di Antonella Baccaro
Corriere di Bologna, 18 aprile 2020
Test sierologici a tappeto anche al personale di polizia penitenziaria, come da tempo chiedono tutti i sindacati. La Regione viene incontro alla richiesta e in un documento della direzione generale Cura della persona, Salute e Welfare fornisce alle Ausl le istruzioni per procedere.
Le Aziende sanitarie "proporranno l'effettuazione dei test al personale dipendente dell'amministrazione penitenziaria e della giustizia minorile prendendo contatti con le direzioni degli istituti penitenziari e del centro di giustizia minorile per le modalità organizzative". L'Ausl di Bologna dovrà occuparsi non solo dei test agli operatori del carcere della Dozza, ma anche di quelli al personale del Provveditorato regionale dl Dap e del carcere minorile del Pratello.
Alla Dozza sono già stati eseguiti quasi duecento 200 tamponi tra poliziotti e detenuti, ma i sindacati lamentano da tempo sia il ritardo con cui si è intervenuti, sia i criteri adottati per lo screening. Fino alla scorsa settimana 15 erano stati i casi di positività tra i reclusi, 5 tra i poliziotti e 25 tra i sanitari. Ma adesso le stanze dell'Infermeria per l'isolamento sono tutte occupate.
Con l'estensione dei sierologici al personale carcerario, ci sarà il primo test, poi la verifica con il tampone a chi risulterà positivo, nell'attesa l'operatore "dovrà allontanarsi cautelativamente dal servizio". Soddisfatto il segretario del Sappe Giovanni Battista Durante, che ricorda come quella dello screening "sia stata una nostra richiesta fin dall'inizio".
Al momento sono 40 gli agenti contagiati in tutta la regione. In una nota la Fp Cgil ricorda: "Da tempo chiediamo, inascoltati, all'amministrazione penitenziaria di garantire la sicurezza in tutte le carceri" e chiede che l'iniziativa della Regione Emilia-Romagna sia estesa a tutto il territorio nazionale.
lacnews24.it, 18 aprile 2020
Mancano mediatori culturali per gli stranieri e articolazioni per la tutela della salute mentale. Rilevate carenze anche per quanto riguarda gli ambienti comuni per la socialità.
È stato pubblicato stamattina il rapporto conclusivo del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, redatto in seguito alla visita di una delegazione, dal 9 al 13 settembre 2018, alle case circondariali di Vibo Valentia, Castrovillari, Rossano, Crotone e Cosenza. Quel che ne è risultato è che gli istituti penitenziari calabresi presentano una serie di criticità su vari aspetti oltre alla mancanza di figure dirigenziali stabili, con direttori costretti a dividersi su più strutture.
Una delle criticità rilevate, è scritto nel rapporto, è "la mancanza di sufficienti articolazioni per la tutela della salute mentale. In una Regione con 12 istituti con una capienza regolamentare di 2.734 ed effettiva di 2.647 posti, che alla data del 2 aprile 2019 ospitava 2.886 persone, sono disponibili solo 17 posti per pazienti psichiatrici". Altro aspetto preso in esame è stato quello delle sezioni per detenuti protetti, di cui tre per persone che hanno commesso reati a riprovazione sociale (negli Istituti di Castrovillari, Reggio Calabria "Arghillà" e Vibo Valentia) e una sezione di tipo promiscua per gli altri detenuti destinatari di protezione.
"La criticità - per il Garante - in questo caso è doppia: il fatto che ci sia una sola sezione protetta per detenuti che non abbiano commesso reati a riprovazione sociale in tutta la Regione e la caratteristica di promiscuità della sezione stessa (per persone omosessuali, transessuali e ex appartenenti alle Forze dell'ordine)". Inoltre, pur in presenza di un non indifferente numero di detenuti stranieri, "emerge - è scritto nella relazione - una mancanza diffusa del servizio di mediazione culturale".
Sul fronte strutturale, scrive il garante, "pur apparendo in linea generale in buono stato di conservazione, le strutture visitate presentavano alcune criticità relativamente ad aspetti materiali specifici. Sotto il profilo della disponibilità di spazi fruibili collettivamente, particolarmente grave è la situazione riscontrata in alcuni reparti di Rossano e di Crotone dove è stata rilevata l'assenza di ambienti comuni per la socialità.
In linea generale, comunque, laddove disponibili queste sono apparse spoglie e prive di arredo. Nella maggior parte dei casi poi sono risultate prive di servizi igienici. Riguardo alla disponibilità di spazi per attività sportive una carenza piuttosto critica si è registrata nelle Case circondariali di Vibo e Castrovillari dove non è disponibile una palestra o aree esterne attrezzate per esercizi all'aria aperta, fatto salvo, in entrambe i casi, del campo da calcio".
Riguardo ai cortili di passeggio, in linea generale, il Garante ha riscontrato "che non sono concepiti come spazi per l'attività fisica e ricreativa, ma come semplici aree dove sostare all'aria aperta, tutt'al più, appunto, passeggiare". Positivo, invece il giudizio sui locali di accoglienza per i figli minori e le aree per i colloqui. "Pur con differenti livelli di realizzazione - scrive il Garante - è un elemento di positività riscontrato in tutti gli Istituti visitati".
telefriuli.it, 18 aprile 2020
Anche il governatore Fedriga si unisce all'appello lanciato dal sindaco Brollo dopo la positività al coronavirus riscontrata in 5 reclusi giunti dall'Emilia Romagna. Evitare i trasferimenti di detenuti in Friuli Venezia Giulia da carceri di altre regioni per non mettere a rischio la salute della popolazione carceraria, il personale di polizia penitenziaria, gli operatori che a vario titolo lavorano all'interno delle strutture e le famiglie.
È questa la richiesta presentata dal governatore della Regione, Massimiliano Fedriga, al Governo nazionale anche alla luce della situazione della Casa circondariale di Tolmezzo, in cui i cinque detenuti del carcere di massima sicurezza provenienti da Bologna sono risultati positivi al Covid-19.
"È necessario impedire che il virus si diffonda ulteriormente all'interno delle carceri - rimarca Fedriga - un ambiente che sconta l'impossibilità di praticare il distanziamento sociale e dove non sempre è facile reperire spazi per l'isolamento dei casi positivi o di chi possa essere entrato in contatto con loro. Un focolaio di contagi negli istituti penitenziari può ampliare i rischi sulla salute dei detenuti, degli agenti e di quanti vi operano all'interno".
"Per questo - conclude Fedriga - chiediamo la collaborazione del Governo affinché la salute di tutte le categorie in questione possa essere tutelata, evitando quei sovraffollamenti che, come sottolineato più volte dal mondo scientifico, sono primo elemento di diffusione del virus".
Il Gazzettino, 18 aprile 2020
Dopo la protesta il ministero scrive al Sindaco Brollo: "Al tampone, i 5 detenuti erano negativi". "Con una mano ci hanno tolto il tribunale, con l'altra ci portano il coronavirus". Con queste parole, il sindaco di Tolmezzo Francesco Brollo aveva protestato con il ministero della Giustizia, dopo che cinque detenuti trasferiti da Bologna nel carcere carnico erano risultati positivi. Brollo non aveva nascosto la sua indignazione.
E ieri il ministero gli ha risposto. "Ho apprezzato la velocità della risposta, direi insperata. Molto spesso si dà per scontato che ci siano i cosiddetti tempi ministeriali, invece, ho avuto un riscontro quasi immediato - spiega Brollo. Nella lettera arrivata oggi (ieri ndr) mi hanno spiegato le ragioni tecniche che hanno condotto ai trasferimenti.
Hanno dovuto spostare 80 detenuti perché il carcere di Bologna non era agibile in alcune parti dopo le rivolte. Hanno chiarito che ne hanno trasferiti 7 a Tolmezzo il 27 marzo dopo aver fatto loro il tampone il 23 marzo. Il test aveva dato esito negativo il 26 marzo, hanno scritto: questo ha confermato le informazioni che avevo ricevuto dal carcere. Quindi, dal loro punto di vista era tutto in regola".
Poi, si sa come è andata. "Dopo i 14 giorni di quarantena a Tolmezzo, il tampone ha dato esito positivo per 5 di loro". Fortunatamente, dai tamponi a tappeto fatti nella struttura penitenziaria di Tolmezzo su agenti, sanitari e un detenuto, "su 88 test è risultato positivo sinora solo un poliziotto. L'auspicio è che gli ulteriori tamponi attestino che la diffusione si è arrestata", dice Brollo. "Dei cinque detenuti positivi tre sono asintomatici e due sintomatici, ma in discrete condizioni generali".
Brollo ha anche apprezzato la presa di posizione del governatore Massimiliano Fedriga, che ha presentato al Governo nazionale la richiesta formale di evitare i trasferimenti di detenuti in Friuli Venezia Giulia da carceri di altre regioni.
"È necessario impedire che il virus si diffonda ulteriormente all'interno delle carceri - rimarca Fedriga -, un ambiente che sconta l'impossibilità di praticare il distanziamento sociale. Per questo chiediamo la collaborazione del Governo affinché la salute di tutte le categorie in questione possa essere tutelata, evitando quei sovraffollamenti".
Sui detenuti positivi interviene anche l'Osservatorio carcere dell'Unione delle camere penali italiane. Gli avvocati Catanzariti, Polidoro e Miscia in una lettera al provveditore regionale, chiedono di fare i tamponi a tutti i carcerati e dipendenti, di rilevare la temperatura ogni giorno, di distribuire mascherine Ffp2 e guanti ai detenuti, di segnalare alla magistratura di sorveglianza e all'autorità giudiziaria i casi di persone già malate per altre patologie e di anziani over 65 e di diffondere un bollettino sanitario quotidiano.
di Nicoletta Tempera
Il Resto del Carlino, 18 aprile 2020
La Casa circondariale Rocco D'Amato non potrà accogliere nuovi giunti. Tredici detenuti positivi, uno ancora ricoverato. Il Provveditorato dirotta gli arrestati in altri istituti.
Troppi detenuti positivi al Covid-19 alla Dozza. Con una missiva, inviata al provveditore regionale, la direttrice della casa circondariale Rocco D'Amato, Claudia Clementi, ha chiesto ieri di sospendere i nuovi ingressi e dirottare gli arrestati, dove possibile, verso altri istituti.
La richiesta arriva a seguito della relazione della dirigente dell'unità operativa di medicina penitenziaria dell'istituto, Raffaella Campalastri, che evidenzia come all'interno della Dozza ci sia ormai un focolaio della malattia. "Sono presenti in istituto ben 13 positivi - scrive la dottoressa - un detenuto è ancora ricoverato e un detenuto (Vincenzo Sucato, di 76 anni, ndr), pur se già posto agli arresti domiciliari, è deceduto in ospedale.
Per circoscrivere la diffusione dell'infezione sarebbe opportuno che non venissero accolti nuovi giunti provenienti dall'esterno i quali, anche se asintomatici, devono essere forzosamente considerati come potenziali positivi e portatori di infezione".
Una richiesta che il provveditore Gloria Manzelli ha accolto, chiedendo alle autorità giudiziarie e alle forze di polizia "in caso di persone di sesso maschile arrestate o fermate" di prendere accordi preventivi con il Provveditorato "al fine di individuare altro istituto dove condurre le persone". Intanto, come disposto dalla Regione, tutti gli operatori di polizia penitenziaria, sia della Dozza che del Pratello, come più volte sollecitato dai sindacati, verranno sottoposti nei prossimi giorni a test sierologici. Esami che verranno effettuati anche sul personale dell'amministrazione penitenziaria.
primamonza.it, 18 aprile 2020
Il direttore del Sanquirico Maria Pitaniello: "Abbiamo avuto tre poliziotti positivi, altri sono in quarantena". Parte del personale in malattia, nuovi detenuti in isolamento precauzionale e sospensione fino a data da destinarsi di tutte le attività fuori dal carcere. A spiegare qual è la situazione all'interno della Casa circondariale di Monza è il direttore Maria Pitaniello.
Agenti in malattia - A giovedì della scorsa settimana erano tre i casi di agenti in servizio in carcere a Monza risultati positivi al coronavirus, di cui uno ricoverato. Altri, invece, sono stati messi in sorveglianza attiva o in isolamento perché hanno avuto sintomi simil-influenzali.
"Il virus ha un'altissima potenza di contagio - ha dichiarato il direttore - Per questo è stato fondamentale l'aver attivato fin da subito le procedure necessarie al contenimento". Ciò significa mascherine, guanti, dispenser di gel disinfettante e una riorganizzazione totale del lavoro. "Le attività fuori dal carcere sono state sospese immediatamente. Abbiamo anche riorganizzato la mensa per fare in modo che non si formassero assembramenti".
Nessun detenuto contagiato - Per quanto riguarda i detenuti, il carcere ha applicato il protocollo dell'Ats. "Ogni nuovo detenuto viene sottoposto a un primo tampone, poi, anche se negativo, viene messo in isolamento precauzionale per 14 giorni. Una volta terminato questo periodo, prima di essere portato nella stanza che dividerà con un'altra persona, verrà sottoposto ad altri due tamponi, effettuati l'uno a distanza di 24 ore dall'altro".
I detenuti che invece si trovano all'interno della casa circondariale fin da prima dell'emergenza vengono costantemente monitorati. "Siamo attenti alle loro condizioni di salute - ha precisato Pitaniello - Dei 13 attualmente in isolamento, tutti sono nuovi arrivati tranne uno che aveva manifestato sintomi riconducibili all'influenza".
Basso numero di detenuti - La situazione, dunque, è sotto controllo. E ad aiutare, in questo, è stato anche il calo sostanziale del numero dei detenuti all'interno del Sanquirico. "Questo è il risultato del lavoro fatto dal Tribunale - ha concluso.
A partire dal primo marzo fino al 7 aprile sono stati emessi 68 provvedimenti domiciliari, 13 revoche di custodia cautelare in carcere, mentre un solo detenuto è uscito con la scarcerazione domiciliare speciale. Complessivamente rimangono in struttura 557 detenuti. Un numero così basso non lo avevamo mai avuto, tanto che ora nelle singole camere riusciamo a far stare due persone, mentre prima dovevamo aggiungere una branda per un terzo detenuto".
di Barbara Morra
La Stampa, 18 aprile 2020
Due casi di Covid-19 in carcere a Saluzzo, il Garante dei detenuti scrive a Cirio: "Tamponi a tutta la comunità penitenziaria". Due casi di Covid-19 al carcere di Saluzzo. Lo conferma Paolo Allemano, ex sindaco, medico e garante della casa di reclusione che ospita 480 detenuti. Entrambe le persone che hanno contratto il virus sono attualmente isolate dal resto della popolazione carceraria nell'infermeria. "È stata inoltrata la richiesta all'Asl per effettuare tamponi su tutti detenuti, gli agenti di polizia penitenziaria e il personale - dice Alemanno -, ipotizzo che entro 48 ore si procederà ma i tempi dipendono dall'ufficio d'igiene provinciale che dà la priorità ai casi ospedalieri".
Uno degli ammalati è tra i detenuti trasferiti dal carcere di Bologna una ventina di giorni fa, l'altro è un interno già recluso da tempo nella casa circondariale di massima sicurezza. "Il detenuto che arriva dall'Emilia era stato messo come gli altri in quarantena - aggiunge Alemanno - ma i sintomi e la presenza del virus si sono manifestati comunque.
È necessario procedere con celerità ai tamponi per la sicurezza di tutti ma c'era comunque da aspettarsi che il virus potesse arrivare anche qui, così come nelle case di riposo e altre comunità di tipo sanitario. La situazione è sotto controllo. Da tempo detenuti e personale indossano dispositivi di protezione anche se con gli spazi che ci sono ovviamente è impossibile mantenere un distanziamento".
All'arrivo dei detenuti da Bologna c'erano state proteste tra la popolazione carceraria: era stata vista come una contraddizione, a fronte del blocco dei colloqui con i parenti. La Fp- Cgil sul tema ha inviato un comunicato sollecitando l'amministrazione penitenziaria a effettuare "con urgenza esami e test clinici su tutti i presenti all'interno della struttura per scongiurare il peggioramento della situazione che potrebbe divenire difficile da gestire, con i relativi rischi di diventare incontrollabile anche sul versante della sicurezza". Bruno Mellano, Garante per le carceri del Piemonte: "Ho scritto a Cirio e all'unità di crisi per sostenere le richieste dei detenuti e degli agenti per una campagna generalizzata di tamponi a tutta la comunità penitenziaria".
di Simona Musco
Il Dubbio, 18 aprile 2020
Il Cnf si rivolge alla magistratura e a tutta l'avvocatura italiana: "Dobbiamo trovare il modo di tutelare la salute e il diritto di difesa".
"Due direttrici imprescindibili per la "fase 2", quella della ripresa, non oltre differibile, dal 12 maggio: valorizzazione e semplificazione di tutte le procedure alternative alla giurisdizione e condivisione di regole che pur rispettando le specificità dei riti dei territori, ne declini lo svolgimento in maniera uniforme, salvaguardando sempre la tutela della salute di tutti gli operatori di giustizia e il diritto di difesa". È quanto ha ribadito ieri il Cnf al ministro Bonafede.
Il punto fondamentale è chiaro: "la smaterializzazione del processo penale", afferma l'Unione delle Camere penali, sarebbe "contraria a principi costituzionali" e renderebbe impossibile "una qualsiasi forma di contraddittorio dinanzi al giudice con tali modalità". Poche parole per riassumere tutte le obiezioni avanzate dai penalisti al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, che ora si trova per le mani anche la lettera con la quale il Garante per la Privacy, Antonello Soro, chiede chiarimenti sulle piattaforme utilizzate per il processo da remoto, girando al guardasigilli tutte le domande formulate dall'avvocatura. E sottolineando, inoltre, come tutte le norme emanate per far fronte all'emergenza, in ambito giudiziario, non siano passate dal fondamentale vaglio dell'Autorità.
L'Unione, che giovedì ha incontrato il ministro assieme ai rappresentanti di Cnf, Ocf e Anm, ha sottoposto a Bonafede una serie di proposte alternative per la gestione delle udienze nella seconda fase dell'emergenza, coniugando le precauzioni per la salute con regole in grado di non mortificare diritti e garanzie, non comprimibili nemmeno in nome di un'emergenza grande quanto quella attuale. Così è stato chiesto l'utilizzo di strumenti informatici per il deposito nelle segreterie e nelle cancellerie di istanze, memorie, liste testi e impugnazioni, soluzioni che eviterebbero spostamenti e accessi agli uffici non strettamente necessari.
Ma l'Unione, attraverso il presidente Gian Domenico Caiazza, ha anche messo in guardia il ministro sulla possibilità che la smaterializzazione dell'udienza possa comportare, in futuro, anche "un aumento dei contenziosi per le tante eccezioni di legittimità costituzionale ed opposizioni che i difensori si vedranno costretti a rappresentare nei singoli processi". Obiezioni sulle quali Bonafede ha garantito un confronto, ribadendo la natura temporanea di qualsiasi forma alternativa al processo così come previsto dalle norme ante emergenza.
Su questi temi, l'Ucpi ha già coinvolto diverse forze parlamentari, che hanno manifestato l'intenzione di opporsi al processo da remoto. Che, così come pensato, presenta anche non poche insidie da un punto di vista di protezione dei dati personali: per svuotare i tribunali ed evitare il diffondersi del virus, infatti, si è optato per due programmi commerciali americani, Skype for Business e Teams, della società Microsoft Corporation, senza alcuna certezza che l'utilizzo di tali piattaforme "consenta di rispettare le garanzie minime di sicurezza, riservatezza e protezione dei dati personali richieste dalla normativa nazionale e sovranazionale".
Senza dimenticare che, trattandosi di una società statunitense, la stessa è soggetta al Cloud Act, "che consente la discovery dei dati contenuti nei suoi server, anche se localizzati al di fuori del territorio Usa, su semplice richiesta dell'autorità governativa". Da qui le richieste di Soro, che ora chiede al ministro di spiegare se tali scelte siano o meno compatibili con la legge sul trattamento dei dati personali, nonché che fine faranno i dati eventualmente memorizzati da Microsoft Corporation, col rischio che dagli stessi si possano desumere "alcuni dati "giudiziari" particolarmente delicati quali, ad esempio, la condizione di soggetto sottoposto alle indagini o di imputato, magari in vinculis".
Temi "sicuramente rilevantissimi", che avrebbero richiesto anche un parere del Garante. Così Soro ha chiesto al ministro "ogni elemento ritenuto utile alla migliore comprensione delle caratteristiche dei trattamenti effettuati nel contesto della celebrazione, a distanza, del processo penale, ai fini dell'esercizio delle funzioni istituzionali attribuite a questa Autorità". Elementi che potrebbero cambiare le radicalmente le sorti della norma.
di Ginevra Bompiani
Il Manifesto, 18 aprile 2020
Regole e libertà. Di violazioni della Costituzione e della libertà personale, mi pare di vederne molte per tutti, in norme che incrociano l'arbitrio con l'assurdità. Oggi, per andare in libreria, ho attraversato per la prima volta un pezzo di città. Ho cercato d'imprimermi negli occhi quel che vedevo: rari passanti che si aggirano con la museruola bianca. A un certo punto ho incrociato un'amica e a salubre distanza ci siamo sbracciate per salutarci. Una macchina della polizia si è fermata. "È possibile incontrare per strada un'amica e non salutarla?".
E il poliziotto: "Ci vuole pazienza". Sì, ce ne vuole molta, ma con chi? Con l'epidemia? O con chi sta sostituendo al nostro il suo libero arbitrio? A chi faccio del male salutando un'amica da lontano? A nessuno. E allora perché la polizia ha facoltà d'interromperci? E quella di comminarci fino a 4000 euro di multa? Quando è stata votata la legge che ci toglie la facoltà di decidere il margine di rischio che vogliamo correre?
Recentemente, Vladimiro Zagrebelsky avvertiva che la restrizione protratta della libertà degli anziani viola la Costituzione. Ma di violazioni della Costituzione e della libertà personale, mi pare di vederne molte per tutti, in norme che incrociano l'arbitrio con l'assurdità (Concita De Gregorio ce le elenca in un esilarante articolo): a cominciare dalla passeggiata di 200 metri, o dalla distanza di 1,80 m. in libreria, fino alle multe spropositate di cui parla Mariangela Mianiti, come se la forma delle regole prevalesse sul motivo per cui sono state pensate: evitare nuovi contagi.
Ed è appena piovuta sulla nostra testa l'app che rintraccerà tutti i nostri contatti, che ci identificherà per "tenere a bada la diffusione del virus"! Possiamo stupircene, dopo che la celebre fase 2 è stata affidata all'ad di Vodafone? Se usciamo dalla crisi sarà su ali virtuali, così come ci abbiamo vissuto.
I governi del mondo stanno facendo del nostro panico una vertiginosa torre di Babele. Da anni la destra ci spaventava coi migranti per raggiungere lo scopo di una dittatura senza dittatore, ma non ha avuto il colpo di genio di usare una delle tante epidemie che periodicamente ci cascano addosso. Qualcuno ha già messo le carte in tavola, come Orban o Trump; qualcuno si rifiuta ancora come la Svezia; altri invece, con Italia e Francia in testa, ci offrono un merletto di menzogne, silenzi e pressioni per convincerci che la cattività imbavagliata è l'unico modo per respingere un virus che però non se ne dà per inteso e continua a sfornare lo stesso numero di morti.
Eppure, basterebbe guardare la cartina d'Italia e quella del mondo per notare la declinazione dei colori: il Nord di un bel marrone scuro, la Toscana un po' meno sostenuto, l'Umbria un amabile avorio e giù al Sud il bianco fulgente di regioni come la Basilicata e il Molise, le regioni meno industrializzate del Paese. O come mai? Non sarà perché nel Nord, coperto da una cappa nero piombo di gas letali, le fabbriche non sono mai state chiuse? E guardate il mondo: in Africa, chi ha più contagi? E in America? E in Asia?
Da ogni parte si dice che l'avvelenamento della terra e la sopraffazione di flora e fauna sono la causa di questa e di ogni passata e futura epidemia (ne parlano fra gli altri Silvio Greco e Guido Viale). Ma avete mai sentito qualcuna delle autorità accennare a una conversione delle fabbriche, a una riduzione del traffico a benzina, alla chiusura di allevamenti intensivi, alla protezione dei cittadini, non da sé stessi, ma dall'inquinamento che li sta uccidendo, per avviare misure utili a ripulire l'aria che respiriamo e lasciarcela respirare in pace?
Da ogni parte si alzano voci ragionevoli e inquiete, che se non svegliano i nostri governanti, dovrebbero almeno svegliare noi. Perché non si tratta di immolarsi al virus: è giusto stare riparati e tenere chiusi luoghi potenzialmente affollati, e soprattutto le fabbriche che saranno invece le prime a ripartire, ed è giusto che chi è stato contagiato non contagi a sua volta, ma per favore usciamo da questa retorica dell'#iorestoacasa, dell' #andratuttobene, della bandiera tricolore che sventola sui campi, smettiamo di vivere in un terrore superstizioso, non lasciamoci addomesticare dalle serie tv, dagli zum, dai webinar (senza i quali non sarebbero mai riusciti a tenerci rinchiusi), alziamo le orecchie e ascoltiamo la voce di quello che abbiamo di più prezioso, la nostra responsabilità e libertà presente e futura, la libertà che è il nostro sangue letterario e politico, quella, come dice il nostro poeta preferito, ch'è sì cara, come sa chi per lei vita rifiuta..
di Amalia De Simone
Corriere del Mezzogiorno, 18 aprile 2020
Le carcerate che fanno le mascherine: "Ne facciamo 300 al giorno, ci sentiamo utili e diamo una mano a chi è fuori in difficoltà". "Almeno così mi sento utile. Riesco a dare una mano a chi sta fuori ed è in difficoltà". Jessica ha 26 anni, già 5 alle spalle dietro le sbarre e molti altri davanti da scontare. "Ho fatto tanti errori (viene da un contesto di camorra ma oggi non ha paura di dire che la mafia è il male), e vorrei rimediare".
Lo dice mentre le sue mani curate e tatuate spingono l'orlo della mascherina sotto la macchina per cucire. "Oggi ne abbiamo già fatte 200. In genere a fine giornata arriviamo a 300", spiega Bruna dagli occhi a volte sorridenti altre volte profondamente malinconici e una condanna per associazione per delinquere finalizzata allo spaccio.
Sono le detenute del carcere di Fuorni, a Salerno, il primo penitenziario dove scoppiò la rivolta il 7 marzo scorso dopo l'annuncio che a causa dell'emergenza Covid-19, non ci sarebbero stati più colloqui. Fu in realtà una rivolta con gravi conseguenze sulle infrastrutture ma inscenata solo da una trentina di detenuti. Alcuni addirittura misero in salvo degli agenti della polizia penitenziaria e per questo per loro è stato proposto un encomio. La sezione femminile non ha mai partecipato alla protesta.
"Noi donne abbiamo una marcia in più - spiega Rita Romano, direttore del carcere - ho pensato di avviare la produzione di mascherine per distrarre le signore dal dolore del distacco dai propri figli e in generale dai loro cari. Abbiamo comprato qualche macchina per cucire ma poi loro sono state sorprendenti lavorando gratuitamente tante ore al giorno. E insieme a loro anche le poliziotte che spesso si trattengono oltre l'orario dovuto proprio per dare una mano. Abbiamo cominciato così ma poi siamo stati individuati come un centro dove sviluppare un vero e proprio opificio per la produzione di mascherine e quindi arriveranno dei macchinari dalla Cina".
Giovanna ha cinque figli ed è in pensiero per la mamma anziana: "Non sappiamo bene cosa sta succedendo fuori - spiega - possiamo solo immaginare guardando la tv. Tra poco uscirò e avrò l'opportunità di cambiare vita e questa cosa capita in un momento complicato, ma ce la farò. Ce la devo fare per i miei figli di cui mi sono persa gli anni migliori". Anche Bruna pensa a sua figlia e spera che resti a casa: "Noi qui siamo in una campana di vetro ma loro no, loro sono in pericolo. Anche per noi è difficile, a volte ci viene l'ansia".
Le mascherine prodotte in una delle due stanze dedicate alla socialità vengono poi sanificate utilizzando un macchinario all'ozono. L'operazione avviene nella sala dedicata normalmente ai colloqui e che invece ora resterebbe vuota se non ci fossero distese di mascherine da sanificare. L'ora di passeggio consentita alle detenute scatta sotto il sole ma le ragazze impegnate nella produzione non l'utilizzano tutta per non togliere tempo al lavoro.
"Hanno preso tutto molto sul serio - dice Rita Romano - e questo è molto bello. D'altronde dobbiamo trasformare un momento negativo in qualcosa di positivo e far sì che il tempo della detenzione non diventi tempo perso. Il nostro compito è restituire queste persone alla società". Le donne di Fuorni intanto si mettono in gruppo per dire in coro agli italiani, approfittando della telecamera, di restare in casa e di tenere duro. "D'altronde - aggiunge Jessica - se ve lo diciamo noi che siamo detenute e abbiamo una certa esperienza, potete farlo anche voi".










