di Giulia Merlo
Il Dubbio, 17 aprile 2020
Una parte dell'avvocatura, gli Ordini per primi, cerca gli strumenti per governare la nuova realtà telematica. Dubbi sì, ma anche la consapevolezza che il processo in videoconferenza sia un "male" necessario in questa fase di emergenza e possa insegnare qualcosa per il futuro.
Accanto al fronte compatto capitanato dall'Unione camere penali italiane, che mette in guardia contro le storture e i rischi del processo da remoto, esiste anche una parte di avvocatura che sta cercando di adattare il proprio lavoro ai nuovi strumenti. I presidi di aiuto ai colleghi, nella maggior parte dei casi, sono gli Ordini territoriali.
Non a caso la situazione è stata riassunta in questi termini dal presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano, Vinicio Nardo: "Stiamo vivendo un momento storico impegnativo - ha spiegato qualche giorno fa al Corriere della Sera - che prepotentemente ci impone cambiamenti di abitudini e un nuovo modo di concepire la quotidianità. La rivoluzione digitale si fa strada nell'emergenza. A noi il compito di intercettare il buono che ne deriva e canalizzarlo per crescere professionalmente e isolare le criticità.
L'importanza dunque della formazione in questo momento diviene cruciale; ci consentirà di individuare nuove competenze, spunti di riflessione e tracciare nuove strade. Ritengo che il compito dell'avvocato e di un'istituzione come l'Ordine sia di vigilare e indirizzare il futuro con il quale già oggi iniziamo a confrontarci".
Proprio l'Ordine di Milano ha già organizzato corsi di formazione per gli iscritti e sposato la filosofia di provare a governare i processi che l'emergenza sanitaria ha attivato: "Fare l'avvocato da casa è una delle sfide che questa emergenza ci sta proponendo. Decidiamo di considerarla un'opportunità che potrà rendere il nostro lavoro più agile. Anche in futuro", si legge sulla pagina web dell'Ordine.
In molti, soprattutto civilisti, ricordano spesso nei gruppi di confronto sui social - dove oggi, complice il lockdown, è concentrata una parte del dibattito tra professionisti - come la stessa avversione che si percepisce oggi per il processo a distanza montò anche nel 2014, con l'avvio del Processo civile telematico. Anche all'epoca, dubbi e ritrosie erano stati forti, ma oggi proprio il Pct, oggi ormai realtà consolidata, può diventare una sorta di prototipo (soprattutto per il settore penale) da cui attingere il meglio e imparare dagli errori.
In ambito civilistico, alcuni approfondimenti sul tema sono stati proposti dalla Fiif (Fondazione Italiana per l'innovazione Forense), i cui membri Giovanni Rocchi e Giuseppe Vitriani hanno sottolineato alcune mancanze (la difficoltà nella produzione delle prove e nel deposito degli atti), ma, pur riconoscendo che "L'emergenza probabilmente non consentiva interventi di maggior portata, che peraltro avrebbero anche richiesto oneri formativi non da poco", hanno evidenziato come "si sia comunque segnato un passo in avanti in ottica digitale. La speranza è che il passo successivo possa essere quello di ripensare il processo abbandonando l'idea di trasporre il rito cartaceo sul digitale". Se l'auspicio di tutti sembra essere un ritorno alla normalità nel minor tempo possibile, dunque, esiste però lo sprone ad immaginare come uno strumento emergenziale - se affinato e soprattutto bilanciato con le ragioni del diritto di difesa - possa trasformarsi in prassi virtuosa anche in futuro, per far fare alla giustizia italiana un salto qualitativo in termini di efficienza, nell'interesse dei cittadini.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2020
Corte di Cassazione - Sezione I - Sentenza 16 aprile 2020 n. 12324. Il giudice non può negare l'affidamento in prova ai servizi sociali al posto dei domiciliari al condannato, ultraottantenne, per bancarotta fraudolenta solo in assenza di una riparazione. La Corte di cassazione, con la sentenza 12324, accoglie il ricorso contro il no alla domanda per il servizio sociale, malgrado l'assenza di precedenti penali e l'attività di collaborazione aziendale da parte dell'imputato.
Ad avviso della difesa era stata valorizzata solo la mancata riparazione e non era stato invece valutato che il danno cagionato ai creditori, con una distrazione di 750 mila euro, non superava il valore dei beni in sequestro e liquidati a titolo di provvisionale. Il tribunale aveva inoltre considerato troppo blande le prescrizioni correlate alla misura richiesta dal ricorrente e, dunque, non grado di assicurare la rieducazione e la prevenzione. Di parere diverso la Suprema corte.
Per i giudici di legittimità, infatti, la misura alternativa ai domiciliari doveva essere concessa, in assenza di indicatori di una pericolosità sociale attuale, né si poteva escludere, come aveva fatto il tribunale, la funzionalità rieducativa del servizio sociale. Dirimente poi, il fatto che la volontà della legge non è quella di subordinare la concessione delle misure alternative al risarcimento. Principio che resta fermo malgrado la presenza sul punto di precedenti contrastanti e, comunque non, condivisibili.
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione I penale - Sentenza 16 aprile 2020 n. 12322. La pericolosità non attuale dell'imputato e una somma non quantificata in maniera precisa annullano la possibilità di procedere alla confisca nei confronti dell'imputato. Lo precisa la Cassazione con la sentenza n. 12322/2020. La misura cautelare reale era voluta dalla Procura che aveva appellato la sentenza di merito in funzione della sproporzione dei redditi di un soggetto rispetto al reddito del proprio nucleo familiare.
Richiesta della Procura. La Procura peraltro ha evidenziato che la restituzione nel 1992 di tutti di beni oggetto di sequestro non era di ostacolo all'applicazione della confisca in funzione dei cambiamenti in diritto derivanti dall'introduzione della confisca disgiunta all'interno del Codice antimafia. Il tribunale non aveva proceduto alla confisca per la non pericolosità del soggetto che non era attaccabile nemmeno sul fronte dell'evasione fiscale vista l'adesione al condono n. 413/1991. La Procura ha eccepito come la reale pericolosità del soggetto fosse riferibile al periodo 1961/1984. Tuttavia si parlava di contatti e frequentazioni intervenute con soggetti autori di altri sequestri di persona o su mere presunzioni relative alla movimentazione non giustificata di somme di denaro. La Cassazione ha chiarito che per procedere alla confisca è necessario che il giudice della prevenzione debba individuare il momento iniziale della richiamata pericolosità, al fine di sostenere la correlazione con l'acquisto di beni. Si trattava di una tipologia particolare di confisca che si atteggiava quasi a confisca pertinenziale del nesso di derivazione del profitto illecito da una ben determinata fattispecie.
Conclusioni. Si legge nella sentenza che la confisca al più poteva essere effettuata attraverso un'affidabile quantificazione della somma evasa detratto l'importo versato in sede di condono e successivo "dimensionamento" della medesima sul valore degli investimenti realizzati in epoca posteriore all'anno 1992, nei limiti dunque di un'affidabile ricostruzione di pertinenezialità.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 17 aprile 2020
Il Consiglio Nazionale Forense interviene di nuovo in difesa dei soggetti deboli e vulnerabili e lo fa con una delibera, inviata al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, al ministro dell'Interno Luciana Lamorgese, al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede e al presidente del Comitato interministeriale per i diritti umani, Fabrizio Petri.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 17 aprile 2020
Indicare sulle fatture l'iscrizione all'associazione nazionale dei consulenti tributari non salva dal reato di esercizio abusivo della professione di commercialista, se le prestazioni invadono la sfera riservata agli iscritti all'Albo. La Cassazione, (sentenza 12282/2020) respinge il ricorso contro la condanna per il reato, previsto dall'articolo 348 del Codice penale.
Nel mirino dei giudici è finito il lavoro svolto dalla consulente per due società, che andava dalla tenuta della contabilità alle dichiarazioni fiscali, dalla predisposizione dei modelli di pagamento, alle verifiche delle imposte. A questo si aggiungeva un compito di rappresentanza nei rapporti con Equitalia e agenzia delle Entrate. Funzioni, svolte con continuità e organizzazione che - specifica la Corte - pur non essendo esclusive di una professione rientrano nella competenza specifica dei dottori commercialisti ed esperti contabili. Dunque, off-limit per il non iscritto all'Albo, a prescindere dal consenso e dalla consapevolezza del cliente che la prestazione non è eseguita da un abilitato.
Un principio, ricorda la Suprema corte, ribadito anche dalla sentenza 33464/2018, in un caso di tenuta della contabilità aziendale con consulenza di lavoro. Nello specifico non basta la presenza delle "indicazioni diverse", invocate dalla difesa. L'imputata, riteneva di poter svolgere il lavoro perché nelle fatture che rilasciava era, specificato "consulenze di direzione-legale rappresentante iscritto all'Ancot".
Questo senza riportare mai il titolo di commercialista. Ad avviso della ricorrente le cautele, che provavano anche la buona fede, erano adeguate - come riconosciuto in parte dal Tribunale - a integrare quella "chiara indicazione diversa" che basta a escludere il reato. Per la Cassazione però, l'esplicitazione dell'assenza di un'abilitazione, che andrebbe comunque fatta su un piano generale e oggettivo, e non nell'ambito dei rapporti interpersonali, non è una scriminante. Non passa neppure la richiesta delle attenuanti generiche, negate per il lungo periodo di tempo nel quale si era esercitata la condotta illecita.
di Arrigo Cavallina
L'Arena di Verona, 17 aprile 2020
È difficile, con le competenze e le informazioni di un cittadino medio, prendere posizione nel palleggiamento di responsabilità su tutto quanto andava e va fatto per contrastare il virus, in generale e in particolare nelle carceri: tra Governo, Regioni, Enti locali, Aziende sanitarie, Amministrazione penitenziaria, Magistratura e così via.
Mi trovo però completamente d'accordo con l'assessore Bertacco (L'Arena del 14 aprile) almeno sul punto che il Governo, apparentemente succube del ministro della Giustizia Bonafede, abbia sottovalutato se non ignorato il rischio gravissimo di contagio nelle carceri e abbia adottato provvedimenti totalmente al di sotto delle necessità e del buon senso.
Malgrado le vivaci raccomandazioni provenienti da ogni ambito informato: dalle Camere dell'avvocatura penale al Consiglio superiore della Magistratura, dai docenti di diritto penale alle organizzazioni di volontariato, dal personale che in carcere lavora e perfino dalla voce più alta e autorevole, del Papa.
Tutti a far presente che il sovraffollamento costringe a non rispettare le indicazioni per noi obbligatorie della distanza minima e che in poche carceri si potrebbero aprire reparti di quarantena. Mentre quasi un terzo dei detenuti sono tecnicamente innocenti in attesa di giudizio definitivo e quasi un terzo dei condannati ha ancora da scontare meno di due anni.
Ci sarebbero cioè le condizioni per uno sfoltimento che non rappresenti la minima minaccia alla sicurezza sociale, anzi verrebbe privilegiata la sicurezza sanitaria a vantaggio non solo dei detenuti usciti o rimasti, ma dello stesso personale costretto ad avere con loro contatti, e di noi tutti per il rischio di propagazione.
Invece il Decreto governativo prevede lo spostamento ai domiciliari solo per chi ha un residuo di pena inferiore ai 6 mesi, e i domiciliari con braccialetto elettronico per chi ha fino a 18 mesi. E qui la farsa del braccialetto, che non c'è, ma c'è in quanto annunciato, cioè in quanto ci sarà. Su tempi che non credo si potrà convincere il virus a rispettare. E ancora l'impossibilità di uscire, anche per chi avrebbe i requisiti tranne quello fondamentale di un luogo dove abitare e rinchiudersi.
In conclusione, siamo ancora con 5.000 detenuti in più rispetto ai posti teoricamente disponibili; il contagio è in piena diffusione con numeri che sono già diventati ingestibili. E meno male che, con inqualificabile ritardo, si stanno finalmente consegnando gli strumenti assolutamente necessari (mascherine, guanti, occhiali, tute, disinfettanti).
C'è però almeno una notizia confortante: la parte che potremmo chiamare buona dell'Amministrazione penitenziaria (la Cassa Ammende, presieduta dall'ex magistrato Gherardo Colombo, e la Direzione generale per l'esecuzione penale esterna) hanno deciso due programmi d'intervento per finanziare le strutture che ospiteranno detenuti privi di abitazione propria e quindi altrimenti esclusi dalla detenzione domiciliare. Si tratta di cifre che non consentono speculazioni, ma che riconoscono e compensano almeno la buona volontà.
Programmi di questo impegno richiedono una ricognizione delle risorse territoriali, comunali e di altri enti (penso in primo luogo a Caritas) e un coordinamento che credo solo l'Ente locale può svolgere.
Mi sembra molto apprezzabile la disponibilità che l'assessore Bertacco dichiara, anche a trovare siti alternativi. Non dovrebbe trattarsi solo di spazi per detenuti positivi al virus, ma anche di spazi per consentire lo spostamento in detenzione domiciliare di un numero di persone tale da lasciare il carcere in condizioni di rispetto della normativa comune e di relativa sicurezza, per i detenuti e per tutto il personale che ci lavora.
adnkronos.com, 17 aprile 2020
"Riguardo alla situazione dell'emergenza Covid-19 nelle Rems, nei giorni scorsi era stata segnalata la presenza nella struttura "Anton Martin" di San Maurizio Canavese in Piemonte di due pazienti positivi al virus, trasferiti subito in ospedale. Uno di essi è deceduto".
A darne notizia è Mauro Palma, Garante nazionale per i diritti dei detenuti, nel bollettino quotidiano. "Altri quattro pazienti che presentavano sintomi febbrili erano stati sottoposti al tampone. Pur essendo ormai tutti sfebbrati, in attesa della risposta del test, restano in isolamento - spiega il Garante. È stata già effettuata la richiesta di sottoporre al tampone tutti i pazienti. La maggior parte del personale è stato sottoposto al tampone. Mancano per ora due operatori".
rete8.it, 17 aprile 2020
Nell'Ordinanza numero 38 sono state disposte misure straordinarie per il contrasto ed il contenimento sul territorio regionale della diffusione del virus Covid-19 nell'ambito delle strutture penitenziarie e dei servizi territoriali afferenti alla giustizia minorile della Regione Abruzzo.
L'Ordinanza dispone l'applicazione sul territorio regionale del Modello organizzativo per la gestione dell'emergenza Sars Cov-2, siccome definito dalla Task Force Sanitaria coordinata dal Referente Sanitario Regionale, di concerto con il Il Presidente della Regione Dipartimento Sanità della Giunta Regionale, le UU.OO. di Medicina Penitenziaria delle Asl della Regione Abruzzo, il Provveditorato dell'Amministrazione Penitenziaria di Lazio, Abrzzo e Molise, il Centro per la Giustizia Minorile di Lazio, Abruzzo e Molise ed il Garante dei detenuti della Regione Abruzzo.
di Gianni Parlatore
gnewsonline.it, 17 aprile 2020
L'Ufficio interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Toscana e l'Umbria ha indetto un'istruttoria pubblica per realizzare interventi di supporto abitativo e di sostegno all'inclusione sociale di detenuti che non dispongono di un domicilio effettivo e idoneo e che risultano ammessi a misure alternative.
L'obiettivo è incrementare il numero di persone ammesse all'esecuzione della parte finale della pena all'interno del domicilio, anche per tutelare la salute dei detenuti durante l'emergenza sanitaria causata dall'epidemia di Covid-19. Ogni ente interessato deve poter accogliere nella propria struttura detenuti provenienti da qualsiasi istituto penitenziario. Le proposte dovranno pervenire entro le ore 24 del 29 aprile 2020 esclusivamente all'indirizzo PEC
Nell'ambito del budget complessivo, l'Ufficio Interdistrettuale Esecuzione Penale Esterna corrisponderà agli enti selezionati un contributo finanziario di 20 euro giornalieri (finanziamento Dgepe) più € 5,00 (finanziamento Uiepe) per un totale di 25 euro al giorno per un periodo di sei mesi per ciascuna persona accolta, nel limite della disponibilità finanziaria prevista.
Il progetto promosso dall'Ufficio interdistrettuale di Esecuzione Penale Esterna per la Toscana e l'Umbria arriva dopo quelli realizzati dai Direttori degli altri Uffici interdistrettuali di esecuzione penale esterna con l'obiettivo di accogliere detenuti con poche risorse, che risultano in possesso dei requisiti per l'accesso alle misure alternative e favorirne così il graduale reinserimento sociale.
Link al bando: www.giustizia.it/giustizia/it/mg_1_4_1.page?contentId=SBG265687&previsiousPage=mg_2_21
di Stiben Mesa Paniagua
milanotoday.it, 17 aprile 2020
Milano Today ha letto l'esposto di alcuni detenuti di San Vittore per denunciare la situazione e sentito i rappresentati sindacali della Polizia penitenziaria. Anche il garante dei detenuti e la Commissione Regionale carceri lanciano l'allarme su un contesto al limite e da monitorare.
Il coronavirus è un nemico invisibile, subdolo e l'unico modo concreto per evitare il contagio è il distanziamento sociale. Il concetto è stato ormai accettato universalmente da chiunque, dopo settimane e settimane di quarantena. Il paradosso è che questa misura è quasi impossibile da mettere in pratica proprio per quelle persone che, per definizione, vivono già continuamente isolate dal resto della società: i detenuti e le detenute. Donne e uomini la cui libertà è limitata dalle mura che definiscono il perimetro degli istituti penitenziari dove sono reclusi. Peggio ancora, limitata ai pochi metri quadri delle loro celle.
Isolati come loro, in qualche maniera, lo sono anche gli agenti della Polizia penitenziaria e gli operatori che ogni giorno visitano le carceri. Tuttavia c'è una grande e pericolosa differenza: poliziotti, avvocati, assistenti sociali, educatori, sacerdoti e psicologi entrano ed escono dalle prigioni. E questo vuol dire che hanno la concreta possibilità di portare dentro il Covid-19. Lo sanno i provveditori, lo sanno i direttori, lo sanno i comandanti, lo sanno al ministero, e lo sanno anche i garanti ma le soluzioni sembrano faticare ad arrivare.
Benché all'inizio dell'emergenza Covid, secondo le direttive emanate dal ministero di Giustizia guidato da Alfonso Bonafede, si fossero prese tutte le precauzioni del caso. In primo luogo con la stretta sui controlli per i colloqui e sul personale che gravita attorno alle prigioni. Successivamente con la sospensione totale delle visite. Fatto questo che, moltiplicato all'incertezza e la paura per la situazione, aveva provocato vere e proprie rivolte nelle carceri italiane. In alcune anche con un bilancio pesante in termine di vite. Proteste mosse pure nella casa circondariale milanese di San Vittore, con incendi e cori sul tetto da parte di alcuni dei detenuti.
Purtroppo, però, nonostante sia passato oltre un mese e mezzo dall'inizio dell'emergenza, tutte le misure e i provvedimenti faticano a diventare pienamente realtà. Lo denunciano avvocati, polizia penitenziaria, detenuti e perfino onorevoli in Parlamento. A materializzare la problematica a Montecitorio, con il folclore che lo contraddistingue, è stato l'onorevole Vittorio Sgarbi.
"Il dilemma di questi giorni - ha detto durante il question time con il ministro Bonafede - è tra due concetti fondamentali che riguardano la vita dei cittadini: la libertà e la salute. Abbiamo accettato di comprimere la prima. E, ammesso che sia giusto, è dovere di tutti i cittadini compresi i carcerati vedere tutelato il proprio diritto alla salute. Come si può garantire la distanza di sicurezza in carceri sovraffollate? Mi chiedo come possa vivere serenamente in questi giorni il ministro Bonafede che è in piena flagranza di reato. Come può garantire la distanza di sicurezza di un metro in carceri dove sono in tre, in quattro, in cinque insieme. Lei, dunque, per la sua responsabilità giuridica e morale, è indagato. Un giudice che abbia correttezza dovrebbe indagarla perché lei è un untore".
Un discorso provocatorio che però rivela una verità innegabile di fondo. Tanto che alcuni detenuti di San Vittore lo hanno citato in un loro esposto presentato al presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano, alla pubblica autorità competente e al direttore dell'istituto carcerario meneghino. Nel documento, visionato da Milano Today, i detenuti del raggio 5 della casa circondariale chiedono all'autorità giudiziaria competente di valutare se esistono i presupposti per l'azione penale contro i responsabili della loro condizione. "Per - scrivono nell'esposto - violazione del decreto legge numero 18 del 17 marzo, e seguenti, in materia di salvaguardia e contenimento del Covid-19. Per violazione delle norme costituzionali in materia di tutela e salvaguardia della salute del cittadino. Per la violazione dell'articolo 27 della Costituzione. Per la violazione delle convenzioni per la salvaguardia dei diritti dell'uomo (articoli 1, 3, 14 e 17)".
I detenuti chiedono di valutare se tale ipotetiche violazioni possano essere contestate ai responsabili dell'Amministrazione penitenziaria a livello regionale e nazionale e agli Uffici dei giudici per le indagini preliminari firmatari delle ordinanze di custodia cautelare: "A distanza di circa due mesi dalla diffusione dell'allarme Covid-19 e dopo 3 mesi dalla dichiarata emergenza sanitaria dello Stato italiano ci vediamo in balia della burocrazia e di pochi burocrati che a nostro vedere male amministrano il sistema giustizia, facendo ricadere in maniera prepotente le conseguenze, prima sul detenuto e successivamente su tutte le figure gravitanti nel pianeta carcere".
"Vale la pena ricordare - proseguono nella loro richiesta di attenzione - come il carcere è un potenziale focolaio dove, se come stiamo percependo nelle ultime ore, si è addentrato il virus. Ci troveremmo tra breve tempo di fronte ad una strage di detenuti immunodepressi, malati, tossicodipendenti e quanti portatori di malattie varie, senza contare i detenuti cosiddetti sani che, si vedrebbero contagiati con conseguenze che la scienza e la medicina non sa prevedere".
Un grido per chiedere aiuto che arriva da San Vittore, dove ci sono già 18 agenti della Polizia penitenziaria e 11 detenuti contagiati, uno dei quali in ospedale, e decine e decine di isolati, tra carcerati e poliziotti. Questo - ripetiamo - nonostante le precauzioni prese all'inizio dell'emergenza. Molte delle quali sono rimaste, però, solo sulla carta. Anche perché i numeri sono quelli che sono e, come praticamente in ogni ramo della società, anche dietro le sbarre sono arrivati con estrema difficoltà i dispositivi di protezione individuale per agenti e detenuti. Così come i tamponi per i sintomatici. Non è bastato, ad esempio, il triage da campo allestito all'esterno dall'istituto di piazza Gaetano Filangieri, dove ogni nuovo arrivato veniva - e viene - sottoposto ad un controllo medico prima di accedere in carcere.
Tra gli agenti contagiati, rivela il documento dei detenuti, c'è un appuntato Capoposto del 5° reparto. "Ebbene - denunciano - anche se a conoscenza di questo caso non si è provveduto come da indicazioni dell'Oms e dell'Iss a individuare e mettere in quarantena le persone che nel tempo sono state a contato con lo stesso. Anzi gli agenti di polizia penitenziaria che erano parte dello stesso gruppo di lavoro ad oggi sono ancora in servizio presso il reparto di appartenenza e, cosa che sembra ancor più grave, altri agenti di polizia venuti in contatto con lo stesso sono stati spostati in altri reparti del carcere. Con lo stesso agente di polizia sono venuti in contatto quasi tutti detenuti del reparto ma nessuna precauzione". Un fatto inammissibile anche al buon senso, insomma.
Lo stesso discorso, sottolineano, vale per le persone rinchiuse: "Ci sono detenuti contagiati che seppur separati, sono stati in contatto con altri detenuti. Vogliamo far presente - dicono - che solo a fine marzo siamo stati dotati di mascherina in cotone".
Detenuti e agenti soli, isolati e uniti, ironicamente, dallo stesso destino denunciano la situazione e temono l'esplosione di un focolaio dietro le sbarre come sta succedendo nei penitenziari di Bologna, Verona, Pisa o Voghera. Sapendo di non voler arrivare a morire per coronavirus: come purtroppo è già toccato in Italia ad alcuni di loro. Ma anche a Milano: un detenuto del carcere di Voghera, Antonio Ribecco, è deceduto pochi giorni fa all'ospedale San Carlo. Stessa sorte toccata a fine marzo all'agente della penitenziaria in servizio nella casa di reclusione di Opera (Mi), Nazareno Giovanitto.
San Vittore in particolare, spiegano i detenuti nell'esposto, è un istituto dove anche, e soprattutto, a causa del sovraffollamento, vede "violare sistematicamente" tutti i loro diritti. "Rappresentiamo - proseguono - le nostre lamentele affinché l'autorità giudiziaria possa valutare l'esistenza dei presupposti per l'azione penale o in ogni caso per far cessare le violazioni laddove poste in essere. Le nostre lamentele giungono dopo avere preso coscienza dell'impossibilità da parte dell'amministrazione penitenziaria e degli organismi competenti di attuare le direttive emanate dal governo in materia di misure straordinarie ed urgenti per contrastare l'emergenza epidemiologica da Covid-19".
Un punto sul quale concordano anche i legali impegnati nella difesa degli 'ospiti' delle carceri. L'Ordine degli avvocati di Milano e dalla Camera Penale ha definito la situazione milanese "insostenibile". Case circondariali dove "scarseggiano i presidi sanitari: mascherine, guanti e tamponi. Le strutture vetuste di parecchi istituti, che non prevedono certo celle singole o bagni ad uso individuale, renderebbero problematica la gestione anche a capienza regolamentare rispettata". Una situazione che rischia di aggravarsi dopo l'incendio che a marzo ha reso impraticabili proprio gli uffici - Gip e Sorveglianza - che si devono occupare delle istanze dei detenuti. Per gli avvocati, stando ovviamente nei margini consentiti dalla legge, diventa "improcrastinabile un intervento che preveda, in via quasi automatica e dunque senza il necessario intervento degli Uffici di Sorveglianza, l'immediata fuoriuscita dal carcere di un numero di detenuti idoneo a consentire la gestione dell'emergenza sanitaria negli istituti. Si tratta di intervento che davvero pare non poter più essere rinviato".
Nel calderone delle galere gli altri attori principali sono gli uomini e le donne in divisa. "La morte del secondo detenuto nelle carceri italiane aumenta ancora di più l'attenzione da parte nostra sulla situazione dei contagi da Covid-19 all'interno degli istituti".
A lanciare questo grido d'allarme è Aldo Di Giacomo segretario generale del Sindacato del corpo di polizia penitenziaria: "Sono molti gli istituti in Italia che sono oramai in enorme difficoltà per il propagarsi del virus tra i detenuti e i poliziotti. Siamo molto preoccupati vista l'incapacità dell'Amministrazione penitenziaria e del ministero della Giustizia di gestire le criticità che ogni giorno si presentano". Di Giacomo denuncia inoltre un altro aspetto critico: "La mancanza di trasparenza sui dati forniti dall'Amministrazione". In Italia su circa 36mila unità, gli agenti positivi sono, stando all'ultimo dato ufficiale, 204 ma "400 colleghi sono a casa in isolamento o quarantena e ci sono difficoltà a fare i tamponi. I numeri sono irrealistici", rivela Di Giacomo.
Nel milanese qualcosa sembra muoversi, come ha rivelato a Milano Today Alfonso Greco, segretario regionale del Sindacato autonomo polizia penitenziaria. "A Milano la situazione negli ultimi giorni si sta sbloccando. Ovviamente ci vuole più tempo ma sembra che Ats e medici competenti si stiano attivando. Vivere in un ambiente chiuso, rispetto a carabinieri e polizia di Stato, può essere una fortuna ma paradossalmente in questo caso può non esserlo. Dopo la morte del collega Giovanitto, per esempio, ad Opera hanno fatto il tampone a tutti ma con i tempi della Sanità. Negli ultimi giorni la situazione sembra migliorare e ci sono anche più tamponi. Ma manca ancora qualcosa".
"Ci sentiamo tutelati a metà, o meglio a un terzo. Devono darsi da fare. Il tampone, per esempio, non basta farlo una volta ma va rifatto periodicamente. Se tu tieni sotto controllo quelli che entrano ed escono, come noi, eviti che il problema diventi più grande. Medici, infermieri, agenti della penitenziaria, avvocati, educatori. Gli untori potenziali siamo noi. Quello che gli amministratori devono capire è che tutelando noi, tutelano anche la popolazione carceraria".
Ora la politica ha capito e qualcuno come il presidente della Commissione Carceri del Consiglio Regionale della Lombardia, Gian Antonio Girelli, si muove rilanciando l'appello dei Garanti dei detenuti: dove si sottolinea in particolare quanto siano necessari interventi deflattivi della popolazione detenuta che consentano la domiciliazione dei condannati a fine pena e la prevenzione e l'assistenza necessaria a quanti debbano restare in carcere. "La situazione degli istituti penitenziari lombardi - spiega Girelli - diventa di giorno in giorno sempre più difficile. A mano a mano che si effettuano i tamponi, i numeri restituiscono un panorama dei contagi preoccupante sia tra il personale di polizia penitenziaria che fra i detenuti".
"Nelle carceri sovraffollate le necessarie restrizioni dettate dall'emergenza Covid-19 non sono applicabili. Occorre tutelare - il suggerimento in linea con le richieste di detenuti e agenti - con ogni mezzo la salute del personale che opera nelle carceri e delle persone in stato di restrizione della libertà, per impedire che crescano focolai che, con i problemi di sovraffollamento che conosciamo, diventerebbero rapidamente ingestibili".
E proprio il garante dei detenuti regionale, Carlo Lio, ha visitato il carcere milanese per un incontro con il direttore Giacinto Siciliano e la comandante della polizia penitenziaria. "Sono intervenuto su invito della Presidente del Tribunale di Sorveglianza, Giovanna Di Rosa - le sue parole - e in seguito ad alcune informazioni secondo le quali sarebbe prevista la creazione di un centro clinico per Covid-19 presso la casa circondariale.
Abbiamo a questo proposito fatto presente le nostre perplessità, in quanto non riteniamo il carcere il luogo ideale per un insediamento del genere". "Certamente come ufficio del garante vigilerò - ha concluso Lio - affinché si proceda nel rispetto di tutte le necessarie precauzioni e con le opportune attenzioni".
Le sorti di agenti e detenuti sono dunque legate allo stesso destino e in qualche modo parte lesa in questa vicenda che potrebbe diventare più complicata di quanto già non lo sia se non si inverte per tempo la rotta. I detenuti lo specificano chiaramente nel loro documento: "Nessuno può più negare l'evidenza dei fatti e nessun organo competente può sottrarsi a tali evidenti violazioni. Crediamo e chiediamo di denunciare in nome e per conto nostro tale situazione alle procure competenti".
detenuti, già per natura definiti 'soggetti deboli', chiedono che non gli venga negato quel diritto fondamentale che è la salute: "Vogliamo far giungere un grido di aiuto alle istituzioni. Le stesse istituzioni che prontamente hanno agito per punire le condotte di cui noi rei ci siamo macchiati.
Intendiamo far giungere all'autorità competente alcune situazioni che a nostro parere sono contro legge. Ci viene detto che fuori è lo stesso, sì, è vero ma, in carcere ci ha voluto il legislatore con regole ben precise e se abbiamo sbagliato paghiamo con il carcere, vogliamo pagare il giusto prezzo non un prezzo che potrebbe risultare fatale per la nostra salute".
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