di Mario Pari
bresciaoggi.it, 13 aprile 2020
"Eccellentissimo Presidente Mattarella, ci affidiamo a Lei perché in una simile situazione di emergenza, indirizzi verso scelte mature e coraggiose la politica, affinché la finalità rieducativa della pena (che passa anche attraverso la tutela dei diritti fondamentali quali quello della salute) prevalga, ora più che mai, su quella retributiva ad ogni costo". Poi, la citazione del Presidente del Consiglio Giuseppe Conte: "Siamo tutti sulla stessa barca, nessuno sarà lasciato solo, nessuno si senta abbandonato a sé stesso".
Si conclude in questo modo la lettera, firmata da tutti i detenuti della casa circondariale di Brescia Nerio Fischione, rivolta al presidente della Repubblica e al presidente del Consiglio dei Ministri. Una lettera aperta in cui spiega Francesca Paola Lucrezi, direttore della casa circondariale bresciana, i detenuti "auspicano che il loro grido di aiuto sia accolto dalle autorità competenti, nell'adozione di provvedimenti emergenziali in grado di attenuare il sovraffollamento dei penitenziari italiani ed il relativo impatto nel caso di contagio all'interno degli stessi".
Nelle prime righe della lettera aperta si legge: "Attesa la drammatica situazione in cui versa il Paese e la conseguente crisi sanitaria ed economica, risulta incomprensibile dover constatare che la nostra classe politica sembra dare ascolto ai suoi più logori pregiudizi e rimanga inerte, nonostante il lutto sia entrato non solo nelle nostre famiglie, ma in modo silente anche nei nostri istituti penitenziari".
Quindi, il documento prosegue: "In questa triste pagina della nostra storia, in cui occorre unità e coesione tra gli esseri umani, posti su un livello paritetico e non quali cittadini di serie B, ruolo in cui ormai da sempre noi detenuti siamo relegati, chiediamo un nuovo relazionismo sociale atto ad una partecipazione collettiva come effetto della socializzazione".
Dopo aver invocato "un progetto di modifica culturale", i detenuti del "Nerio Fischione" evidenziano come "arrivino notizie, più o meno celate, di nuovi casi di contagio in alcuni istituti penitenziari, dove vengono colpiti agenti e detenuti". Non manca, nella lettera, la gratitudine per tutti coloro che, a partire dal direttore Francesca Paola Lucrezi, sono stati impegnati con il proprio lavoro e i propri sforzi, facendo in modo che "sino ad oggi la situazione non sia precipitata e sfociata in tragedia come in altri istituti".
Infine, nel documento, i punti propositivi, dal "distinguo tra i reati più gravi e quelli meno gravi (...), sino alla permanenza dell'emergenza sanitaria", nell'applicazione dell'articolo 4 bis O.P., all'"automatismo delle misure alternative alla detenzione coerenti con le attuali circostanze di pandemia" fino alla "concessione delle misure alternative ove ne ricorrano i requisiti", gli "arresti domiciliari o detenzione domiciliare".
friulioggi.it, 13 aprile 2020
Cinque casi di positività al Covid-19 nel penitenziario di Tolmezzo. L'azienda sanitaria numero 3 lo ha comunicato al sindaco del capoluogo carnico, Francesco Brollo. Sono persone arrivate da un'altra struttura di detenzione, circostanza che ha fatto infuriare - e non poco - il primo cittadino.
"Si tratta di detenuti provenienti da Bologna, risultati positivi al termine del periodo di isolamento, e mi dicono fossero dichiarati negativi al loro arrivo - svela Brollo.
Mi chiedo, ci chiediamo: come è possibile che noi cittadini stiamo attenti a non muovere un passo in più, utilizziamo mille attenzioni allo scopo di contenere il virus, e il morbo ce lo ritroviamo consegnato a domicilio?".
Sono ora necessarie contromisure nella casa circondariale di via Paluzza. "L'azienda sanitaria ci ha comunicato che provvederà (da oggi, ndr) a sottoporre a tampone i lavoratori del carcere. Ci auguriamo davvero che il virus non si sia diffuso, sarebbe una beffa per un sistema che avevamo contribuito, con l'apporto del vicesindaco, a rendere più sicuro, spingendo affinché fosse rafforzato il pre triage in ingresso alla struttura". Di sicuro, per la comunità del capoluogo carnico un pensiero in più, in giornate già difficili a causa della pandemia da coronavirus.
foggiatoday.it, 13 aprile 2020
"C'è il pericolo di nuovi focolai". È quanto dichiara l'avv. Michele Sodrio della Camera Penale, dopo la notizia dell'agente risultato positivo al Covid: "Il ministro Bonafede è sordo a ogni nostra richiesta".
Nonostante la rivolta del 9 marzo, nonostante le proteste e le denunce dei sindacati di polizia penitenziaria, la situazione sanitaria al carcere di Foggia è ancora allarmante. Ai detenuti non sono mai arrivate le mascherine protettive e anche per il personale vale la regola del "fai da te, fai per tre".
Infatti l'Amministrazione non fornisce nulla, nemmeno alla polizia penitenziaria, e così sono gli stessi poliziotti (di tasca loro) a doversi arrangiare, ma molti non riescono a procurarsi le mascherine adatte (le oramai famose FFP2 o FFP3) e si vede gente in servizio con semplici straccetti, adattati alla meno peggio per coprire la bocca e il naso. I detenuti hanno dovuto accettare la sospensione di qualsiasi colloquio con i parenti, si è detto per tutelare la loro salute.
Resta alto il livello di allerta dopo la notizia dell'agente penitenziario risultato positivo al Covid: "Queste notizie sono giunte anche a noi dall'interno del carcere. Io stesso in questi giorni ho ricevuto molte lettere, telefonate dai detenuti e sono stato personalmente in istituto questa settimana. Ho visto il solito encomiabile impegno del personale, il loro sacrificio giornaliero in una situazione assurda. Nessun detenuto tra i tanti che ho visto indossava la mascherina e ovviamente del famoso distanziamento sociale nemmeno a parlarne. Ma anche molti poliziotti avevano delle mascherine del tutto inutili, che si erano dovuti procurare da soli, perché dal Ministero non arriva nulla", ha commentato l'avvocato Michele Sodrio del direttivo della Camera Penale di Foggia.
gazzettabenevento.it, 13 aprile 2020
La Casa Circondariale di Benevento mostra per ora numeri e gestione sotto controllo. È quanto afferma Domenico Russo, avvocato, presidente della Camera Penale di Benevento.
Domenico Russo, avvocato, presidente della Camera Penale di Benevento, interviene sulla questione del sovraffollamento delle carceri.
"Premesso che - scrive - ciascuna pena giusta deve essere eseguita interamente e con certezza, così come previsto dalla nostra Carta costituzionale, va sottolineato come la situazione carceraria italiana, in questi tempi di quarantena, abbia mostrato ancora una volta le sue croniche carenze.
Tutti i soggetti coinvolti, subiscono le "non scelte" di una classe politica inadeguata e impreparata sul tema e così accade che detenuti, Polizia Penitenziaria e direzioni degli istituti detentivi vengano lasciati in balia degli eventi, che sono senza precedenti e per questo meriterebbero una risposta seria, responsabile e coraggiosa.
Restiamo ancora, nonostante tutto, in fiduciosa attesa.
Grazie all'attività instancabile dell'Osservatorio carcere dell'Unione delle Camere Penali Italiane e alla collaborazione dei Provveditorati regionali dell'Amministrazione Penitenziaria, si assume notizia di quanto facilmente prevedibile: i provvedimenti emergenziali adottati in tema di carcere, sovraffollamento e misure alternative finalizzate alla prevenzione della diffusione del contagio da Sars-Cov2 nelle strutture detentive sono assolutamente inidonei, insufficienti e restano, nella gran parte dei casi, ancora inapplicati.
In Campania, sono solo 4 i detenuti che, allo scorso 6 aprile, hanno goduto della detenzione domiciliare con braccialetto elettronico, 25 i soggetti, con pena residua sotto i sei mesi, ai domiciliari senza braccialetto, e 22 in attesa dello strumento elettronico... questo "noto sconosciuto"!
Permane, dunque, in generale, un disumano sovraffollamento e il tragico e concreto rischio di una sciagura.
Deve anche dirsi che la situazione in alcune strutture appare maggiormente stabile: la Casa circondariale di Benevento, ad esempio, mostra per ora numeri e gestione sotto controllo.
Alcuni detenuti mandati ai domiciliari per ragioni cliniche di gravi comorbilità (potenzialmente letali in caso di contagio da Sars-Cov2) su segnalazione della stessa direzione sanitaria dell'Istituto e, finora, alcun contagio rilevato.
Si segnalano, invece, più in generale, condizioni e situazioni molto critiche, con strascichi preoccupanti, come nel caso della tristemente nota vicenda del Carcere di Santa Maria Capua Vetere, dove più di qualcuno negli ultimi giorni sta facendo riferimento ad una presunta rappresaglia contro i detenuti allarmati da una verosimile fonte di contagio.
L'Unione delle Camere Penali Italiane ha sollecitato reiteratamente l'Esecutivo a mettere in campo strumenti deflativi seri e cogenti, altresì sollecitando, per il tramite del proprio Osservatorio carcere, espressamente il Ministero affinché, in questo periodo di sospensione delle udienze ordinarie, i giudici del dibattimento possano essere applicati presso i Tribunali di Sorveglianza distrettuali e gli Uffici di Sorveglianza, al fine di smaltire le numerosissime istanze di misura alternativa alla detenzione inframuraria rimaste indecise per gravi inadempienze organizzative e carenza di personale.
Ma l'interlocuzione, seppur costante, è complessa e molto spesso sterile.
Il Governo italiano, intanto, dovrà rendere conto alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo, la quale, nell'ambito di un ricorso in via d'urgenza relativo alla mancata concessione dei domiciliari ha chiesto di relazionare, tra l'altro, sulla esatta gestione della emergenza Covid-19 negli istituti di pena.
Vorremmo e dovremmo non averne bisogno in uno Stato di diritto e laico, ma non possiamo rimanere indifferenti al monito del Papa, che, attraverso una straziante Via Crucis dedicata al mondo carcerario, ci ricorda che in fondo non siamo ancora a tutti gli effetti un Paese civile, né una democrazia compiuta".
di Ottavia Giustetti
La Repubblica, 13 aprile 2020
Saluzzo boccia lo scudo penale e per la ripartenza ipotizza aule aperte ad agosto se serve. Per riavviare la macchina della giustizia è necessario riaprire le aule. Ma con ogni misura di sicurezza per garantire la salute a chi le vive. "E sì, se necessario, ripensare anche alla sospensione dei processi ad agosto. Considerando il fatto che di vere vacanze, quest'anno, non si potrà parlare. So che mi farò qualche nemico, ma se si discutesse di una legge a riguardo, credo che sarei favorevole".
Francesco Saluzzo, procuratore generale di Torino, dalla webcam del suo computer spiega perché è "preoccupato" per la tenuta della macchina giudiziaria durante, e dopo la fine dell'emergenza Coronavirus. "Non è che prima la situazione fosse tanto rosea, ma abbiamo dovuto pensare prima di tutto alla salute. Certo, la ripresa sarà molto dura".
Nei suoi uffici le misure di prevenzione hanno funzionato bene?
"Sì, a parte due casi positivi tra gli ufficiali giudiziari, che però hanno molti contatti con l'esterno, il coronaviurs qui è stato clemente. A Torino è stata fatta una scelta di estrema prudenza che ha dato i suoi risultati, adesso è il momento di pensare a una fase due, e la mia idea è di percorrere una via intermedia tra chi vorrebbe tenere tutto chiuso come ora, e chi invece vorrebbe ripartire come prima".
A Roma, nelle delibere del governo, non è mai emerso il problema dell'amministrazione della giustizia. Perché?
"Il legislatore è stato saggio e improvvido al tempo stesso: ha dato una delega in bianco ai capi degli uffici e ha detto, in sostanza, sono affari vostri".
Come si imbocca la via moderata allora?
"Penso ricominciando ad aprire il Palazzo non appena i dati saranno rassicuranti, e far ripartire i processi. Nel frattempo, è già ora di riprogrammare l'attività dei prossimi mesi che arriverà come la piena di un fiume. Io dico riapriamo, ma facciamolo in modo da poter osservare il distanziamento sociale che ci protegge dalla diffusione incontrollata del virus. Questo significa ripensare radicalmente le attività del settore giudicante per tutelare la salute di tutti".
Fino a oggi è stato per tenere tutto chiuso o per mantenere in vita qualche attività? Come ha organizzato il suo ufficio?
"Qui abbiamo risposto alla necessità di desertificare il più possibile il palazzo organizzando il lavoro agile per il personale amministrativo di cui non era indispensabile la presenza. I magistrati hanno continuato a lavorare, soprattutto da casa, ma su moltissimi fronti, non ultimo quello di valutare ogni singola esecuzione alla luce della cosiddetta svuota-carceri. Si sta lavorando molto anche se il risultato non è visibile all'esterno. Però bisogna distinguere tra uffici requirenti e giudicanti, per i primi si è trasformato in un tempo per smaltire l'arretrato, diminuire l'affanno da qui in avanti. Per i giudici, invece, era impossibile andare avanti".
Gli avvocati però si sono lamentati di questa paralisi totale.
"Gli avvocati hanno un po' di ragione e un po' di torto. In Italia gli avvocati sono numerosissimi e vivono soprattutto di quella moltitudine di piccoli processi e cause che animano il Palazzo ogni giorno. Il rischio per loro, se tutto si ferma, è di essere travolti dalla crisi".
Su cosa non è d'accordo?
"Sulla preoccupazione che hanno espresso sul fatto che il processo possa cambiare per sempre. Noi magistrati, come loro, non vediamo l'ora di tornare in un'aula reale, a nessuno piace il processo da remoto. Quello che si sta sperimentando in queste settimane deve rispondere ai bisogni dell'emergenza ma non è definitivo e va maneggiato con cautela. Il contatto fisico tra il difensore e l'imputato deve essere difeso. Anche io amo la tecnologia ma pongo il limite dei principi al suo sviluppo incondizionato".
Quando è nata l'unità di crisi regionale, ha scelto di nominare un magistrato del suo ufficio in un ruolo di raccordo tra l'autorità sanitaria e la procura generale. Perché?
"L'ho fatto per due motivi: il primo è perché mi è stato chiesto direttamente dall'unità di crisi che voleva avere un punto di riferimento, non vincolante, per le scelte che richiedono anche una valutazione giuridica. Ed era corretto scegliere tra i magistrati della procura generale per lasciare mano libera ai pubblici ministeri che esercitano l'azione penale. La seconda è che la figura di un magistrato come anello di collegamento tra autorità sanitaria e Palazzo di giustizia può favorire un passaggio di informazioni più agile, anche per le misure di sicurezza che abbiamo dovuto assumere qui nei nostri uffici".
La politica e alcuni opinionisti esperti di giustizia stanno proponendo di istituire qualche forma di scudo penale per chi si è trovato in queste settimane ad affrontare direttamente la crisi. Dai medici agli amministratori. Sarebbe favorevole a una sospensione delle responsabilità penali data l'eccezionalità della situazione?
"Sono contrario a ogni scudo. Anche se oggi abbiamo un grande debito di riconoscenza umana e sociale verso chi sta combattendo in prima linea per salvare vite umane, gli scudi sono come trappole: tra tanti buoni che puoi salvare ti obbligano anche a salvare qualche cattivissimo. E io non sono d'accordo".
di Giorgio Ruta
La Repubblica, 13 aprile 2020
L'arcivescovo di Palermo Corrado Lorefice è andato, ieri mattina, a pregare al carcere Ucciardone. Ha pregato davanti a una rappresentanza di detenuti, mentre gli altoparlanti diffondevano la sua voce. Il presule ha letto la lettera che aveva scritto ai carcerati qualche giorno fa. Sono stati attimi di commozione, per i detenuti e per don Corrado.
È andato per "farvi giungere come dono il profumo della zagara che esplode a primavera nei giardini della nostra meravigliosa isola. Così da sentire insieme - quasi come un'unica e ininterrotta effusione - il profumo di quella primavera di quasi 2000 anni fa quando nel giardino del Golgota, dove era stato scavato il sepolcro che aveva rinchiuso il corpo spento di Gesù, è esploso l'Amore crocifisso che ancor oggi vivifica e profuma il mondo".
Don Corrado ricorda che "Gesù è colui che ha voluto bene tutti, orfani e vedove, ciechi e lebbrosi, bambini e poveri", che si commuoveva per gli affamati e piangeva con chi soffriva, che raggiungeva tutti, buoni e cattivi". Proprio da qui, dall'Ucciardone, Lorefice aveva iniziato il suo cammino a Palermo, officiando la prima messa dopo l'insediamento.
Ieri mattina l'arcivescovo ha celebrato la messa della Santa Pasqua a porte chiuse in cattedrale. Niente fedeli, come prescritto per l'emergenza coronavirus, e diretta streaming sui canali dell'arcidiocesi per consentire la partecipazione da casa.
di Tommaso Nannicini*
Il Foglio, 13 aprile 2020
Immaginare bisogni, prevedere strumenti, liberare soluzioni: le task force non bastano. Occorre un piano d'uscita dall'emergenza. Idee per il lavoro e le imprese, la tutela dei più deboli, il benessere e la sicurezza di tutti nella fase della transizione.
La pandemia ci ha colti impreparati. È comprensibile. Ma non sarebbe comprensibile (e neanche giustificabile) se la transizione per uscire dall'emergenza legata alla pandemia ci cogliesse impreparati. Sarà una transizione lunga, necessariamente graduale. Il mondo nuovo che si aprirà dopo sarà diverso da quello di prima: navigare a vista "durante" questa transizione in attesa del "dopo", senza pianificare con cura come arrivarci, senza prepararci a quello che ci servirà quando raggiungeremo una nuova normalità, sarebbe un crimine. Questo intervento, un po' lungo vi avverto, è un appello a tutti noi, ognuno per il suo carico di responsabilità, perché nessuno si macchi di questo crimine. A costo di rovinare il finale, anticipo che le task force non bastano, serve la politica.
Pianificare la transizione - Il punto di partenza deve essere un messaggio di verità: la transizione sarà lunga. Durerà almeno dodici mesi, durante i quali torneremo a vivere (e a lavorare) ma non torneremo alla normalità. Non si riavvia un sistema economico e sociale pigiando un bottone. E per un po' dovremo convivere con il virus, finché non ci sarà un vaccino approvato e dato a tutti, o una massa sufficiente di immunizzati. Non c'è nessun derby tra salute ed economia, perché un nuovo picco del contagio in autunno significherebbe assestare un colpo mortale a lavoro e produzione. Come prima cosa c'è da realizzare un sistema per testare e tracciare contagiati e immunizzati. Stabilendo un protocollo di interventi decisi dall'alto, ma decentrati e precisi nella capacità di esecuzione.
La seconda cosa da dire con chiarezza è che nella fase di transizione lo stato dovrà fare molte cose. Dovrà prendere per noi - e, ricordiamoglielo, con noi - cinque decisioni fondamentali: (1) chi lavora; (2) come si lavora; (3) dove si vive; (4) come ci si muove; (5) come tutti arrivano alla fine del mese, anche se non possono lavorare o lo possono fare solo in parte. Ci piaccia o no, l'intervento dello stato sarà invasivo. Anche se per un economista dire quello che sto per dire è tanto faticoso quanto per Fonzie dire "ho sbagliato", il punto cruciale è che i prezzi e gli altri segnali di mercato non garantiranno un'efficiente allocazione delle risorse, finché non torneremo a una nuova normalità. Ma proprio perché l'intervento dello stato sarà invasivo, dobbiamo avere un'ossessione: che sia semplice, trasparente e innovativo. Le ricette del passato buttiamole nel cestino. Non serviranno. Dobbiamo individuare ricette nuove, dividendole chiaramente in due gruppi: quelle "emergenziali", che spariranno un minuto dopo finita la transizione, e quelle "strutturali", che ci renderanno più forti per affrontare il dopo. Non solo: affidarsi all'intervento pubblico non vuol dire piombare nel dirigismo. Il governo coinvolga Parlamento e parti sociali, attivi energie e competenze esterne. La sussidiarietà sia un mantra. Meno regioni, più comuni. Meno burocrazia, più patronati e terzo settore.
Ripeto: non possiamo navigare a vista, con un Dpcm alla settimana e un decreto al mese. Non basta dire che faremo "tutto quello che servirà", dobbiamo spiegare "cosa" e soprattutto "quanto" servirà. Non dobbiamo annunciare solo numeri, ma immaginare bisogni, prevedere strumenti, liberare soluzioni. Dobbiamo, in una parola, pianificare la transizione. In maniera flessibile, per carità. La situazione è così eccezionale che ci saranno tentativi, e ci saranno errori. Ma per fare i tentativi utili e riconoscere gli errori giusti, serve un piano. Serve una bussola.
Quale metodo, quali competenze - La politica e la macchina pubblica del nostro paese sono pronte a un compito così enorme? È inutile girarci intorno: la risposta è "no". La politica è debole, bloccata da equilibri precari, depauperata di esperienze e competenze, avviluppata in giochi di ruolo per affermare leadership o piccoli potentati. I nostri limiti strutturali, però, non sono un motivo per non far niente. Anzi. Dobbiamo cogliere al balzo l'occasione per superarli con un doppio salto mortale.
Nell'emergenza tutti ci siamo accorti dell'importanza di affidarci agli esperti, soprattutto epidemiologi, medici e Protezione civile. Servono anche altre competenze: economisti, scienziati sociali, costituzionalisti, esperti di management, organizzazione del lavoro, logistica, amministrazioni pubbliche. Ma gli esperti devono aiutare la politica, non possono sostituirla, e perché questo avvenga la politica deve saperli scegliere e inserire in un processo che preveda tempi, obiettivi e responsabilità.
Propongo un metodo fatto di tre passaggi. Primo. Il governo individua un "piano per la transizione" anche grazie a un confronto con parti sociali e terzo settore (ascoltando tutti senza assegnare poteri di veto). Secondo. Il governo presenta e discute il piano in Parlamento, ricevendo da quest'ultimo un mandato politico a realizzarlo (tra parentesi, il governo dovrebbe smetterla di venire in Parlamento solo per "informare" su cosa ha già fatto, quello si può scoprire da Facebook, il Parlamento deve votare atti di indirizzo precisi, così funziona una democrazia liberale). Terzo. È solo a questo punto, a valle e non a monte, che si attivano competenze esterne e si co-progettano gli interventi con enti decentrati, parti sociali e società civile (esperti, rappresentanti delle imprese, sindacati dei lavoratori, terzo settore, scuola e università, regioni, comuni). All'interno di un percorso definito dove si attivano non una ma tante cabine di regia, ognuna delle quali è chiamata a liberare soluzioni per realizzare i tasselli del piano.
Qualcuno obietterà: non c'è tempo, dobbiamo andare veloci. È il contrario, senza un metodo si procede a tastoni e si rallenta. E dire che non c'è tempo per procedere con ordine implica quattro cose, tutte pericolose: i) accentrare il potere, privando cittadini e politica del confronto e dell'informazione; ii) disperdere energie su misure di dettaglio, perdendo di vista il disegno; iii) non selezionare correttamente le persone di cui si ha bisogno; iv) ritardare il momento del confronto con la responsabilità e alimentare la conflittualità con parti sociali, enti territoriali e cittadini.
Le scelte da fare "durante" - Ma in che cosa dovrebbe consistere il piano di cui parlo? Faccio qualche esempio, così ci capiamo. Il governo deve pensare a "come" riaprire, non "quando", in modo da pianificare le cinque decisioni fondamentali elencate sopra per la fase di transizione. Sciogliendo i nodi di fondo e affidando i dettagli operativi ad altrettante task force.
(1) Chi lavora.
Chi torna per primo a lavorare? Giovanni Cagnoli sul Corsera e Andrea Ichino e altri su Vox.eu hanno proposto di far ripartire i giovani su base volontaria, perché sono quelli meno esposti al rischio (anche se l'esposizione non è nulla), e alcuni settori strategici individuati con dati intelligenti (non con una lista di codici Ateco, ormai obsoleti da decenni). I giovani economisti di Tortuga hanno proposto di usare i sistemi locali del lavoro Istat e i dati sulla mobilità telefonica per individuare aree da aprire e chiudere a fasi scaglionate. La scelta finale non potrà che usare un mix di questi criteri: età anagrafica; filiera produttiva; collocazione geografica; stato immunologico.
Chi tornerà a lavorare per primo dovrà farlo in sicurezza. Servono protocolli aggiornati e crediti d'imposta per tutte le spese che permettano di ripensare spazi e organizzazione dei processi produttivi. Non ci si può affidare allo spontaneismo dal basso senza un forte indirizzo e coordinamento dall'alto, altrimenti la conflittualità tra aziende e lavoratori potrebbe inceppare la transizione. Per farlo, servono controlli. E servono soldi: gli ispettori del lavoro e le Asl non hanno le risorse umane necessarie per un compito così imponente,
(2) Come si lavora.
Se in un nucleo familiare alcune persone tornano a lavorare prima di altre, dobbiamo fare in modo che abbiano a disposizione soluzioni abitative a carico dello stato per non esporre al rischio di contagio i propri familiari. Serviranno, di nuovo, risorse e un protocollo con alberghi e piattaforme digitali per intermediare velocemente domanda e offerta. E serviranno soldi per testare e tracciare le persone che riprendono a muoversi.
(3) Dove si vive. (4) Come ci si muove.
Il settore dei trasporti e della logistica acquisteranno un ruolo ancor più cruciale del solito nella transizione. Dovranno adattarsi non solo agli standard di sicurezza, ma all'esigenza di rispondere in maniera rapida e flessibile ai cambiamenti di rotta che saranno presi strada facendo. La mobilità sarà fondamentale per consentire a chi prima usava servizi pubblici e non possiede mezzi privati di tornare a lavorare in sicurezza. Non è solo una questione di contagi, ma di giustizia sociale. E alle forze dell'ordine sarà richiesto di continuare un compito importante di presidio del territorio, ma sarà importante formarle perché sia esercitato in maniera informata e rispettosa dei diritti e delle sensibilità di tutti. Nessun eccesso di presidio può essere tollerato di fronte al perdurare dei controlli. Attenzione, anche qui: siamo una democrazia liberale, le libertà si possono limitare temporaneamente per una giusta causa, mai calpestare.
(5) Come tutti arrivano a fine mese.
Sulla garanzia del reddito dobbiamo uscire dalla fase emergenziale degli interventi tampone, lasciandoci alle spalle misure che non sono né semplici né innovative. Dobbiamo cambiare passo: con una strategia chiara, semplice e innovativa per tutta la fase di transizione.
Abbiamo due opzioni davanti. Opzione uno: un "reddito di base per l'emergenza", una vera imposta negativa usa-e-getta che, integrando dati e funzionalità di Inps e Agenzia delle entrate su prestazioni e sostituti d'imposta, permetta di integrare il reddito mensile fino a una soglia minima. Se non lo si ritiene fattibile, perché per disegnarlo dovremmo mobilitare molte competenze esterne e creare nuove infrastrutture, resta l'opzione due: rafforzare e semplificare le forme attuali di garanzia del reddito, ma sul serio. Con un unico strumento destinato a ognuna di queste quattro platee: i) dipendenti in costanza di rapporto, ii) disoccupati, iii) lavoratori autonomi, iv) poveri.
Per i primi c'è la cassa integrazione da estendere per tutta la transizione e semplificare nelle procedure, anche con una garanzia statale per gli anticipi delle banche, facendo in modo che siano immediati e disciplinati per legge. Ai cassintegrati si dovrebbe concedere la possibilità di accettare anche un altro lavoro, come hanno proposto Ciani, Del Conte e Garnero su Lavoce.info e come ha fatto il Regno Unito. Loro manterrebbero il lavoro originario e potrebbero acquisire nuove competenze ed esperienze, senza perdere il beneficio (o vedendoselo ridurre solo in parte). Le imprese intercetterebbero manodopera difficile da trovare nella fase di graduale riapertura.
Per i disoccupati, i veri dimenticati di questi primi interventi, ci sono Naspi e Dis-coll da potenziare, facendole confluire in un unico "salario di disoccupazione" che, nella fase di transizione, allunghi i periodi durante i quali si può beneficiare di tali indennità e rimuova ogni forma di décalage, in modo che la garanzia del reddito sia costante per tutta la durata.
Per gli autonomi, le indennità emergenziali di marzo vanno estese a tutto il periodo della transizione, ma rendendole progressive per non disperdere risorse e raggiungere solo chi ha davvero bisogno. Liberando allo stesso tempo le risorse delle casse di previdenza private, ora bloccate da assurdi paletti burocratici, per permettere loro di disegnare un nuovo welfare allargato per tutti i professionisti.
Per i poveri, c'è il reddito di cittadinanza, da semplificare con due priorità: rafforzare l'aiuto alle famiglie con minori; potenziare il ruolo di comuni e terzo settore in un'ottica di attivazione sociale. C'è un altro tema, poi: nel periodo dell'economia della separazione dovrà esserci anche un "welfare della separazione", che non si preoccupi solo di garantire il reddito ma si prenda cura dei bisogni. La solitudine di bambini e anziani. La fragilità di malati cronici e persone con disabilità. I diritti di lavoratori irregolari e sfruttati. Il 12 per cento dei ragazzi tra 6 e 17 anni non ha un computer o un tablet a casa (il 25 per cento nel Mezzogiorno, 470 mila ragazzi).
Più del 25 per cento degli italiani vive in condizioni di sovraffollamento abitativo, e la quota sale al 50 per cento nelle famiglie con minori. Servono interventi straordinari contro la povertà educativa per non cristallizzare le disuguaglianze sociali su intere generazioni. E se non vogliamo uscire da questa crisi più deboli di prima, dobbiamo investire sulla telemedicina e fare interventi per rafforzare l'assistenza domiciliare ai malati cronici e alle persone non autosufficienti.
Poi c'è il tema dei lavoratori irregolari. Adesso, tutti ci accorgiamo dell'importanza della manodopera straniera in alcune filiere come quella agro-alimentare, anche se ieri ci giravamo da un'altra parte rispetto alle condizioni in cui lavorava e viveva. Se i porti sono chiusi per la pandemia, intanto apriamo subito i diritti: regolarizzando i lavoratori stranieri che sono sul nostro territorio e aspettano di veder riconosciuto il loro contributo all'Italia.
Tutte queste scelte costano, e non poco. Che serva fare più debito lo sappiamo. Ce lo ha ricordato Mario Draghi con la sua autorevolezza: adesso, il debito è "buono". Anche se noi italiani in passato siamo stati maestri di debito "cattivo" e dovremmo avere l'onestà di ammettere che arriviamo fragili a questa crisi anche per questo. Non basterà lo scostamento del deficit, serviranno Eurobond e l'emissione di titoli a lunga scadenza o irredimibili finalizzati all'emergenza.
Le ultime due leggi di bilancio (approvate da maggioranze diverse) appartengono ormai alla preistoria: sono piene di misure che non servono o non sono mai partite. Perché non fare un'altra bella task force, allora, che le rivolti come un calzino recuperando risorse? Servono ancora i miliardi del bonus facciate? Perché non togliere subito quota 100 a chi ha un lavoro a tempo indeterminato non gravoso? Rendere più giusti e selettivi gli interventi del passato libererebbe risorse per tornare a vivere.
Una postilla: le scelte per il "dopo" - Non è vero che, dopo, niente sarà come prima. Molte cose lo saranno, molte altre no. È difficile prevedere con esattezza quali. L'unica cosa sicura è che a tutti sarà richiesto lo sforzo di cambiare. Mutamenti che automazione e globalizzazione avrebbero indotto nell'arco di anni, avverranno nell'arco di mesi. Lo stato dovrà fare molte cose. Dovrà prendere per noi cinque decisioni fondamentali: chi lavora; come si lavora; dove si vive; come ci si muove; come tutti arrivano alla fine del mese. L'intervento dello stato sarà invasivo, dobbiamo avere un'ossessione: che sia semplice, trasparente e innovativo. Nel periodo dell'economia della separazione dovrà esserci anche un "welfare della separazione", che non si preoccupi solo di garantire il reddito ma si prenda cura dei bisogni. La solitudine di bambini e anziani. La fragilità di malati cronici e persone con disabilità. I diritti di lavoratori irregolari e sfruttati.
non è morta. Dalla scienza al digitale, soluzioni che oggi sono così importanti - e che domani lo saranno ancor di più - si nutrono di secoli di apertura e condivisione. E dovranno continuare a farlo. Serviranno politiche pubbliche da centometristi, non da maratoneti: rispetto allo stato sociale, alle politiche (attive) del lavoro, al sostegno per le famiglie con figli, al contrasto alla povertà educativa, alla connessione digitale come diritto di cittadinanza, alla transizione ecologica e tecnologica della nostra economia.
L'Europa dovrà dotarsi di una vera unione fiscale e sociale. E ci sarà da ripensare il rapporto tra città e provincia. Salute, ambiente e digitale sono sfide che ci offriranno l'opportunità di invertire il declino delle aree interne. Insomma, ci sarà tanto da innovare: la creatività sarà fondamentale per non perdere l'opportunità di uscire dalla crisi più forti di prima, risolvendo alcune debolezze che l'Italia si porta dietro da decenni.
*Professore di Economia politica all'Università Bocconi e senatore del Pd
di Alberto Magnani
ilsole24ore.com, 13 aprile 2020
La crisi del Covid-19 dovrebbe "colpire tutti". In realtà si farà sentire soprattutto sulle fasce più deboli, esacerbando le fratture sociali in Italia. Magda Baietta dirige da oltre 20 anni la Ronda della carità, un'organizzazione milanese di volontariato che assiste i più deboli con centri di accoglienza, "pacchi viveri" e soccorso ai senza tetto. Pochi possono dire di aver conosciuto la povertà più da vicino. "Ma una cosa simile - confessa - non l'avevo mai vista in vita mia".
Quella "cosa" è la crisi innescata dal coronavirus, l'epidemia che sta travolgendo da settimane la Lombardia, l'Italia e il resto del mondo. Per lei, le statistiche su disoccupazione e calo dei redditi si traducono in un conteggio più immediato:? "Qualche settimana fa consegnavamo pacchi viveri a 35 famiglie, ora sono già diventate 45 - racconta - E per la maggioranza si parla di italiani nelle case popolari della città, dal Giambellino al Gallaratese".
Si è detto che l'epidemia di Covid-19 colpirà trasversalmente, con impatti economici che vanno dalle multinazionali ai piccoli commercianti di periferia. Ma gli effetti di lungo termine non saranno uguali per tutti, anzi. L'emergenza Covid-19 sta accentuando le disuguaglianze già radicate nel sistema italiano, in tutte le loro declinazioni:?centro e periferie, tutelati e precari, oltre al dualismo originario tra fasce di reddito elevate e minime. "Non è più una povertà generica, è una povertà di sopravvivenza" spiega Baietta.
Perché le disuguaglianze stanno esplodendo - L'Italia era un paese "disuguale" anche prima che esplodesse il virus. L'indice di Gini, una misura sulla disuguaglianza calcolata su una scala da 0 a 1, arrivava nel 2018 allo 0,33,?uno dei valori più alti su scala Ue (la Francia è a 0,29, la Danimarca a 0,26). Secondo i dati di Oxfam, una organizzazione no-profit, il 20% della popolazione deteneva nel 2020 l'equivalente del 70% di una ricchezza complessiva di 9.297 miliardi di euro, contro il 13,3% nelle mani del 60% più povero della popolazione. Le cose non vanno meglio in termini di mobilità sociale, se si considera che in Italia occorrono cinque generazioni per migliorare il proprio status socio-economico e il 31% dei figli di genitori a basso reddito è "condannato" allo stesso livello di entrate della sua famiglia. La crisi economica del covid-19, annunciata da tracolli del Pil fino al -10%, potrebbe divaricare ancora di più la polarizzazione tra chi sta bene e chi sta male, esacerbando le sue cause profonde:?dal dualismo lavorativo tra tutelati e precari al blocco dell'emancipazione sociali tra classi e generazioni.
"In Italia esiste un chiaro divario generazionale e un mercato del lavoro duale - spiega Enrico Bergamini di Bruegel, un think tank - In presenza di uno shock generalizzato i posti di lavoro più a rischio saranno quelli meno tutelati, e la dualità sarà ancora più evidente". A farne le spese potrebbero essere, tanto per cambiare, le nuove generazioni. Un report del Center for Economic and Policy Research, un centro studi di Washington, ha evidenziato che i lavoratori più giovani saranno i più esposti alla crisi per la maggiore diffusione di contratti a termine, impieghi saltuari o la proliferazione dei "lavoretti" della gig economy.
Negli Usa si è assistito al boom senza precedenti di sussidi di disoccupazione, esplosi dai 650mila del 2009 ai 6 milioni toccati nell'aprile 2020. In Italia, con le dovute proporzioni, l'effetto rischia di essere altrettanto (o forse più) critico grazie alla crescita di sotto-occupazione, part-time involontario e lavoro full-time mascherato da tirocinio. Il Forum disuguaglianze e diversità, ricorda Bergamini, stima un totale di 2-3 milioni di precari in aziende resilienti e 4 milioni alle prese con lavoro saltuario o irregolare.
Ovviamente non ci sono "solo" giovani e precari. La crisi potrebbe affossare tutte le fasce più vulnerabili della popolazione:?anziani con basso livello di reddito, immigrati, lavoratori in nero esclusi da qualsiasi meccanismo di cassa integrazione, i rider della gig economy obbligati a ritmi folli di consegna senza aumenti di tutela. E poi il mondo degli "invisibili" del mercato del lavoro, come gli indipendenti. Rosario Curia, 34 anni, ha lavorato come ingegnere in uno studio (con "contratti di tirocinio e nero") prima di reinventarsi come fotografo. Ora la crisi ha azzerato le sue commesse almeno fino a maggio, ma non può nemmeno accedere al bonus dei 600 euro perché?già percettore del reddito di cittadinanza. "Certo è che magari rappresento una minoranza, un caso raro - dice - ma così mi sento veramente messo da parte."
Quel divario tra centro e periferia - Il danno può essere anche a livello sanitario, visto che le categorie più deboli finiscono anche per esserele più esposte a situazioni insalubri. Da un lato c'è l'esercito di lavoratori "essenziali" e impossibilitati a lavorare da remoto, ad esempio nelle fabbriche rimaste aperte anche durante i picchi della crisi. Dall'altro c'è un fattore legato alle abitazioni:?le fasce più povere tendono a concentrarsi in quartieri più densamente popolati e quindi meno "salutari" nell'ottica di un contagio (o più alienanti per una convivenza forzata fra le mura domestiche).
Un nuovo capitolo del divario fra centro e periferia che si esprime, in questo caso, nel confronto tra metri quadri disponibili. Un'ulteriore analisi del Bruegel ha rilevato che, in Italia, i cittadini che rientrano nel 10% delle famiglie con redditi più elevati hanno a disposizione una media di quasi 76 metri quadri pro capite. Quelli che rientrano nel 10% più basso si fermano all'esatta metà, 33 metri circa pro capite. Le abitazioni più ampie, e quindi più costose, sono occupate da inquilini con un grado di istruzione superiore e impiegati in lavori ad alto reddito, in larga parte convertibili in forme di smart-working.
Gli appartamenti più ridotti, registra l'indagine, sono popolati da una fascia di inquilini con un grado di istruzione inferiore, associati a "lavori a termine e più difficili da eseguire da remoto". Negli Stati Uniti la dinamica della "disuguaglianza abitativa" si è già manifestata nel più alto caso di decessi da Covid-19 nella popolazione afro-americana. I numeri sono da allarme. A Chicago, a quanto riporta il quotidiano britannico Guardian, i cittadini afro-americani incidono sul 70% dei contagi pur rappresentando appena l 30% della cittadinanza.
Radicalizzazione o coesione? - Se lo shock è certo, le conseguenze della frattura sociale non lo sono ancora. Giampaolo Nuvolati, ordinario di Sociologia dell'ambiente alla Bicocca di Milano, pensa che le disuguaglianze esasperate dalla crisi conducano a due reazioni opposte:?la radicalizzazione politica o, viceversa, uno spirito di coesione figlio della crisi. Nel primo caso, si sono già registrati focolai di tensione nelle aree più povere del Paese, mentre l'insoddisfazione per la crisi potrebbe dare la spinta alle forze "anti-establishment" che orbitano soprattutto all'estrema destra.
Nel secondo, quello più ottimistico, si potrebbe pensare (o sperare) in un a clima di ricostruzione simile a quello del dopo-guerra. Un parallelismo, non a caso, evocato a ripetizione quando si immagina il risveglio dalla pandemia: "Guardiamo a I e II guerra mondiale - dice Nuvolati. Nel primo caso i vari Paesi mostravano forme di risentimento, di rivalsa, di rabbia che diede vita a forme di radicalizzazione politica, in particolare alla nascita del fascismo e del nazismo". Nel secondo dopoguerra però, aggiunge, "pur con tutte le contrapposizioni tra i vari schieramenti a prevalere fu un sentimento di collaborazione e unità che ha portato a 70 anni di crescita e di benessere in Europa". I tempi della ripresa, comunque, sono ancora lontani. E prima del rimbalzo del 2021 ci sarà un tracollo nel 2020. Il fronte è comune, ma il "nemico invisibile" non colpisce tutti allo stesso modo.
di Vera Viola
ilsole24ore.com, 13 aprile 2020
Da Palermo a Napoli, da Bari a Taranto: le voci di un popolo che senza i piccoli lavori quotidiani, spesso a nero, oggi non ha i soldi per comprare il cibo. E fa la fila in Comune o alle parrocchie per chiedere aiuto. Ma anche le donazioni sono in calo per i limiti agli spostamenti.
Giuseppe non ha più merce da vendere: per l'ingresso al?Mercato ortofrutticolo serve la partita iva. E lui la partita Iva non ce l'ha. Anzi, per la verità, non l'ha mai avuta. Così, quando l'altra settimana la polizia municipale ha bloccato l'ingresso del?Mercato ortofrutticolo non ha potuto che tornarsene indietro. Disperato. Ci ha provato di nuovo il giorno dopo a tornarci per acquistare frutta e verdura da rivendere a Ballarò.?Ma senza successo. Adesso non ha più cibo da vendere nel rione. Non ha più cibo per sé e la sua famiglia: la moglie e i tre figli.
Il verduraio di Ballarò - Nel cuore di Palermo sono un autentico popolo quelli che vivono alla giornata, con lavoretti di vario genere. Che dell'abusivismo avevano fatto il modo di vita. Un popolo di venditori di frutta, di pane, di cianfrusaglie. Racconta Giovanni Basile, editore e direttore (oltre che redattore) del mensile popolare "Babbaluci" (lumaca in palermitano) che distribuisce gratuitamente nel centro storico: "Sono di sicuro in grande difficoltà i fruttivendoli del mercato di?Ballarò e poi tutti i venditori di cianfrusaglie varie, quelli che raccolgono i resti dei traslochi. Una difficoltà enorme".
I nuovi poveri al tempo del Coronavirus da Palermo a Napoli, da Bari a Taranto, sono l'espressione di un'Italia che vive di lavoro alla giornata. Lavoro precario. Lavoro nero. Che oggi con il lockdown non riesce più a mettere insieme neanche quanto serve alla sopravvivenza. Una difficoltà estrema, assoluta che può spingere alla rivolta sociale. Agli assalti ai supermercati, come ad altre forme estreme di ribellione. Tanto da spingere il governo a intervenire con più fondi ai Comuni proprio per sostenere le famiglie in difficoltà.
L'emergenza di chi è in quarantena - Le facce dei nuovi poveri sono quelle di chi non ha chiesto il reddito di cittadinanza, pur avendo fin qui un lavoro in nero, troppo orgogliosi per mostrarsi in difficoltà. Resistenti da sempre ma oggi stremati dal distanziamento sociale, dal blocco di tutte le attività. Molti di loro sono già nel lungo elenco del Comune di Palermo, altri ci saranno nelle prossime settimane, altri ancora sperano di rientrarci. Le domande per la distribuzione di generi alimentari sono già 14.000. "Dopo la scrematura che sarà fatta - dice don?Sergio?Ciresi vicedirettore della Caritas diocesana - ne rimarranno circa 10mila: ci sono infatti domande di componenti dello stesso nucleo familiare e persino di cittadini che non abitano a Palermo". Senza contare il popolo degli invisibili: i senza dimora, per esempio, e poi chi invece ha occupato abusivamente un immobile e i migranti irregolari. "A?Palermo - spiega ancora don?Ciresi - è stato costituito un coordinamento tra associazioni. Noi ci occupiamo degli invisibili. Nelle nostre strutture facciamo 400 pasti al giorno. Poi, in collaborazione con la Croce Rossa, portiamo il cibo a chi è in quarantena perché positivo o familiare di un soggetto positivo al Covid-19 e non può in alcun modo procurarsi da mangiare".
Il subacqueo senza più allievi: la stagione è perduta - Lavoro nero. Invisibili. Ma la crisi sta travolgendo anche chi fa piccoli lavori, legati alla stagione, al turismo in particolare. Come Luigi, istruttore subacqueo, che aveva costruito una piccola attività partendo da una passione, da uno svago e ora si ritrova a non avere né il lavoro né lo svago. Mentre ha moglie (che lavorava con lui) e due figli in età di scuola media da mantenere. "Cominciavo a lavorare ad aprile - racconta Luigi - con la fase teorica dei corsi, poi a fine maggio cominciavo con le immersioni. Un lavoro che durava fino a ottobre; poi vivevamo con i soldi guadagnati nella stagione estiva". Adesso l'orizzonte è un incubo, un muro oltre il quale non si vede un futuro. Perché questa stagione turistica è ormai azzerata, se ne riparlerà l'anno prossimo. Così, Luigi si è già messo in fila al Comune per accedere alla distribuzione degli aiuti alimentari.
Francesco, l'idraulico del Vesuviano, bloccato perché in nero - Abita a Boscoreale, in provincia di Napoli, e ha 39 anni. Francesco vive con sua madre che di anni ne ha 75. È un artigiano a nero, come racconta. "Lavoro a nero poiché la mia è una attività discontinua. Da più di quindici giorni non posso uscire da casa e quindi niente lavoro e niente entrate. In casa ci arrangiamo con la pensione minima di mia madre: 500 euro, che ci bastano per mangiare e aiutare mia sorella incinta e con il marito disoccupato". Insomma, i piccoli soldi che entrano in casa servono per mangiare. E altri pagamenti? "Ce ne sarebbero da fare - dice Francesco - ma per ora non possiamo". Ma in questo quadro dall'orizzonte buio, Francesco guarda alla sua famiglia con ancora più allarme. "Sono più preoccupato per mio fratello, Simone, che lavora con me. Lui vive a Torre del Greco e ha due bambini. Per fortuna sua moglie sta lavorando in un salumificio e assicura un'entrata".
Francesco e Simone fanno manutenzione nelle case: idraulica, pitturazione, piccole riparazioni. "A volte io e Simone riusciamo a guadagnare anche mille euro al mese, ma ci sono giornate in cui siamo fermi, oppure torniamo a casa con non più di trenta euro". Il lockdown in verità non avrebbe fermato le richieste, la domanda di interventi in casa ci sarebbe. "Anche questa mattina mi hanno contattato per riparare un rubinetto rotto. Il problema è che non posso uscire da casa: come giustifico la mia uscita se lavoro a nero? Meglio allora aspettare tempi migliori. Ma resisto altri quindici giorni al massimo. Dopo dovrò reagire".
Nessuno mi chiama più per i lavori in casa - Anna vive a Bari. Ha 29 anni, è sposata e ha una bambina di 5 anni e un bimbo di 10. Domestica a ore, "ma da un mese non sto lavorando più. Vado a fare le pulizie nelle case di tre famiglie diverse, lavoro dal lunedì al venerdì, ma da settimane non sto facendo nulla. Sono famiglie dove lavoro da tre-quattro anni in alcuni casi, da due in altri. Ma anche se hai un rapporto quasi stretto e ti conoscono da tempo, non ti chiamano più. Hanno paura".
Ti dicono: vediamo la prossima settimana, poi la settimana arriva e niente ancora, ti rimandano alla prossima, e così i giorni passano, racconta, "e io vivo nel limbo. Anche mio marito sta senza far nulla. Come me, pure lui vive alla giornata con una cooperativa che trasporta mobili. Ma è tutto fermo, bloccato. Abbiamo due bambini e la situazione sta diventando pesante".
Così Anna ha letto degli aiuti pubblici e il 30 marzo ha provato a chiamare il Comune ma senza risultato. "Squilla, squilla e non risponde nessuno. Oppure è sempre occupato. E io, che sono giovane, ho la resistenza di stare attaccata al telefono e di provare e riprovare. Ma gli anziani come fanno? Chi gli aiuta? Chi ci aiuta? Se stanziano questi soldi per favore metteteci in condizioni di averli subito".
Barca a secco, osservo il mare - "Le mie giornate trascorrono nel nulla, sto fermo, non si sta più uscendo in mare". Cosimo, 35 anni, fa il pescatore a Taranto. Come lui, molti altri per una categoria che pure, negli anni, ha visto tante crisi: dal colera del '70 alle cozze del Mar Piccolo mandate al macero in tempi più recenti perché inquinate. Ma adesso è davvero dura. "Dove dobbiamo vendere il pesce? Nei mercati, la gente viene, fa la spesa di corsa e scappa. I ristoranti sono tutti chiusi. Le pescherie prendono il minimo perché dicono che non vendono. Non ci possiamo muovere per andare nelle pescherie della provincia e quindi è saltata un'altra possibilità di smercio. Chi si arrangiava vedendo per strada una cassetta di pesce, non può farlo più e adesso sta peggio di noi. Mestiere amaro il nostro. E le famiglie ne pagano il conto".
Nelle mense gente mai vista prima - Così in pochi giorni il Comune ha preso in carico 1.500 famiglie in più e nelle mense della Caritas si affacciano nuovi volti. "I nostri volontari ce lo stanno dicendo: nelle mense si vedono persone che da noi non erano mai venute".
Don Vito Piccinonna, responsabile della Caritas Bari e parroco dei Santi Medici di Bitonto, apre lo spaccato di una crisi che assedia precari, gente che ha perso il lavoro, persone che prima si arrangiavano in nero, con lavoretti, e adesso non possono più farlo. "Vengono da noi perché angosciati, impauriti" spiega il sacerdote. "È aumentato il numero dei pasti che serviamo, siamo adesso a 120-130 ogni turno, ai quali si aggiungono quelli serviti nei dormitori ai senza fissa dimora, un altro centinaio. Le 12 mense Caritas di Bari e che funzionano in modo alternato, stanno lavorando intensamente". Non solo pasti caldi ma anche pacchi alimentari distribuiti attraverso la rete delle parrocchie.
Mancano i prodotti freschi, non si può neanche donare - "Ogni 15 giorni, come Cattedrale di San Cataldo, diamo un pacco alle famiglie bisognose, ma il pacco contiene prodotti a lunga conservazione, qui, invece, stanno mancando olio, frutta, biscotti. Non ci sono gli alimenti freschi. Pensiamo ai bambini, perché nelle famiglie rimaste ce ne sono ancora e ne nascono". Elena Modio, volontaria di Taranto, descrive la realtà della città vecchia di Taranto dove il parroco, don Emanuele Ferro, si sta dando da fare.
"Assistiamo 150 famiglie - afferma - e il loro stato di precarietà, di sopravvivenza, ora si è trasformato in crisi nera. Chi prima si arrangiava, adesso non riesce a farlo più. E le restrizioni alla mobilità hanno anche una ripercussione sulle donazioni che si sono ridotte. Chi vuole donare, non sa come far arrivare i prodotti e per noi le difficoltà aumentano". Giuseppe, Luigi, Francesco, Anna, Cosimo finora si erano arrangiati. Ora aspettano una risposta pubblica. Veloce ed efficiente.
di Claudio Del Frate
Corriere della Sera, 13 aprile 2020
Il capo della Protezione Civile firma un'ordinanza. Ieri a Pozzallo arrivati in maniera autonoma 100 straniera, altri 156 salvati dalla Alan Kurdi ma le Ong denunciano altri dispersi in mare. Navi su cui trattenere i migranti che sbarcano in Italia per il canonico periodo di quarantena previsto per il coronavirus. L'ipotesi è stata avanzata dal capo della Protezione Civile Angelo Borrelli nel orso della quotidiana conferenza stampa e proprio mentre in queste ore si registra un risveglio degli sbarchi (un centinaio di stranieri sono approdati a Pozzallo) e delle partenze dalla costa libica. Le organizzazioni umanitarie proprio oggi hanno lanciato un allarme temendo che un barcone si sia rovesciato a sud di Malta e che le persone che erano a bordo (un numero non ancora precisato) siano morte annegate.
Le parole di Borrelli - "C'è l'esigenza di garantire anche per i migranti che sbarcano, la sorveglianza sanitaria cioè la quarantena e l'isolamento. Per questo il dipartimento creerà strutture o aree sulla terraferma oppure navi dove poter ricoverare i migranti". ha detto Borrelli. Che poi ha aggiunto: "Dopo, saranno gestiti secondo le procedure ordinarie", ricordando che la Croce rossa darà supporto insieme al suo personale sanitario, così come ci sarà il rispetto dell'uso dei Dpi. Il capo della Protezione Civile ha detto di aver già firmato un'ordinanza per regolare l'accoglienza di quanti sbarcano in maniera autonoma. Nei giorni scorsi l'Italia aveva invece dichiarato l'intenzione di rifiutare l'arrivo di navi Ong in quanto quelli italiani a causa dell'epidemia non sarebbero più "porti sicuri".
Musumeci: "trovata la nave" - Dal canto suo il governatore della Sicilia Nello Musumeci, ha subito fatto sapere che la nave sarebbe già stata trovata: "È la Motonave Azzurra della compagnia Gnv, capace di ospitare fino a 448 persone, dotata di protocollo sanitario per l'assistenza a bordo di casi di Covid-19 positivi, idonea quindi a garantire le condizioni sanitarie necessarie alla quarantena di sospetti contagi ed attrezzata anche per preparare i pasti giornalieri
Sbarchi a Pozzallo e gommoni in mare - Le emergenze, nella giornata di Pasqua, sono tre: come detto un centinaio di migranti - provenienti da Eritrea, Somalia, Sudan e Ciad - è riuscito ad arrivare a Pozzallo in maniera autonoma e dovranno essere trasferiti in un centro di accoglienza nei pressi di Ragusa; dove però dovranno essere osservate le restrizioni sanitarie. In secondo luogo la nave Ong Alan Kurdi ha salvato 156 persone alla deriva: per loro si profila la permanenza a bordo della nave per il periodo di quarantena.
Infine c'è l'allarme lanciato da Sea Watch, secondo la quale almeno quattro gommoni nelle ultime ore hanno preso il largo dalla Libia e necessitano di essere soccorsi. In tutto si tratterebbe di 250 naufraghi: uno dei barconi come detto sarebbe affondato trascinando alla morte quanti erano a bordo. Sea Watch ricorda che la situazione era già stata segnalata da Alarm Phone e che aveva chiesto l'intervento del Commissario europeo per i diritti umani "per chiarire che i diritti delle persone salvate in mare devono essere garantiti a prescindere da quale sia la nave che li soccorre". Nel mese di aprile fino a oggi sono arrivati in Italia 352 migranti.
- Così il coronavirus può distruggere la crescita dell'Africa
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