agenzianova.com, 12 aprile 2020
Il tribunale dei ribelli sciiti yemeniti Houthi ha condannato oggi a morte 4 giornalisti della capitale, Sana'a. Lo ha annunciato uno degli avvocati dei cronisti da 5 anni nelle carceri della formazione armata filo-iraniana, Abdel Majid Sabro, all'agenzia di stampa locale "Mareb Press".
Il tribunale, presieduto dal giudice Mohammed Moflah, legato al gruppo Houthi, ha tenuto oggi una seduta in assenza degli imputati e dei legali ed ha emesso una sentenza di condanna a morte nei confronti dei cronisti Abdel Khaleq Ahmed Omran, Akram al Walid, Hareth Hamid e Tawfiq al Mansuri. Sono stati condannati invece a tre anni di carcere i giornalisti Hisham Tarmum, Hisham al Yousefi, Haitham Rawah, Isam Belaghit, Hasan Anab e Salah al Qaidi.
Questi 10 giornalisti sono stati catturati dai ribelli Houthi nel giugno del 2015 dopo che avevano cercato rifugio in un hotel della capitale yemenita, nel tentativo di fuggire dopo il golpe del gruppo sciita che dava la caccia ai suoi oppositori. La sentenza emessa oggi dal tribunale degli Houthi, non riconosciuto dalla Corte centrale che ha spostato momentaneamente la sua sede ad Aden, è stata condannata dal governo legittimo yemenita del presidente Abdel Rabbo Mansur Hadi.
Il Riformista, 11 aprile 2020
Si tratta di un detenuto del carcere di Voghera e un ristretto nella Rems di S. Maurizio Canavese, ricoverati in ospedale. Seconda vittima del Covid-19 tra i detenuti. È accaduto a Voghera, in Lombardia: l'uomo è morto in ospedale, dove era ricoverato da settimane e sottoposto alla detenzione domiciliare. arrestato lo scorso 12 dicembre con l'accusa di ingerenze mafiose nelle elezioni amministrative di Perugia del 2014.
di Beniamino Migliucci
Il Riformista, 11 aprile 2020
Nel 2013, grazie alla sentenza Torreggiani, si aprirono gli occhi sulla vergognosa situazione delle nostre carceri. Eppure il numero di detenuti era inferiore a quello di oggi. Allora si protestava, oggi siamo rimasti una minoranza.
Una minoranza, considerata per lo più fastidiosa, si è occupata in questo periodo drammatico della situazione nelle carceri italiane. Fastidiosa perché, quando soffrono tutti, parlare delle condizioni dei detenuti viene reputato, da molti, quasi come un insulto per chi si è ben comportato nella società e ora si trova in difficoltà, si ammala, muore, fa fatica a sopravvivere economicamente. La mente riesce facilmente a giustificare il disinteresse, ci si dice: "Se quelli sono in carcere, una ragione ci sarà... hanno fatto del male e, dunque, non vengano ora a disturbare il mondo dei buoni, già così provato".
Questa semplificazione consente di dimenticare che un terzo della popolazione carceraria è in attesa di giudizio e, pertanto, non può ancora essere considerata colpevole di nulla e svanisce d'incanto il ricordo dei 640 milioni di euro pagati dallo Stato, dal 1992 ad oggi, per ingiusta detenzione. Le poche trasmissioni televisive che hanno dedicato spazio all'argomento, lo hanno fatto, generalmente, criticando ogni ipotesi di riduzione della popolazione carceraria per il coronavirus: in fin dei conti, già tutti noi siamo agli arresti domiciliari e perché mai chi ha sbagliato dovrebbe trovarsi in una situazione analoga alla nostra?
Questo sentire, condiviso purtroppo dai più, non è isolato e trova un riferimento in altri momenti della storia. L'indimenticato Massimo Pavarini, tra l'altro in un bellissimo libello degli anni 70 dal titolo Carcere e Fabbrica, rammentava che quando il tempo riserva difficoltà e sofferenza ci si dimentica degli ultimi. Il rischio è di diventare egoisti e manichei. Da una parte il bene, dall'altra il male e il male va punito senza farsi troppi interrogativi. In situazioni come questa, la richiesta accorata del Papa, delle associazioni che si occupano di carcere, di qualche intellettuale, di qualche autorevole magistrato, rimangono totalmente inascoltate.
Le ragionevoli proposte dell'Unione delle Camere Penali, condivise da gran parte della Magistratura di Sorveglianza, non trovano risposta. Anzi, una risposta c'è ed è esilarante: "Caro detenuto se manca ancora un po' di pena sono disposto a liberarti, ma con il braccialetto". Peccato che il braccialetto non ci sia. Si gioca con la vita e le speranze delle persone. Sembra di assistere ad un film comico, ma di comico non c'è nulla.
Che importa se i detenuti che affollano le carceri sono 57.590 e i posti effettivi sono 48.000? Che importa se altri paesi come la Francia e persino la Turchia hanno previsto massicce scarcerazioni? Per il Ministro della Giustizia, con un passato più proficuo da dj, nelle carceri non esiste il rischio di epidemia e il parere viene confortato da qualche magistrato come Gratteri, habitué di salotti televisivi, il quale sostiene, addirittura, che nelle carceri c'è ancora spazio e, semmai, se ne possono costruire delle altre.
Come se il virus aspettasse educatamente l'edificazione proposta con piglio e pari genialità dal noto pubblico ministero. Il sovraffollamento nelle carceri, dunque, non esiste è una invenzione di alcuni perditempo buonisti; i detenuti non devono attenersi al distanziamento sociale imposto per gli altri, le celle sono diventate improvvisamente ampie e sicure; i contagiati secondo le fonti ufficiali sono pochissimi e, quindi, suvvia, perché agitarsi tanto.
Fanno bene il presidente del Consiglio e il ministro della Giustizia a voltarsi dall'altra parte: non è affare loro e, così, evitano anche di litigare con parte dell'opposizione che, ancora una volta, cavalcando paure e difficoltà delle persone, aveva criticato persino la farsa immaginata dal Governo. Non c'è da meravigliarsi di tutto questo.
La spinta che nel 2013, grazie alla sentenza Torreggiani, aveva fatto aprire gli occhi sulla vergognosa situazione delle carceri italiane è esaurita da tempo. Eppure, il numero dei detenuti era persino inferiore rispetto all'attuale; un movimento di opinione trasversale ritenne scandalosa la situazione degli istituti di pena e vennero avviati, con meritoria intuizione dell'allora ministro della giustizia Orlando, gli Stati generali dell'esecuzione penale, per rendere la pena più vicina al modello costituzionale.
I risultati di tale iniziativa vennero, peraltro, traditi e abbandonati dallo stesso guardasigilli, dal suo partito e dalla maggioranza dell'epoca per mere convenienze elettorali. Da quel momento l'argomento carcere per la politica è stato un tabù, un buco nero dal quale occorreva stare lontani per evitare di perdere consensi. Ancora una volta è dovuta intervenire la Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per verificare come l'Italia stia gestendo l'emergenza Covid-19 nelle carceri italiane.
La Corte, accogliendo la richiesta di due avvocati delle Camere penali nell'interesse di un detenuto presso la casa circondariale di Vicenza, ha chiesto al Governo quali misure preventive siano state poste dalle autorità competenti nel carcere di Vicenza e se sia stata considerata l'eccezionale crisi sanitaria legata al contagio.
La Corte inoltre vuole sapere se siano state previste per il richiedente misure alternative al carcere, tenendo conto anche della circostanza che non risulterebbe possibile osservare il distanziamento sociale. Il provvedimento della Cedu, anche se riguarda un singolo detenuto, appare all'evidenza di portata generale e il richiamo dovrebbe ancora una volta farci arrossire. Vedremo se tale monito riuscirà a risvegliare le coscienze sopite e a determinare una svolta.
D'altro canto il vaccino per curare l'indifferenza si potrebbe trovare e sarebbe semplice da somministrare. Si tratterebbe di una miscela composta da precetti e valori costituzionali, una porzione di buon senso, associata a un pizzico di umanità e calorosa solidarietà. Il virus, però, non si è fermato alle porte delle carceri, ma ha avuto anche altri effetti dirompenti. Governo e ministero della Giustizia, con l'avallo di parte della magistratura, sono impegnati nel tentativo di stravolgere, o meglio distruggere, una volta per tutte il processo penale.
Con la giustificazione dell'emergenza si vogliono, infatti, introdurre definitivamente modalità che porteranno ad un processo destrutturato, informe e smaterializzato, lontanissimo da ogni principio costituzionale, dalle regole del processo liberale e dal buon senso. Il tutto giocando sulle preoccupazioni e sulle paure del momento. Tutti staranno davanti al proprio computer, avvocati, magistrati inquirenti e giudici.
Questi ultimi potranno persino decidere dalle loro abitazioni ricorrendo magari, come nei migliori quiz televisivi, all'aiuto da casa o dell'esperto per decidere. Insomma, verrà definitivamente recepito il processo a distanza che il nostro codice prevedeva solo per casi eccezionali, perché chiaramente confliggente con principi costituzionali. Anche in questo caso il vaccino ci sarebbe, ma è difficile da reperire: si tratta della ragionevolezza. Non c'è di che essere ottimisti, ma esserlo non costa nulla.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 11 aprile 2020
Bonafede dovrà rispondere entro martedì. Le domande sono le stesse poste quasi un mese fa dalle Camere Penali. La Corte europea dei diritti dell'uomo ha chiesto spiegazioni urgentissime all'Italia sulla condizione dei detenuti. Vuole una risposta chiara e dettagliata entro martedì prossimo. Ha rivolto al governo un bel numero di domande sulle condizioni delle nostre prigioni, sul sovraffollamento, sulle misure che l'Italia ha preso per fronteggiare il virus e sul perché non vengono utilizzati massicciamente i domiciliari.
di Murat Cinar
pressenza.com, 11 aprile 2020
La pandemia coronavirus mette a rischio anche le persone che vivono e lavorano nei centri penitenziari. "Il contagio si estende nelle carceri italiane: positivi 58 detenuti e 178 agenti di custodia" era il titolo del quotidiano Corriere della Sera del 9 aprile.
Questa situazione preoccupante si fa sentire anche dentro la Casa Circondariale Lorusso e Cutugno della città di Torino. Quindi ho deciso di sentire alcune voci importanti per capire come, sin dall'inizio, è stata gestita la pandemia dentro il carcere e per scoprire se ci fossero delle iniziative nella società civile per attirare l'attenzione su questa situazione e creare una rete di solidarietà con tutte quelle persone in difficoltà.
Ad accogliere il mio appello sono state due mamme che hanno due giovani figli in carcere. Entrambe mi hanno raccontato che all'inizio c'era poca trasparenza in merito alle misure prese dentro il carcere e soprattutto i famigliari non sono stati coinvolti in questa fase critica. "Nella cella dove viveva mio figlio, 3 settimane fa un detenuto si è sentito male, quindi immediatamente la cella è stata blindata ma senza fare il tampone a nessuno. Pochi giorni dopo a un detenuto è stato fatto il test e risultava positivo. Questo ragazzo è stato scarcerato e pochi giorni dopo ha iniziato a sentirsi meglio. Tuttavia in quel periodo la loro cella non era stata disinfettata, i detenuti non sono stati spostati in un'altra cella e non è stato fatto loro il test".
La cella in cui si trova suo figlio è angusta quindi è difficile mantenere le distanze oppure arearla adeguatamente. La mamma preoccupata per la salute di suo figlio ha avanzato una richiesta di scarcerazione ma le è stata rigettata perché "non aveva abbastanza sintomi". In questi giorni al figlio è stato, alla fine, eseguito il tampone al quale è risultato positivo e la famiglia aspetta la scarcerazione, dato che forse la richiesta è stata accolta. Questa signora mi comunica che le mamme hanno dovuto raccogliere denaro per l'acquisto di mascherine e guanti perché questi non venivano forniti ai detenuti.
La seconda mamma che ho intervistato invece inizia la nostra telefonata dicendo che è stanca e sconvolta. Suo figlio dopo i primi sintomi evidenti è stato spostato nel Padiglione D del carcere e sistemato in una cella da solo con scarse condizioni igieniche, avendo a disposizione la stessa mascherina per 14 giorni. La signora ha scoperto una settimana fa che suo figlio era positivo al coronavirus e sarebbe stato scarcerato.
Tuttavia essendo impossibilitata ad avere un domicilio idoneo, in pochi giorni ha dovuto trovare un'abitazione adatta che purtroppo è molto piccola e ha dovuto sistemare tutto da sola. La mamma sottolinea che la richiesta di detenzione domiciliare sia stata avanzata direttamente dal carcere che una volta avuto il provvedimento dal magistrato di sorveglianza le ha chiesto di andare a prendere suo figlio, direttamente in carcere mettendo in questo modo a repentaglio la salute dei familiari del detenuto. "Solo a fronte della mia protesta il carcere ha predisposto un accompagnamento di mio figlio presso il luogo di detenzione domiciliare con una autoambulanza della protezione civile".
In entrambi i casi richiamano l'attenzione gli stessi argomenti al di là delle singole esperienze. Prima di tutto sin dall'inizio la prevenzione in carcere non risulta gestita bene. Secondo la testimonianza delle mamme, sia i detenuti sia le guardie non sono stati tutelati sufficientemente. "Le carceri sono sovraffollate, si sa da tempo. Inoltre, in questo periodo, il numero degli agenti è stato ridotto. Ci dovrebbero essere circa 500 richieste di scarcerazione in attesa di una risposta. Questo sarebbe il momento giusto per una decisione importante"; sono le parole della prima mamma. Un altro punto comune citato da entrambi le donne riguarda la trasparenza delle informazioni. "Diverse volte abbiamo sentito delle dichiarazioni contraddittorie tra i medici del carcere ed alcuni esponenti del governo centrale. A noi pare che ci sia un numero maggiore di detenuti e agenti in condizioni di salute precarie di quelli che vengono comunicati".
La scarcerazione di un detenuto ovviamente comporta una serie di questioni. Oltre a quelle burocratiche c'è un problema grande e vitale ossia quello del domicilio. "Ci sono diversi detenuti privi di una rete sociale, ma anche con una condizione economica estremamente precaria" dice Valentina Noya, Project Manager dell'Associazione Museo del Cinema e direttrice del festival LiberAzioni. Insieme a una serie di persone, pochi giorni fa, hanno avviato una raccolta fondi proprio con quest'obiettivo.
"In pochi giorni siamo riusciti a racimolare la somma sufficiente per garantire a un detenuto appena scarcerato l'affitto di una stanza fino alla fine del mese di luglio".
In questi giorni sono stati scarcerati alcuni detenuti, oltre quelli che sono stati citati sopra. Secondo la relazione dei medici del carcere, questi non avevano una condizione di salute idonea per poter restare dentro. In particolare la scarcerazione di alcuni detenuti condannati a diversi anni e con gravi reati a carico è diventata una notizia flash nei media locali.
Purtroppo come sono state date queste notizie ci ha fatto capire che ci sono, tuttora, diversi professionisti che non esitano a calpestare la deontologia del loro lavoro. Ecco alcuni titoli dei media piemontesi e nazionali: "Scarcerato il killer", "L'assassino è fuori dal carcere", "Così anche gli assassini posso andare a casa" e "Marocchino è stato portato in un'abitazione di pertinenza della sua famiglia".
Al di là dei reati commessi o della provenienza, queste persone sono degli esseri umani. È il sistema giuridico che si occupa dei loro casi e solo grazie a un giusto ed equo processo un essere umano può essere assolto o condannato per il reato che ha commesso. Il giornalista, invece, non è tenuto a creare dei "mostri" o "pericoli/minacce in circolazione". I media devono interessarsi della tutela di ogni singolo essere vivente presente su questo Paese raccontando i fatti in modo chiaro, trasparente e senza elementi che creino delle occasioni di linciaggio. Infatti si può immaginare quanto siano impressionanti i commenti sotto le notizie pubblicate in questi giorni su internet.
Esattamente come una delle due mamme mi ha detto durante la sua intervista: "Dentro ci sono tanti casi seri e vanno aiutati, in questo momento, a prescindere dalla condanna, devono essere trattati nella stessa maniera. I media devono richiamare l'attenzione sulle condizioni di salute delle persone che si trovano, oggi, in un momento molto difficile dentro il carcere".
Ps. su loro richiesta, non sono stati citati i nomi di alcune delle persone intervistate
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 11 aprile 2020
"Monitoriamo la situazione con attenzione e, se la soluzione braccialetti nei prossimi giorni non funzionasse, si dovrà intervenire con nuove misure per ridurre il sovraffollamento".
Walter Verini, deputato e responsabile giustizia del Partito Democratico, chiarisce così la posizione dei dem in materia di carceri e conferma la volontà di marcare stretto il ministro Bonafede su una questione tra le più cruciali in questa emergenza sanitaria.
La situazione delle carceri italiane rimane esplosiva. Da ultimo, anche la Cedu ha chiesto conto al nostro paese di come la sta affrontando, accogliendo il ricorso di un detenuto nel carcere di Vicenza...
Il fatto che la Cedu abbia ritenuto di non archiviare il ricorso significa che il tema, purtroppo, ha una sua legittimità. Anche volendo allargare la questione a tutte le carceri italiane e non solo a quella di Vicenza, sono convinto che il tema della garanzia di trattamenti umani nelle strutture carcerarie esista e che, drammaticamente, non sempre le garanzie di vivibilità prescritte dalla Cedu e dalla nostra Costituzione siano rispettate. Questo pone tutti noi davanti a grandi interrogativi ineludibili, soprattutto ora che viviamo una fase di emergenza sanitaria.
Eppure le misure, per ora, sono state timide. Addirittura un ex governatore della Lega come Roberto Cota, pur nella sua veste di avvocato, ha sostenuto che siano necessari sconti di pena per evitare una strage nelle carceri...
E io sono d'accordo con lui e il fatto che lo dica anche un esponente della Lega, sia pur in veste di avvocato, dimostra che il tema è - o meglio, dovrebbe essere - trasversale. Mi differenzio dalla sua riflessione sulle conclusioni, però. Cota sostiene che la ricerca del consenso politico bloccherà qualsiasi iniziativa in tal senso. Io dico che se una questione politica è giusta e civile essa va affrontata a prescindere dal presunto consenso elettorale.
L'obiettivo, dunque, è diminuire il sovraffollamento carcerario. Cosa sta facendo il governo?
Le riporto alcuni dati. Al 18 marzo, nelle carceri italiane erano detenute 61mila persone. Oggi, invece, circa 57mila. La liberazione di circa 4mila detenuti, però, è data solo in parte dal decreto approvato in marzo ma soprattutto dall'applicazione della cosiddetta legge Alfano, che in questa fase molti magistrati di sorveglianza hanno applicato con realismo e lucidità, concedendo i domiciliari. Eppure, è evidente che si debba andare oltre: la capienza formale delle nostre carceri è di 51mila persone, ma dopo le rivolte e le devastazioni delle scorse settimane oggi il numero realistico è di 47mila.
E dunque che si può fare?
In questi giorni è in corso una sorta di consultazione permanente con il ministro Bonafede, forze parlamentari e gli operatori delle carceri e le garantisco che il confronto è vero e serrato. Come noto, il ministro ha investito molto sul reperimento dei braccialetti elettronici e gli diamo atto di essersi mosso anche con l'aiuto del Viminale per ottenerli. Noi, tuttavia, abbiamo avanzato perplessità perché, ad oggi, non c'è sicurezza che tutti i braccialetti arrivino in tempo e - una volta arrivati - vengano messi in uso nei temi rapidi imposti dall'urgenza. L'emergenza non aspetta, dunque la posizione del Pd è di verificare nel lasso di tempo di pochissimi giorni sia l'emergenza che lo stato dell'arte coi braccialetti. Se i risultati di diminuzione della popolazione carceraria non saranno raggiunti, dovremo subito intervenire con nuovi strumenti, oltre quelli già adottati come il decreto, i permessi, i differimenti della esecuzione della pena....
Quali potrebbero essere i nuovi strumenti?
Probabilmente dovremo immaginare automatismi, che superino la farraginosità del sistema dei braccialetti elettronici.
Si riferisce al collocamento ai domiciliari di alcune categorie di detenuti?
Esatto. Ottomila detenuti hanno un residuo di pena inferiore a 1 anno, 3500 fino a 18 mesi: se nei prossimi giorni i braccialetti non daranno i risultati che tutti vorremmo, dovremo interrogarci in Parlamento e in sede di conversione del decreto se modificare qualcosa. Questa platea può essere interessata da una misura che metta ai domiciliari chi ha quasi finito di scontare la pena, non è considerato socialmente pericoloso e ha avuto una buona condotta. L'emergenza sanitaria può deflagrare in modo devastante in comunità chiuse come le carceri e non dobbiamo mai dimenticare che stiamo parlando di persone. Del resto, parole in questa direzione sono arrivate dal Papa, dal presidente Mattarella, dal Csm, dal PG di Cassazione Giovanni Salvi, dall'Unione Camere Penali, dal Cnf, dai garanti dei detenuti e dai magistrati di sorveglianza. Insomma, tutti coloro che si occupano di giustizia e ordinamento penitenziario ci chiedono di intervenire presto e bene.
Bisognerà superare le perplessità del ministro Bonafede...
Noi auspichiamo che i braccialetti elettronici funzionino, ma temiamo di no. Per questo siamo pronti come maggioranza a lavorare per nuove soluzioni e lo vorremmo fare ovviamente insieme al Ministro. C'è in gioco la tutela della salute dei detenuti, della polizia penitenziaria e di chi sta fuori dal carcere. È evidente che è impossibile garantire le misure di prevenzione e il distanziamento necessario in spazi angusti come quelli delle nostre strutture carcerarie. La soluzione è una sola e non c'è bisogno di fantasia per capire quale. E ci sono poi misure che dovrebbero essere subito adottate, come quella che riguarda le donne detenute con bambini.
Di che tempi parliamo?
Il monitoraggio della task force è continuo, ma dovremo tirare le somme nei prossimi giorni e capire se è necessario intervenire in modo tempestivo a stretto giro. Davanti all'evidenza che l'attuale situazione non funzioni, siamo pronti ad affrontare i problemi. Insieme con tutti i soggetti della maggioranza, dobbiamo essere capaci di scegliere insieme nuove strade, come ci sta chiedendo tutta la comunità giuridica e la coscienza civile del Paese. Ma mi auguro che anche chi ha sempre bisogno di agitare le paure e di provocarle (ieri i migranti, oggi i detenuti), capisca che è in ballo una emergenza sanitaria che potrebbe deflagrare, con gravissime conseguenze per la salute delle persone detenute, per la salute e la sicurezza degli agenti di custodia e dei lavoratori degli istituti di pena, tutte cose che potrebbero provocare tensioni dalle conseguenze non calcolabili.
di Maurizio Tortorella
La Verità, 11 aprile 2020
Mancano i braccialetti elettronici, negati i domiciliari a un recluso. Lui ricorre alla Cedu. Dalle carceri arrivano nuovi guai per il governo, e in particolare per il guardasigilli Alfonso Bonafede. Grazie al ricorso di un detenuto vicentino, nei giorni scorsi la Corte europea dei diritti dell'uomo (la Cedu) ha chiesto al ministro della Giustizia di "fornire urgentemente informazioni e chiarimenti" sulle "misure preventive specifiche" adottate per proteggere "il richiedente e tutti gli altri detenuti dal pericolo di contagio di Covid-19".
Per la risposta, la Cedu ha concesso sette giorni al nostro governo: Bonafede, insomma, dovrà farlo tassativamente entro le io di martedì 14 aprile. E non potrà sottrarsi, perché il suo silenzio ammetterebbe che i diritti umani dei detenuti italiani subiscono una grave violazione. È questo il primo risultato ottenuto dagli avvocati Roberto Ghini di Modena e Pina Di Credico di Reggio Emilia. I due sono i difensori di B.M., un condannato per reati di droga che ha ancora 16 mesi da scontare e oggi è recluso a Vicenza. B. M. dovrebbe essere fra i 12.000 condannati per reati di non particolare gravità, e la cui pena residua è inferiore ai 18 mesi, che il decreto Cura Italia del 17marzo ha stabilito possano lasciare la prigione per andare agli arresti domiciliari.
La norma punta a ridurre il sovraffollamento nelle prigioni e soprattutto a evitare che il contagio vi si diffonda. Il terrore del coronavirus, ai primi di marzo, aveva già scatenato rivolte in una ventina di istituti. Secondo il ministero, i reclusi al 6 aprile erano 57.137: diecimila in più rispetto alla capienza regolamentare. Tra loro il Covid-19 ha finora fatto una vittima, a Bologna, e i contagiati sono almeno una quarantina. Sono morti anche due agenti di custodia: uno a Locri, in Calabria, l'altro a Opera, vicino a Milano.
Gli avvocati Ghini e Di Credico hanno deciso di rivolgersi alla Corte di Strasburgo quando il Tribunale di sorveglianza di Verona ha respinto la loro istanza per la detenzione domiciliare di B.M.: il giudice, sostengono i due legali, avrebbe addotto "ragioni relative alla personalità del detenuto", malgrado questo tipo di valutazione non sia richiesta dal decreto. B.M. ha quindi fatto opposizione al Tribunale di sorveglianza di Venezia, ma intanto i suoi legali si sono rivolti alla Cedu per chiedere una misura "urgente e provvisoria", ovverosia che a B.M. sia concesso di passare subito agli arresti a casa, anche senza il "braccialetto elettronico" previsto dal decreto Cura Italia.
Purtroppo i dispositivi per il controllo a distanza mancano ovunque, in Italia, malgrado lo Stato abbia scandalosamente speso per loro 20o milioni di euro negli ultimi 19 anni. È uno scandalo che oggi si aggrava, se è vero che Bonafede ha chiesto al Commissario straordinario Domenico Arcuri di trovare urgentemente altri braccialetti: ovviamente a pagamento. Se poi B. M. non potrà passare ai domiciliari, gli avvocati Ghiri e Di Credico hanno chiesto ai giudici di Strasburgo di ordinare che almeno venga posto "in condizioni di sicurezza", cioè in una cella singola con adeguate protezioni sanitarie.
A Vicenza oggi il detenuto divide 7-8 metri quadrati con un compagno, non è dotato di alcun presidio sanitario e anzi "è tenuto ad acquistare il disinfettante necessario per sanificare la sua cella". È evidente che l'istanza di B. M. a Strasburgo potrebbe aprire la strada a migliaia di ricorsi simili. La Cedu ha chiesto al governo italiano di indicare anche quale sia il tempo che occorre in media al Tribunale di sorveglianza di Venezia per decidere su reclami simili a quello presentato da B. M.
Ha chiesto anche se il magistrato che gli ha negato gli arresti domiciliari, nella sua decisione, abbia preso in considerazione "l'eccezionale crisi sanitaria in corso" in Italia. Si vedrà ora che cosa risponderà il ministro Bonafede, e che cosa poi deciderà la Corte di Strasburgo.
Ghini e Di Credico sostengono che il tema del rischio di un grave contagio in carcere non è mai stato affrontato prima dalla Corte di Strasburgo: "Si tratta di una questione che riguarda la tutela dei detenuti", sostengono i due avvocati "cioè soggetti tra i più fragili e vulnerabili, e affidati allo Stato: proprio per questo il governo deve disporre una tutela adeguata".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 aprile 2020
La seconda vittima era in attesa di giudizio. Anche a Santa Maria Capua Vetere è stata ufficializzata la positività di altri 3 reclusi. Aumentano in maniera esponenziale i numeri dei contagiati da Covid 19 in carcere. Nella giornata di ieri è giunta notizia che vi sarebbero circa trenta detenuti e circa venti appartenenti al Corpo di polizia penitenziaria risultati positivi al tampone. La notizia del focolaio è stata confermata da Gennarino De Fazio, il leader della Uilpa polizia penitenziaria, raggiunto da Il Dubbio.
di Raul Leoni
gnewsonline.it, 11 aprile 2020
Ricognizione degli enti disponibili all'accoglienza dei detenuti con poche risorse, ma in possesso dei requisiti per l'accesso alle misure deflattive previste dalle regole di contenimento del contagio da Covid-19: questo l'obiettivo che stanno attualmente perseguendo sul territorio nazionale gli Uffici interdistrettuali di esecuzione penale esterna. Il progetto, che tende a favorire il graduale reinserimento sociale dei soggetti interessati e a prevenire il rischio di recidiva, viene realizzato in sinergia tra la Direzione generale per l'esecuzione penale esterna e di messa alla prova del Dipartimento per la giustizia minorile e di comunità e la Direzione generale dei detenuti e del trattamento del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Redattore Sociale, 11 aprile 2020
L'Area penale esterna chiama a raccolta il terzo settore con un bando per individuare gli enti pubblici e privati pronti ad accogliere i ristretti. 450 mila euro i fondi stanziati che si aggiungono ai 5 milioni arrivati da Cassa Ammende.
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