma sospendendo la decisione in attesa che il governo italiano relazioni su taluni aspetti relativi, tra l'altro, anche alla gestione dell'emergenza covid19 negli istituti di pena. Oggi quindi la difesa depositerà presso la Cedu la replica alle osservazioni poste dal governo, quindi la partita non è ancora chiusa e si potrebbero aprire nuovi scenari.
di Vincenzo Maiello
Il Riformista, 16 aprile 2020
I populisti hanno abolito il diritto. Addio giusto processo, ma tutti zitti: il trionfo dei pm. Al peggio non c'è mai fine. E tuttavia, quando il peggio investe lo stadio avanzato della decomposizione vitale delle garanzie costituzionali, che cancella i sedimenti della progressione identitaria della nostra civiltà, l'inesorabilità del vecchio adagio non può indurre alcuna forma di rassegnazione.
Pensavamo che l'impasto di cinismo demagogico e arcaico retribuzionismo punitivo, responsabile delle ipocrite soluzioni di facciata all'immane problema carcerario, costituisse la frontiera estrema della curvatura giustizialista sotto la quale si è sviluppata la produzione normativa della legislatura in corso. Ci sbagliavamo. Quel limite è stato superato senza alcun ritegno dall'inedito monstrum del processo penale telematico.
Strumentalizzando in chiave retorico/opportunistica la drammatica emergenza in atto, l'ultima e più preziosa perla della politica giudiziaria nazionale ha deciso di contendere alla pandemia il connotato di vicenda biblica, interrompendo d'emblée le "magnifiche sorti e progressive" dell'emancipazione del diritto e delle sue forme da logiche ed assetti di disciplina autoritari.
Col piglio interventista caratteristico di scelte percorse da arroganza corriva e per certi versi sfrontata, il governo in carica ha inteso, così, buttare alle ortiche l'ontologica dimensione del funzionamento conformativo del più delicato e gravoso fra i congegni secolarizzati di teologia politica e istituzionale: quello che ambisce a ricostruire - in nome del popolo e in conformità a criteri di giudizio predicabili di condivisione assiologica e razionale - la verità dei fatti e delle condizioni per i quali un individuo può essere privato di libertà e patrimonio, con effetti stigmatizzanti e inabilitativi che spesso si proiettano nella cerchia dei familiari e finanche di terzi, "colpevoli" di condividere col condannato affari ed interessi economici.
Com'è noto, infatti, il governo intende sospendere fi no alla data del 30 giugno, termine che tuttavia rischia di essere spostato in avanti a causa della non pronosticabile evoluzione della pandemia - le condizioni di agibilità del giusto processo penale di matrice costituzionale. D'un colpo, questo viene a perdere le sembianze di luogo fisico di una comunicazione dialettica contestuale, smarrendo, con esse, la funzione di liturgia alla quale la democrazia costituzionale dei diritti affida il compito di celebrare - anche sul piano simbolico - il primato della "ragione discorsiva". In altri termini, la materialità e la separatezza topografica dell'udienza è la metafora della sacertà laica dell'amministrazione della giustizia che, come nei "misteri" delle religioni ellenistiche ha bisogno di impedire confusioni contaminanti con l'ambiente profano (Cordero).
In pratica, a svanire è la conformazione materiale del giudizio e con essa, perciò, non solo la dimensione che ne ha fatto un paradigma epicentro di svariati registri narrativi, bensì - soprattutto - quel clima d'aula che integra la pre-condizione delle potenzialità performative della contesa dialettica. Costruire un processo nel quale ciascuno dei protagonisti partecipa "da remoto" significa virtualizzare un contesto comunicativo che proprio alla simultanea presenza fisica degli attori del contraddittorio deve la sua specifica capacità epistemica di strumento privilegiato ai fini di un'affidabile ricostruzione dei fatti e di un proficuo confronto di tesi antagoniste.
I rituali del contraddittorio nella formazione della prova - spina dorsale del processo accusatorio - hanno bisogno del "teatro" dell'aula di udienza, perché, come ha scritto Franco Cordero, essi "esigono acustica e ottica perfette": da un lato, per consentire che l'esaminato sieda nel posto dove sia agevolmente visibile dalle parti e dal giudice; dall'altro, ma affinché venga garantita ai soggetti che vi prendono parte (testimoni, imputati, accusatore, difensore e giudice) di osservare e valutare le circostanze extralinguistiche che danno corpo alle forme non verbali della comunicazione.
Il tono della voce, l'espressione del volto, il disagio o l'imbarazzo nella (e della) risposta costituiscono, di norma, formidabili indici di apprezzamento della genuinità della fonte, cosi come una sequenza incalzante di domande accompagnata dagli occhi puntati sul testimone può accrescere il carisma del contro-esaminatore e indurre un maggiore coefficiente di veridicità della risposta. Si tratta, dunque, di aspetti niente affatto marginali, relegabili fra gli orpelli estetico-simbolici dell'agire giudiziario, ma, anzi, di configurazioni che intrecciano questioni di fondo del giudizio penale.
Siamo, in sostanza, innanzi a una rottura della legalità costituzionale, traumatica poiché ne ribalta il significato di punto di arrivo della lunga tradizione che, a partire dal congedo della mentalità e delle istituzioni inquisitorie, ha traghettato il processo sulla scena pubblica, facendone punto di confluenza tra la dimensione antropologica di "mistero" e l'esposizione a pratiche di controllo dell'opinione pubblica. Una rottura che segna il passaggio ad un ordinamento processuale dell'eccezione priva di base legale, dal momento che la sua disciplina risulta consegnata al potere regolamentare di un organo (il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) interno al Ministero della giustizia.
L'opposto, pertanto, di quanto prescrive l'art. 111 Cost. che assoggetta alla sola legge la conformazione normativa del processo. Un simile scempio ci pare sia stato denunciato con forza dalla sola voce dell'avvocatura, questa volta anche istituzionale, e, da ultimo, dagli studiosi del processo penale. Amareggia che all'appello manchi - con l'eccezione della corrente di Magistratura democratica - una presa di posizione della magistratura associata cui sarebbe stato doverosa l'intransigente rivendicazione del carattere intangibile (dei fondamenti) del modello di processo di cui è anzitutto essa custode. Peccato.
L'abbandono del nomos della modernità ai marosi delle pulsioni populistiche e di malintese esigenze di efficienza burocratico-aziendaliste delle pratiche di giustizia, che le frustrazioni dell'emergenza e del suo governo rischiano di rendere ancor più aggressive, potrebbe far divenire inesorabile il declino della civiltà occidentale se a prevalere dovessero essere l'indifferenza etica e il silenzio connivente.
di Ione Ferranti*
agendadigitale.eu, 16 aprile 2020
L'Unione delle Camere penali italiane solleva problemi di cybersecurity relativi allo svolgimento a distanza delle udienze tramite Skype for Business e Teams. Alcune preoccupazioni sono condivisibili. Ma mai arrivare al punto da opporsi per principio al processo via internet. Alcuni principi vanno ammodernati: ecco quali.
Con la nota indirizzata al Garante per la protezione dei dati personali, l'Unione delle Camere penali italiane solleva problemi di cybersecurity relativi allo svolgimento a distanza delle udienze tramite Skype for Business e Teams. Sotto questo profilo, alcune preoccupazioni possono essere condivise. Ma non in senso assoluto. Urgente inoltre aggiornare alcuni principi alla base del processo, per assicurarne una dematerializzazione.
Cyber security e processi penali - Personalmente, non ho ancora approfondito il tema della cybersecurity relativa allo svolgimento delle udienze tramite Skype for Business e Teams. Va da sé che problemi di cybersecurity si pongono solo per le udienze che non sono pubbliche. Tuttavia, immagino che la Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati (Dgsia) del Ministero della Giustizia abbia indicato tali modalità in via provvisoria, in attesa della predisposizione di infrastrutture informatiche ad hoc, interne al sistema giudiziario italiano. Immagino anche che la Dgsia abbia già stipulato degli accordi ad hoc con Microsoft Corporation proprio per la soluzione dei predetti problemi di cybersecurity, in vista dello svolgimento delle udienze tramite Skype for Business e Teams.
A mio avviso, quando si parla di processi telematici o di giustizia telematica, va sempre considerato il problema della cybersecurity, a prescindere dalla rete informatica utilizzata. Nessuna rete è sicura al 100%. A riprova di ciò va ricordato l'attacco hacker del 2019 alla p.e.c. degli Avvocati (gestita da una delle società italiane private che collaborano stabilmente con il Nostro Ministero della Giustizia).
Processo penale incostituzionale da remoto? Non scherziamo - Invece, a mio avviso, non può essere condivisa la dichiarata "ferma contrarietà dell'Unione al processo penale svolto da remoto per la sua evidente incompatibilità con i princìpi costituzionali". Anche fra i miei Colleghi civilisti ci sono tanti contrari "a prescindere" alla completa smaterializzazione del processo civile (che, secondo loro, svilirebbe il ruolo dell'avvocato nel processo civile).
A mio parere, alcuni principii del processo civile italiano vanno "modernizzati" e segnatamente:
- il principio del contraddittorio, che oggi può essere attuato a distanza grazie ai recenti sviluppi tecnologici;
- la pubblicità dei processi (per consentire il controllo dell'opinione pubblica sull'esercizio della giurisdizione ex art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo ed ex art. 14 Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966, salva la possibilità di esclusione del pubblico dalle udienze per varie ragioni;
- il processo deve compiersi in un tempo ragionevole (art. 111 comma 2 Costituzione italiana, art. ex art. 6 Convenzione europea dei diritti dell'uomo ed ex art. 14 Patto internazionale sui diritti civili e politici del 1966;
- il principio dell'oralità (il processo regolato dal codice del 1865 era un processo scritto).
Peraltro, problemi di "sicurezza" (non informatica) si sono posti in passato a causa dello stato penoso in cui versano gli Uffici giudiziari e le Cancellerie (soprattutto nei grandi centri come Roma, dove può entrare chiunque indisturbato e sottrarre documenti dai fascicoli, come accaduto in passato e documentato dal quotidiano La Repubblica), senza contare tutte le volte in cui mancano documenti dai fascicoli cartacei e non è dato sapere come è potuto accadere. Insomma, problemi di sicurezza e di segretezza ci sono sempre stati. Vanno affrontati e risolti come sempre, senza strumentalizzazioni.
*Avvocato










