di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 10 aprile 2020
Presentata lunedì scorso una richiesta urgente per un recluso di Vicenza. Per la prima volta il governo italiano dovrà rendere conto alla Corte europea di Strasburgo di come sta gestendo l'emergenza Covid 19 nelle carceri italiane.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 10 aprile 2020
La delibera con cui il Cnf chiede misure idonee ad alleggerire il sovraffollamento degli istituti di pena. L'avvocatura si impegna anche a tutelare le donne minacciate. "La convivenza forzata rischia di aggravare la violenza di genere". "L'avvocatura, anche in considerazione del ruolo sociale che assolve incondizionatamente, è impegnata in prima linea nella difesa di soggetti vulnerabili e dei loro diritti spesso discriminati".
di Valeria Pini
La Repubblica, 10 aprile 2020
La lettera di Cittadinanzattiva al ministro della Giustizia: "Proteggere da Covid-19 tutti i detenuti, primi fra tutti i minori". Tutelare la salute di mamme e bambini in carcere. Una priorità che riguarda tutti i detenuti con l'emergenza Covid-19.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 10 aprile 2020
Può essere una slavina che precipita sulla testa del governo italiano, che ha le carceri sovraffollate e il pericolo che l'epidemia dilaghi tra le sbarre. Gli ultimi dati dicono di 42 detenuti contagiati, di cui 9 ricoverati, gli altri in isolamento nei penitenziari, e ben 166 agenti di Polizia penitenziaria positivi al tampone. "La situazione è esplosiva", avverte il deputato Riccardo Magi, dei Radicali. Sono molto preoccupati anche gli avvocati: il Consiglio nazionale forense ha scritto al governo che "le misure adottate, tra le quali la concessione della misura alternativa della detenzione domiciliare, sono del tutto inidonee".
Ansa, 10 aprile 2020
Necessario liberare 10 mila persone per distanziamento sociale. "Qualora sia vero, come sembra, che non ci saranno modifiche rilevanti agli articoli 123 e 124 del decreto Cura Italia, per quanto riguarda le carceri, si sarà commesso un errore gravissimo, sulla pelle di operatori penitenziari, poliziotti, detenuti".
Lo dichiara Patrizio Gonnella, presidente dell'Associazione Antigone che si batte per i diritti in carcere, che rivolge un appello al Governo: "evitiamo che le carceri diventino le nuove Rsa". "In questa fase grave per il paese - sottolinea Gonnella - ci si affida giustamente in tutti gli ambiti ad esperti italiani ed internazionali per affrontare l'emergenza. Questo per ora non sta avvenendo per le carceri, dove al ministero della Giustizia non ci si affida alle indicazioni provenienti da Onu, Consiglio d'Europa, Garante nazionale delle persone private della libertà e garanti territoriali, professori di diritto e procedura penale, alti magistrati a partire dal Procuratore generale presso la corte di Cassazione, avvocati, magistrati di sorveglianza, funzionari penitenziari, ma anche autorità morali come papa Francesco".
"Tutti hanno chiesto e chiedono misure urgenti e straordinarie per ridurre drasticamente il sovraffollamento. Misure - aggiunge - che creino spazio fisico, misure utili ad assicurare il distanziamento sociale". Secondo Gonnella "c'è bisogno di liberare 10 mila persone almeno, anche perché sempre più sono gli operatori e i poliziotti costretti a stare a casa in quanto risultati positivi. Se c'è tempo si rimedi e si prendano provvedimenti incisivi".
"Ci appelliamo a chiunque abbia a cuore la salute delle persone e la solidarietà - dice il presidente di Antigone - affinché non si dia ascolto a chi dice (sono pochi ma influenti) che in carcere si sta più sicuri e al riparo dal virus. Non è vero. Il carcere non è, al pari di tutte le strutture affollate, il luogo dove affrontare la pandemia".
Dunque, conclude Gonnella "si liberino tutti coloro che sono a fine pena, a prescindere dalla disponibilità dei braccialetti elettronici. Si liberino tutti gli anziani e i malati oncologici, immunodepressi, diabetici, cardiopatici prima che contraggano dentro il virus che potrebbe essere letale. Si dia ascolto al Pontefice e non a persone che non hanno mai vissuto l'esperienza carceraria e non sanno cosa significhi respirare l'ansia e la tensione in quel contesto".
di Angela Stella
Il Riformista, 10 aprile 2020
Intervista all'ex direttore del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria che avverte sul rischio pandemia. "Bonafede? Ha bocciato la riforma aggravando l'attuale drammatica emergenza".
Prima di Francesco Basentini, a presiedere il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, c'era il magistrato Santi Consolo che non ha mai smesso di occuparsi e preoccuparsi del mondo penitenziario, "dei detenenti e dei detenuti", come piaceva dire a Marco Pannella.
"Il carcere, essendo chiuso ed isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia" ha tuonato il Procuratore Gratteri nei giorni scorsi. Lei che il carcere lo conosce bene, che ne pensa invece?
I migliori esperti sono gli operatori penitenziari che quotidianamente sovraintendono alla custodia come cura, anche sanitaria, dei reclusi. Proprio la Polizia Penitenziaria due giorni fa, con un drammatico appello al Presidente Conte, non al Capo del Dap o al Ministro Bonafede, ha chiesto l'adozione di "misure deflattive immediate" affermando che "l'emergenza sanitaria ha trasformato gli istituti Penitenziari in una bomba ad orologeria". La certezza della pena non significa che l'unico modo di espiarla sia il carcere; ciò sarebbe contrario all'ordinamento penitenziario vigente e alla Costituzione.
Quindi anche lei pensa che debbano andare ai domiciliari?
Le misure alternative di esecuzione penale oggi più che mai rispondono all'esigenza primaria di tutela della salute. Come denunciai un mese fa in una intervista, provvedimenti immediati ed efficaci dovevano essere adottati da tempo per prevenire il rischio di pandemia di ritorno nel consorzio sociale esterno del carcere. I dati sui contagi tra i detenuti e il personale penitenziario, da quanto è dato conoscere, sono in controtendenza preoccupante rispetto ai dati complessivi nazionali. Sovraffollamento, coabitazione continuativa forzosa senza distanziamento, assenza di qualsivoglia presidio precauzionale e carenze di verifiche sanitarie a tappeto sono di grande attrattiva per il virus. Gli oltre 190 istituti sono ubicati, in gran parte, nei centri urbani più grandi d'Italia. I circa trentamila operatori penitenziari che quotidianamente si recano nelle carceri per lavoro costituiscono un formidabile veicolo di diffusione all'esterno. Scommettere sull'assenza di rischio è un azzardo suicida.
Le misure adottate dal Ministro Bonafede sono adeguate a fronteggiare l'emergenza?
Il Ministro ha bloccato la riforma penitenziaria cosi aggravando oggi, certo inconsapevolmente, l'attuale drammatica emergenza. La deflazione delle presenze detentive, ancora del tutto insufficiente, la si deve soprattutto al riscoperto ruolo di supplenza di molti magistrati che hanno assunto indirizzi di assoluto buon senso. Penso al rinvio di ordini di carcerazione che arrivano molto tempo dopo la data del commesso reato. Limitare al massimo i nuovi accessi limita notevolmente i pericoli.
Se fosse adesso il capo del Dap cosa farebbe che non è stato ancora fatto?
Innanzitutto recupererei il costante assiduo dialogo con le componenti dell'amministrazione penitenziaria per trarne preziosissimi suggerimenti. Dirigenti Generali, polizia penitenziaria, dirigenti civili e amministrativi nei momenti di difficoltà vogliono avvertire la presenza, la vicinanza, la comprensione, la guida e, non ultima, l'assunzione della responsabilità del Capo che non li faccia sentire soli. Attiverei il potere di proposta al Ministro sostenendo le misure urgenti chieste da tanti magistrati. Penso per esempio alla magistratura di sorveglianza della Lombardia che, fra l'altro, ha suggerito automatismi immediati nella concessione di misure cautelari. Darei da subito immediate risposte ai dieci quesiti posti dall'Unione delle Camere Penali tendenti a conoscere qual è il piano per fronteggiare l'emergenza.
Un piano molto articolato. Che altro farebbe?
Al Dipartimento da tempo risalente sono stati affinati applicativi quanto mai efficaci per monitorare in tempo reale tutte le situazioni di emergenza e gli eventi critici. Oggi bisogna collaborare con tutte le autorità sanitarie territoriali perché sono improcrastinabili i tamponi a tappeto a tutti gli operatori che lavorano negli Istituti penitenziari e poi anche ai detenuti. I problemi non si risolvono nascondendo la polvere sotto il tappeto. Chiederei inoltre che le ingenti risorse di 'Cassa e Ammende", alcune decine di milioni, da subito venissero destinate alla tutela del benessere, soprattutto sanitario, dei detenuti e al sostegno di quei familiari che risultano bisognosi di aiuto economico; ciò con elaborazioni di progetti e con riunioni a ritmo serrato. Un piano d'emergenza, se c'è, va subito reso pubblico, con bollettini frequenti, completi e affidabili che diano conto dell'evoluzione dei dati salienti. Un esempio per tutti: le rivolte di marzo, se non vado errato, ho letto che avrebbero provocato danni per circa 20 milioni di euro. Forse, per ragioni di trasparenza che da sempre erano vanto dell'amministrazione, sarebbe opportuno conoscere il numero di posti detentivi diventati inagibili.
Il premier Conte in una intervista ha detto: "Il governo di certo non si gira dall'altra parte rispetto alla condizione delle carceri...". Lei che ne pensa?
Il premier è bravissimo nella capacità di comunicare e rassicurare ma su quello che è stato fatto per la questione penitenziaria sarei molto più cauto. Nei comunicati è bene non annunciare trionfalmente ciò che si farà, ma quello che è stato effettivamente fatto. Il virus, abbiamo tragicamente sperimentato, è velocissimo. Avvocati, magistrati e persino il pg della Cassazione oggi prendono posizioni condivisibili per ridurre il sovraffollamento. Ma non sono i soli. Basta scorrere le rassegne stampa per comprendere che il grido di allarme è pressoché unanime ed enormi i rischi. I ritardi della produzione di mascherine nelle carceri per esempio sono notevolissimi. Gli obiettivi si devono raggiungere con estrema rapidità. L'applicativo spazi detentivi serve per individuare soprattutto stanze adeguate per la quarantena di detenuti contagiati che non possono conseguire misure alternative. Il Dipartimento dovrebbe chiarire subito quali e quante stanze disponibili ha. Il monito del Sommo Pontefice è drammatico: il sovraffollamento si potrebbe risolvere in una calamità grave. È evidente che una pandemia di ritorno per l'intera collettività significherebbe regressione alla triste Fase 1 e danni economici irreparabili.
di Enzo Maraio*
Il Dubbio, 10 aprile 2020
In carcere non si è più sicuri che fuori, si rischia una calamità grave. C'è il pericolo che l'emergenza sanitaria, che ha già messo in ginocchio l'economia globale e cambiato irrimediabilmente le nostre vite, nelle carceri "finisca in una calamità grave" - per dirla con Papa Francesco.
Un argomento scomodo, nei confronti del quale la politica ha assunto, specialmente in questo momento, un atteggiamento troppo timido, spesso inconsapevole, a volte reticente. Nonostante si siano verificati i primi contagi e decessi - e temo ce ne saranno altri - c'è chi ha sostenuto che con il virus che circola nel mondo, "in carcere si è più sicuri che fuori", facendo eco al ministro della Giustizia che circa un paio di settimane fa sosteneva che fosse tutto sotto controllo.
È utile ricordare che lo Stato ha il dovere, dettato dalla Costituzione, di tutelare la salute pubblica e che questo dovere è ancora più forte nei confronti di chi, privo della propria libertà, è sotto la custodia dello Stato stesso.
Domando: come è possibile assicurare il distanziamento sociale in luoghi come le carceri, in cui ci sono 61.230 detenuti a fronte di una capienza di 50.931 (e di questi, tra l'altro, un terzo in attesa di giudizio)? Come si fa ad allargare le braccia sapendo che il 70% dei detenuti ha disturbi psicologici, che ci sono casi di soggetti sieropositivi all'Hiv o colpiti da epatite C e tubercolosi e che, dunque, la questione sanitaria nelle carceri era già di per sé fragile prima e ora rischia di scoppiare?
Come si può, ancora, voltarsi dall'altra parte quando si realizza, senza ipocrisia, che le carceri oggi sono delle autentiche polveriere in cui un solo contagio, in un contesto in cui si è stretti come le sardine e si condivide lo stesso gabinetto, può far esplodere una bomba sanitaria pericolosissima? Insomma, la vita di un detenuto vale meno dei quella di un cittadino libero?
La bomba va disinnescata senza perdere altro tempo. Il centrosinistra dovrebbe chiedere al Ministro Bonafede di farsi da parte, perché la responsabilità della gestione penitenziaria possa essere assunta, da subito e fino a fine emergenza, dalla Presidenza del Consiglio. Noi avevamo chiesto a Conte, con una lettera accorata già di qualche settimane fa, di emanare un decreto legge, per ragioni di urgenza, per concedere la detenzione domiciliare immediata a detenuti non socialmente pericolosi, non recidivi e che non si sono macchiati di reati gravi.
Sarebbe non un atto di debolezza dello Stato, non un cedimento ad un presunto ricatto, ma al contrario un atto fondamentale di salvaguardia della salute pubblica. Siamo il Paese dove, per far sentire la propria voce, i detenuti devono pagare con la propria vita l'azione, certo sbagliata, di una sommossa senza precedenti. E dove una forza politica di maggioranza, come quella che rappresento, continua a rimanere inascoltata da anni sul tema. Non ci vorranno costringere allo sciopero della fame? Anche quello è un gesto che, per dargli un senso, bisogna saper fare. Pannella, ci manchi.
*Segretario nazionale Psi
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 aprile 2020
A chiedere di intervenire sul dramma delle carceri dove è impossibile distanziarsi è addirittura il leghista Cota. Dalle frequenze di Radio Radicale a Pasqua la Sesta marcia "Amnistia per la Repubblica". Che la situazione delle carceri italiane - nello specifico quelle piemontesi e in particolare a Torino - sia drammatica, è talmente evidente che a chiedere di intervenire subito con "sconti di pena automatici per i detenuti" è addirittura Roberto Cota.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2020
Non solo le udienze, nella quasi totalità, ma anche le indagini preliminari. Il settore penale viene investito in maniera sempre più significativa dalla dematerializzazione dell'attività giudiziaria. E l'avvocatura si rivolta. Ieri, con l'approvazione al Senato, in sede di conversione, di un nuovo e denso pacchetto di misure emergenziali si è fatto un altro passo nella direzione di uno svolgimento a distanza, tanto più problematico quando il modello di Codice di procedura penale è centrata su oralità, rilevanza del dibattimento, formazione della prova nel contraddittorio tra le parti.
Con una serie di emendamenti anche del ministero della Giustizia si è identificato nel collegamento da remoto la modalità tipica, su decisione del giudice non soggetta a impugnazioni, per lo svolgimento di tutte quelle udienze, evidentemente la stragrande maggioranza, che non richiedono la partecipazione di soggetti diversi dal pubblico ministero, dalle parti private e dai rispettivi difensori, dagli ausiliari del giudice, da ufficiali o agenti di polizia giudiziaria, da interpreti, consulenti o periti.
Lo svolgimento dell'udienza dovrà avvenire con modalità che assicurino il contraddittorio e l'effettiva partecipazione delle parti. Prima dell'udienza il giudice farà comunicare ai difensori delle parti e al pubblico ministero e agli altri soggetti di cui è prevista la partecipazione giorno, ora e modalità di collegamento. I difensori attesteranno l'identità dei soggetti assistiti, i quali, se liberi o sottoposti a misure cautelati diverse dalla custodia in carcere, parteciperanno all'udienza solo dalla medesima postazione da cui si collega il difensore.
In caso di arresti domiciliari, la persona arrestata o fermata e il difensore possono partecipare all'udienza dì convalida da remoto anche dal più vicino ufficio della polizia giudiziaria attrezzato per la videoconferenza, quando disponibile. A debuttare poi è una sorta di "indagine preliminare da remoto", visto che il pubblico ministero e il giudice possano avvalersi di collegamenti da remoto "per compiere atti che richiedono la partecipazione della persona sottoposta alle indagini, della persona offesa, del difensore, di consulenti, di esperti o di altre persone, nei casi in cui la presenza fisica di costoro non può essere assicurata senza mettere a rischio di contenimento della diffusione del virus Covid-19".
Eccettuati i casi nei quali all'atto devono partecipare persone detenute si prevede che tutti i soggetti "convocati" devono confluire in un ufficio di polizia attrezzato al collegamento; qui l'atto viene svolto in presenza di un agente o di un ufficiale di polizia giudiziaria. Il difensore partecipa da remoto mediante collegamento dallo studio legale, a meno che decida di essere presente nel luogo dove si trova il suo assistito. Una modalità inedita che potrà riguardare tutti gli atti di indagine e quindi interrogatori, assunzione di sommarie informazioni, accertamenti tecnici non ripetibili, senza prevedere alcuna connotazione di urgenza, osservano i penalisti che contestano le norme "liberticide". Ricomprendendo anche gli atti da compiersi da parte del giudice, sottolineano le Camere penali, "si smaterializza anche la acquisizione della prova utilizzabile in dibattimento, rientrando anche l'incidente probatorio, oltre all'udienza di convalida, all'udienza sulla richiesta di archiviazione ed all'interrogatorio di garanzia, che vengono incredibilmente svolti sotto il controllo della polizia giudiziaria".
di Leandro Del Gaudio
Il Mattino, 10 aprile 2020
Carceri affollate, rischio contagio dietro le sbarre, indulto. Eccola l'altra faccia dell'emergenza sanitaria. C'è chi chiede interventi radicali, come indulto e amnistia, per disinnescare il rischio contagio da coronavirus dietro le sbarre e rilanciare il processo penale; c'è invece chi chiede di rafforzare i presidi sanitari nelle case circondariali, respingendo però soluzioni all'insegna del liberi tutti.
È di ieri l'intervento del magistrato Paolo Mancuso, presidente campano del Pd, (ex pm antimafia ed ex numero due del Dap), che attraverso il Mattino ha battuto su due punti in particolare: la necessità che il governo affronti l'emergenza carceri finora trascurata; ma anche l'esigenza di scongiurare una soluzione estrema come l'indulto, "che è poi quello a cui puntano i clan", rimasti silenti nelle rivolte di marzo, portate avanti "dai detenuti comuni".
Pochi giorni fa, era invece intervenuto il pm Henry John Woodcock, magistrato in forza al pool mani pulite ed ex pm anticamorra, che sulle pagine de Il Fatto quotidiano aveva chiuso così il suo articolo: "Chi può cominci a mettere mano a un qualche - ben ponderato - progetto di amnistia e di indulto, oltre che a un massiccio progetto di depenalizzazione", con l'obiettivo di ridare slancio al processo e garantire la sicurezza di tanti reclusi in un periodo così grave sotto il profilo sanitario.
Sovraffollamento, virus, camorra. Questioni strettamente collegate, come emerge dall'intervento del sostituto procuratore generale Catello Maresca (per dieci anni al pool anticamorra, poi all'antiterrorismo e a mani pulite), tra i primi in Italia a sollevare la questione carceri. Spiega Maresca al Mattino: "Ci siamo fatti cogliere impreparati, l'emergenza carceraria di questi giorni - tra incubo contagio dietro le sbarre, rivolta e concessioni governative -, parte da lontano: dai tagli ai finanziamenti, dalla mancanza di investimenti per fare assunzioni o per riqualificare i penitenziari".
Già, ma come si esprime il pm che arrestò Michele Zagaria sulle concessioni governative di questi ultimi giorni? E rispetto all'indulto? "In questo corto circuito che va avanti da anni, le mafie giocano la loro partita, come sto ripetendo dall'inizio di marzo. Mandano avanti le terze linee, quelle che hanno dato vita agli scontri di un mese fa, e lo fanno con un solo obiettivo: avere contatti con l'esterno, mantenere saldo il rapporto con il mondo di fuori. Trovo grave la concessione di skype anche ai detenuti di alta sicurezza e tutte le agevolazioni rese in modo indiscriminato che annullano il lavoro di anni e rafforzano le mafie".
E sull'indulto come si esprime il pg Maresca? "Non sono a favore dell'indulto, ma se il bivio è concessioni per tutti (alta sicurezza compresa) e indulto, dico meglio l'indulto. Eppure le mie domande restano insolute: perché non si rafforzano i presidi sanitari interni alle carceri? Perché non si creano aree Covid anche in alcuni padiglioni? Perché non si spostano i reclusi dai penitenziari più affollati a quelli meno congestionati?".
Ma a prendere le distanze dalla posizione di Mancuso sull'indulto, è il penalista Bruno Larosa: "Non credo affatto che i clan puntino sull'indulto poiché, a differenza di molti, i camorristi sanno bene che i provvedimenti come l'amnistia e l'indulto hanno sempre escluso i reati e i condannati per i delitti di criminalità organizzata, così come quelli di maggior allarme sociale. Mi impressiona che il presidente cittadino del Pd sia sulla stessa lunghezza d'onda del segretario nazionale della Lega. Sanno, come osservava Camus, che la paura è un metodo ed entrambi lo usano per opporsi a provvedimenti che avrebbero l'effetto immediato di rendere dignitosa l'esecuzione della pena e di tornare a dare un senso al processo penale e al lavoro di magistrati e avvocati".
Non manca la voce di un giudice del calibro di Tullio Morello: "Al di là dell'indulto, che può risolvere solo parzialmente l'emergenza carceri, sarebbe necessaria l'amnistia. Impossibile, visti i ritardi accumulati, immaginare una giustizia efficiente. Penso al monocratico, dove non si potrà riprendere con cinquanta fascicoli a udienza, bisogna studiare l'amnistia per alcune tipologie di reati, in modo da non avvantaggiare bande criminali e clan mafiosi".










