di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 22 aprile 2020
Dal ministero della Giustizia fondi a enti locali e associazioni del terzo settore che offrono ospitalità ai carcerati che non hanno fissa dimora: previsti 20 euro al giorno a persona. Il sottosegretario Giorgis: questa misura può diventare strutturale.
di Pietro Mecarozzi
linkiesta.it, 22 aprile 2020
Pochi contagi ma misure a rilento. Oltre alla mancanza di spazi e alla scarsa strumentazione tecnologica per i colloqui da remoto. Qualcosa è stato fatto, ma la strada è ancora lunga. "Nelle carceri qualcosa è cambiato, ma è ancora troppo poco". A dirlo sono le associazioni che operano all'interno degli istituti stessi, i sindacati della polizia penitenziaria e i dati ufficiali. A più di un mese di distanza dalle sommosse, sono oltre 6 mila i detenuti in meno negli istituti penitenziari italiani: circa 55 mila presenze a fronte delle 61 mila del 29 febbraio scorso.
di Eleonora Camilli
Redattore Sociale, 22 aprile 2020
Sono 133 i positivi su una popolazione carceraria di 54.426 persone. Ai domiciliari in 2.200. Fermi scuola e laboratori, lontano il ritorno alle visite dei parenti. Il Garante, Palma: "Diminuiscono gli ingressi e aumentano le uscite, ma non basta". Antigone: "Alcuni istituti ancora in fase zero, in un carcere chiuso aumenta la violenza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 22 aprile 2020
Dai fondi dell'Ente di assistenza del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. Qualche giorno fa c'è stata una buona notizia accolta con favore anche dal Garante nazionale delle persone private della libertà. Per il personale penitenziario contagiato dal Covid-19 ci saranno rimborsi e sussidi.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 22 aprile 2020
Deve farlo ogni politico contrario a questa brutalità, a costo di giocarsi anche l'ultimo voto. Dire "tanto non si può" significa ritenere la galera un male necessario, come si diceva della schiavitù.
Chi ha responsabilità politiche e di governo può decidere che la situazione delle carceri resti com'è. Può spiegare al Paese che è giusto, o almeno non così grave, che il nostro ordinamento sequestri la vita dei detenuti affidandola a un dispositivo di sistematica degradazione.
Può spiegare che lo Stato fa bene, o almeno non fa nulla di male, se condanna i carcerati non solo alla privazione della libertà, ma alla disperazione, alla tortura, alla malattia, allo stupro, al suicidio. Perché di questo si tratta: del fatto risaputo e documentato che i detenuti sono sottoposti alla pena di quel regime sopraffattorio e violento.
E appunto: si dica che deve essere così, o quanto meno che bisogna accettare che sia così. Ma se chi ha responsabilità politiche e di governo ritiene al contrario che lo Stato non possa continuare nell'esercizio di questa paternità aguzzina, esponendosi cioè alla responsabilità diretta di aver costruito, mantenuto e alimentato un sistema che tormenta in quel modo degli esseri umani, allora deve far qualcosa che finora non è stato fatto.
Cosa? Non pur encomiabili convegnucci o articoli come questo: buoni a far sapere che almeno per alcuni i condannati non devono marcire in galera, ma nulla più. Non pur opportuni emendamenti all'ennesimo strumento di ingiustizia: come a ottenere che al condannato sia concessa l'ultima sigaretta.
No. A chi ha il potere di fare le leggi competerebbe di impegnare il proprio nome, la propria funzione, la propria carriera nella subordinazione a un dovere ben più implicante, nell'assunzione di un obbligo ben più urgente: il dovere di proporre l'abolizione del carcere, e l'obbligo di farlo per quanto la sua proposta appaia incapace di trovare consenso e piuttosto si condanni alla riprovazione comune.
Proporre l'abolizione della pena detentiva, e che la privazione della libertà possa essere disposta solo nei confronti dei soggetti effettivamente e attualmente pericolosi: e non per punirli ma unicamente per impedir loro di nuocere ulteriormente alla vita o all'incolumità degli altri. E dire chiaramente che si è disposti a perdere sino all'ultimo voto se questo deve essere il costo della rinuncia all'inerzia.
Perché la vergogna del carcere, l'ignominia della brutalità di Stato, l'inutile violenza della pena sono questioni su cui si misura non si dice l'onore della politica, ma dello stesso vivere civile (l'onore di vivere, avrebbe detto Leonardo Sciascia): e riformare radicalmente il sistema che organizza questo ripugnante apparato di afflizione dovrebbe costituire un intransigibile motivo di impegno per qualsiasi militanza politica appena degna.
Si conosce l'obiezione: che abolire il carcere, semplicemente, non si può. Perché anche solo vagheggiare l'ipotesi determinerebbe sdegno nell'opinione pubblica. Perché se pure non ci si curasse di quella reazione, sarebbe vano il tentativo anche solo di far discutere di una simile "follia" nelle sedi del potere politico.
E dunque per quanto dispiaccia, per quanto sia bello immaginare soluzioni diverse, per quanto ci si auguri il futuro di una società liberata dalla pena di dover infliggere quella pena, il carcere deve per ora essere considerato una specie di male necessario. Era quel che si diceva della schiavitù.
di Valerio Spigarelli
Il Riformista, 22 aprile 2020
Ora che siamo tutti in quarantena e contiamo i passi e i minuti all'aria aperta, forse si smetterà di fare battute feroci sulle condizioni dei detenuti e si capirà finalmente quanto terribile sia la prigione. In fila al supermercato. Distanziamento sociale rispettato, stiamo in coda nel grande parcheggio, ognuno sta almeno a tre metri dall'altro.
Sono i privilegi degli abitanti di Roma nord, dicono. A destra e a sinistra ancora meglio, ho almeno dieci metri dall'una e dall'altra parte, così, letti i giornali, mi metto a fare avanti e indietro, lasciando il carrello in mezzo. Tanto la fila durerà almeno un'ora. Un po' di moto fa bene e uno ne approfitta. Cammino con passi rapidi, perché dicono che solo così fa bene.
Dieci metri a destra del carrello, dieci metri a sinistra. I vicini di fila neppure mi guardano, di questi tempi le stravaganze fanno parte dell'arredo urbano. Alla terza volta che lo faccio esamino i miei gesti. Quei passi svelti che si arrestano ad un certo punto, e tornano su sé stessi, poi si arrestano e tornano ancora, li ho già visti. Li ho visti a Rebibbia, li ho visti all'Ucciardone.
In carcere, all'aria, i detenuti camminano così. Da soli, o a gruppi di due o tre. Camminano rapidi verso un muro, poi fanno dietro front e tornano indietro. Camminano svelti verso il limite di un campetto, arrivano alla fine e ripartono. Su e giù, a volte per un'ora. Non sono gesti naturali, lì c'è la necessità di capitalizzare ogni movimento; stare all'aria è un permesso temporaneo in prigione e bisogna sfruttare ogni istante. Spesso la cosa si svolge in piccoli cortili coi muri alti, e diventa ancora più innaturale.
A vederli da distante sembrano formiche impazzite, anche in questo modo capisci cos'è la prigione. E io cammino così, da libero, nel parcheggio del supermercato. Quando, finalmente, una signora dietro di me mi chiede "Ne approfitta per fare ginnastica?" vorrei risponderle "No, ora che ci sono le condizioni volevo solo farvi capire come si sta in galera.
Volevo solo spiegare, per una volta non con le parole, a voi ben pensanti, così ampiamente rappresentati in politica, a destra e a sinistra, cosa vuol dire anche un solo giorno di galera. Farvi vedere quanto sia innaturale poter uscire solo per poco tempo all'aria aperta. Mostrarvi come ti tocca succhiarla, aria aperta, quando diventa un bene prezioso che si conta a minuti.
Come sia umiliante dover ridurre i propri gesti a caricatura di movimenti. Di come sia penoso per un essere un umano avere un confine invalicabile fatto da un muro, da una rete, da una porta chiusa, da un catenaccio, o anche solo immaginario. Ora che anche voi vi lamentate di quanto forte è la costrizione persino a stare a casa forse è il caso di farvelo vedere. Ora che fate battute, in fila al supermercato o al telefono con gli amici. sui "domiciliari" cui siete costretti nei vostri bei salotti spaziosi.
I "domiciliari", sì signora, ha presente quelli che fino a due mesi fa commentava col sorriso sprezzante ogni volta che ne parlavano in televisione? "Ecco, li mandano a casa, vedi tu che punizione!" chiosava; però ora capisce che c'è poco da ridere, che anche stare chiuso in casa è penoso, pesante, umiliante.
Oggi che vi scambiate simpatiche battute sui social su quanto sia insopportabile campare gomito a gomito coi vostri mariti, coi vostri figli, ventiquattr'ore al giorno, magari un millesimo di secondo lo dedicherete a pensare che forse le altre battute, molto più feroci, che avete fatto quando avete visto i detenuti sui tetti, erano gaglioffe.
Ora che vi lavate le mani tutti giorni mille volte al giorno, anche se non siete neppure usciti di casa, perché avete una gran fifa del Corona, magari capirete la paura dei detenuti che, da animali in gabbia che fanno su e giù nel cortile, oggi si sentono trasformati anche in cavie. Loro, che stanno "dentro" e hanno paura perché le mascherine non le hanno, i disinfettanti neppure, perché campano ammassati uno sull'altro e mangiano quel che cucinano in un cesso.
Forse ripenserete a quando vi siete spellati le mani, durante i talk, quando una di quelle iene manettare che invitano ogni giorno in televisione perché la pensano come la maggioranza degli italiani, ha irriso i cuori teneri dicendo che in galera i detenuti stanno al sicuro dal Corona come i liberi, se non di più. E vi farei leggere le ordinanze dei giudici italiani che hanno ripetuto la stessa enormità, in questo mese, rigettando le richieste di chiedeva di andare ai domiciliaci avendo malattie che espongono a maggiori rischi.
E parlo dei giudici di merito, quelli che hanno a che fare coi presunti innocenti. Molte ordinanze così: e chissà se tra qualche anno la magistratura italiana ne andrà fiera. Ora che vi fa incazzare sentirvi oggetto del potere illimitato della prima divisa che incontrate per strada, che vi chiede dove andate, e perché lo fate, che vi costringe a tornare sui vostri passi, che vi tratta come bambini, forse potrete capire.
Potrete comprendere che le pene detentive, che si fondano sul dominio assoluto dei corpi delle persone, che la prigione, che schiaccia e al tempo stesso infantilizza, sono cose terribili. Sono le cose più dolorose che possono capitare qui da noi. Sono necessarie, perché non abbiamo ancora ideato qualcosa di meno disumano, ma tremende, non c'è da scherzarci, non c'è da sorridere, non c'è da sotterrarle. Soprattutto non c'è da dire che qui da noi "in galera non va nessuno", perché non è vero, le carceri scoppiano.
Se, come ripetete garrirli nei vostri cinguettii o affacciati ai balconi, avete capito oggi quanto è bella la libertà, fermatevi a pensare a quanto sia dolorosa, e afflittiva, la sua mancanza. E lo sa che le dico, signora, se solo servisse a farvi capire questo, se solo aiutasse a farvi comprendere quanto è orribile la detenzione, almeno una cosa buona il Corona l'avrebbe portata.
Però ci vorrebbe una riflessione seria, che duri un po' di più della "sbattuta di mani" che Lei e i suoi cari avete fatto guardando la via crucis di Bergoglio in televisione e ascoltando le voci dolenti del carcere. Quella è una penitenza che è servita solo a voi, a loro no". Avrei dovuto risponderle così, alla signora, ma non l'ho fatto, ovviamente, perché con questa voglia di galera che c'è in giro magari chiamava la polizia.
di Giusy Santella
mardeisargassi.it, 22 aprile 2020
Se il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni, come ci ricorda Dostoevskij, l'Italia sta sicuramente dimostrando di non essere per nulla civilizzata. Mentre al di fuori degli istituti penitenziari ci si avvia verso la cosiddetta fase 2, sognando una lenta ripartenza del sistema economico e sociale, all'interno delle carceri l'emergenza è ancora in piena diffusione.
Il numero dei detenuti si sta lentamente abbassando: al 21 aprile si contano quasi 54526 presenze a fronte delle iniziali 61200, tuttavia si tratta di una diminuzione per nulla sufficiente ad affrontare la crisi poiché ancora lontana dalla capienza regolamentare. Nel 2013, in seguito alla sentenza Torreggiani - caso nel quale il detenuto del carcere di Busto Arsizio aveva sperimentato sulla propria pelle gli effetti di un sovraffollamento del 249% - al fine di evitare la condanna definitiva della Cedu per violazione dei diritti umani, l'Italia raggiunse i 52mila reclusi, un trend che successivamente non ha saputo mantenere.
Anche la scorsa settimana, dopo il ricorso presentato da parte di due avvocati il cui assistito è un ospite dell'istituto di Vicenza al quale è stata negata la possibilità degli arresti domiciliari, il Consiglio d'Europa ha chiesto spiegazioni al governo sulle misure che sta adottando per fronteggiare il rischio di trasformare le carceri in veri e propri lazzaretti. Spiegazioni che il Ministro Bonafede ha tenuto a mantenere segrete, come se non si trattasse di responsabilità di cui dar conto all'intera collettività.
Ma il calo di presenze di cui parliamo non è dovuto all'applicazione delle irrisorie misure stabilite con il Decreto Cura Italia che probabilmente verranno totalmente confermate senza alcuna modifica in fase di conversione, bensì all'applicazione elastica di norme già presenti nel nostro ordinamento e alla concessione di benefici già applicabili in condizioni di normalità seppur raramente applicati, mettendo in luce la mancanza di volontà politica di porre una fine definitiva al sovraffollamento: le misure adottabili esistono ma si preferisce stipare in carceri disumane chi ha commesso un reato privandolo non solo della libertà, ma anche della sua dignità. Inoltre, la diminuzione dei reclusi è disomogenea sul territorio nazionale e risulta insufficiente soprattutto nelle regioni in cui il contagio registra una più ampia diffusione.
Non a caso, nonostante il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte assicuri che per le carceri sono state utilizzate tutte le massime precauzioni per evitare la propagazione del virus, i numeri dei contagi crescono: al 21 aprile si contano 133 positivi tra la popolazione detenuta e più di 200 tra gli operatori, in particolare agenti della penitenziaria e personale medico. Si contano, inoltre, due morti tra i reclusi, uno nel carcere di Bologna e uno in quello di Voghera. A questi si aggiunge la prima vittima da coronavirus della Rems (Residenza per l'Esecuzione delle Misure di Sicurezza) di San Maurizio Canavese, a Torino. Dunque, checché ne dicano il leader della Lega Matteo Salvini e il procuratore Gratteri, il carcere non è un luogo impermeabile e riparato dal contagio. E sembra non essere neppure un luogo riparato dai soprusi e dalle ingiustizie, secondo quanto emerso nelle ultime settimane.
Dopo le proteste scoppiate a inizio marzo - durante le quali hanno perso la vita 13 detenuti su cui pochissime parole sono state spese -, in moltissime case circondariali sono state denunciate azioni vessatorie nei confronti di quelli che vengono definiti "i rivoltosi".
Innanzitutto, si sarebbero verificati numerosi trasferimenti a scopo punitivo e senza alcun preavviso alle famiglie. In molti sarebbero anche stati privati dei più elementari diritti: come segnalato all'Associazione Antigone, nel carcere di Opera (Milano) a un numero indefinibile di detenuti sarebbe stata negata la possibilità per oltre venti giorni di fare la spesa poiché, in base a quanto dichiarato dal direttore ad alcuni familiari, i loro conti sarebbero risultati bloccati a titolo di pignoramento per il risarcimento per i danni causati alla struttura durante le rivolte, ex art. 72 D.P.R. 230/00.
Provvedimenti arbitrari di cui nessuno era informato. Solo dopo le denunce delle famiglie, i conti sarebbero stati sbloccati ma unicamente per l'acquisto di acqua, caffè e sigarette.
Inoltre, ai detenuti sarebbe stata sequestrata la televisione, negando persino l'ora d'aria e il vitto per vari giorni. Ma non è tutto: purtroppo, i fatti più gravi riguardano violenze i cui particolari, fino alla scorsa settimana, non erano ancora emersi.
In base a quanto comunicato ad Antigone, all'associazione contro gli abusi in divisa e al Garante Nazionale delle persone private della libertà Mauro Palma, il 9 marzo - il giorno della rivolta di Opera - vi sarebbero stati due interventi delle forze dell'ordine, il primo per far rientrare i detenuti in rivolta, il secondo all'interno delle celle.
Le testimonianze delle famiglie, coincidenti tra loro, parlano di manganellate in pieno viso, calci e pugni. Una madre racconta di aver parlato attraverso una finestra con il figlio detenuto: "Gli agenti sono entrati in dieci in cella e mi hanno colpito fortissimo in testa e nei testicoli". Al suo avvocato gli agenti avrebbero risposto che il ragazzo ha avuto qualche ceffone, ma sta bene.
I racconti continuano: i reclusi mettono in guardia le proprie mogli e ricordano loro che non si suiciderebbero mai né potrebbero morire per assunzione di stupefacenti o metadone, temono che le violenze e addirittura le morti vengano occultate.
Le telefonate rimangono sospese per molti giorni e bruscamente interrotte quando si accenna a quanto avvenuto. Il 21 marzo arriva una nuova testimonianza, un detenuto ha il coraggio di denunciare quanto subito: "Mi sono avvicinato a chiedere dei miei diritti per fare la spesa settimanale, l'agente mi ha risposto in modo provocatorio e dopo un po' è tornato accompagnato da altri 5 agenti, mi ha preso sotto braccio e mi ha portato in cella, dove mi hanno bloccato e mi hanno colpito con calci e pugni".
Se queste ricostruzioni fossero confermate, l'Associazione Antigone chiederà che tali atti siano qualificati come tortura commessa da pubblici ufficiali ai sensi dell'art. 613 bis del Codice Penale. Purtroppo tale esposto, presentato dall'organizzazione che da anni si occupa dei diritti dei detenuti, non è il solo poiché fatti analoghi sarebbero accaduti a Melfi - dove i reclusi sarebbero stati presi a sprangate - e più di recente a Santa Maria Capua Vetere.
Nel carcere campano in provincia di Caserta, in cui si vive una condizione tragica di sovraffollamento e di mancanza di un allaccio alla rete idrica cittadina, si sarebbe verificata una vera e propria rappresaglia ai danni dei detenuti, colpevoli di non voler rientrare nelle proprie celle dopo aver ricevuto la notizia che un ospite della sezione alta sicurezza, in attesa di giudizio, era risultato positivo al coronavirus.
In una situazione di panico come quella attuale è molto facile cedere ad atti di insubordinazione, spinti dalla necessità di farsi ascoltare e di veder tutelato il proprio diritto alla salute. Tuttavia, in base alla ricostruzione fatta dalla magistratura di sorveglianza lunedì 6 aprile, il giorno successivo, non si sarebbe trattato di una rivolta, bensì di un'occupazione simbolica della sezione accompagnata da battitura, tra l'altro conclusasi la sera stessa. Ciò nonostante, si sarebbe verificata una vera e propria rappresaglia da parte della polizia penitenziaria dopo la visita dei giudici: quasi 100 poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa avrebbero riempito le sezioni iniziando i pestaggi nelle camere di pernottamento. E per umiliarli più di quanto quotidianamente la reclusione non faccia, avrebbero condotto i detenuti nei corridoi, obbligandoli a spogliarsi e a tagliarsi barba e capelli, tuttavia senza considerare la possibilità che alcuni di essi sarebbero tornati a casa, agli arresti domiciliari, avendo così la possibilità di mostrare le ferite sul proprio corpo e di farsi portavoce di chi è rimasto in carcere costretto al silenzio.
Gli atti di servizio di quel pomeriggio parlano di perquisizione straordinaria, finalizzata alla bonifica in seguito alle proteste: dunque gli agenti avrebbero dovuto perquisire le celle per rinvenire eventuali oggetti "irregolari" in seguito ai disordini delle ore precedenti. Eppure, si sarebbe verificato tutt'altro, mettendo in atto una vera e propria vendetta.
Verrebbe da chiedersi per cosa. Probabilmente, uno Stato che ha necessità di reprimere e silenziare qualsiasi opposizione si sente offeso quando persone che per molti non avrebbero neppure diritto di vivere si permettono di alzare il capo e chiedere di essere tutelate, o che venga salvaguardato l'inviolabile diritto alla salute di cui sono portatrici come ogni cittadino.
Spesso, di fronte a questo genere di violenze si invoca l'art. 41 dell'ordinamento penitenziario che consente l'uso della forza se indispensabile per prevenire o impedire atti di violenza, per impedire tentativi di evasione e per vincere la resistenza, anche passiva, all'esecuzione degli ordini impartiti. Tale disposizione, che di per sé crea qualche perplessità poiché suscettibile di rischiose applicazioni estensive, non sarebbe comunque applicabile al caso di specie poiché la protesta si era oramai conclusa da svariate ore.
Tuttavia, quelle di Opera e Santa Maria Capua Vetere sono solo due delle innumerevoli e vergognose ripercussioni denunciate: anche nella casa circondariale di Poggioreale, a Napoli, si segnalano violenze nelle celle di giù, riportando a galla lo spettro della cella zero. E le stesse violenze fisiche e psicologiche sono state accertate nell'istituto di Pavia-Torre del Gallo.
Quanto avvenuto nelle ultime settimane è la dimostrazione dello Stato repressivo in cui ci troviamo, lo stesso Stato repressivo che di fronte a manifestazioni pacifiche e con il rispetto delle distanze di sicurezza al di fuori di Rebibbia ha caricato i familiari presenti e ha obbligato otto persone a salire su un solo blindato, trasgredendo proprio a quelle norme sul distanziamento sociale che afferma di difendere. Uno Stato violento, le cui barbarie sono segno di una civiltà al declino che, quindi, non può essere più definita tale Sintomo della disumanità che si annida e striscia negli istituti, lasciando morte e dolore alle proprie spalle.
Il Dubbio, 22 aprile 2020
Le istituzioni europee invitino gli Stati membri a concedere un'ampia e urgente amnistia ai detenuti, a partire dai più vulnerabili come le donne incinte, gli anziani, i minori e i portatori di handicap, per sottrarli al rischio del contagio da Covid, "i cui princìpi si rifacciano ai nostri valori comuni, e in primo luogo alla Carta dei diritti fondamentali, che difende l'inviolabilità della dignità umana".
L'appello nasce da una proposta di "Nessuno tocchi Caino" e del Partito Radicale. Prima firmataria è Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di "Nessuno tocchi Caino", con Rita Bernardini, Sergio d'Elia, Maurizio Turco, Segretario del Partito Radicale, Irene Testa, e Maurizio Bolognetti.
L'iniziativa è stata appoggiata da 54 firme provenienti da 14 paesi, tra cui giuristi e parlamentari. Tra gli altri, i francesi Jean Marie Delarue, ex Garante nazionale dei luoghi di privazione della libertà personale, Vincent Delbos, magistrato, Jean- Paul Costa, ex Presidente della Corte europea per i diritti dell'uomo, Ingrid Betancourt politica e scrittrice, Pascal Lamy, Presidente emerito dell'Istituto Jacques Delors ed ex Commissario europeo, il senatore André Gattolin, insieme allo spagnolo Alvares Gil Robles, primo Commissario ai diritti umani del Consiglio d'Europa, ai greci Nikolaos Paraskevopoulos, ex Ministro alla Giustizia e Athanassia Anagnostopoulou ex Ministro degli Affari Europei, al Premio Nobel per la Pace dell'Irlanda de Nord Mairead Corrigan Maguire, ai belgi Marc Nève, Presidente del Consiglio centrale di sorveglianza degli istituti penitenziari, Françoise Tulkens, ex vicepresidente della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo e Philippe Mary, professore a l'ULB, esperto di carcere.
di Davide Dionisi
vaticannews.va, 22 aprile 2020
La Pasqua dei cappellani che assistono i carcerati in un periodo particolare della loro esperienza. C'è una figura particolare che entrando in un carcere, incontrando le persone, ascoltando i loro desideri, i loro sogni per il futuro, stabilisce una relazione che, prima di tutto, allontana tanti uomini e tante donne dalla solitudine. Gli dà valore e le accompagna verso il cambiamento e, con pazienza, realizza una vera rieducazione.
È il cappellano del carcere, colui che all'interno di un moderno lazzaretto continua a pensare (e a dire) che ogni persona è sacra, e possiede una dignità inviolabile donata da Dio a prescindere dalla condizione sociale in cui ci si trova. Colui che segue, accompagna e consola chi si trova ristretto, a chi pensa con rimpianto o con rimorso ai giorni in cui era libero, e subisce con pesantezza un tempo presente che non sembra passare mai.
Soprattutto in un periodo inedito come quello che stiamo vivendo. E soprattutto nel tempo liturgico forte dell'anno. Ma che Pasqua è stata quella di quest'anno per i detenuti delle carceri italiane? Per don Raffaele Grimaldi, ispettore generale dei cappellani delle carceri italiane, "è stata la Pasqua di sempre, perché anche in questo momento buio di sofferenza e di angoscia per tutta l'umanità, Cristo è risorto e continua a risorgere attraverso le nostre opere e i nostri messaggi che, nonostante le opportune restrizioni, continuiamo ad inviare ai fratelli detenuti".
Don Grimaldi racconta di aver contattato tutti coloro che vivono le tante realtà di detenzione nel nostro paese: dai direttori, agli agenti di polizia penitenziaria, fino ai volontari e naturalmente ai cappellani e agli ospiti degli istituti. "L'ho fatto perché conosco le loro paure e quelle dei familiari. E per questo ho scritto anche a Papa Francesco, ringraziandolo per tutto quello che sta facendo per il nostro mondo". In un momento in cui tutti hanno avuto enormi difficoltà a entrare, il cappellano è rimasta una delle rare figure a cui è stato consentito l'accesso.
"Si comprende quanto sia determinante una presenza simile che, comunque, riesce ad assicurare un minimo di approvvigionamento per i più poveri e un canale di comunicazione con chi non riesce a parlare con i cari. Anche in questa occasione abbiamo scelto la prima linea perché, secondo noi, i carcerati sono gli amici di Gesù e il nostro compito è quello di seminare in questi luoghi di dolore e sofferenza l'annuncio della Speranza", rileva l'ispettore.
Don Umberto Deriu, cappellano della Casa di reclusione di Tempio Pausania, nel descrivere il carcere sardo, parla di "clima disteso". Sono venuti meno i colloqui in presenza, ma i ragazzi possono contare sulle videochiamate.
"Questo è già un grande sollievo perché sono molto legati alle loro famiglie. Ho cercato di spiegargli che di fronte a una situazione inedita e a un nemico invisibile, siamo detenuti anche noi. Riusciamo così a capire cosa vuol dire vivere da ristretti. Certo, ci mancano i momenti di condivisione, la messa, ma loro vivono la fede in modo diverso: pregano e cercano di impegnarsi per migliorare. Così avranno una vita più onesta quando usciranno da qui. Ma gli ripeto sempre che nel loro cuore non deve esserci la paura, ma la speranza".
Per don Luigi Mazzocchio, sacerdote nel carcere di Agrigento, "il coronavirus ha messo in secondo piano tutte quelle che sono le emergenze della vita carceraria. Il timore di essere contagiati serpeggia. Non solo tra gli ospiti, ma anche tra gli agenti". Cosa chiede il detenuto al cappellano in questo periodo così difficile? "Soprattutto benedizioni" rivela don Deriu.
"E poi ricariche telefoniche e contatti con gli avvocati. Soprattutto quelli che hanno situazioni in via di risoluzione premono per uscire. Quindi il cappellano è l'uomo di tutti, la presenza amica che dà conforto".
E la Pasqua a Tempio Pausania? "È evidente che la nostra è stata più una Pasqua da Venerdì Santo che di Resurrezione, una passione che non sappiamo ancora quanto debba durare. Ma il messaggio è tutto fuori dal Sepolcro, lontano dalla tristezza che ci ha segnato a causa della pandemia. Fuori per risorgere come persone nuove, capaci di costruire un mondo diverso", aggiunge il cappellano e commenta: "Si lamentano dei colloqui, anche se Skype gli consente di sentire e vedere i propri familiari. Ma a loro manca il contatto fisico. Ma cerco di spiegargli che presto riavranno la possibilità di riabbracciarli e di tenere ben presente che il virus più grave non è il covid-19, ma il peccato".
Don Cristian Sciaraffa presta servizio nella casa circondariale di Bellizzi Irpino: "Questo è un tempo che sta mettendo alla prova tutti, in particolare noi che siamo in carcere" chiarisce. "Al Cappellano è richiesta tanta pazienza, soprattutto nell'ascoltare i ragazzi. Ora deve uscire il meglio di loro, non il peggio. La generosità che hanno manifestato, mettendosi a disposizione, è un segnale forte. Pensano ai loro cari, a ciò che potrebbe capitargli e si lamentano della loro assenza. La mia risposta è sempre la stessa: per rafforzare un abbraccio lo devi rimandare. La Pasqua verrà".
Don Sciaraffa ha un metodo tutto suo, ormai collaudato, per un approccio vincente: "Ho una regola, quella delle tre P, piccoli passi possibili. Dobbiamo prepararci a quando usciranno perché una persona che è stata trenta anni in carcere, se va via con lo stesso cuore con cui è entrato, il nostro sforzo è stato vano. Il dramma non è essere carcerato, ma abbandonato".
A Potenza c'è padre Janvier Ague, cappellano della Casa circondariale che segnala: "All'inizio i ragazzi hanno organizzato una manifestazione pacifica e hanno inviato una lettera, peraltro pubblicizzata anche dai media locali, nella quale esprimevano la loro vicinanza alle persone colpite dal Covid-19, così come ai medici, agli infermieri e ai volontari della Protezione civile".
Il ruolo di Padre Ague al tempo del coronavirus è chiaro: "Prima di tutto il Cappellano è la presenza della Chiesa all'interno del carcere, quindi è chiamato ad affiancare e sostenere non solo i detenuti, ma anche le guardie e il personale amministrativo. Non è lì per giudicare, ma è una presenza che deve infondere serenità e tranquillità. In questo periodo particolare deve rappresentare anche il collegamento con l'esterno".
Poi rivela: "Le video chiamate sono state provvidenziali. Ho visto tanti ragazzi commuoversi nel rivedere la propria casa, i familiari che non riescono abitualmente a venire ai colloqui. Ho assistito anche al pianto di uno di loro nel riaccarezzare, seppure virtualmente, il suo cane. Dico sempre ai giovani che possono fare esattamente quello che si sta facendo fuori, rimanendo vicino a chi sta soffrendo e regalando un sorriso al compagno di cella".
di Lirio Abbate
L'Espresso, 22 aprile 2020
Il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura. Ora attende di uscire "Nitto" Santapaola, condannato definitivamente per diversi omicidi fra cui quello di Giuseppe Fava. Ma la lista è lunga.
I capimafia detenuti al 41bis cominciano in questi giorni di emergenza Coronavirus, uno dopo l'altro, a lasciare il carcere. In questo modo insieme al Covid19 inizia a circolare anche per le strade il virus dei mafiosi che non avrebbero dovuto lasciare la cella, per legge. Ed è una doppia pandemia che non possiamo permetterci.
Il giudice di sorveglianza del tribunale di Milano ha concesso gli arresti domiciliari al capomafia di Palermo Francesco Bonura, 78 anni, considerato uno dei boss più influenti, condannato definitivamente per associazione mafiosa a 23 anni. Il collaboratore di giustizia Tommaso Buscetta lo definiva un mafioso "valoroso". È stato uno degli imputati del primo maxi processo a Cosa nostra dove è stato condannato.
Successivamente, avvicinatosi a Bernardo Provenzano, per i magistrati ha costituito un punto di riferimento mafioso per il controllo di lavori pubblici e l'imposizione del pizzo nel capoluogo siciliano. Uomo fidato dei boss palermitani, fra cui Nino Rotolo, ha gestito il racket, ed è stato uno dei più facoltosi costruttori della città, i cui beni per diversi milioni di euro sono stati confiscati. Negli anni Ottanta venne processato e assolto per 5 omicidi e una lupara bianca. Secondo l'accusa aveva eliminato i componenti di una banda di rapinatori che agivano senza il consenso di Cosa nostra. Venne fermato col suo guardaspalle e nell'auto venne trovata una pistola calibro 38 subito dopo due degli omicidi per cui venne rinviato a giudizio. Ma l'arma non era quella che aveva sparato e Bonura venne assolto per insufficienza di prove dalle accuse più gravi. Adesso era sottoposto al 41bis, il carcere "impermeabile".
Il giudice di sorveglianza ha concesso gli arresti in casa sostenendo i motivi di salute per Bonura, sottolineando "siffatta situazione facoltizza" il magistrato "a provvedere con urgenza al differimento dell'esecuzione pena". Ed escludendo il pericolo di fuga lo ha inviato a casa a Palermo, dove gli ha prescritto che "non potrà incontrare, senza alcuna ragione, pregiudicati" e inoltre, "lo autorizza" ad uscire da casa, ogni volta che occorrerà "per motivi di salute" anche dei familiari.
Il provvedimento fa seguito allo stato di emergenza in cui si trovano i penitenziari. E così per i mafiosi che stanno scontando la condanna, che per legge non possono usufruire di pene alternative, si aprono le porte del carcere. Su questo punto il 21 marzo scorso il Dap (l'amministrazione penitenziaria) ha inviato a tutti i direttori delle carceri una circolare in cui li invita a "comunicare con solerzia all'autorità giudiziaria, per eventuali determinazioni di competenza", il nominativo del detenuto, suggerendo la scarcerazione, se rientra fra le nove patologie indicate dai sanitari dell'amministrazione penitenziaria, ed inoltre, tutti i detenuti che superano i 70 anni, e con questa caratteristica sono 74 i boss che oggi sono al 41 bis. Fra loro si conta Leoluca Bagarella (che sta spingendo da tempo per avere gli arresti in casa) i Bellocco di Rosarno, Pippo Calò, Benedetto Capizzi, Antonino Cinà, Pasquale Condello, Raffaele Cutolo, Carmine Fasciani, Vincenzo Galatolo, Teresa Gallico, Raffaele Ganci, Tommaso Inzerillo, Salvatore Lo Piccolo, Piddu Madonia, Giuseppe Piromalli, Nino Rotolo, Benedetto Santapaola e Benedetto Spera.
Nelle scorse settimane, sempre per l'emergenza Covid19, è stato posto agli arresti domiciliari dai giudici della corte d'assise di Catanzaro, Vincenzino Iannazzo, 65 anni, ritenuto un boss della 'ndrangheta. Il suo stato di salute è incompatibile e in considerazione dell'attuale emergenza epidemilogica, con il carcere.
Iannazzo, detto "il moretto", è indicato come il capo del clan di Lamezia Terme (a luglio 2018 condannato anche in appello a 14 anni 6 mesi) e adesso torna a casa proprio nel cuore di Lamezia. Sempre con la motivazione dell'incompatibilità carceraria, attende di andare a casa anche il capomafia Benedetto "Nitto" Santapaola, condannato definitivamente per diversi omicidi fra cui quello del giornalista e scrittore Giuseppe Fava, assassinato a Catania il 5 gennaio 1984. Insomma, i mafiosi tornano a casa.
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