torinoggi.it, 25 aprile 2020
Il segretario della Polizia penitenziaria Leo Beneduci: "Necessario che si facciano i tamponi a tutti". Molti agenti raccontano di lavorare con la paura addosso. "Ogni giorno vengo a lavorare con la paura, abbiamo contatti detenuti anche con detenuti positivi". A parlare è un agente di polizia penitenziaria del carcere delle Vallette, che lavora nel reparto dei detenuti in stato di semilibertà.
"Su dieci colleghi, due sono risultati positivi. Uno è a casa che sta male, in attesa di tampone, insieme alla famiglia, un altro è stato in ospedale con una polmonite, ma non è chiaro se si tratti di Covid-19", racconta ancora l'agente. "Lavoriamo con l'agitazione. Non riusciamo a capire perché non facciano i tamponi a tutti".
Secondo l'Osapp, uno dei sindacati della polizia penitenziaria, nel carcere di Torino i detenuti positivi sono stati 60, una trentina dei quali ancora dietro le sbarre. Tra gli agenti, invece, i positivi sono 14, tra Vallette e provveditorato generale. "Non esisterà mai una Fase 2 nelle carceri italiane, se non verrà fatta chiarezza sugli errori commessi - spiega il segretario Leo Beneduci - è necessario che si facciano i tamponi a tutti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 25 aprile 2020
Giovanni Agresta, all'ergastolo dal 1983, per un ictus rischia la funzionalità degli arti. Mentre non si placano le polemiche, montate ad arte, per la concessione dei doverosi domiciliari per alcuni detenuti a l 41bis con gravi patologie fisiche, c'è un ergastolano che ha varcato le soglie del carcere nel lontano 1983 quando era poco più che maggiorenne.
Un'intera esistenza nel carcere. Talmente lunga che nel frattempo il suo clan mafioso di appartenenza è stato decapitato, tanto da aver ottenuto qualche anno fa la collaborazione impossibile. Ciò significa che non è più ostativo, quindi teoricamente avrebbe la possibilità di usufruire dei benefici della pena.
Parliamo di Giovanni Agresta, detenuto fin dal 1983 e tratto in arresto nell'ambito dell'operazione "Isola Felice" che ha portato, di fatto, a sgominare il clan Zagari. Nel corso degli anni ha manifestato varie patologie, tra le quali in particolare ipertensione e diabete mellito non compensato che l'hanno portato a godere dal 2008 al 2010 di un biennio di sospensione pena. Successivamente il Tribunale di sorveglianza di Milano ha disposto il rientro in carcere considerando l'Agresta compatibile con la detenzione presso istituto dotato di centro clinico.
È in concreto pericolo per la sua salute, ha subito recentemente un ictus ischemico e rischia di avere una perdita irreversibile della funzionalità degli arti, bocca e faringe. Ha tante di quelle patologie che, se non curato adeguatamente fuori dal carcere milanese di Opera, dove è attualmente recluso, rischia di essere perduto per sempre. Ma il magistrato di sorveglianza ha rigettato le istanze per ottenere i domiciliari per gravi motivi di salute, ritenendolo ancora socialmente pericoloso.
In base a che cosa? Alle motivazioni della condanna di quasi 40 anni fa. Non importa che abbia trascorso una intera esistenza dove inevitabilmente ha subito un cambiamento, una sua personale revisione critica del passato. Non importane nemmeno considerare il fatto che quando commise i delitti, in ambito mafioso, lui era uno di quei numerosi giovanissimi cresciuti all'ombra dei clan e dei cattivi maestri, pronti a morire o uccidere.
Giovani che lo Stato ha il dovere di fermare, ma anche di recuperare. Il suo avvocato difensore Filippo Biolo del foro di Vicenza, tra l'altro classe 1983 (anno in cui Agresta ha varcato le soglie del carcere) spiega a Il Dubbio che nel corso del tempo le condizioni cliniche sono andate via via peggiorando "anche in ragione dell'assoluta noncuranza con il quale lo stesso è stato seguito nell'ambito dei vari istituti".
Nel corso del 2019 l'ergastolano Agresta ha ottenuto la" collaborazione impossibile", nella quale si dà atto che il clan in cui era affiliato è stato smantellato definitivamente. Diverse sono le istanze per chiedere i domiciliari per almeno poterlo curare, ma puntualmente vengono rigettate. Il 30 gennaio Agresta rimane colpito da ictus ischemico: l'avvocato Biolo ha depositato una nuova istanza provvisoria al magistrato di sorveglianza allegando la cartella clinica e facendo presente come i timori rappresentati nella prima istanza si fossero, di fatto, concretizzati in tutta la loro drammaticità.
Il 13 marzo scorso il rigetto: il magistrato in due righe liquida la questione sottolineando che: "In ragione della pericolosità del reo non si ravvisano elementi tali da giustificare un differimento della pena neppure nelle forme della detenzione domiciliare".
Una pericolosità desunta dalla condanna di esecuzione di pena inflitta quasi 40 anni fa. Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha in seguito confermato il rigetto dopo una udienza che - secondo quanto riferito dall'avvocato - è durata pochissimi minuti. L'avvocato ha potuto parlare per tre minuti e l'ergastolano Agresta circa 30 secondi in videoconferenza.
Il 31 marzo l'avvocato ha ripresentato una nuova istanza soffermandosi esclusivamente sulla pericolosità del reo e, soprattutto, sul mancato svolgimento delle terapie. Ad oggi ancora nessuna risposta, nonostante si è aggiunta l'emergenza Covid-19. Virus fatale per lui a causa delle patologie pregresse. "Ritengo inaccettabile in uno Stato di diritto che si fregia, come il nostro, della sua cultura giuridica millenaria, l'atteggiamento di certa (ma, sottolineo, certa) magistratura di Sorveglianza È inutile, infatti, nascondere una realtà che tutti i colleghi penalisti vivono quotidianamente sulla loro pelle: troppo spesso nelle aule di giustizia si assiste allo spettacolo di giudici che, lungi dall'essere terzi ed imparziali, sono mossi da pulsioni giustizialiste loro proprie o diventano "braccio armato" di quelle dettate dall'opinione pubblica", commenta così l'avvocato Biolo.
Noi aggiungiamo che quei pochi magistrati di sorveglianza che svolgono con scrupolosità il loro lavoro, vengono colpiti da taluni giornali e subiscono forti pressioni dall'opinione pubblica fuorviata dalla cattiva informazione. Ma nonostante tutto, rimangono indipendenti. Ci si augura che lo siano anche nei confronti dell'ergastolano Agresta.
di Chiara Cruciati
Il Manifesto, 25 aprile 2020
In sciopero della fame da 297 giorni, condannato all'ergastolo aggravato senza prove, un altro membro della band marxista Grup Yorum è morto di protesta. "Il mio nome è Mustafa Kocak, ho 28 anni. Ho vissuto con la mia famiglia a Istanbul fino all'arresto. Come uno dei quattro figli di una famiglia povera, ho passato la mia infanzia e la mia giovinezza lavorando qua e là. La mia vita è cambiata quando sono stato arrestato, il 23 settembre 2017".
Inizia così la lettera che Mustafa ha lasciato ai suoi avvocati e pubblicata dall'agenzia Bianet. Mustafa è morto 20 giorni dopo Helin Bolek, era ridotto a pesare 29 chili. I due membri del gruppo marxista turco Grup Yorum, in sciopero della fame da mesi contro la durissima repressione scagliata contro il loro progetto artistico e politico dal governo, se ne sono andati uno dopo l'altra, ridotti pelle e ossa da una protesta estrema. Mustafa Kocak si è spento ieri dopo 297 giorni di cibo rifiutato: chiedeva un processo equo, denunciava le torture subite.
"Tutto quello che chiedeva era un processo giusto, non gliene hanno dato la possibilità - ha commentato Omer Faruk Gergerlioglu, parlamentare del partito di sinistra pro-curdo Hdp - È diventato l'ultima vittima di un sistema ingiusto".
Nata nel 1985, con all'attivo 23 album, la band è da anni sottoposta al divieto di esibirsi in pubblico, mentre il loro centro culturale a Istanbul è stato perquisito e chiuso dieci volte negli ultimi due anni. Sei dei suoi membri sono tuttora in prigione. Per l'accusa di aver passato armi a un'organizzazione terroristica (il marxista Dhkp-C) in violazione della costituzione, Mustafa è stato condannato all'ergastolo aggravato sulla base delle testimonianze di persone soggette a tortura, senza ulteriori prove, video, foto, impronte digitali.
"Il risultato di un processo pieno di illegalità, ha trasformato il suo resistente sciopero della fame in un digiuno fino alla morte - ha detto ieri uno dei suoi legali, Aysul Catagay - Lo hanno guardato morire giorno dopo giorno. Abbiamo perso Mustafa ma i digiuni fino alla morte continuano: gli avvocati Abru Timtik e Aytac Unsal non mangiano da 113 e 82 giorni, un altro membro del Grup Yorum, Ibrahim Gokcek, da 312".
È l'ultima ed estrema forma di protesta scelta da alcuni prigionieri politici nelle carceri turche, inascoltati da procure e tribunali prima, dalle autorità carcerarie poi. Chiedono processi giusti, un'utopia nella Turchia del presidente Erdogan, soprattutto dopo il tentato golpe del 2016 che ha avviato una stagione di epurazioni, repressione e battaglia al dissenso che si è tradotta in un numero spropositato di detenzioni. Trentamila stimati su 300mila detenuti totali.
di Mons. Vincenzo Paglia
Il Riformista, 25 aprile 2020
La pandemia ci ha ricordato che come individui siamo fragili, e vulnerabili sono la società, le strutture e le sovrastrutture che abbiamo costruito per difendere la nostra vita e i nostri privilegi. Se la pandemia riguarda tutti, allora la risposta migliore è concertata e globale. È questo il cuore pulsante dell'e-book che monsignor Vincenzo Paglia ha dedicato all'emergenza virus, "Pandemia e Fraternità. La forza dei legami umani riapre il futuro" (Edizioni Piemme).
Ma nella riflessione del presidente della Pontificia Accademia per la Vita, fraternità e solidarietà non sono solo valori cristiani: sono le fondamenta sulle quali poggia la sopravvivenza dell'umanità. Nella prima parte l'Autore si concentra sui temi del "noi" e del "prenderci cura" gli uni degli altri. E introduce, sulla scia di papa Francesco, qualche commento su alcuni salmi che ci aiutano ad andare verso quell'Oltre, che per noi credenti si chiama Dio e per chi non crede Mistero, che accoglie e supera l'abisso nel quale oggi tutti siamo caduti.
Se la "pandemia" riguarda tutti; se la risposta migliore è concertata e globale, se la solidarietà nei comportamenti ci rende responsabili gli uni degli altri, abbiamo un'occasione per delineare già da ora alcune linee portanti del futuro che vogliamo costruire. Non è vero, infatti, che tutto tornerà come prima, dopo questa parentesi da incubo. E il domani sarà migliore? Non è scontato. In chiusura, a sintetizzare il percorso compiuto nell'e-book, viene riportato il documento "Pandemia e fraternità universale", presentato a Papa Francesco il 30 marzo 2020, che la Pontificia Accademia per la Vita ha elaborato per contribuire alla riflessione condotta nel mondo della ricerca scientifica e umanistica. A partire da temi e spunti contenuti nel volume in uscita, ecco alcune considerazioni che il monsignore ha voluto affidare alle nostre pagine.
Non è il Coronavirus lo "spettro" che si agita per il mondo. Ne abbiamo conosciuto gli aspetti inquietanti e di "superficie": capacità di contagio, aggressività virale. Ne abbiamo assaggiato la tremenda forza nel condizionare la vita delle nostre società, imponendoci ritmi ed abitudini impensabili fino a due mesi fa. Sessanta giorni hanno cambiato il ritmo del nostro mondo, l'aspetto delle città e la qualità delle relazioni interpersonali.
Il Coronavirus ci ha fatto scoprire che siamo tutti sulla stessa "barca", come ha detto Papa Francesco, e che è necessario che tutti remiamo dalla stessa parte. Ma per far questo siamo obbligati a riflettere su "quale" società vogliamo costruire. E, il remare assieme nella stessa direzione, è già l'inizio della società di domani. Ma è quel che sta accadendo? Il domani o inizia oggi o neppure verrà. Se non riusciamo già da ora a superare le innumerevoli spinte divisive tra "noi" sarà difficile intravedere il futuro.
In questi sessanta giorni il nostro futuro è già iniziato. Ora abbiamo bisogno di visioni lunghe, non di sguardi corti. Se ci rifugiamo nella "lettera" delle normative non riusciremo a far entrare davvero quel futuro che comunque sia è già cominciato. In una sua poesia, Karol Wojtyla scriveva: "l'uomo soffre soprattutto per mancanza di visione".
Aveva ragione. Direi che la stessa pandemia è una delle conseguenze amare dell'assenza di una visione. Ci siamo fermati al presente degli interessi individuali o comunque particolari pensando che fosse l'oggi da sfruttare in vista del proprio benessere. Ma l'esclusivo interesse individuale - è bene ormai riconoscerlo apertamente - ci è sfuggito di mano.
Nato come sacrosanta affermazione del valore inviolabile della persona e dell'integrità dei suoi diritti, l'individualismo ha finito per erodere quei solidali rapporti umani che rendono buona la vita della società. arricchendo l'umanità dei singoli e scongiurando l'abbandono dei più deboli. È chiaro ormai che la somma degli interessi individuali non solo non produce una società più solidale, ma non porta neppure, alla fine, vantaggio alla stessa vita individuale.
In realtà l'erosione dei rapporti - Bauman ci aveva avvertiti dei pericoli di una "società liquida" - ha finito per rendere liquidi ed evanescenti anche i doveri corrispondenti alla responsabilità delle relazioni che edificano la comunità. Ma la qualità della convivenza è un bene indivisibile: per essere goduto da tutti deve essere responsabilmente condiviso. In questi ultimi tempi sia in Italia che in Europa e in Occidente, siamo stati incalzati dal tema politico della necessità di "immunizzare" il nostro benessere: non solo da ogni minaccia e aggressione, come è giusto, ma anche da ogni possibile forma di solidarietà e di condivisione. L'ossessione immunitaria assume connotati quasi deliranti, giustamente stigmatizzati come derive anti-umanistiche di una civiltà che arriva a ripudiare i fondamenti stessi della sua cultura civile.
La diffusione del virus è una grande lezione: l'umanità si "difende" aprendosi alla vulnerabilità dell'altro. Tutti noi ci "difendiamo" proteggendo l'altro in pericolo di vita. Purtroppo stiamo rischiando di mettere ai margini della società le persone più deboli, gli anziani, i bambini, i poveri. Insomma, l'individualismo ha eroso man mano il rapporto tra le generazioni, dividendole le une dalle altre. E ovviamente le più deboli sono state penalizzate: anziani, bambini e poveri compresi gli stranieri. Volatilizzando ogni dimensione solidale nel tessuto della società. Quel che è accaduto nelle Rsa è un grido che sale al cielo. Ma non è avvenuto per caso. È stata l'esplosione di una contraddizione già presente. Analogo il discorso sui bambini e i minori. Abbiamo costruito un mondo che per loro è molto problematico. In Italia i giovani guardano il loro futuro con grande preoccupazione.
E se il discorso si allarga al pianeta è evidente l'irresponsabilità degli adulti per la devastazione dell'ambiente. Ci sono poi gli scartati di sempre, i poveri e gli "stranieri", gli "immigrati". È opportuno, anzi doverosa la regolarizzazione dei lavoratori e lavoratrici per rendere più coeso il tessuto della società. L'ultima indagine Swg di queste ore per il Cnel rileva che la maggioranza degli intervistati vede con favore la regolarizzazione dei lavoratori stagionali non italiani in agricoltura e di colf e badanti nel settore domestico. A quanto pare l'Italia è più avanti delle polemiche politiche. "L'uomo della strada" vede e comprende aspetti di assoluto buon senso. Che però ci danno una marcia in più di umanità.
Lo "spettro" del Coronavirus si batte sul terreno medico; i suoi effetti sociali si sconfiggono con un disegno di società per il domani. È un messaggio profondamente diverso rispetto a una visione "economica" della vita e delle relazioni. La visione economica privilegia la "cultura dello scarto": qualcosa non serve, allora si butta. Vale per gli oggetti e viene applicata alle persone deboli e sole: anziani, malati, carcerati, immigrati; non ci servono, dunque si possono "eliminare" non curandoli, lasciandoli da parte, nei loro "ghetti" per evitare di vederli.
Dunque il grande tema di oggi è la società che vogliamo costruire, nella quale entri una economia attenta allo sviluppo dell'uomo, così come una salute che sia a misura di tutti. Siamo chiamati a ripensare il modello di sviluppo con l'intento di non escludere nessuno. E per questo debbono ripartire senza dimenticare i poveri, senza essere segnate da una dimensione solidaristica radicale. A mio avviso è un tema particolarmente urgente da mettere sul tavolo del futuro.
Ne è della "salute" della stessa democrazia. Le tentazioni sovraniste, le esperienze autoritarie, sono un campanello di allarme per la salute del corpo e degli animi. Insomma, dobbiamo riaprire la frontiera della solidarietà - o della fraternità - per farla diventare uno stile di civiltà sin da ora. È nella forza dei legami umani che si riapre oggi il futuro. Per noi deve essere un punto d'onore.
di Maria Acqua Simi
it.clonline.org, 25 aprile 2020
Un'iniziativa nata a Taranto, dietro le sbarre, di fronte alle nuove povertà portate dal Coronavirus. E che ora si è allargata a tutte le carceri italiane. Il presidente del Banco Alimentare racconta una Colletta straordinaria. Delle carceri si parla poco, e generalmente male. Le rivolte del mese scorso, quando la notizia dell'epidemia si era fatta largo anche tra le sbarre, hanno contribuito a dare un'immagine poco edificante delle prigioni italiane. Eppure, là dentro, c'è molto di più. Da anni raccontiamo le storie di detenuti che in tanti istituti si coinvolgono nella Colletta Alimentare. Una generosità che non si è fermata nonostante questi tempi eccezionali e di emergenza e che, anzi, in qualche modo è cresciuta.
Lo racconta Giovanni Bruno, presidente del Banco Alimentare: "Nei giorni scorsi alcuni carcerati di Taranto hanno voluto donare un po' dei loro acquisti alimentari in favore del Banco, vista l'emergenza Coronavirus. Lo hanno fatto per aiutare chi "sta fuori", soprattutto le famiglie più bisognose che si sono trovate improvvisamente in difficoltà.
È stato un gesto enorme, commovente". Ma la cosa ancora più straordinaria, spiega, è che l'intero sistema burocratico e amministrativo che ruota intorno al mondo delle carceri si è mosso in tempi rapidissimi - cosa non usuale - per dare la possibilità di diffondere questa raccolta in tutti gli istituti penitenziari italiani.
E questo senza che nessuno lo avesse chiesto, senza strategie studiate a tavolino, senza campagne mediatiche: "Grazie all'interessamento della Direttrice del carcere di Taranto, Stefania Baldassari, da cui è partito tutto, abbiamo potuto avviare con il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziari una collaborazione per attivare la raccolta, per la prima volta, in tutte le carceri italiane", racconta Bruno: "In meno di tre giorni dalla Direzione generale è arrivata una circolare che non solo autorizza l'iniziativa, ma che la promuove su tutto il territorio nazionale".
Nel testo della Direzione si legge che, considerata l'emergenza Covid-19, si ritiene auspicabile realizzare- in collaborazione con le sedi territoriali del Banco Alimentare - una Colletta Alimentare tramite la quale i detenuti possano donare parte della loro spesa settimanale. Un'iniziativa, conclude la nota, che è possibile estendere a tutto il personale dei penitenziari. "Per noi è un attestato di stima e di fiducia, un riconoscimento del lavoro e del valore sociale, culturale ed educativo di quello che facciamo, commenta il Presidente.
Nel giro di pochi giorni, dopo Taranto, anche i detenuti degli istituti di Opera, Bollate, Voghera, Spoleto, per dirne alcuni, si sono messi in moto spontaneamente. Perché il bene chiama il bene. Ma cosa significa per un detenuto, nel concreto, fare la Colletta Alimentare? "In carcere esiste una cosa chiamata "sopravvitto", ovvero, la possibilità di acquistare generi di conforto extra rispetto all'ordinario. Accade così che una persona compri, magari, cinque scatolette di tonno e decida di donarne due al Banco Alimentare. Certo, parliamo di persone che hanno disponibilità limitate, ma in questo piccolo gesto si giocano tutta la loro libertà. E forse per questo ha ancora più valore".
È un altro esempio, questo, lontano dai tam tam mediatici, che racconta della solidarietà e della generosità che continuano a scorrere nelle arterie della società italiana: "E ci teniamo a raccontarlo, perché quanto accaduto ha reso ancora più evidente quanto scrivevamo al termine della Colletta Alimentare: si può vivere un gesto di solidarietà in qualunque condizione ci si trovi, non c'è situazione che possa mortificare il desiderio di bene".
di Andrea Donegà
Il Riformista, 25 aprile 2020
Disse Alcide Cervi: "Dopo un raccolto ne viene un altro. Ma il raccolto non viene da sé, bisogna coltivare e faticare, perché non vada a male". Un impegno che va rinnovato ogni giorno, a maggior ragione oggi nel mezzo di una pandemia che sta mettendo in crisi la nostra quotidianità e sta portando via tantissimi eroi e testimoni di quel 25 aprile di 75 anni fa. In un Paese che ha poca memoria, abbiamo il dovere di custodire la nostra storia con cura crescente considerato che si avvicina il giorno in cui saremo orfani dei protagonisti di allora.
Il Sindacato e il lavoro hanno guidato le svolte decisive del nostro Paese. Risuonano ancora le frequenze di Radio Milano Libera che, il 25 aprile del 1945, portarono nelle fabbriche lo sciopero generale lanciato da Sandro Pertini contro la guerra fascista.
Durante la Resistenza il lavoro ha espresso tutta la propria carica di emancipazione e libertà. Gli operai riorganizzarono il Sindacato democratico nelle fabbriche, ostacolarono con scioperi e sabotaggi la strategia di guerra e contribuirono a riannodare la cultura tra le persone. Il prezzo fu alto: molti furono uccisi, tanti finirono nei campi di concentramento come gli undici delegati sindacali della Franco Tosi di Legnano deportati a Mauthausen che ogni anno il Sindacato ricorda e ringrazia. Attorno a chi imbracciò le armi e scelse la via dei monti c'era un contorno di eroismo civile che garantiva la tenuta dei ribelli e aiutava ad allargare il fronte, anche dal punto di vista culturale e sociale. Le donne, instancabili staffette partigiane, si caricarono sulle spalle il mantenimento della famiglia mentre i mariti si muovevano tra gli aghi di pino.
Insomma, la Resistenza fu un atto eroico e coraggioso, patrimonio collettivo da difendere da revisionisti straccioni e da sottrarre a contese per accaparrarsene proprietà e primogenitura che finiscono solo per smontarne la portata storica. I partigiani realizzarono una grande riconversione industriale: da fabbriche belliche e distruttive a sartorie civiche capaci di cucire speranza e coesione sociale unendo in un larghissimo fronte comune socialisti, comunisti, democristiani, azionisti, monarchici, liberali, repubblicani, anarchici e perfino il Fronte dell'Uomo Qualunque.
Tutti capaci di alzare lo sguardo unendosi su valori e obbiettivi comuni e nobili, sacrificando interessi di parte. Oggi, con una politica concentrata a indicare nemici e problemi, incurante di costruire alleanze e soluzioni, dobbiamo riscoprire quella capacità di sintesi alta, fatta di progettualità collettiva e bene comune. Solo quando si saprà trovare un ideale più alto, attorno al quale unire e aggregare le energie migliori, questo Paese avrà la forza di risollevarsi. Uno scatto necessario in questa emergenza che ci impone di immaginare orizzonti nuovi verso cui traghettare il paese impegnandoci ognuno per la propria responsabilità, proprio come fecero i partigiani che in piena guerra sognavano i primi 12 articoli della nostra Costituzione che contengono quel modello di società che seppero inseguire.
La Resistenza fu quindi un periodo di studio che testimonia quanto la cultura sia la pietra su cui costruire tutte le riscosse popolari, proprio come fecero i fratelli Cervi realizzando una biblioteca clandestina per iniziare a preparare il terreno per la ricostruzione del Paese.
Conoscenza del passato, cura del presente e anticipazione del futuro sono i fari che guidano i nostri passi verso la costruzione di una società migliore e più giusta che faccia del lavoro il filo conduttore che abbraccia le persone in un progetto collettivo, elemento fondante dell'identità e della realizzazione di ognuno.
È una delle eredità di Primo Levi che in "La chiave a stella", suo inno al lavoro, ci ricorda che: "Se si escludono istanti prodigiosi e singoli che il destino ci può donare, l'amare il proprio lavoro (che purtroppo è privilegio di pochi) costituisce la migliore approssimazione alla felicità sulla terra. Ma questa è una verità che non molti conoscono".
Il mondo diverso sognato da Germano Nicolini, partigiano centenario, non esiste ancora. La fase storica è complicata, ma è il momento giusto per chi ha l'ambizione di contribuire a spingere il Paese sulla via giusta organizzando, ogni giorno, la speranza. È il nostro modo di raccogliere il pesante testimone di chi si è battuto per la nostra libertà, in un'infinita staffetta fatta di idealità e forte senso etico.
di Alessandro Fioroni
Il Dubbio, 25 aprile 2020
Gli oppositori politici esclusi dall'amnistia. Il 17 marzo scorso le autorità algerine hanno emesso un ordine di divieto per tutte le manifestazioni pubbliche. Il provvedimento è stato emesso per contrastare, come in altri paesi, la possibilità di contagio da coronavirus che nel paese ha raggiunto i 2910 casi con 402 morti.
Ma il blocco sta legittimando la proibizione di ogni espressione di dissenso nei confronti del governo nato, dopo lunga gestazione, dopo la fine del trentennale potere di Bouteflika nell'aprile del 2019. Da allora i movimenti che avevano provocato la caduta dell'anziano autocrate non hanno mai smesso di reclamare diritti e la condanna di molti di coloro che, a suo tempo collusi con il vecchio regime, ancora siedono nei posti chiave della leadership politica algerina.
Il lockdown si è quindi tramutato in una clava per zittire gli oppositori. Come nel caso del giornalista Khaled Drareni arrestato dalla polizia a fine marzo. Drareni, corrispondente per Reporter senza frontiere (Rsf), è stato testimone e narratore del movimento anti Bouteflika.
"In un momento in cui la pandemia di Covid-19 evidenzia l'importanza di un accurato resoconto-recita un comunicato del Comitato di protezione dei giornalisti, le autorità hanno optato per reprimere il libero flusso di informazioni". Per il National Committee for the Liberation of Detainees (Cnld), il caso di Drareni è solo uno degli episodi di una serie di episodi verificatisi nelle ultime settimane. Dozzine di persone, tra cui attivisti e studenti, sono state convocate dalla polizia da quando è scoppiata la pandemia.
Solo due giorni fa, il parlamento ha approvato un progetto di legge che criminalizza "notizie false" ritenute dannose per l'ordine pubblico e la sicurezza dello stato. Vengono anche segnalati abusi giudiziari come nel caso di Karim Tabbou, ex parlamentare e attivista nel movimento antigovernativo. Si trovava in carcere e a due giorni dalla liberazione è stato istituito un processo a sorpresa senza che i suoi legali ne sapessero nulla e condannato a 6 mesi per "offesa all'unità nazionale e al morale dell'esercito".
Tutto ciò mentre i tribunali sono chiusi per la pandemia. Ad essere colpiti dunque sembrano essere solo gli oppositori: il 1 aprile è stata annunciata un'amnistia per 5mila detenuti per il pericolo di contagio nelle carceri, ma dal provvedimento sono esclusi tutti i prigionieri politici nonostante le proteste di avvocati, famiglie e attivisti.
di Angela Stella
Il Riformista, 24 aprile 2020
La Corte non interviene sulla vicenda di un detenuto di Vicenza, il cui caso però passa al tribunale di Sorveglianza. Abbiamo chiesto a Bonafede di commentare, ma al momento nessuna risposta.
Qualche giorno fa vi avevamo parlato del trentenne modenese recluso nel carcere di Vicenza a cui, pur dovendo scontare una pena residua sotto i 18 mesi, era stata negata dal magistrato di sorveglianza di Verona la detenzione domiciliare con o senza braccialetto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 aprile 2020
La Corte Europea dei Diritti Dell'Uomo non darà indicazioni allo Stato italiano di adottare, per ora, una misura domiciliare provvisoria nei confronti del detenuto B.M.. Dopo un botta e risposta, rettifiche e controrepliche, il braccio di ferro tra gli avvocati e il governo si è concluso: la Corte Europea dei Diritti Dell'Uomo non darà indicazioni allo Stato italiano di adottare, per ora, una misura domiciliare provvisoria nei confronti del detenuto B.M.. Ma, nel contempo, ha comunque richiesto alla difesa di depositare il ricorso entro il 2 giugno prossimo.
di Maurizio Tortorella
La Verità, 24 aprile 2020
Per ora non esce dal carcere di Vicenza il detenuto che, temendo il contagio di Covid-19, ha presentato un ricorso pilota alla Corte europea dei diritti dell'uomo per scontare ai domiciliari i 16 mesi che gli restano di una condanna per reati di droga. B.M. (sono queste le iniziali del detenuto vicentino di cui abbiamo raccontato la storia su La Verità dell'11 aprile) lamenta di essere stato escluso illegittimamente dai benefici del decreto Cura Italia, che tra le misure per contrastare il contagio ha concesso di lasciare la prigione e passare agli arresti domiciliari ai condannati non pericolosi, e con pene residue sotto i 18 mesi.
- Boss liberi grazie al virus, è polemica. Bonafede: non è colpa nostra
- "Ora servitevi più spesso delle misure alternative per scongiurare contagi"
- Emergenza carceri. Perché la riforma nel penale non è più rinviabile
- Non scarcereremo i mafiosi, ma il sovraffollamento delle carceri è un tema che va affrontato
- "Sul carcere, noi magistrati seguiamo la Costituzione: altri spesso lo dimenticano"










