di Michele Passione*
Il Dubbio, 22 aprile 2020
Lo scorso 20 aprile la presidente della Corte costituzionale ha disposto che sino al 30 giugno la partecipazione dei giudici alle camere di consiglio e alle udienze pubbliche potrà avvenire anche da remoto (il luogo di collegamento verrà considerata camera di consiglio o aula di udienza), che le decisioni verranno assunte sulla base degli atti, ferma la possibilità per le parti di chiedere la trattazione, che avverrà sempre in remoto, senza toga. Quanto sopra, per contrastare l'emergenza epidemiologica.
La peculiarità del giudizio dinanzi al Giudice delle Leggi e la finalità alla base del decreto non consentono sovrapposizioni tout court rispetto a quanto previsto dal governo, ma l'autorevolezza della decisione (certamente sofferta) impone alcune riflessioni sugli scenari futuri, sui quali già molti commentatori hanno segnalato i vulnera irrimediabili alla sorte del processo penale. Breve. Quasi trent'anni fa Adriano Sofri scriveva un piccolo volume (Come si scrivono le sentenze. Futuro anteriore), nel quale annotava che "il futuro non è mai semplice; il futuro anteriore fu la prima scoperta del vincolo misterioso e attorcigliato che lega ciò che sarà a ciò che è stato". Preconizzando l'estinzione del futuro anteriore, si sosteneva la perdita de "l'argomento più invincibile e commovente contro l'ergastolo". Per eterogenesi dei fini, la forma verbale che regala il diritto alla speranza agli ergastolani pare oggi disegnare un orizzonte nefasto.
Saremo andati nel burrone. Il futuro anteriore, nel suo uso epistemico, indica infatti una supposizione su un avvenimento, ed è una forma verbale che propone eventi considerati come compiuti, che si trovano nell'ambito dell'avvenire, l'anteriorità di un evento rispetto a un momento del futuro.
Così, per il processo in remoto (una farsa, un simulacro, un surrogato di quello "Giusto", che la Costituzione prevede), questo è ciò che riserva il futuro (non solo, non di certo, solo fino al 30 giugno). Come Odisseo, dovremo farci legare per resistere al canto delle sirene; in tante parti d'Italia si piangono morti, senza poterli neanche accompagnare al momento del loro congedo da noi e dalla vita. In tutta Italia i diritti sono sospesi, e ovunque si avverte l'esigenza di tornare al lavoro. Anche per gli Avvocati è così. L'aver posto la tutela della salute alla base degli strappi alle regole processuali e costituzionali oggi propone il conto di una minestra indigeribile, e svela la reale finalità della decretazione d'urgenza. Così per la sospensione dei termini di custodia cautelare e della prescrizione, laddove, prima del Covid, si era (erroneamente) ritenuto che nei processi con imputati detenuti l'astensione dalle udienze fosse recessiva. Così, addirittura, in tanti hanno oggi sacrificato questi interessi, preferendo rinviare la trattazione dei processi con detenuti. Volendo, si può; un'indecenza.
Per intanto, occorre prendere atto che le proposte avanzate dall'Ucpi si infrangono sui frangiflutti dell'inciviltà giuridica, della deliberata volontà di pareggiare i conti con la riforma costituzionale dell'articolo 111, cui dedicò tutta la sua passione e tenacia il compianto Giuseppe Frigo. Come già accaduto nelle puntate precedenti (la riforma penale, i tavoli, la prescrizione, le varie modifiche al codice penale e a quello di rito), la disponibilità del governo all'ascolto in realtà si rivela per quello che è: un'interlocuzione sorda alla ragionevolezza, e condizionata a soddisfare altri desiderata politici. Così, com'era ovvio attendersi, i togati di AeI al Csm hanno già proposto di rendere stabili alcune novità del decreto Cura Italia, per ciò che attiene al remoto. Vellicando gli amici, la risposta è pronta.
Al dunque, vi è da chiedersi quali risposte fornire a ciò che è steso sul tavolo del perito settore; l'esame autoptico delle garanzie, o la risposta - unica - che gli Avvocati possono e debbono offrire alla barbarie ipocrita che per renderci immuni ci consegna a un lockdown dei diritti, dietro a uno schermo, ma per sempre dinanzi allo specchio infranto delle garanzie. Non eccezioni o questioni (men che meno di legittimità costituzionali, per le quali occorre trovare un Giudice, per le quali la Corte risponderebbe tra un anno, forse nei termini già indicati dal citato decreto); basterebbe non accendere il pc. Per non farsi trovare senza toga, e magari senza vergogna.
*Avvocato
di Riccardo Lo Verso
Il Foglio, 22 aprile 2020
Francesco Bonura, 78 anni, detenuto al 41bis, lascia il carcere perché anziano, malato e con fine pena tra 9 mesi. Ma c'è chi grida allo scandalo ed evoca la Trattativa. Il giudice di Sorveglianza di Milano - era detenuto nel carcere di Opera - ha stabilito che può andare agli arresti domiciliari "anche tenuto conto dell'attuale emergenza sanitaria (per il Coronavirus) e del correlato rischio di contagio indubbiamente più elevato in un ambiente ad alta densità di popolazione come il carcere che espone a conseguenze particolarmente gravi i soggetti anziani ed affetti da serie patologie pregresse".
L'Espresso lancia la notizia, ripresa da quasi tutti i media. Monta lo scandalo. Il Fatto quotidiano e le agenzie di stampa raccolgono indignate dichiarazioni. Tra i primi a intervenire è Antonino Di Matteo, oggi alla Direzione nazionale antimafia ed ex pubblico ministero del processo palermitano sulla Trattativa stato-mafia. Ed è alla Trattativa che fa subito riferimento: "Una ulteriore grave offesa alla memoria delle vittime e all'impegno quotidiano di tanti umili servitori dello stato. Lo stato sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della Trattativa stato-mafia. Lo stato sta dando l'impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolte".
Eh sì, la scarcerazione di Bonura è la conferma, dicono i partigiani dell'antimafia, i duri e puri, che la concessione dei domiciliari, legata all'emergenza Coronavirus, per rendere meno affollate le carceri altro non è che un indulto mascherato. I detenuti hanno protestato e devastato alcuni istituti penitenziari e lo stato si è calato le braghe. Si manda a casa un mafioso conclamato, detenuto al carcere duro, e fedele alleato di Bernardo Provenzano: che vergogna. Si dimentica, però, che il giudice ha giustificato la misura cautelare meno afflittiva "anche tenuto conto dell'attuale emergenza sanitaria". Anche e non solo Coronavirus, dunque, ma si omettono dei tasselli decisivi per dare fiato alla narrazione scandalistica.
Primo tassello: Bonura è stato condannato a 18 anni e 18 mesi di carcere, e considerati i giorni di liberazione anticipata che spettano a tutti i detenuti, il suo fine pena è previsto fra 9 mesi. Ha scontato quasi tutta la pena che si è meritato perché era un mafioso vero.
Secondo tassello: il giudice "ragionevolmente esclude" il pericolo di fuga e il rischio di reiterazione del reato.
Il terzo tassello entra nel cuore della questione e lo mettono a posto gli avvocati di Bonura, Giovanni Di Benedetto e Flavio Sinatra: "Abbiamo letto e sentito sulla vicenda affermazioni improprie e strumentali. Nel contesto della lunga carcerazione Bonura ha subito un cancro al colon, è stato operato in urgenza e sottoposto a cicli di chemioterapia; di recente i marker tumorali avevano registrato una allarmante impennata. Se a tutto ciò si aggiunge, come si deve, l'età ed i rischi a cui la popolazione carceraria, vieppiù a Milano, è esposta per il Coronavirus risulta palese la sussistenza di tutti i presupposti per la concessione della detenzione domiciliare in ossequio ai noti principi, di sponda anche comunitaria, sull'umanità che deve sottostare ad ogni trattamento carcerario. Ripetiamo: ogni vicenda va affrontata nel suo particolare altrimenti si rischia di scadere in perniciose e inopportune generalizzazioni che alterano la realtà".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione VI - Sentenza 21 aprile 2020 n. 12613. È illegittimo il provvedimento con il quale il giudice, nell'ambito del cosiddetto concordato in appello, si limita ad applicare la pena nella misura concordata, senza riconoscere la sospensione condizionale alla quale è subordinato l'accordo delle parti. Il recepimento "parziale" di quanto concordato rende prive di effetto le richieste e le rinunce ai motivi espresse dalle parti.
Gli atti devono così tornare alla corte d'Appello per un giudizio che rimetta le parti nella condizione precedente la richiesta del concordato. La Corte di cassazione, con la sentenza 12613, accoglie il ricorso contro la decisione di applicare la pena stabilita di intesa ma senza la sospensione condizionale, malgrado anche questa rientrasse nei "patti".
I giudici ricordano che nel concordato in appello, reintrodotto dalla riforma del Codice di rito (legge 103/2017) con l'articolo 602 comma 1 bis, il giudice si trova nella posizione di accogliere integralmente le richieste o di respingerle. Ma non può, come nel caso esaminato, disattenderle a metà. Nello specifico il no alla sospensione condizionale era scattato perché l'imputato aveva già usufruito del beneficio. Ma non basta a giustificare la decisione del giudice in contrasto con il dettato della norma.
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 22 aprile 2020
Solo avvocati e magistrati in Tribunale. Trattazione scritta per buona parte dei processi civili, mentre nel penale si riparte con i dibattimenti con detenuti (che potranno intervenire solo in videoconferenza, come per chi è ristretto al carcere duro).
Accessi con i termo-scanner, massimo due persone alla volta negli ascensori, autocertificazioni per entrare in Procura, appuntamenti via mail per entrare in cancelleria. Sono le prime mosse in vista della riapertura del Tribunale di Napoli. Undici maggio, la dead line per la fase due, all'insegna di una sorta di processo misto, ibrido: in aula avvocati, giudici e pm; da remoto consulenti e testimoni; in videoconferenza gli imputati; nessuna presenza di pubblico, almeno per la primissima parte della fase due.
Covid 2019, la ripartenza. Cambia pelle il processo. Ma proviamo a ragionare per settori, alla luce di quanto il presidente del Tribunale Elisabetta Garzo chiarisce a mo' di premessa: "Stiamo cercando di dare il massimo impulso possibile all'attività giudiziaria. Siamo pronti a rivedere orari, a fissare udienze pomeridiane per evitare assembramenti, anche se saremo costretti a valutare ogni giorno le indicazioni dell'unità di crisi regionale".
Verrà preferita la trattazione scritta, un sistema rapido per portare a compimento il maggior numero di processi, limitando la presenza in Tribunale. Lì dove è possibile, dunque, le conclusioni delle parti vengono trasmesse in via telematica. Resterà invece necessaria la presenza in Tribunale delle parti per i processi legati alla sezione Lavoro (dove il tentativo di conciliazione è obbligatorio), per le cause matrimoniali (separazioni giudiziali e consensuali), mentre per gli altri settori sarà il giudice a stabilire la possibilità di procedere con la trattazione scritta. Per le nuove iscrizioni al ruolo, la prima udienza dopo il 30 giugno.
Dal prossimo 11 maggio saranno celebrati soprattutto (se non esclusivamente) i processi con detenuti, che potranno essere presenti solo in videoconferenza; i detenuti ai domiciliari potranno invece recarsi presso un commissariato dove verrà allestita la postazione per la connessione in aula. Magistrati e avvocati entreranno invece nell'aula di giustizia (mantenendo il distanziamento), mentre per i consulenti e i testi è prevista la connessione da remoto.
Nessun accesso ovviamente per parenti e amici di detenuti, come accadeva spesso per i processi di camorra e omicidi. Ma cosa accadrà per i processi che non hanno imputati detenuti? Saranno quasi tutti rinviati, tranne quelli a rischio prescrizione o con la presenza di parti civili.
E ancora. Finisce, almeno per i prossimi mesi, l'assembramento dinanzi al giudice di pace civile che, da sessanta udienze al giorno passerà alla trattazione di cinque o sei fascicoli; ma anche per il giudice di pace penale, si prevede una riorganizzazione per evitare lunghe attese dentro o fuori l'aula di giustizia. Un processo ibrido, che attende ora la valutazione degli avvocati.
Pochi giorni fa, il Consiglio dell'Ordine di Antonio Tafuri e la Camera penale di Ermanno Carnevale hanno respinto un protocollo del Tribunale di Sorveglianza, per la consultazione dei fascicoli di udienza da remoto, via monitor, tramite la connessione on line. Quanto reggerà questo nuovo modello di processo?
In questi giorni, gli avvocati si preparano a partecipare a un flash mob per il prossimo 5 maggio (ore 11, ingresso Tribunale), sull'onda di un'iniziativa voluta dal penalista Edoardo Cardillo: "Il processo penale è ostaggio di una politica troppo vicina ai media, ma troppo lontana dalla realtà", si legge nel manifesto a mezzo social. E ancora: "No alla smaterializzazione del processo penale, facciamo sì che il processo rimanga nei confini costituzionali: in contraddittorio, in un reale contraddittorio, che solo la presenza fisica può garantire".
In campo anche il Carcere possibile, i cui rappresentanti ricordano che lo smembramento del processo rischia di minare le basi della nostra democrazia. Apertura invece da parte dell'avvocato Fabio Foglia Manzillo: "In alcuni casi ci si può limitare alla trasmissione di un atto scritto: mi riferisco al deposito di una costituzione di parte civile o di una lista testi, all'opposizione a un'archiviazione o ad alcune trattazioni in appello, dove non è necessario recarsi fisicamente in Tribunale. In altri casi però - come interrogatori di testi o consulenti in processi per bancarotta o per omicidio -, non si può perdere neppure una sfumatura, neppure una suggestione, per occorrono strumenti tecnici che devono funzionare alla perfezione, altrimenti il giudice sarà chiamato a sospendere l'udienza".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 22 aprile 2020
Corte di cassazione - Sentenza 21 aprile 2020 n. 12612. Tentata induzione indebita a dare o promettere utilità per l'agente di polizia che durante un'operazione di sgombero chieda 500 euro agli occupanti per l'assegnazione dell'alloggio popolare. Lo chiarisce la Cassazione, sentenza n. 12612, in un passaggio della decisione che ha tuttavia dichiarato l'estinzione del reato.
Il pubblico ufficiale aveva sollevato diversi motivi di ricorso fra cui la riqualificazione della fattispecie in "corruzione", facendo leva sulla particolare spregiudicatezza degli occupanti, non nuovi ad ingressi abusivi e dunque capaci di "trattare in posizione di parità" con l'agente. Puntando sul fatto che, in quanto correi, le loro dichiarazioni non sarebbero più state utilizzabili.
Per la VI Sezione penale che ha annullato la condanna della Corte di appello di Roma perché il reato si è prescritto nelle more dell'impugnazione, la ricostruzione non convince. Il discrimine tra le due figure, spiega infatti la Corte, "non risiede nella verificazione o meno, in concreto, dell'effetto intimidatorio sul privato interlocutore dell'agente pubblico, ma nell'oggettiva idoneità prevaricatrice e costrittiva della condotta di quest'ultimo". E la sentenza impugnata ha motivato "in modo adeguato" sul punto, "descrivendo lo squilibrio nei rapporti di forza tra le parti, in ragione degli effetti condizionanti esercitati sull'atteggiamento psicologico delle vittime dal carattere primario del loro interesse coinvolto, qual è quello all'abitazione".
di Andrea Priante
Corriere Veneto, 22 aprile 2020
Il Dap vieta nuovi ingressi. I sindacati: "Fatti troppi errori". Il garante: "No, tutto bene" È scontro sul caso del paziente scarcerato. Ventinove detenuti positivi al coronavirus, una ventina di guardie contagiate, un agente finito in rianimazione per crisi respiratoria. E tra i malati, perfino i due medici e l'infermiere dell'istituto.
La situazione nel carcere di Montorio sta in questi numeri che probabilmente ne fanno la prigione italiana più esposta al Covid 19. "La situazione è sfuggita di mano", taglia corto Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria (Spp). Nei giorni scorsi ha presentato un esposto in procura a Verona dove snocciola un lungo elenco di presunti errori che sarebbero stati commessi dalla direzione della Casa circondariale in queste settimane di emergenza. "E visto che va sempre peggio, sto preparando anche una seconda denuncia" anticipa.
Dal fronte opposto, la direttrice Maria Grazia Bregoli è convinta di aver fatto di tutto per contenere la diffusione del virus. Su un'unica cosa, però, tutte le parti sono concordi: il rischio di contagio all'interno del carcere di Verona è ormai ingestibile. Al punto che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del Triveneto ha inviato una circolare ai magistrati. "C'è scritto che nessun nuovo detenuto può essere assegnato alla casa circondariale di Montorio" spiega il procuratore Angela Barbaglio, che infatti ha dovuto scrivere agli altri istituti veneti chiedendo la disponibilità ad accogliere le persone che, eventualmente, verranno arrestate a Verona da qui in avanti. In pratica, l'intera prigione è stata "congelata" a causa del contagio.
Lo dimostra la storia raccontata ieri dal Corriere del Veneto: un detenuto indiano è stato scarcerato perché positivo al Covid 19, e per 24 ore ha tranquillamente vagato per il capoluogo fino a essere fermato dai carabinieri mentre si trovava in stazione. A rimetterlo in libertà, venerdì scorso, era stata la Corte d'appello di Venezia basandosi su una nota nella quale la stessa direttrice ammetteva la necessità di allontanarlo al più presto dal carcere visto che è "impossibile rispettare, nel contesto del circuito penitenziario, misure di profilassi idonee a scongiurare il pericolo di contagio per i detenuti e per le persone che vi lavorano". Per il sindacato "si è trattato di un episodio gravissimo, che ha messo in pericolo i cittadini". Ma è solo la punta dell'iceberg.
Il focolaio sarebbe esploso nella terza sezione, dove sono reclusi stupratori, pedofili e uomini condannati per maltrattamenti. "Ora è stata soprannominata "la sezione Covid" ma in seguito altri malati sono comparsi anche nella seconda sezione, dove dormono persone in semilibertà", confida una guardia al Corriere del Veneto.
"All'inizio dell'emergenza, la direzione ha spiegato di non gradire che indossassimo le mascherine perché questo poteva generare preoccupazione tra i detenuti", aggiunge. E anche adesso, i rischi non mancano: "Ogni giorno i detenuti giocano a calcio e vanno in palestra. Non c'è alcuna distanza tra loro e i contagi sono destinati ad aumentare". Vale anche per gli agenti di polizia penitenziaria, ovviamente, che in alcune situazioni non possono evitare il contatto con i carcerati. "Ora che finalmente siamo liberi di indossarle, non ci sono mascherine per tutti: io me le sono dovute comprare".
Dal suo isolamento domiciliare, una guardia positiva al Covid 19 racconta: "Mi sono contagiato lì dentro, e dopo giorni con la febbre alta per fortuna ora sto meglio. Con il mio avvocato sto valutando l'opportunità di chiedere i danni". Margherita Forestan è la Garante per i detenuti di Verona, e la mette in questi termini: "L'episodio dell'indiano scarcerato è molto grave, ma la direttrice per giorni aveva scritto a sindaco, prefettura e Usl senza ricevere risposta". Più in generale, sulla gestione dell'emergenza, Forestan non ha dubbi: "Si è fatto il possibile, ma non dimentichiamo che il carcere è un mondo a parte: si convive in celle di 12 metri quadrati, dove è impossibile imporre l'isolamento e la distanza sociale. Le partitelle a calcio? Non credo aumentino i rischi di contagio, visto che comunque i detenuti trascorrono anche il resto della giornata in stretto contatto tra loro".
Molto diversa la posizione del sindaco di Verona, Federico Sboarina: "Sulla questione del detenuto indiano positivo al Covid 19 erano state fatte due riunioni del Comitato per l'ordine pubblico e sono intercorse svariate lettere fra le istituzioni coinvolte. Ma alla fine, sapete cos'è accaduto? Che la direttrice ha fatto quello che ha voluto.
Nessun cittadino se è contagiato può circolare. Questo detenuto, invece, è stato messo in strada senza preoccuparsi della necessità di predisporre il suo isolamento sanitario. Visto che non avevamo spazi a disposizione, mi ero mosso con la Curia per trovargli una sistemazione ma, senza aspettare che l'impegno di tutti arrivasse a buon fine, la direttrice ha provveduto da sola e senza avvertire nessuno".
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 22 aprile 2020
Le linee guida danno un calendario desolante dei ritardi causati dal covid nella Capitale. Non solo, il fondo per liquidare i patrocini a spese dello Stato è esaurito. Altro che 30 giugno. L'attività giudiziaria ordinaria a Roma riprenderà, negli auspici del presidente del Tribunale più grande d'Europa, a settembre, sempre con un forse tra parentesi. A certificare quelli che realisticamente saranno i tempi sono le linee guida protocollate il 20 aprile, in cui viene scandito il calendario dei giudizi di qui alla fine dell'anno, alla luce delle regole dovute all'emergenza sanitaria.
Per quanto riguarda il civile, dal 12 maggio al 30 giugno verranno trattate le cause urgenti indicate dal dl 12/2020, poi le cause pendenti da più tempo, poi quelle relative a diritti fondamentali e infine quelle che in primo grado e in appello non richiedono attività istruttoria o siano già state istruite. Tutte le altre verranno rinviate a data successiva al 30 giugno.
Per il settore penale, invece, l'attività è scaglionata in modo ancora più preciso (e dilazionato nel tempo): dal 16 aprile all'11 maggio sono trattati solo i procedimenti previsti in via telematica (udienze di convalida, procedimenti con termini cautelari in scadenza, procedimenti in cui sono applicate misure detentive e quelle di cui il difensore ha fatto espressa richiesta di trattazione in videoconferenza). Dal 12 maggio al 30 giugno, verranno predisposti ruoli di udienza con un numero ridotto di procedimenti, scelti in base al numero delle parti, poi potranno essere trattati quelli con imputati sottoposti a misure cautelari e quelli che prevedono l'esame di periti o consulenti collegati da remoto (ma "solo se le aule saranno attrezzate adeguatamente"). Tutti gli altri procedimenti, cioè la maggior parte, verranno differiti "a partire dalle udienze libere del terzo quadrimestre del 2020": quindi non prima di settembre. Ancora oltre, invece, si va con la fissazione dei procedimenti di competenza monocratica di prima comparizione a citazione diretta, per i quali "la fissazione è sospesa fino al 31 dicembre 2020, per consentire la trattazione dei procedimenti rinviati".
Per altro, c'è chi considera anche queste stime piuttosto ottimistiche: attualmente, infatti, è complicato stimare quanto arretrato produrrà il processo telematico in termini di udienze non trattate e dunque rinviate. A ciò si aggiunge che il tribunale di Roma, come del resto molti in Italia, si trova in una endemica situazione di sotto-organico, sia per quanto riguarda i magistrati che il personale amministrativi (la scopertura è del 32%). Proprio questi ultimi, inoltre, che avrebbero il delicato compito di formare i fascicoli in via telematica, accettare le notifiche e gli atti depositati via pec, sono di fatto impossibilitati allo smatworking, perché non abilitati a collegarsi alla Rete Unica della Giustizia (il sistema informatico del ministero che raccoglie tutti i registri).
Se il futuro dei processi è fosco, altrettanto cupi sono i presagi per gli avvocati che già hanno prestato la loro attività col patrocinio a spese dello stato o come difensori d'ufficio. Come denunciato dall'Unione degli Ordini forensi del Lazio, infatti, il Presidente della Corte d'Appello di Roma ha confermato che a metà aprile il fondo per liquidare i patrocini a spese dello Stato e le difese d'ufficio si è esaurito, dunque sarà impossibile liquidare i compensi agli avvocati. Una tegola pesante sulla testa della categoria, nonostante la rappresentanza istituzionale dell'avvocatura, proprio inconsiderazione della crisi sanitaria, ha chiesto espressamente al Ministero della Giustizia di attivarsi per liquidare questo tipo di onorari il prima possibile. "L'istanza non riguarda un sostegno economico straordinario, bensì la legittima richiesta di pagamenti per attività professionali svolte spesso da diversi anni", ha scritto il coordinatore Luca Conti in una dura nota inviata a via Arenula. Che, per ora, tace.
di Andrea Priante e Lillo Aldegheri
Corriere Veneto, 22 aprile 2020
La Garante dei detenuti: fatto grave, ma erano stati mandati solleciti. Sboarina: due riunioni sul caso, non si è coordinata con le istituzioni. "La direttrice del carcere ha fatto quello che ha voluto, e quell'ex detenuto è stato messo in strada senza preoccuparsi del suo isolamento sanitario, nonostante le precise disposizioni del Prefetto". È la reazione del sindaco Sboarina, a quanto è avvenuto nei giorni scorsi, quando un detenuto positivo è stato scarcerato.
"La direttrice del carcere ha fatto quello che ha voluto, e quell'ex detenuto è stato messo in strada senza preoccuparsi del suo isolamento sanitario, nonostante le precise disposizioni del Prefetto". È molto dura la reazione del sindaco, Federico Sboarina, a quanto è avvenuto nei giorni scorsi, quando un detenuto indiano positivo al Covid 19 è stato scarcerato e per 24 ore ha tranquillamente vagato per il capoluogo, fino a essere fermato dai carabinieri mentre si trovava nella stazione di Porta Nuova. "Sulla questione spiega Sboarina - sono state fatte due riunioni del Comitato per l'ordine pubblico e sono girate svariate lettere fra le istituzioni coinvolte".
Il sindaco fa una cronistoria di quanto è successo. "L'ordinanza della Corte di Appello di Venezia che ha disposto il 14 aprile la scarcerazione - racconta il sindaco - era stata comunicata Comune, Prefetto e Aulss. Lo stesso giorno abbiamo risposto che non avevamo disponibilità di nessun posto nelle strutture di accoglienza, pur impegnandoci a reperire una sistemazione. Ulteriori verifiche - prosegue Sboarina - hanno confermato che i nostri posti erano tutti già occupati e quindi mi sono mosso con la Curia per trovare una sistemazione nella quale adesso, effettivamente, questa persona è alloggiata, con il Comune che fornisce i pasti e l'Aulss la vigilanza sanitaria".
Perché allora quella persona girava per la città? Sboarina spiega che "senza aspettare che l'impegno di tutti arrivasse a buon fine, come è accaduto, la direttrice del carcere ha provveduto da sola e senza avvertire nessuno della sua decisione. senza contare che avrebbe dovuto occuparsi anche del trasferimento al nuovo domicilio. Eppure - aggiunge il sindaco - nessun cittadino, nemmeno il più specchiato, se è positivo al virus può liberamente circolare, ma deve invece restare chiuso in quarantena".
Ed il sindaco conclude: "Il momento è complicato per tutti, ma finora abbiamo fatto fronte ad ogni singola emergenza con il coordinamento e la collaborazione fra istituzioni: se invece qualcuno non si coordina, succedono episodi come questo". Sulla stessa vicenda, peraltro, Margherita Forestan, Garante per i detenuti di Verona, sostiene che "l'episodio dell'indiano scarcerato è molto grave, ma la direttrice per giorni ha scritto a sindaco, prefettura e Usl, facendo presente la necessità di trovare un domicilio a quell'uomo. Non ha ricevuto alcuna risposta". Versione smentita però dalla ricostruzione del sindaco. La direttrice Maria Grazia Bregoli è convinta di aver fatto di tutto per contenere la diffusione del virus. Ma per il sindacato "si è trattato di un episodio gravissimo, che ha messo in pericolo i cittadini".
Quel che è certo, è che la situazione, a Montorio, è terribile. Ventinove detenuti positivi al coronavirus, una ventina di guardie contagiate, un agente finito in rianimazione per crisi respiratoria. E tra i malati, perfino i due medici e l'infermiere dell'istituto. "La situazione è sfuggita di mano", taglia corto Aldo Di Giacomo, segretario generale del Sindacato di polizia penitenziaria (Spp). Nei giorni scorsi ha presentato un esposto in procura a Verona dove snocciola un lungo elenco di presunti errori che sarebbero stati commessi dalla direzione della Casa circondariale in queste settimane di emergenza.
"E visto che va sempre peggio, sto preparando anche una seconda denuncia" anticipa. Tutte le parti sono concordi su di un giudizio: il rischio di contagio all'interno del carcere di Verona è ormai ingestibile. Al punto che il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) del Triveneto ha inviato una circolare ai magistrati. "C'è scritto che nessun nuovo detenuto può essere assegnato alla casa circondariale di Montorio" spiega il procuratore Angela Barbaglio, che infatti ha dovuto scrivere agli altri istituti veneti chiedendo la disponibilità ad accogliere chi venisse arrestato a Verona da qui in avanti. In pratica, l'intera prigione è stata "congelata" a causa del contagio. Il focolaio sarebbe esploso nella terza sezione, dove sono reclusi stupratori, pedofili e uomini condannati per maltrattamenti.
"Ora è stata soprannominata "la sezione Covid" ma in seguito altri malati sono comparsi anche nella seconda sezione, dove dormono persone in semilibertà", confida una guardia al Corriere del Veneto. "All'inizio dell'emergenza, la direzione ha spiegato di non gradire che indossassimo le mascherine perché questo poteva generare preoccupazione tra i detenuti", aggiunge.
E anche adesso, i rischi non mancano: "Ogni giorno i detenuti giocano a calcio e vanno in palestra. Non c'è alcuna distanza tra loro e i contagi sono destinati ad aumentare". Vale anche per gli agenti di polizia penitenziaria, ovviamente. E dal suo isolamento domiciliare, una guardia positiva al Covid 19 racconta: "Mi sono contagiato lì dentro, e dopo giorni con la febbre alta per fortuna ora sto meglio. Con il mio avvocato sto valutando l'opportunità di chiedere i danni".
di Barbara Morra
La Stampa, 22 aprile 2020
Ma per ora solo un terzo di detenuti, agenti e personale amministrativo è stato sottoposto a tampone. Sono iniziati domenica i test su eventuali positività al Covid-19 nel carcere di Saluzzo. La verifica è stata chiesta con urgenza dall'Amministrazione penitenziaria dopo che, alla fine della scorsa settimana, due detenuti sono risultati affetti dal virus.
"Al momento sono stati eseguiti duecento tamponi, un terzo delle persone presenti nella struttura, calcolando detenuti, agenti di polizia penitenziaria e personale amministrativo - conferma Paolo Allemano, garante del carcere, medico ed ex sindaco di Saluzz-. Entro la metà di questa settimana saranno completati e occorrerà attendere gli esiti. Quanto tempo ci vorrà? Difficile dirlo dal momento che l'ufficio d'igiene provinciale dà la precedenza ai casi ospedalieri". Le persone che hanno contratto il virus nella casa di reclusione fino a venerdì erano due.
"I casi sono saliti a tre - dichiara la direttrice Giuseppina Piscioneri. Stiamo seguendo tutti i protocolli e da tempo tutti all'interno della struttura utilizzano i dispositivi di protezione individuale. Ora attendiamo gli esiti dei tamponi". Piscioneri conferma che le persone affette da Covid-19 all'interno della Casa di reclusione manifestano sintomi lievi "tanto che - aggiunge - ci siamo stupiti che risultassero positivi".
"Sono isolati dagli altri nel reparto infermeria - conferma Allemano - ci auguriamo che i test diano un basso numero di contagi in modo da poterli gestire all'interno di questi spazi altrimenti si dovranno prendere in considerazione trasferimenti". Su quest'ultima possibilità la direttrice dice: "Sarà difficile perché questo è un carcere di massima sicurezza".
Uno degli ammalati è tra i detenuti trasferiti dal carcere di Bologna una ventina di giorni fa, un altro è un interno già recluso da tempo nella casa circondariale. Non si hanno notizie sul terzo ma anche per lui è confermata la sintomatologia lieve.
"Il detenuto che è arrivato dall'Emilia era stato messo come gli altri in quarantena - aveva osservato Alemanno - ma i sintomi e la presenza del virus si sono manifestati comunque". All'arrivo dei detenuti da Bologna c'erano state proteste: era stata vista come una contraddizione, a fronte del blocco dei colloqui con i parenti. La Fp- Cgil ha inviato un comunicato sollecitando l'amministrazione penitenziaria a effettuare "con urgenza esami e test clinici su tutti i presenti nella struttura".
Il Gazzettino, 22 aprile 2020
L'inerzia decisoria dei giudici potrebbe mettere a rischio la salute di un detenuto. Questo il senso dell'esposto promosso alla Corte di Appello di Catanzaro ed anche al procuratore generale presso la Corte di Cassazione ed al Csm, da parte dell'avvocato di un 62enne crotonese recluso nel carcere di Tolmezzo, dove sono stati riscontrati nelle scorse settimane 5 casi di positività al covid-19. L'avvocato Luca Cianferoni, legale dell'uomo condannato in primo grado nei processi Jonny e Kiterion, ha spiegato che già il 10 marzo, quando il suo assistito non era ancora stato contagiato dal virus, aveva chiesto alla Corte catanzarese di modificare la detenzione in carcere con gli arresti domiciliari proprio per le condizioni di salute del detenuto incompatibili con il regime carcerario. A quell'istanza, però, non c'era stata risposta.
Il 23 marzo l'avvocato era tornato a sollecitare la decisione alla Corte di Appello anche perché, nel frattempo, il detenuto - trasferito dal carcere di Bologna a quello di Tolmezzo - aveva contratto il coronavirus. Anche stavolta nessuna risposta. L'11 aprile è stata presentata una nuova istanza nella quale il difensore ribadisce le condizioni di positività al virus del 62enne e spiega che il trasferimento dall'Emilia Romagna al Friuli era stato svolto senza tenere conto delle misure di sicurezza previste per limitare la diffusione dei contagi. Sul penitenziario di massima sicurezza del capoluogo carnico chiedono rassicurazioni anche i parlamentari di Sinistra Italiana attraverso un'interrogazione al Ministro della Giustizia depositata dalla senatrice Loredana De Petris.
Accanto a ciò la collega Serena Pellegrino, propone una soluzione alla situazione di forte disagio che si sta verificando a Tolmezzo: "Il tribunale - dove sono stati utilizzati 10 milioni di euro - non è stato aperto nemmeno per un giorno. E se quell'edificio venisse utilizzato per la riabilitazione dei detenuti? Progettiamo e cantierizziamo degli edifici per mettere in atto la nostra Costituzione e le emergenze non saranno più pericolose".
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