di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2020
A scatenare la violenza nel carcere di Santa Maria Capua Vetere sarebbe stata la protesta pacifica dei reclusi per i contagi da coronavirus, come confermato dal Sindacato di Polizia penitenziaria. L'ultima telefonata l'aveva ricevuta nella tarda mattinata del 6 aprile scorso, poi più nulla. Solo dopo alcuni giorni, la moglie di un altro detenuto l'aveva avvisata che suo marito non avrebbe effettuato nessuna chiamata perché non era in condizioni fisiche a causa delle numerose percosse subite. Ma non è un caso isolato.
A seguito di una protesta avvenuta al carcere campano di Santa Maria Capua Vetere, ci sarebbero stati presunti pestaggi perpetrati nei confronti dei detenuti e, secondo alcune testimonianze, ne avrebbero fatto le spese anche coloro che non sarebbero stati parte attiva della protesta. Da ricordare che tale protesta (secondo i detenuti sarebbe consistita nelle battiture) è scaturita dalla circostanza che alcuni detenuti erano risultati positivi al Covid-19. Ma non solo. La preoccupazione era rivolta al fatto che risultavano assenti le dotazioni di sicurezza anti contagio.
La prima denuncia presentata alla stazione dei carabinieri è stata fatta proprio dalla donna che non ha potuto più sentire telefonicamente suo marito. Alla querela ha allegato tre file audio WhatsApp dove diversi familiari denunciano presunte violenze subite dai detenuti ad opera del personale penitenziario del carcere. Diverse sono le testimonianze.
La più emblematica consiste nel fatto che, in maniera singolare, il giorno dopo la rivolta e il presunto pestaggio, diversi detenuti non hanno avuto la possibilità di effettuare le videochiamate. Perché? Secondo i familiari sarebbero state evitate per non far vedere loro i segni delle presunte percosse. Diverse testimonianze coincidono perfettamente e ricostruiscono ciò che sarebbe avvenuto nella sezione coinvolta. Quasi trecento poliziotti a volto coperto e in tenuta antisommossa avrebbero fatto irruzione nel padiglione Nilo, sarebbero entrati nelle celle e avrebbero cominciato i pestaggi. Avrebbero picchiato chiunque, anche chi non ha preso parte alle agitazioni del fine settimana. Tra di loro anche un detenuto che dopo pochi giorni ha finito di scontare la pena.
A raccogliere subito la sua testimonianza è Pietro Ioia, il garante delle persone private della libertà del comune di Napoli. Per corroborare la sua testimonianza ha reso pubbliche le sue foto che mostrano ecchimosi su tutto il corpo, addirittura alla sua schiena sembra che ci sia il segno di uno scarpone. L'uomo ha prima fatto denuncia alla stazione dei carabinieri, ma tramite l'avvocato oggi presenterà un esposto direttamente in Procura. L'ex detenuto che è uscito dal carcere venerdì scorso, raggiunto da Il Dubbio, ammette che hanno inscenato delle proteste per i contagi da coronavirus, ma poi sembrava che tutto fosse stato chiarito. Infatti dopo le proteste è giunto il magistrato di sorveglianza che ha parlato con tutti loro. Hanno potuto raccontare i fatti, smentendo le ricostruzioni trapelate da alcuni sindacati di polizia che parlavano di una violenta rivolta. Ma sarebbe stata la quiete dopo la tempesta.
"Nel pomeriggio circa 300 agenti in tenuta antisommossa hanno fatto irruzione nelle celle - racconta a Il Dubbio l'ex detenuto -, costringendoci ad uscire, dopo di che ci hanno denudati e colpiti a calci e manganellate". Ma non solo. "Per dimostrare la loro superiorità e durezza - racconta sempre l'ex detenuto - dopo le mazzate hanno preso i nostri rasoi dagli armadietti e ci hanno rasato la barba". L'uomo ha anche confermato che dopo i presunti pestaggi, erano state proibite di fare le videochiamate. Come se non bastasse - prosegue sempre l'ex detenuto - "gli agenti facevano la conta obbligandoci tutti a stare in piedi davanti alle brande e con le mani all'indietro, come se fossimo in una caserma". Il garante regionale Samuele Ciambriello ha raccolto varie testimonianze, comprese quelle ottenute dall'associazione Antigone, e le ha portate all'attenzione non solo della Procura ma anche della magistratura di sorveglianza.
di Angela De Lorenzo
ilcrotonese.it, 14 aprile 2020
In questo momento difficile per tutti, c'è una categoria che soffre ancora di più. È quella dei detenuti. Sono persone che hanno commesso errori e che li stanno pagando. Persone che, in virtù dei provvedimenti del governo per limitare la diffusione del coronavirus, non hanno difficoltà ad incontrare i parenti e vivere quel momento di 'libertà' che era loro concesso.
Nel carcere di Crotone, sulle cui condizioni di sovraffollamento abbiamo scritto nella scorsa settimana, ci sono situazioni complesse derivate anche dalla mancanza delle visite dei parenti. Tra queste anche la difficoltà ad avere abbigliamento. Per questo don Stefano Cava, cappellano della casa circondariale di Crotone, ha lanciato una iniziativa che prevede la raccolta di indumenti per i detenuti. C'è bisogno di tute, t-shirt, calze, biancheria intima, scarpe e ciabatte oltre che asciugamani e teli da bagno scrive don Stefano nel suo appello. Gli indumenti vanno portati a don Stefano presso il carcere di Crotone, presso la chiesa del Carmine oppure chiamando direttamente il sacerdote al numero 3389199841
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 14 aprile 2020
La denuncia della Uil Pol Pen: "a rischio l'incolumità di tutti". Il pre-riage per le carceri è una delle misure prioritarie per fronteggiare il rischio di diffusione del contagio da Covid-19 e garantire sicurezza e salute ai detenuti e agli operatori penitenziari. Eppure accade che nel carcere di Treviso ancora non è funzionante nonostante sia stato messo a disposizione un apposito "box esterno". La direzione del carcere, però, è ancora in attesa di riscontro in merito, già richiesto all'azienda Ulss competente.
A porre il problema della mancata prevenzione nel carcere di Treviso è il portavoce del coordinamento regionale Uil Pol Pen Innocenzo Bonelli. Il sindacalista della polizia penitenziaria si è rivolto direttamente al provveditorato dell'amministrazione penitenziaria del triveneto. "Egregio Provveditore - si legge nella nota urgente - in riferimento all'emergenza sanitaria che stiamo fronteggiando in questi ultimi mesi ed in considerazione delle molteplici situazioni di contagio verificatesi, preme per la scrivente organizzazione sindacale trovare soluzioni di prevenzione a beneficio degli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria, i quali, diligentemente, svolgono i propri compiti Istituzionali nonostante le scarse condizioni di sicurezza nei luoghi di lavoro che, non di rado, tendono a minare l'incolumità personale".
Il sindacalista chiede di ricevere notizie in merito alla realizzazione delle postazioni di controllo, il cosiddetto "Pre-Triage", negli Istituti Penitenziari, sottolineando che presso la casa circondariale di Treviso, a tutt'oggi, non viene realizzato controllo alcuno nei confronti del Personale che accede in Istituto.
"Altresì - continua la nota - riteniamo opportuno chiedere alla S. V. di valutare l'opportunità di sottoporre il Personale di Polizia Penitenziaria all'esame diagnostico del tampone, al solo fine di scongiurare il pericolo che vi siano dipendenti positivi al Covid-19".
Viene sottolineato che tale esigenza assume carattere d'urgenza poiché la positività al virus, non sempre è seguita da talune sintomatologie ma, come già noto, possono verificarsi casi di positività asintomatici. "Ed è di questi ultimi casi - prosegue Bonelli della Uil - che nutriamo particolare preoccupazione e sentiamo la necessità di voler tutelare il Personale di Polizia Penitenziaria e di conseguenza le rispettive famiglie". La preoccupazione è tanta. Qualora vi sia anche solo un caso positivo asintomatico, lo stesso potrebbe contagiare altro personale e contagiare, di conseguenza, anche parte della popolazione detenuta.
Il provveditorato ha risposto alla comunicazione urgente, confermando che le operazioni di triage non sono ancora potute iniziare in quanto la Direzione è in attesa di riscontro in merito, già richiesto all'Aulss competente. Il provveditorato ha aggiunto che ha già sollecitato tutte le Direzioni che non abbiano ancora provveduto, ad inviare richieste di collaborazione al personale della Croce Rossa o di altre associazioni di volontariato, per lo svolgimento delle operazioni di triage. Ma per il momento ancora nulla.
Eppure il triage è fondamentale non solo per gli operatori penitenziari, ma anche per permettere lo svolgimento dei controlli previsti dalla legge sui detenuti cosiddetti 'nuovi giunti', sugli arrestati e su quelli provenienti da altri istituti, come previsto dalla circolare emanata dal Capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Da ricordare che nel Veneto, mentre comincia a scendere la curva dei contagi nel "mondo libero", alle carceri invece comincia a salire. Sono già stati contagiati 27 agenti della polizia penitenziaria e 17 detenuti a Verona, più 23 poliziotti al lavoro negli altri istituti di pena della regione. Per questo il governatore Luca Zaia ha fatto sapere che, una volta conclusi i tamponi a operatori sanitari, ospiti e dipendenti delle case di riposo, partiranno nelle carceri.
di Teresa Bellanova*
Il Foglio, 14 aprile 2020
I 600mila clandestini da regolarizzare per far ripartire l'economia sono un tema serio e il governo può intervenire. Sono d'accordo: basta ipocrisia. E testa sotto la sabbia. È la mia risposta alla domanda di Carlo Stagnaro e Luciano Capone nella riflessione su quei "600mila clandestini da regolarizzare per far ripartire l'economia italiana". Gli autori parlano di "invisibili", parola ormai entrata nel gergo comune. Piuttosto direi "invisibili ai più" e soprattutto a quelli cui l'invisibilità ha fatto e continua a fare gioco.
Nessun insediamento informale, nessun lavoratore in nero, sono mai completamente invisibili. Lo diventano perché ci si ostina a non volerli vedere per ricordarsene solo quando l'irreparabile costringe a prenderne atto. È anche per questo che dico: o siamo noi, la politica, chi governa, a farci carico fino in fondo delle contraddizioni che il reale ci impone sotto gli occhi, o se ne farà carico qualcun altro: la criminalità. Le infinite zone grigie che alimentano la lunga serie di malfunzionamenti in questo paese nascono da qui. Alimentarle è gioco perverso a cui mettere fine. Ed è esattamente questo che una politica riformista ha il compito di fare. Affrontare la complessità per governarla invece che subirla, dare risposte al presente per mettere a dimora il futuro, quello prossimo e quello che inauguriamo.
Sappiamo come fare. È accaduto quando abbiamo sconfitto con la riforma del Lavoro la vergognosa pratica delle dimissioni in bianco che aveva costretto per anni migliaia di lavoratrici a mettere il proprio destino di donne nelle mani dei loro datori di lavoro.
O quando nel 2016 abbiamo approvato la legge contro il caporalato considerata esemplare dovunque e indicando, tra le altre, nella rete del lavoro agricolo di qualità una risposta alle criticità del settore. Dunque, possiamo farlo. Evitando, mi auguro, di banalizzare termini forti e necessari come umanità, giustizia sociale, economia sana e legale, lavoro regolare, riducendoli a buonismo. Oggi abbiamo da rispondere, scrivono gli autori, a due urgenze.
Prevenire l'emergenza umanitaria che può determinarsi negli insediamenti informali affollati di persone che in questo momento non lavorano o lo fanno nella più totale invisibilità, sono a rischio fame, abbandonati a se stessi e in balìa della minaccia da virus. Fronteggiare l'urgenza, determinata dall'assenza di manodopera, che sta investendo in modo pesantissimo l'agricoltura del nostro paese e che mette a repentaglio prodotti, lavoro, investimenti, cibo. Che rischia di mandare in enorme sofferenza le nostre aziende agricole e che nelle prossime settimane, quando saranno arrivati a maturazione molti raccolti, può determinare l'irreparabile.
Mentre la filiera alimentare è impegnata con enormi sforzi a garantire cibo al paese, non si può, allo stesso tempo, lasciare marcire i prodotti nei campi e fare i conti con l'emergenza alimentare che sta investendo parti sempre più ampie della popolazione. Se una contraddizione è possibile, tre sono insopportabili. La via maestra l'abbiamo già tracciata e stiamo lavorando per metterla in atto: incrociare, in modo legale e trasparente, domanda e offerta di manodopera agricola. Vale per tutti, lavoratori italiani e stranieri.
Sia ben chiaro. Non esistono filiere sporche. E nessuno, tantomeno la sottoscritta, pensa di escludere la manodopera italiana. Sono stata la prima a dire che gli stagionali del turismo o della ristorazione, i tanti che purtroppo non lavoreranno come negli anni passati, potranno, mi auguro vorranno, guardare all'agricoltura come a un'opportunità. Eppure, i numeri parlano chiaro: in Italia, la manodopera straniera regolare in agricoltura conta circa 400 mila unità; da dieci anni gli italiani calano e gli stranieri aumentano; moltissimi proprio a causa dell'emergenza sono tornati nei paesi di origine; oggi siamo alle prese con un vuoto che si aggira intorno alle 350 mila unità e con la necessità di competenze.
La qualità delle risposte lega fortemente presente e futuro. L'agricoltura e la filiera alimentare costituiscono due straordinari driver di sviluppo per il sistema-paese, caratterizzati da potenzialità che dobbiamo saper mettere a valore. Questo chiama a scelte chiare. A chi mi accusa di dare troppa attenzione ai lavoratori nei ghetti e all'emersione del lavoro nero, rispondo: se non è lo Stato a garantire incrocio regolare tra domanda, offerta di lavoro, rete integrata dei servizi necessari, è la criminalità. A questo era ed è chiamata Anpal, i cui ritardi sono evidenti e così l'incapacità di fornire risposte adeguate a un tema così complesso. Un fallimento di cui prendere atto, a cui porre rimedio, e che conferma esattamente l'assunto di questa riflessione: o l'incontro tra domanda e offerta di lavoro è garantito dallo stato o si apre lo spazio dell'informale e dell'illegale. Il caporalato non è un modo alternativo di erogare servizi necessari, è mafia.
Che anche attraverso la fornitura di manodopera a condizioni inumane tenta di entrare nel controllo delle aziende ricattandole, a maggior ragione se sono meno solide e se la risposta pubblica non è chiara e veloce.
Senza soluzioni legali si espongono le imprese al ricatto di chi fornisce braccia e servizi. Mettere fine ai ghetti, alla clandestinità, all'illegalità, alla concorrenza sleale che incrina la nostra reputazione nello scenario internazionale, significa attestarsi su una risposta di civiltà e su soluzioni strutturali, quelle necessarie al paese e alla sua economia. Il primato della politica è il nostro compito.
*Ministro dell'Agricoltura
di Paolo Armaroli
Il Dubbio, 14 aprile 2020
Intervista al giudice emerito della Corte costituzionale: "Da palazzo Chigi continuano ad arrivare norme incomprensibili, scritte male, contraddittorie, piene di rinvii ad altre norme"
Caro Sabino, se siamo in guerra, sia pure anomala, allora vale quanto meno per analogia l'articolo 78 della Costituzione: le Camere conferiscono al governo i poteri necessari. E non, si badi, i pieni poteri. È così?
Nell'interpretazione della Costituzione non si può giocare con le parole. Una pandemia non è una guerra. Non si può quindi ricorrere all'articolo 78. La Costituzione è chiara. La profilassi internazionale spetta esclusivamente allo Stato (art. 117, II comma, lettera q). Lo Stato agisce con leggi, che possono delegare al governo compiti e definirne i poteri. La Corte costituzionale, con un'abbondante giurisprudenza, ha definito i modi di esercizio del potere di ordinanza "contingibile e urgente", cioè per eventi non prevedibili e che richiedono interventi immediati. Le definizioni della Corte sono state rispettate a metà. Il primo decreto legge era "fuori legge". Poi è stato corretto il tiro, con il secondo decreto legge, che smentiva il primo, abrogandolo quasi interamente. Questa non è responsabilità della politica, ma di chi è incaricato degli affari giuridici e legislativi. C'è taluno che ha persino dubitato che abbiano fatto studi di giurisprudenza.
Bene. Il Parlamento ha conferito quei poteri al governo con un decreto legge. Ma è sufficiente quel tipo di provvedimento? Senza contare che quel decreto legge è andato oltre. Ha consentito che le predette autorità possano adottare misure ulteriori rispetto a quelle dell'articolo 1. Ma, in punto di diritto, è legittimo tutto questo? Non si tratta di una sorta di delega in bianco?
Il primo decreto legge era illegittimo: non fissava un termine; non tipizzava poteri, perché conteneva una elencazione esemplificativa, così consentendo l'adozione di atti innominati; non stabiliva le modalità di esercizio dei poteri. A palazzo Chigi c'è un professore di diritto: avrebbe dovuto bocciare chi gli portava alla firma un provvedimento di quel tipo. Poi si è rimediato. Ma continua la serie di norme incomprensibili, scritte male, contraddittorie, piene di rinvii ad altre norme. Non c'è fretta che spieghi questo pessimo andamento, tutto imputabile agli uffici di palazzo Chigi incaricati dell'attività normativa.
Andiamo avanti. Sui Dpcm il capo dello Stato non ha voce in capitolo. A suo avviso, quell'oggetto misterioso che è il Consiglio supremo di difesa potrebbe avere una qualche voce in capitolo? O questo vale solo per il caso di guerra?
Mi chiedo: perché evocare il Consiglio supremo di difesa, se non c'è un evento bellico, e specialmente se c'è lo strumento per far intervenire uno dei tre organi di garanzia, il presidente della repubblica?
Bastava, invece di abusare dei decreti del presidente del Consiglio dei ministri, ricorrere, almeno per quelli più importanti, a decreti presidenziali. Aggiungo che, per la legge del 1978 sul Servizio Sanitario Nazionale, competente a emanare più della metà di quegli atti era il ministro della Salute. Abbiamo, quindi, assistito, da un lato, alla centralizzazione di un potere che era del ministro, nelle mani del presidente del Consiglio. Dall'altro, a una sottrazione di un potere che sarebbe stato ben più autorevole, se esercitato con atti presidenziali. È forse eccessivo parlare di usurpazione dei poteri, ma ci si è avvicinati.
Sabino, si può dire che Dpcm a gogò in qualche misura rappresentano un correttivo della forma di governo parlamentare per i poteri che acquista il presidente del Consiglio nei confronti degli altri ministri? Per non parlare del presidente della Repubblica e, soprattutto, del Parlamento. Che non tocca palla. E la funzione di indirizzo e di controllo è andata a farsi benedire.
Gli organi di garanzia più diretti sono il presidente della Repubblica, il Parlamento e la Corte costituzionale. Quest'ultima, salvo casi eccezionali, interviene necessariamente ex post. Parlamento e Presidente della Repubblica, invece, collaborano nella funzione normativa, in modi diversi. Ma ne sono sembrati esclusi, per ragioni e con modalità diverse, senza neppure il motivo dell'urgenza, perché l'uno e l'altro organo hanno corsie preferenziali o di emergenza.
Tu non sei pregiudizialmente contrario a che per qualche tempo limitato il Parlamento lavori da remoto. Ma ci sono attività informali che solo a Montecitorio e a Palazzo Madama funzionano a dovere. Come i contatti tra leader di partito, tra capigruppo, tra parlamentari dei vari partiti eccetera.
Senza dubbio. Tanto che ho ritenuto errata l'espressione votazione telematica. Infatti, il lavoro a distanza è possibile a due condizioni. La prima che le Camere siano attrezzate (e pare che non lo fossero). La seconda che in via telematica si possa ascoltare, intervenire, discutere, dibattere, replicare, e solo alla fine votare.
Perdonami. Con qualche esagerazione, premesso che da noi non c'è nulla di più definitivo del transitorio, ho personalmente sottolineato il rischio che le sedi istituzionali delle Camere cambino destinazione e diventino musei per la gioia dei visitatori. È solo una battuta?
Quando si parlò dello Sdo, Sistema direzione orientale, l'idea venne presa in considerazione. Sollevarla in questo momento mi pare sbagliato. Poi, c'è da valutare l'interesse storico artistico rispetto alla funzionalità materiale dei luoghi.
Per finire. Si può capire che i Costituenti ebbero orrore a parlare di stato di emergenza. Ma con il senno di poi, alla luce della guerra contro il virus, non fu un errore questa omissione? E come colmare, a tuo avviso, questa lacuna?
Non la ritengo una lacuna. E chi abbia letto gli articoli 48 e seguenti della Costituzione ungherese sa quali pericoli si annidino in norme costituzionali di quel tipo. C'è poi l'esperienza negativa della Costituzione di Weimar. L'unica positiva mi pare quella dell'articolo 16 della Costituzione della V Repubblica francese. La Costituzione non ha peraltro ignorato la questione, solo che ha considerato la possibilità di disporre limiti dettati dalla urgenza e dal pericolo caso per caso, per singole libertà.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 14 aprile 2020
La marcia di Pasqua indetta dal Partito radicale sulla condizione delle carceri ("Per l'amnistia e la Repubblica") si è svolta anche quest'anno. Disincarnata, niente corpi in cammino - era il bello - solo una catena radiofonica di voci. Sento un'usura delle parole, e me la figuro nei tanti che, come me, benché per vie diverse, hanno fatto della galera un impegno costante e ormai antico. Succede inevitabilmente che parole (e gesti, del resto) pronunciate con la passione della scoperta e dello scandalo, a tanto lungo andare, pur non perdendo niente della loro buona ragione, anzi, si ripetano però come snervate ed estenuate. Soprattutto quando si avverta attorno una retrocessione nel riconoscimento delle buone ragioni e quasi un compiacimento del loro ripudio. Un (provvisorio?) fallimento collettivo e personale.
In apparenza, le cose non stanno così, o almeno sono più contraddittorie. La rivendicazione della dignità umana e della coerenza costituzionale nella concezione e nella pratica della pena coinvolge personalità e istituzioni delle più autorevoli, compresi coloro che la studiano e la amministrano professionalmente, magistrati, avvocati, giuristi, educatori, sociologi, psicologi. La valutazione fredda, per così dire, degli effetti della pena carceraria e dei modi in cui viene inflitta si affianca largamente alla compassione per una pratica che umilia terribilmente chi la soffre, ma abbassa anche coloro in nome dei quali viene inflitta.
Tuttavia questo scenario non è nuovo, e caso mai accentua oggi una tendenza che agisce da tempo. I carcerati, il sottoscala infimo della società costituita, ricevono l'attenzione aperta, più o meno discreta, più o meno franca, di papi e cardinali e vescovi e cappellani, di presidenti di Repubblica e di Cassazione, di emeriti giudici costituzionali, di procuratori generali e di bei nomi dell'arte e della cultura.
Un gran Papa andò già nel Parlamento italiano a impetrare un provvedimento di clemenza, un presidente indirizzò solennemente alle Camere un messaggio nello stesso spirito. A tutto questo non corrisponde una disposizione più simpatica del senso comune, ma il contrario, un esacerbato rigetto del buon senso: ecco il caso più singolare della rivolta contro l'élite, divampata (e attizzata) molto più rapidamente della divulgazione del significato della parola.
L'élite sono gli altri. Il bisogno di un nemico precede l'adeguatezza del nemico stesso, se lo trova a piacere. Così la dedizione cosiddetta forcaiola dello spirito pubblico trova nella saggezza o nel realismo di tante "autorità" sul punto delle carceri, una riprova dell'alleanza fra il privilegio e gli ultimi, a scapito di penultimi e mediani e insomma del popolo.
Ora mi pare che questo cortocircuito si sia concentrato attorno alla questione cristiana, chiamiamola così. La carità verso i carcerati è un pilastro antico, ma Francesco, il Papa vigente, ne ha fatto una passione peculiare e così irriguardosa della diplomazia e del rispetto umano, e così sensibile all'affinità di fatto fra condizione dei prigionieri e condizione dei migranti, da diventare il bersaglio primo dell'indignazione, dell'irrisione e della sensazione di tradimento dei bravi cristiani e dei cattivi pastori. Prima che nei dissensi teologici e nelle trame cortigiane, è qui che si consuma uno scisma profondo nella chiesa cattolica e nel sentimento cristiano.
Il fatto è che le persone libere, che non hanno conti con la giustizia e se ne ritengono, o se ne illudono, immuni, sono offese contro l'élite e contro questo Papa scalmanato esattamente come è offeso il figlio perbene, quello che è sempre restato a casa, dall'ingiusto, incomprensibile favore che il padre riserva al figlio prodigo, quello tornato all'ovile dopo la dilapidazione. Il pensiero cristiano, e a suo modo anche la laica Costituzione, dà inevitabilmente l'impressione di riservare un occhio di riguardo al peccatore, perfino a quello che l'abbia fatta grossa, rispetto a chi non ha sbagliato strada.
La miserabilità di questo tempo, di una almeno delle correnti che gli soffiano attraverso, sta in ciò, che si lasci credere, sentire, alle persone che si pensano normali, che sono la maggioranza, il popolo, che a loro venga anteposto, preferito, il detenuto, o il migrante - il delinquente. Che arrivino a provare una specie di invidia, al punto di non vedere quale abisso di disgrazia li separi da un fondo di cella.
Oggi una reclusione domestica inaudita, quasi universale, fa pensare a un'esperienza quasi carceraria, e si può augurarsi che ne venga una comprensione vissuta e intima di che cos'è il vero carcere. Temo piuttosto che prevalga un senso più acuto e irritato di ripudio, uno sdegno di innocenti sottoposti a una prova dura e ingiusta, immeritata, che rischia di assimilarli a quelli che l'hanno meritata. Questa offesa da bravo figlio contro la snobistica, esibita predilezione per il figliol prodigo, è insieme l'effetto e la causa di una degradazione civile che tramuta imbonitori da quattro soldi, a rate, negli inauditi antagonisti del capo della cristianità cattolica, Cristo in terra: Salvini dei rosari, dell'Immacolata, della rivendicazione dell'apertura pasquale delle chiese, un Martin Lutero di suburra, avrebbe detto Marco Pannella.
Una simile contraffazione della galera e della vita (e della morte) che vi regna è una incresciosa vittoria della demagogia e della malevolenza. Peccato, che non si riesca a mostrare che cos'è davvero la galera, e chi ci stia, "per lo più", e come. Eppure noi umani dovremmo esser capaci di riconoscere le cose anche senza finirci dentro. Di immaginarle.
Di immaginare un letto di rianimazione anche senza beccare la polmonite e il febbrone, dopo aver scherzato su un raffreddore. Di immaginare quel giorno, del ritorno del figlio prodigo, e gli anni che erano venuti prima, e quelli che sarebbero venuti poi. Di immaginarlo anche se ci sia capitato di essere il figlio fedele, quello che non si è mai allontanato, quello che ora si sente tradito, e orfano di padre e di madre.
di Alberto Cisterna*
Il Riformista, 14 aprile 2020
Sono due mondi solitamente divisi, contrapposti, che si odiano, spinti da una parte dai boss mafiosi, dall'altra da uno Stato che non perdona. Il Papa ha creato un collegamento nel dolore, nella speranza. La via Crucis e al centro l'universo carcerario. Non i detenuti, non solo i detenuti, ma tutti i protagonisti di quel mondo dolente e sofferente che circoscrive e definisce la dimensione più severa della punizione.
Anzi la dimensione più severa dell'umanità. Carcerieri e carcerati insieme in processione, dietro una croce. Una scelta che ha spiazzato e ha lasciato attoniti all'inizio. Tuttavia, man mano che le 14 stazioni si dipanavano e le voci dei carnefici e delle vittime, degli perseguitati e dei giudici, dei custodi e dei cappellani risuonavano in una piazza San Pietro non vuota, ma nuda, si coglieva l'impatto emotivo, riflessivo, spirituale che stava dietro la scelta del Papa anche questa volta Pontefice, costruttore di ponti tra pezzi della società che vivono segregati dalle mura e segnati dalle stimmate della colpevolezza.
Si badi bene, in quella piazza sono stati mostrati mondi che di solito vivono scissi gli uni dagli altri, indifferenti, insofferenti, insensibili gli uni verso gli altri. Uomini e donne che sono accomunati, oltre il colonnato del Bernini, dal rancore vittorioso dei giusti e dalla rabbia inerme degli ingiusti. Un odio reciproco che qualcuno vorrebbe coltivare per sempre.
Una separatezza che troppi desiderano sia incolmabile e si sforzano ogni giorno di consolidare da ultimo - in questi tempi della peste - aggiungendovi la beffarda provocazione delle celle come luogo sicuro. Questo vogliono i cultori del carcere concepito come vendetta, della segregazione muraria intesa come marchio indelebile di infamia.
Questo vogliono i boss mafiosi che non tollerano alcun dialogo, che impongono nei bracci dell'alta sicurezza l'odio verso lo Stato, che coltivano la separazione come scelta di supremazia elitaria, che incitano al disprezzo verso gli sbirri. Così un altro patto tra Stato e mafia si consolida tutti i giorni, si rafforza in quest'odio reciproco che tiene distinti e distanti, senza alcuna possibilità di contatto.
Con lo Stato, anzi, che in nome di un'aberrante egemonia pedagogica, per giunta negata dalla Costituzione, immagina persino di poter strappare i figli da quelle famiglie indegne, quasi che non fossero più pericolosi e insidiosi i modelli educativi dispensati ai propri pargoli dall'élite dei corrotti o degli evasori.
Ecco che il Pontefice, con quella via Crucis nuda e scandalosa, ha rotto quel patto scellerato, ne ha disvelato l'aberrazione, ha mostrato al mondo che giusti e ingiusti condividono una dimensione etica e spirituale che resta insopprimibile e incoercibile, perché tutti rivelano la propria esistenza servendosi delle stesse parole, anche se distillate dalla fragilità di vite diverse. Il rito più doloroso della Chiesa, quello che piega lo sguardo sconfitto innanzi alla vittoria della morte, mette in comunicazione mondi che qualcuno, con ostinata determinazione, vuole siano sordi e ostili. Sono mossi i distruttori di pace dall'angosciosa paura che la comune umanità disvelata da carcerieri e carcerati possa intaccare il proprio potere e il proprio privilegio, possa rompere le recinzioni etiche e antropologiche che devono dividere i buoni dai cattivi.
In piazza San Pietro, in un venerdì Santo ai tempi dell'unzione virale, la Chiesa cattolica ha consumato il più dirompente atto d'accusa verso l'ingiustizia di quella separazione e inesorabile ha puntato l'indice contro gli strateghi dell'odio reciproco. Non c'erano pentiti di mafia in quell'agorà, né vittime che hanno perdonato i propri carnefici ossia gli epigoni degli unici varchi che la mistica della vendetta concepisce nel muro eretto tra giusti e ingiusti.
Chi era in processione ha, invece, rivelato cosa significhi vivere con il dolore del male procurato e con il dolore del male subito, lo hanno fatto senza alcun cedimento che potesse compiacere la retorica mediatica del perdono lacrimoso e lacrimevole. "Hombre vertical" disse il presidente messicano Lopez Portillo rivolgendosi a Sandro Pertini in visita. Venerdì sera in piazza San Pietro c'erano donne e uomini che non si piegano e che accettano, nella fede che li sorregge, di vivere la propria condizione di sofferenza senza invocare sconti e senza pietire commiserazioni.
Solo un Ponte avrebbe potuto tenerli insieme, perché loro sono donne e uomini verticali, non si genuflettono innanzi ai flutti fragorosi della violenza delinquenziale che li ha colpiti o di fronte alla minacciosa invalicabilità delle mura che li cingono. La crocifissione di un giusto, la condanna dell'innocente erano la cornice possente che ricordava a tutti, credenti o meno, nel buio fitto di quella piazza, che nessuno ha in mano e per sempre le chiavi della verità e della giustizia.
Un messaggio intra ed extra moenia, destinato a raggiungere gli uomini dentro e fuori i propri recinti per ricordare loro - nel giorno che celebra il più iniquo dei processi iniqui - che la giustizia degli uomini è imperfetta e che Dio si è schierato per sempre dalla parte dei condannati, assaporando il dolore della morte tra due di essi.
*Magistrato
di Jacopo Storni
Corriere Fiorentino, 14 aprile 2020
Il direttore del carcere "Le Sughere" ha avviato un progetto per incentivare la lettura che proseguirà anche dopo l'emergenza Covid. Contenti i reclusi che poi compilano una scheda. Libri in cambio di videochiamate a casa. Succede al carcere livornese "Le Sughere", dove in un periodo in cui i colloqui avvengono attraverso telefonate video, il direttore Carlo Mazzerbo ha avuto un'idea originale: "Per ogni libro letto, una videochiamata in più con i propri familiari". Potrebbe sembrare un ricatto, ma non lo è: "È invece un incentivo alla scoperta della lettura e un modo educativo per trascorrere il tempo".
La procedura funziona così: il bibliotecario individua i testi da proporre corredati ognuno da una scheda che, al termine della lettura, i detenuti devono compilare per dare prova di aver letto realmente il libro e ottenere così una video telefonata in più. L'idea di scambiare libri con premi arriva dal Brasile, dal progetto "Reembolso através da leitura", piano di recupero che permette ai reclusi uno sconto di pena per ogni libro letto. Il progetto di lettura non è nuovo nel carcere livornese, dove da tempo è attivo un programma di lettura ad alta voce che prevede un incontro di detenuti, ogni quindici giorni, per leggere e commentare un libro insieme ad alcuni volontari. "Ma si tratta di incontri che purtroppo sono poco frequentati - ha spiegato il direttore - E così ho pensato di stimolare i detenuti alla lettura con questo modo originale".
E i risultati si vedono: sono già otto i reclusi che hanno preso un libro in biblioteca e l'hanno terminato, compilando al meglio la scheda finale con le domande per verificare l'effettiva lettura. Un recluso ha letto "Uomini e topi" di Steinbeck, un altro "Garibaldi o la conquista delle due Sicilie". E poi "I nipotini di Stalin" e "Alice: i giorni della droga".
Li hanno letti dall'inizio alla fine, e gli sono pure piaciuti. Adesso questi detenuti, oltre a richiedere il diritto della videochiamata a casa, sono rimasti talmente appassionati dalla lettura che hanno ordinato un altro libro da leggere. "È stata una bella sorpresa - ha commentato il direttore Mazzerbo - e sicuramente continueremo a replicare questa iniziativa anche quando sarà superata l'emergenza Coronavirus".
di Giuliano Battiston
Il Manifesto, 14 aprile 2020
Preoccupa la situazione in Siria, Yemen tra gli sfollati nelle regioni saheliane. E nel Corno d'Africa è cocktail letale con le locuste. A rischio almeno 30 programmi delle Nazioni unite. Il 10 aprile l'Ufficio delle Nazioni unite per il coordinamento degli Affari umanitari (Ocha) ha ricordato che, se è essenziale finanziare un Global Humanitarian Response Plan per l'emergenza Covid-19, le risorse non vanno sottratte a quelle impiegate per le crisi umanitarie in corso. Che in molti casi rischiano di aggravarsi, a causa della pandemia.
Oltre a quella afghana, viene ricordata la crisi siriana, entrata nel suo decimo anno, "con più di 11 milioni di persone che hanno bisogno di assistenza umanitaria, e altri 5.6 milioni che hanno lasciato il Paese", e con alcune aree - come quella di Idlib - particolarmente a rischio per i rifugiati interni. Nel grande Corno d'Africa, invece, il coronavirus arriva contestualmente con gli sciami migratori delle locuste, che minacciano la sicurezza alimentare di Etiopia, Kenya, Somalia, Tanzania, Uganda, Sudan e Sud Sudan, dove "più di 25 milioni di persone sono già gravemente insicure dal punto di vista alimentare". Nel Sahel centrale, l'area che comprende le aree di confine di Burkina Faso, Mali e Niger occidentale e che registra il sistema sanitario più vulnerabile del pianeta, l'anno scorso sono morte 43 mila persone per i conflitti, 1 milione gli sfollati.
Il piano di risposta umanitaria pre-Covid è stato finanziato soltanto al 10%: con l'arrivo del coronavirus, si rischia "una crisi su un'altra crisi", denuncia il World Food Programme. Nel bacino del Lago Ciad, da anni colpito dalla violenza di Boko Haram e non solo, dagli effetti del cambiamento climatico e della povertà, più di 4 milioni di persone quest'anno saranno vittime di insicurezza alimentare e 400 mila bambini rischiano di morire per malnutrizione.
Infine lo Yemen, dove solo una tregua condivisa e permanente potrebbe evitare il peggio, denunciano le organizzazioni non governative: l'80% dei 24 milioni di abitanti già richiede assistenza o protezione, e ogni mese le agenzie umanitarie aiutano più di 13 milioni di persone. Ma i fondi sono pochi: 30 programmi delle Nazioni Unite potrebbero chiudere a breve, se non arrivano altri finanziamenti. Sempre più incerti.
di Riccardo Noury
Il Fatto Quotidiano, 14 aprile 2020
Mentre crescono le preoccupazioni per la diffusione della pandemia da Covid-19 nei centri di detenzione del paese, Amnesty International ha sollecitato il governo del Marocco a rilasciare urgentemente e senza condizioni tutti i prigionieri che stanno scontando condanne per aver preso parte a manifestazioni pacifiche o aver espresso le loro opinioni: tra questi, gli esponenti del movimento Hirak el-Rif, rapper, blogger e giornalisti. L'organizzazione per i diritti umani ha anche chiesto che i detenuti anziani e quelli che manifestano problemi di salute siano sottoposti a misure alternative e che viga la presunzione d'innocenza per quelli sospettati di aver commesso un reato e ancora in attesa di giudizio.
Negli ultimi sei mesi le autorità marocchine hanno mostrato una crescente intolleranza nei confronti di coloro che esprimono opinioni critiche: tra novembre 2019 e gennaio 2020, almeno 10 persone - tra cui un giornalista e due rapper - sono state arrestate per "offesa a pubblico ufficiale o alle istituzioni" e sette di loro stanno scontando condanne a pene detentive. Per questi reati, oltre che per quello di "incitamento all'odio", i blogger Moul El Hanout e Youssef Moujahid sono stati condannati a quattro anni dopo che avevano espresso le loro opinioni in una serie di video pubblicati online.
Abdelali Bahmad (alias Ghassan Bouda) è stato condannato a due anni, dimezzati in appello, per "offesa alla monarchia" dopo che aveva manifestato appoggio alle proteste di Hirak el-Rif sui suoi profili social. Ci sono poi i 43 militanti di Hirak el-Rif, giudicati colpevoli di una serie di reati a seguito di processi irregolari segnati da denunce di tortura e le cui condanne sono state confermate in appello alla fine del 2018. Il 22 febbraio due di loro, Nabil Ahamjik e Nasser Zefzafi, hanno intrapreso uno sciopero della fame per chiedere il rispetto del diritto di visita e migliori cure mediche. Lo hanno sospeso solo il 17 marzo, per il timore che le loro critiche condizioni di salute li esponessero al rischio di contrarre il coronavirus.
Secondo l'Associazione marocchina per i diritti umani, alla fine di marzo i prigionieri in carcere per aver espresso le loro opinioni erano 110. Le prigioni del paese sono sovraffollate, anche a causa dell'elevato numero di detenuti in attesa di giudizio, circa il 40 per cento del totale.
Lo scorso novembre il ministro per i Diritti umani e per i rapporti col Parlamento, Mustapha Ramid, aveva riferito che alla fine del 2018 la popolazione carceraria era di 83.747 persone, con un tasso di sovraffollamento del 138 per cento. Il 5 aprile, per decongestionare le carceri come misura di contrasto al Covid-19, re Mohammed VI ha amnistiato 5654 detenuti. Tra loro però non vi è alcun prigioniero di opinione. Nel frattempo, ai sensi dello stato d'emergenza, sono state arrestate almeno 450 persone per aver violato le norme sul confinamento e la quarantena. Rischiano da uno a tre anni.
*Portavoce di Amnesty International Italia
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