di Fabio Di Vizio
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2020
Mentre l'emergenza sanitaria non si placa, cominciano a delinearsi le prime misure a sostegno dell'economia. In prospettiva nazionale, il decreto liquidità, discusso il 6 aprile, profila una poderosa agevolazione dei finanziamenti-ponte alle imprese, con garanzia dello Stato, moratorie nell'accesso a procedure di liquidazione, misure protettive. A livello sovranazionale, poi, il dibattito langue attorno ai temi noti: prestiti tramite il Mes, eurobond, potenziamento della Bei, allentamento dei vincoli ai debiti sovrani, politica monetaria espansiva della Bce.
Silente, o quasi, invece, il dibattito sulle condizioni strutturali della ripresa economica che imporrà iniziative complesse, non riservate agli economisti, dovendosi salvaguardare condizioni irrinunciabili del diritto dell'economia. Le prime iniziative normative sospendono il rispetto di regole vissute sinora come prudenziali per la salute dell'economia e la salvaguardia delle ragioni dei creditori. Si pensi alla temporanea moratoria delle istanze di fallimento, alla sospensione dei doveri di reintegrazione del capitale sociale e di salvaguardia dei patrimoni aziendali.
Lo stesso, poi, deve osservarsi per la presunzione di continuità nella redazione dei bilanci. Nella struttura dei primi interventi normativi la diretta connessione di tali moratorie con l'interruzione dei flussi di cassa dovuta al lockdown appare impalpabile e alto è il pericolo di abuso da parte di chi non è meritevole perché già in crisi irrimediabile pre-Covid.
Se si immagina di congegnare regole delle quali l'imprenditore potrà giovarsi "alle spalle" dell'Autorità giudiziaria (ma, prima, dei creditori), si alimenta una miope aspirazione alla latitanza del diritto. Ben altro, invece, è il tema dei limiti all'intervento regolatorio dello Stato in materia economica. In proposito, occorre preservare, già in questa fase, il valore di tali limiti, poiché, poi, non sarà facile ricondurre uno Stato "pagatore" alla condizione di mero regolatore.
Del resto, il diritto non deve idealizzare la realtà economica, ma riconoscerla per quello che è, adattandole gli istituti. Se è deciso il differimento dell'entrata in vigore del nuovo Codice della crisi di impresa e dell'insolvenza, la regolamentazione privatistica dovrà introdurre modifiche più consistenti nell'accesso alle operazioni straordinarie (fusioni, scissioni, cessioni e affitti di azienda, finanziamenti infragruppo). Il trattamento tributario dovrà assecondare oneste riorganizzazioni aziendali. Tutto ciò, però, sempre coniugando la continuità imprenditoriale con la correttezza della rappresentazione della crisi, non con il suo occultamento. Il diritto dell'economia sarà per molto tempo disciplina dell'emergenza, ma ogni soluzione andrà costruita su un patto chiaro: il prezzo della certezza giuridica è la correttezza con la quale si rappresenta la crisi.
Per riorganizzare al meglio gli attivi e soddisfare i creditori è solo nella trasparenza che la continuità aziendale potrà diventare valore mediabile con la responsabilità patrimoniale; sempre in un contesto giudiziale e non secondo la nascosta convenienza dell'inadempiente. Il diritto penale dell'economia deve smettere l'autoreferenzialità nel definire disvalori.
La responsabilità delle Procure e dei Tribunali nel contrasto degli abusi sarà da rifondare. A fronte della severa lettura penalistica di molte operazioni straordinarie funzionali alla protezione degli attivi dovranno essere trovate soluzioni originali, chiare e certe. Ricollegarne la punizione alla sorte infausta costituirebbe remora ad assumere ragionevoli rischi. La prevedibilità delle decisioni giudiziali è valore anche economico. Così, rispetto a trasparenti riorganizzazioni aziendali la tutela penale dovrà essere complementare e non sopravanzare quella civile o amministrativa già logicamente progressive. Ciò che non attinge al grado di illecito civile e non costituisce nascosta frode, dunque, non dovrà essere di interesse dei giudici penali.
Infine, ogni riforma ha prospettive di tenuta solo se svolta in un quadro euro-unitario. L'integrazione normativa europea è realtà da potenziare, estendendo la previsione dell'articolo 83 Tfue ai reati della crisi economica, per evitare dannose competizioni ordinamentale o arbitraggi normativi funesti per le economie nazionali.
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 10 aprile 2020
L'emergenza sanitaria legata alla diffusione del Covid-19 ha reso impellenti le discussioni riguardanti il processo a distanza in ambito penale. In queste poche righe non si analizzerà la disciplina vigente nel dettaglio, ma ci si limiterà ad evidenziare i rischi della modalità telematica sia nell'immediato che in una prospettiva futura: in Italia nulla è più definitivo del provvisorio
L'avversione di molti penalisti, e non solo, nei confronti della celebrazione del processo da remoto non è una lotta reazionaria nei confronti delle nuove tecnologie, non è una sottovalutazione o negazione della straordinarietà dei momenti che stiamo vivendo, non è una mera presa di posizione da azzeccagarbugli, non è un arroccamento corporativo, è invece una difesa del giusto processo e del diritto di difesa. Il processo celebrato a distanza non può essere giusto: si minano i princìpi dell'oralità e dell'immediatezza, si comprime il diritto di difesa dell'imputato allontanandolo dal suo difensore.
Già nell'Ottocento, Francesco Carrara (come ricordato dall'Avv. Lorenzo Zilletti, Responsabile del Centro Marongiu, in "Dieci braccia di distanza": Francesco Carrara e la distanza dal Processo sulla rivista dell'Ucpi Diritto di Difesa) denunciava la grave limitazione del diritto di difesa che derivava dal porre in aula il cliente a dieci braccia di distanza dall'avvocato, non poteva immaginare cosa avrebbe riservato il futuro. L'utilizzo dei mezzi tecnologici non potrà mai sostituire adeguatamente la presenza in aula non potendo garantire l'istantaneità e la tempestività degli interventi orali. Conosciamo tutti i ritardi e le difficoltà delle videoconferenze finanche nelle conversazioni quotidiane. Come ricordato nelle recenti Osservazioni del Centro Marongiu sul processo a distanza, il giusto processo si celebra davanti al giudice terzo ed imparziale non con il giudice in collegamento da remoto.
L'impossibilità di procedere alla discussione o alla cross examination in videoconferenza potrebbe portare, nella prassi, ad una ulteriore contrazione dell'oralità e dell'immediatezza dovuta all'incentivazione del contraddittorio cartolare e dell'acquisizione degli atti di indagine. Celebrare un processo mediante strumenti elettronici, con tutti i soggetti collegati da remoto, e non in un'aula di tribunale è degno di uno scenario distopico in quanto implica la smaterializzazione e la disumanizzazione della Giustizia. Il processo penale è un rito che si celebra: l'architettura dell'aula, le toghe, i gesti, non sono residuati di un'altra epoca o meri orpelli bensì dei simboli essenziali della sacralità della celebrazione che pone al suo centro l'uomo.
Si potranno ritenere queste considerazioni eccessive, sproporzionate ed infondate rispetto alla situazione attuale che prevede il processo a distanza solo per alcune rare eccezioni, peraltro limitate temporalmente. Il timore, però, è che si estenda la sua applicazione come già invocato da parte di alcuni. D'altronde, in Italia nulla è più definitivo del provvisorio, in particolare nell'ambito del diritto penale ove l'eccezione è spesso trasformata in regola. La legislazione emergenziale è stata, infatti, il cavallo di troia tramite cui sono state introdotte norme limitative dei diritti che da temporanee sono diventate stabili. Le emergenze, vere o presunte tali, non cessano mai, divengono infinite o si susseguono senza soluzione di continuità. Il timore è altresì fondato sulla scarsa adesione ai princìpi del sistema accusatorio, messo in discussione perennemente dagli orfani dell'inquisitorio. I precedenti, pertanto, non fanno ben sperare. L'attacco ai princìpi del diritto penale liberale continuerà. I diritti e le libertà fondamentali non sono negoziabili né centellinabili, la loro compressione ne è già la negazione. Vigiliamo.
di Piero Vietti
Il Foglio, 10 aprile 2020
Dal carcere di Padova le meditazioni per la Via Crucis del Papa: l'ultima parola non è l'errore. "In carcere la vera disperazione è sentire che nulla della tua vita ha più un senso: è l'apice della sofferenza, ti senti il più solo di tutti i solitari al mondo". Non ci sono scorciatoie, nelle meditazioni che questa sera accompagneranno le quattordici stazioni della Via Crucis di Papa Francesco, lette sul sagrato vuoto della Basilica di San Pietro in questo Venerdì Santo in cui il mondo intero soffre la passione della pandemia. Non ci sono formule magiche né trucchi da prete, soluzioni bigotte o frasi fatte. C'è un grido straziante, solitudine, una domanda di significato senza sconti, c'è tutto il dolore del mondo per il male commesso, per la violenza subìta, per la fatica di accompagnare chi fino alla fine dei suoi giorni resterà in una cella per pagare i propri errori. C'è il mistero enorme che è l'uomo.
Quest'anno il Papa ha chiesto alla cappellania della Casa di reclusione "Due Palazzi" di Padova di meditare sulla Passione. Aiutati dal cappellano del carcere, don Marco Pozza, e da una volontaria, Tatiana Mario, raccontano la loro storia dolorosa cinque detenuti, una famiglia vittima di un omicidio, la figlia di un condannato all'ergastolo, un'educatrice del carcere, un magistrato di sorveglianza, la madre di un detenuto, una catechista, un frate volontario, un agente di polizia penitenziaria e un sacerdote accusato e poi assolto dopo otto anni di processo.
Quattordici testi che sono quattordici immersioni nell'abisso di una umanità ferita e spesso dimenticata, e a cui nessuna risposta ordinaria può dare conforto. "Perché proprio a noi questo male che ci ha travolto? - si chiedono, alla seconda stazione, due genitori a cui hanno ucciso una figlia - Non troviamo pace. Neppure la giustizia, in cui abbiamo sempre creduto, è stata in grado di lenire le ferite più profonde: la nostra condanna alla sofferenza resterà fino alla fine".
"La condanna più feroce rimane quella della mia coscienza - dice un ergastolano nella prima stazione - di notte apro gli occhi e cerco disperatamente una luce che illumini la mia storia". "Le ferite crescono con il passare dei giorni, togliendoci persino il respiro", dice la madre di un detenuto. "Tante volte incontro uomini disperati che, nel buio della prigione, cercano un perché al male che sembra loro infinito", racconta una catechista volontaria. "Anni fa ho perduto l'amore perché sono la figlia di un uomo detenuto, mia madre è caduta vittima della depressione, la famiglia è crollata", si ascolta in un'altra meditazione.
"Potrà tutto il grande oceano di Nettuno lavare questo sangue via dalle mie mani?", si chiede Macbeth nella tragedia di Shakespeare, consapevole dei propri delitti. È anche la domanda sottintesa in ogni riga di questa Via Crucis, senza mai la pretesa di una risposta affermativa. Sono uomini e donne caduti, precipitati da sé stessi o da altri in una notte senza stelle alla fine del mondo.
"Ho vissuto anni sottoposto al regime restrittivo del 41 bis e mio padre è morto ristretto nella stessa condizione. Tante volte, di notte, l'ho sentito piangere in cella. Lo faceva di nascosto ma io me ne accorgevo. Eravamo entrambi nel buio profondo", racconta un ergastolano. "Non mi ero accorto che il male, lentamente, cresceva dentro me. Finché, una sera, è scoccata la mia ora delle tenebre", dice un altro detenuto. Più di uno racconta di avere pensato al suicidio, troppo grandi il dolore e la vergogna per quello che avevano fatto, l'assenza di un orizzonte o di un significato, o troppo grandi le accuse ingiuste ricevute, come nel caso del sacerdote processato per anni e poi assolto.
Sembrano i personaggi di un romanzo di Dostoevskij, ma sono reali: padri, madri, figli, assassini, vittime, traditori e innocenti feriti che possono raccontare questo dolore perché in carcere hanno incontrato chi ha saputo "riconoscere la persona nascosta dietro la colpa commessa", come dice il magistrato di sorveglianza alla dodicesima stazione.
"Sono queste le creature sospese che mi vengono affidate: degli uomini inermi, esasperati nella loro fragilità, spesso privi del necessario per comprendere il male commesso", dice poco prima un'educatrice del carcere di Padova. Come ha ricordato su queste pagine qualche settimana fa il cardinale Angelo Scola, in Delitto e castigo il protagonista Raskolnikov arriva a sentire il perdono su di sé ed è pronto a ricominciare dopo che il rimorso gli ha fatto ammettere la propria colpa e l'amore e la fede di Sonja gli hanno fatto capire la necessità del castigo, il deserto del carcere da attraversare lontano da lei, fino alla "resa" di fronte all'evidenza del bene di quella ragazza che lo "recupera".
Da anni la Casa di reclusione "Due Palazzi" di Padova è un esempio virtuoso di come la collaborazione tra direzione del carcere, polizia penitenziaria, magistratura di sorveglianza, associazioni di volontariato e chiesa locale possano dare frutti che in altre strutture carcerarie sono impensabili, a partire da un tasso molto basso di recidiva: centinaia di volontari quotidianamente entrano nel carcere padovano scommettendo sulla rieducazione e il reinserimento sociale e puntando su istruzione, lavoro, arte, cultura e religione.
Parlando della crocifissione di Cristo, lo scrittore francese Charles Péguy dice: "Che era dunque l'uomo. Quell'uomo. Che era venuto a salvare. Del quale aveva rivestito la natura. Non lo sapeva. Come uomo non lo sapeva. Perché nessun uomo conosce l'uomo". Dio stesso grida sulla Croce, scrive ancora Péguy, "un grido che risuonerà sempre, eternamente sempre, il grido che non si spegnerà mai, eternamente".
Perché quel grido? "Somiglio più a Barabba che a Cristo - dice l'ergastolano della prima stazione - Quando, rinchiuso in cella, rileggo le pagine della Passione di Cristo, scoppio nel pianto: dopo ventinove anni di galera non ho ancora perduto la capacità di piangere, di vergognarmi della mia storia passata, del male compiuto. Mi sento Barabba, Pietro e Giuda in un'unica persona. Il passato è qualcosa di cui provo ribrezzo, pur sapendo che è la mia storia".
Ma "il carcere è stato la mia salvezza. Se per qualcuno sono ancora Barabba, non mi arrabbio: avverto, nel cuore, che quell'Uomo innocente, condannato come me, è venuto a cercarmi in carcere per educarmi alla vita". Nell'esperienza di un grande amore, il corpo a corpo di ognuno con il dolore e la colpa è investito da una luce nuova. "Per quelli come noi la speranza è un obbligo", dice la figlia del carcerato che da quasi trent'anni gira l'Italia "come Telemaco" per stare accanto al padre trasferito da un carcere all'altro.
"A casa nostra è tutta una Via Crucis". E allora ci si aggrappa anche a "un frammento di bene" che "è sempre rimasto acceso". Un detenuto è diventato nonno mentre era in carcere. "Un giorno, alla mia nipotina, non racconterò il male che ho commesso ma solamente il bene che ho trovato. Le parlerò di chi, quando ero a terra, mi ha portato la misericordia di Dio". E ancora: "Sono andato in mille pezzi, ma la cosa bella è che quei pezzi si possono ancora tutti ricomporre".
Non c'è nessuna facile scappatoia, come dice il magistrato della dodicesima stazione "è necessario che l'uomo espii il male che ha commesso", ma "non posso inchiodare un uomo, qualsiasi uomo, alla sua condanna: vorrebbe dire condannarlo una seconda volta".
Allora tutto cambia, se c'è chi salva e cancella il male commesso si può ricominciare: anche aprire o chiudere una cella può essere fatto con più umanità, dice l'agente di polizia penitenziaria nell'ultima stazione ("Ce la metto tutta per difendere la speranza di gente rassegnata a sé stessa. In carcere ricordo loro che, con Dio, nessun peccato avrà mai l'ultima parola"); i genitori della ragazza uccisa adesso accolgono a casa loro le persone in difficoltà; l'assassino di una notte ringrazia perché "ha trovato gente che mi ha ridato la fiducia perduta"; un altro detenuto sogna "di tornare un giorno a fidarmi dell'uomo" e di aiutare altri a portare la loro croce, come è successo a lui.
Chi asciugherà tutte le nostre lacrime? chiedono a chi le ascolta le quattordici stazioni della Via Crucis di oggi. "Non si possono arginare le piene di cuori straziati", risponde una delle meditazioni che risuoneranno stasera in piazza San Pietro. Ma "se qualcuno gli stringerà la mano, l'uomo che è stato capace del crimine più orrendo potrà essere il protagonista della risurrezione più inattesa".
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 10 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione V - Sentenza 9 aprile 2020 n. 11745. Il divieto di utilizzare i risultati delle intercettazioni relativi a reati non connessi con quelli per i quali le captazioni sono state disposte vale anche nel caso in cui il difensore scelga il giudizio abbreviato. La corte di cassazione, con la sentenza 11745, accoglie il ricorso contro la Condanna della corte d'Appello, che in linea con la sentenza del Gup, aveva affermato la responsabilità della ricorrente per il reato continuato di falso ideologico in atto pubblico e fraudolenta predisposizione di documenti relativi ad un incidente. L'accusa mossa alla ricorrente era di aver agito in concorso anche con Silvana Saguto l'ex presidente della sezione misure di prevenzione del Tribunale di Palermo. E proprio nei confronti di quest'ultima le intercettazioni venivano disposte ed eseguite, in relazione alle accuse di essere a capo di un sistema illegale nella gestione dei beni sequestrati alla mafia.
Reati non connessi dunque con quali per i quali si procedeva contro la ricorrente. Per la Cassazione il ricorso è fondato alla luce della sentenza delle Sezioni unite (51/2029) che ha affermato che il divieto previsto in line a generale dall'articolo 270 del Codice di rito penale non scatta, oltre che nei casi in cui i risultati siano indispensabili per accertare reati per i quali è previsto l'arresto in flagranza, sono per i reati connessi con quelli oggetto dell'iniziale autorizzazione. Né, chiarisce la Suprema corte, la causa di inutilizzabilità si può considerare sanata dalla scelta difensiva del giudizio abbreviato. Un rito alternativo nel quale restano deducibili le inutilizzabilità definibili "patologiche", e dunque derivanti dall'assunzione di atti probatori in contrasto con specifici divieti normativi.
da Associazione Il Carcere Possibile Onlus
Il Dubbio, 10 aprile 2020
Tanti contributi oltre la rabbia e la preoccupazione. dagli istituti campani raccolta fondi per il "Cotugno" e disponibilità a donare sangue a Secondigliano si producono mascherine. Nel corso delle ultime settimane, sperando che non accadesse l'irreparabile, abbiamo offerto tutto il nostro contributo al governo nel cercare soluzioni che consentissero di salvaguardare la salute dei detenuti di fronte all'inesorabile avanzata del virus all'interno delle carceri, ma il ministro della Giustizia è rimasto sordo ad ogni ragionevole richiesta.
Un detenuto è morto e tanti sono i contagiati. L'intero mondo giuridico (e non solo) sta cercando con pazienza di spiegare al ministro feroce che il sovraffollamento carcerario è un potenziale moltiplicatore micidiale del contagio e che non è sufficiente un muro di cinta ad impedire al virus di entrare. Il nuovo nemico cammina con le nostre gambe ed ogni giorno, all'interno dei penitenziari, vi è l'ingresso degli agenti di polizia penitenziaria e del personale amministrativo. "Il carcere, essendo chiuso ed isolato, è il luogo più riparato dal contagio della pandemia" ha tuonato il Procuratore Gratteri nei giorni scorsi.
Vorremmo poterle credere signor Procuratore, ma l'ecatombe all'interno delle case di riposo (o, se si preferisce, delle Rsa) narra tutta un'altra storia. Ed allora vi è un'unica via da percorrere per tutelare la salute di tutti i cittadini reclusi: bisogna scarcerare subito il maggior numero possibile di detenuti.
Lo ha evidenziato nei giorni scorsi, con una importantissima nota, anche il Procuratore Generale presso la Cassazione - Giovanni Salvi - che ha esortato tutti i magistrati a valutare come primario il diritto alla salute dei detenuti (definitivi ed in attesa di giudizio) e dunque a utilizzare tutti gli strumenti che la legge consente per ridurre sensibilmente la popolazione carceraria ritenendo, evidentemente, inidonee le misure sino ad ora messe in campo dal governo.
Nelle more il tempo corre velocemente, il rischio che all'interno del carcere scoppi una bomba epidemiologica si fa sempre più alto e con esso cresce la paura (che si fa panico) dei detenuti. Cresce la loro angoscia e certamente un forte senso di smarrimento incrementato dall'assenza dei colloqui con i familiari e dall'assenza di attività trattamentali. Nonostante tutto però, i detenuti stanno cercando di reagire e di dare il loro contributo di solidarietà al mondo esterno. Dalle mura alte e robuste delle carceri si alza non soltanto una richiesta disperata di aiuto, ma anche la voce di chi ha voglia di rendersi utile alla società in un momento di bisogno e scoramento.
Di chi ha voglia di sentirsi parte della comunità. Ecco perché non si può non plaudire a tutte le iniziative messe in campo in questo momento dai reclusi di tutta Italia. In Campania, ad esempio, presso il carcere di Poggioreale molti detenuti hanno organizzato, grazie al coordinamento del direttore dell'istituto, una raccolta fondi da destinare all'ospedale Cotugno di Napoli.
Al contempo, i detenuti di Secondigliano e le detenute di Pozzuoli non soltanto hanno già inviato donazioni in danaro alla medesima struttura sanitaria, ma si sono dichiarati disponibili a donare il proprio sangue da destinare agli ospedali che dovessero averne bisogno, così come comunicatoci dalle direttrici degli istituti penitenziari.
Ed ancora, i detenuti del carcere di Secondigliano si stanno cimentando nella lavorazione di mascherine cosiddette "home made" o più propriamente "prison made". Ecco, nonostante la paura ed il senso di abbandono, i detenuti stanno cercando di far sentire la loro presenza: tendono la mano e donano quello che possono, quel poco che hanno a disposizione mostrando al ministro indifferente il volto dell'umanità.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 aprile 2020
I detenuti positivi al Coronavirus nel carcere di Santa Maria Capua Vetere restano tre: oltre al politico siciliano indicato come "paziente 1", gli altri due sono detenuti reclusi nella stessa sezione del primo contagiato e si ritiene che il contagio sia partito proprio da un detenuto della sezione che agli inizi di marzo aveva ottenuto il permesso di uscire dal carcere per una visita.
Si tratta di un positivo asintomatico ed attualmente è in quarantena. Così come sono in isolamento sanitario, in una zona del carcere allestita proprio per far fronte all'emergenza Covid 19, gli altri due detenuti positivi al virus. Per il resto le notizie che arrivano dal carcere casertano sono confortanti perché gli esiti dei tamponi sugli altri detenuti della sezione a rischio contagio (parliamo di oltre 130 persone continuamente monitorate anche se non presentano alcun sintomo della malattia) sono risultati negativi.
"A partire dalla notizia del primo caso positivo nella notte di sabato - fanno sapere il provveditore regionale dell'amministrazione penitenziaria Antonio Fullone e il garante regionale per i detenuti Samuele Ciambriello - sono stati effettuati 200 test sierologici rapidi domenica e 200 tamponi naso-faringei lunedì e ai test sono stati sottoposti tutti i detenuti della sezione a rischio e tutto il personale che vi lavora". La notizia degli esiti negativi dei tamponi non basta tuttavia ad allentare la tensione e l'attenzione che ruotano attorno al pianeta carcere. "La Campania è la seconda regione d'Italia per numero di carceri e la seconda per sovraffollamento dopo la Lombardia.
Parliamo di 7.374 detenuti in totale, cioè 1.300 unità in più della capienza regolamentare" precisa Luigi Romano, presidente di Antigone Campania lanciando l'allarme: "C'è il rischio concreto che le carceri possano diventare bombe epidemiologiche". Il motivo è soprattutto legato al sovraffollamento. "In carcere - aggiunge Romano - non si può rispettare il distanziamento sociale che sarebbe l'unica misura attualmente predisposta nel Paese per evitare il rischio di contagio. Le agitazioni sono dovute a questo, ma almeno per il momento non sono vere e proprie sommosse".
Parla di possibile bomba epidemiologica anche l'avvocato Anna Maria Ziccardi, presidente dell'associazione "Il carcere possibile", la Onlus della Camera penale di Napoli che si occupa di tutele e diritti dei detenuti. "Abbiamo offerto tutto il nostro contributo al Governo nel cercare soluzioni che consentissero di salvaguardare la salute dei detenuti di fronte all'inesorabile avanzata del virus all'interno delle carceri ma il ministro della Giustizia è rimasto sordo ad ogni ragionevole richiesta".
Cresce la preoccupazione per la situazione all'interno degli studi di pena, perché con il protrarsi dei tempi che saranno necessari per uscire dalla pandemia è prevedibile che tra i detenuti cresca il senso di smarrimento incrementato dall'assenza dei colloqui con i familiari, dall'assenza di attività e dall'assenza del conforto dei cappellani. "Ci si chiede a questo punto - aggiunge l'avvocato Ziccardi - se nella lotta tra la propaganda politica e la salvaguardia della salute dei detenuti non sia forse giunto il momento di affermare con forza che il rispetto e la tutela della vita umana valgano qualcosa in più di qualche cinico slogan politico o di una competizione con i leader dell'opposizione a chi si mostra più disumano". Da più parti quella delle carceri viene segnalata come un'urgenza da affrontare senza ulteriori rinvii.
"L'intero mondo giuridico, e non solo, sta cercando con pazienza di spiegare al ministro che il sovraffollamento carcerario può essere un potenziale micidiale moltiplicatore del contagio e che non è sufficiente un muro di cinta, per quanto lo si voglia fortificare, ad impedire al virus di entrare", precisa il presidente de "Il carcere possibile" sottolineando "il volto di umanità" mostrato dai detenuti che nelle carceri di Poggioreale, Secondigliano e Pozzuoli hanno già fatto una raccolta fondi per l'ospedale Cotugno, si sono offerti di donare il sangue, e lavorano alla produzione di mascherine, 10mila a settimana, destinate al personale interno ma anche già fornite alla Prefettura di Benevento, alla Procura di Napoli Nord e alla polizia municipale di Aversa.
di Fabrizio Geremicca
Corriere del Mezzogiorno, 10 aprile 2020
Ciambriello, Garante dei detenuti, invia una richiesta al procuratore Troncone. "Ci hanno ucciso di mazzate". Andrea, detenuto nel carcere di Santa Maria Capua Vetere, racconta al cellulare ad una donna, che lo chiama "amò" che sarebbe stato pestato all'interno del penitenziario. Un altro recluso, in un colloquio al cellulare con una donna, presumibilmente la moglie, riferisce di avere un occhio pesto e che gli sarebbero state tagliati barba e capelli per punizione.
Un terzo (la sua interlocutrice lo appella Renà) conferma quando la signora gli chiede se siano state le "guardie" a malmenarlo. Sono stralci di telefonate intercorse nei giorni scorsi tra alcuni reclusi del penitenziario sammaritano ed i familiari, che sono stati ripresi anche sui social nei gruppi che tengono in contatto i parenti dei reclusi e che sono giunte anche all'orecchio di Samuele Ciambriello, il garante dei detenuti della Campania.
Ciambriello, che in tal senso era stato sollecitato anche da una lettera dell'associazione Antigone e che aveva ricevuto pure segnalazioni del presunto pestaggio dalla viva voce di alcuni parenti di detenuti, ieri ha inviato una richiesta al capo della Procura sammaritana, Maria Antonietta Troncone. "Le chiedo di accertare - racconta al Corriere del Mezzogiorno - se siano attendibili i racconti che emergono dalle telefonate e se siano stati commessi episodi penalmente rilevanti da parte di alcuni agenti di custodia nelle ore concitate seguite alla irruzione ed alle perquisizioni in alcune celle di due sezioni del reparto Nilo, dove i reclusi si erano barricati. Lo chiedo nell'interesse dei detenuti e degli stessi agenti di polizia penitenziaria".
Spiega: "Ho preso in carica già da martedì quelle che sono state telefonate e messaggi relativi alla situazione molto critica che si sarebbe verificata tra domenica e lunedì. Ho detto anche ad alcuni parenti di detenuti che mi avevano contattato di sporgere denuncia ai carabinieri. Io per parte mia ho scritto ed ho segnalato le cose alla dottoressa Troncone".
Poi Ciambriello prosegue: "A Santa Maria Capua Vetere nel pomeriggio di lunedì ci sono state perquisizioni dopo la rivolta. Il provveditore ha detto che sono stati trovati bastoni, olio bollente e che sono state rotte le telecamere di videosorveglianza. Ci sarebbe stata una rappresaglia ai danni dei detenuti, secondo le segnalazioni che ho ricevuto e gli stralci di telefonate che circolano sui social. Martedì ho esposto le cose al procuratore Troncone chiedendole di avviare verifiche concrete sull'accaduto".
Il penitenziario dove si sarebbero consumati i pestaggi - stando alle denunce di detenuti e familiari - è in funzione da circa un quarto di secolo. Una delle criticità è la mancanza di acqua potabile e per risolverla alcuni anni fa furono stanziati 1.200.000 euro dalla Regione. I lavori, però, ancora non sono terminati. È un carcere sovraffollato: i detenuti sono 976 e la capienza è di 818 persone. L'organico della polizia penitenziaria è inferiore a quanto previsto. Gli agenti dovrebbero essere 470, stando alla pianta organica, ma sono 413. Il caso accende di nuovo i riflettori sul clima pesante che si respira in queste settimane nei penitenziari, anche a causa della emergenza coronavirus. "Ad oggi - quantifica il garante - in Italia risultano 41 detenuti contagiati, nove dei quali sono ora ricoverati in ospedale. Tra i reclusi a Santa Maria Capua Vetere i positivi accertati Covid sono 4 ed uno di essi è attualmente al Cotugno.
Non ci sono sufficienti braccialetti per eseguire i provvedimenti dei magistrati finalizzati ad alleggerire il sovraffollamento nei penitenziari. Ci sono state poi, come noto, rivolte in tutta Italia e si sono contati tredici morti. Ufficialmente per overdose, secondo la versione del ministero, compreso uno che sarebbe dovuto uscire dopo una settimana. È importante, in questa situazione, che tutti mantengano i nervi saldi e si faccia luce sulle denunce dei presunti pestaggi a Santa Maria Capua Vetere, verificando se siano fondate o non lo siano".
di Marco Belli
gnewsonline.it, 10 aprile 2020
Circa 840 unità di Polizia Penitenziaria e 1.500 detenuti di tutti gli istituti dell'Umbria, oltre al personale sanitario che vi presta servizio, saranno sottoposti nei prossimi giorni a tampone per la rilevazione del contagio da Covid-19. La Regione lo ha comunicato oggi al Provveditore regionale dell'Amministrazione Penitenziaria per l'Umbria e la Toscana, Gianfranco De Gesu, chiarendo di aver dato disposizioni ai direttori sanitari e ai direttori dei distretti interessati affinché il test sia previsto per "tutti i nuovi entrati, tutto il personale sanitario e penitenziario e tutti i detenuti".
La Regione Umbria ha inoltre predisposto un modello operativo di prevenzione del contagio basato sull'individuazione di alcuni "Referenti per la sicurezza Covid" all'interno di ogni carcere. Si tratterà per lo più di personale di estrazione sanitaria, al quale sarà fornita una formazione specifica in videoconferenza con informazioni sui comportamenti necessari per la prevenzione del contagio. L'iniziativa segue analoghe intese con la Regione Toscana per sottoporre ai test sierologici rapidi il personale in servizio negli istituti penitenziari toscani e con la Regione Campania per la somministrazione degli stessi test a tutto il personale e alla popolazione detenuta negli istituti campani.
di Ciriaco M. Viggiano
Il Riformista, 10 aprile 2020
I dati parlano chiaro. Su un totale di circa 500 candidati in tutta la Campania, solo poche decine hanno finora beneficiato della detenzione domiciliare prevista dal governo per evitare che le carceri si trasformassero in focolai di Coronavirus. A denunciarlo sono stati il garante regionale e la Camera penale di Napoli. I motivi? Sono presto detti: oltre la questione di braccialetti elettronici, introvabili sebbene necessari per i detenuti ai quali restino da scontare da sei a 18 mesi di reclusione, non bisogna dimenticare la carenza di personale degli uffici giudiziari e i requisiti troppo stringenti fissati dal decreto legge 18. Tanto che, dalle parti del Tribunale di Sorveglianza partenopeo, c'è chi avrebbe preferito "un provvedimento dalle maglie più larghe sulla base del quale scarcerare un numero più consistente di detenuti, magari senza passare per il vaglio della magistratura".
La norma varata dal governo prevede che il giudice di sorveglianza disponga l'esecuzione della pena presso il domicilio soltanto per i condannati per determinati reati. Per quelli ai quali restino da scontare meno di sei mesi non occorre il braccialetto elettronico che, invece, è indispensabile per chi sia destinato alla reclusione per un periodo tra sei e 18 mesi. La pratica viene istruita dai vertici del carcere dove il detenuto si trova, mentre al magistrato spetta il solo compito di verificare la sussistenza dei requisiti previsti dal decreto. Critiche a questa impostazione giungono proprio da ambienti giudiziari: "Sarebbe stato più utile prevedere la detenzione domiciliare anche per i soggetti condannati per altri reati - spiegano dal Tribunale di Sorveglianza di Napoli - o prevedere concessione del beneficio in modo automatico, senza gravare i magistrati di un ulteriore compito.
In questo modo la platea dei detenuti destinati a tornare in libertà sarebbe stata più ampia". Anche i braccialetti elettronici "potevano essere tranquillamente evitati per chi deve ancora scontare un anno, quindi non solo sei mesi, di reclusione". Sulla lentezza con la quale viene disposta la detenzione domiciliare, comunque, incide anche un altro fattore: la carenza di personale che da tempo affligge il Tribunale di Sorveglianza di Napoli. Prima che scoppiasse la pandemia, come ha più volte denunciato la presidente Adriana Pangia, in servizio c'era il 45 per cento dei dipendenti previsti da una pianta organica già di per sé ridotta. Quando il governo ha definito le restrizioni per arginare la diffusione del Coronavirus, la situazione è peggiorata: per evitare assembramenti negli uffici, i vertici del Tribunale si sono visti costretti a organizzare il lavoro su turni concedendo a un terzo dei dipendenti la possibilità di operare da casa con tutte le inevitabili difficoltà tecniche che ne derivano.
"Tutto ciò - trapela dallo staff della presidente Pangia - si traduce in un rallentamento del disbrigo delle pratiche, incluse quelle relative alla detenzione domiciliare". Non bisogna dimenticare, infine, che non tutte le istanze di detenzione domiciliare avanzate dal carcere sono ammissibili. Sempre secondo quanto riferito da fonti giudiziarie, sono decine le domande prive dei requisiti previsti dal decreto 18 che vengono ugualmente sottoposte al vaglio della magistratura. Risultato: i giudici sono tenuti ad analizzarle per poi dichiararle inevitabilmente inammissibili. Con buona pace di quei detenuti che, pur avendo le carte in regola per scontare la pena a casa, devono attendere settimane per vedersi accordato il beneficio.
Il Giorno, 10 aprile 2020
Il via da San Vittore. Ma in una settimana sono raddoppiati in Italia i casi di contagio in cella, la maggior parte in Regione. Il Provveditorato dell'Amministrazione penitenziaria della Lombardia ha attivato un protocollo di collaborazione con l'organizzazione Medici senza frontiere per la prevenzione della diffusione del coronavirus negli Istituti del suo distretto. L'Ong ha iniziato da una settimana la sua attività presso la Casa circondariale San Vittore di Milano. Lo rende noto Mauro Palma, Garante nazionale delle persone private della libertà, che ha avuto una lunga interlocuzione con Msf per un confronto sulla situazione e sull' intervento nelle carceri. "Sebbene ci si mantenga all'interno di numeri sostanzialmente contenuti, ieri si è avuto un innalzamento dei casi di positività nella popolazione detenuta che ha portato il numero complessivo a quasi due volte quello (20, ndr.) che l'Amministrazione penitenziaria aveva comunicato la scorsa settimana".
- Santa Maria Capua Vetere (Ce). Tensioni al carcere, protesta delle donne dei detenuti
- Trento. "Il carcere è una vera polveriera, si devono ridurre i detenuti"
- Milano. A San Vittore 79 bloccati dal virus. Tribunale, morto carabiniere
- Brindisi. In quarantena 9 agenti di Polizia penitenziaria
- Napoli. Il Garante: "Coronavirus, in carcere nessuna distanza di sicurezza"










