di Davide D'Attino
Corriere del Veneto, 11 aprile 2020
Quella di ieri sera, trasmessa da Roma in mondovisione, inevitabilmente è stata una Via Crucis diversa. Unica. Destinata a restare per sempre nella storia. Una celebrazione inedita, sul sagrato della Basilica di San Pietro anziché di fronte al Colosseo come avvenuto fino all'anno scorso, non solo per la figura "solitaria" di papa Francesco, in una piazza deserta di fedeli a causa dell'emergenza sanitaria in atto.
Ma anche per la presenza, nel Venerdì Santo in cui si commemorano la passione e la crocifissione di Gesù Cristo, di don Marco Pozza, già soprannominato "don Spritz" quand'era viceparroco nella chiesa della Sacra Famiglia a Padova.
A lui, sacerdote 40enne originario di Calvene (Vicenza), oggi cappellano del carcere Due Palazzi sempre a Padova, il pontefice ha affidato il compito di portare la croce durante le quattordici stazioni della cerimonia. E il giovane prete, che gode da tempo di un rapporto "privilegiato" con il Santo Padre (tanto da intervistarlo spesso su Tv2000), si è spiritualmente calato nella parte, senza rinunciare al suo solito abbigliamento, jeans e scarpe da ginnastica, e tradendo un pizzico di emozione.
La stessa emozione che si è provata quando, all'altezza di ogni stazione della Via Crucis, sono state lette le meditazioni preparate proprio da alcuni detenuti del carcere padovano e raccolte da don Pozza con la giornalista della Difesa del Popolo, Tatiana Mario.
"Quando, rinchiuso in cella, rileggo le pagine della Passione di Cristo - ha scritto un ergastolano calabrese scoppio nel pianto. Dopo ventinove anni di galera, non ho ancora perduto la capacità di piangere e di vergognarmi della mia storia passata e del male compiuto.
Mi sento Barabba, Pietro e Giuda in un'unica persona. Il passato è qualcosa di cui provo ribrezzo. È strano a dirsi ma il carcere è stato la mia salvezza. Se per qualcuno sono ancora Barabba, non mi arrabbio: avverto, nel cuore, che quell'Uomo innocente, condannato come me, è venuto a cercarmi per educarmi alla vita".
di Alessio Alfretti
La Provincia Pavese, 11 aprile 2020
Accuse anche dall'ex calciatore Iaquinta (il padre è detenuto) La responsabile del penitenziario spiega le contromisure. Pubblica un disegno fatto a mano di una cella della casa circondariale di Voghera, per dimostrare che in quello spazio non sarebbe possibile tenere le distanze di sicurezza imposte dall'emergenza sanitaria.
Il messaggio che il calciatore Vincenzo Iaquinta, il cui padre sconta una pena nella struttura vogherese, ha affidato al suo profilo sul social network Instagram (poi ripreso da un sito sportivo online) è chiaro: "Come si fa a mantenere la distanza di sicurezza?". Insomma, il metro di distanza interpersonale, in uno spazio che dal disegno del calciatore risulta di 5,25 metri per 4,50, occupato da tavolo e quattro sedie, 2 letti più uno a castello, angolo cottura e il bagno, non sarebbe possibile da rispettare.
Un dubbio cui risponde il direttore della casa circondariale di Voghera, Stefania Mussio, che parla anche dell'impegno per assicurare la tutela dei detenuti. A partire dalle diverse misure adottate: "Il cambiamento delle abitudini e delle relazioni è qualcosa che riguarda oggi tutte le persone e ancor di più chi si ritrova a dover condividere uno spazio "forzato" in ragione del reato commesso - spiega Mussio.
L'argomento della distanza interpersonale non può essere considerato l'unico paramento misuratore di un pericolo: le persone detenute devono indossare la mascherina, devono mantenere la cella pulita e sanificata con i prodotti a loro disposizione, devono in ogni caso adottare modalità di relazione più caute e accorte, devono mantenere areata la cella. Inoltre devono ricevere informazioni corrette". La direttrice fornisce dettagli sulla situazione in carcere per quanto riguarda il contagio da Coronavirus.
La situazione Covid - "La sezione in cui si trova Iaquinta è stata posta in quarantena perché sono stati individuati due casi positivi di Covid-19, fortunatamente asintomatici. Entrambi i casi hanno riguardato due detenuti che condividevano la camera di pernottamento, rispettivamente con altre tre persone: tutte e 6 sono state sottoposte a tampone e tutte e sei sono risultate negative".
Stefania Mussio spiega che in carcere si fa di tutto per affrontare l'emergenza nel miglior modo possibile, conciliando le ragioni della sicurezza con gli aspetti umani e sociali. "Abbiamo cercato in questo periodo di comprendere le angosce sia dei detenuti che dei loro famigliari. Abbiamo fatto in modo, con tutti gli strumenti a disposizione, di allentare il problema dei colloqui e delle telefonate, favorendo in ogni modo i contatti con le famiglie.
Il personale penitenziario lavora duramente, fortemente provato dai turni di servizio e dal virus che non risparmia nessuno. Applichiamo rigorosamente i protocolli sanitari e tutte le possibili modalità di prevenzione, con le difficoltà note a tutti coloro che lavorano in prima linea. Qui come altrove non è diverso: la diversità la facciamo quando affrontiamo il problema senza scoraggiarci credendo fortemente di svolgere un servizio e non sentendoci soli, ma un insieme di forze. Con noi i medici, il medico del lavoro e gli infermieri. Nessuno è escluso".
Infine, la direttrice non nega che quello degli spazi in carcere possa essere un problema: "La complessità di questo virus, che merita attenzione e prevenzione, non si dovrebbe sempre circoscrivere al solo problema della distanza interpersonale e quindi dell'affollamento, una questione importante, nota e di vecchia data, che meriterebbe di essere affrontata lontano da logiche emergenziali".
di Riccardo Magi*
Il Riformista, 11 aprile 2020
C'è qualcosa di perverso e di osceno nel decreto che proclama che i porti italiani non possono più essere considerati "porti sicuri" cioè luoghi in cui uomini, donne e bambini salvati da un naufragio possano trovare la salvezza.
Un solo articolo, cinque righe, un testo a otto mani, firmato da quattro ministri di peso: De Micheli, Di Maio, Lamorgese e Speranza. E politicamente trasversali: M5S, Pd, Leu, un tecnico. Cinque righe che rivelano qualcosa di terribile e allarmante: l'impotenza e la prepotenza che può impadronirsi del potere. Pensare di poter modificare gli obblighi internazionali con un atto amministrativo, quale è un decreto ministeriale, quando la nostra Costituzione riconosce in quegli obblighi un limite persino alla potestà legislativa dello Stato.
Pensare magari che questo atto amministrativo sia più forte e vigoroso se lo si firma in quattro, finendo per svelarne proprio così la debolezza Sia chiaro, è falso dal punto di vista tecnico che i porti italiani, pur nella attuale situazione di emergenza sanitaria, "non assicurano i requisiti" per la classificazione di piace of safety.
Ma il governo per togliersi dall'impaccio di dover autorizzare lo sbarco dei 150 naufraghi della Alan Kurdi ancora a largo di Lampedusa, e di dover decidere su eventuali altri disperati in fuga dall'inferno libico nelle prossime settimane ha deciso di tagliare la testa al toro e di definire l'Italia un paese "non più sicuro." Anziché predispone tutte le misure necessarie a scongiurare la diffusione del contagio, a partire dalle più stringenti misure di quarantena su navi attrezzate o in terra, rispondendo così anche alle richieste di aiuto del sindaco di Lampedusa dove nel frattempo continuano i cosiddetti sbarchi fantasma, l'Italia preferisce adottare un provvedimento che non ha precedenti.
Qualche tecnico ministeriale deve aver convinto i ministri che fosse una furbata. Questo decreto si colloca in effetti nella scia dei "decreti sicurezza" salviniani. Come quelli gioca con le definizioni, con le classificazioni, con i requisiti, gioca con il diritto travolgendo lo stato di diritto. Il terribile decreto sicurezza-bis è ancora in vigore e il governo avrebbe potuto utilizzare quei divieti amministrativi all'ingresso nelle acque italiane che Salvini aveva usato l'estate scorsa. Sotto il profilo giuridico se non altro sono stati convertiti dal Parlamento.
Ma qui sta la perversione, per ottenere lo stesso risultato di bloccare lo sbarco di 150 disperati, hanno voluto produrre un altro decreto altrettanto illegittimo e sproporzionato di quelli salviniani ma politicamente molto più ipocrita dal momento che si serve dell'ombrello dell'emergenza sanitaria.
Esattamente un anno fa, era l'aprile 2019, l'affermazione di Salvini che i porti libici fossero "porti sicuri" scatenava reazioni indignate, intervenivano la Commissione europea e l'Onu a smentire, intervenivano tutti ma proprio tutti gli esponenti del centrosinistra. Oggi non abbiamo lo stesso coro di indignazione per il fatto che l'Italia si definisca un "porto non sicuro" ma il gioco è lo stesso. È altrettanto sporco, solo più subdolo.
Abbiamo vissuto un paio di anni in cui il dibattito politico è stato occupato e soffocato dall'uso strumentale del tema dell'emigrazione, dalla demagogia dell'invasione, dalla propaganda del "ci rubano il lavoro" per accorgerci ora, in piena crisi globale da pandemia che non sappiamo più come raccogliere la frutta e la verdura. È anche accettando supinamente atti di pelosa arroganza politica come il decreto sui porti che un Paese perde il buon senso e si perde.
Ho votato una sola volta la fiducia a questo governo, nel momento in cui nacque promettendo discontinuità. Una discontinuità che doveva concretizzarsi anche sulla capacità di governo dei fenomeni migratori. Dobbiamo chiedere con forza ai quattro ministri di riflettere e revocare quel decreto. Non è questione marginale rispetto a tutte le altre che l'emergenza ci pone davanti ogni giorno perché non sarà un trionfo di ipocrisia e di cinismo a portarci fuori dall'emergenza sanitaria, sociale, economica.
Non saranno l'uso strumentale dell'epidemia da virus e la retorica bellica a mascherare lo strabismo di chi ci governa. Quello strabismo che fa dire al governo italiano che i porti italiani non sono sicuri e le carceri invece sì. Uno strabismo tragico se nei prossimi giorni, com'è probabile, avremo più morti in mare e nelle carceri.
*Deputato +Europa Radicali
di Cristian Casali
cronacabianca.eu, 11 aprile 2020
Le puntate in onda su Radio Città Fujiko a partire dal prossimo lunedì, 13 aprile, dalle 9 alle 9.30 (dal lunedì al venerdì fino al 30 giugno), riascoltabili anche sul blog "Liberi dentro" nella pagina dei podcast. Un programma di didattica, cultura e informazione rivolto al carcere, ma anche alla cittadinanza: l'idea è quella di non fermare le attività didattiche che si svolgevano nella struttura bolognese della Dozza prima dell'inizio dell'emergenza legata al coronavirus. Il progetto "Liberi dentro-Eduradio" vede coinvolti gli insegnanti della scuola del carcere, le associazioni di volontariato, i garanti dei diritti delle persone detenute e i diversi rappresentanti delle fedi: un coro di voci per accorciare le distanze tra carcere e società.
Il programma andrà in onda su radio Città Fujiko (103.1 fm) a partire dal prossimo lunedì, 13 aprile, dalle 9 alle 9.30 (dal lunedì al venerdì fino al 30 giugno), e tutte le puntate saranno riascoltabili sul blog "Liberi dentro" nella pagina dei podcast.
Un'iniziativa, spiega il Garante regionale dei detenuti, Marcello Marighelli, "che abbiamo apprezzato fin da subito e che cercheremo di sostenere ritenendo fondamentale lo strumento della didattica all'interno degli istituti carcerari".
L'emergenza sanitaria, ha rimarcato poi padre Ignazio (tra i promotori del progetto), "ha causato un blocco drammatico dei contatti con l'esterno delle carceri italiane, comprese le attività educative: con questo programma vogliamo che le nostre voci scavalchino i muri".
di Rosanna Borzillo
Il Mattino, 11 aprile 2020
Si rivolge ai detenuti in "questi giorni difficili, pieni di paure e di preoccupazioni" e li chiama "carissimi amici": l'arcivescovo di Napoli, il cardinale Crescenzio Sepe, sceglie di scrivere a chi "vive in una condizione di restrizione, resa ancora più dura dal virus, diffusosi in Italia".
A loro dedica una lettera di incoraggiamento e, in questa Settimana Santa, invita a non "avere paura". L'arcivescovo ricorda il brano del Vangelo in cui viene riferito che Gesù stava nella barca con i discepoli "anche allora - dice - intorno c'era la tempesta e sembrava che tutto e tutti stessero per naufragare". "Una situazione - dice Sepe - che vi rende simili alle altre persone libere, che sono costrette a restare a casa e non si possono incontrare con gli amici e i parenti, come si era abituati a fare". Tutti temono la tempesta, tutti pensano che sia la fine.
"E questo ci rende tutti un po' carcerati e ci unisce a voi in questo tempo in cui ciascuno, però, è chiamato a fare la propria parte per evitare che il virus si possa propagare". L'invito ai detenuti è, perciò, a mantenere la calma, a sostenere i compagni più fragili e in difficoltà, a pregare il Signore, che non ci farà mancare il suo sostegno. "Gesù - ricorda Sepe - sgridò il vento e disse al mare: "Taci, calmati!". Il vento cessò e vi fu grande bonaccia".
Ai detenuti (a cui Sepe ha dedicato l'anno pastorale con la Lettera "Visitare i carcerati", ispirata all'opera di misericordia), aggiunge: "non siate paurosi! Gesù disse ai discepoli: "Non avete ancora fede?". E a noi ripete di non avere paura e di continuare a rivolgerci a lui con fede e speranza". E, poi, un appello: a mantenere la calma. "Capisco - scrive ai detenuti - che anche voi siate in ansia per voi stessi e per le vostre famiglie, e che la condizione di reclusione vi tiene lontani dai vostri affetti in un momento così pieno di incertezze".
La sospensione dei colloqui con i propri familiari, per impedire che il contagio possa entrare all'interno del carcere, ha inasprito paure e animi. L'arcivescovo ribadisce: "So che state comunicando soltanto attraverso i telefonini cellulari, anche con chiamate in video, ma certo non è la stessa cosa che vedersi di persona; tuttavia è comunque un modo per non interrompere i legami e per guardare negli occhi le persone a cui volete bene". Poi un incoraggiamento per gli "amici" che Sepe raccomanda, in modo particolare, nella preghiera alla Vergine, benedicendo "mogli, figli e madri a cui va un abbraccio paterno".
di Francesca Caprini
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Le richieste dei detenuti dopo la strage del 21 marzo. Nelle 132 prigioni del paese 120mila prigionieri in spazi pensati per 80mila. E quelli politici iniziano a sparire. Il Covid-19 corre per il mondo e come una cartina tornasole mostra i drammi e le contraddizioni dei territori e delle società che attraversa. Così è per le carceri, così è anche in Colombia.
Lo scorso 21 marzo, una delle pagine più sanguinose della storia carceraria del paese: la rivolta dei carcerati colombiani, che chiedono più sicurezza contro il virus pandemico e il ripristino delle visite dei parenti, viene sedata con inaudita violenza. Ventitré i detenuti uccisi, 80 i feriti e la prigione La Modelo di Bogotà diventata teatro di guerriglia e morte.
Mercoledì scorso, con una giornata di protesta pacifica organizzata via Whatsapp, i detenuti di tutti gli istituti penitenziari colombiani hanno provato a far arrivare al governo richieste precise, denunciando la situazione di forte precarietà: "Abbiamo diritto alla vita, alla salute, alla dignità - hanno detto attraverso un video - e lo Stato ne è responsabile. Abbiamo bisogno di acqua potabile, cibo sano, disinfettanti, sapone, mascherine. Parenti e avvocati non possono più venire a trovarci, mentre le guardie entrano ed escono senza alcun controllo sanitario. No alle pallottole, no alla pandemia".
Il detenuto legge il documento davanti a una platea di un centinaio di prigionieri seduti per terra in uno dei cortili interni del carcere bogotano. Alle loro spalle si intravvedono lenzuola colorate e indumenti stesi dalle finestre, pezzi di vita quotidiana di una delle prigioni più violente del paese, afflitta da un endemico problema di sovraffollamento che stringe oltre 5mila carcerati negli spazi pensati per 2.600.
La rivolta nelle carceri colombiane non è legata solo alla pandemia in corso - che in Colombia ha fatto registrare fino a oggi circa 2.200 contagiati, di cui un migliaio solo a Bogotà, e 79 decessi - ma si intreccia con problematiche pregresse. In una nota dell'Alta Commissaria per i diritti umani Onu, Michelle Bachelet, emessa dopo quella che viene definita "la strage del 21 marzo", si denuncia come nelle 132 carceri in Colombia il sovraffollamento sia quantificato oltre il 50%: "Sono 120mila persone costrette in carceri pensate per 80mila e che necessitano misure di sicurezza contro la diffusione del Covid-19".
Il governo di Ivan Duque - criticato duramente sia da parte di organismi per i diritti umani, che da deputati dell'opposizione - ha annunciato un decreto che preveda a breve la liberazione di 10mila carcerate e carcerati tra anziani, malati o che abbiano già scontato i due terzi della pena. E mentre il Movimento carcerario denuncia le ripercussioni da parte delle guardie verso i detenuti - "Ci privano dell'acqua e della libertà", dicono - a preoccupare è la serie di trasferimenti di prigionieri politici verso il carcere di massima sicurezza di Ibaguè.
L'organizzazione per i diritti umani Corporación Solidaridad Jurídica è allarmata: "Denunciamo il trattamento repressivo e militare verso i prigionieri politici - ci spiega il suo presidente John Leon - La notte del 24 marzo sono stati prelevati dal Patio 4 de La Modelo [la sezione del carcere dove attendono di essere giudicati gli ex guerriglieri.
Nel Patio 5 sono detenuti invece ex paramilitari, ndr], quattro ex guerriglieri senza che potessero prendere i propri oggetti personali, né comunicare con gli avvocati. Sono stati portati nel carcere di massima sicurezza di Ibaguè, le motivazioni sembrano essere di natura disciplinare. Uno di loro, Josè Parra Bernal, era malato e protetto dalla Commissione Internazionale per i diritti umani, ci giunge voce che sia già deceduto".
La situazione è complicata dal conflitto giurisdizionale con la Jep (Giurisdizione speciale per la Pace, l'organismo preposto alla valutazione dei casi nell'ambito del processo di pace in corso in Colombia dal 2016), che di fatto blocca le amnistie - che potrebbero essere previste dal decreto governativo - per gli ex guerriglieri.
"Denunciamo la possibile sparizione forzata di queste persone", conclude Leon. Anche Michelle Bachelet ha scritto una preoccupata nota in proposito: "Ora più che mai crediamo che il governo colombiano debba prendere in considerazione di liberare prigionieri politici in carcere senza sufficienti motivazioni".
Apprensione anche per le tre giovani studentesse da tre anni incarcerate per l'attentato del 2017 al Centro commerciale andino di Bogotà, simbolo di quello che viene definito da movimenti universitari e organizzazioni sociali, un "montaggio giudiziale". Anche di Lizeth Rodríguez, Lina Jiménez ed Alejandra Mendez non si sa più nulla.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Stati uniti. Hart Island è da 150 anni luogo di sepoltura degli indigenti. Ora i numeri si moltiplicano. Intanto i governatori si organizzano: consorzio di Stati per acquistare materiali medici bypassando il presidente ostruzionista Trump. Hart Island fa parte del piccolo arcipelago delle Isole Pelham, all'estremità occidentale del Bronx, a New York City.
Da oltre 150 anni viene utilizzata per seppellire chi non può permettersi funerali o posti al cimitero: ci sono sepolti i resti di oltre un milione di persone anche se dal primo decennio del XXI secolo le sepolture erano meno di 1.500 all'anno. Prima della pandemia. A essere sepolti in quell'isola sono prevalentemente i senzatetto e gli indigenti, la fascia sociale più colpita dal virus. Le statistiche dicono che se prima del Covid-19 si trattava di 25 sepolture la settimana, ora si parla di oltre 30 al giorno.
A svolgere il lavoro sono i detenuti del carcere di Rikers Island, dove si consuma un dramma parallelo, comune ad altre prigioni, dove il virus a gioco facile. A Rikers Islands il tasso di contagi potrebbe essere nove volte superiore alla media già altissima della città. Il 30 marzo la Società per la consulenza legale di New York parlava di 36 detenuti su mille positivi al test del coronavirus, nel resto della città il rapporto era quattro su mille. Ciò che il virus sta evidenziando nella patria del capitalismo mondiale è che una pandemia non coinvolge tutta la popolazione nello stesso modo. Le classi sociali più svantaggiate, senzatetto e indigenti sono i più esposti di tutti al contagio e il numero di malati e di decessi in questa porzione di newyorchesi non si sta stabilizzando, come invece sta accadendo in fasce diverse. Nonostante i numeri impressionanti il sistema implementato nello Stato e nella città di New York al momento sembra reggere, i ricoveri sono in calo e gli ospedali da campo non hanno raggiunto neanche lontanamente la massima capienza.
Durante le conferenze stampa quotidiane il governatore Andrew Cuomo inizia a esprimere un cauto ottimismo riguardo la tenuta del sistema sanitario e ha spiegato come gli ospedali da campo costruiti ovunque siano stati una mossa cautelativa basata sulle previsioni scaturite dai dati iniziali. "Il mio compito è ascoltare gli esperti - ha detto Cuomo - e cercare soluzioni. La soluzione che abbiamo trovato ha fatto sì che non ci sia bisogno, al momento, di questi letti. La distanza sociale e l'isolamento stanno funzionando".
Il problema, ora, ha spiegato Cuomo, è cominciare a pensare a una seconda fase di riapertura, per quanto lontana: dipende dal numero di test che possono essere fatti. "Abbiamo bisogno di milioni di test solo nello Stato di New York; come autorità locali tra poco saremo grado di produrne 2mila al giorno. Uno sforzo enorme per una goccia nell'oceano. Abbiamo bisogno dell'aiuto federale, che il presidente faccia riconvertire le ditte alla produzione di test diagnostici e tamponi, senza i quali nessuna riapertura è possibile".
Trump ha più volte invitato i governatori a cavarsela da soli senza aspettarsi un aiuto federale, invito però che non considera i limiti dei poteri locali. Il governatore di New York si riferisce ancora una volta al Defence Production Act che impone la riconversione della produzione delle fabbriche in materiali necessari per la nazione; in questo caso, oltre respiratori e mascherine, anche tutti gli agenti per i test immunologici e per i tamponi.
Senza questa produzione il sistema attuale prevede che gli Stati siano in concorrenza tra loro, con il governo federale e con soggetti stranieri e privati per acquistare le forniture. I governatori hanno per questo chiesto a Trump che il governo federale acquisti i materiali per poi redistribuirli in proporzione alla gravità del problema, Stato per Stato. La Casa bianca, però, non vuol sentir parlare né di Defence Production Act né di farsi carico dei materiali sanitari.
Per cercare di ovviare allo stallo, dopo settimane in cui gli Stati combattevano l'uno contro l'altro e contro il governo federale, alcuni governatori stanno mettendo in piedi un "consorzio multi-stato" che aumenterebbe il loro potere d'acquisto, taglierebbe la concorrenza e procurerebbe rapidamente rifornimenti alle aree più bisognose. Cuomo, vicepresidente della National Governor's Association, ha riferito ai giornalisti che sono in corso riunioni tra i governatori per unirsi in un gruppo. Ha definito il consorzio "Opzione B". California, Washington State, New York, New Jersey, Connecticut, Maryland, tutti Stati che hanno già formato coalizioni in opposizione alle politiche di Trump, come il controllo delle armi, il trattato di Parigi, gli Stati santuario.
Carlo Lania
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Nessun obbligo di ricollocamento per gli Stati e richieste di asilo esaminate alle frontiere. Nessun obbligo per gli Stati di accogliere i richiedenti asilo, agenti di Frontex armati alle frontiere esterne dell'Unione dove verranno effettuati anche screening delle domande di protezione internazionale.
E poi stretta sui rimpatri, che saranno a carico del bilancio europeo, e pressione sui Paesi di origine perché stipulino accordi per riprendere i migranti. Sono solo alcuni dei punti del nuovo piano dell'Unione europea su migranti e asilo che la commissione guidata da Ursula von der Leyen ha ormai finito di mettere a punto e che dovrebbe essere presentato a giorni, subito dopo Pasqua. A ben vedere, però, di nuovo c'è ben poco se non il fatto che, accantonato ancora una volta il principio di solidarietà che pure dovrebbe rappresentare uno dei suoi pilastri, l'Unione sembra essere andata incontro alle richieste di chi, come il blocco di Visegrad ma non solo, da tempo chiede maggior rigore verso quanti, migranti o profughi che siano, cercano di arrivare nel Vecchio continente. E se le indiscrezioni verranno confermate, quella che si profila è un'Europa che per sopravvivere sceglie di farsi sempre più fortezza.
Per mesi il vicepresidente della commissione Ue Margaritis Schinas e la commissaria agli Affari interni Ylva Johansson hanno consultato tutte e 27 le capitali facendo e ascoltando proposte pur di arrivare a una bozza che trovasse l'accordo di tutti. "Questa volta l'Europa non può fallire", ha spiegato più volte Schinas ricordando l'insuccesso del piano di ricollocamenti avviato da Bruxelles nel 2015. Il risultato di tanto lavoro è un piano che sembra ispirarsi alla "solidarietà flessibile" più volte invocata da alcuni Paesi e dove ogni Stato è libero di scegliere come e se intervenire per sostenere il peso dei nuovi arrivi.
Sì perché a quanto si capisce non solo resterebbe in vigore il principio di Paese di primo approdo, in base al quale la presa in carico del richiedente asilo è dello Stato nel quale arriva, ma non sarebbe previsto nessun meccanismo di redistribuzione obbligatorio e automatico dei profughi tra gli Stati membri. Di fatto i Paesi che non vorranno accogliere richiedenti asilo potranno scegliere se finanziare i ricollocamenti oppure inviare personale (sanitari, funzionari esperti nell'esame delle richieste di asilo, volontari) ai Paesi che più sono sotto pressione a causa degli sbarchi.
Sono previsti inoltre screening delle domande di asilo alle frontiere esterne dell'Unione. In pratica chi vorrà presentare una richiesta di protezione internazionale dovrà farlo prima ancora di mettere piede in Europa. Una procedura che preoccupa non poco le organizzazioni di diritti umani, visto che mette a rischio la possibilità di una valutazione individuale della domanda.
Novità anche per quanto riguarda Frontex, l'Agenzia europea per il controllo delle frontiere. Il progetto prevede di reclutare diecimila nuovi agenti entro il 2027 ma già 700 potrebbero essere operativi fin dalla prossima estate nel controllo dei confini esterni dell'Unione.
Nei mesi scorsi proprio Schinas aveva parlato della possibilità che il nuovo corpo europeo per la prima volta possa essere armato e contare su navi ed elicotteri per sorvegliare le rotte del Mediterraneo. Il nuovo piano europeo prevede infine anche misure per l'integrazione, nonché l'apertura di canali legali di ingresso che però dovrebbero riguardare solo migranti altamente qualificati.
di Tonino Perna
Il Manifesto, 11 aprile 2020
Abolire i Decreti sicurezza, vigilare sulle speculazioni nel campo farmaceutico e alimentare e svuotare le carceri. La pandemia ha generato nei mass media un mondo ad una dimensione, per riprendere il titolo di un famoso libro di Marcuse. Certo, e chi scrive l'ha sostenuto fin dal 4 febbraio, siamo di fronte alla più pericolosa pandemia del secolo, ma questo non significa che altre emergenze debbano essere negate, sotterrate, ignorate. La prima riguarda la condizione dei migranti resi clandestini dai Decreti (in)sicurezza. Sono oltre 400mila i migranti a cui non è stato rinnovato il permesso di soggiorno per motivi umanitari. Un esercito di "clandestini", creato ad arte per criminalizzare gli immigrati e mantenere alta la paura.
È un'emergenza negata a cui il governo Conte 2, già prima dell'arrivo del virus, avrebbe dovuto dare rapidamente una risposta abolendo i decreti criminogeni. Ora sarà costretto a farlo se non vuole che muoia l'agricoltura italiana, come chiedono a gran voce le associazioni degli imprenditori del settore. Il paradosso è che i migranti non si possono muovere dai ghetti - da Rosarno a Foggia a Fondi - perché non possono uscire dai Comuni se non hanno un contratto di lavoro, ma non possono avere un contratto di lavoro se sono irregolari. Rimangono in questi ghetti senza assistenza medica, in pessime condizioni igieniche, col rischio di creare una bomba sanitaria anche per gli abitanti dei vari territori.
A questo punto ci aspettiamo che i sindacati, a partire dalla Flai-Cgil e dalle U.s.b., intervengano duramente con il governo per sbloccare la situazione e vigilino sul rispetto dei contratti di lavoro in agricoltura (dove spesso vengono registrate molte ore in meno di quelle effettuate) ora che la forza-lavoro ha il coltello dalla parte del manico. Infatti, siamo passati dalla "invasione dei migranti africani" al bisogno urgente di questi giovani africani per salvare le nostre aziende agricole.
Una seconda emergenza negata, in qualche modo collegata anche alla precedente, è rappresentata dall'inflazione strisciante nei prezzi dei generi alimentari che potrebbe presto diventare galoppante. Più evidente in campo farmaceutico, dove ci sono stati episodi di vero e proprio sciacallaggio per tutti gli strumenti di protezione sanitaria e di speculazione per alcuni farmaci e integratori, anche nel settore alimentare registriamo un aumento dei prezzi in alcuni comparti. In parte per la riduzione della produzione agricola dovuta a mancanza di manodopera, in parte per il blocco/ritardo delle materie prime importate e a nuove frizioni nelle filiere agro-alimentari.
Ovviamente i più colpiti sono i ceti a basso reddito, la cui spesa alimentare arriva a rappresentare anche il 40-50 per cento della spesa mensile, contro una media nazionale del 18 per cento. Se questo fenomeno non viene contrastato per tempo colpirà pesantemente il potere d'acquisto delle fasce sociali più fragili, come è successo quando si passò dalla lira all'euro, perché il governo Berlusconi non vigilò su catene agro-alimentari e servizi di ristorazione che raddoppiarono i prezzi.
Infine, una terza emergenza negata è quella delle carceri sovraffollate. Ben altri, ben più autorevoli di chi scrive, da Luigi Manconi a papa Francesco, hanno denunciato questo massacro. Se il governo continua a nascondersi rispetto a questo dramma umano bisognerà che altri soggetti sociali e politici glielo ricordino: non svuotare adesso le carceri, utilizzando misure alternative per i reati minori (che sono la maggioranza) significa essere complici di una strage. Presidente Conte, lei ha acquistato una credibilità e un consenso inimmaginabili fino all'arrivo della pandemia, sappia che può - senza spesa aggiuntiva - abolire i Decreti sicurezza, vigilare sulle speculazioni nel campo farmaceutico e alimentare, e svuotare le carceri. Se non lo farà, il suo governo sarà responsabile della morte di migliaia di persone.
agenzianova.com, 11 aprile 2020
Un indulto riservato a detenuti più a rischio per età e alle detenute con figli. È quanto contenuto nel decreto approvato è stato deciso in Bolivia Jeanine Anez, presidente ad interim della Bolivia. A beneficiarne saranno uomini con un'età superiore ai 58 anni e donne dai 55 anni in su con uno o più figli. Il provvedimento punta a ridurre il sovraffollamento delle carceri nel contesto dell'emergenza sanitaria provocata dal nuovo coronavirus.
La disposizione dovrà ora essere approvata dall'Assemblea nazionale. "È importante adottare queste misure in questo momento in cui vi è un sovraffollamento nelle carceri", ha affermato il ministro della Presidenza, Yerko Nunez. La misura era stata chiesta dalla Defensoria del Pueblo. Le carceri del paese operano infatti al dopo della loro capacità e i due terzi dei detenuti sono in attesa di giudizio.
Sono 264 in Bolivia le persone affette da Covid-19 conclamato e 18 i morti. La presidente Anez ha annunciato lo stato di emergenza sanitaria fino al 15aprile e la chiusura delle frontiere, nel tentativo di contenere la diffusione del nuovo coronavirus.
La disposizione stabilisce che solo una persona per nucleo famigliare può uscire di casa per fare la spesa dalle 7alle 12. Le uscite sono scaglionate sulla base dell'ultimo numero della carta di identità; una misura, questa, adottata anche i altri paesi della regione come Ecuador e Panama.
Il governo ha anche disposto la chiusura delle scuole e sospeso i voli da e per l'Europa. Saranno con ogni probabilità posticipate le elezioni generali previste per il 3 maggio a una data compresa fra il 7 giugno e il 6 settembre 2020. Le elezioni sono state indette in seguito alle contestazioni di quelle del 20 ottobre scorso, che hanno portato alle dimissioni del presidente Evo Morales su pressione delle forze armate.
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