di Errico Novi
Il Dubbio, 15 aprile 2020
Intervista all'europarlamentare (e avvocato) su Covid-19 e detenuti. "Negli istituti di pena la situazione è disperata, e il numero dei reclusi in carcerazione preventiva è ancora vergognosamente alto: le misure adottate finora dal governo sono insufficienti anche perché subordinate alla disponibilità dei braccialetti, si agisca sul serio, prima che sia troppo tardi"
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 15 aprile 2020
Ieri è finito il tempo concesso dalla Cedu. Il ministro ha risposto alla Corte con una mail top-secret spedita 10 minuti prima della scadenza. "Cara Cedu ti scrivo". O ti offro braccialetti elettronici? Ieri mattina alle nove e cinquanta, dieci minuti prima che scadessero i termini concessi dalla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, il ministro di Giustizia italiano.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 15 aprile 2020
Una Pasqua all'infuori delle consuetudini, eppure carica di umanità e voglia di guardare al dopo. L'emergenza Coronavirus cambia le usanze e rafforza la solidarietà, coinvolgendo anche il mondo penitenziario e la realtà delle carceri. A Genova, gli agenti della casa circondariale di Pontedecimo hanno scelto gli ospiti della "Casa dei Bimbi" assistiti nella Parrocchia del Sacro Cuore - 500 ragazzi abbandonati, dai 4 ai 12 anni - come destinatari di doni pasquali. Il frutto della raccolta di fondi lanciata tra tutto il personale dell'istituto penitenziario genovese ha portato ai giovani ospiti anche le uova e i tradizionali dolci delle feste.
Nel carcere di Civitavecchia anche un centinaio di detenuti ha voluto interpretare lo spirito della Pasqua organizzando una raccolta fondi a favore della Protezione Civile: circa 1000 euro la somma che è stata messa a disposizione della macchina organizzativa di contenimento dell'epidemia da Covid-19. Una donazione volontaria di oltre 1600 euro, raccolti tra i detenuti dei tre reparti del carcere di Poggioreale, è stata destinata all'ospedale Cotugno di Napoli: al successo dell'iniziativa hanno contribuito anche Carlo Berdini e Gaetano Diglio, rispettivamente direttore e comandante di reparto dell'istituto partenopeo. Una colletta in favore dell'ospedale Sant'Anna è stata organizzata dai detenuti del carcere di Ferrara: "Il nostro piccolo gesto non sanerà l'enormità del problema, ma è stato fatto con il cuore da ognuno di noi", si legge nella lettera che accompagna la donazione consegnata agli operatori sanitari a cura del direttore dell'istituto, Maria Nicoletta Toscani, e del comandante di reparto Annalisa Gadaleta.
La Polizia Penitenziaria di Alessandria ha dimostrato la sua sensibilità e vicinanza all'impegno del personale sanitario raccogliendo la somma di 2000 euro nelle carceri cittadine, Cantiello e Gaeta e San Michele: i fondi - cui hanno contribuito anche il personale civile dei due istituti e quello in servizio all'Uepe - saranno devoluti alla Fondazione Uspidalet per l'acquisto di caschi per la ventilazione polmonare.
A Sondrio sono stati invece i detenuti e gli operatori penitenziari a ricevere una concreta dimostrazione di solidarietà da parte della cittadinanza e in particolare dal gruppo, tutto al femminile, che sta producendo dispositivi di protezione sotto l'hashtag #lemascherinedellamore: da loro sono arrivate ai detenuti 120 mascherine, mentre una somma di denaro è stata messa a disposizione del cappellano dell'istituto, don Ferruccio Citterio per l'acquisto di generi di conforto. Un'altra iniziativa benefica, nata dalla sensibilità dei cittadini sondriesi, ha portato colombe e uova pasquali a tutto il personale penitenziario in servizio nel carcere.
di Domenico Aliperto
corrierecomunicazioni.it, 15 aprile 2020
L'accordo tra il ministro della Giustizia, il Viminale e il commissario straordinario all'emergenza Domenico Arcuri punta ad aumentare il numero di detenzioni domiciliari per contenere i contagi da Covid19 tra i detenuti. Servizio affidato a Fastweb. L'obiettivo è quello di accelerare le misure messe in campo per il contrasto al contagio da Covid-19 tra i detenuti italiani. Per questo motivo il governo intende installare 4.700 nuovi braccialetti elettronici per la sorveglianza a distanza entro la fine di maggio.
di Sofia Belardinelli
unipd.it, 15 aprile 2020
Al 30 marzo 2020, secondo i dati del ministero della Giustizia, le presenze in carcere ammontano a 57.846 individui, a fronte dei 50.754 posti di capienza regolamentare: più di 7.000 presenze di troppo, dunque. Il sovraffollamento degli istituti penitenziari è, nel nostro Paese, un'annosa questione, che ha dato pensiero a generazioni di politici, magistrati e tecnici. Di fronte alla dilagante propagazione della pandemia da Covid-19, essa si ripropone con urgenza: il governo, nel tentativo di arginare l'emergenza sanitaria, decide di isolare, per quanto possibile, le carceri, prendendo misure precauzionali come il trasferimento dei colloqui su piattaforme telematiche e la revoca temporanea dei permessi premio e dei regimi di semi-libertà.
di Simona Musco
Il Dubbio, 15 aprile 2020
La lettera dell'Ucpi al garante della privacy. L'Unione delle Camere penali alza il tiro. E per denunciare le possibili violazioni dei diritti connessa alla smaterializzazione del processo penale - radicalmente "censurata in ragione della evidente compromissione dei principi costituzionali che lo regolano" - scrive all'autorità garante per la protezione dei dati personali, ponendo 21 domande cruciali per disambiguare i termini che regolano il processo da remoto. Termini, secondo i penalisti, forieri di molteplici violazioni e che rischierebbero di mettere in circolo tutta una serie di dati delicatissimi con un effetto bomba ai danni della sicurezza del processo stesso. Il sistema utilizzato attualmente per le udienze penali non ha nulla, infatti, a che vedere con quello che, da qualche anno, viene impiegato per il processo civile telematico.
Un sistema messo a punto non senza fatica e che consiste non in un vero e proprio dibattimento telematico, ma in una piattaforma asincrona di deposito di atti e di documenti inerenti l'avvio e le fasi del processo civile. Una piattaforma che appartiene all'Amministrazione della Giustizia e, dunque, non ha necessità di appoggiarsi a programmi commerciali esterni alla stessa.
Tutto ciò, invece, nella giustizia penale non esiste. E per far fronte all'oggettiva emergenza, che ha reso necessario svuotare i tribunali per evitare il diffondersi del virus, si è optato per strumenti esterni e, dunque, potenzialmente pericolosi. Si tratta di due programmi commerciali di una società estera, individuati dalla Direzione generale dei sistemi informativi e automatizzati del ministero della Giustizia, ovvero Skype for Business e Teams, della società Microsoft Corporation.
Ma dopo un mese di udienze da casa, denunciano i penalisti, non è dato sapere se l'utilizzo di tali piattaforme "consenta di rispettare le garanzie minime di sicurezza, riservatezza e protezione dei dati personali richieste dalla normativa nazionale e sovranazionale". Senza dimenticare che, trattandosi di una società statunitense, la stessa è soggetta al Cloud Act, "che consente la discovery dei dati contenuti nei suoi server, anche se localizzati al di fuori del territorio Usa, su semplice richiesta dell'autorità governativa".
Domande non di poco conto, considerato che la legge di conversione intende ampliare ulteriormente le ipotesi di udienze virtuali "estendendole persino agli atti di indagine e alle camere di consiglio (segrete), nel corso delle quali i giudici possono costituire la camera di consiglio da remoto, collegandosi ad una stanza virtuale ognuno da un suo terminale". Ma non solo: il collegamento da remoto avviene attraverso la rete internet pubblica e non attraverso la Rete unica Giustizia, rendendo i dati, dunque, facilmente intercettabili.
Da qui le questioni poste all'ufficio del garante Antonello Soro, a partire dalle misure di sicurezza previste nei termini di servizio intercorrenti tra Microsoft Corporation e il ministero della Giustizia e i livelli di licenza, chiedendo se le modalità di attuazione sono conformi alle norme del decreto legislativo 51/ 2018, relativo al trattamento dei dati personali da parte delle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine, accertamento e perseguimento di reati o esecuzione di sanzioni penali, nonché alla libera circolazione di tali dati.
I penalisti, dunque, voglio sapere se la norma che introduce il processo da remoto prevede una valutazione dell'impatto di tale meccanismo sulla protezione dei dati personali, ponendo, poi, tutta una serie di interrogativi sugli applicativi per i sistemi di partecipazione a distanza e sulla conformità dell'informativa privacy di tali programmi al loro utilizzo nei processi penali, non essendo stati pensati per tale scopo.
C'è, poi, tutta una questione relativa alla fine che faranno i dati raccolti e archiviati durante le udienze: è stato valutato - si chiede l'Ucpi - l'impatto di tale raccolta? Chi viene considerato responsabile del trattamento di tali, per quanto tempo e secondo quali regole? Esistono vpn - ovvero protocolli di trasmissioni - dedicati e una cifratura con cifratura end-to-end?
Ma non solo. I dubbi riguardano anche la possibilità di profilazione dei dati e la raccolta, dunque, dei metadati, che potrebbero essere utilizzati dalla società proprietaria dei programmi per finalità estranee al processo stesso, ovvero commerciali. Senza contare le questioni - mai chiarite - relative alla custodia di tali informazioni, dell'accesso alle stesse e della loro permanenza. A preoccupare gli avvocati è anche la possibilità che nel corso delle udienze virtuali e delle segrete camere di consiglio ci sia la possibilità di registrare in autonomia l'intera sessione o parte di essa, con la possibilità, poi, di renderla pubblica. Da qui la necessità di comprendere se è possibile escludere con certezza la presenza di "ospiti silenti".
Questioni che si riassumono tutte nell'ultima domanda contenuta nel documento firmato dal presidente dell'Ucpi Gian Domenico Caiazza e dal segretario Eriberto Rosso: "sono state adottate dal ministero della Giustizia tutte le disposizioni regolamentari e operative per tutelare la cosiddetta Cyber Security?". Domanda per la quale i penalisti, da giorni in riunione permanente per discutere l'alternativa alla smaterializzazione del processo, attendono risposta, a tutela dei diritti e delle garanzie costituzionali.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 15 aprile 2020
Un blocco dopo l'altro. La ripresa dell'attività giudiziaria rischia di essere interrotta dal periodo di ferie dei magistrati. Come evitare il collasso trasformando la pandemia in un'opportunità per velocizzare la giustizia. A causa dell'emergenza coronavirus, da un mese la giustizia italiana è ferma, o quasi. Tutte le udienze dei procedimenti penali, civili, amministrativi, tributari e contabili, ad eccezione delle più urgenti (quelle che, ad esempio, nel penale coinvolgono detenuti), sono state rinviate d'ufficio dal governo fino all'11 maggio (ma questo termine potrà essere nuovamente prorogato) per evitare che l'affollamento nelle aule di giustizia possa alimentare la diffusione dell'epidemia di Covid-19.
La paralisi giudiziaria rischia di costare molto all'Italia. Negli ultimi mesi, la giustizia penale è stata al centro dell'attenzione pubblica, anche in virtù dell'infausta riforma pentaleghista che ha abolito la prescrizione, ma è soprattutto sul fronte della giustizia civile che, oggi più che mai, l'Italia si gioca il suo futuro, per almeno due ragioni. Primo, perché è questo genere di contenziosi a chiamare in causa in via diretta il riconoscimento di crediti (cioè di risorse) che spetterebbero alle imprese, e che risultano ancor più cruciali di fronte alla crisi di liquidità determinata dall'emergenza coronavirus. Secondo, perché è proprio questo settore ad essere caratterizzato da una lentezza inesorabile, e a costituire notoriamente, e tristemente, uno dei maggiori freni alla crescita del Paese da decenni.
Stavolta c'è persino il rischio di un paradosso ulteriore, e cioè che la ripresa graduale dell'attività della macchina giudiziaria, che si ipotizza possa avvenire a giugno o agli inizi di luglio, venga immediatamente e bruscamente interrotta dal periodo di ferie dei magistrati. Nel 2014 il periodo di ferie dei magistrati è stato ridotto da 45 a 30 giorni (l'intero mese di agosto).
Lo scorso anno, però, il Consiglio superiore della magistratura ha stabilito con una propria delibera l'inserimento di un "periodo cuscinetto" per i dieci giorni antecedenti e i cinque giorni successivi al periodo di ferie, con lo scopo di consentire alle toghe di completare il lavoro residuo e anticipare quello necessario alla ripresa delle udienze. Il risultato è che al mese di ferie dei magistrati si sono aggiunte due settimane in più e non sono state fissate udienze ordinarie dal 15 luglio al 7 settembre (salvo gli affari urgenti). Lo stesso scenario potrebbe ripresentarsi quest'anno, con la conseguenza che il sistema giudiziario italiano, dopo una paralisi di (almeno) tre mesi, potrebbe tornare a fermarsi subito per un altro mese e mezzo, con effetti ancora più devastanti sull'economia del Paese.
L'ultimo Justice Scoreboard della Commissione europea ha confermato che la giustizia italiana è la più lenta d'Europa per la durata media dei contenziosi civili e commerciali: 548 giorni (un anno e mezzo) per una sentenza di primo grado, altri 893 giorni (due anni e mezzo) per una sentenza di appello, altri 1.299 giorni (tre anni e mezzo) per una sentenza definitiva.
Dati impressionanti se confrontati con quelli di altre nazioni europee, come Svezia (366 giorni, cioè un anno, per arrivare a sentenza definitiva, sette volte meno dei nostri 2.740 giorni), Germania (719) o Francia (1.274). Non va meglio se si considerano i tempi della giustizia amministrativa: in Italia occorrono 887 giorni per ottenere una sentenza al Tar e 950 giorni al Consiglio di Stato (per svolgere non due, ma tre gradi di giudizio, la Svezia impiega 338 giorni, la Francia 808 e la Germania 1.049). Gli effetti devastanti delle lungaggini della giustizia italiana sull'economia sono sotto gli occhi di tutti.
Secondo un rapporto pubblicato lo scorso anno da Censis e Associazione Italiana Banche Estere, i tempi della giustizia civile rappresentano la seconda causa di scarsa attrattività dell'Italia per gli investitori stranieri, dopo il carico normativo e burocratico. Secondo uno studio realizzato nel 2017 da Cer-Eures per Confesercenti, lentezze e inefficienze della giustizia ci costano 2,5 punti di Pil, pari a circa 40 miliardi di euro. Tanto recupereremmo se la nostra giustizia civile si allineasse sui tempi di quella tedesca. E gli effetti non si limiterebbero solo al Pil: una giustizia più rapida creerebbe anche 130mila posti di lavoro in più e circa mille euro all'anno di reddito pro-capite, con effetti positivi anche sull'erogazione di credito e la sicurezza percepita di imprese e famiglie.
"Meno funziona la giustizia e più peggiorano le condizioni di vita delle imprese all'interno del Paese, perché manca uno degli elementi fondamentali, cioè quello della certezza del diritto e della pena", spiega al Foglio Mauro Bussoni, segretario generale di Confesercenti, associazione che rappresenta più di 350mila piccole e medie imprese del commercio, del turismo, dei servizi, dell'artigianato e dell'industria. "Il cattivo funzionamento della giustizia costa tantissimo alle imprese - aggiunge Bussoni - Purtroppo spesso a preoccuparsi non è il debitore, ma il creditore, che rischia di non arrivare mai ad avere ragione rispetto alle condizioni del contenzioso".
"Adesso è tutto bloccato ed è anche normale - prosegue il segretario generale di Confesercenti - Il vero problema è un altro: in tutto questo tempo riusciremo a recuperare gli anni persi di mancata digitalizzazione nella giustizia civile? Presto saremo chiamati a ripartire, ma solo una giustizia efficiente e un fisco giusto, che diano garanzie alle imprese e a chi si comporta correttamente, consentirebbero di far ripartire il Paese veramente. Sarebbe fondamentale, ad esempio, avere un monitoraggio di tutte le cause pendenti. Ciò permetterebbe al cittadino di sapere a che punto è il proprio procedimento, quando si pensa di discuterlo, e quindi di regolarsi di conseguenza. Invece ora niente è definito. Si vive costantemente nell'incertezza". Sul possibile paradosso delle ferie lunghe dei magistrati: "Penso che tutti quest'anno ci ritroveremo a lavorare un po' di più ad agosto. Questo vale per tutte le imprese e credo dovrebbe valere anche per il funzionamento dei tribunali", conclude Bussoni.
D'accordo, su questo, anche Antonio de Notaristefani, presidente dell'Unione nazionale delle camere civili (Uncc): "Se l'attuale sospensione della giustizia dovesse essere protratta, sicuramente una riflessione circa l'opportunità di mantenere la sospensione feriale andrebbe fatta e con molta serietà". "L'Uncc - aggiunge De Notaristefani - è stata tra i primi a chiedere di sospendere la giustizia civile nel momento dell'emergenza.
È evidente che la tutela della salute nel nostro ordinamento prevale su qualsiasi altra considerazione, quindi non posso che esprimere apprezzamento sul fatto che sia stata disposta la sospensione. Detto questo, a mio parere la sospensione dovrebbe servire per ripartire in condizioni di sicurezza. Ipotizzare che si possa ripartire soltanto quando sarà stato individuato il vaccino e una parte significativa della popolazione sarà stata vaccinata significa ipotizzare di sospendere per un anno o un anno e mezzo la giustizia civile.
Questo è impensabile, perché significa la paralisi totale dell'economia. L'economia si basa sul presupposto che chi non paga i suoi debiti può essere costretto a farlo coattivamente. Se questo presupposto venisse meno, non pagherebbe più nessuno".
"Una sospensione della giustizia per venti giorni non pesa molto - prosegue il presidente Uncc - Il problema è che una sospensione destinata a protrarsi crea un accumulo di arretrato, che poi impiegherà molto tempo per essere smaltito. In una situazione già di ingolfamento della giustizia civile creare un enorme sovraccarico di arretrato significa provocare la paralisi totale". Per il presidente degli avvocati civilisti c'è un modo per far ripartire la giustizia in fretta, senza mettere in pericolo gli operatori: "Le cause vanno svolte in tribunale davanti a un giudice. Del resto, la convenzione europea dei diritti dell'uomo prevede che l'udienza debba essere pubblica.
Non c'è dubbio, quindi, che nel regime normale bisognerà ritornare alle udienze in tribunale al cospetto di un giudice. Detto questo, ora non siamo in una situazione di normalità, ma di emergenza sanitaria, quindi va contemperata l'esigenza sanitaria con quella di far ripartire la giustizia e l'economia. C'è un sistema che consentirebbe di far ripartire larga parte (il 70-80 per cento) della giustizia civile: la trattazione scritta.
Il processo civile, in via straordinaria ed eccezionale, può in larga misura essere trattato per iscritto. Questo consentirebbe di tutelare al massimo le esigenze sanitarie, perché né magistrati né avvocati dovrebbero andare in tribunale, e la presenza del personale di cancelleria sarebbe ridotta. Soprattutto ciò non richiederebbe i collaudi tecnologici necessari per le udienze da remoto. È evidente che si tratta di soluzioni emergenziali. Nessuno può ipotizzare che siano destinate a sostituire il processo civile ordinario, ma siamo in emergenza e questa va affrontata con strumenti di emergenza".
Un'ottima ricerca realizzata dal 2015 al 2018 da The European House - Ambrosetti sottolinea che "i ritardi della giustizia, e in particolare di quella civile, deprimono le capacità di fare impresa e generare ricchezza e sviluppo socio-economico, e generano un clima di sfiducia nei cittadini". In particolare, le inefficienze del sistema della giustizia impattano negativamente su cinque fronti. Primo, sulla struttura dei costi delle imprese, "attraverso maggiori oneri collegati alla lentezza del sistema, oltre che attraverso maggiori esborsi di natura legale".
Secondo, sull'allocazione e sul costo del credito, "dal momento che i tribunali non riescono pienamente a rispettare le tempistiche stabilite per la durata dei processi, facendo venir meno la minaccia dell'applicazione di sanzioni tempestive e creando così le condizioni per comportamenti opportunistici da parte di cittadini e imprese".
I creditori, incerti della tutela del proprio credito, "tenderanno a chiedere tassi d'interesse maggiori e concedere meno credito". Terzo, sulla natalità delle imprese, la loro capacità di entrare nel mercato e la competitività: "lo scarso rispetto per i meccanismi formali spinge i nuovi entranti a utilizzare canali informali. Ciò rappresenta una barriera all'ingresso dal momento che avvantaggia l'incumbent (ovvero l'operatore già insediato e attivo sul mercato) e diminuisce la probabilità di avere mercati competitivi, elastici ed efficienti". Quarto, sulla dimensione delle imprese: "una giustizia meno efficiente disincentiva la crescita occupazionale delle imprese e rappresenta uno dei maggiori ostacoli alla crescita dimensionale". Infine, sugli investimenti da parte delle imprese estere e italiane, perché "la mancata 'certezza del diritto' li rende più incerti, diminuendone il valore atteso e l'economicità".
Un altro fronte caldo è rappresentato dalla giustizia tributaria, se si considera che ogni anno il contenzioso tributario vale circa 40 miliardi di euro. Per Antonio Leone, ex membro laico del Csm, oggi a capo del Consiglio di presidenza della giustizia tributaria, una volta cessata la pandemia "sarebbe opportuno il ritorno alla normalità, senza ulteriori provvedimenti emergenziali che creano molti problemi interpretativi".
"Per normalità - aggiunge Leone - mi riferisco anche alle attuali disposizioni sul processo 'a distanza', soprattutto in ambito penale, che devono rimanere confinate a questo periodo di eccezionalità, dovendosi salvaguardare il principio costituzionale dell'oralità e del pieno contradditorio fra le parti". "Per la giustizia tributaria confido in un 'riequilibrio': il Cura Italia da un lato ha sospeso per poco più di due mesi e mezzo le attività di controllo, riscossione e contenzioso, dall'altro ha prorogato di due anni i termini per le attività di verifica da parte dell'Agenzia delle entrate, degli enti locali e altri enti impositori. L'emergenza Covid-19 non deve essere un pretesto per comprimere i diritti del cittadino contribuente", conclude Leone.
Secondo Pierantonio Zanettin, ex membro laico del Csm, oggi deputato di Forza Italia e avvocato, dopo l'emergenza "non torneremo a essere come prima". "Questa esperienza ci cambierà, perché abbiamo imparato tutti in queste settimane a lavorare in smart working. Nella giustizia dovremo implementare sempre di più il processo telematico. La strada per il processo civile è più facile rispetto al penale, perché il processo civile è prevalentemente documentale. Il ministro Bonafede non mi è sembrato così sensibile al tema, ma sono convinto che al ministero, di fronte a questa crisi epocale, inevitabilmente inizieranno a lavorare in questa direzione".
Zanettin è originario di Vicenza, ed è proprio qui che Bonafede potrebbe dare uno sguardo: "Siamo tra gli sperimentatori più efficaci del processo telematico e delle videoconferenze - spiega il deputato - Tutta la volontaria giurisdizione, ad esempio l'amministrazione di sostegno, viene fatta a distanza, con sistemi di videochiamata attraverso cui l'assistente sociale mette in comunicazione la persona fragile con il magistrato".
Il rilancio della giustizia civile, insomma, passa attraverso la digitalizzazione. In caso contrario, a pagare sarebbe l'intera economia: "Vicenza è una delle province più industrializzate d'Italia. Per noi da sempre avere una giustizia celere ed efficiente è un fattore di competitività economica. La paralisi, quindi, crea problemi pazzeschi. Il Veneto è però tra le regioni in cui il problema del coronavirus si è manifestato in modo maggiore, quindi in questo momento il problema della tutela sanitaria è altrettanto cruciale. Bisogna bilanciare queste due esigenze.
Un settore che, però, potrebbe essere sbloccato subito è quello dei decreti ingiuntivi, che oggi vengono tutti redatti, depositati e firmati attraverso il processo telematico e quindi non comportano rapporti diretti tra le persone. Un altro settore che potrebbe essere sbloccato è quello delle separazioni giudiziali, in cui si costringono alla convivenza forzata coniugi spesso in condizione di grave conflittualità (con rischi per la loro incolumità personale)".
di Anna Larussa
altalex.com, 15 aprile 2020
Legittimo il divieto di benefici per il sequestro di persona a scopo di estorsione, anche se è riconosciuta l'attenuante della lieve entità (Corte costituzionale, sentenza n. 52/2020). La Corte Costituzionale è stata chiamata a pronunciarsi sulla legittimità costituzionale dell'art. 4-bis, comma 1, della legge 26 luglio 1975, n. 354 (Norme sull'ordinamento penitenziario e sulla esecuzione delle misure privative e limitative della libertà), "nella parte in cui non esclude dal novero dei reati ivi ricompresi quello di cui all'art. 630 c.p., allorché sia stata riconosciuta l'attenuante del fatto di lieve entità, ai sensi della sentenza della Corte Costituzionale n°68 del 23 marzo 2012".
La questione - La questione è stata sollevata dal Tribunale di sorveglianza di Firenze chiamato a pronunciarsi sull'istanza di affidamento in prova al servizio sociale da parte di un detenuto in possesso di tutti i requisiti prescritti dall'art. 47 ordin. penit. (disponibilità di domicilio e lavoro, pena da espiare non superiore ai quattro anni), e pur tuttavia destinato a una declaratoria di inammissibilità per via dell'inclusione del reato ascrittogli (sequestro di persona a scopo di estorsione, contestato con l'attenuante del fatto di lieve entità) tra i delitti c.d. ostativi per i quali, in assenza di collaborazione con la giustizia e in mancanza della richiesta di accertamento della collaborazione cosiddetta impossibile o inesigibile, il beneficio non è concedibile.
In particolare il Tribunale di sorveglianza di Firenze ritiene che l'art. 4-bis, comma 1, ordin. penit. contrasti con l'art. 3 Cost., nella parte in cui parifica irragionevolmente un condannato per sequestro di persona a scopo di estorsione di "lieve entità" ai condannati per delitti di particolare allarme sociale che giustificarono l'introduzione del regime di rigore contemplato dall'art. 4-bis ordin. penit. nella sua versione originaria in quanto contraddistinti "dal necessario o almeno normale inserimento del reo in compagini criminose di gruppo o comunque collegate con organizzazioni criminali".
Tale carattere, secondo il remittente, sarebbe estraneo al reato di sequestro di persona tanto più in presenza dell'attenuante della lieve entità del fatto la quale, oltre a determinare una diminuzione di pena, implicherebbe "logicamente una valutazione di minore pericolosità degli autori o almeno un'attenuazione della presunzione di pericolosità".
La disposizione sarebbe inoltre in contrasto con l'art. 27 Cost., in quanto l'impedimento frapposto all'accesso alla misura alternativa dell'affidamento in prova ostacolerebbe il necessario e progressivo reinserimento nella società del condannato.
La sentenza - La Corte ha dichiarato infondata la questione ribadendo le valutazioni espresse in materia di permessi premio con sentenza n. 188 del 2019, secondo cui "l'unica adeguata definizione della disciplina di cui all'art. 4-bis ordin. penit. consiste nel sottolinearne la natura di disposizione speciale, di carattere restrittivo, in tema di concessione dei benefici penitenziari a determinate categorie di detenuti o internati, che si presumono socialmente pericolosi unicamente in ragione del titolo di reato per il quale la detenzione o l'internamento sono stati disposti"
In altre parole, l'art. 4-bis dell'ordinamento penitenziario troverebbe giustificazione, quanto alle restrizioni poste alla concessione dei benefici penitenziari, nella presunzione di pericolosità collegata esclusivamente al titolo di reato. In quest'ottica, il riconoscimento dell'attenuante non giustificherebbe, secondo i giudici della Consulta, l'espunzione dal catalogo dell'art. 4-bis della relativa fattispecie di reato poiché non priverebbe di validità, sul piano logico e statistico, la presunzione di pericolosità che nel tempo ha indotto il Legislatore ad ampliare il catalogo di reati con fattispecie anche tra loro eterogenee. Ed invero, la concessione dell'attenuante consente di adeguare la pena al caso concreto, ma non riguarda necessariamente l'oggettiva pericolosità del comportamento descritto dalla fattispecie astratta.
Per quanto concerne, nello specifico, la concessione dell'attenuante del fatto di lieve entità, la Corte ha pertanto concluso che la stessa è rilevante ai soli fini della dosimetria della pena adeguata al caso concreto, mentre, nella logica dell'attuale art. 4-bis, comma 1, ordin. penit., non risulta idonea a incidere, di per sé sola, sulla coerenza della scelta legislativa di ricollegare al sequestro con finalità estorsive un trattamento più rigoroso in fase di esecuzione, quale che sia la misura della pena inflitta nella sentenza di condanna.
tuttoggi.info, 15 aprile 2020
Il Garante regionale Anastasìa, "Non perdere l'occasione". 140mila euro da Cassa Ammende, altri 14mila dal Ministero della giustizia. Il Programma di intervento della Cassa delle Ammende per fronteggiare l'emergenza epidemiologica da Covid-19 negli Istituti Penitenziari ha destinato alla Regione Umbria 140mila euro, che si sommano ai circa 14mila euro messi a disposizione per l'Umbria dalla Direzione generale per l'esecuzione penale esterna del Ministero della giustizia nell'ambito del Progetto di inclusione sociale per persone senza fissa dimora in misura alternativa.
"Con queste risorse - dichiara il Garante delle persone private della libertà della Regione Umbria, Stefano Anastasìa - si potrà far fronte all'ultima delle preclusioni per l'esecuzione della pena al domicilio prevista dalla legge 199/2010 e dal decreto Cura Italia, la mancanza di un domicilio idoneo, e spesso proprio di un domicilio, di molti detenuti che scontano pene o residui di pena brevi o brevissimi. Si tratta, in questo caso, di una condizione che nulla ha a che fare con la pericolosità del richiedente o con la meritevolezza della sua condotta, ma esclusivamente con il suo benessere economico e le sue relazioni familiari e sociali: se sei solo e senza risorse, resti in carcere, anche se saresti potuto andare ai domiciliari.
Una evidente ingiustizia. Non perdiamo, dunque, l'occasione che è offerta da queste risorse per garantire quel minimo distanziamento sociale necessario anche in carcere per la prevenzione della diffusione del virus". "Gli uffici di sorveglianza, gli istituti penitenziari e gli uffici di esecuzione penale esterna - continua Anastasìa - stanno lavorando senza sosta per valutare le persone ammissibili a forme di esecuzione penale esterna, tutti consapevoli della necessità di ridurre le presenze in carcere in questo momento di emergenza.
Certo, sarebbero servite misure più coraggiose per ridurre la popolazione detenuta e speriamo che altre ne vengano, ma nel frattempo bisogna evitare che istanze accoglibili di esecuzione di pena al domicilio siano accantonate o, peggio, rigettate per il solo fatto che i potenziali beneficiari non abbiano una casa e qualcuno disposto ad accoglierli.
Faccio dunque appello agli enti di promozione sociale, alle associazioni di volontariato e a quanti altri possano intervenire in questo senso affinché manifestino la loro generosità e il loro impegno, rispondendo ai bandi che verranno fatti dalla Regione e dall'Uffici interdistrettuale per l'esecuzione penale esterna".
di Alessandro Giordano
Il Messaggero, 15 aprile 2020
Sono un Magistrato di Sorveglianza che tutti i giorni, da anni, si confronta con la complessa realtà carceraria. È innegabile considerare che in questo periodo la situazione negli Istituti penitenziari si sia aggravata improvvisamente per la cronica condizione di sovraffollamento, unita al rischio determinato dalla pandemia da Covid-19 che si è diffusa nel nostro Paese.
Si tratta di un pericolo per i detenuti, ma anche per il corpo di Polizia Penitenziaria e, più in generale, per gli operatori che lavorano all'interno del carcere. Di fronte a questa emergenza, Papa Francesco, nella messa del 6 aprile 2020, tenuta a Santa Marta, ha invitato a pregare per coloro che debbono prendere le decisioni, perché trovino "una strada giusta e creativa" per risolvere il problema.
Il Papa ha poi previsto per la Via Crucis della Pasqua 2020, appena passata, che le meditazioni provenissero da persone legate in qualche modo all'esecuzione della pena. Ritengo che questo invito, per l'autorevolezza religiosa, ma anche morale e civile, da cui proviene, non possa e non debba essere fatto cadere nel vuoto. Nella prospettiva indicata proporrei l'introduzione nel nostro ordinamento di una nuova misura che denominerei "Libertà Riparativa".
La misura è pensata per i detenuti che ne facciano richiesta con pena, anche residua, non superiore ai due anni di detenzione, si badi bene, che non siano stati condannati per i reati gravi o che non si trovino nelle condizioni preclusive già previste dalle leggi vigenti e può essere revocata in caso di violazione. Con questo beneficio ogni giorno di pena espiata in regime di detenzione si convertirebbe in un giorno di lavoro eseguito al servizio della collettività.
Al "Libero in Riparazione" verrebbe consentito di svolgere attività di volontariato presso soggetti pubblici o privati che abbiano fatto preventiva richiesta di avvalersi dello strumento. Si pensi, a titolo esemplificativo, alla Caritas, alla Croce Rossa, alle Comunità di recupero e di sostegno, ma anche ai Ministeri, agli Enti locali, agli stessi Uffici Giudiziari, per soddisfare esigenze di interesse collettivo, come il trasporto di generi alimentari, di medicinali, di indumenti oppure dirette alla cura del verde, dell'igiene degli spazi pubblici, della manutenzione delle strade o alle attività di ufficio, come l'archiviazione, l'accettazione, la risposta ai cali center ed altro.
In sostanza, lo schema accennato della "Libertà Riparativa", si muove nel solco di istituti giuridici già esistenti, ma si caratterizza per la celerità della procedura, anche perché subordinata ad una mera verifica sull'ammissibilità dei presupposti da parte del Magistrato, mentre gli Uffici competenti sovrintendono soltanto all'andamento della stessa.
La "Libertà Riparativa" si prefigge lo scopo di coniugare le esigenze, anche costituzionalmente garantite, dello svolgimento della pena in una condizione umana e non degradante, ma anche dell'effettivo assoggettamento del reo alla sanzione penale, della funzione rieducativa della pena, unita al valore riparatorio, di emenda sociale, rispetto al vulnus arrecato alla collettività con la commissione del reato. Qualunque soluzione sia prescelta, auspico che il legislatore sia sensibile all'invito del Papa e percorra una strada "giusta", per dare una risposta urgente al problema che da oggi si è venuto a creare per il mondo degli Istituti di pena.
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