di Stefano Cecconi* e Giovanna Del Giudice**
Il Manifesto, 15 aprile 2020
Assicurare e rafforzare i servizi di salute mentale di comunità è tanto più necessario di fronte a segnali preoccupanti che arrivano da certi settori della psichiatria, dove si evidenziano, in nome della lotta all'epidemia, pratiche che riportano a culture e pratiche dell'era manicomiale. L'emergenza Covid-19 è prima di tutto questione sanitaria, ma per fronteggiarla l'Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda una "azione globale" che tenga conto di tutti gli aspetti che influiscono sulla salute e sulla vita delle persone, non limitandosi ad interventi per contenere l'infezione e tanto meno solo all'ospedalizzazione.
L'OMS dedica una particolare attenzione alle persone più vulnerabili e indica tra i servizi essenziali da garantire quelli riferiti alle persone con problemi di salute mentale e più in generale alle persone non autosufficienti e con patologie croniche, e per la salute materno-infantile. In Italia questa attenzione ancora non c'è stata. Le pur importanti misure disposte dal Governo per il potenziamento delle risorse del SSN, a partire dal personale, scontano ancora un approccio "ospedalocentrico", mentre da più parti si evidenzia come l'epidemia si previene ed affronta con misure per rafforzare i servizi del welfare territoriale, peraltro da tempo impoveriti. In questa direzione si muove L'Appello lanciato dalla Conferenza nazionale Salute Mentale che afferma l'urgenza di garantire il funzionamento della rete territoriale di prossimità dei servizi, riportando l'attenzione sulle persone più fragili: con sofferenza mentale, con problemi di dipendenza, con disabilità, anziane e con malattie croniche.
Un Appello che chiede di accendere i fari sulle "periferie dei diritti": il carcere, i CPR, le RSA (Residenze per anziani e disabili), le REMS (le Residenze per l'esecuzione delle misure di sicurezza sorte dopo la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari). Governo e a Regioni devono dare disposizioni chiare e uniformi su tutto il territorio nazionale, e investire parte delle risorse dedicate all'emergenza, affinché i servizi territoriali assicurino tutte le attività, rispettando le misure di prevenzione per operatori e cittadini-utenti e fornendo tutti i dispositivi di protezione necessari.
Assicurare e rafforzare i servizi di salute mentale di comunità è tanto più necessario di fronte a segnali preoccupanti che arrivano da certi settori della psichiatria, dove si evidenziano, in nome della lotta all'epidemia, pratiche che riportano a culture e pratiche dell'era manicomiale.
Stiamo vedendo organizzare servizi "speciali": i Servizi psichiatrici di diagnosi e cura riservati alle persone con disturbo mentale Covid positive, che riportano alla memoria i reparti di TBC e "infettivi" dei vecchi manicomi. Le persone con disturbo mentale sono cittadini titolari di diritto e se bisognose di cure ospedaliere perché Covid positive devono essere ricoverate nei reparti come tutti. Non ci è bastato l'orrore del manicomio per riproporre risposte di segregazione?
E ancora, viene sdoganata da parte di società scientifiche la contenzione (parliamo della pratica del legare le persone in cura) quando una persona con problemi di salute mentale in fase di scompenso sia positivo al Covid-19. Ma, in nome di un'epidemia si può legittimare una pratica di violazione della Carta Costituzionale (art. 13), definita dalla Suprema Corte (sentenza n. 50497 del 2018) non sanitaria, non terapeutica, che può provocare lesioni anche gravi all'organismo?
Le stesse società riportano al centro la cura farmacologica, e tanto più l'utilizzo dei farmaci depot (farmaci anti psicotici a rilascio prolungato, fino a tre mesi) ritenuti equivalenti ad urgenze. Ecco che così l'emergenza diventa un alibi per riproporre l'egemonia del paradigma biologico clinico e il potere di controllo della psichiatria. Questa cultura dell'emergenza che ridimensiona i diritti va respinta. Per agire invece in modo globale, su tutti i determinanti di salute e di malattia, privilegiando i servizi del welfare territoriale: questo è il modo più appropriato per un contrasto efficace dei danni da Covid-19.
*Portavoce Osservatorio StopOpg
**Portavoce Campagna e tu slegalo subito
di Barbara Gerosa
Corriere della Sera, 15 aprile 2020
"Sono senza fissa dimora e vivo in piazza Affari". Seduto all'ingresso del teatro della Società di Lecco, Luca mostra il foglio che gli hanno consegnato le forze dell'ordine. Ha compilato l'autocertificazione con la sua firma. Accanto quella dell'operatore di polizia che ne ha preso visione durante l'ultimo controllo: la data è fine marzo. Autorizzato a restare in strada, mentre tutti gli altri devono rimanere a casa. In piena emergenza coronavirus, gli unici a cui sembra essere consentito trascorrere le giornate all'aria aperta sono le persone che un tetto non ce l'hanno.
Attilio fruga nelle tasche: estrae un foglio simile. Stessa scena sotto i portici della chiesa della Vittoria, anche Marco e Franco hanno il loro permesso. "Ci hanno detto di non muoverci da qui e obbediamo", spiega Luca, 51 anni, originario di Bergamo. Faceva l'artigiano prima di finire in carcere per problemi di droga. Ora vive nel parcheggio di piazza Affari. Le coperte, uno zaino, un cartone di vino, quel foglio stretto tra le mani come se fosse il più prezioso dei tesori. Non si sposta se non per ritirare a pranzo il cibo alla Caritas e la sera raggiunge via Mascari dove Luca Mazzucchi, libero professionista dalla finestra cala una cesta con la cena per i clochard.
"Ci ha lasciato un biglietto dicendo di andare da lui", conferma Attilio. Lui lo conosciamo, sulle pagine del Corriere aveva raccontato la sua storia quando avevano tentato di mandarlo via perché rovinava il decoro della piazza. A distanza di oltre un anno è ancora qui. Autorizzato a restare. Di chi sia quella firma sul foglio resta un mistero. Carabinieri e poliziotti dicono che non c'è alcuna direttiva. "Ne ho parlato con il comandante della polizia locale, Monica Porta - spiega il vicesindaco di Lecco, Francesca Bonacina.
Non è un permesso, solo un'autocertificazione siglata da chi ne ha preso visione. Multarli non avrebbe senso. Non sono autorizzati a vivere in strada, ma in attesa di trovare una soluzione è meglio che stiano fermi dove se non altro sono rintracciabili". "A fine marzo è stato chiuso il rifugio Caritas - dice il sindaco Virginio Brivio -. Abbiamo iniziato a lavorare per dare una risposta. Sono una ventina di persone, bisogna garantire accoglienza rispettando i principi di sicurezza che il coronavirus impone. Entro una decina di giorni anche loro avranno un tetto".
di Beatrice Montecalvario
Il Manifesto, 15 aprile 2020
In Algeria, il Paese africano che registra il più alto numero di morti legate al Covid-19, con 313 decessi a ieri (1.983 i casi positivi), gli attivisti del movimento (hirak) popolare diffondono da settimane appelli a rimanere in casa. La repressione, però, non va in quarantena. Dalla proclamazione delle prime misure di "isolamento parziale" ad Algeri, il 23 marzo, si moltiplicano i segni di una nuova stretta.
Nel mirino sembrano esserci in particolare i messaggi politici diffusi sui social network, proprio mentre questi diventano la principale piazza, seppure virtuale, del movimento. Istigazione all'assembramento non armato, oltraggio a pubblico ufficiale, distribuzione e pubblicazione di materiale su Facebook che può costituire attentato all'unità nazionale sono i reati per i quali, giovedì scorso, l'attivista Ibrahim Daouadji è stato condannato a sei mesi di prigione e 50mila dinari (circa 360 euro) di ammenda.
Sul suo profilo Daouadji aveva denunciato pedinamenti e persecuzioni da parte delle forze dell'ordine dopo che, a fine febbraio, aveva raccontato in un video l'arresto e il violento interrogatorio subiti a margine di una manifestazione studentesca ad Algeri. A preoccupare le ong per i diritti umani è anche la situazione del portavoce del partito di sinistra Union démocratique et sociale, Karim Tabbou. Il 23 marzo, mentre attendeva una scarcerazione considerata imminente, Tabbou è stato condannato in appello a un anno di reclusione e al pagamento di un'ammenda di 50mila dinari algerini.
La sua convocazione al tribunale di Algeri è arrivata senza che i suoi avvocati venissero informati dell'udienza e lui stesso, colto da un malore, si è dovuto allontanare dall'aula prima che la sentenza venisse pronunciata. Sulla base di video pubblicati in rete, è stato condannato per "danni morali all'esercito". Lo stesso 23 marzo, il governo annunciava la liberazione di oltre 5mila detenuti per reati comuni per evitare che la crisi sanitaria arrivasse nelle carceri. Questo, malgrado le misure per lo svuotamento delle prigioni, rimane un rischio concreto, osserva il giornale indipendente El Watan dopo il decesso del primo detenuto malato di Covid-19 nel carcere di El Harrach, periferia di Algeri.
Qui è recluso da ottobre Abdelouahab Fersaoui, presidente del Rassemblement action jeunesse (Raj), ong nata nel 1992 e sostenitrice del movimento dalla prima ora. Fersaoui è stato condannato ad aprile a un anno di detenzione per contenuti divulgati attraverso pagine e profili in rete. Il giro di vite, comunque, non risparmia neanche media più tradizionali e giornalisti professionisti. Lo scorso venerdì i siti di notizie Maghreb Emergent e Radio M sono stati oscurati in tutto il paese; in un comunicato, il loro editore ha denunciato "la peggiore ondata di repressione della libertà di stampa dagli anni '90".
La notizia arriva dopo quella, alla fine di marzo, dell'arresto di Khaled Drareni, giornalista e membro di Reporters sans frontières. Qualche giorno più tardi è stata la volta di Sofiane Merakchi, condannato a otto mesi di carcere con accuse come "fornitura di immagini delle manifestazioni del 20 settembre alla rete Al Jazeera e ad altri media stranieri". "Il potere vuole approfittare della pandemia per domare il movimento ed evitare che, dopo la fine dell'isolamento, la crisi del petrolio e la mala gestione dell'emergenza sociale e sanitaria portino in piazza più persone di prima", esclama Djalal Mokrani, membro dell'ufficio nazionale del Raj, raggiunto telefonicamente dal manifesto e anche lui in attesa di processo. A parlare per l'attivista algerino è la foto che pubblica, immancabilmente, sul suo profilo Facebook. Quattro ragazzi in abiti da infermiere, uno accanto all'altra, con dei cartelli attaccati sulle spalle: "Dopo la crisi Covid-19 - c'è scritto, in francese - tutti in piazza".
africarivista.it, 15 aprile 2020
La condizione dei detenuti è un dramma nel dramma dell'epidemia di coronavirus in Sudafrica. Il numero dei carcerati positivi al Covid-19 è aumentato di 49 in due giorni nel Centro correttivo di East London. Ad essi si aggiungono 23 funzionari della prigione anch'essi infettati. Il primo caso è stato segnalato il 6 aprile dopo che un funzionario che aveva partecipato a un funerale era risultato positivo. Un altro funzionario è risultato positivo due giorni dopo e sono iniziati i test di massa presso la struttura. Il portavoce del Dipartimento delle carceri ha dichiarato che il centro di correzione è stato disinfettato e che gli operatori sanitari monitorano e gestiscono coloro che sono risultati positivi.
Anche il Centro correttivo di Saint Albans a Port Elizabeth ha avuto il suo primo caso confermato dopo che un funzionario è risultato positivo, mentre è stato infettato un altro funzionario della sede centrale del Dipartimento delle carceri a Tshwane. Il portavoce del Dipartimento Singabakho Nxumalo ha dichiarato a News24 che si sta effettuando una attenta ricerca dei contatti avuti dai contagiati ma che non dovrebbe esistere alcun collegamento tra Saint Albans e East London.
"Con l'aumentare del numero di persone infette - ha detto Nxumalo - è stato attivato il piano di contenimento dell'epidemia e di trattamento dei malati previsto dal programma di gestione delle catastrofi del dipartimento. Stiamo esaminando i casi confermati e stiamo predisponendo l'isolamento di coloro che risultano positivi ai test. Finora solo due centri su 243 hanno riportato casi positivi. Pertanto, è fondamentale che rimangano in vigore misure di prevenzione per evitare che altri centri siano contagiati dal Covid-19".
di Édith Bouvier
Internazionale, 15 aprile 2020
Davanti all'ex prigione di Idlib un uomo ha steso per terra un telo e cerca di attirare l'attenzione dei passanti in cerca di clienti. In terra ha messo una teiera di metallo, qualche libro, delle scarpe e dei giochi per bambini. La maggior parte sono rovinati o rotti. Ma è tutto quello che rimane ad Abdelrahman per cercare di sfamare la sua famiglia. Quest'uomo dal volto segnato dal sole e dalla guerra abita qui con altre 84 famiglie. "Ogni cella è divisa in tre, a volte in cinque, abbiamo messo dei lenzuoli, dei cartoni o dei sacchi per dividere gli spazi e ottenere un po' di intimità", spiega il vecchio facendoci visitare le quindici celle. Spolvera il suo giaccone verde di lana e si guarda intorno. "Le famiglie mi danno gli oggetti che non vogliono più e io li riparo, gli do una seconda vita. Poi con i pochi soldi che riusciamo a racimolare compriamo qualcosa da mangiare per tutti quanti".
Da quando la guerra è cominciata nel 2011 il prezzo dei prodotti di base si è moltiplicato per venti. "Il prezzo del pane è fisso e quando possiamo compriamo olio e riso, insomma ci arrangiamo. Abbiamo ricevuto alcuni cartoni di aiuti umanitari, ma non erano sufficienti e, soprattutto, è stato parecchio tempo fa", continua Abdelrahman. Una bambina ci raggiunge correndo e si rifugia tra le sue gambe. Nasconde il volto dietro i suoi larghi pantaloni e gioca a guardarci di nascosto, poi si nasconde di nuovo ridendo. "È Rania, la mia nipotina, i suoi genitori sono morti in un bombardamento e da allora me ne occupo come posso". Nel cuore della prigione, fra quattro alti muri, il cortile per l'ora d'aria dei detenuti è diventato lo spazio di gioco dei bambini. Le loro risate risuonano allegre.
Panni di ogni dimensione e colore sono sospesi su lunghe corde e asciugano al sole. Al primo piano gli scudi delle guardie che sorvegliavano la prigione sono stati disposti gli uni contro gli altri. Un muro improvvisato per proteggere i bambini che volessero avvicinarsi troppo al muro esterno. Lasciati a se stessi, questi bambini vanno ovunque.
Nella zona non c'è alcuna scuola o centro educativo, e comunque i loro genitori hanno troppa paura per mandarli lontano, fuori da questi edifici. "Gli aerei del regime hanno preso di mira le scuole. Appena non li vedo sono subito in pensiero", ci spiega Laila, seduta sul bordo della sua cella. Dal 2014 secondo l'Unicef 478 centri scolastici sono stati obiettivo di attacchi da parte del regime o del suo alleato russo. Le Nazioni Unite ritengono che 2,8 milioni di bambini non vadano più a scuola e che 180mila insegnanti siano stati costretti a fuggire.
Il sole d'inverno è basso e fa fatica a riscaldare questi vecchi muri di pietra bianca spessi e alti. La donna si scherma gli occhi dal sole con la mano e indica le altre donne sedute sulle sedie sotto un albero. "Non ci conoscevamo prima di arrivare qui, adesso siamo diventati una grande famiglia". Laila sorride. In nove anni di guerra è la sua sesta casa. La maggior parte dei suoi parenti è stata uccisa. Dopo una serie di corridoi e di inferriate ci porta al rifugio di Khadija, la donna più anziana qui dentro. Originaria di Maaret al Numan, una città a sud di Idlib distrutta dai bombardamenti del regime e dell'alleato russo nello scorso febbraio, è dovuta scappare dalla sua casa. A 70 anni spiega di non avere più paura di morire. "Quello che mi rende triste è di non essere più a casa mia. Ci ho abitato tutta la vita e adesso morirò in un posto che non conosco. Così nonostante le condizioni ho cercato di creare un posto simile a casa mia".
Si alza e ci mostra gli oggetti che è riuscita a conservare e che ha accuratamente disposto in questo piccolo rifugio. Alcune foto, un cuscino ricamato e un po' di stoviglie. E su uno dei muri di questa cella sempre umida, si possono leggere le scritte lasciate dagli ex detenuti ai tempi in cui il regime di Assad controllava ancora la prigione. "Omar è qui, coraggio!". "Abu Suleyman, 45 giorni". Accanto, in una stanza improvvisata, due bambine giocano dall'altro lato di una tenda di plastica che è stata attaccata al soffitto.
Khadija le ascolta e ripete: "Non so dove sono i miei cari, sono tutti fuggiti quando la tempesta di fuoco si è abbattuta sulla città. Spero che stiano bene e al sicuro da qualche parte". Quasi ventimila bambini sotto i cinque anni soffrono di denutrizione. Un terzo delle madri incinte o che allattano i figli sono anemiche. I due terzi dei bambini con un handicap non hanno accesso a servizi adeguati.
In fondo a un corridoio dall'altro lato dell'edificio, Ahmad e la sua famiglia condividono una cella con la famiglia di suo fratello e quella di suo cugino. Qui non ci sono né arredi né souvenir, Ahmad è originario della città di Homs. Prima della guerra aveva un negozio di mobili, poi si è unito all'Esercito siriano libero per proteggere le prime manifestazioni. Ma quando il suo quartiere, Bab Amr, è caduto nelle mani del regime, è cominciato l'esodo. Un esodo senza fine, sedici case in otto anni. "Qui non ho lavoro, non faccio nulla. Non ci resta più niente. In Siria ormai la normalità non esiste più da molto tempo. Credete che per i nostri figli sia normale vivere qui, di non potere andare a scuola? Viviamo nella paura". Arriva suo fratello con una bambina in braccio e un'altra che sta attaccata ai suoi vestiti senza lasciarlo un momento. "Le mie figlie hanno conosciuto solo la guerra. Spero che un giorno potremo tornare a Homs, ma non ci credo molto. Se il regime riprende la città di Idlib, non so dove andremo. Non ci rimane più nulla".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 15 aprile 2020
Discutere su Zoom, la piattaforma usata in tutto il mondo per le video-riunioni, è un reato a Gaza soprattutto se lo fai con un Paese considerato l'avversario principe. La scorsa settimana sei attivisti per i diritti umani di Gaza sono stati arrestati dalle autorità locali di Hamas per aver partecipato ad una videoconferenza in cui erano presenti anche degli israeliani. L'accusa è di "tradimento" e di "attività di normalizzazione" con Israele. Le leggi emanate dalle autorità di Hamas a Gaza criminalizzano tutte le attività sociali, culturali, politiche, economiche, sportive o di altro tipo con "il nemico sionista".
Per Rami Aman, 38 anni, fondatore del Comitato per i giovani di Gaza, e per altri 5 attivisti palestinesi le manette sono scattate il 9 aprile, tre giorni prima l'ong aveva partecipato partecipato ad una conferenza online con alcune organizzazioni internazionali, anche israeliane, rispondendo a domande sulla vita a Gaza durante la pandemia di Coronavirus. "Stabilire una comunicazione con le forze di occupazione israeliane - ha chiarito il ministero dell'Interno di Gaza in una nota - non importa per quale motivo, è un crimine e un atto di tradimento nei confronti del nostro popolo".
Il post su Facebook - A denunciare l'attivista era stato un post su Facebook in cui lo si accusava di dedicarsi ad attività di "normalizzazione" con Israele. L'autrice è la reporter Hind Khoudary, un ex collaboratrice di Amnesty International, che ha rivendicato così la sua azione: "In quanto palestinese, prima ancora che giornalista, sono contro qualsiasi normalizzazione. Non ho fatto un errore a scrivere contro Aman e non sono contraria al suo arresto".
Amnesty International, dal canto suo, ha preso le distanze dalla donna chiarendo di averla "impiegata solo per un breve periodo" oltre un anno fa e sottolineando che l'organizzazione "condanna in modo netto l'arresto di individui per aver esercitato il loro diritto ad esprimersi e radunarsi liberamente". L'organizzazione per i diritti umani ha anche ricordato che Khoudary si era occupata delle proteste scoppiate nel marzo 2019 nella Striscia di Gaza contro l'aumento dei prezzi. Era stata arrestata dalle forze di sicurezza di Hamas, interrogata, maltrattata, minacciata e sottoposta a intimidazioni. Il portavoce del ministro dell'Interno di Gaza, Iyad al-Bozm, ha tenuto a far sapere che i "post su Facebook o su altri social network non sono responsabili dell'arresto di Aman e di altre cinque persone".
I precedenti - Non è la prima volta che le autorità di Hamas arrestano Aman: l'uomo era stato già in carcere nel 2019 per aver organizzato una corsa ciclistica Rides for Peace in contemporanea con una simile in Israele e poi nuovamente incarcerato per tre giorni per aver criticato sui social le torture da parte delle forze di sicurezza di Hamas. Sui social network si è scatenata una violenta polemica. Moltissime persone hanno accusato Khoudary di aver contribuito all'arresto dell'attivista mentre molti altri si congratulavano con lei per la sua lotta contro la normalizzazione. Human Right Watch, che ha chiesto il rilascio immediato di Amin e degli altri attivisti, dei quali non si hanno notizie, ha denunciato che le autorità di Hamas arrestano e torturano abitualmente arbitrariamente critici e oppositori, come documentato più volte. Nel marzo 2019, hanno arrestato più di 1.000 palestinesi durante manifestazioni contro l'alto costo della vita a Gaza. Hamas ha dichiarato di aderire alle regole del diritto internazionale per i diritti umani ma, secondo l'organizzazione umanitaria internazionale, le viola continuamente e la normativa contro la normalizzazione ne è la conferma. Questo mese il Comitato per i giovani di Gaza è diventato membro dell'Alleanza per la pace in Medio Oriente.
ansa.it, 14 aprile 2020
La nota diffusa da Domenico Arcuri, Commissario Straordinario per l'emergenza Coronavirus, in riferimento ai braccialetti elettronici per i detenuti. Domenico Arcuri, Commissario Straordinario per l'emergenza Coronavirus, ha affidato la fornitura di ulteriori braccialetti elettronici e il relativo servizio di sorveglianza a distanza a Fastweb S.p.A., la stessa società con cui il Ministero dell'Interno ha già siglato un contratto per la fornitura degli stessi dispositivi, con l'obiettivo di accelerare le misure messe in campo per il contrasto all'emergenza coronavirus e di poter contare sulla possibilità di installare 4.700 braccialetti entro la fine di maggio.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 14 aprile 2020
Entro le 14 deve rispondere alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo che gli ha chiesto quali misure specifiche intenda adottare per proteggere le carceri dal Covid. Lo farà? Che dirà? Oggi, martedì 14 aprile, ore 10, tempo scaduto per il ministro Bonafede. Esattamente sette giorni fa la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo (Cedu) ha bussato alla porta del governo italiano e ha dato al ministro guardasigilli una settimana di tempo per spiegare con urgenza quali "misure preventive specifiche intenda adottare per proteggere non solo un certo detenuto di Vicenza, ma tutti i carcerati italiani ‑dal pericolo di contagio di Covid-19.
di Beniamino Migliucci
Il Riformista, 14 aprile 2020
Una minoranza, considerata per lo più fastidiosa, si è occupata in questo periodo drammatico della situazione nelle carceri italiane. Fastidiosa perché, quando soffrono tutti, parlare delle condizioni dei detenuti viene reputato, da molti, quasi come un insulto per chi si è ben comportato nella società e ora si trova in difficoltà, si ammala, muore, fa fatica a sopravvivere economicamente.
di Erica Gigante*
linkabile.it, 14 aprile 2020
Il carcere da sempre ha rappresentato uno dei luoghi più a rischio per la propagazione di agenti patogeni facilitata dalla promiscuità e dalle scarse condizioni igieniche. Tale circostanza, se si pensa alla questione carceri ai tempi del coronavirus, sembrerebbe che essa passi addirittura in secondo piano!
Eppure, il totale dei detenuti nelle carceri italiane, si aggira intorno al 130% ciò significa che il sovrannumero dei reclusi nelle carceri italiane varia dal 150% al 160% che tradotte in numeri significa che in Italia c'è un sovraffollamento carcerario di almeno 15 mila detenuti, per cui con la pandemia da coronavirus attuale, si potrebbero prospettare scenari davvero catastrofici sia per i detenuti che per gli stessi operatori se teniamo conto che ogni giorno entrano nelle carceri oltre 30 mila tra agenti di polizia penitenziaria, personale amministrativo, sanitari e personale dei servizi di trasporto.
Appare, quindi, di tutta evidenza che le misure per contenere l'emergenza Covid-19 di fronte a un sistema carcerario ormai al collasso, sembrerebbero del tutto impraticabili! Basti pensare come l'OMS si sia pronunciata su 2 aspetti specifici rispetto al problema. Le misure di protezione individuale (igiene dei locali, lavaggio delle mani, distanza di sicurezza di almeno un metro) e i dispositivi e le precauzioni da adottare in caso di contagio. Tra queste ultime la collocazione del detenuto contagiato da Covid19 per il periodo della quarantena, in uno spazio individuale o in mancanza in un ambiente multiplo ma adeguatamente ventilato e con letti posizionati ad almeno 1 metro di distanza l'uno dall'altro (si tenga conto che la normativa carceraria prevede per ogni detenuto uno spazio vitale di 3 metri quadrati di solo suolo di calpestio ad esclusione del letto, l'armadio e il lavabo).
A tale proposito è chiaro che il problema del sovraffollamento carcerario, che affligge il nostro Paese da tempo, non assicura ad ogni detenuto, la corretta distanza in uno spazio troppo ristretto, scaturendo un trattamento inumano e degradante!! Non è un caso che la Corte Edu, già precedentemente, si espresse nell'importante sentenza-pilota Torreggiani che rilevò problematiche strutturali nell'organizzazione delle carceri italiane condannandola!
Ed ecco che, a fronte di un quadro così tanto complesso, in un momento di piena emergenza, il nostro sistema carcerario per quanto la Costituzione all'art. 27 espressamente prevede che le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla funzione rieducativa, vive in una realtà ancora più complessa e preoccupante.
Già oggi il Dap ci ha comunicato che tra i detenuti ci sono 37 positivi al Covid-19, di questi 9 sono ricoverati presso strutture ospedaliere mentre 8 sono quelli dichiarati guariti. Invece dei 30 mila operatori di polizia penitenziaria, 158 risultano positivi al tampone e 16 sono ricoverati, infine fra il personale dell'Amministrazione Penitenziaria 5 risultano contagiati. Sempre secondo quanto ci comunica il Dap, 2 sono i deceduti. Allora ci si chiede che cosa si sta facendo per prevenire eventuali ulteriori contagi? Molte sono state le proposte venute dal mondo della politica, del volontariato e dalla magistratura stessa.
Tra i politici c'è chi ha parlato di mini-indulto svuota carceri, proposta che si è scontrata con buona parte della politica stessa o dell'applicazione del braccialetto elettronico (per poi rendersi conto che non ce ne sono disponibili nel numero necessario!). Le associazioni di volontariato (Antigone) suggeriscono per chi ha un residuo di pena inferiore ai 3 anni ed abbia fatto un percorso penitenziario positivo l'affidamento ai Servizi Sociali. I garanti regionali dei diritti della persona hanno più volte richiamato il senso di responsabilità non solo del Governo ma anche dei magistrati di sorveglianza a cui è stato chiesto di applicare in misura maggiore, le misure alternative alla detenzione previste dalla legge, in particolare la detenzione domiciliare a chi ha un residuo di pena di 18 mesi tenendo anche conto di tutte quelle persone detenute vulnerabili come gli anziani, i cardiopatici, gli immunodepressi, i diabetici, i pazienti oncologici (salvo eccezione per alcune categorie di reati o di condannati).
Anche positivo è stato attribuire alle singole amministrazioni carcerarie il potere di decidere su alcune misure come sospendere il rientro serale presso gli Istituti di detenzione dei semiliberi o rendere quotidiani i colloqui telefonici attraverso anche videochiamate della durata di 15 minuti, con l'ingresso di telefonini già programmati e predisposti.
Tuttavia anche con questi provvedimenti all'interno delle carceri non rimarrebbero spazi sufficienti per affrontare un eventuale focolaio epidemico. Voglio sottolineare che i Comitati Tecnici Scientifici che stanno lavorando in sintonia con il Governo, ci dicono che non bisogna abbassare il livello di guardia per i prossimi 12/18 mesi in attesa della realizzazione di un vaccino. Ciò significa che in questo arco di tempo il pericolo di riaccensione di focolai epidemici è reale. E allora perché, mi chiedo, non attrezzare anche per le carceri, così come si sta attuando per l'emergenza sanitaria sul territorio, l'edilizia industrializzata in acciaio?
Ricordo che il Procuratore Capo di Catanzaro, Nicola Gratteri, oltre un anno fa lanciò l'idea di costruire addirittura nuovi penitenziari utilizzando moduli prefabbricati a basso costo rispetto alle tradizionali opere murarie. In una fase di emergenza che stiamo attraversando, una tale soluzione per l'isolamento degli eventuali contagiati e per garantire loro un efficace monitoraggio sanitario, potrebbe risultare una scelta quasi obbligata e risolverebbe i complessi problemi legati allo spazio e al contagio epidemico, infatti, anche in mancanza di grandi spazi basterebbero i cortili o altre aree all'aperto di cui sono dotati molti istituti penitenziari sul territorio nazionale.
Ci sono industrie in grado di offrire varie tipologie di metrature anche di più piani, che si possono sovrapporre ed assemblare con bagni e docce, completamente automatizzate con la tecnologia più avanzata e funzionale esistente e persino con arredamenti inamovibili e quindi sicuri e dove potrebbero essere collocati quei detenuti che risultassero positivi al tampone o che fossero poco sintomatici in modo da garantire l'incolumità della rimanente comunità carceraria. A mio avviso questo potrebbe essere anche un modo per tenere sotto controllo eventuali focolai epidemici all'interno delle carceri.
*Avvocato e criminologa
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