di Nicola Gratteri e Antonio Nicaso
Corriere della Sera, 12 aprile 2020
La malavita organizzata approfitterebbe di ritardi nei tempi di intervento contro disagi sociali e difficoltà economiche. Caro direttore, non si riesce ancora a comprendere che problemi globali richiedono risposte altrettanto globali. Fare polemica in questo momento è inutile. Anzi è dannoso. Bisognerebbe trascendere la differenza reciproca o le diversità culturali e politiche per concentrarsi sulle cose da fare. Invece, si continua a ironizzare sulle "eccellenze" napoletane o a discutere sugli eurobond che potrebbero finire nelle mani delle mafie, come teme il quotidiano Die Welt.
Le mafie sono un fenomeno con cui bisogna fare i conti. Ma non possono diventare un alibi, quando si tratta di intervenire per fronteggiare una crisi che sembra rievocare quella della Grande Depressione, come osserva il Fondo Monetario Internazionale. Oltre 170 Paesi registreranno quasi sicuramente una riduzione del reddito pro-capite e i settori più colpiti dalla sospensione dell'attività economica e sociale imposta dagli sforzi per contenere il contagio saranno principalmente il commercio al dettaglio, il settore turistico-alberghiero, i trasporti, ma soprattutto la piccola e media impresa.
Le mafie si ritaglieranno spazi solo se si continuerà a discutere, ritardando i tempi di intervento nell'affrontare disagi sociali e difficoltà economiche. In questo momento, servirebbe una riflessione sulla necessità di trattenere nel presente qualcosa di significativo del passato. E il passato ci insegna molte cose, che forse è il caso di ricordare a chi ha la memoria corta o a chi non ha letto i libri di storia.
Dopo il terremoto del 1908, le leggi sulla ricostruzione di Reggio Calabria e Messina hanno finito per incattivire gli scontri "intorno alla distribuzione e all'uso del denaro pubblico" vivacizzati da una nuova presenza: quella degli 'ndranghetisti che avevano fatto i soldi negli Stati Uniti e che, approfittando dei ritardi e delle incertezze dei provvedimenti governativi, si erano messi a prestare soldi a usura.
Il desiderio di scalare la piramide sociale, in quell'occasione, ha infoltito i ranghi di una organizzazione che, come nel caso della mafia in Sicilia e della camorra in Campania, non si è sviluppata nel vuoto delle istituzioni, ma al loro interno, grazie a collusioni, corruzione e sperpero di denaro pubblico. Le stesse dinamiche che hanno consentito l'espansione delle mafie al Nord e che hanno riprodotto le stesse dinamiche affaristiche e speculative in occasione di altre calamità, come i terremoti in Campania, Abruzzo, Umbria ed Emilia Romagna. Non è possibile comprendere la forza delle mafie, al di fuori della loro capacità relazionale che da sempre costituisce l'ossatura del potere mafioso. Dalla fine degli anni Sessanta in poi le mafie hanno sempre dialogato e cercato accordi con tutti quei soggetti dai quali hanno potuto ricavare utilità, senza mai assumere posizioni subalterne.
C'è molta ipocrisia nell'atteggiamento di Paesi come la Germania o l'Olanda che temono il saccheggio delle risorse comunitarie da parte delle mafie ma non hanno mai fatto abbastanza per frenarne gli investimenti nei loro territori. Dalla caduta del muro di Berlino in poi, le mafie in molti Paesi d'Europa non sono state viste come minaccia, ma come opportunità.
Oggi, più che mai, i soldi del narcotraffico sono diventati ossigeno dell'economia legale. Come è successo al tempo della crisi del subprime in cui molte banche sono riuscite a far fronte ai problemi di liquidità finanziaria grazie ai soldi del narcotraffico, come ha denunciato coraggiosamente l'allora direttore dell'ufficio delle Nazioni Unite per la lotta contro droga e crimine, Antonio Costa.
Le mafie sono rapaci, opportunistiche. Seguono la logica del "path of least resistance", vanno dove trovano meno resistenza, dove è più facile delinquere, dove le leggi sono meno affliggenti. Cercheranno sicuramente di mettere le mani sulle risorse comunitarie, come faranno d'altronde i faccendieri e i criminali di mezza Europa. Ci sarà anche chi cercherà di "condizionare" gli elenchi dei cittadini bisognosi che i sindaci sono chiamati a compilare; cercheranno di sfruttare i ritardi della burocrazia che regola il settore bancario, ma anche quello della pubblica amministrazione.
Ecco quello che un Paese serio deve cercare di impedire, monitorando i passaggi di proprietà delle aziende, ma anche le acquisizioni sospette di quote azionarie, in un periodo in cui molti fanno fatica a quadrare i conti.
La vicenda Blue Call in Lombardia resta paradigmatica. In quell'occasione a un clan della 'ndrangheta è stato offerto il 30% delle azioni per recuperare dei crediti vantati da quella società che operava nel settore dei call center. È fondamentale, in questo momento, e vale la pena di ripeterlo, prevenire e limitare gli spazi di agibilità delle mafie, cercando di intuire quelle aree, ma anche quei settori che sono o che potrebbero essere più esposti alle infiltrazioni mafiose.
Bisogna fare attenzione, come suggeriscono il capo della Polizia, Franco Gabrielli, e il dirigente della Direzione centrale anticrimine, Messina, ai reati spia, come per esempio l'usura, che spesso consentono ai boss di mettere le mani su immobili e imprese. Come si legge in una nota inviata ai questori, "occorre [...] focalizzare adeguatamente l'attenzione degli organismi investigativi in ordine a ogni possibile evoluzione delle strategie criminali, anche internazionali, che andranno a svilupparsi nei prossimi mesi, atteso che l'economia potrebbe subire un notevole impatto strutturale derivante dall'attuale emergenza sanitaria".
Secondo i vertici della Direzione centrale anticrimine, "tale scenario potrà evidenziare ampi margini di inserimento per la criminalità organizzata nella fase di riavvio di molteplici attività economiche, tenuto conto della circostanza che la crisi attuale si configurerà come portatrice di un deficit di liquidità, di una rimodulazione del mercato del lavoro, del conseguente afflusso di ingenti finanziamenti sia nazionali che comunitari, tesi a sostenere cospicuamente l'attuale momento critico e la conseguente riapre se economica".
Insomma, per queste ragioni, il tempo delle parole è finito. È tempo di agire, fare sistema, mettendo assieme tutte quelle forze che hanno a cuore il benessere del Paese. Se continueremo a cedere il passo a quella lunga e pericolosa convivenza tra faccendieri e mafiosi, tra corrotti e corruttori, faremo fatica a riprenderci. Troppe persone, purtroppo, continuano a girarsi dall'altra parte avviluppati dall'indifferenza, la cui forza, come ricordava Cesare Pavese, "ha permesso alle pietre di durare immutate per milioni di anni". Oggi, più che mai, è tempo di fare.
di Errico Novi
Il Dubbio, 12 aprile 2020
Le perplessità delle toghe dem analoghe a quelle dell'Unione Camere penali, anche sulle comunicazioni fra difensori e reclusi. Si fa quasi fatica a credere che il documento diffuso ieri da Magistratura democratica provenga da una componente associativa delle toghe anziché dall'avvocatura.
Soprattutto quando ci si imbatte in un passaggio, solo in apparenza marginale, della nota intitolata "I rischi dell'udienza telematica", relativo a un aspetto sollevato finora solo dalle Camere penali: l'impossibilità di una serena comunicazione fra il difensore e l'assistito in stato di detenzione qualora si trovino collegati da due postazioni virtuali diverse: "Nel nostro ordinamento, le ipotesi di processo a distanza sono disciplinate come eccezioni, in ragione sia del diverso valore assunto dalle dichiarazioni rese da testi e imputati in un esame a distanza, sia del valore del contatto continuo con il difensore. La presenza fisica, dunque, è garanzia", ricorda l'esecutivo di Md, "non solo del diritto di difesa, ma anche del risultato epistemologico".
Un simile argomento è solo uno dei numerosi citati nell'invito a "rifuggire dalla tentazione di credere che tutte le facilitazioni permesse dalla crisi possano costituire un buon lascito per il futuro. Questo pensiero, infatti, potrebbe divenire il pretesto perché, terminata la fase critica, si introducano o stabilizzino deroghe a quelle norme che la nostra legislazione ha introdotto per tutelare e garantire al massimo i diritti e le libertà", è l'allarme sollevato da Magistratura democratica. Ora, il valore politico della nota è notevole, per molti motivi.
Primo fra tutti, evidentemente, perché si tratta di un manifesto a cui potrebbe tranquillamente aderire l'Unione Camere penali. In secondo luogo perché la componente guidata dal presidente Riccardo De Vito e dalla segretaria Mariarosaria Guglielmi fa parte di un gruppo più ampio, Area, che oggi è maggioritario nell'associazionismo giudiziario, e il cui segretario Eugenio Albamonte è intervenuto nei giorni scorsi proprio dalle colonne di questo giornale per introdurre quanto meno un invito alla non preclusione su quegli strumenti tecnologici che, a emergenza superata, potrebbero a suo giudizio essere comunque funzionali.
Le pur caute aperture di Albamonte sono state "contro-dedotte" sul Dubbio di ieri da Eriberto Rosso. Adesso è Md ad avanzare forti remore per l'uso improprio che altri potrebbero fare della giustizia virtuale. Si tratta di una dialettica preziosissima per l'avvocatura, non tanto perché nelle divisioni sia agevole infilarsi, ma perché un confronto fra magistrati su temi che interferiscono col diritto di difesa conferma come la giurisdizione non sia una trincea, e che proprio per questo può essere un terreno fruttuoso di idee per la politica.
L'esecutivo di Md ricorda la sospensione dei termini nel penale e nel civile, con contestuale rinvio di tutte le udienze tranne quelle "connesse allo stato di restrizione della libertà personale, nel processo penale, e alla vulnerabilità del destinatario della tutela, nel processo civile". Ed è per tali "attività non sospese" che si fa ricorso a collegamenti da remoto.
Pur consapevole di come tale sistema consenta di "non mandare in quarantena" la giustizia, e che "la formazione e comunicazione, anche nel penale, di atti e documenti - a condizioni di reciprocità con l'avvocatura - è certamente un dato positivo" da valorizzare, Magistratura democratica sostiene che, cessata l'emergenza coronavirus, "occorrerà tornare alla "normalità"". Non solo nel penale ma anche nel civile, dove "l'udienza da remoto e la trattazione scritta rischiano di vanificare i positivi risultati della trattazione effettiva dei processi in udienza, a partire da un tasso di definizione conciliativa molto elevato".
Ma è chiaro che le lesioni più gravi potrebbero configurarsi nel penale, scrivono le toghe di Md, in particolare "nelle udienze di convalida dell'arresto e del fermo". In quelle circostanze, "in cui si deve valutare la legittimità dell'operato della Pg", è necessario che "l'arrestato sia a contatto fisico con il giudice chiamato a decidere, in una posizione anche soggettiva di non condizionamento, che gli consenta un esercizio pieno del diritto di difesa; una posizione, questa, oggettivamente non garantita", ricorda la nota di Md, "dalla condizione di stretto contatto con chi ha effettuato l'arresto o il fermo".
Splendido esempio di illustrazione del diritto penale vivente. Che riecheggia pure nel passaggio in cui si esprime "perplessità" per "tutte le ipotesi che decontestualizzano la decisione, ipotizzando camere di consiglio delocalizzate, con gravi dubbi su riservatezza, ponderazione e valore delle decisioni assunte in tali modi". È presto, visto il lento evolversi del quadro epidemiologico, immaginare cosa accadrà. Ma è certo che l'avvocatura troverà nella magistratura interlocutori preziosi per preservare ancora la tutela dei diritti.
orvietonews.it, 12 aprile 2020
Il Garante regionale delle persone sottoposte a misure restrittive o limitative della libertà personale, Stefano Anastasìa, conferma la sua attenzione e vigilanza alla situazione negli istituti penitenziari umbri. Pur potendo continuare ad accedere in carcere, per garantire un più costante contatto con i detenuti dei quattro Istituti di pena e non appesantire ulteriormente il faticoso lavoro del personale penitenziario in servizio, da questa settimana, interloquendo direttamente con 9 detenuti di Spoleto, il Garante ha iniziato ad assicurare colloqui in videoconferenza con i detenuti che lo richiedano.
Ad oggi non risultano nelle carceri umbre casi di detenuti positivi al virus e sono messe in atto le misure essenziali per la prevenzione della diffusione del virus. In particolare, in tutti gli istituti penitenziari sono stati attivati e sono regolarmente funzionanti gli spazi di pre-triage per i detenuti nuovi giunti. Sono stati individuati spazi di isolamento precauzionale e per l'isolamento sanitario di eventuali casi sospetti o pazienti positivi, per un totale di circa 40 stanze dedicate nei quattro Istituti. Tutti gli operatori penitenziari e sanitari a diretto contatto con i detenuti indossano i dispositivi di protezione individuale.
Inoltre, la Direzione Salute e Welfare della Regione ha dato disposizioni di sottoporre a tampone tutti i nuovi giunti, i detenuti presenti in Istituto, il personale sanitario e il personale penitenziario. Il percorso sarà portato a completamento nei prossimi giorni, compatibilmente con la disponibilità dei tamponi e dei reattivi necessari ad eseguire il test. La rilevazione riguarderà circa 840 Agenti di Polizia penitenziaria e 1500 detenuti, oltre al personale sanitario.
Infine, è stato predisposto un modello operativo di prevenzione del contagio basato sull'individuazione di alcuni "Referenti per la sicurezza Covid" all'interno di ogni struttura penitenziaria a cui verrà erogata una formazione specifica in videoconferenza. I Referenti avranno la funzione di trasmette al personale penitenziario i comportamenti necessari per la prevenzione del contagio e di svolgere sistematica attività di sorveglianza sulla loro applicazione.
Quanto alle misure di comunicazione con i familiari, dovute a seguito della sospensione dei colloqui presso gli Istituti, le persone detenute usufruiscono fino ad un massimo di tre ulteriori telefonate aggiuntive mensili rispetto a quelle ordinariamente concesse. Inoltre, presso gli istituti penitenziari umbri risultano attivate nr. 35 postazioni di videochiamata (nr. 13 fisse e nr. 22 mobili) utilizzabili per otto ore al giorno o, in alcuni casi, fino al termine dell'esigenza.
Purtroppo finora di questa opportunità non è stata utilizzata per i colloqui con i docenti dei detenuti iscritti alle scuole o all'università, così come previsto dalla circolare ministeriale del 12 marzo scorso, ma il Garante auspica che ciò possa avvenire in tempi brevi, in modo prioritario per quei detenuti che hanno in programma di sostenere l'esame di maturità e che rischierebbero di perdere un anno di studio e di percorso.
Infine, considerata la necessità di contenere i numeri della popolazione detenuta ai fini di prevenire la diffusione del virus in carcere, nonché di garantire la migliore assistenza possibile a quanti dovessero esserne contagiati, in base ai dati pervenuti all'Ufficio del Garante, sono state presentate nr. 201 istanze di esecuzione di pena al domicilio ai sensi dell'art. 123, DL 18/2020 (cd. "Cura Italia"), nonché nr. 15 istanze di alternative relative a persone detenute con vulnerabilità sanitarie sensibili alla diffusione del virus (over 65, immunodepressi, affetti da patologie croniche respiratorie o cardiologiche) e 29 istanze di ulteriori alternative al carcere.
I primi dati, disomogenei per data di rilevamento, dicono che sono state concesse 5 esecuzioni di pena al domicilio e altre 5 sono subordinate alla fornitura del braccialetto elettronico prevista dalla legge, 17 sono i detenuti che hanno avuto l'attenuazione della misura cautelare in arresti domiciliari e 2 quelli che hanno avuto accesso alla semilibertà con licenza sino al 30 giugno (ex art. 124 del D.L. 18/2020). "Ancora troppo pochi - rileva il Garante - nonostante gli sforzi profusi dalle direzioni e dagli operatori penitenziari e sanitari. Speriamo che la magistratura competente riesca a sopperire con gli strumenti ordinari alla limitatezza dei provvedimenti governativi in materia".
Corriere di Verona, 12 aprile 2020
Il virus Sars-Cov-2 è entrato anche nel carcere di Montorio: 27 detenuti positivi, 17 agenti della polizia penitenziaria. "Ci sono, però, rassicurazioni sulle condizioni di salute di tutte le persone coinvolte". La voce girava da quasi una settimana, ieri, con i risultati dei tamponi, è diventata ufficiale: il virus Sars-Cov-2 è entrato anche nel carcere di Montorio.
Non è il primo caso in Italia, ma è certamente, dati alla mano, uno dei contagi più estesi: 27 detenuti positivi, 17 agenti della polizia penitenziaria. Solo qualche giorno fa i dati parlavano di 58 detenuti (il caso di Verona non era conteggiato) in tutta Italia, di cui 23 al carcere Le Molinette di Torino. I dubbi sulla possibilità che ci fossero casi di Covid 19 risalgono alla settimana scorsa: l'Usl Scaligera ha provveduto a effettuare una campagna di tamponi. Il problema era stato preso subito sul serio, tant'è che sabato 4 aprile, l'esercito aveva provveduto a sanificare gli ambienti della casa circondariale.
Nonostante i numeri, in pochissimi avrebbero manifestato sintomi, nessuno tra i detenuti: è questa la ragione per cui, inizialmente, nessuno si è accorto del contagio. La direzione del carcere ha provveduto a isolare tutte le persone positive (si trovano tutti nella sezione maschile), in modo da evitare ulteriori casi. La situazione era stata in un primo momento denunciata dal sindacato SPP. Il segretario generale, Aldo Di Giacomo, aveva parlato di "situazione grave, che mette in serio pericolo la salute di operatori e detenuti".
Ieri sono arrivate anche le reazioni dalla politica. Particolarmente dura quella del senatore del Partito democratico, Vincenzo D'Arienzo: "Ho saputo - afferma - che ancora dieci giorni fa i sindacati avevano rappresentato i fatti e, sinceramente, non è accettabile che ancora oggi non si sia vista l'ombra di nessuno. Le scelte prese finora, in particolare quella di riservare un'area dell'istituto per i detenuti malati, è stata buona cosa, ma il rischio che non sia sufficiente è nelle cose, visti i numeri così elevati.
È inimmaginabile che gli operatori penitenziari possano prestare servizio solo con mascherine e guanti nelle aree in cui è stato circoscritto la presenza del virus. Alla pari dei medici e infermieri dei reparti ospedalieri Covid, anche i poliziotti essere forniti di occhiali e camici adeguati". Sul tema è intervenuta anche Francesca Businarolo, deputata del Movimento 5 Stelle: "Ho chiesto informazioni al ministero della Giustizia e al dipartimento di amministrazione penitenziaria - fa sapere - mi hanno detto che la situazione è monitorata e che verranno svolti a breve altri tamponi.
I numeri non sono da sottovalutare in una struttura come una casa circondariale. Ci sono, però, rassicurazioni sulle condizioni di salute di tutte le persone coinvolte. Ora è fondamentale garantire a tutti il diritto alla salute e far sì che gli agenti siano messi in condizione di lavorare in assoluta sicurezza. Anche davanti a questa emergenza, lo Stato ha l'obbligo di garantire le cure e assicurarsi che la funzione rieducativa della pena prosegua senza rischi per nessuno". Come in tutte le carceri italiani, da inizio marzo sono vietate ogni tipo di visite, proprio per ridurre i rischi. Il divieto aveva provocato, inizialmente, rivolte in alcune case circondariali.
di Gianluca Rotondi
Corriere di Bologna, 12 aprile 2020
Intervista a Antonietta Fiorillo, presidente del Tribunale di Sorveglianza: "I domiciliari in deroga del Cura Italia sono poco applicabili, chi è dentro con pene brevi non ha domicilio né risorse". "È mancato finora un vero piano sanitario contro il virus". Non c'è stato un piano sanitario per il virus in carcere, lo dice la presidente della Sorveglianza Fiorillo, che chiede alla Regione un hub per detenuti contagiati.
"Alla Dozza serve un piano sanitario per fronteggiare eventuali contagi massicci. Pensare di risolvere la situazione solo con le misure alternative o con la detenzione domiciliare in deroga del Cura Italia, che peraltro è poco applicabile, è illusorio oltre che pericoloso". Antonietta Fiorillo, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Bologna e magistrato di lunga esperienza, chiede uno scatto in avanti per il pianeta carcere. La Dozza, ancora alle prese con i danni provocati dalla rivolta di marzo, ha contato il primo detenuto morto per Covid-19, mentre aumentano i contagi tra reclusi, agenti e sanitari. Ora sono finalmente arrivate le mascherine per i detenuti ma la tensione resta alta.
Presidente, qual è la situazione della Dozza?
"Abbiamo due donne ricoverate e il reparto femminile in isolamento precauzionale. Ci sono 800 detenuti e la rivolta ha creato problemi che si stanno cercando di risolvere. Dopo il decesso del detenuto si è accelerato sui tamponi ma certo non si fanno a tappeto mentre credo siano fondamentali, insieme ai test sierologi, per isolare i positivi e ridurre la possibilità di contagio che in una struttura come il carcere si può diffondere velocemente".
La risposta all'emergenza è stata demandata alla cosiddetta detenzione domiciliare in deroga e al maggiore utilizzo di misure alternative...
"Nell'intero distretto dai primi di marzo, sulle varie misure, anche quelle disposte dal Tribunale, sono stati liberati 500 detenuti. Le misure del Tribunale si affiancano al Cura Italia, stiamo privilegiando l'attività monocratica perché più agile: abbiamo accelerato sulle misure provvisorie anche perché quelle in deroga hanno presupposti di applicazione limitati. Su 123 domande arrivate giovedì solo una trentina rispettavano i requisiti, le altre non avevano speranze: tanti non avevano il domicilio e altri nemmeno i parametri della pena".
Mancano anche i braccialetti elettronici...
"Mai visti, ma il limite è un altro. Nove detenuti su dieci con pene brevi sono dentro perché non hanno domicilio e non troviamo accoglienza con i servizi. La scarsa applicabilità è dovuta anche a questo: chi è che va in carcere con un anno da fare? Chi non ha risorse. Non se n'è tenuto conto. Ci stiamo sforzando di applicarla al meglio, la verità però è un'altra".
Quale?
"Non è con il Cura Italia che si risolve un'emergenza simile. Parliamo sempre di misure alternative ma anche se potessimo applicarle al massimo non potremmo liberare il carcere. Serve un vero piano sanitario per l'emergenza".
Che non c'è stato o non è stato adeguato?
"Le indicazioni dell'Ausl sono state di predisporre posti per l'isolamento sanitario ma questo va bene con pochi contagi, se il virus si diffondesse in maniera seria, cosa che nessuno si augura, come facciamo? La salute va tutelata, non è interesse solo dei detenuti ma anche degli agenti e dei medici che, loro malgrado, hanno portato la positività alla Dozza".
Perché non si è approntato un piano per tempo?
"Ho l'impressione, non solo riferita all'Ausl, che in questo momento così difficile il carcere sia tornato all'angolo, rimosso. Ma il carcere è città. Che le cose funzionino è interesse della collettività. Ora serve altro".
Cosa?
"Con il Provveditore abbiamo proposto all'assessorato alla Sanità di trovare una struttura, un albergo o un'ex caserma, e usarla per il periodo dell'emergenza per l'isolamento sanitario. Un modo per alleggerire la pressione dentro. Le Ausl devono erogare le prestazioni che ci sono fuori, la salute è un diritto. Dobbiamo pensare a fare uscire i detenuti ma soprattutto a curare chi è lì".
Il procuratore generale della Cassazione ha chiesto di arginare la richiesta di misure cautelari. Che ne pensa?
"La posizione è molto chiara e mi trova d'accordo. Ora sta alla riflessione dei pm".
Se il virus si diffonde come si fa?
L'Ausl deve erogare le stesse prestazioni di fuori, ma temo che il carcere sia stato rimosso.
di Andrea de Bertolini*
Corriere del Trentino, 12 aprile 2020
Distanziamento sociale come nuova parola d'ordine. L'arma, dalla comunità scientifica mondiale, considerata più efficace per contrastare e sconfiggere Covid-19. Una pandemia che senza distinzioni di censo o di gerarchie, infettando il mondo umano globalizzato, sta ferendo profondamente anche il nostro Paese lasciando morte, dolore e una probabile crisi economica i cui effetti drammatici condizioneranno l'intera società civile.
Un nuovo mantra, impostoci, divenuto per ciascuno di noi paradigma sul quale misurare ogni momento del nostro agire. E ciò per la tutela dei due beni più preziosi. La vita e la salute del singolo; quindi la vita e la salute della società. In questo incedere emergenziale nessuno è diverso. Ogni individuo è uguale agli altri. Né i valori della vita e della salute, comprensibilmente, possono esser intesi in modo differenziato, a seconda del fatto che ci si riferisca ad una o ad altra parte della popolazione. Lo ricorda - per chi, nell'emergenza, lo avesse dimenticato - la Costituzione repubblicana all'articolo 3: siamo tutti uguali.
Ma, soprattutto, lo ricorda un'etica condivisa. Dalla quale discende quel fondamentale principio di solidarietà per cui, in specie in momenti drammatici per la collettività, tutti dovrebbero - nessuno escluso - esser messi nella condizione di proteggersi; anche dalla paura. Né, peraltro, potrà alcuno dubitare del fatto che i detenuti siano parte della nostra società. Qualcuno potrà indignarsi, scandalizzarsi per questa affermazione, ma così è. Ogni convinzione diversa sarebbe un peccato di arrogante superbia. Intesa nel suo esatto significato come "radicata convinzione della propria superiorità (reale o presunta) che si traduce in atteggiamenti di orgoglioso distacco o anche di ostentato disprezzo verso gli altri".
Dunque, fra le molte questioni che quest'emergenza ha posto ve n'è una che non può più esser ignorata. Il quesito è drammaticamente semplice. Come può conciliarsi il sovraffollamento cronicizzato delle prigioni italiane con il nuovo mantra del distanziamento sociale? Un quesito sentito da molti: dal Presidente della Repubblica, da larga parte della Magistratura, da insigni giuristi, dall'Accademia, dal terzo settore, dalla parte sana della società civile. Un quesito posto con fermezza e rigore, ancora una volta, dall'Avvocatura italiana.
Un quesito che ha una sola risposta, esiziale. Il sovraffollamento delle carceri, per definizione logica, nega il distanziamento sociale. Un dato, in queste dolorose settimane, sconcerta e lascia indignati. Mentre la società impaurita dei "liberi" si distanzia ricorrendo anche all'esercito per il rispetto delle nuove prescrizioni, in carcere si continua a vivere uno sull'altro, in condizioni igienico sanitarie spesso precarie e, nonostante quanto dichiarato dal ministro, sostanzialmente senza presidi di protezione.
Quell'immanente condizione di sovraffollamento (autentica vergogna nazionale censurata dalla Corte Europea già nel 2013) che priva della dignità e umilia in modo sistemico il principio costituzionale di rieducazione della pena, oggi rende le carceri dei luoghi in cui Covid-19 può, in una ferale logica ossimorica, propalarsi senza limiti, oltre le celle, passando fra le mura, in modo "libero". Al 31 marzo, secondo i dati offerti dal Garante Nazionale, i detenuti italiani erano 57.590. A fronte di una capienza teorica di 51.416 posti e di un'effettiva non superiore a 48.000. Per semplificare: un sovraffollamento di circa 10.000 detenuti.
Le misure adottate, ancora una volta, sono macroscopicamente insufficienti. Rispetto a un mese fa, dal varo della misura "tampone", pare solo 1.361 abbiano fruito delle detenzioni domiciliari. Mentre 405 sarebbero le licenze a persone in semilibertà. Cui si aggiunge l'ulteriore meritorio sforzo di alcuni magistrati di sorveglianza che hanno applicato in modo più deciso misure alternative già previste. Il Garante nazionale dichiara: "Non si può tacere la preoccupazione per il più lento ritmo di adozione di provvedimenti conseguenti agli articoli 123 e 124 del recente decreto n. 18"
In parallelo, con sempre maggior evidenza, pare esser calata una sorta di inaccettabile censura governativa che impedisce di disporre di informazioni reali su ciò che accade all'interno di quei luoghi di oblio. In un momento in cui l'isolamento, per la sospensione dei colloqui con i familiari e la riduzione al minimo dei contatti con i Difensori, si è acuito a dismisura.
Due giorni fa il ministro ha comunicato: a livello nazionale 58 detenuti positivi, 11 ricoveri. Un decesso. Ma notizie dell'ultima ora direbbero ulteriori 30 casi solo a Verona e probabilmente due nuovi morti. I dati paiono francamente non credibili (irreali) se confrontati con il numero totale della popolazione carceraria, con le condizioni igienico sanitarie di molti istituti, con l'età avanzata di parte significativa della popolazione carceraria e con le informazioni ufficiose che vorrebbero, solo nella Casa Circondariale di Spini di Gardolo esservi stati già 6 casi.
La legittima sensazione è che per le istituzioni, per il governo, per il ministro ancora una volta, i detenuti non siano una priorità, non valgano quanto le persone "libere" e si accetti il rischio della propalazione della pandemia all'interno delle carceri. Con una scelta irresponsabile che, nel violare i diritti inviolabili dell'uomo, mette a rischio non solo detenuti ma anche donne e uomini della polizia penitenziaria che in quei luoghi lavorano quotidianamente e che pare, a ieri, vedessero nelle loro fila già oltre 200 casi di positività.
Qui non si tratta di amnistie o indulti mascherati, non si tratta di legittimare impunità. Né, tutto ciò può esser usato (ancora) in modo cinico e strumentale per manifesti di propaganda su "certezza della pena" o sul "costruire nuove prigioni", nuovi contenitori di dolente umanità. Si tratta di tutelare vita e salute. Riconoscere l'esser tutti uguali di fronte a Covid-19 e allo specchio delle nostre coscienze. Riconoscere come un'astratta, autoritaria, esigenze di difesa sociale non possa e non debba, in modo mortifero, prevalere su vita e salute del singolo.
La responsabilità politica di questa potenziale bomba epidemiologica che non si vuole disinnescare è grave. È indispensabile, prima che sia troppo tardi, riferire della reale situazione e, con coraggio, senso di responsabilità e rispetto per la vita di chiunque, cambiare rotta per metter in sicurezza le carceri italiane riducendo drasticamente il numero dei detenuti dando così sostanza al distanziamento sociale.
Infine, è necessario, terminata quest'emergenza, giungano le dimissioni di un ministro non solo dimostratosi inadeguato ma anche appiattito, con un silenzio irricevibile, alle esternazioni di chi, ai tempi di Covid-19, come Nicola Gratteri, sostiene tesi eufemisticamente prive di senso come quella del "Mi pare si possa dire che oggi San Vittore o il carcere di Opera a Milano sono più sicuri di piazza Duomo".
*Già presidente dell'Ordine avvocati del Trentino
di Luana de Francisco
Messaggero Veneto, 12 aprile 2020
Avevano protestato alla notizia dell'arrivo di un gruppo di detenuti dalla casa circondariale di Bologna - quella dove si trovava il 76enne siciliano con coronavirus morto il 2 aprile dopo un ricovero di una settimana in ospedale - e ieri quel timore ha trovato riscontro nell'esito del tampone: cinque delle sette persone trasferite al carcere di massima sicurezza di Tolmezzo a fine marzo, per quanto asintomatiche, sono risultate positive al Covid-19.
"Li avevamo messi in isolamento precauzionale per quattordici giorni e nessuno di loro presentava segni tali da destare preoccupazione, tanto più essendo risultati negativi al tampone alla partenza da Bologna - riferisce il direttore del penitenziario, Irene Iannucci. Questa mattina (ieri, ndr), però, l'Azienda sanitaria ci ha comunicato la positività per cinque di loro. Dal loro arrivo, si trovano in una sezione creata ad hoc per l'isolamento sanitario". Difficile sbilanciarsi sul resto, ovviamente. "Al momento, non abbiamo notizie di altri casi, neppure tra gli agenti della Polizia penitenziaria - aggiunge Iannucci. Ma a brevissimo sottoporremo ad accertamento tutte le persone che sono state a più stretto contatto con loro".
Il tampone sul personale sarà eseguito il giorno di Pasquetta. "In maniera coscienziosa e professionale, la direzione tolmezzina ha agito nella massima trasparenza, informando dei contagiati sia i detenuti sia gli operatori - il commento di Massimo Russo, delegato nazionale del Sindacato autonomo Polizia penitenziaria.
E questo, contrariamente a quanto avvenuto a Udinese (dove il 26 marzo era stato ricoverato il medico incaricato e c'è un contagiato anche tra gli agenti, ndr), dove hanno tenuto il massimo riserbo permettendo l'eventuale diffondersi del virus e mettendo a rischio la salute del personale e degli stessi detenuti". Perplessità, intanto, è stata manifestata anche dalla Cgil Fp.
"Non si capisce perché l'amministrazione penitenziaria abbia deciso di spostare quei detenuti - dice il segretario provinciale Andrea Traunero. Ora ci auguriamo vengano messi a disposizione del personale i dispositivi più adeguati e non i guanti e le mascherine abitualmente adoperati in servizio".
Gazzetta del Mezzogiorno, 12 aprile 2020
L'agente è impiegato in servizi esterni all'istituto, ma il segretario generale del sindacato chiede tamponi per tutti. C'è un primo poliziotto penitenziario con Covid-19 nel carcere di Foggia. Ne dà notizia in una nota il sindacato di polizia penitenziaria S.PP., con le parole del segretario generale Aldo Di Giacomo: "Il collega ha superato la fase critica ed ora è in perfetta salute, ma deve aspettare un ulteriore periodo di quarantena e due tamponi negativi prima di poter rientrare a lavoro. Mi sono accertato personalmente delle sue condizioni.
Lavora nel carcere di Foggia, è impiegato in servizi esterni al carcere, pertanto non può aver infettato i detenuti, ma occorre la massima attenzione facendo valere il principio della massima prudenza e dunque facendo i tamponi a tutti i poliziotti penitenziari ed ai detenuti. Particolarmente importante è far sì che il virus non arrivi dentro il carcere per evitare la propagazione dello stesso tra i reclusi. Non meno importante è evitare che i colleghi infettino le proprie famiglie causando vere e proprie pandemie familiari".
nove.firenze.it, 12 aprile 2020
L'allarme lo lancia la Segreteria Regionale della Uil Pubblica Amministrazione. Appello dei volontari: "Mandate a casa tutti quelli con residuo pena inferiore a tre anni, in modo da salvare la vita agli altri"
La possibilità del contagio potrebbe diventare un problema davvero difficile nel carcere di Sollicciano il più grande della regione. "Abbiamo chiesto una serie di dati all'amministrazione penitenziaria regionale nonché un confronto costante e continuo sul problema... ebbene ad oggi solo silenzio - interviene il Segretario Generale Regionale della Uil-Pa Polizia Penitenziaria Eleuterio Grieco - Siamo davvero preoccupati della salute di tutti poiché si continua a sottovalutare il problema del contagio all'interno e registriamo una diffusa leggerezza. Proprio oggi sembrerebbe che vi sia un caso positivo dentro Sollicciano, se verrà confermata la notizia davvero qualcuno dovrà trarne le conseguenze - aggiunge Grieco.
Nonostante l'emergenza in atto manca davvero una prospettica, scarseggiano Kit, gel antisettico, guanti sterili, sapone, una seri di strumenti previsti dall'osservatorio sulla sanità penitenziaria della regione, i familiari dei ristretti continuano a portare pacchi in carcere nonostante il divieto alla mobilità, nessuna azione si è fatta sulla salubrità delle caserme e delle mense.
Lo screening va a rilento solo pochi test al giorno insomma crediamo che davvero si stia sottovalutando un virus che ha fatto più di 18.000 morti - precisa Grieco - il personale è a forte rischio di contaminazione specialmente quello che è costretto a permanere nel pronto soccorso degli ospedali per la gestione dei pazienti/detenuti e l'amministrazione in tal senso sembra non comprendere appieno il pericolo di rischio che è elevatissimo e che gli stessi devono essere dotati dei DPI previsti come il personale DEA - conclude Grieco - chiediamo misure in materia di contenimento e gestione dell'emergenza epidemiologica da covid-19 all'interno delle carceri poiché quelle messe in campo non sono sufficienti, chiediamo all'ASL che effettui solerti test per tutti entro una settimana e la predisposizione urgente di un reparto attrezzato per ricoveri di pazienti detenuti a Firenze; In tal senso facciamo appello anche al Sig. Prefetto di Firenze".
"Ciò che sicuramente, non solo non è ragionevole, ma ha contribuito al pericolo di una diffusione colposa del virus nelle celle, è il fatto che tutto il personale, fin dal primo momento e fino a poco fa, è entrato in carcere ogni giorno ed in contatto coi detenuti senza alcuna protezione -scrivono Salvatore Tassinari, Beppe Battaglia del gruppo carcere Ass. Il muretto e Alessandro Santoro, il prete delle Piagge- Il ministro di giustizia e il capo del Dap, così solerti a vietare l'ingresso in carcere ai volontari e soprattutto ai familiari, sono responsabili di questi ritardi, che hanno messo il personale penitenziario nelle condizioni di poter far da vettore della diffusione del virus all'interno degli istituti.
Ma c'è di più e dell'altro in materia d'irresponsabilità da parte del ministro e del capo del DAP. Fin dal momento dell'entrata in vigore del primo dpcm, è stato imposto a tutto il corpo sociale il distanziamento fra una persona e l'altra di un metro. Questo dispositivo, insieme a quello di non uscire di casa, è stato ed è perseguito utilizzando i corpi di polizia, l'esercito e persino i droni declinando la trasgressione come reato. In carcere questi dispositivi sono validi, o siamo nel territorio di nessuno? Come si fa a garantire un metro di distanza in celle super affollate? L'accatastamento dei corpi in tempi di pandemia da coronavirus è un reato, di cui sono responsabili ministro della giustizia e capo del DAP.
Chi ci fa sicuri che non siano molti di più di quanto è stato detto i detenuti infettati e pure i poliziotti penitenziari? o qualcuno vuole farci credere che nelle città di Bergamo o di Brescia il carcere è un'isola felice? Si deve ricordare che stiamo parlando più di centomila persone che affollano le carceri italiane, tra personale di custodia, personale amministrativo e sanitario, oltre ai più di sessantamila detenuti. Il destino di queste persone è tutto da ricondurre alla responsabilità del ministro di giustizia, che ha il dovere civile, morale e giuridico di tutelare la salute e di impedire la propagazione dell'epidemia; propagazione che, vogliamo ricordarlo, costituisce un reato quando non siano state prese misure adeguate per arginarlo.
Nella nostra qualità di cittadini volontari vogliamo unirci a quanti si sono già espressi, come, ad esempio, i garanti dei diritti dei detenuti di tutti i comuni e di tutte le regioni, che hanno chiesto misure urgenti, al fine di evitare catastrofi come quella di una pandemia nelle carceri del nostro paese. Deflazionare il carcere, ridurre di almeno un terzo la popolazione detenuta qui ed ora!
A situazioni estreme, estremi rimedi: un indulto che mandi a casa tutti quelli con residuo pena inferiore a tre anni, in modo da consentire a quelli che restano il metro di distanza che può salvar loro la vita".
di Benedetta Parretta
thedailycases.com, 12 aprile 2020
Il garante dei diritti dei detenuti, Avv. Francesco Ferraro, ha inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, in accordo con le famiglie di chi sta scontando una pena nel carcere calabrese che da tempo è in sovraffollamento. A Crotone in questo momento c'è confusione e allarmismo nelle famiglie dei detenuti che da venerdì avevano cominciato lo sciopero della fame per il rischio di contagio Covid-19, oggi sospeso per l'arrivo di mascherine.
Mancano infatti nel carcere crotonese le misure di sicurezza e le regole di distanziamento nelle celle, che non si possono applicare per il sovraffollamento esistente da tempo. Insieme al garante dei diritti dei detenuti, Avv. Francesco Ferraro, le mogli dei detenuti, hanno inviato una lettera al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
La missiva spiega che in una cella al posto di 5 persone ne vivono 9, i detenuti sono in totale 146 nell'Istituto di Pena e in realtà dovrebbero essere 90. Insieme alle limitazioni dei pacchi e al blocco delle visite dei familiari, si aggiunge il disagio di una comunicazione su skype, inadeguata e troppo breve, che non dà la possibilità di parlare con i propri cari oltre le sbarre.
I detenuti che svolgono un lavoro all'interno del carcere devono continuare a prestare servizio anche nei casi in cui un altro detenuto risulta positivo al Covid-19, nessuna misura di sicurezza tra chi è positivo e chi no. Le famiglie sono preoccupate e stanno provando a chiedere il carcere domiciliare per questo periodo, per chi non ha pene superiori ai due anni.
"Il carcere ce lo siamo meritati. Ma meritiamo una pena non una tortura" Così si esprimono alcuni detenuti ormai sull'orlo della disperazione. E il fatto che proprio ieri gli stessi detenuti siano stati forniti di mascherine anti-contagio, non risolve il fatto che siano ammassati l'uno sull'altro.
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