di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 20 aprile 2020
Il 17 aprile il governo di Myanmar ha decretato la più ampia amnistia di massa dell'ultimo decennio: ne hanno beneficiato esattamente 24.896 prigionieri. Alle prese col sovraffollamento (l'immagine è tratta da questo post) e con situazioni igienico-sanitarie deplorevoli, condizioni che aprono un'autostrada alla diffusione della pandemia da Covid-19 nelle carceri, molti governi si sono convinti a decongestionare i centri di detenzione.
In Indonesia sono stati rilasciati 30.000 detenuti; in Iran 85.000; in Turchia sono previsti, scaglionati nel tempo, 90.000 rilasci. In Etiopia 5600, in Kenya 5000, in Nigeria 2600, in Marocco 5654, in Tunisia 1420 e in Libia 1347.
A prima vista, anche se l'elenco da controllare è lunghissimo, tra gli amnistiati di Myanmar non figurano prigionieri di coscienza. In Bahrein rimangono in carcere Abdulhadi al-Khawaja e Nabil Rajab, in Marocco gli attivisti del movimento Hirak e-Rif, in Nicaragua i 70 prigionieri politici arrestati dall'aprile 2018. Per non parlare dell'Egitto, le cui carceri sono stracolme di attivisti per i diritti umani - tra cui Patrick Zaki - avvocati e giornalisti. In Iran, dove pure sono è stato concesso un permesso temporaneo (che si spera permanente) a diversi prigionieri di coscienza con pena non superiore ai cinque anni, restano in carcere tra gli altri l'avvocata Nasrin Sotoudeh e l'esperto in medicina dei disastri Ahmadreza Djajali. Com'è che molti governi preferiscono rilasciare ladri, corrotti e persino stupratori e assassini invece di rimettere in libertà chi in carcere non avrebbe mai dovuto mettere piede? La risposta la lasciamo a chi leggerà questo post, anche se pare intuitiva.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 20 aprile 2020
Basmah bint Saud scomparsa un anno fa ha pubblicato su Twitter una serie di messaggi dalla prigione: non ho fatto nulla di male. "Sono reclusa in maniera arbitraria nella prigione di Al-Ha'ir, senza che sia stata formulata un'accusa. Non ho fatto nulla di male".
Ricompare - almeno in rete - la principessa ribelle saudita Basmah bint Saud. Sparita nel marzo 2019, la donna ha pubblicato su Twitter un appello dopo aver, invano, scritto più volte a corte. E rivolgendosi allo zio, il re Salman e al principe ereditario, suo cugino, il potente Mohammed Bin Salman, chiede di essere liberata dalla prigione di massima sicurezza in cui è detenuta. A spingerla è la paura di morire: "non sono stata curata e la mia salute si sta deteriorando a un punto critico, che potrebbe portarmi alla morte".
Misteri. Perché Mbs odia così tanto Basmah bint Saud da rinchiuderla nello stesso carcere di jihadisti e oppositori politici? E perché non le riserva il solito trattamento riservato ai parenti "scomodi", ossia prigionie in hotel o appartamenti di lusso? La tragedia di Basmah bint Saud inizia nella sua casa di Jeddah sulla costa del Mar Rosso in Arabia Saudita il 1° marzo 2019, quando - come ricostruito dalla Deutsche Welle - viene prelevata dagli uomini della sicurezza dei Saud con sua figlia, Suhoud, 27 anni. Prima di allora la principessa era molto attiva sui social su cui vantava migliaia di fan. Da febbraio 2019 poi però - a parte un paio di messaggi religiosi - sul suo account Twitter non era comparso più nulla.
All'epoca - secondo Deutsche Welle - "le comunicazioni della principessa sono sorvegliate". Inoltre poche settimane prima l'edizione araba della rivista Harper's Bazar aveva annunciato la sua presenza al festival letterario sponsorizzato da Emirates Airlines per presentare il suo libro The Fourth Way Law. Ma a quel Festival Basmah bint Saud non arriverà mai. Il rapimento scatta poche ore prima della sua partenza per la Svizzera, dove avrebbe dovuto ricevere cure mediche, soffrendo di osteoporosi e problemi cardiaci. E per un anno la principessa sparisce dai radar. Fino a quattro giorni fa quando i suoi tweet hanno fatto il giro del mondo.
Basmah bint Saud, 56 anni, è nota come voce fuori dal coro all'interno della potente famiglia dei Saud. Ultima dei 115 figli messi al mondo con varie mogli dall'ex sovrano Abdalá bin Abdulaziz, nasce poco dopo il colpo di Stato che costringe il padre ad abdicare in favore del fratello Salman. Vede e il genitore solo un paio di volte prima che muoia nel 1969. Poi lei e sua madre, Jamila Merhi, partono per Beirut, la città più cosmopolita del Medio Oriente. Allo scoppio della guerra civile in Libano, passano nel Regno Unito. Basmah torna in Arabia Saudita nel 1988, dove sposa Shuja Bin Nami Bin Shahin. Dopo il divorzio, nel 2007, si costruisce una carriera da giornalista e imprenditrice (aprendo, fra l'altro, una catena di ristoranti).
Quindi torna a Londra e da lì - attraverso i suoi scritti e alcune interviste - inizia a criticare il Paese d'origine, denunciando la corruzione e le ingiustizie economiche e invocando l'uguaglianza di uomini e donne. Sta ben attenta a non scagliarsi direttamente contro la famiglia reale di cui si sentiva parte. Ma attacca la fitta rete di governatori, amministratori e plutocrati che gestiscono il paese.
Infine dal 2016, torna a vivere in Arabia Saudita e durante un'intervista alla Bbc, commentando il piano di riforme del cugino Mbs Vision 2030 dichiara "Ha una visione, Vision 2030, la cui direzione è chiara: l'isolamento di tutti coloro che non sono d'accordo con quella visione". Ed è da allora che le cose si sono messe davvero male per la principessa Basmah.
Le autorità saudite non hanno rivelato i motivi dell'arresto, né lo faranno. E se non è chiaro come la principessa abbia potuto scrivere da un carcere, situato alle porte di Riad, e considerato la peggior prigione di tutto il regno e se i tweet con il testo dell'appello sono scomparsi dal web, come fa notare anche il New York Times che si è lungamente occupato della vicenda, tuttavia è abbastanza plausibile che i messaggi siano autentici, tanto più se si considera che lo scorso mese sono stati arrestati il principe Ahmed bin Abdulaziz al Saud, fratello di re Salman, e suo nipote, il principe Mohamed bin Nayef, accusati di aver tentato un colpo di stato.
Una retata e una mossa chiaramente volta a bloccare la dissidenza interna alla famiglia reale per mantenere lo status quo. Ma anche l'ultimo di una lunga serie di soprusi, se si considera che dal 2017 il principe ereditario Mbs è l'artefice di una ferrea repressione ai danni di numerose attiviste per i diritti di donne, blogger, giornalisti (uno su tutti Jamal Khashoggi, trucidato dentro il consolato di Istanbul) ed influenti esponenti religiosi. E che non risparmia nemmeno i parenti.
di Caterina Fuda*
larivieraonline.com, 19 aprile 2020
In Italia è sempre più acceso il dibattito sulle condizioni degli Istituti Penitenziari in seguito alla crescita dei contagi da Covid 19 al loro interno. Purtroppo si sono verificati morti tra i ristretti e il personale della polizia penitenziaria.
di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 19 aprile 2020
Anche all'estero i provvedimenti di scarcerazione sono limitati a chi ha da scontare un residuo di pena e non per reati gravi. Chi sostiene che in tempo di coronavirus gli altri Paesi europei siano più elastici nel concedere scarcerazioni, in funzione anti contagio, si sbaglia. Anche per la vita in carcere sono state prese misure come in Italia: l'aumento del numero di telefonate in conseguenza all'azzeramento delle visite dei familiari, collegamenti via Skype.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 aprile 2020
Dopo la lettera del Garante della privacy al Guardasigilli Bonafede, il segretario di Area mette in guardia da iniziative che rischiano di bloccare definitivamente la giustizia italiana. "Attenzione, se la giustizia non riparte subito andremo incontro a una crisi epocale del sistema e poi serviranno anni per rimetterlo in piedi". Dice così Eugenio Albamonte, il pm romano che a piazzale Clodio da oltre dieci anni si occupa dei reati informatici, ed è segretario di Area, la corrente di sinistra dei giudici.
Ma le norme eccezionali, come la possibilità di fare i processi via computer, devono valere solo adesso o per sempre? La questione è caldissima. Divide il mondo della giustizia. Gli avvocati dicono di no, ma anche l'Anm parla di "una disciplina imposta dall'emergenza e valida per la sola durata di essa", proprio come fa il Pd che con il responsabile Giustizia Walter Verini vede misure "limitate al periodo dell'emergenza". Mentre dal gruppo di Piercamillo Davigo al Csm viene l'invito a verificare se proprio queste misure non possano durare nel tempo e andare a regime per "semplificare e sburocratizzare l'attività giudiziaria, sperimentare nuove modalità operative, avere nuovi approcci ai problemi". Il dibattito è aperto. Ecco il parere di Albamonte, che è stato anche presidente dell'Anm.
Chi ha ragione tra il Garante della privacy Soro e il Guardasigilli Bonafede sui cosiddetti processi "da remoto"?
"Un attimo, è necessario fare un passo indietro. Le Camere penali si sono rivolte a Soro, ma noi magistrati, non appena è uscito il primo decreto, quindi stiamo parlando di metà marzo, ci siamo posti il problema della sicurezza dei dati ricorrendo a un processo via computer. Ne abbiamo parlato con i colleghi di via Arenula e abbiamo avuto ampie rassicurazioni sulla tutela della privacy".
In due parole, che s'intende per processi "da remoto"?
"Solo durante la fase di emergenza sarà possibile celebrare alcuni processi senza esporre a pericolo la salute degli avvocati, degli imputati, degli amministrativi e degli stessi magistrati attraverso sistemi di videoconferenza che consentono di partecipare all'udienza senza rischi di contagio".
Beh, se le cose stanno così, ammetterà che per un imputato e per il suo avvocato collegarsi con un computer può essere un problema, come dicono appunto gli stessi avvocati...
"Ricordo che già prima dell'entrata in vigore dei decreti legge sulla giustizia gli avvocati avevano indetto uno sciopero nazionale, con il blocco totale delle udienze, proprio perché erano preoccupati di venire nei tribunali. Quindi delle due l'una: o blocchiamo completamente la giustizia fino alla fine della pandemia, oppure cerchiamo un compromesso come quello di utilizzare i sistemi informatici almeno laddove non sarà possibile ancora per lungo tempo andare nelle aule".
Innanzitutto chiariamo un fatto: stiamo parlando quindi di una misura d'emergenza che, secondo lei, dovrà essere necessariamente limitata a questo periodo. Fino al 30 giugno è scritto nel decreto Cura Italia. Ma la preoccupazione degli avvocati e anche degli esponenti del centrodestra è che questo possa diventare un sistema definitivo per accelerare la giustizia italiana...
"Questo strumento dovrà essere utilizzato soltanto per il periodo dell'emergenza e solo in quei tribunali dove sarà ancora pericoloso tornare nelle aule. Non c'è nessun rischio di una modifica permanente del processo perché i magistrati per primi non la vorrebbero, almeno in questi termini. E lo stesso ministro ha preso un impegno in questa direzione".
Sia sincero, lei pensa che gli avvocati abbiano sollevato strumentalmente la violazione dei dati e della privacy dei loro assistiti?
"Sono rimasto meravigliato del fatto che abbiano chiesto chiarimenti al Garante della Privacy e non direttamente al ministero, visto che è in corso un tavolo tecnico proprio su questi argomenti nel quale si poteva porre il problema ottenendo una risposta ben più rapida di quella che può dare il Garante che a sua volta dovrà chiedere informazioni al ministero".
Insomma, mi sta dicendo che il comportamento delle Camere penali è strumentale?
"Sicuramente questa operazione interferisce con la fase di conversione del decreto legge. Tant'è che alcuni soggetti politici hanno subito ripreso l'argomento. L'effetto finale è quello di ritardare ulteriormente quel minimo riavvio della giustizia penale che sarebbe oggi possibile".
Lei da pm condivide l'idea, sollecitata dai suoi colleghi, di poter fare anche gli interrogatori "da remoto"?
"I pm come gli avvocati sanno benissimo che gli interrogatori da remoto sono molto più difficoltosi e meno efficaci. Ecco perché misure come questa sono giustificate solo dall'esigenza di rimettere in moto la giustizia il prima possibile. E non potranno mai essere inserite per sempre nel processo".
Ma davvero ritiene che per un pm e un poliziotto sia possibile interrogare una persona senza guardarla in faccia dal vivo cogliendo sue esitazioni ed eventuali incertezze? Io le confesso di essere un po' perplessa....
"È esattamente quello che intendo dire. E ancora più importante è che il giudice possa vedere dal vivo questi comportamenti non verbali ma sicuramente significativi durante il processo. Per questo dico che si tratta di misure limitate all'emergenza.
Un ex magistrato di lunga esperienza come Piero Grasso in questi giorni, rispetto a chi solleva dubbi, ripete che da lungo tempo ormai gli interrogatori dei collaboratori avvengono in videoconferenza. Stiamo parlando della stessa cosa?
"Sostanzialmente sì, ma in quel caso la maggior fatica che tutti noi facciamo per fare quegli interrogatori è giustificata da ragioni di incolumità personale dei collaboratori. Le stesse esigenze non ci sono per gli altri testimoni del processo ed è quindi giusto che, finita l'emergenza, tornino a deporre in aula".
E poi come la mettiamo con il software fornito da Microsoft? Soro mette in evidenza il rischio che dati molto delicati inerenti ai processi finiscano in mano ad estranei. Questo non è un pericolo? Come ci si può tutelare?
"Proprio in questi giorni si sta parlando di App per il tracciamento sanitario di tutti gli italiani. Entrambe le situazioni presuppongono la massima attenzione a chi gestisce i dati. Ciò non vuol dire che una volta raggiunta tale sicurezza questi strumenti non possano essere usati. E per le piattaforme ministeriali sembra di capire che proprio questo livello alto di sicurezza già sia stato predisposto".
Sta dicendo che Soro dà il via libera sulla App Immuni e invece solleva problemi sui processi via pc?
"Le cronache della giornata sembrerebbero evidenziare questa contraddizione. Ma in verità il pronunciamento del Garante sulle piattaforme del ministero della Giustizia, allo stato, è solo interlocutorio e sono convinto che all'esito della procedura questa apparente contraddizione sarà risolta".
di Carmelo Minnella*
dirittodidifesa.eu, 19 aprile 2020
Come scriveva qualche tempo fa su questa rivista Glauco Giostra, "l'emergenza carceraria non è un incendio al di là del fiume", soffermandosi sull'urgenza di chi abbia poteri decisori di "disinnescare in modo sano la bomba-virus nelle carceri" (sempre Giostra, in Sistema penale, 22 marzo 2020).
di Carmine Fotia
L'Espresso, 19 aprile 2020
Nessun distanziamento possibile. Paura di tutti e di tutto. Senza più colloqui con le famiglie. Il cappellano di Rebibbia racconta. E denuncia.
Chiudete per un momento gli occhi. Tornate alla notte tra domenica 8 e lunedì 9 marzo, a quelle fiamme che salgono dai reparti delle carceri incendiate, a quegli uomini sui tetti, al fumo dei gas, al clangore degli scudi dei reparti antisommossa, all'eco degli scarponi sul terreno, alle urla, al canto ipnotico delle sirene spiegate. Alle tentate fughe. Ai morti.
di Simona Olleni
agi.it, 19 aprile 2020
Tra le misure di alleggerimento, la detenzione domiciliare e licenze. Secondo l'Associazione Antigone, però, per ridurre i rischi di contagio dovrebbero uscire altri 8-10 mila reclusi. Oltre 6 mila i detenuti in meno negli istituti penitenziari italiani dall'inizio dell'emergenza sanitaria: gli ultimi numeri aggiornati, forniti dal Garante nazionale dei detenuti due giorni fa, parlano di 54.998 presenze nei penitenziari, a fronte delle 61.230 del 29 febbraio scorso.
di Francesco Donnici
Corriere della Calabria, 19 aprile 2020
I detenuti nei 12 penitenziari della regione superano di 100 unità i posti disponibili. Il Garante: "Bisogna sfoltire la popolazione carceraria prima che sia troppo tardi". A Crotone interrotto lo sciopero della fame, "ma siamo 8 in celle da 5, non è possibile rispettare il distanziamento".
"La situazione, nei 12 penitenziari della regione, ad oggi può dirsi tranquilla. Non ci sono state rappresaglie se non una "battitura" nel carcere di Cosenza durante le rivolte del mese scorso ed una protesta pacifica dei detenuti di Crotone. Non va però dimenticato che un contagio all'interno del carcere potrebbe diventare un moltiplicatore di drammatica gestione". A parlare è Agostino Siviglia, garante regionale dei diritti dei detenuti. Con lui abbiamo cercato di ricostruire il quadro della situazione nei luoghi di privazione della libertà personale in questo periodo delicato dove torna a far parlare di sé un problema che può dirsi quasi "atavico" nelle carceri del nostro paese: il sovraffollamento.
Gli ultimi numeri ufficiali risalgono allo scorso 31 marzo 2020, quando i detenuti dislocati nei 12 penitenziari calabresi erano 2.832 a fronte di una capienza regolamentare di 2.734 posti. Una sproporzione che rispecchia la situazione del resto del paese. Al 31 dicembre 2019, i detenuti in tutta Italia erano 60.769. Il numero è progressivamente aumentato dal 31 dicembre 2015, quando erano calati a 52.164, ed è il più alto dal 2013, quando al 31 dicembre erano 62.356.
Secondo i dati diffusi dallo United Nations Office on Drugs and Crime, nel 2017 il "tasso di detenzione" in Italia era di 100,5 detenuti ogni 100 mila abitanti. Fatta eccezione per la Germania, quasi tutti i paesi europei hanno numeri superiori al nostro: in Francia 106 detenuti ogni 100 mila abitanti, nel Regno Unito 143 detenuti ogni 100mila abitanti, in Spagna 127 detenuti ogni 100 mila abitanti, in Polonia 195 detenuti ogni 100 mila abitanti.
Il problema è ancora più visibile in questo periodo di pandemia, dove cresce la paura all'interno delle carceri, dove le celle non consentono un distanziamento sociale tra i reclusi e in alcune strutture mancano degli spazi di isolamento dove poter alloggiare i casi sospetti. Tema da non sottovalutare, a maggior ragione se letto nella chiave delle diverse pronunce con le quali l'Italia è stata sanzionata a più riprese dalla Corte Europea dei diritti dell'Uomo che, tra le altre, nella sentenza "Torreggiani" dello scorso 8 gennaio 2013 ha sottolineato come "in alcuni casi, la persona incarcerata può avere bisogno di una maggiore tutela proprio per la vulnerabilità della sua situazione e per il fatto di trovarsi totalmente sotto la responsabilità dello Stato".
Per far fronte alle rivolte, il Governo è intervenuto introducendo, nel Decreto "Cura Italia", gli articoli 123 e 124 che permettono ad alcuni detenuti, alla presenza di determinate condizioni, l'accesso a misure alternative alla detenzione. Allo scorso 8 aprile - come riportato dal Corriere della sera - le presenze nelle carceri italiane sono scese da 61.235 a 57.137 detenuti, ma i posti rimangono 47.482. La ratio è proprio quella di sfoltire la popolazione carceraria, ma pare non bastare.
"Ad oggi posso dire - continua Siviglia - che il numero delle persone detenute che riesce poi ad accedere a misure alternative, almeno in Calabria, si può contare sulle dita di una mano". Le problematiche sono molteplici: "L'apparato burocratico è rimasto invariato e questo non aiuta in un contesto di emergenza dove agire immediatamente è fondamentale".
Non per tutti i detenuti è altrettanto facile accedere alle istanze per la richiesta di misure alternative. La regola dice che possono accedervi coloro i quali abbiano - alla data di entrata in vigore del decreto - un residuo pena non superiore ai 18 mesi. Tuttavia, se il residuo pena è inferiore ai 18 mesi ma superiore ai 6 lo si subordina alla concessione del braccialetto elettronico "che tra l'altro non è di facile reperimento", rimarca Siviglia, che aggiunge: "Se rimane vincolata la valutazione sugli eventuali motivi ostativi all'esame del Magistrato di sorveglianza, tutto l'apparato burocratico normativo resta invariato e si congestiona ancor più il lavoro degli uffici giudiziari".
Lo scorso 21 marzo è stata diramata una circolare dell'amministrazione penitenziaria con la quale venivano invitati i direttori dei penitenziari di tutto il paese "a comunicare all'autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione che potrebbe avere almeno una delle nove patologie elencate dal Dap", oltre che le superano i 70 anni. Un provvedimento che guarda in maniera indiscriminata alla popolazione carceraria e che, secondo alcuni, solo per fare un esempio, potrebbe riguardare anche 74 boss oggi al 41bis. In questa chiave, ha fatto molto discutere, nei giorni scorsi, la scarcerazione del boss di Melicucco, Santo Rocco Filippone.
La Corte d'Assise di Reggio Calabria ha accolto la sua istanza per l'accesso alla misura degli arresti domiciliari proprio per evitare il rischio di contagi all'interno del carcere. La deputata in quota Fratelli d'Italia e membro della Commissione antimafia, Wanda Ferro, ha così commentato: "Come temevamo, con l'articolo 123 del decreto 18, il governo ha dato il "tana libera tutti" a boss e criminali d'ogni grado" aggiungendo "anziché liberarsi facendo tornare a casa i boss, il governo dovrebbe impegnarsi a garantire l'adeguamento degli istituti penitenziari all'emergenza in corso". C'è però da fare un distinguo ed osservare nel concreto la situazione all'interno dei penitenziari. Che le misure del governo non abbiamo dato un "tana libera tutti" lo testimoniano le parole dei detenuti del carcere di "media sicurezza" di Crotone, che scontano condanne per reati meno gravi rispetto, ad esempio, ad un eventuale 416bis.
Nella lettera inviata al Capo dello Stato ed altre Istituzioni ed autorità si legge: "La capienza della struttura è di 90 posti e siamo circa 146. Viviamo in due sezioni e una emergenziale. Nelle stanze di pernottamento invece di 5 siamo in 8 e in quelle da 2 siamo in 4". La missiva risale allo scorso 4 aprile, giorno in cui i detenuti di Crotone hanno iniziato uno sciopero della fame per portare l'attenzione delle istituzioni sul problema del sovraffollamento e per chiedere eventuali cautele all'interno dei penitenziari: "Ai nuovi entrati viene effettuata solo una rilevazione di temperatura.
Loro chiedono che a tutte le persone che gravitano intorno al carcere, da fuori, venga fatto il tampone. Questo, le normative attualmente in vigore, non lo prevedono", ci spiega il garante comunale di Crotone, Federico Ferraro che già giorni fa rafforzava un appello alla cittadinanza: "Non c'è materiale sanitario ed igienizzante per i detenuti, per questo chiediamo alle persone ed alle associazioni che possano guardare al carcere e darci una mano".
Lo sciopero è durato 5 giorni, fino a che otto donne crotonesi, raccogliendo l'appello, hanno cucito a mano e consegnato in carcere 150 mascherine lo scorso 16 aprile. "Un gesto importante - rimarca Ferraro - ma l'attenzione deve rimanere alta sulla problematica: per maggior tutela di tutti coloro che gravitano nel mondo carcere servono ancora guanti protettivi, gel igienizzante, amuchina".
La situazione nel resto del paese è precipitata dopo la decisione di sospendere le visite in carcere di familiari e prossimi congiunti, oltre che gran parte delle attività ricreative che esporrebbero al rischio di assembramenti. A maggior ragione, in queste condizioni, fondamentale dovrebbe essere l'apporto di psicologi e psichiatri.
Apporto divenuto cruciale a seguito delle rivolte e contestuale smistamento di 150 detenuti da altri penitenziari (Napoli, Foggia e Rieti su tutti), nei 12 Istituti della regione. Ma nelle carceri calabresi, come denunciato proprio da Agostino Siviglia, ci sono gravi carenze: "Ci sono penitenziari, come quello di Arghillà a Reggio Calabria, dove il personale lavora con un monte orario molto basso rispetto a quello previsto per più di 300 detenuti. Gli psicologi, ad esempio, hanno a disposizione solo 8 ore rispetto alle 36 che sarebbero normalmente previste".
Risale allo scorso 7 aprile l'ultima missiva urgente inviata alla governatrice Santelli e al generale Saverio Cotticelli "ai fini di un reclutamento di personale infermieristico e completamento orario di specialistica psichiatrica e psicologica ad Arghillà".
La risposta è arrivata proprio dal commissario "ad acta" della sanità calabrese che ha dato l'autorizzazione all'assunzione di 8 infermieri "non lasciando - rimarca Siviglia - più scuse all'Asp". Una situazione complessa e delicata dunque, che richiede una comune presa di coscienza ed un'azione preventiva: "Dall'Ufficio nazionale non trapelano indiscrezioni positive per il prossimo futuro - dice ancora Siviglia - Stiamo spingendo per interventi che possano alleggerire la popolazione carceraria.
Non stiamo parlando di atti di amnistia e indulto perché non ci sono le condizioni politiche in questo momento. Non possiamo illudere le persone private della libertà personale. E sia chiaro: non stiamo parlando nemmeno di scarcerazioni, perché continuerebbero a scontare la loro pena in condizioni più consone alla salute loro e a quella di tutti noi".
di Michele Cossa
L'Unione Sarda, 19 aprile 2020
Ne esiste solo uno non ancora consegnato: l'interpellanza dei Riformatori all'assessore della Sanità Nieddu. Perché la Sardegna è sprovvista di reparti ospedalieri detentivi? E per quale motivo l'unico già realizzato presso l'Ospedale Santissima Trinità di Cagliari nonostante sia pronto da diverso tempo non è ancora stato consegnato?
Sono, in estrema sintesi, le domande che pongono i consiglieri dei Riformatori Michele Cossa, Alfonso Marras, Aldo Salaris, Giovanni Antonio Satta nella interrogazione al Presidente della Regione Solinas e all'Assessore della Sanità Nieddu sulla situazione sanitaria in riferimento alle carceri sarde.
L'interrogazione è volta a sanare una ferita che rischia di aprirsi ulteriormente mettendo a rischio la salute dei pazienti e del personale sanitario e penitenziario - tutti esposti a eventuali rischi di contagio da Covid19 nel caso di positività di un detenuto - se non si dovesse procedere all'attivazione dei reparti ospedalieri detentivi per l'accoglienza dei detenuti che hanno necessità di cura.
"Siamo nel 2020, immersi in una crisi sanitaria ed economica senza precedenti, e ed è inaccettabile che nell'attuazione del diritto alla salute permangano zone grigie tali da non consentire a tutti l'accesso alle medesime cure e terapie creando situazioni di svantaggio o di pericolo", spiegano i Consiglieri dei Riformatori, che pongono l'accento sul fatto che "l'assistenza sanitaria penitenziaria è a carico del sistema sanitario regionale e deve essere realizzata anche con l'istituzione di apposi reparti detentivi all'interno dei presidi ospedalieri esistenti nei territori dove si trovano gli Istituti di pena".
Oggi invece il ricovero dei detenuti avviene in stanze dove sono presenti anche altri pazienti, che vengono conseguentemente esposti a pesanti disagi e probabili rischi, e con un oneroso impiego di risorse umane ed economiche.
"Malgrado le ripetute rassicurazioni dei vertici Ats in riferimento alla immediata definizione delle procedure per garantire spazi adeguati e idonei per chi ci lavora, medici, infermieri e poliziotti, e per gli altri pazienti, la situazione è rimasta immutata", denunciano i consiglieri, che considerano improcrastinabile intervenire in questo senso, anche e soprattutto alla luce dell'epidemia di Covid19 in corso e ai correlati rischi di diffusione del virus all'interno delle strutture penitenziarie sarde, che si tradurrebbe in una emergenza difficilissima da gestire.
"Non possiamo rimanere sordi davanti ai campanelli d'allarme che già abbiamo sentito suonare - concludono i Consiglieri regionali - Già in diverse occasioni, a causa dell'esiguo numero di personale di Polizia Penitenziaria impiegato nel servizio di piantonamento in ospedale, con grande fatica è stato possibile contenere tentativi di evasione o di aggressione nei confronti degli stessi Agenti o degli operatori da parte di detenuti particolarmente pericolosi, come denunciato dalle organizzazioni sindacali della Polizia penitenziaria, che in numerose occasioni hanno manifestato pubblicamente il disagio degli operatori, reclamando l'intervento delle Istituzioni".
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