di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 17 aprile 2020
Rinchiuso a Massa, ogni giorno produce quasi 170 mascherine. Come lui, altri carcerati fabbricano protezioni per agenti penitenziari, medici e infermieri. Al carcere di Massa i detenuti fabbricano mascherine per agenti penitenziari, medici e infermieri. Le loro mascherine finiscono in altri penitenziari, nelle Asl e negli ospedali. Loro non possono uscire, restano reclusi, ma i loro prodotti escono all'esterno e costituiscono una specie di salva vita per chi sta fuori.
"E per noi questa è davvero una bellissima soddisfazione - dice Luis, uno dei detenuti del carcere di Massa - e questo lavoro quotidiano nella produzione di mascherine è per me un motivo di grande entusiasmo. Ogni giorno produco quasi 170 mascherine. Mi fa stare bene pensare che stiamo facendo qualcosa per la comunità, per tutte quelle persone che si devono proteggere da questo virus che sta mettendo a dura prova la nostra umanità che si credeva invincibile".
È felice Luis di questa opportunità: "Così trascorriamo le giornate e ci rendiamo utili, diamo senso alle nostre vite, il carcere non è soltanto punizione ma anche opportunità lavorativa, possiamo coltivare una professione e magari portarla avanti quando usciremo da qui". Complessivamente sono circa 8mila alla settimana le mascherine chirurgiche prodotte nel carcere di Massa, circa 1.200 al giorno al giorno. Nel carcere massese i reclusi erano già abituati a lavorare in questo ambito vista la presenza di uno strutturato laboratorio che produceva lenzuola per l'amministrazione penitenziaria. "Di fronte a questa pandemia che sta colpendo il nostro mondo - ha detto la direttrice del carcere Maria Cristina Bigi - ci è sembrato assolutamente necessario fare qualcosa anche noi perché il carcere non è una cosa a sé stante, ma un'istituzione che fa parte della collettività".
Nel laboratorio di tessitura delle mascherine, in questi giorni, si accede soltanto previa misurazione della febbre e soltanto ricoperti con la tuta bianca protettiva, le mascherine e i guanti anti contagio. La produzione di mascherine è il frutto di un accordo tra ministero della Sanità, Asl territoriali e assessorato alla salute della Toscana.
"Ancora una volta dal penitenziario di Massa - ha detto l'assessore regionale alla salute Stefania Saccardi - arriva un segnale forte e chiaro di come il carcere non debba essere un luogo esclusivamente di pena, ma anche di rieducazione attraverso l'impegno sociale e il lavoro al fine di evitare recidive che purtroppo sono molto diffuse. Un progetto del genere, in un momento così delicato per il nostro Paese e per la nostra Regione, assume aspetti ancora più virtuosi e moralmente importanti".
La Nuova Sardegna, 17 aprile 2020
Il comandante Manselli e il direttore dell'istituto Farci: "Aiutare le persone vulnerabili è un obiettivo che sta a cuore a tutti noi". Il carcere di Massama è stato sanificato con l'intervento dei vigili del fuoco. L'operazione è stata resa nota con un comunicato firmato dal direttore del carcere Pier Luigi Farci e dal comandante dei vigili del fuoco di Oristano Luca Manselli.
"La Direzione dell'istituto - si legge nella nota - ha elaborato tutte le soluzioni possibili, per prevenire ed evitare ogni possibile ipotesi di contagio, tra cui quella di sanificare gli ambienti esterni ed interni della struttura utilizzando il Nucleo Batteriologico Chimico e Radiologico (Nbcr) dei Vigili del Fuoco.
"Il Nucleo - prosegue la nota - è utilizzato ordinariamente per intervenire in caso di incidenti o attacchi terroristici in cui sono utilizzate sostanze chimiche, nucleari o biologiche, ma considerata l'emergenza del secolo si è messo a disposizione della Direzione penitenziaria per effettuare questo intervento straordinario. Aiutare tutti ed in particolar modo le persone che in questo momento possono essere vulnerabili è un obiettivo che sta a cuore ad entrambe le Amministrazioni che cercano di perseguire sempre, anche nei momenti più difficili.
I Vigili del Fuoco assicurando interventi altamente professionali, l'Amministrazione penitenziaria ed il Presidio Assl interno, coordinato da Daniela Faa, facendo da barriera e garanzia tra i rischi esterni e i detenuti ospitati". Le sanificazioni sono state effettuate grazie ad un accordo a carattere regionale tra il Provveditorato Regionale della Polizia penitenziaria la Direzione regionale dei vigili del fuoco.
di Gianfranco Lauretano
ilsussidiario.net, 17 aprile 2020
Ieri si è spento Luis Sepúlveda (1949-2020), scrittore cileno letto in tutto il mondo. Ha raccontato la frontiera, il viaggio, storie di ribellione e di amicizia. Il 16 aprile 2020, in mezzo alla quarantena che ha chiuso il mondo in casa per difendersi dalla pandemia di coronavirus, si è spento lo scrittore cileno Luis Sepulveda. Era ricoverato a Oviedo, capoluogo del principato delle Asturie, in Spagna, ed è stato raggiunto e colpito tragicamente dal virus stesso che sta cambiando la vita a miliardi di persone, facendola perdere a troppe.
Viveva nelle Asturie dopo essere passato per Amburgo e per Parigi, e aver vissuto a lungo e intensamente in molte parti del mondo, persino tra gli indios dell'Amazzonia, i diseredati della Bolivia o della Patagonia. Era partito dalla sua patria, il Cile, dopo che per la sua attività politica aveva subito l'arresto da parte del regime di Pinochet. Era stato imprigionato e torturato. Per tutta la vita il suo impegno in favore della democrazia e del riscatto delle classi più povere non verrà mai meno.
"Ribellione" era una delle sue parole d'ordine, tramutato in un vero e proprio essere politico della persona. Meraviglioso come lui la declinò: scrivendo storie, tra le quali le più memorabili sono quelle per bambini. D'altronde nelle innumerevoli interviste che gli chiedevano di fare affermava che il suo impegno non era a favore di questa o quella linea politica, ma in difesa della dignità originaria di ogni cittadino del mondo.
Ammirava Che Guevara ed era contrario alla globalizzazione liberista del pianeta e alla distruzione della natura. Affermò profeticamente: "Ci troviamo davanti a un vero scontro frontale tra le grandi multinazionali e gli stati. Questi subiscono gravi interferenze nelle loro fondamentali decisioni politiche, economiche e militari da parte di organizzazioni mondiali che non dipendono da nessuno Stato, non rispondono delle loro attività a nessun governo e non sono sottoposte al controllo di nessun parlamento e di nessuna istituzione che rappresenti l'interesse collettivo. In poche parole, la struttura politica del mondo sta per essere sconvolta".
Sono prese di posizione e affermazioni che, messe in bocca a qualsiasi intellettualino nostrano da salotto, apparirebbero solo come ridicole pose radical-chic. In Sepulveda suonano invece vere e drammatiche: lui era stato torturato e perseguitato da un regime, lui aveva vissuto coi poveri del Sudamerica, lui aveva toccato con mano, in giro per il mondo, il devastante impoverimento umano (spirituale e materiale) e politico portato dalla vittoria della finanza e del mercato sovranazionale rispetto alle storie e alle civiltà delle società di tutto il mondo, ricco e povero.
Di tutto questo aveva fatto, in un certo senso, la sua poetica. I suoi racconti attraversano il mondo e sono racconti di ribelli che, per il solo fatto di vivere liberi e poveri, mettono in scacco le anonime ricorrenze del potere. È il caso di Il vecchio che leggeva romanzi d'amore, il primo romanzo, ambientato in un paesino al margine della foresta amazzonica, che lo rivelò come scrittore; ma anche del personaggio di Juan Belmonte, forse il vero alter-ego dello scrittore, che torna in una delle ultime opere di Sepúlveda, dal titolo significativo La fine della storia, che forse è la fine dell'epoca del capitalismo ruggente e sfinito; un personaggio che si muove tra la Russia di Trockij e il Cile di Pinochet, dalla Germania di Hitler alla Patagonia di oggi e che era già apparso in un altro romanzo di successo, Un nome da torero.
Anche raccontare una storia era un atto umano perché politico, per Sepúlveda. Ricorderà spesso un episodio, accadutogli durante la visita a un campo di concentramento nazista: "A un passo da dove si innalzavano gli infami forni crematori, nella ruvida superficie di una pietra, qualcuno, chi?, aveva inciso con l'aiuto di un coltello forse, o di un chiodo, la più drammatica delle proteste: Io sono stato qui e nessuno racconterà la mia storia".
Il pubblico italiano l'ha amato moltissimo. Si stima in otto milioni il numero dei suoi libri venduti nel nostro paese. L'opera che gli ha dato celebrità universale è Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare, grazie anche al cartone animato realizzato da Enzo D'Alò che rimane il film d'animazione italiano che ha incassato di più nella storia della nostra cinematografia. La Gabbianella fa in realtà parte di una trilogia, assieme a Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà e Storia di una lumaca che scoprì l'importanza della lentezza chiamata significativamente "Trilogia dell'amicizia".
E forse sta proprio qui il segreto di queste storie, deliziose e intriganti: nel racconto della Gabbianella, in realtà, Sepúlveda evidenzia, attraverso la storia di un bislacco e colorito gruppo di gatti-amici, che è l'amicizia ad educare, ad insegnare alla Gabbianella il volo: "Volare mi fa paura - stridette Fortunata alzandosi. - Quando succederà, io sarò accanto a te - miagolò Zorba leccandole la testa".
Sepulveda ebbe innumerevoli amici, anche in Italia (parlava assai bene la nostra lingua); affabulatore straordinario, il suo stile semplice e accogliente per il lettore risente anche della grande tradizione orale dei narratori popolari dell'America Latina, alcuni dei quali deve aver ascoltato personalmente e avere avuto come amici. Che sia questo il suo segreto? Il segreto affettuoso, che diventa norma poetica nei suoi libri, persino del suo impegno politico? "Un amico si prende sempre cura della libertà dell'altro" diceva questo amico dei lettori, che ha regalato storie di amicizia all'umanità.
crotoneinforma.it, 17 aprile 2020
Si monitora la situazione in modo continuativo e si lavoro per garantire sicurezza e tranquillità ai tutti i detenuti. Questa mattina sono state consegnate le mascherine di prevenzione per la Pandemeia globale da Covid-19. Insieme al Garante comunale dei diritti dei detenuti di Crotone Federico Ferraro era presente anche una delle otto cittadine crotonesi che hanno realizzato gli strumenti di profilassi interamente a mano. Le signore che desiderano rimanere anonime.
La consegna è stata effettuata al Comandante di reparto della Polizia Penitenziaria Manon Giannelli ed al Vicecomandante l'Ispettore Francesco Tisci. È stato accolto l'appello dei detenuti di Crotone che non si sentivano perfettamente sicuri nel far fronte all'emergenza Coronavirus in corso. Rinnovo il ringraziamento a queste cittadine esemplari per il loro gesto di grande attenzione per la popolazione detenuta: sono già a al lavoro per realizzare anche altre mascherine che saranno consegnato agli agenti di Polizia penitenziaria, per garantire anche a loro maggiore protezione sul posto di lavoro, a beneficio di tutti, evitando problemi di contagio.
In totale sono state consegnate 150 mascherine, un numero quindi superiore al totale dei detenuti crotonesi, che attualmente non superano le 146 unità. L'attenzione deve comunque rimanere alta sulla problematica: per maggior tutela di tutti coloro che gravitano nel mondo carcere servono ancora guanti protettivi, gel igienizzante, amuchina. Si monitora la situazione in modo continuativo e si lavoro per garantire sicurezza e tranquillità ai tutti i detenuti.
di Italo Cosentino
sicurezzainternazionale.luiss.it, 17 aprile 2020
Quasi un mese dopo una sanguinosa rivolta che ha rivelato il drammatico sovraffollamento nelle carceri della Colombia, e pochi giorni dopo la morte di due detenuti positivi al Covid-19, il governo di Iván Duque ha deciso di mandare 4.000 persone private della libertà a scontare la pena a casa per contenere la pandemia.
Il decreto 546, emanato martedì 14 aprile verso la mezzanotte nel quadro dello stato di emergenza dichiarato dall'esecutivo, "ha un grande senso umanitario in modo che le persone che potrebbero essere esposte a una maggiore vulnerabilità al virus, possano essere in grado di lasciare il confinamento carcerario intramurale e trasferimento in isolamento, migliorando le loro condizioni di protezione in termini di salute" - ha affermato il presidente.
La misura copre, con alcune eccezioni, le persone di età superiore ai 60 anni, le persone che scontano pene inferiori a 5 anni, le donne in gravidanza o i bambini di età inferiore ai tre anni e i pazienti con cancro e malattie che sono difficili da gestire.
Il narcotraffico, lo sfollamento forzato di popolazione e il rapimento sono reati gravi ai quali non si applicano tali benefici. Il decreto prevede anche che i detenuti a cui è stato diagnosticato il covid-19 siano trasferiti in luoghi più idonei a loro cura, anche se "la misura degli arresti domiciliari o della detenzione transitoria non sarà concessa fino a quando le autorità sanitarie non lo autorizzeranno".
La detenzione domiciliare è prevista, in linea di principio, per un periodo di sei mesi. "In questo primo decreto potranno beneficiare le persone che sono sul punto di uscire dal carcere" - ha spiegato il ministro della Giustizia Margarita Cabello Blanco, in una conferenza stampa on-line in cui ha ammesso che "il decreto di per sé non è sufficiente per affrontare l'emergenza, ma è un primo passo importante".
Il ministro ha spiegato che hanno ridotto il numero di possibili beneficiari da 10.000 a quasi 4.000 per accelerare le operazioni e che aspirano a raggiungere un numero maggiore con nuove misure. Il sovraffollamento è un problema cronico nel sistema carcerario colombiano, che ha una capacità di 80.000 prigionieri, ma ne ospita circa 124.000 nelle 132 carceri del Paese.
Sabato 21 marzo, i detenuti in varie carceri del paese si erano ribellati per chiedere misure sanitarie che li proteggessero dalla pandemia. Il bilancio peggiore si è registrato al Carcere Modelo di Bogotá, dove il Ministero della Giustizia ha riportato 23 morti e 83 feriti, sebbene abbia attribuito gli eventi a un "massiccio e criminale tentativo di evasione e rivolte". Più tardi, la Procura generale ha individuato i responsabili delle sommosse nei leader del dissenso delle Farc, che hanno preso le distanze dal processo di pace, e i membri dell'Esercito di Liberazione Nazionale, ultima guerriglia attiva nel paese.
di Marco Magnano
riforma.it, 17 aprile 2020
Il governo di Tripoli, in guerra contro Khalifa Haftar, esclude di sedersi al tavolo in tempi brevi, mentre la chiusura dei porti europei aggrava la crisi umanitaria di chi è detenuto nei centri per migranti. La pace in Libia, o almeno una tregua, è sempre più distante, e a farne le spese sono soprattutto gli ultimi, che siano civili libici o persone che dalla Libia vorrebbero soltanto transitare.
Il mese scorso era stata alimentata qualche timida speranza per una riduzione del conflitto, soprattutto perché le due principali fazioni coinvolte nella guerra avevano accolto l'invito delle Nazioni Unite e dell'Organizzazione Mondiale della Sanità ad attuare una tregua umanitaria per poter contrastare anche nel Paese la crisi sanitaria globale. In particolare, l'intenzione era permettere all'Oms di accedere al territorio libico per effettuare test e analisi in condizioni di sicurezza. Oggi in Libia si segnala un numero molto basso di casi, meno di 50, ma le condizioni del sistema sanitario sono così compromesse da non consentire particolare ottimismo sulla capacità del Paese di contenere i focolai.
Eppure, quella tregua non è mai diventata realtà, al punto che già nella serata del 22 marzo, giorno dell'annuncio, erano stati registrati colpi di mortaio nella periferia meridionale di Tripoli, di cui si ritiene sia responsabile l'Esercito Nazionale Libico, guidato da Khalifa Haftar, che negli ultimi mesi ha stretto sempre di più le proprie posizioni intorno alla capitale libica. Ma cercare le responsabilità soltanto in seno alle forze di Haftar non restituisce la generale indifferenza verso la diplomazia e il diritto internazionale, che risiede invece in tutte le parti in conflitto. Ancora il 22 marzo, le forze del Governo di Unità Nazionale, guidato da Fayez al-Sarraj, avevano infatti sequestrato una petroliera al largo delle coste di Misurata, città alleata di Tripoli e luogo strategico nel conflitto. La nave cisterna è accusata di aver scaricato nel porto di Bengasi, nell'est del Paese, il carburante per caccia militari destinato invece a Tripoli. Due episodi tra i tanti che fanno capire quanto la tregua umanitaria sia stata largamente ignorata e violata sin dalle origini.
Allo stesso modo, anche il cessate il fuoco stabilito lo scorso 19 gennaio nell'ambito della Conferenza di Berlino non è mai stato realmente rispettato. Durante quella conferenza, accolta con scetticismo da molti osservatori, era stato raggiunto un obiettivo non scontato, quello di riunire attorno allo stesso tavolo i principali attori della guerra libica, ma lo spazio per un'azione diplomatica è sempre stato troppo stretto e impossibile da percorrere. A complicare le cose, gli ultimi mesi hanno visto Haftar guadagnare sempre più terreno sul piano della forza militare, con azioni sempre più forti e sempre più vicine al cuore di Tripoli, segno di una capacità bellica crescente e di un sostegno internazionale che non è mai venuto meno.
Anzi, l'ultimo anno - e la conferenza di Berlino non fa differenza - ha mostrato come Haftar sia considerato un interlocutore indispensabile per una soluzione politica alla crisi. Inoltre, il supporto russo ed egiziano, oltre a quello di Emirati Arabi Uniti e Giordania, è costante, al punto da non aver mai realmente interrotto le forniture militari, nonostante le intenzioni dell'Unione europea. Allo stesso modo, anche il sostegno turco a Tripoli è forte e presente, come dimostrano l'invio di attrezzature militari e di mercenari siriani, il cui compito è di rafforzare le difese dell'asse Tripoli-Misurata.
Mercoledì 15 aprile, le deboli speranze di nuovi negoziati sono state cancellate con le dichiarazioni del capo del governo di Tripoli, Fayez Sl-sarraj, che ha tolto l'opzione dal tavolo, accusando Khalifa Haftar di sfruttare la pandemia per lanciare, nel silenzio generale, una nuova offensiva contro la capitale del Paese.
Sarraj ha accusato Haftar di aver bombardato indiscriminatamente le zone residenziali e le strutture di Tripoli, oltre ad aver colpito l'ospedale pubblico di al-Khadra, nel centro della capitale. "Noi abbiamo sempre cercato di risolvere le nostre dispute attraverso un processo politico - ha dichiarato lo stesso Sarraj mercoledì 15 a Repubblica - ma ogni accordo è stato subito rinnegato da Haftar".
In effetti, oggi per Haftar non c'è nessuna buona ragione per sospendere il conflitto, perché una ripresa delle trattative diplomatiche non farebbe altro che congelare lo sforzo bellico condotto negli ultimi mesi. Perciò, non soltanto si sta ignorando la potenziale emergenza sanitaria, ma si sta rilanciando proprio per sfruttare l'inerzia del conflitto in un momento in cui la comunità internazionale, già estremamente debole e divisa intorno alla questione libica, è tutta concentrata su questioni differenti.
Tuttavia, la Libia vive una crisi totale, sempre più profonda: da un lato il crollo del prezzo del petrolio si inserisce su un blocco produttivo che ha messo in ginocchio l'economia del Paese, ormai del tutto dipendente dal sostegno esterno, e dall'altra la costante violazione dei diritti umani nei centri di detenzione per migranti, su cui l'emergenza sanitaria rischia di abbattersi con violenza.
Oggi, inoltre, la Libia è sempre di più un luogo senza via d'uscita: proprio mentre il presidente libico tuonava contro Haftar, 51 persone migranti provenienti dall'Eritrea e dal Sudan venivano state fatte sbarcare a Tripoli dalla cosiddetta "guardia costiera libica" per rientrare nei centri di detenzione locali, il tutto mentre gli scontri nella capitale continuano.
Secondo l'Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), queste 51 persone erano state consegnate alle autorità libiche dopo essere state salvate martedì sera da una nave commerciale nelle acque territoriali maltesi. In quell'occasione erano stati anche recuperati cinque corpi. Il punto è che in molti erano a conoscenza del naufragio, segnalato da Alarm Phone, un servizio telefonico e di segnalazione per le persone che hanno bisogno di essere soccorsi in mare.
Allo stesso modo, il governo maltese ha affermato che l'Unione europea era stata avvertita, ma aveva deciso di non intervenire, lasciando la gestione del salvataggio a una nave commerciale maltese, che successivamente aveva trasbordato i naufraghi su un peschereccio libico. Per loro, come per altre centinaia di persone in questa nuova stagione di porti ufficialmente chiusi, si riaprono le porte dei centri di detenzione, in cui i trafficanti di esseri umani, investiti di potere dalle autorità locali o nazionali, li trattengono spesso con metodi violenti, torture e ricatti.
Secondo l'Oim, "le persone soccorse in mare non dovrebbero essere rimandate in porti non sicuri", e "un'alternativa allo sbarco in Libia va trovata con urgenza". Inoltre, i centri di detenzione in Libia sono strutture sovraffollate, che hanno il potenziale per diventare un terreno fertile per la diffusione del Covid-19 e di molte altre malattie, rendendo ancora più grave una condizione da cui troppo spesso distogliamo lo sguardo.
di Fadwa Mahmoud*
Internazionale, 17 aprile 2020
Osserviamo con orrore il regime siriano e i suoi alleati scatenare la loro immensa potenza di fuoco nella provincia di Idlib, ultimo bastione dell'opposizione armata. Quasi un milione di civili - uomini, donne e bambini - è ormai in fuga. I negoziati internazionali sono bloccati, mentre la Russia continua a intromettersi per regalare una vittoria totale a Damasco. Ma per me e per milioni di altri siriani la guerra non finisce qui, a prescindere dall'esisto di questa battaglia.
Nel 1992, molto prima dello scoppio della rivoluzione, il regime di Hafez, padre di Bashar al Assad, mi ha incarcerata a causa delle mie opinioni dissidenti. All'epoca mio marito Abdel Aziz al Khayyer, medico, militante e pacifista di sinistra, era già in prigione. Io sono stata scarcerata nel 1994, mentre Abdel Aziz, che per tutta la vita ha combattuto per la democrazia e la libertà, ha dovuto attendere il 2005, dopo quattordici anni passati in prigione. Ma questa esperienza non lo ha fermato.
Senza notizie dal 2012 - Con l'avvento della rivoluzione, nel 2011, mio marito si è unito ai giovani militanti che osavano sognare un futuro migliore per il nostro paese. Abdel Aziz credeva in una rivolta pacifica e nella democrazia in Siria. Con questo obiettivo aveva organizzato una conferenza che avrebbe dovuto riunire a Damasco gli oppositori che volevano una soluzione politica in Siria senza un intervento straniero. Ma il 20 settembre 2012 è stato nuovamente arrestato, stavolta insieme a Maher, uno dei nostri figli, poco prima della conferenza.
Abdel Aziz era appena rientrato da un breve soggiorno all'estero, e io avevo mandato Maher a prenderlo all'aeroporto internazionale di Damasco. Non ho più avuto notizie di nessuno dei due. Le autorità hanno negato più volte di essere responsabili della scomparsa di mio figlio e mio marito, ma io sapevo che il regime non aveva alcuna intenzione di permettere ad Abdel Aziz di continuare a lavorare per una soluzione pacifica. Bashar al Assad era perfettamente consapevole che l'unico modo che aveva di vincere era trasformare la ribellione in guerra.
Il regime siriano ha fatto sparire più di centomila persone nel corso degli ultimi nove anni - Da allora la mia vita è stata una battaglia permanente. I miei amici mi dicono che sono una donna forte, che la mia resistenza e la mia volontà sono impressionanti. Mi piace ridere e invitare le persone a casa. Dico a tutti che non ho scelta: non rinuncerò mai alla mia vita, alla mia famiglia e alla lotta per la libertà di tutti i detenuti siriani. Insieme ad Abdel Aziz e Maher (che ha da poco compiuto 39 anni) il regime siriano ha fatto sparire più di centomila persone nel corso degli ultimi nove anni. Gli arresti non sono mai cessati. Nelle regioni tornate sotto il controllo di Damasco grazie alla strategia della terra bruciata, il numero delle persone scomparse è aumentato di centinaia di unità ogni mese. Hanno portato via anche persone che avevano firmato accordi prima di consegnarsi alle autorità e non avevano mai toccato un'arma in vita loro.
L'immobilismo della comunità internazionale - Il regime e i suoi alleati hanno infranto tutte le regole della guerra pur di distruggere il movimento rivoluzionario che si oppone alla dittatura di Bashar al Assad. Fatta eccezione per i rari barlumi di speranza dovuti all'intervento dei tribunali europei, la comunità internazionale è rimasta immobile, o peggio è stata complice di queste violazioni.
Eppure, come il mio amato Abdel Aziz, ho ancora fede in un mondo senza impunità, dove sarà possibile avere giustizia per tutti. Sono convinta che un giorno il sistema di detenzioni di massa, torture ed esecuzioni sommarie che caratterizza il regime di Assad sarà smantellato. Gli specialisti della Siria sanno che pochissimi detenuti sono usciti dalle prigioni del paese senza essere stati brutalmente picchiati, torturati e affamati.
Molti, sia uomini sia donne, sono stati violentati nelle prigioni del regime e in quelle dei suoi sinistri servizi di sicurezza. La detenzione, in Siria, non ha solo l'obiettivo di strappare informazioni, ma vuole soprattutto punire le vittime e terrorizzare le loro famiglie per mettere tutti a tacere. Ma è qui che il regime si sbaglia. Assad pensa che distruggendo i ribelli a Idlib metterà fine alla guerra, e i siriani che ancora vivono nel loro paese si arrenderanno. Ma una madre può mai dimenticare suo figlio incarcerato? Un fratello può dimenticare la sorella? Le famiglie siriane possono vivere in pace con questa disperazione addosso?
La nostra lotta per le persone che ci sono care è comune, a prescindere da chi sia responsabile della loro scomparsa - Non sono sola nella mia battaglia, ed è per questo che nel mese di febbraio del 2017 ho contribuito alla creazione di Families for freedom, un movimento gestito da donne siriane che si battono per la giustizia e la libertà dei loro cari. Siamo le madri, le mogli e le sorelle degli uomini e delle donne rinchiusi in carcere dal regime.
Alcune esponenti del movimento hanno visto i loro parenti portati via dal gruppo Stato islamico. Quando l'organizzazione jihadista è stata sconfitta militarmente, nessuno si è sforzato di portare alla sbarra i suoi ex combattenti o di scoprire cosa è capitato alle migliaia di persone che hanno ucciso o fatto sparire. Tra di noi ci sono anche donne che si sono unite al movimento dopo il rapimento dei loro familiari da parte di altri gruppi armati.
Lavoriamo insieme, perché la nostra lotta per le persone che ci sono care è comune, a prescindere da chi sia responsabile per la loro scomparsa. In questi anni di oppressione il regime ha inculcato in Siria una cultura del potere assoluto, imitato dai suoi rivali. Non permetteremo mai al regime né a qualunque altro gruppo armato di impedirci di agire, perché il nostro amore per le persone scomparse è troppo forte.
Non possiamo rinunciare. Per la Siria non ci sarà un ritorno allo statu quo ante, non importa a quale livello di bassezza scenderanno il regime e il suo alleato russo sul piano militare e politico. Le ferite di molti siriani sono troppo profonde perché possano tacere. Per me e per milioni di altre persone come me, non ci sarà tregua fino a quando Abdel Aziz, Maher e tutti gli altri non saranno liberati.
*Traduzione di Andrea Sparacino
di Marco Cappato*
Il Riformista, 17 aprile 2020
Con la scusa dell'urgenza sono state prese decisioni senza un dibattito parlamentare. Ma a programmare la ripartenza deve essere la politica, attraverso un processo democratico e trasparente. Per "riaprire tutto" bisogna anche riaprire la democrazia, prendendo decisioni a seguito di un dibattito pubblico basato su informazioni accessibili e dati misurabili.
Purtroppo, la strada sulla quale il Governo pare si sta incamminando rischia di essere la stessa del Decreto "Cura Italia": prima, anticipazioni sui media; poi, annunci via Facebook; molti giorni dopo, e dopo altre indiscrezioni mediatiche e trattative varie, approvazione e pubblicazione dei definitivi testi dei provvedimenti; infine, il passaggio parlamentare, senza vero dibattito e con voto di fiducia che svuota la funzione del Parlamento.
Come surrogato del ruolo delle assemblee elettive pubbliche, sono istituite fantomatiche "cabine di regia" per riunire a porte chiuse le opposizioni, le Regioni, i Sindaci. In parallelo, c'è la consultazione di un Comitato tecnico scientifico, il quale è totalmente sottratto a forme di scrutinio pubblico, sia sui pareri che esprime che sugli esperti di volta in volta coinvolti che sull'informazione sulle quali si basa.
Il Governo se ne avvale a discrezione nella più totale opacità. A giustificazione di ciò, c'era il carattere urgente delle decisioni da prendere. Ammesso che tale giustificazione rappresenti una motivazione solida - ma non "concesso", perché lavorare in modo trasparente non fa di per sé perdere tempo - tale giustificazione non sarebbe in alcun modo ammissibile per le decisioni future. La "riapertura", infatti, non è un fatto emergenziale imprevisto, ma una necessità che deve essere programmata sulla base di informazioni reali e obiettivi precisi e misurabili.
Esiste, ovviamente, un ampio margine di imprevedibilità, che riguarda la diffusione del virus. Su questo, così come sull'efficacia di mascherine, test, tamponi, il parere e le previsioni degli epidemiologi e dei medici devono prevalere su qualsiasi considerazione politica, incluso il paternalismo consolatorio e allarmistico. Su tutto il resto però, no: non sono gli epidemiologi a dover decidere. Sul come e quando sarà messo in sicurezza il personale sanitario, con dispositivi e test. Su quali settori produttivi riaprire per primi, quali tipologie di posti di lavoro sbloccare, quali misure di sicurezza e di controllo saranno da applicare, quali indicatori saranno da utilizzare per verificare i risultati dei provvedimenti presi: su tutto questo, deve decidere la politica.
Quello che noi come Associazione Luca Coscioni chiediamo è che queste decisioni siano prese attraverso un processo pienamente democratico, ribaltando l'ordine seguito sul "Cura Italia": prima un dibattito parlamentare sugli indirizzi politici generali per la "riapertura", poi l'approvazione di un Decreto e la sua pubblicazione, poi la presentazione pubblica ai media dei contenuti del decreto, infine un grande dibattito parlamentare sui testo definitivo e sulle proposte di emendamento, senza che ciò sia d'intralcio o faccia perdere tempo rispetto alle misure eventualmente già operative.
Proprio perché siamo in una situazione straordinaria ed emergenziale, è nello stesso interesse del Governo (e dei Governi regionali) applicare con rigore un processo decisionale basato sui fatti e sul metodo scientifico, con piena e pubblica assunzione di responsabilità da parte dei rappresentanti istituzionali nel pieno rispetto delle procedure democratiche. Solo così la scienza può essere alleato di una buona politica, invece di diventarne uno strumento utilizzato a discrezione.
*Tesoriere Associazione Luca Coscioni
di Andrea Toscano
tecnicadellascuola.it, 17 aprile 2020
È sopravvissuto al regime dittatoriale di Pinochet, alla detenzione e alle torture nelle carceri cilene in quegli anni tetri nel Paese sudamericano, ma non ce l'ha fatta contro il Covid-19. Vittima del terribile virus e forse "metaforicamente" di quel neoliberismo che combatteva.
È morto a 70 anni Luis Sepulveda, lo scrittore cileno che ha avuto una vita avventurosa e piena di impegno sociale, culturale, politico, sempre contro l'oppressione e a favore dei più deboli e dell'ambiente. Nato in Cile il 4 ottobre 1949, in una città che si chiama Ovalle, era cresciuto nella città portuale di Valparaiso accanto al nonno, anarchico andaluso, scappato dall'Europa (i genitori di Luis infatti erano stati costretti a loro volta a fuggire a seguito di una denuncia, sempre per motivi politici, contro suo padre). Da giovane andò in Bolivia e divenne membro dell'Esercito di liberazione nazionale (forse "ispirato" da Ernesto Guevara? Del quale in un suo racconto Luis Sepulveda ripercorre le ultime ore che precedettero la morte del "Che" in Bolivia).
L'esperienza del Cile democratico socialista di Allende e poi il golpe di Pinochet
Ritornato in Cile gli viene assegnato un ruolo di scorta del Presidente della repubblica Salvador Allende (in effetti questo era stato l'incarico affidato ad un gruppo di militanti della "Gioventù socialista", di cui Luis faceva parte) ma lo stesso Sepulveda dirà che il presidente considerava questi giovani prima di tutto dei "consiglieri". Guidava un governo di coalizione (formato da socialisti, comunisti, radicali e cattolici di sinistra, che si erano presentati nelle elezioni del 1970 come "Unidad Popular", appoggiati da gran parte del popolo e da intellettuali come il grande poeta cileno Pablo Neruda) Salvador Allende, presidente socialista (che aveva una visione critica del comunismo sovietico applicato anche agli Stati del Patto di Varsavia, mentre dimostrava - lo affermò lo stesso Sepulveda in una intervista a Elena Torre sul sito "Mangialibri" - un atteggiamento favorevole e buoni rapporti con Cuba, sapendo in ogni caso che si trattava di un contesto differente) eletto democraticamente e morto nel golpe militare del settembre 1973, che portò a capo del governo dittatoriale Augusto Pinochet (autonominatosi presidente), che era un ammiratore del dittatore filo-fascista spagnolo Francisco Franco.
Dopo il colpo di stato militare Sepulveda fu condannato ad una durissima prigionia e subì torture. Quando intervenne Amnesty International venne scarcerato e ricominciò a fare teatro non rinunciando al suo impegno per la libertà ed ispirato dalle sue convinzioni politiche. Pertanto, fu nuovamente arrestato e data la notorietà del personaggio, anziché ucciderlo e magari farne sparire il corpo come avvenne per tantissimi desaparecidos cileni (fenomeno analogo ci fu negli anni successivi durante l'altrettanto criminale dittatura argentina), la giunta militare lo processò ufficialmente infliggendogli una condanna all'ergastolo, che sempre su pressione di Amnesty International fu poi commutata nella pena di otto anni d'esilio. In tutto Luis Sepulveda trascorse due anni e mezzo nelle carceri cilene, dove si praticava la tortura e l'annientamento degli oppositori (o magari solo di coloro che si sospettava potessero essere di intralcio alle nefandezze di quel regime).
E purtroppo Sepulveda ha dovuto pure sentire l'elogio fatto recentemente al "golpe" di Pinochet dall'attuale discusso presidente brasiliano Bolsonaro, leader di un governo autoritario che tra l'altro si è distinto nell'opera di deforestazione dell'Amazzonia (in America Latina in questi anni è nuovamente diventato allarmante il pericolo di una "restaurazione", di governi di destra - ovviamente e per fortuna non certo paragonabili alle dittature degli Anni '70 - che fanno gli interessi delle classi sociali privilegiate, a discapito delle esperienze, quasi sempre positive per la parte più povera della popolazione, del socialismo bolivariano).
A proposito di Pinochet (e delle amarezze che hanno dovuto subire Sepulveda e tutti i cileni che, ripristinata la democrazia nel loro Paese, speravano in un atto di giustizia dopo i soprusi e i lutti patiti durante il regime criminale) va infine ricordato il mandato di arresto che era stato emesso nel 1998 dal giudice spagnolo Garzòn (mentre il generale golpista si trovava a Londra) per crimini contro l'umanità (le accuse includevano anche 94 casi di tortura contro cittadini spagnoli). Ebbene, in quell'occasione Margaret Thatcher, già in precedenza premier britannico (quando introdusse una deregolamentazione del settore finanziario, del mercato del lavoro flessibile, della privatizzazione delle aziende statali e una riduzione dell'influenza dei sindacati) lanciò numerosi appelli all'allora governo britannico affinché a Pinochet, cui già in passato non aveva lesinato attestazioni di amicizia, fosse permesso un immediato ritorno in Cile. E alla fine così fu...
Ma ritorniamo alla vita avventurosa di Luis Sepulveda: uscito dalle carceri cilene, si reca in alcuni Paesi sudamericani. In Amazzonia, dove alla fine degli Anni '70 - come leggiamo in una pagina di "adnkronos" - visse per sette mesi in contatto con gli indios Shuar, scoprendone le abitudini e i ritmi di vita improntati al profondo rispetto per la natura (da lì sviluppò un'etica ecologista che lo portò successivamente a combattere diverse battaglie ambientaliste condotte anche con Greenpeace, etica ecologista abbinata alla lotta contro il modello economico neoliberista). A questa esperienza, peraltro, è ispirato "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore", suo primo romanzo nel 1989.
Dieci anni prima, nel 1979, Sepulveda si era unito alle Brigate Internazionali Simon Bolivar, appoggiando il Movimento sandinista che combatteva in Nicaragua. Poi si trasferì in Europa e dal 1996 viveva in Spagna a Gijon. Ma sono stati sempre molto stretti i suoi rapporti con l'Italia, che lo scrittore latinoamericano amava molto; tra l'altro ha ricevuto la laurea honoris causa dall'Università di Urbino (e in Francia da quella di Tolone).
Sepulveda ha pubblicato una trentina di libri tra romanzi, raccolte di racconti e narrazioni di viaggio, scrivendo con una sorta di "delicatezza" e "leggerezza" anche quando si sofferma su cose dolorose o fa riflessioni dure su alcuni aspetti del mondo in relazione a comportamenti profondamente sbagliati, esprimendo un'intensa vena favolistica, unita a una intelligente ironia.
Abbiamo accennato al libro "Il vecchio che leggeva romanzi d'amore" e chiaramente va anche ricordato il racconto pubblicato nel 1996 che ha dato tanta notorietà a Luis Sepulveda, "Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare" (che ispirò Enzo D'Alò, il quale due anni dopo diresse un cartone animato che bambini e adulti hanno apprezzato).
Il grande scrittore cileno credeva nella forza che la scrittura era in grado di sprigionare, nel messaggio che ne poteva scaturire.
Scrittore, esule, guerrigliero in nome dell'idea socialista bolivariana, in difesa della libertà e dei diritti umani e civili.
agenzianova.com, 17 aprile 2020
Sono 16.045 i detenuti finora rilasciati dalle carceri irachene al fine di contenere la diffusione del coronavirus all'interno degli istituti di pena del paese. Lo ha annunciato il Consiglio giudiziario supremo di Baghdad, citando dati aggiornati al 15 aprile. Il totale dei casi di contagio da coronavirus in Iraq è salito a 1.400, mentre il numero dei decessi si attesta a 78. Il primo caso confermato di contagio da coronavirus nel paese è stato registrato nel governatorato di Najaf lo scorso 24 febbraio.
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