di Fiorenza Elisabetta Aini
gnewsonline.it, 16 aprile 2020
Quando è arrivato lo tsunami Covid-19 che non ha guardato in faccia niente e nessuno, che non ha incontrato muri a ostacolarlo ma che solo la lontananza fra gli esseri umani ha potuto arginarlo, anche nelle carceri il mondo è cambiato. E quanto si è via via costruito negli anni con impegno e dedizione, grazie alle persone che ogni mattina entravano per portare ai detenuti conoscenza e lavoro, conforto e speranza, e agli insegnanti che facevano lezione, ha dovuto percorrere strade diverse, così da preservare la salute dei detenuti dalla diffusione del contagio.
Massimo Ziccone, responsabile dell'Area educativa della casa circondariale Dozza, e Roberto Lolli, presidente dell'Associazione volontari per il carcere, allora sono andati in commissione "Parità e pari opportunità" a Palazzo D'Accursio, sede del Comune di Bologna, a spiegare che c'era una possibilità per "rimodulare a distanza" i servizi interrotti. Il progetto, hanno spiegato, prevede il coinvolgimento di una radio attraverso la quale far arrivare in carcere le voci di insegnanti e volontari, Garanti comunale e regionale dei diritti dei detenuti, rappresentanti delle fedi religiose.
Il progetto, grazie a Radio Città Fujiko, da lunedì 13 aprile è diventato realtà: l'emittente ha iniziato a trasmettere dalle 9 del mattino, per mezz'ora, dal lunedì al venerdì, "Liberi dentro - Eduradio per il carcere", un programma che prende il nome dal blog attorno al quale sono organizzate le voci e le energie di coloro che si dedicano ai detenuti.
"Il programma - spiega il comunicato del Comune di Bologna - sarà così in grado di raggiungere quanti più detenuti possibile e di colmare il vuoto creatosi, almeno in via provvisoria, finché non sarà possibile ripristinare le varie attività dentro il carcere. Proprio a questo scopo, i detenuti verranno forniti di radio acquistate dalla rete dei promotori e donate al carcere". Le trasmissioni potranno essere riascoltate anche in podcast sul blog Liberi dentro.
Le prime due puntate sono andate in onda e, con Francesca Candioli e Caterina Bombarda a condurre da studio, la parola d'ordine è già stata lanciata: "Ripresa". Riprendere in mano le attività sospese a causa del Coronavirus e riprendere in mano la propria vita. La seconda puntata ha registrato la gradita presenza del costituzionalista Valerio Onida che, nella rubrica "Constitution on air", curata dai ragazzi del centro Poggeschi, ha parlato dei diritti in carcere.
sienafree.it, 16 aprile 2020
L'emergenza Covid-19 si combatte anche con la cultura, unita alla solidarietà. Grazie al bel gesto della Casa Circondariale "Santo Spirito" di Siena, i professionisti dell'area Covid dell'Azienda ospedaliero-universitaria Senese riceveranno in dono 100 copie del libro "17 storie per 17 Contrade", un volume di storie fantastiche ispirate ai simboli delle Contrade, realizzato con il coordinamento di Michele Campanini, illustrazioni di Monica Minucci, copertina di Emilio Giannelli, edizioni Betti. Il libro contiene fiabe che prendono spunto dagli animali e dai simboli delle diciassette consorelle, con un'ambientazione fantastica e richiami a Siena e alle sue tradizioni.
"Un bel gesto di solidarietà e di speranza - afferma Valtere Giovannini, direttore generale. Ringrazio il direttore della Casa Circondariale, Sergio La Montagna, per aver pensato ai nostri professionisti, che potranno leggere il libro a casa con i loro cari e magari con i loro bambini.
Leggere aiuta gli adulti a distrarsi e abitua i bambini a pensare a realtà possibili e diverse dalla propria, a stimolare la fantasia e a provare a pensare come affrontare le difficoltà, proprio come quelle imposte dall'emergenza del coronavirus, che ha cambiato anche la vita di tanti bambini e delle loro famiglie. È proprio attraverso la lettura che si può parlare ai bambini di emozioni difficili, sia da comprendere che da accettare, e credo sia un ottimo modo anche per spiegare loro il significato del dono ricevuto e del lavoro che lo ha ispirato".
di Luca Doninelli
Il Giornale, 16 aprile 2020
Il criminologo Adolfo Ceretti racconta il lungo e difficile percorso per provare a riabilitare i colpevoli. Lo incontrai per caso, una sera, a una riunione alla quale non dovevo prendere parte, e dopo averlo ascoltato per cinque minuti desiderai ardentemente diventare suo amico. Per me fu come avere scoperto un fratello sconosciuto.
Scommetto che è anche interista, dissi tra me. Lo era. Goethe le chiamò affinità elettive. Non so per lui (non gliel'ho mai chiesto e non lo voglio sapere) ma per me si trattò di questo. Adolfo Ceretti è una delle non moltissime persone che illuminano e danno prestigio al nostro Paese. Sono felice di essere italiano anche perché c'è lui.
Per chi non lo conosce, dirò che Adolfo Ceretti è un criminologo di fama mondiale, professore ordinario all'Università Bicocca di Milano e visiting professor all'Università Federale di Rio de Janeiro. A lui dobbiamo, tra le altre cose, l'introduzione in Italia - con diversi contributi originali - dell'idea di giustizia riparativa. La sera in cui lo conobbi era appunto di questo che si parlava.
La sua vicenda umana, intellettuale e professionale si dispiega in uno dei libri più belli e importanti di questi anni, "Il diavolo mi accarezza i capelli", scritto con l'aiuto redazionale, sempre umile e intelligente, di Niccolò Nisivoccia e edito da Il Saggiatore (pagg. 336, euro 25).
Per giustizia riparativa s'intende l'istituzione di percorsi volti a leggere il reato non secondo le azioni commesse (che sono l'oggetto della giustizia ordinaria, che accerta e commisura delitti e pene) ma secondo le persone che le hanno commesse e subite. Un buco nero nella giustizia ordinaria è sempre stato quello relativo alle vittime: la sola giustizia in cui chi ha subito un torto può sperare è di vedere punito il colpevole. Per lui non c'è altro.
Ma gli anni del terrorismo maturarono in Ceretti la persuasione che questo non bastasse: era necessario offrire a chi aveva ucciso e ai familiari di chi era stato ucciso - gli uni come gli altri entrati poi in un tunnel di ira, di rancore, di risentimento, di depressione, di esclusione sociale da cui era quasi impossibile uscire - la possibilità di rimettersi in cammino. La giustizia riparativa non condanna, non assolve, non giudica. Cerca, attraverso un difficile lavoro di mediazione, sempre in stretto rapporto con la legge, di offrire a vitime e colpevoli la possibilità di un cammino, di un avvicinamento, di una lettura nuova delle proprie azioni e delle proprie posizioni, di uno spostamento dello sguardo su di sé.
Le azioni possono edificare un uomo oppure spezzarlo, e un uomo spezzato rimane spezzato anche dopo anni di carcere, se non interviene per lui una possibilità nuova. Se solo un dio può rifare veramente un uomo da capo, la giustizia umana può almeno oltrepassare l'aspetto punitivo e cercare di riparare le sue azioni, aiutandolo a spostarsi dalla catena di effetti che il crimine (per chi l'ha commesso) e il rancore (per chi l'ha subito) hanno stretto intorno a lui.
Chiamato a condurre questo lavoro di mediazione in alcuni dei casi più celebri della nostra storia recente (da Garlasco a Omar e Erika), Adolfo Ceretti ha messo in gioco questa idea rischiando tutto sé stesso. Mi è capitato un paio di volte di vederlo, reduce da una seduta di mediazione: appariva non solo sfinito, ma distrutto interiormente, perché mantenere l'equidistanza in casi di rapporto tra vittima e carnefice richiede la capacità di rischiare sé stessi in toto, mente e cuore.
"Il diavolo mi accarezza i capelli" è un libro eccezionale per tante ragioni, compresa la grazia e la discrezione con la quale l'autore ci introduce a una scommessa che fu, alla fine, la stessa di Dante: attraversare l'inferno lasciandosene toccare in profondità ma poi uscirne con qualcosa di prezioso per tutti: un frammento di libertà in più. È un libro eccezionale per la densità dell'esperienza umana che racconta, per la tenacia con la quale l'autore non separa la vita professionale da quella personale, e per la tensione di cui è testimone: quella di far sì che tutto ciò di cui siamo fatti - incluse tutte le nostre fragilità - possa essere fattore di costruzione per noi stessi e di utilità per il mondo (che è, poi, la definizione più puntuale della parola etica, la quale non consiste certo in un sistema di regole).
Consiglio poi questo libro a tutti gli scrittori. Non solo e non tanto per la puntuale descrizione delle complessità procedurali ma perché mette a tema la complessità vera, quella delle azioni umane, la loro non-riducibilità a un solo criterio di lettura (giuridico, psicologico, psicanalitico, sociologico, politico, religioso ecc.). È importante che uno scrittore giunga alla semplicità, ma è anche bene ricordarsi che raccontare è un'azione matematica, e che la matematica è difficile fin dai suoi fondamenti.
Infine, consiglio questo libro perché è, fin dalle prime pagine, un libro pieno di incontri. Il destino non è l'opera di un dio-ingegnere o di un dio-orologiaio, ma si realizza attraverso incontri spesso causali, che possono generare amicizie, fascino ma anche devastazioni. La quantità e la ricchezza degli incontri di una vita danno una buona misura dell'uomo. E gli incontri si vedono in filigrana sulla faccia, nelle parole, nello sguardo di quell'uomo. Che ne parli o no, è secondario.
di Arianna Farinelli*
La Repubblica, 16 aprile 2020
Gli Usa hanno la popolazione carceraria più grande del mondo, due milioni e mezzo di persone. L'emergenza ha convinto le autorità a liberare parzialmente il carcere di Rikers Island. Qui il numero di positivi è sette volte superiore a quello registrato in città. I positivi vengono isolati. Gli altri condividono spazi angusti. La pandemia non è democratica e non colpisce tutti allo stesso modo. Soprattutto in una città come New York il virus distingue per età, sesso, occupazione, colore della pelle, codice di avviamento postale, reddito e fedina penale. I quartieri con più decessi sono anche i più multietnici, quelli più densamente popolati e con il maggior numero di persone sotto la soglia di povertà. Il distanziamento sociale non è un privilegio per tutti e oggi le persone più a rischio sono i detenuti.
Il Board of Correction di New York ha raccomandato la liberazione di circa duemila reclusi per rallentare la diffusione del contagio. Micheal Tyson è morto per il coronavirus il 6 aprile scorso. Aveva 53 anni e diverse patologie. Era tornato in carcere a Rikers Island per aver violato la libertà vigilata. Di Micheal mi racconta Gabriella Ferrara, una giovane avvocatessa di 30 anni di origini italiane che lavora per la Legal Aid Society, una organizzazione non governativa che difende gli indigenti.
Le chiedo anzitutto perché una laureata alla Georgetown University decida di dedicarsi agli indigenti invece di lavorare in un ricco studio legale di Manhattan. Gabriella mi risponde che ha deciso di studiare legge anni prima per tentare di rendere il sistema giudiziario americano più giusto. Gli Stati Uniti hanno la popolazione carceraria più grande del mondo con due milioni e mezzo di persone. La maggioranza dei detenuti è di origini afroamericane e ispaniche, malgrado questi gruppi etnici rappresentino solo il 12 e il 18 percento rispettivamente della popolazione totale.
Delle prigioni americane mi sono occupata a lungo mentre lavoravo alla stesura del mio primo romanzo. Dai miei studi ho imparato che l'alta concentrazione di minoranze etniche ha radici storiche profonde. È il risultato di un sistema giudiziario che per anni ha permesso la pratica dello stop and frisk, letteralmente ferma e perquisisci, soprattutto nei confronti di afroamericani e ispanici e ha inasprito le pene per reati più comunemente commessi dai meno abbienti.
Nel 1986, il Congresso americano approvò una legge che puniva i possessori di una dose di crack da cinque grammi (del valore di due dollari e mezzo) con una pena minima di cinque anni di carcere, la stessa di chi veniva trovato in possesso di mezzo chilo di cocaina, la droga dei ricchi. In questo modo finirono in carcere decine di migliaia di persone. La chiamarono incarcerazione di massa. Una volta fuori dal carcere queste persone persero tutto: il diritto al voto, alla casa, al lavoro, all'assistenza.
"È questo il nuovo razzismo, le nuove leggi Jim Crow," scriveva l'attivista americana Michelle Alexander. Rikers Island è una delle prigioni più dure del Paese. In linea d'aria è a pochi chilometri di distanza da casa mia a Manhattan, forse per questo ho deciso di ambientare lì un capitolo del mio romanzo. Rikers si trova in un'isola al centro dell'East River, tra il Bronx e il Queens. In passato è stata la sede di una discarica, poi di un allevamento di maiali e a partire dagli anni Trenta del Novecento è divenuta una delle prigioni più grandi del mondo (fino a ventimila detenuti negli anni Novanta).
Le carceri in America sono quasi sempre lontane dai centri abitati. Sono nascoste, protette dagli sguardi, separate dalle vite degli altri. In questo modo è più facile dimenticarsi di chi sta dentro. I detenuti diventato come l'uomo nero del quadro di Kerry James Marshall: visibili eppure invisibili, presenti eppure assenti. Negli ultimi dieci anni Rikers è diventata famosa per le violenze subite dai detenuti, spesso adolescenti, rinchiusi per settimane in celle di isolamento di pochissimi metri quadri, senza aria condizionata né carta igienica. Sono anni che gli attivisti di New York si battono per la chiusura di Rikers Island. Il sindaco, Bill de Blasio, sta lavorando da tempo a un progetto per chiudere il carcere e ridistribuire i detenuti negli altri istituti di pena della città.
Ma finora ben poco è stato fatto. Doveva giungere una pandemia per convincere le autorità a liberare anche solo parzialmente il carcere. Oggi a Rikers il numero di positivi è sette volte superiore a quello registrato in città. Sono 287 i detenuti ammalati ancora in prigione e ci sono già 441 casi tra il personale carcerario. Nel carcere i positivi vengono isolati. Gli altri si trovano a condividere spazi angusti, con 50 detenuti per dormitorio. L'igiene era precaria anche prima. Manca il sapone e molti bagni sono fuori servizio.
Nelle ultime settimane, il sindaco ha finalmente accettato di rimettere in libertà i detenuti con più di 50 anni d'età, quelli con patologie o con pene minime. Ma molti lasciano il carcere senza ricevere il test e senza alcun obbligo di rimanere in quarantena una volta tornati a casa. In questo modo il contagio non si arresta. Nel frattempo, gruppi di attivisti come la Legal Aid Society per cui lavora Gabriella raccolgono fondi per pagare la cauzione a chi a Rikers è in attesa di processo e non ha risorse proprie.
Gabriella mi racconta che Legal Aid fornisce ai detenuti che escono dal carcere una casa dove passare la quarantena, i medicinali di cui hanno bisogno e la spesa settimanale. Solo nelle ultime due settimane hanno già aiutato 26 persone. Doveva arrivare la pandemia perché le cose cominciassero a cambiare a New York. A fronte di una politica lenta e ottusa, la città deve sperare in Gabriella e negli avvocati come lei per avere un sistema giudiziario finalmente più giusto. Come scriveva James Baldwin "nel momento in cui credevo che tutto fosse perduto, la mia prigione tremò e caddero le mie catene... noi non saremo mai liberi finché loro non saranno liberi".
*L'autrice ha pubblicato il romanzo "Gotico americano", 288 pag Editore: Bompiani; Collana: Munizioni. Anno edizione: 2020
di Francesco Maselli
linkiesta.it, 16 aprile 2020
Le carceri francesi erano sovraffollate come quelle italiane, ma il coronavirus ha spinto il governo a intervenire prima che la situazione diventasse insostenibile. Grazie a questa politica e a una serie di attenzioni nei confronti dei carcerati Parigi ha evitato rivolte.
Mercoledì mattina il direttore dell'Amministrazione penitenziari francese, Stéphane Bredin, ha annunciato in un'audizione all'Assemblea nazionale che nell'ultimo mese il numero di detenuti è diminuito di 9.923 unità: "L'impatto della crisi sui numeri delle detenzioni è stato molto elevato, la densità di popolazione è ormai vicina al 103%, il tasso di sovrappopolazione è diminuito del 22 % dall'inizio della crisi".
Il sistema penitenziario francese beneficia del rallentamento dell'attività giudiziaria, che diminuisce l'afflusso in carcere dei cosiddetti "nuovi giunti" e delle liberazioni anticipate decise dal governo per evitare che le prigioni diventino dei luoghi ideali per la propagazione del contagio. In condizioni normali, la Francia contava 72.400 detenuti, con un tasso di occupazione rispetto ai posti disponibili 60 del 119%, numeri che hanno portato a una condanna da parte della Corte europea dei diritti dell'Uomo lo scorso gennaio.
La situazione italiana, seppur in miglioramento, continua a essere preoccupante: il 31 marzo il Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) ha reso noto che le carceri italiane ospitano 57.846 detenuti rispetto a una capienza di 50.754. Dall'inizio della crisi l'Italia ha liberato circa 4mila persone, un numero troppo basso rispetto al sovraffollamento cronico di cui soffrono gli istituti penitenziari.
Poco dopo la dichiarazione dello stato d'emergenza sanitaria il governo francese ha emanato un'ordinanza per rendere più semplici le scarcerazioni anticipate per chi ha un residuo di pena inferiore a due mesi, per ragioni sanitarie, o per i detenuti che sono in carcere a seguito di una misura cautelare. È stata inoltre inviata una circolare ai tribunali per chiedere di differire le detenzioni per i condannati a pene brevi, e di disporre la carcerazione preventiva soltanto ai casi più gravi.
Lo scorso 25 marzo la ministra della Giustizia, Nicole Belloubet, ha spiegato che le scarcerazioni non si applicano ai "terroristi, ai criminali più pericolosi, e ai condannati per dei fatti di violenza avvenuti in un contesto familiare". Belloubet ha anche chiarito che i 25 detenuti radicalizzati usciti dal carcere in questo periodo non hanno usufruito delle agevolazioni introdotte dal governo, ma hanno semplicemente finito di scontare la loro pena in modo naturale.
All'inizio dell'epidemia in alcune carceri, come in quella di Grasse, c'erano state proteste da parte dei detenuti, privati dei colloqui come in Italia e potenzialmente senza difese di fronte al contagio. Per evitare rivolte vere e proprie l'amministrazione francese ha predisposto una serie di misure: televisione via cavo gratuita, passeggiate fuori dalle celle più frequenti, permesso di utilizzare i cellulari, un sostegno di 40 euro al mese per poter comprare sigarette e generi alimentari.
Le attenzioni, unite alla diminuzione della popolazione carceraria, hanno evitato finora situazioni di tensione e limitato i casi di contagio. Dal primo marzo circa 70 detenuti e 272 agenti di polizia penitenziaria sono risultati positivi al coronavirus; 900 agenti sono invece in isolamento domiciliare. In teoria, ogni nuovo detenuto deve essere posto in isolamento, in pratica soltanto 700 persone hanno passato un periodo senza avere contatti con altri detenuti, a fronte di circa 60 nuovi giunti al giorno.
di Alessio Scarcella*
quotidianogiuridico.it, 16 aprile 2020
Violata la Cedu. Pronunciandosi su un caso "belga" in cui si discuteva della legittimità del comportamento assunto dalle autorità giudiziarie che, chiamate ad investigare sui ripetuti tentativi di suicidio di un detenuto in carcere, avevano archiviato i procedimenti senza approfondire le ragioni del disagio dell'uomo che più volte aveva tentato di togliersi la vita in carcere, la Corte europea dei diritti dell'uomo, pur escludendo, a maggioranza (sentenza 31 marzo 2020, n. 82284/17), che vi fosse stata una violazione dell'art. 2, ha invece, all'unanimità, ritenuto violata la norma convenzionale di cui all'art. 3 della Cedu.
Il caso riguardava un uomo che soffriva di un disturbo psicologico che aveva posto in essere plurimi tentativi di suicidio durante il periodo in cui si trovava in stato di custodia cautelare nel carcere di Arlon. La Corte Edu ha ritenuto che l'articolo 2 fosse applicabile nel caso di specie in quanto la natura stessa delle sue azioni (ripetuti tentativi di suicidio) ne avevano messo a rischio la vita, in maniera concreta ed imminente.
La Corte ha tuttavia ritenuto che le misure adottate dalle autorità belghe erano state effettivamente idonee ad impedire al detenuto il suicidio. La Corte ha, tuttavia, accertato che l'uomo aveva patito un sentimento di angoscia e, comunque, si era trovato in una situazione di difficoltà di intensità superiore a quel livello di sofferenza evitabile inerente alle condizioni di detenzione, in particolare a causa della mancanza di cure mediche, di vigilanza e trattamento sanitario durante i suoi due periodi di detenzione, cui si aggiungeva il fatto di essere stato collocato in un cella di isolamento per tre giorni quale sanzione disciplinare, nonostante i suoi ripetuti tentativi di suicidio. L'inchiesta successiva che ne era seguita al riguardo era stata inoltre inefficace.
*Consigliere della Corte Suprema di Cassazione
di Alessio Scarcella*
quotidianogiuridico.it, 16 aprile 2020
Violata la Cedu. Pronunciandosi su un caso "georgiano" in cui si discuteva della legittimità dei provvedimenti adottati dalle autorità investigative e giudiziarie nei confronti dei pubblici ufficiali che avevano causato la morte dei parenti dei ricorrenti, mentre gli stessi si trovavano detenuti in carcere, la Corte europea dei diritti dell'uomo ha, all'unanimità, ritenuto violata la norma convenzionale di cui all'art. 2 (diritto alla vita) della Convenzione europea dei diritti dell'uomo in entrambi i suoi aspetti, procedurali e sostanziali.
Il caso riguardava la morte dei parenti dei ricorrenti durante un'operazione di polizia per reprimere una rivolta nella prigione in cui erano detenuti. Innanzitutto, la Corte (sentenza 2 aprile 2020, nn. 8938/07 e 41891/07) ha riscontrato varie carenze nelle indagini delle autorità in merito ai fatti scaturiti dalle azioni antisommossa che avevano reagito a disordini nella prigione, e che poi avevano portato all'uccisione dei parenti dei ricorrenti, in quel momento ivi detenuti.
A titolo esemplificativo, le prime attività di indagine erano state svolte dalla stessa istituzione, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, che aveva disposto ed eseguito le misure anti sommossa. La Corte ha anche riscontrato che, mentre l'azione delle forze dell'ordine avrebbe potuto essere giustificata nel decidere di usare la forza per reprimere una sommossa causata dai detenuti durante la rivolta, il livello di forza utilizzato non era stato tuttavia assolutamente necessario. Ciò era stato dimostrato, tra le altre cose, dalla mancanza di una appropriata pianificazione della risposta delle forze dell'ordine, dal fatto che l'uso della forza era stato indiscriminato ed eccessivo e, infine, dal fatto che le autorità non fossero riuscite a fornire successivamente un'adeguata assistenza medica ai detenuti.
*Consigliere della Corte Suprema di Cassazione
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 16 aprile 2020
Deportati, detenuti o costretti in quarantene forzose: i lavoratori stranieri pilastro delle economie delle petromonarchie sono i capri espiatori del Covid-19. Senza salario né aiuti. Deportati, detenuti o costretti in quarantena in campi lavoro sovraffollati: accade ai lavoratori migranti nei paesi del Golfo, lussuose e inique petromonarchie che hanno fatto del lavoro migrante sottopagato e in condizioni di semi schiavitù un pilastro delle proprie economie. E che ora, con l'epidemia di Covid-19 li cacciano o li sottopongono a misure di contenimento speciali, nella comoda presunzione che siano loro i veicoli del virus.
Etiopi, egiziani, indiani, filippini, pachistani, muratori, lavoratrici domestiche, autisti, infermieri, il destino è lo stesso. Nelle ultime settimane Arabia saudita ed Emirati arabi hanno deportato ad Addis Abeba migliaia di etiopi, lavoratori senza documenti che hanno impiegato mesi se non anni per raggiungere il Golfo, dopo aver attraversato il Mar Rosso e poi lo Yemen in guerra. Per ritrovarsi con i passaporti sequestrati dai datori di lavoro - l'odioso sistema della kafala - e con impieghi pagati pochissimo e senza diritti.
Conferma la ministra della salute etiope, Lia Tadesse: "I lavoratori etiopi sono stati costretti a tornare, una situazione che diventa per noi una sfida per contenere il virus". Identico appello dall'Onu: "I movimenti migratori di larga scala - dice Catherine Sozi, coordinatrice umanitaria delle Nazioni unite in Etiopia - rendono la continuazione della trasmissione del virus molto più probabile. Chiediamo la sospensione delle deportazioni".
A marzo ne sono stati rimandati indietro 2.870, altri 3mila sono in procinto di essere espulsi. Degli 82 casi positivi in Etiopia, oltre la metà sono di rientro dal Golfo. Perché, in attesa della deportazione, i migranti vengono chiusi in centri di detenzione - denunciava a inizio aprile Human Rights Watch - dove la velocità del contagio si moltiplica. E chi non è deportato o detenuto, è costretto a quarantene forzose, a misure di contenimento ben diverse da quelle a cui sono sottoposti i cittadini dei regni del Golfo. Negli Emirati, in Arabia saudita, Qatar, Oman e Kuwait intere aree dove risiedono poveri e migranti sono state chiuse, non si entra e non si esce, mentre i campi di lavoro (città-dormitorio dove sono reclusi in centinaia di migliaia, in stanze piccole e sovraffollate) sono stati parzialmente sanificati ma privati di ogni sostegno esterno. È proprio qui, dicono medici emiratini alla Reuters, che si registrano i focolai: in troppi e troppo vicini, in condizioni igieniche precarie e ora senza stipendio. Non si tratta di porzioni piccole di popolazione ma della maggioranza: secondo l'Organizzazione internazionale del Lavoro, nel 2019 i migranti nei sei paesi del Consiglio di Cooperazione del Golfo erano 35 milioni, in media il 70,4% della popolazione dei singoli Stati, con il record del Qatar dove solo il 10% dei residenti è cittadino qatariota.
Eppure gli aiuti previsti dai vari regimi (spiccano i 2,4 miliardi messi sul piatto dalla corona saudita) andranno ai soli cittadini, non ai lavoratori stranieri. Una follia etica, ma anche economica: società che vivono del lavoro straniero collasserebbero senza le braccia dei migranti. A sostenere gli stranieri chiusi in edifici abbandonati o stanze sovraffollate negli Emirati arabi e in Bahrain, riporta la Reuters, sono volontari e associazioni di beneficenza che arrivano dove lo Stato non ha interesse ad arrivare. Obbligati a lasciare il lavoro dal lockdown, senza risparmi a causa di bassi salari e rimesse verso casa, moltissimi non possono permettersi un pasto e sopravvivono delle donazioni di organizzazioni locali. Non hanno paura di morire di Covid, hanno paura di morire di fame. E montano i primi screzi diplomatici: Abu Dhabi ha minacciato India, Bangladesh e Pakistan - che di veder tornare indietro migliaia di lavoratori non hanno alcuna intenzione - di bloccare memorandum d'intesa ancora pendenti e di ridurre in futuro le quote di ingressi per motivi di lavoro.
Risponde Islamabad per bocca dello special assistant del primo ministro: "Stiamo aspettando per creare il giusto meccanismo, così da non appesantire il sistema riportando qui le persone". Altri, come Bangladesh e Filippine, invieranno denaro agli uffici locali per assistere i propri cittadini.
di Luca Geronico
Avvenire, 16 aprile 2020
Caritas Italiana, alla vigilia dell'anniversario, analizza la figura femminile: sono due volte vittime, subendo spesso discriminazioni e violenze di genere, fino allo stupro utilizzato come arma
Una donna siriana con la figlia tra il fango del campo profughi di Moria sull'isola greca di Moria.
È come "calce viva sulla pelle delle donne" questa guerra in Siria. Barili bomba, raid dal cielo di jet militari, attacchi di eserciti e rappresaglie di milizie, città rase al suolo come Idlib in questi ultimi mesi - Aleppo Est, Homs, Hama, Damasco e la Goutha, negli anni passati - e soprattutto una vita senza più una dimora: calce viva, appunto, che scava piaghe sanguinanti nella carne e "buchi neri" nell'anima. Eppure sono "donne che resistono"; questo il titolo del rapporto di Caritas Italiana presentato oggi per rompere il silenzio sulla sofferenza, ma anche sulla resilienza al femminile. "Non solo vittime della guerra, ma parti attive del Paese che verrà", afferma Caritas che - dopo aver inquadrato il conflitto siriano giunto ormai a una magnitudine da guerra mondiale, tratteggia il volto femminile di queste vittime: 28.076 le donne morte dal marzo 2011 al novembre 2019 secondo il Syrian network for human right, 10.363 le donne detenute e di cui - sempre dal 2011 - non si è saputo più nulla. Cifre da considerare evidentemente per difetto, se stime concordi di vari istituti scientifici, attestano ad oltre 570mila le vittime in questi nove anni di guerra.
E ora tra i 960mila profughi di Idlib - la peggiore catastrofe umanitaria in corso della Terra, confrontabile solo con lo Yemen - l'81% sono donne. Tutte "vittime violentate da una guerra che non hanno scelto, perché sono gli uomini a pianificare la guerra"; e anche, come le donne curde del Ypg, nel Rojava, "combattenti con il kalashnikov in spalla"; e anche, "attiviste armate di parole" e che in un contesto maschilista e clanico, pagano la loro emancipazione fino alla morte come la curda Hevrin Khalaf, ex leader politica del Future Syrian Party. Ma soprattutto, lontane da qualsiasi ribalta mediatica, queste donne che ora fuggono da Idlib e provincia e si ammassano verso il confine siriano, sono quasi sempre "mater familias", perché i mariti e i padri sono scomparsi o impegnati al fronte.
E così queste donne, percepite nell'immaginario dell'Occidente come le "eternamente succubi", ora si trovano a dover garantire una ciotola di riso, una tenda e se mai fosse possibile un quaderno, una penna e un libro di testo ai loro figli. Queste "mater familias" devono sopportare sulla loro pelle tutto questo: l'essere vedove o donne sole le rende, in un contesto che si può definire di guerriglia urbana diffusa, ancora più vulnerabili: di fatto sono in aumento quelle che gli psicologi chiamano le "negative coping strategies", vale a dire l'abbandono scolastico, il subire molestie per avere l'accesso agli aiuti. In aumento, sempre in questo contesto, pure le spose bambine come il "nikak al-mutah" - i matrimoni temporanei delle ragazze - per garantirsi, anche solo per poco, vitto e alloggio.
Nel Rojava, affermano gli analisti di Caritas Italiana, le recenti vicende belliche hanno aumentato gli stupri di guerra, spesso intesi come forme di ritorsione verso esperimenti sociali di emancipazione e governo al femminile, di cui il villaggio di Jinwar - "luogo delle donne" - è un modello da combattere. Così, afferma il rapporto Caritas, in tutta la Siria "le donne continuano a essere le vittime della violenza dei vari attori in campo - dal regime di Damasco, alle Syrian Democratic Forces, alla composita galassia jihadista, fino alle forze americane e sovietiche presenti sul territorio che impiegano l'uso di stupri, violenze, uccisioni come strumento funzionale alla causa delle rispettive propagande".
Un paragrafo del dossier Caritas è dedicato pure alle donne del jihad, in gran parte "foreign fighter" reduci da Raqqa, ora detenute nel campo di al-Hol, nel Rojava, che in un contesto di "radicalizzazione in cattività", ora crescono i loro figli come "bombe a orologeria". Entrando domani nel decimo anno di guerra in Siria, il dossier afferma che dalle ferite di queste donne può nascere una capacità di riscatto e di riconciliazione da intendersi non come semplice assenza di conflitti.
Per questo Caritas, rifacendosi alla risoluzione 1.325 dell'Onu, auspica che le donne siriane siano effettivamente coinvolte nei negoziati, come pure nelle forme di intervento umanitario sul campo "assicurando la loro effettiva partecipazione ai processi di ricostruzione".
Gli aiuti umanitari devono essere organizzati privilegiando le categorie più vulnerabili e la distribuzione sia organizzata in modo da ridurre il rischio delle donne di subire violenza. Nel post conflitto - la cosiddetta "guerra dopo la guerra" - va garantita l'educazione sia in condizioni di emergenza sia in condizioni ordinarie. Infine, fra i crimini di guerra che andranno perseguiti non appena possibile, lo stupro e altre forme di violenza e discriminazione femminile. Donne che resistono, per generare la nuova Siria.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 15 aprile 2020
Tra i detenuti continua a diffondersi il contagio: la comunità carceraria conta nel suo insieme trecento positivi. Se il bollettino generale registra nelle ultime 24 ore altri 566 decessi, per un totale di 20.465 deceduti, i dati che riguardano la diffusione del virus in carcere arrivano con il contagocce. Il fatto che non si sottopongano ancora i detenuti al promesso screening massivo impedisce di conoscere le dimensioni del fenomeno.
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