di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 aprile 2020
Detenuto imbottito di psicofarmaci non mangia da 20 giorni. Il suo difensore, Carolina Schettino spiega: "È il solito "scaricabarile" tra il Sert e il Dipartimento di salute mentale quando siamo in presenza di questo tipo ammalati"
Che il carcere sia ridotto a discarica umana dove rinchiudere persone che la società non riesce a prendere in carico, questo è un dato di fatto. Ancora più grave quando le persone recluse, con complicate problematiche fisiche e psichiche, si riducono a larve umane a causa degli psicofarmaci che alleviano apparentemente il dolore causato dalle patologie fisiche, tanto da apparire secondo le relazioni sanitarie "in discrete condizioni di salute". C'è un caso, emblematico, che reclama giustizia e dove è difficile capire quale sia il senso della pena carceraria.
Ma non solo. A causa di un rimpallo di responsabilità tra Sert e centro di salute mentale, il detenuto che ha tutto il diritto di chiedere i domiciliari per motivi umanitari, rischia di vedersi rigettata l'istanza di scarcerazione per l'ennesima volta.
Parliamo di Antonio Bevilacqua, classe 1976, recluso attualmente nel carcere di Poggioreale. Deve scontare una pena di ben 12 anni di carcere. Questa lunga pena, di primo impatto, farebbe pensare che abbia commesso un gravissimo reato. In realtà la pena è dovuta da un cumulo di piccoli reati (furti, truffa, violazione codice della strada) dovuti dal suo stato di tossicodipendenza e relativi disturbi psichiatrici.
Ultimamente il suo difensore, l'avvocata Carolina Schettino del foro di Avellino, l'ha sentito telefonicamente e appariva sedato di psicotici in maniera devastante. Appariva come un automa, voce impastata, depressa. Viene nuovamente da chiedersi in che cosa consista il senso della pena carceraria per un uomo in queste condizioni.
Risulta essere affetto sin dall'infanzia da gravissimi disturbi psichiatrici causati da fattori genetici (figlio di genitore schizofrenico e fratello di detenuto morto suicida a Poggioreale), sociali (ha sempre vissuto in un tessuto sociale e familiare disastrato) e tossicomani, dedito alla droga sin dall'età di 13 anni, nonché da disturbi borderline di personalità. Il carcere non ha nient'altro che aggravato la sua patologia portandolo a numerosi gesti di autolesionismo e tentativi di impiccagione.
La sua condizione psichiatrica risulta ulteriormente compromessa da una quasi totale limitazione della deambulazione dovuta da una frattura della quarta vertebra lombare che lo costringe alla sedia a rotelle e al piantone, nonché da una frattura del polso, oltre che da pregresse patologie al fegato ed epatiche. Un cocktail esplosivo che lo rende, di fatto, incompatibile con l'ambiente carcerario. A tutto ciò si aggiunge che durante questi tre anni di detenzione ha intrapreso più volte lo sciopero della fame. Tuttora non mangia da più di 20 giorni. Ad accertarlo è Pietro Ioia, il garante dei detenuti del comune di Napoli. Qualche giorno fa è andato al carcere di Poggioreale e ha approfittato per avere informazioni direttamente dal direttore. Bevilacqua da 20 giorni ha iniziato lo sciopero della fame e a causa dei suoi problemi psichiatrici è sorvegliato a vista onde evitare che si impicchi. Tutte patologie che però, grazie alla continua sedazione, appaiono "discrete".
Gli psicofarmaci, di fatto, camuffano la sofferenza. "Bevilacqua è una delle tante vittime dell'assoluta inefficienza dell'apparato giustizia, con la sua lentezza processuale, della dirigenza sanitaria delle carceri campane, prive di ogni protocollo terapeutico per malati psichiatrici, infine, delle insidie burocratiche per la presa in carico da parte delle Asl dei pazienti cosiddetti a "doppia diagnosi", spiega l'avvocata Schettino a Il Dubbio.
"Da un anno e mezzo - sottolinea l'avvocata - chiediamo che il detenuto venga trasferito in un centro specializzato per fronteggiare le sue gravissime condizioni di salute e che possa somministrargli un programma terapeutico e riabilitativo adeguato".
Ma ad oggi viene lasciato vegetare in carcere nonostante non sia accusato di alcun reato ostativo o di forte impatto sociale. Il motivo? "Non vi è il nulla osta da parte del dipartimento di salute mentale alla presa in carico del paziente - spiega l'avvocata Schettino - poiché a "doppia diagnosi", sebbene, sulla scorta della consulenza psichiatrica di parte, presenti una netta prevalenza della patologia psichiatrica".
Un problema burocratico e di rimpallo di responsabilità che, di fatto, crea una situazione di limbo. "Di fronte a un paziente che presenta sia una diagnosi psichiatrica, sia una diagnosi di dipendenza da sostanze stupefacenti - sottolinea l'avvocata - sarebbe di fondamentale importanza la reciproca comunicazione tra i servizi ambulatoriali Serd e Uoms e la loro collaborazione nella gestione del caso.
Tuttavia nella stragrande maggioranza dei casi questo confronto non avviene, anzi si verifica uno "scaricabarile" del paziente da un servizio all'altro, così da lasciare il detenuto ed i familiari completamente disorientati all'interno di un limbo da cui sembrerebbe impossibile venir fuori".
Grazie alla sentenza della Corte costituzionale, le patologie psichiche e quelle fisiche sono equiparate. Teoricamente Bevilacqua ha tutte le carte in regola per usufruire dell'ex art. 47 ter comma 1 ter dell'ordinamento penitenziario. Anche alla luce del Covid 19, l'avvocata Schettino ha fatto ulteriore istanza. Ma tutto rischia di vanificarsi a causa dello scaricabile tra il Sert e Salute Mentale.
diario1984.it, 21 aprile 2020
Nella Casa di Reclusione di Opera da alcune settimane è in corso di svolgimento la rumorosa protesta di cinquanta detenuti sottoposti al regime del 41bis inscenata per il rifiuto della Direzione di accordare loro l'autorizzazione a effettuare un colloquio con la videochiamata attraverso Skype della durata di un'ora con i propri congiunti.
La richiesta dei detenuti è stata avanzata a seguito della decisione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di non consentire i colloqui visivi tra i detenuti e familiari al fine di scongiurare il pericolo che dall'esterno potessero portare il coronavirus e contagiare i detenuti e gli agenti della polizia penitenziaria. La decisione di evitare i colloqui tra detenuti e familiari ha provocato delle violente proteste in molti istituti di pena della penisola e in alcuni anche delle vere e proprie rivolte sfociate con gravi danneggiamenti alle celle di alcune sezioni e di alcune strutture come le mense.
I detenuti partecipanti alle rivolte sono stati poi trasferiti in altri istituti di pena e la situazione è ritornata ad un'apparente normalità anche per la concessione fatta ai reclusi comuni di poter sostituire i colloqui visivi con quelli delle videochiamate via Skype. Ai detenuti sottoposti al regime del 41bis questa misura alternativa dei colloqui con i congiunti è stata, però, negata nonostante fosse prevista dal Dpcm dell'8 marzo.
Nella Casa di Reclusione di Opera, prima che scoppiasse l'epidemia del Covid-19, i detenuti sottoposti al regime del 41bis avevano a disposizione due modalità di colloquio con i congiunti: o quella visiva con l'ingresso in carcere della moglie o della madre o del familiare autorizzato a fare il colloquio oppure di effettuare una telefonata della durata di dieci minuti con la famiglia. Sia i colloqui che le telefonate erano consentiti una volta al mese.
Poi, dopo le rivolte, per i detenuti comuni i colloqui visivi sono stati sostituiti con le videochiamate attraverso Skype, mentre per i detenuti del 41bis è rimasta in vigore soltanto la telefonata di dieci minuti al mese. Per questa disparità di trattamento, i 50 detenuti del carcere di Opera dall'inizio del mese di aprile, ad un'ora del mattino, cominciano a battere contro le inferriate delle celle e delle finestre per "persuadere" il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria di consentire anche a loro la possibilità di intrattenere i colloqui con i propri cari con la videochiamata mediante il sistema Skype.
Quella dei detenuti della Casa di Reclusione di Opera, ove è ristretto anche il siracusano Giuseppe Guarino, è una richiesta legittima dal momento che il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri non fa alcuna differenza tra detenuti comuni e detenuti sottoposti al regime del 41bis.
Il difensore di Giuseppe Guarino, avvocato Eugenio Rogliani, da quando è iniziata la chiassosa protesta dei 50 detenuti sottoposti al 41bis, ha presentato delle istanze al Magistrato di Sorveglianza e ha scritto al Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria per far sì che venga accolta la richiesta della videochiamata e permettere in tal modo ai detenuti sottoposti al regime del carcere duro di poter parlare per un'ora al mese con i propri cari.
umbriadomani.it, 21 aprile 2020
"Facciamo nostro l'invito del Papa di prestare attenzione nei confronti dei detenuti, anche in Umbria, in questo periodo di crisi socio sanitaria". È quanto dichiara Donatella Porzi, consigliere regionale del Pd, che chiede: "misure straordinarie e scrupolose per detenuti, polizia penitenziaria e operatori".
"Il settore delle carceri umbre - spiega Porzi - non è stato toccato da agitazioni e rivolte, e neanche da situazioni di contagi a differenza di quanto accaduto in altre regioni. Segno dell'ottimo riscontro dato dall'opera fatta dei quattro penitenziari umbri da parte della dirigenza e del personale, in cui una chiara informazione ha stimolato il senso di responsabilità dei detenuti e la condivisione con il personale.
Anche in relazione al monitoraggio effettuato, sui 1451 ospiti, i tamponi effettuati sui soggetti di mobilità sono stati 175 (12,06 per cento) e solo 1 è risultato positivo. Per il personale, su 1009 sono stati effettuati 925 tamponi e solo un soggetto è risultato positivo. Quindi su 2.450 soggetti, 1100 tamponi e due positivi. Numeri importanti, sui quali occorre però avviare una fase di consolidamento".
"Serve potenziare il comitato di crisi - prosegue Porzi - per sovrintendere e garantire il settore penitenziario. È necessario continuare e accelerare la fase di tamponatura a tutti i detenuti presenti e a tutto il personale, che andrà rafforzato, in quanto le piante organiche nazionali parlano di una sostanziale carenza per l'Umbria.
A fianco al tampone, il personale deve essere dotato di dispositivi di protezione individuale e di una adeguata informazione su di essi". "La fase due - conclude Porzi - si costruisce anche con l'attenzione a questo campo. Una democrazia e una civiltà adeguata alle sfide del futuro non può prescindere dai valori costituzionali di una pena e di un sistema penitenziario che tenda alla rieducazione del condannato".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 21 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 20 aprile 2020 n. 12455. Il giudice non può condannare il prestanome, amministratore di diritto della società, in presenza del ruolo preponderante svolto dall'amministratore di fatto della fallita, senza provare il dolo che caratterizza il reato.
La Corte di cassazione, con la sentenza 12455 accoglie, sul punto, il ricorso "dell'uomo di paglia" contro la condanna che era scattata malgrado l'assenza di prove relative all'elemento psicologico del reato di bancarotta fraudolenta documentale per sottrazione o per omessa tenuta delle scritture contabili.
Una fattispecie per la quale è richiesto il dolo specifico, di recare pregiudizio ai creditori. Il reato in questione, ricorda la Suprema corte, è infatti autonomo e alternativo, rispetto alla fraudolenta tenuta delle scritture, ipotesi per la quale è richiesto invece il dolo generico e si presuppone un accertamento condotto sui libri contabili effettivamente rinvenuti ed esaminati dagli organi fallimentari. I giudici di legittimità accolgono dunque il ricorso e annullano, per quanto riguarda la specifica doglianza, con rinvio alla Corte d'Appello.
La Corte territoriale aveva, infatti, sbagliato a valorizzare solo il ruolo da prestanome, censurando l'imputato per non aver impedito le condotte dell'amministratore di fatto, vero gestore della società fallita. Circostanza che, aveva evidenziato la difesa poteva in caso integrare il solo profilo della colpa.
di Angela Marino
fanpage.it, 21 aprile 2020
"Altro che infarto, mio figlio è stato pestato a morte: è ora che qualcuno lo riconosca". Maria Ciuffi, addetta alle pulizie di Pisa, chiede con forza la riapertura del caso di Marcello Lonzi, morto a 29 anni nel carcere di Livorno in un lago di sangue, ufficialmente per arresto cardiaco. Marcello sarebbe uscito dopo 5 mesi, era in cella per tentato furto.
"Me lo hanno ucciso". Sono le parole di Maria Ciuffi, mamma coraggio che da diciassettenne anni si batte perché venga celebrato un processo ai presunti responsabili della morte di suo figlio Marcello Lonzi, deceduto l'11 luglio 2003, nel carcere Le Sughere di Livorno, ufficialmente per arresto cardiaco, all'età di 29 anni.
"Per me è stato omicidio, Marcellino è stato pestato" dice Maria. Marcello, come spiega a Fanpage.it, si trovava in carcere per una condanna a nove mesi, di cui quattro già scontati, per tentato furto. "Mio figlio viveva un periodo difficile con il lavoro - spiega - spesso lo aiutavo con la spesa perché potesse provvedere a sé e a Barbara, la compagna. Era un ragazzo tranquillo e presto sarebbe uscito per andare in comunità".
L'11 luglio 2003, però, a soli 29 anni e godendo di una perfetta salute, Marcello Lonzi muore nella cella 21, in un lago di sangue, fuoriuscito, secondo l'inchiesta ufficiale, per una presunta caduta in cui avrebbe sbattuto contro i mobili della cella. Suo padre e sua madre ne vengono informati solo l'indomani e non hanno neanche il tempo di nominare un medico che partecipi all'autopsia che intanto si sta svolgendo al cimitero dei Lupi, per mano del dottor Alessandro Bassi Luciani.
Sarà proprio quello l'esame che farà archiviare il caso per morte naturale, identificando le lesioni in traumi da caduta. Alla madre non resta molto altro da fare che richiedere un esame medico legale di parte basato sulle cruente foto della scena dell'evento, tutto ciò che resta di quel tragico venerdì. Ne viene fuori una controperizia che pone seri e circostanziati dubbi su quelle ferite. Intanto il sangue. Perché sul pavimento sono presenti delle strisciature simili a quelle prodotte trascinando il cadavere?
Il corpo è stato spostato prima dell'arrivo dei paramedici? E quelle lesioni al volto e al corpo che per forma e profondità sono incompatibili con l'urto sui mobili della cella? Tanto basta perché nell'estate del 2006, tre anni dopo i fatti, il caso venga riaperto e finalmente il Gip autorizzi la riesumazione per una seconda autopsia.
Stavolta l'esito è diverso: il medico legale riscontra la rottura delle costole, un trauma che potrebbe, tra l'altro, essere la conseguenza di una manovra rianimatoria. Le ferite sulle volte e sul corpo, ancora una volta, appaiono incompatibili con la caduta accidentale così come descritta dai testimoni, tra cui il compagno di cella di Marcello, che disse di averlo visto bocconi sul pavimento.
"Ho parlato con un ex detenuto presente all'epoca dei fatti - racconta Maria Ciuffi - mi ha riferito che quella mattina Marcello 'si era preso' (aveva litigato) con un agente penitenziario e che nel pomeriggio alcune persone erano andate a prendere Marcello in cella, dopodiché in sezione ci sarebbe stato un viavai e di persone e voci sconosciute e poi la notizia della morte di Marcello. Lo stesso detenuto, però, in sede di verbale ha dato una versione diversa da ciò che ha raccontato a me". Incongruenze dunque, ma anche silenzi e reticenze in un caso che sembra meritare ulteriori approfondimenti investigativi.
Dopo numerose richieste di archiviazione, oggi, il caso è passato nelle mani dell'avvocato Serena Gasperini, legale di parte civile, che ha richiesto al Gip, Antonio Del Forno un esame che potrebbe rivelarsi decisivo: la Bpa (Bloodstain pattern analysis), l'esame della traiettoria delle tracce di sangue.
Pur avendo il Pm nulla opposto alle richieste della difesa della persona offesa in merito alla prosecuzione delle indagini, il gip ha rilevato un passaggio procedurale mancante che, laddove le indagini fossero svolte, non ne permetterebbe l'utilizzazione. Pertanto, non appena riapriranno i tribunali dopo lo stop per l'emergenza sanitaria verrà presentata una nuova istanza. Un passo solo formale. "Basta guardare le foto del mio Marcellino - conclude mamma Maria - vi sembra veramente infarto?"
di Andrea Priante
Corriere del Veneto, 21 aprile 2020
Il direttore del carcere aveva scritto ai giudici: "Deve uscire perché qui è impossibile fermare il virus". Allarme delle guardie: "Già 20 di noi sono contagiate". Allo stato attuale è "impossibile rispettare, nel contesto del circuito penitenziario, misure di profilassi idonee a scongiurare pericolo di contagio per i detenuti e per le persone che in carcere vi lavorano".
A scriverlo, in una nota fatta recapitare il 9 aprile alla Corte d'appello di Venezia, è la direttrice della casa circondariale di Verona, Maria Grazia Bregoli. Ed è in queste righe riportate dai giudici in un dispositivo - e che sembrano suonare quasi come una resa delle istituzioni di fronte alla forza del coronavirus - che si posa la decisione di scarcerare un indiano al quale, in seguito al tampone, era stata "accertata la sua positività al Covid-19".
Lo straniero, 40 anni, è quindi tornato libero venerdì scorso proprio perché, pur risultando asintomatico, risultava aver contratto il virus e la direzione del carcere ammetteva candidamente che l'unico modo per evitare che potesse contagiare altre persone era sbatterlo fuori. Peccato che l'ormai ex detenuto non avesse una casa in cui tornare e così, fino al giorno successivo, ha vagato tranquillamente per le strade di Verona, incontrando connazionali (e perfino il suo avvocato), fino a quando i carabinieri l'hanno trovato in stazione.
"Ho il coronavirus", ha subito spiegato ai militari, che a quale punto l'hanno trasferito in una struttura protetta. Ma ora resta da capire come sia possibile che, mentre tutti sono ancora bloccati in casa, si possa decidere di scarcerare un contagiato senza neppure accertarsi del fatto che abbia un luogo in cui auto-isolarsi.
Le mascherine - Il sindaco di Verona, Federico Sboarina, nei giorni scorsi ha consegnato agli agenti della polizia penitenziaria mascherine e altri dispositivi di protezione il detenuto non si poteva trasferire in ospedale perché "non è necessario il ricovero trattandosi di paziente asintomatico". Dall'altro, in prigione proprio non ci doveva stare, per l'impossibilità di adottare adeguate misure anti- contagio. A complicare tutto, il fatto che l'indiano stava scontando una pena a quattro anni di reclusione per maltrattamenti in famiglia e quindi non era possibile rimandarlo nel paesino della Bassa in cui risiedeva prima dell'arresto, per il rischio che aggredisse nuovamente la moglie.
Così, i magistrati veneziani l'hanno scarcerato ma con l'obbligo di rimanere a Verona. Hanno poi comunicato la decisione anche a carabinieri, sindaco del capoluogo e Usl che avrebbero dovuto in tutta fretta organizzarsi per "adottare i provvedimenti di competenza - scrive la Corte - per la gestione della quarantena dell'interessato". Com'è andata a finire, lo dimostra il fatto che sia stato rintracciato solo il giorno successivo in stazione. L'avvocato dell'uomo, che nel frattempo l'aveva incontrato senza sapere che risultasse positivo al Covid-19 - è stato subito posto in isolamento fiduciario, che per fortuna si è esaurito nell'arco del fine settimana, visto che - stando ai nuovi test - l'indiano ora risulta negativizzato. Ma il rischio corso (dal legale e da tutti coloro che sono entrati in contatto con l'ex detenuto) è evidente.
Non è la prima volta che un malato di Covid-19 viene scarcerato per non compromettere la sicurezza della prigione scaligera. Il 7 aprile il giudice di sorveglianza di Verona ha "disposto l'immediata liberazione" di un uomo accusato di violenza sessuale proprio perché risultato positivo al tampone. "Per ottenere un controllo della malattia virale - scrive il magistrato - appare di fondamentale importanza un costante monitoraggio del paziente, che non sembra possibile effettuare in ambito penitenziario". Al contrario di quanto accaduto con l'indiano, però, in questo caso l'uomo ha lasciato la sua cella in totale sicurezza. "In ambulanza è stato trasferito a casa dei genitori, dove prosegue l'isolamento", spiega il suo avvocato, Cristiano Pippa.
"Da tempo chiedevo che potesse lasciare il penitenziario per scongiurare il rischio che venisse contagiato - prosegue il legale - ma non ho mai ottenuto risposta. Ha potuto lasciare la prigione solo ora che è troppo tardi perché, purtroppo, ha già contratto il virus. Serve un cambio di rotta: il diritto alla salute deve valere per tutti, compresi i detenuti".
Che la gestione del contagio nel carcere di Verona stia diventando sempre più complessa, lo sostiene anche il segretario regionale del Uil-Pa, Nicolino Butano: "La situazione è grave: sono già una ventina gli agenti di polizia penitenziaria positivi al Covid, oltre a circa trenta detenuti. Le responsabilità sono evidenti. Basti pensare che all'inizio di tutto, dalla Direzione arrivò al personale l'invito a non utilizzare le mascherine perché potevano generare inutili allarmismi".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 21 aprile 2020
Il caso dei presunti pestaggi avvenuti al carcere di Santa Maria Capua Vetere arriva in Parlamento. E lo fa Rifondazione Comunista tramite la senatrice Paola Nugnes - che da alcuni mesi ha deciso di rappresentarlo in Senato - depositando un'interrogazione a risposta orale con carattere di urgenza sulla situazione del carcere sammaritano, che sarebbe stato oggetto di un'operazione repressiva indegna a seguito della protesta per la propagazione del virus letale del Covid-19.
"Noi stiamo dalla parte dei detenuti e dei lavoratori penitenziari che rischiano infezioni in particolare in regioni - come Campania, Lombardia e Lazio - dove le strutture sono pesantemente sovraffollate", dicono il segretario nazionale Maurizio Acerbo, il responsabile democrazia/ diritti Giovanni Russo Spena e il responsabile giustizia Gianluca Schiavon.
"Ministro, lo diciamo con minor garbo istituzionale - tuonano i responsabili di Rifondazione - se non sa risolvere i problemi di persone ristrette se ne vada! È questione di rispetto non solo del diritto umano a una pena giusta e rieducativa, è questione di un diritto umano fondamentale, quello alla vita in presenza di una pandemia".
Nell'interrogazione a firma delle senatrice Nugnes, viene chiesto se il ministro in indirizzo sia a conoscenza dei presunti pestaggi e come intenda intervenire perché si faccia chiarezza su quanto realmente accaduto nelle 24 ore tra domenica 5 e lunedì 6 aprile; se il ministro in indirizzo intenda intervenire, nei limiti delle sue competenze, affinché venga garantita la salute e la sicurezza nelle carceri italiane, giacché gli articoli 123 e 124 del "Cura Italia" non hanno modificano granché le normative esistenti e nella pratica anche quando viene concessa la detenzione domiciliare si richiede come vincolo la sorveglianza con braccialetti elettronici, la cui disponibilità in questo momento è limitata e, con ogni probabilità, insufficiente per ridurre il sovraffollamento; se il ministro voglia intervenire per indirizzare l'azione di questo governo al fine di limitare il sovraffollamento e il conseguente pericolo dei contagi nelle carceri italiane per tutelare i detenuti e, naturalmente, anche il personale che lavora nelle carceri, poliziotti e civili, attraverso la predisposizione obbligatoria di dei dispositivi di protezione individuali quali mascherine e igienizzanti, la sanificazione dei locali, dei luoghi comuni, uffici, celle, mense e l'acquisto di braccialetti elettronici al fine di far scontare la pensa residua, a chi e ha diritto, presso la propria abitazione.
di Luigi Labruna
La Repubblica, 21 aprile 2020
A Napoli, in tutto il Paese e in buona parte del mondo ci si sente tutti carcerati. Non solo le persone dinamiche, abituate a fare 10 chilometri al giorno di corsa per stare in forma, i professionisti o i manager avvezzi a far colazione a Napoli, trattare affari a Milano nel pomeriggio e tornare a casa la sera. I pendolari e le casalinghe. Ma pure i vecchi, di norma impigriti sulle poltrone. I professori che niente schioda dallo scrittoio. Persino gli allettati. E non solo i rinchiusi nei bassi dei Quartieri. Anche chi ha una casa di sei vani, tre bagni, una terrazza da cui gode il panorama del golfo.
Tutti hanno voglia di uscire. Incontrare amici. Fidanzate. Amanti. Pure conoscenti antipatici. Andare a lavorare o a scuola. Taluni cadono in depressione. Litigano. Picchiano il coniuge. Uno si è fatto multare in strada dichiarando "preferisco il virus a mia moglie". Una donna si è gettata dalla finestra. E sono solo meno di due mesi che stiamo "carcerati in casa". Tutti, tranne la spudorata senatrice che da Roma è andata al mare ad Anzio "per esercitare il suo mandato".
Pensate a quei poveri cristi che stanno nelle carceri vere. Molte fatiscenti. Vergognosamente sovraffollate (a Poggioreale il 40% più del lecito). In alcune è arrivato il virus. Secondo le Corti, in Italia i reclusi vivono in condizioni contrarie ai diritti dell'uomo. I colloqui sono sospesi. E, badate, di loro parecchi sono colpevoli e scontano pene definitive (che dovrebbero "rieducarli"!) ma non pochi sono in attesa di giudizio: innocenti, o presunti "non colpevoli".
Ad una recente sommossa nel penitenziario di Santa Maria Capua Vetere sarebbe seguito - denunzia il garante Ciambriello - un pestaggio brutale da parte di agenti incappucciati. Magistrati non certo "eversori", come Salvi, Melillo, Bruti Liberati suggeriscono vari rimedi per impedire che le carceri scoppino: ampliamento delle misure alternative, depenalizzazioni reati non gravi, riduzione pene per buona condotta, differimento di talune esecuzioni eccetera. Nessuno se ne dà per inteso. Per timore di Salvini, Buonafede e i 5 Stelle non vogliono far niente. Così il Pd. Né (ragionevoli) indulti né altro. Irresponsabili.
di Raffaele Crispo
parmadaily.it, 21 aprile 2020
Una delle misure previste dal Decreto "Cura Italia" emanato dal Consiglio dei Ministri, a seguito delle rivolte scoppiate all'interno di numerose carceri, prevede la continuazione della detenzione presso la propria abitazione se la pena da scontare è inferiore ai 18 mesi.
Tale decreto del 17 marzo scorso, voluto in gran fretta dal governo a seguito dell'emergenza corona virus, interesserà circa 4.000 detenuti che potranno ottenere grazie a una procedura semplificata la detenzione domiciliare per il periodo che resta alla fine della pena. Così anche a Parma diversi detenuti hanno iniziato a godere di tale beneficio o misura e per alcuni si sono aperte le porte del carcere. Non tutti, però, dopo tanti anni di detenzione hanno ancora una famiglia e degli affetti presso i quali trovare ospitalità e conforto. Molti, a causa di vicende personali o perché originari di posti lontani o di Paesi esteri non hanno più i contatti con le proprie famiglie e pertanto sono "liberi" ma senza un tetto.
Nella nostra città opera da oltre 25 anni l'associazione "Per Ricominciare" che mette a disposizione dei detenuti in semilibertà, ed in particolar modo dei loro familiari, due modeste ma dignitosissime abitazioni situate l'una in centro e l'altra nella prima nella prima periferia. In questa occasione la presidente Emilia Agostini Zacomer e tutti i soci hanno messo a disposizione dei magistrati di sorveglianza uno degli appartamenti che da alcune settimane è diventato la nuova "casa-prigione" per tre detenuti che pur avendo origini e trascorsi diversi hanno costituito una nuova famiglia.
Il primo è di origini partenopee, da tempo lavora nei servizi di raccolta dei rifiuti e si serve dell'abitazione come punto di appoggio e per rispettare l'obbligo di reclusione nelle ore notturne; un altro, catanese sessantacinquenne, ha una storia ancora più singolare perché dopo 26 anni di detenzione proprio il 17 aprile ha chiuso i conti con la giustizia, ma non avendo più contatti con la famiglia di origine, rimarrà libero in questo domicilio coatto ancora per alcune settimane. Il terzo, più giovane, proviene dal nord dell'Albania e siccome è un fervido credente trascorre gran parte del tempo per pregare e fare letture religiose. Tra di loro si è instaurato subito un clima di "complicità" dando vita ad una nuova famiglia di fatto variegata e ricca di esperienze difficili e diverse.
Ognuno in casa dà il proprio contributo e si presta nello svolgere le faccende in base alle proprie attitudini, inclinazioni e capacità. C'è chi provvede alla pulizia della casa, chi alla piccola e necessaria manutenzione e chi alla preparazione dei pasti cercando di dare il meglio di sé per vivere serenamente questo scorcio di pena che rimane. Molte delle ore le trascorrono per raccontarsi i loro "curricula", le gioventù difficili, gli errori commessi e le difficoltà attraversate. Ciò che più crea empatia tra di loro sono i sogni e i progetti che hanno e che sperano di realizzare non appena saranno "uomini liberi". C'è chi desidera ritornare al più presto in Albania per sposare una brava ragazza del posto, c'è chi si augura di ritrovare i figli che da tanti anni vivono in Francia e c'è chi spera di tornare a gustare le bellezze e i sapori dell'amata Napoli.
Nei giorni scorsi le ragazze che prestano servizio di volontariato sociale si sono recate presso l'appartamento non tanto per verificare le condizioni e la tenuta dello stesso ma, soprattutto, per dare istruzioni di economia domestica e per far sentire ai nuovi ospiti tutto l'affetto e il calore dell'associazione "Per Ricominciare".
C'è anche chi fa di più come "mamma Mauretta" che ogni domenica prepara prelibatezze emiliane per un menu completo dal primo al dolce e per far assaporare agli sfortunati ospiti della casa del Samaritano il meglio della tradizione parmigiana. Grazie a tale provvedimento ministeriale anche altri detenuti potranno fare istanza per ottenere i domiciliari e e per poter godere di tale misura e reinserirsi gradualmente nella società.
di Stefano Liburdi
Il Tempo, 21 aprile 2020
Il racconto choc di un ex detenuto: "Distanziamento sociale impossibile con 4 in una cella di 20 mq scarsi. Bagno e cucina nello stesso stanzino. E una mascherina mai cambiata".
In quattro in una cella di 20mq scarsi, con i letti saldati a terra distanti tra loro appena 50 cm. Uno stanzino che è bagno e cucina insieme e uno spazio largo 20 metri e lungo 15 dove passeggiano anche più di 120 persone nello stesso momento. A raccontare a Il Tempo la condizione in cui vivono i reclusi è Pasquale De Masi tornato in libertà il 4 aprile scorso dopo otto anni di detenzione, gli ultimi dei quali scontati a Rebibbia.
"Oggi più che mai i detenuti patiscono la sofferenza e l'irrequietezza della solitudine. È un'umanità stanca quella delle galere. Ed io, appena rimesso in libertà, non posso dimenticarmi di loro, degli uomini ombra". Da fine febbraio i cronici problemi che da sempre tormentano i penitenziari italiani, primo fra tutti il sovraffollamento, sono diventati ancora più minacciosi con l'arrivo del Covid-19 che ha varcato il cancello metallico delle prigioni.
Numerosi i contagi già avvenuti tra chi vive dentro quelle mura o lì presta servizio, come gli agenti di Polizia penitenziaria e gli operatori sanitari. La situazione rischia però di degenerare in un luogo dove si convive ventiquattro ore al giorno a stretto contatto con i compagni di cella. Le misure adottate dal governo non hanno risolto il problema: dei braccialetti elettronici promessi, che avrebbero consentito un alleggerimento della popolazione carceraria, ne sono arrivati solo una piccolissima parte e a troppi pochi detenuti è stata concessa una misura alternativa della pena. Il carcere resta così una bomba che può esplodere da un momento all'altro.
Pasquale, a Rebibbia quando avete cominciato a capire quello che stava avvenendo fuori?
"All'inizio non riuscivamo bene a comprendere ciò che stava succedendo, poi quando i morti sono diventati 7/800 al giorno, ci siamo guardati negli occhi cercando risposte che non potevamo darci".
E chi aveva contatti con l'esterno, come ha reagito alla situazione?
"Dallo sguardo di agenti e personale si percepiva la preoccupazione, anche se tutti, compresa l'amministrazione, cercavano di minimizzare per non far salire la tensione".
Poi sono stati sospesi i colloqui, interrotte le attività e le tensioni sono salite fino alla rivolta di alcuni detenuti.
"L'amministrazione è stata abbastanza permissiva, concedendo più telefonate e videochiamate. Le proteste però non sono scoppiate per la mancanza di colloqui, come è stato scritto. È stata la paura a provocarla. Non ho condiviso questa rivolta a cui non ho preso parte, ma non mi stupisco che si possa avere una tale reazione, quando sembra di andare incontro a morte certa. Tra i reclusi c'è gente fiaccata dalla detenzione, ci sono anche tanti anziani e malati".
Tornata la calma è cambiato qualcosa?
"La rivolta è rientrata grazie alla polizia penitenziaria che è riuscita a gestire la situazione con il dialogo. I responsabili sono stati trasferiti in altri penitenziari senza essere sottoposti al tampone. A noi è stato concesso di rimanere qualche ora in più nel corridoio".
Che misure sono state adottate per combattere il pericolo dei contagi?
"Ci è stata consegnata una mascherina, una, di tipo chirurgico, senza mai cambiarla. Il Lysoform con cui disinfettavamo le superfici è sparito, forse perché non si trovava più nei negozi. Gli agenti avevano mascherine e guanti ma, ci hanno confidato, comprati a loro spese. Intanto sono cominciate ad arrivare le notizie di casi positivi fra detenuti e personale".
Praticavate il "distanziamento sociale"?
"Impossibile. Nelle nostre celle, nel reparto di Alta Sicurezza, eravamo in 4 in meno di venti metri quadri. I letti, saldati a terra a distanza di solo mezzo metro l'uno dall'altro. In regime di carcerazione ordinaria, nelle celle ci sono anche sei persone. Poi c'è uno spazio strettissimo di 5 metri con la tazza e a 50 centimetri di distanza un lavandino 30 cm x 20 tipo "caravan" con il quale provvediamo all'igiene personale e al lavaggio degli alimenti e delle stoviglie. A poca distanza sono posizionati un tavolo e un fornello tipo campeggio. L'area passeggio si fa in un cortiletto dove a volte eravamo in 122. Lo stesso nel campo sportivo e negli spazi adibiti a palestra dove in 35 metri quadrati ci allenavamo in 40".
La giornata tipo come è scandita?
"Sveglia alle 7,30 con la conta. Un'ora dopo c'è l'apertura delle celle e chi vuole va a passeggiare, a fare la doccia o in palestra o chi come me, che mi sto laureando in giurisprudenza, nelle aule a studiare. Questo fino alle 10, poi si ritorna dentro si mangia. Alle 13 si riscende fino alle 14.30. La cena è alle 17.30 e si può fare la cosiddetta "ora di socialità" fino alle 19, ossia puoi andare a cenare in un'altra cella della sezione. Poi si rientra. Insomma, fuori da quel buco, si resta quattro ore scarse".
A inizio aprile è finalmente terminata la tua pena.
"Sono uscito da Rebibbia senza essere sottoposto a tampone, ma mi è stata fornita una mascherina di carta".
Quando è scoppiata l'emergenza sanitaria, a te mancavano poche settimane da scontare, perché non ti è stato concesso di concludere la detenzione ai domiciliati?
"Avevo presentato un'istanza per la concessione di una misura alternativa, visto che ero prossimo alla scarcerazione. Il 14 aprile (quando Pasquale era un uomo libero già da dieci gironi ndr) hanno chiamato mia sorella per chiederle se fosse disposta ad accogliermi".
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