veronasera.it, 15 aprile 2020
E sui 60 sottoposti a test, 25 sono risultati positivi. A questi si aggiungono i 17 contagiati tra gli agenti della Polizia penitenziaria. Fp Cgil e il senatore Vincenzo D'Arienzo chiedono interventi immediati. Il coronavirus è entrato nel carcere di Verona.
Lo avevano segnalato i sindacati alle autorità alla fine di marzo e sono tornati a farlo ieri, 13 aprile, con una lettera ancora più dettagliata inviata al dipartimento amministrazione penitenziaria di Roma, al provveditorato regionale di Padova, al prefetto di Verona, alla direzione del carcere, alla Regione Veneto, all'Ulss 9 Scaligera, alla protezione civile e per conoscenza anche alla procura di Verona. "Ben 17 agenti della polizia penitenziaria del carcere di Montorio e 25 detenuti sono risultati positivi al test a tampone - scrive Elisabetta Rossoni della Fp Cgil - Tra gli agenti positivi, uno è ancora ricoverato in ospedale, gli altri sono stati posti in quarantena domiciliare in caserma o nelle proprie abitazioni.
Tra i detenuti, i 25 positivi sono stati individuati tra i 60 esaminati, ma la popolazione complessiva è di 450 tra uomini e donne. Tutti sono stati già isolati in apposite sezioni, ma il margine degli spazi interni appare insufficiente per la ottimale gestione dei casi, specie se i numeri dovessero ancora crescere".
I contagiati dal coronavirus nel carcere di Montorio sono dunque 42, tra agenti e detenuti, ma non tutti sono stati sottoposti ai test a tampone. Per gli agenti si procede a gruppi di 10 ogni giorno, ma la preoccupazione delle organizzazioni dei lavoratori è che i dispositivi di protezione individuale come le mascherine, le tute e gli occhiali non siano abbastanza per coloro che prestano servizio nelle aree del penitenziario in cui sono stati isolati i detenuti infettati dal virus. "Non vorremmo - aggiunge Rossoni - che quanto di preoccupante avvenuto in alcune residenze sanitarie per anziani si replichi nei penitenziari".
La Fp Cgil chiede dunque di agire rapidamente, creando una task force interna al carcere di Montorio per monitorare la situazione e per approvvigionare il personale della polizia penitenziaria e i detenuti dei dispositivi di protezione. Il sindacato chiede anche di completare nel più breve tempo possibile lo screening di tutti coloro che si trovano nel carcere, quindi di fare il test a tampone a tutti e subito, e di misurare la temperatura corporea a tutti coloro che fanno richiesta di accesso alla casa circondariale. Servirebbe, inoltre, anche una task force esterna al carcere, fatta di medici ed infermieri, per la gestione di chi è positivo al coronavirus. E, infine, la Fp Cgil chiede la possibilità di sfollare il penitenziario, in modo che per ogni cella ci sia un solo detenuto.
"È il momento di agire - aggiunge il senatore veronese del Partito Democratico Vincenzo D'Arienzo - Nessuno abbandoni la polizia penitenziaria e gli operatori del carcere a Montorio". Il parlamentare del PD ha nuovamente raccolto l'appello dei sindacati e chiede alle autorità competenti di completare in fretta i tamponi a coloro che sono rinchiusi o che lavorano nella casa circondariale scaligera. "La tutela della salute della popolazione carceraria e dei lavoratori penitenziari non ammette deroghe - aggiunge D'Arienzo. In quel luogo chiuso il contagio si diffonde velocissimo. Servono fatti per scongiurare ogni legittima preoccupazione".
vicenzatoday.it, 15 aprile 2020
Arrestati che non hanno potuto assistere in video collegamento all'udienza di convalida del loro arresto piuttosto che avvocati che si sono visti rigettare una richiesta di domiciliari. Sono queste le situazioni che vengono segnalate dal Consiglio direttivo.
Il carcere, forse più di ogni altro luogo, segna la misura con la quale uno Stato autenticamente democratico mette alla prova sé stesso, i propri limiti, la propria tenuta. Sono di questi giorni due notizie che riguardano il carcere di Vicenza segnalate dalla Camera penale berica.
"La prima - spiega in una nota il consiglio direttivo - riguarda due avvocati, entrambi iscritti all'Unione delle Camere Penali Italiane che, dopo aver presentato un'istanza di detenzione domiciliare per un loro assistito (rigettata da parte del Tribunale di Sorveglianza), si sono rivolti alla Corte Europea dei Diritti dell'Uomo; quest'ultima ha deciso di chiedere direttamente al Governo nazionale quali siano le condizioni del carcere di Vicenza e le condizioni del richiedente, nonché quali misure di sicurezza siano state assunte dalle autorità competenti per proteggere il richiedente e gli altri detenuti dal rischio di contrarre il Covid-19".
"La seconda - continuano - è relativa all'arresto di due persone, condotte poi alla Casa circondariale di Vicenza, in attesa della celebrazione dell'udienza di convalida. Udienza che, in ragione di misure urgenti adottate a seguito dell'emergenza Covid-19, gli indagati non soltanto non hanno potuto partecipare fisicamente e personalmente, ma neppure in video- collegamento dalla stanza appositamente creata presso il carcere, perché non vi erano in dotazione sufficienti dispositivi di protezioni ad accompagnarli in sicurezza".
"Se queste sono le condizioni in cui facciamo vivere l'umanità reclusa - chiosano - allora viene davvero spontaneo chiedersi se il nostro Paese sia ancora in grado di garantire a tutti un grado minimo - ancorché ridotto, oggi, data l'emergenza - di tutele. Non possiamo neppure pensare che un detenuto non possa partecipare (neppure in video- collegamento!) ad un'udienza che riguarda la sua libertà personale, facendosi vedere e vedendo in faccia il giudice che deciderà della sua vicenda, sol perché non vi sono dispositivi di protezione sufficienti ad accompagnarlo da una stanza ad un'altra".
"Proprio per questo - ed a maggior ragione - attendiamo con grande trepidazione le risposte che il Governo fornirà alla Corte Europea sulla prima vicenda. Il carcere - sottolineano - non può e non dev'essere considerato come una sorta di "terra di nessuno": anche oltrepassata la sua porta dev'essere garantito, con ogni misura necessaria e possibile, il diritto alla salute dei detenuti e di tutto il personale che vi opera. Così come ad ogni arrestato dev'essere garantito di poter partecipare a un'udienza, pur con le limitazioni che risultano strettamente necessarie per ragioni di tutela sanitaria". "Se il problema è (anche) la mancanza di dispositivi di protezione in carcere - concludono - occorre intervenire immediatamente e senza ritardo fornendo mascherine e ogni altro presidio necessario a tutelare la salute del personale e dei detenuti".
di Alan Conti
Corriere dell'Alto Adige, 15 aprile 2020
Dopo il primo agente contagiato in campo gli Alpini specializzati. Il carcere di via Dante ospita, al momento, circa 85 detenuti e 60 agenti di Polizia penitenziaria. Il primo contagio da coronavirus nel carcere di Bolzano aveva creato qualche apprensione tra i detenuti e gli agenti di polizia penitenziaria del capoluogo. Si tratta, infatti, di un luogo molto delicato per il rischio di formazione di un focolaio e le difficoltà che possono innescarsi nel curare pazienti gravi con restrizioni della libertà personale. Ma ieri è partita l'operazione di sanificazione.
Il primo contagio, comunque, riguarda un paziente asintomatico (un agente, come riportato domenica dal Corriere dell'Alto Adige) e le contromisure sono state rapide. In particolare sono stati coinvolti i soldati dell'esercito impegnato in questi giorni nelle operazioni di supporto alle forze dell'ordine e della società civile.
Ieri, dunque, le Truppe Alpine hanno avviato un progetto di igienizzazione approfondita di alcuni locali della casa circondariale di via Dante. Si tratta di un episodio unico perché è la prima volta che sul territorio provinciale le forze armate procedono. Dopo i test a tappeto, si è registrato il primo contagio da coronavirus nel carcere di Bolzano: si tratta di un agente asintomatico.
Ieri è partita la sanificazione degli spazi comuni, affidata agli esperti del reggimento Julia di Merano. Venerdì atteso un carico di disinfettante e mascherine lavabili dalla Hollu Systemhygiene con un'operazione di questo tipo in supporto all'organizzazione del carcere del capoluogo e al di fuori di luoghi strettamente militari.
L'intervento è stato curato da soldati esperti in questo tipo di operazioni: gli uomini del nucleo specializzato di disinfettori del reggimento logistico Julia di Merano. Professionisti che hanno maturato esperienze di sanificazione anche in scenari molto particolari ed estremi all'estero al seguito delle operazioni logistiche dell'esercito italiano.
La richiesta era arrivata direttamente dalla direzione centrale della casa circondariale alle Truppe Alpine. I militari si sono concentrati nel disinfettare alcune zone promiscue che sono quelle più soggette al contatto interpersonale e quindi potenzialmente più pericolose per lo sviluppo di eventuali focolai. Le igienizzazioni, inoltre, vengono eseguite con regolarità in questi giorni nelle infrastrutture e su tutti i mezzi e materiali in dotazione delle forze armate.
n particolare a supporto dei cinquanta uomini del sesto reggimento alpini che, nell'ambito dell'iniziativa "Strade Sicure", si stanno adoperando nei controlli del rispetto delle misure di contenimento da parte dei cittadini al fianco delle forze dell'ordine.
La situazione in carcere, comunque, viene seguita con attenzione anche da alcuni privati. La ditta austriaca Hollu Systemhygiene Srl, infatti, ha deciso di aiutare la casa circondariale del capoluogo altoatesino: nei prossimi giorni consegnerà alla struttura un carico di disinfettanti e protezioni facciali lavabili per i detenuti. "Intendiamo aiutarli perché immaginiamo possano vivere una situazione particolarmente difficile in questo momento - fanno sapere. Siamo vicini anche a loro e alle loro famiglie che immaginiamo in ansia". La consegna è prevista per venerdì, rendendo tutto il materiale subito disponibile.
telecitynews24.it, 15 aprile 2020
In questi giorni le varie figure di garanzia per i diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà sono letteralmente subissati da segnalazioni, istanze, denunce in riferimento alla vita detentiva nelle nostre carceri nel pieno dell'emergenza Covid-19.
In particolare ci è giunta - in forma anonima - una lettera che crediamo significativa dall'interno della Casa Circondariale "don Soria" di Alessandria. Il vecchio carcere collocato in centro città purtroppo può essere una perfetta cartina di tornasole del clima e delle tensioni delle 189 carceri d'Italia. I detenuti hanno scritto "Noi non vogliamo più che tutto ciò debba ripetersi", riferendosi ai tragici episodi di rivolta violenta che sono esplosi il 7, 8 e 9 marzo scorsi e che purtroppo hanno anche riguardato le due carceri alessandrine. In particolare la Casa di Reclusione San Michele ha subito danneggiamenti alle celle che hanno ridotto la capienza dell'Istituto di 50 posti, in un contesto che già soffriva di grave sovraffollamento (393 detenuti su 237 posti disponibili).
La comunità penitenziaria piemontese, infatti, conta 4.514 detenuti, ristretti nelle 13 carceri per adulti con una capienza effettiva complessiva di appena 3.783 posti: 731 detenuti in più rispetto ai posti disponibili. Vi sono istituti piemontesi con un indice di sovraffollamento ben sopra la già alta media regionale (120%): Alessandria San Michele 153%, Alba e Ivrea 142%, Asti 139%, Biella 138%, Vercelli 135%. La Casa Circondariale don Soria conta 230 detenuti su 210 posti disponibili.
I detenuti hanno scritto "Noi vogliano solo che la nostra voce, i nostri diritti umani, possano uscire da queste alte mura che ci dividono dal mondo esterno." E poi "La situazione per colpa del corona virus fuori la conosciamo bene, anche noi abbiamo le nostre famiglie che lottano insieme a voi e tutto il resto del mondo contro questa tragica situazione. Quello che vogliamo che si sappia e che noi non ce l'abbiamo personalmente con la Direttrice del carcere e tutto il suo organico, che ogni giorno fanno il loro dovere, anche loro nel limite del possibile, in quanto siamo assolutamente sprovvisti di tamponi, mascherine, medicinali e cure mediche specialistiche per tantissimi detenuti che hanno gravi patologie".
E hanno rimarcato che "Ormai la paura del contagio, qui all'interno, è alle stelle, e l'ansia, l'agitazione, il nervosismo per la perdita di sonno. ... L'aumento di influenzati con febbre e i tanti detenuti con pene al di sotto i 3 anni che potrebbero uscire con i domiciliari, ma nessuno esce ... Tutto questo crea una tensione altissima".
E poi: "Abbiamo mogli, figli e parenti ammalati gravi fuori, e ci vengono rigettate ogni forma di richiesta ... la nostra non è una protesta con la Direzione del carcere, che si fa in 4 per noi, è una protesta verso il sistema giudiziario e verso un Governo e uno Stato che se ne frega".
La Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà ha inviato un appello pubblico al Presidente della Repubblica, alle Camere, ai Presidenti di Regione, di Provincia, di Città Metropolitana ed ai Sindaci sulla crisi Covid-19 in ambito penitenziario. Si tratta di una richiesta pressante affinché si adottino misure straordinarie ed urgenti per "portare nel giro di pochi giorni la popolazione detenuta sotto la soglia della capienza regolamentare effettivamente disponibile". Prima che sia troppo tardi. I detenuti del "don Soria" concludono la loro lettera con una domanda, che facciamo nostra: "voi fuori evitate gli assembramenti e noi qui sovraffollati cosa dovremmo fare per non contagiarci?"
La Repubblica, 15 aprile 2020
A fronte di una capienza di 299 persone, accoglie oltre 434 detenuti. Secondo i due avvocati Alessio Carlucci e Luigi Paccione "gli spazi detentivi non consentono alle persone ristrette di rispettare le misure governative. Una class action procedimentale per il rispetto delle misure igienico sanitarie nel carcere di Bari nell'ambito dell'emergenza coronavirus è stata promossa dagli avvocati baresi Luigi Paccione e Alessio Carlucci e patrocinata dall'associazione "Nessuno tocchi Caino - Spes contra spem".
Con l'azione di iniziativa popolare nei confronti del Governo, trasmessa sabato 11 aprile al presidente del Consiglio dei ministri, al ministro della Giustizia, al procuratore della Repubblica di Bari e al sindaco del capoluogo pugliese, Antonio Decaro, i legali partono dalla constatazione che "la Casa circondariale di Bari, ubicata nel tessuto urbano della città capoluogo, è afflitta da sovraffollamento perché, a fronte di una capienza di 299 persone, accoglie oltre 434 detenuti" (dato aggiornato al 4 marzo scorso).
Secondo i due avvocati "gli spazi detentivi non consentono alle persone ristrette di rispettare le misure governative in tema di 'mantenimento, nei contatti sociali, di una distanza interpersonale di almeno un metro' e di 'divieto di assembramento'", ritenendo che "detta oggettiva impossibilità si traduce nell'aggravamento dei rischi per la salute dei detenuti e del personale penitenziario".
Per queste ragioni chiedono al Comune di Bari di verificare le condizioni di sicurezza nel carcere e invitano il Governo "a porre in essere con immediatezza tutti i rimedi idonei ad assicurare nella Casa circondariale di Bari le condizioni oggettive per il rispetto delle prescrizioni". "In assenza di adempimento del dovere giuridico di assicurare l'effettività del diritto alla prevenzione dal contagio da agenti virali trasmissibili all'interno della Casa circondariale di Bari - aggiungono - potrà ritenersi ipotizzabile la fattispecie giuridica del 'torto di massa'".
di Marco Ansaldo
La Repubblica, 15 aprile 2020
Un terzo della popolazione carceraria verrà rilasciato nell'arco di tre mesi. Esclusi i prigionieri politici come lo scrittore Ahmet Altan, il politico curdo Selahattin Demirtas e il filantropo che finanzia la cultura Osman Kavala. Protestano le Ong e il partito repubblicano annuncia ricorso. Liberi tutti nelle prigioni in Turchia. Tutti i detenuti comuni, beninteso: 90 mila persone su 300 mila. Addirittura un terzo della popolazione carceraria. Gli altri invece, in maggior parte i prigionieri per motivi politici, e soprattutto quelli internati dopo il fallito golpe del 2016 contro Erdogan con l'accusa di "legami con il terrorismo", rimarranno in guardina. Ogni Paese del mondo colpito dal virus reagisce come può e vuole.
E la Turchia, tutt'altro che "immune dal coronavirus", come incautamente annunciato a marzo dal ministro della Salute scelto dal presidente turco, ha ora deciso come misura ideale quella di liberare le celle. Dove, pure, la pandemia sta cominciando a diffondersi. In libertà saranno presto 90 mila detenuti. Una cifra enorme.
Il Parlamento di Ankara, saldamente nelle mani del partito conservatore di ispirazione religiosa, ha approvato di notte la maxi-amnistia voluta dal capo dello Stato. Tuttavia la norma - presentata appunto dal partito Giustizia e sviluppo, d'intesa con i suoi alleati nazionalisti Lupi grigi, e che ha ricevuto il placet con 291 voti a favore e solo 51 contrari - prevede sconti di pena per colpevoli di molti reati minori, oltre alle donne incinte, a madri di figli piccoli, ad anziani e malati cronici. Non viene applicata però ai condannati per reati di terrorismo, droga, violenze su donne e minori, abusi sessuali e omicidi di primo grado.
Il risultato è che restano così in cella tutti gli acerrimi oppositori di Recep Tayyip Erdogan. Tra cui diversi personaggi noti. Tre nomi su tutti: il filantropo Osman Kavala, considerato un uomo ricco e generoso, dedito alla cultura, amico del premio Nobel Orhan Pamuk, ma accusato dal governo di avere finanziato e organizzato la rivolta di Gezi Park del 2013 poi repressa nel sangue. Kavala fu messo dentro il giorno dopo il mancato colpo di Stato del 15 luglio 2016. Da Erdogan, come ha detto più volte lo stesso leader turco, è ritenuto vicino "all'ebreo ungherese George Soros", imprenditore miliardario impegnato in diverse attività sociali.
Tra gli esclusi dal provvedimento c'è poi anche lo scrittore Ahmet Altan. Autore di romanzi (molti pubblicati in Italia), già direttore di quotidiani rivelatisi niente affatto teneri sia con il partito al potere ormai da quasi vent'anni, sia con la potente classe militare. Altan era stato scarcerato lo scorso anno da un provvedimento dell'Alta Corte, e poi risbattuto in cella 8 giorni dopo per decisione di un tribunale di Istanbul. Infine il leader del partito filo curdo, Selahattin Demirtas, malato di cuore, ma probabilmente il politico più abile come rivale del Sultano, che lo teme, e quindi implacabilmente rinchiuso da anni. Anch'egli, e più di altri, detenuto con la consueta accusa di "legami con il terrorismo".
La prima ondata di detenuti comuni, circa 45 mila, verrà rilasciata entro la fine di maggio. La metà restante nei 3 mesi seguenti. Nelle carceri turche risultano oggi 17 i detenuti malati di Covid-19, e 3 di loro sono deceduti. In Turchia si registrano al momento 61 mila casi di coronavirus e 1.296 le vittime. Molte le voci che si stanno levando contro il provvedimento. A livello internazionale, diverse organizzazioni non governative come Human Rights Watch e Amnesty International. Più blanda invece l'opposizione nel Parlamento turco, dove i contrari sono risultati appena 51, con i 139 parlamentari del partito repubblicano quasi completamente assenti: erano infatti in 19 in aula, con uno di questi che ha anche votato a favore della riforma.
La formazione repubblicana, da sempre vicina alla classe militare e che appoggia le guerre di Erdogan contro i curdi all'interno del Paese e pure in Siria, presenterà comunque un ricorso alla Corte costituzionale, con la motivazione di contestare soprattutto l'esclusione dal provvedimento degli oppositori politici del capo dello Stato.
La Turchia è ora in preda a una bufera politica per l'espansione della pandemia. Nei giorni scorsi il ministro dell'Interno, Suleyman Solyu, fedelissimo di Erdogan, si era dimesso dopo essere stato al centro di polemiche per l'annuncio di un coprifuoco totale a causa del virus. Decisione che, nel weekend, aveva colto di sorpresa milioni di persone, dando solo due ore di tempo alla gente, che si è assembrata all'improvviso nei supermercati accaparrandosi di tutto. I rischi del contagio si sono così decuplicati. Soylu si è dichiarato responsabile dell'annuncio. Ma Erdogan ha fatto ritirare le dimissioni al suo ministro, liberandolo da ogni fardello.
comune.bologna.it, 15 aprile 2020
Da lunedì 13 aprile va in onda su Radio Città Fujiko 103.1 FM, dalle 9 alle 9.30, un nuovo programma radiofonico, "Liberi dentro - Eduradio", dedicato alla didattica per chi sta in carcere. A causa dell'emergenza sanitaria, il servizio culturale, educativo e di assistenza spirituale fornito dalla rete di realtà esterne che operano da anni in carcere si rimodula a distanza, scegliendo la radio come canale per far arrivare dentro la Dozza le voci degli insegnanti, le associazioni di volontariato, i Garanti comunale e regionale dei diritti delle persone private della libertà personale e i rappresentanti delle fedi religiose.
Il cartellone di questa nuova trasmissione radiofonica, che andrà in onda dal lunedì al venerdì fino al 30 giugno, prevede lezioni scolastiche di italiano, storia, geografia, scienze e francese, rubriche culturali su letteratura dal mondo e cultura araba, messaggi spirituali, consigli di lettura e ascolto dal mondo del volontariato.
L'obiettivo è garantire la finalità rieducativa propria del carcere e far sentire ai detenuti una presenza e un'attenzione sociale alla loro situazione. La radio è stata scelta perché è l'unico mezzo in grado di far tornare idealmente gli insegnanti e i volontari in carcere e, anche in questo momento, farli sentire quanto più prossimi ai carcerati loro studenti.
I detenuti verranno forniti di radio acquistate dalla rete dei promotori e donate al carcere. Partner del progetto sono: Centro per l'istruzione adulti - Cpia metropolitano di Bologna; associazione volontari per il carcere (A.Vo.C); Il Poggeschi per il carcere; associazione Zikkaro; Cappellania della Casa Circondariale Rocco D'Amato di Bologna; il Garante comunale dei detenuti Antonio Ianniello; il Garante regionale dei detenuti Marcello Marighelli.
La Repubblica, 15 aprile 2020
La nuova campagna per proteggerli di Human Rights Watch. Il primo ministro Kyriakos Mitsotakis dovrebbe liberare centinaia di bambini migranti non accompagnati detenuti in celle di polizia antigieniche e centri di detenzione in Grecia. È l'appello lanciato oggi da Human Rights Watch (Hrw) dando così vita ad una campagna per liberare i bambini. Il loro rilascio da condizioni di detenzione offensive li proteggerebbe meglio dalle infezioni in caso di pandemia di coronavirus.
La campagna su #FreeTheKids. Che inizia oggi, il 14 aprile 2020, per sollecitare il Primo Ministro Mitsotakis a rilasciare immediatamente i minori migranti non accompagnati in condizioni di reclusione per trasferirli in strutture sicure e adatte ai bambini. Human Rights Watch sta avviando questa campagna dopo anni di ricerca e sostegno alla pratica della Grecia di rinchiudere i bambini che si trovano in Grecia senza un genitore o un parente in celle di polizia e centri di detenzione, sollecitando i governi successivi a porre fine a queste gravi violazioni dei diritti. "Mantenere i bambini rinchiusi in celle di polizia sporche era sempre sbagliato, ma ora li espone anche al rischio di infezione da Covid-19", ha affermato Eva Cossé, ricercatrice greca presso Human Rights Watch. "Il governo greco ha il dovere di porre fine a questa pratica offensiva e assicurarsi che questi bambini vulnerabili ricevano le cure e la protezione di cui hanno bisogno".
Sovraffollamento, bagni in comune, nessuna igiene. Secondo il National Center for Social Solidarity, un ente governativo, al 31 marzo, 331 bambini erano in custodia di polizia in attesa di essere trasferiti in un rifugio, un forte aumento rispetto a gennaio, quando 180 bambini non accompagnati erano dietro le sbarre. Malattie infettive come Covid-19 rappresentano un grave rischio per le popolazioni di istituti chiusi come carceri e centri di detenzione per immigrazione. Si è scoperto che queste istituzioni forniscono cure sanitarie inadeguate anche in circostanze normali. In molti centri di detenzione, il sovraffollamento, i bagni in comune e la scarsa igiene rendono praticamente impossibile mettere in atto misure di base per prevenire un focolaio di Covid-19.
Detenzione o "regime di custodia protettiva"? Le autorità greche descrivono la detenzione di minori non accompagnati come un "regime di custodia protettiva" e affermano che si tratta di una misura di protezione temporanea nel migliore interesse del minore. In pratica, è tutt'altro che protettivo. Secondo la legge greca, i minori non accompagnati dovrebbero essere trasferiti in alloggi sicuri, ma la Grecia ha una carenza cronica di spazio in strutture adeguate come rifugi per bambini non accompagnati.
La ricerca di Human Rights Watch ha documentato che, di conseguenza, i bambini affrontano detenzioni arbitrarie e prolungate e trattamenti abusivi in condizioni antigieniche e degradanti, tra cui la detenzione con gli adulti e i maltrattamenti da parte della polizia. Spesso non sono in grado di ottenere cure mediche, consulenza psicologica o assistenza legale e pochi conoscono persino i motivi della loro detenzione o per quanto tempo resteranno dietro le sbarre. La detenzione ha gravi ripercussioni a lungo termine sullo sviluppo e sulla salute mentale dei bambini, compresi livelli più elevati di ansia, depressione e stress post-traumatico.
Il Piano "No child alone". Nel 2019, la Corte europea dei diritti dell'uomo si è pronunciata due volte contro la pratica abusiva della Grecia di trattenere bambini non accompagnati, scoprendo che la loro detenzione violava il loro diritto alla libertà e che le condizioni li esponevano a trattamenti degradanti. Il 24 novembre 2019, il primo ministro greco ha annunciato un piano, No Child Alone, per proteggere i minori non accompagnati, anche creando più rifugi.
Ma il piano non pone fine al regime di "custodia protettiva" e lascerebbe comunque i bambini a rischio di detenzione dannosa. Per adempiere ai propri obblighi nei confronti di questi bambini durante la pandemia Covid-19, la Grecia dovrebbe creare più spazio in strutture aperte e adatte ai bambini per i bambini che sono attualmente in custodia, come hotel, affido e appartamenti nell'ambito di un programma di vita indipendente supportata per bambini non accompagnati di età compresa tra 16 e 18 anni.
di Mariano Giustino
Il Foglio, 15 aprile 2020
Giornalisti incarcerati, sindaci dell'opposizione destituiti, una legge di controllo delle conversazioni private e il caos al Ministero dell'Interno. Il coronavirus e l'annuncio delle dimissioni del ministro dell'Interno turco, Süleyman Soylu, hanno fatto tremare il palazzo presidenziale di Ankara nelle due notti di coprifuoco del fine settimana appena trascorso, annunciato venerdì sera a meno di due ore dalla sua entrata in vigore per impedire alla popolazione di uscire di casa durante quello che si prevedeva come un fine settimana soleggiato.
Ma l'annuncio lanciato in fretta e senza le rassicurazioni necessarie ha provocato nelle trenta maggiori città della Turchia un assalto ai forni di manzoniana memoria di oltre 250 mila persone che si sono riversate fuori casa per fare provviste per il fine settimana, violando tutte le regole del distanziamento sociale. Le immagini e i video delle calche nei negozi di alimentari hanno fatto il giro del web e il ministro Soylu è stato costretto alle dimissioni probabilmente per anticipare la reazione del presidente, Recep Tayyip Erdogan che, informato, non avrebbe battuto ciglio.
In rete si sono scatenati i sostenitori della corrente di partito del ministro. Il suo account Twitter è stato sommerso da un milione di tweet che lo pregavano di non dimettersi, ma decisivo è stato l'intervento del leader del partito ultranazionalista (MHP), Devlet Bahçeli, indispensabile alleato del governo di Erdogan, che sostiene l'operato del ministro nella lotta al terrorismo e la politica repressiva adottata nei confronti degli oppositori e dei curdi.
Il presidente turco è stato quindi costretto a fare un passo indietro e a dichiarare che non avrebbe accettato le dimissioni. Soylu le ha ritirate, ma ciò evidenzia la faida interna al Partito della giustizia e dello sviluppo (Akp) che si trascina da tempo e che rischia di provocare una definitiva resa dei conti. Erano già pronti i nomi di coloro che avrebbero dovuto sostituire Soylu, in attesa vi era il governatore di Ankara, Vasip Sahin e il capo della polizia di Istanbul Mustafa Çaliskan, entrambi vicini alla corrente Pelikan di Berat Albayrak, genero di Erdogan e ministro delle Finanze, e di suo fratello maggiore, acerrimi avversari di Soylu, da tempo preso di mira da giornalisti di media vicini al presidente.
Era dal tempo del fallito golpe del 2016 che non accadeva che in soli dieci giorni due ministri fossero costretti alle dimissioni anche se in questo caso poi rientrate. Il 28 aprile era stato defenestrato il ministro dei Trasporti e Infrastrutture Cahit Turhan. La faida all'interno dell'Akp si sta aggravando probabilmente in vista di un post Erdogan che sembra essere sempre meno lontano.
La pressione che il presidente turco incomincia ad avvertire lo costringe ad esercitare una repressione sempre maggiore e per questo gli è molto utile il ministro Soylu che gode del sostegno degli ultranazionalisti. La scorsa settimana il ministero dell'Interno aveva annunciato di aver identificato 616 sospettati di aver condiviso "messaggi falsi e provocatori sui social media sull'argomento coronavirus" e che 229 di essi erano stati arrestati.
Tra gli utenti di Twitter arrestati nelle ultime settimane c'è anche il titolare di un popolare account noto come Ankara Kusu, accusato di terrorismo. Fatih Portakal, uno dei maggiori e più amati anchorman del paese, conduttore di Fox News, è l'ultimo di una lunghissima fila di giornalisti vittime della censura del governo, finito anch'egli sotto inchiesta per aver pubblicato un tweet con informazioni critiche sulla politica di Erdogan nella gestione dell'emergenza del Covid-19. E la stessa fine ha fatto anche Halk Aygun.
"L'acqua dormiva, ma il nemico no", questo è un noto adagio turco con il quale il portale indipendente Gazete Düvar il 23 marzo commentava la notizia della defenestrazione degli ultimi otto sindaci curdi dell'Hdp, che porta il totale delle rimozioni a 40 nei 59 comuni amministrati da questo partito, sostituiti da amministratori fiduciari nominati dal governo. "La continuità nella repressione è essenziale nella strategia dello stato. Il coronavirus è per questo anche una benedizione!", scrive il giornalista Fehim Tatekin Gazete Düvar. Il rischio che la campagna di rimozione dei sindaci non sia circoscritta ai comuni curdi è diventato elevato in questa fase emergenziale per l'epidemia da Covid-19.
Tale pratica rischia di estendersi, seppur surrettiziamente, anche alle amministrazioni locali nei grandi centri urbani, gestite dalla maggiore forza politica di opposizione, dal Partito repubblicano del popolo (Chp), diventate bersaglio del governo. Solo pochi giorni fa Erdogan ha deciso di affidare la gestione della pandemia ai governatori delle 81 province turche. Questa decisione è vista da molti osservatori come un tentativo di esautorare i sindaci d'opposizione del loro potere già esiguo. In Turchia il contagio da coronavirus si estende tra la popolazione, ma i giornalisti e gli oppositori devono difendersi da un altro virus, letale per la vita del diritto: dal primo marzo a oggi sono già 47 i giornalisti finiti sotto inchiesta per informazioni su Covid-19. Ora è in arrivo una legge che consentirebbe al governo di avere il pieno controllo anche delle conversazioni private e della messaggistica che avviene sulle applicazioni WhatsApp, Twitter, Facebook, Instagram e YouTube. Non è un caso se il modello tanto amato da Erdogan sia quello cinese.
di Teresa Bellanova
Il Manifesto, 15 aprile 2020
L'economia italiana, per chi proprio non vuol parlare di cura della vita umana, si tutela maggiormente se questa sacca di sommerso emerge. In questi giorni complicati si è tornato a parlare di manodopera nei campi e regolarizzazione degli immigrati presenti nel nostro Paese. Temi non nuovi per chi non si è distratto nel corso degli anni. O per chi sa quanto quelle mani operose si traducano in bontà dei nostri prodotti, benessere delle nostre terre e dei nostri animali. Chi comodamente dà lezioni di vita, forse in un campo non ci ha mai messo piede. Se no, avrebbe chiara la solidarietà che si sperimenta nella fatica. Perché quello agricolo è, anche, un lavoro di fatica.
A causa del Covid 19, le organizzazioni agricole registrano una pesante carenza di manodopera, mancano all'appello più di 250mila braccianti. Il rischio concreto è dover lasciare nei campi una parte cospicua dei prodotti coltivati. Uno spreco senza precedenti, una perdita rilevante che drammaticamente si va ad aggiungere ad altre perdite economiche dettate dall'emergenza. Non lo possiamo permettere. Per questo stiamo lavorando su un piano d'azione utile ad incrociare domanda e offerta di manodopera agricola. L'agricoltura, per troppo tempo da tanti considerata figlia di un dio minore, si sta confermando un settore strategico. Una filiera della vita. È necessario essere all'altezza di questa sfida.
È evidente che nella disponibilità al lavoro nei campi nessuno ha mai inteso escludere la manodopera italiana. Sono la prima a dire che potranno guardare all'agricoltura i tanti italiani che non lavoreranno, come in passato, da stagionali nel turismo o nella ristorazione. Oggi in Italia gli operai agricoli sono circa 1 milione e la manodopera straniera regolare conta circa 400mila persone. Da dieci anni gli italiani calano e gli stranieri aumentano. Molti di questi, causa l'emergenza, sono rientrati nel paese di provenienza. Questo vuoto occupazionale ha creato una disfunzione profonda, va assolutamente colmato, può rappresentare una opportunità di nuova vita per molti. Per i nostri concittadini oggi senza occupazione e che vogliono lavorare.
Per chi continuerà a farlo grazie alla proroga dei permessi di soggiorno che abbiamo deciso fino al 31 dicembre prossimo. Per chi in agricoltura ha a cuore la legalità, e la difesa dei diritti e delle vite umane. Per chi da tempo aspetta di essere sottratto alla spirale del nero, dello sfruttamento, della negazione di ogni forma di umanità.
È tempo di assumere scelte su cui si è fin troppo tergiversato. Adoperare, tutti, un grandangolo per mettere ben a fuoco le questioni reali. E quegli invisibili, che raccolgono i nostri frutti per le nostre tavole, vivono in condizioni disumane nei ghetti, quei posti feroci organizzati dalle ombre lunghe dei caporali non abbandoneranno mai se non diamo loro uno strumento per farlo. Un lavoro e una vita regolari.
A maggior ragione oggi, in piena emergenza sanitaria, a queste persone vanno garantiti salute e diritti, come a tutti i lavoratori. Consapevoli, tutti, che dove non c'è lo Stato, la mano dell'illegalità la fa da padrona. E non comanda solo la vita degli invisibili ma anche quella di imprese fragili e in difficoltà. A chi in questi giorni, sentendomi parlare di sanare la ferita delle baracche-ghetto e regolarizzare i braccianti, ha sbandierato lo spot "prima gli italiani", rispondo: gli italiani si tutelano maggiormente così. Tagliando in radice la concorrenza sleale del lavoro nero e sottopagato che spinge le imprese oneste a chiudere lasciando spazio all'economia illegale e incrinando la reputazione del nostro Paese nello scenario internazionale.
Strappando gli irregolari alla cattività dei ghetti. Censendo le persone presenti sul territorio. Sconfiggendo esclusione e marginalizzazione, madri di sentimenti mai positivi. L'economia italiana, per chi proprio non vuol parlare di cura della vita umana, si tutela maggiormente se questa sacca di sommerso emerge. La pandemia sta portando cambiamenti e domande. Quella che rivolgo a tutti è: da che parte vogliamo stare? Per me la risposta è scontata: mai con l'illegalità, mai con i caporali.










