di Alessia Candito
repubblica.it, 24 aprile 2020
Il Tribunale di sorveglianza di Milano ha concesso i domiciliari a Platì a Domenico Perre, 64 anni, 22 passati in cella, con problemi cardiaci. Dopo le polemiche sui detenuti usciti di cella, il ministro Bonafede ha annunciato controlli. Con l'epidemia di Covid19 in corso, anche uno dei sequestratori di Alessandra Sgarella, l'imprenditrice rapita a Milano nel 1997 e liberata a Locri undici mesi dopo, strappa i domiciliari.
Così ha deciso il Tribunale di sorveglianza di Milano, che su istanza dell'avvocato Maurizio Punturieri ha concesso a Domenico Perre, 64 anni di cui 22 passati in carcere, di tornare nella sua Platì. Motivo? Le sue precarie condizioni di salute, che lo rendono soggetto a rischio in caso di contagio da Covid19, rendendo la permanenza in cella - sostengono i suoi legali - "in forte contrasto con il senso di umanità che pervade la norma in materia di esecuzione pena detentiva".
Per Perre contrarre il Covid19 è un rischio, non un pericolo concreto. Eppure è bastato a far considerare sotto altra le luce lo stato di salute del sessantaquattrenne, su cui dal 2015, per anni i suoi legali hanno fatto inutilmente leva per tentare di strappare i domiciliari.
Vittima di un infarto nel 2013 e da allora sottoposto a terapia per una serie di episodi ischemici, Perre a detta dei suoi difensori da tempo avrebbe dovuto essere assistito a casa. Istanze regolarmente respinte al mittente dai giudici, per i quali il carcere di Opera, dove è stato trasferito dopo i primi anni di detenzione a San Gimigliano, è sempre stato in grado di offrirgli assistenza sanitaria efficace in caso di bisogno.
Con l'epidemia però tutto è cambiato. E nella giornata di ieri Perre ha chiamato l'avvocato Punturieri per annunciargli l'avvenuta scarcerazione, così come i suoi familiari, che hanno attraversato l'Italia per riportarlo a casa, dove è tornato a quanto pare libero e senza scorta. "Ma in questo momento - fa sapere il suo legale - si trova già in quarantena a Platì", paese considerato roccaforte di alcuni fra i clan più feroci della Calabria, attualmente amministrato da un commissario prefettizio dopo il quarto scioglimento per mafia.
È lì, proprio a casa di Perre, che gli investigatori sono riusciti a piazzare la microspia che ha consentito di individuare alcuni degli autori del sequestro -uno degli ultimi della stagione dei rapimenti, per lungo tempo accompagnato dal mistero sul pagamento del riscatto - dell'imprenditrice milanese. L'ultimo, Francesco Perre, è stato arrestato nell'agosto 2011, dopo quasi dodici anni di latitanza. Nelle stesse ore, Alessandra Sgarella si spegneva all'ospedale di Rozzano.
Adesso uno dei suoi sequestratori guadagna la libertà. Ma non si tratta del primo detenuto per reati gravi, incluse accuse di mafia, che passa dal carcere ai domiciliari. Per tutti o quasi, a pesare sono le condizioni di salute o l'età avanzata, compatibili con il carcere in tempi normali ma divenute un problema in tempi di pandemia. È successo, fra i tanti, a Vincenzino Iannazzo, boss di Lamezia Terme condannato come tale in appello a 14 anni e mezzo di reclusione e spedito a casa dalla Corte d'appello di Catanzaro per rischio statistico di contrarre il Covid19.
Stessa decisione è stata presa dalla Corte d'Assise di Reggio Calabria, ha accordato i domiciliari all'ultrasettantenne Rocco Santo Filippone, imputato come mandante degli omicidi dei carabinieri Fava e Garofalo con cui i clan calabresi hanno firmato la propria partecipazione alla strategia stragista degli anni della Trattativa Stato-Mafia. A sollecitare la scarcerazione erano stati i legali, gli stessi che una settimana dopo in udienza hanno lamentato l'impossibilità di fornire a Filippone assistenza adeguata fra le quattro pareti di casa.
Esempi di una lunga serie di boss, generali, colonnelli e affiliati dei clan che potrebbero guadagnare la libertà in tempi di Covid 19. Un elenco - ha rivelato l'Espresso - in cui potrebbero finire anche una serie di pezzi da novanta dei clan detenuti al 41bis, inclusi quelli condannati per le stragi. Nonostante il regime detentivo da "quarantena naturale" per le stringenti condizioni di isolamento, anche loro sono finiti fra "i soggetti a rischio" per età o patologie che il Dap con propria circolare ha ordinato agli istituti di pena di censire, per poi trasmettere la comunicazione all'autorità giudiziaria "per le valutazioni di competenza". Per i vertici dell'amministrazione penitenziaria si trattava "solo un monitoraggio", tuttavia pochi giorni dopo il boss siciliano Francesco Bonura è uscito di cella. Solo per motivi sanitari, afferma il Tribunale di sorveglianza di Milano, con l'Anm schierata a propria difesa. Ma Bonura non è l'unico.
E il caso è diventato politico, con Lega e Fratelli d'Italia che accusano il governo di aver dato il via libera alla scarcerazione dei boss mafiosi e i ministri Alfonso Bonafede (Giustizia) e Luciana Lamorgese (Interno) che negano su tutta la linea. In effetti, i benefici per i detenuti con meno di 18 mesi da scontare, approvati con il Cura Italia a una settimana dalle rivolte nelle carceri per affrontare il problema del sovraffollamento negli istituti di pena, escludono i condannati per mafia e gravi reati. In più, si prevede che le decisioni sul singolo caso siano sempre affidate ai magistrati dei tribunali di sorveglianza, ma le scarcerazioni ci sono state e la circolare dai vertici del Dap è stata diramata e trasmessa ai tribunali. Per ordine di chi e con che proposito, non è dato sapere.
Magari lo accerteranno i controlli annunciati dal ministro Bonafede o la commissione parlamentare antimafia, che Pd e M5s hanno sollecitato ad occuparsi del caso. Mentre da più parti nel mondo delle toghe si chiede al governo di affidare la delicata decisione sulle sorti dei detenuti condannati per mafia - e soprattutto quelli al 41bis - a un pool di magistrati, in diretto contatto con la Dna e con le procure che hanno svolto le indagini e non quelle competenti per territorio. Proposte al momento inascoltate. Al pari delle richieste di individuazione di eventuali centri Covid 19 nelle strutture sanitarie penitenziarie, di un programma di screening e profilassi, di dotazioni di dpi per detenuti e personale. Istanze che per adesso rimangono lettera morta.
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Dubbio, 24 aprile 2020
Dal Consiglio d'Europa raccomandazioni ai ministri. Il documento rivolto agli esecutivi di tutti i Paesi del continente sottolinea l'utilità di "best practice" che possano ridurre il sovraffollamento e le conseguenti occasioni di infezione nei penitenziari.
di Paolo Carbone*
Il Mattino, 24 aprile 2020
Tra le criticità del sistema Italia, che la coscienza dei più cerca di rimuovere come un mantra fastidioso, c'è il carcere, un pianeta sconosciuto che, quando non è scuola di delinquenza, è emarginazione, sofferenza, negazione di ogni principio di civiltà e di dignità.
di Pina Picierno*
fanpage.it, 24 aprile 2020
No, non scarcereremo i boss a causa del Covid, si tratta di una fake news. Manca però una discussione razionale sul sovraffollamento delle nostre carceri. Un problema che esiste da molto prima del Covid e che la politica non ha affrontato schiacciata dal "punitivismo".
"L'allarme Coronavirus rischia di portare ai domiciliari non solo detenuti comuni ma anche boss di rango" questa mi pare la sintesi del dibattito di queste ore. Per avvalorare la tesi si utilizza come "prova" la scarcerazione di Francesco Bonura, imprenditore mafioso palermitano, condannato a 18 anni e 8 mesi e in carcere dal 2006.
"Lo Stato sembra essersi piegato alle logiche di ricatto delle rivolte" commenta Nino Di Matteo. Ma è davvero così? Me lo sono chiesta con grande preoccupazione.
Il Tribunale di sorveglianza di Milano chiarisce che "la concessione del differimento pena nella forma della detenzione domiciliari secondo la normativa ordinaria applicabile a tutti i detenuti, anche condannati per reati gravissimi, a tutela dei diritti costituzionali alla salute e all'umanità della pena".
In sostanza si motiva la scarcerazione con la normativa ordinaria che è applicabile a tutti i detenuti, sempre. E con gli stessi criteri - e non certamente per "suggerimento" di una circolare ministeriale di monitoraggio indirizzata ai direttori delle carceri - saranno ancora i giudici a valutare le istanze eventualmente presentate dei diversi capimafia "storici" dei quali pure alcuni articolisti paventano, irresponsabilmente, la sicura e imminente scarcerazione.
Era così prima ed è così con il Covid19, con buona pace dei nostri Robespierre da tastiera. Cosa c'entra, allora, il cedimento dello Stato ai rivoltosi? E cosa c'entra la scarcerazione per motivi di salute, motivata da un giudice di sorveglianza, con la discussione, delicatissima, sull'emergenza sanitaria in corso e sulle misure necessarie a tutelare a vita dei detenuti? Mi sorge il dubbio che c'entri, ma che abbia a che fare con il tentativo di inquinare una discussione già complicata, agitando lo spauracchio dei mafiosi che rischiano di essere scarcerati, grazie al Coronavirus.
E allora occorre fare chiarezza, iniziando proprio da qui. Nessuno ha mai ipotizzato che misure "clemenziali" di sfollamento debbano coinvolgere quei detenuti, che, peraltro, sono già sottoposti ad un regime di isolamento che rende improbabile la necessità di un ulteriore "distanziamento". Sminato il campo dagli allarmi infondati e assodato che nessun mafioso può essere scarcerato "approfittando" dell'emergenza Covid, restano alcune domande a cui dare risposta.
È giusto che le misure di contenimento sanitario riguardino tutti i cittadini del nostro Paese, tutti, tranne i circa sessantamila uomini e donne che compongono la popolazione carceraria? È accettabile la mancanza di una discussione razionale, considerato il drammatico e noto sovraffollamento, che in molti istituti arriva a punte del 90% di eccedenza della propria capacità di accoglienza e il fatto che una parte consistente della popolazione carceraria è costituita da individui vulnerabili dal punto di vista delle condizioni di salute: tossicodipendenti, immunodepressi, malati cronici e anziani?
La mia risposta è no. Ed è un no deciso, fermo, netto.
Se la politica e le istituzioni non hanno la capacità di intervenire, smarriscono la loro funzione costitutiva. La verità è che le attuali strutture, a popolazione carceraria invariata, non consentono di adottare alcuna, seppur minima, misura di contenimento di quella che, come ha ricordato anche il Santo Padre, potrebbe diventare una calamità grave, con grave rischio anche per la polizia penitenziaria, che già solitamente svolge la propria funzione in condizioni difficili.
L'invito ad adottare misure urgenti è stato pronunciato anche dalle Nazioni Unite con dettagliate linee guida che prevedono esplicitamente la riduzione della popolazione carceraria, implementando tutti i possibili strumenti di rilascio anticipato, provvisorio o temporaneo di autori di reato a basso rischio.
Le soluzioni esistono, quello che manca è la volontà della politica che si dimostra ancora una volta debole e soccombente rispetto ad un'informazione dominata da ottuso "punitivismo". Anche quando il semplice buon senso e l'eccezionalità del presente, prima ancora di una sana cultura giuridica, dovrebbero suggerire rimedi ragionevoli, come già accaduto in diversi Paesi. Ma alla ragionevolezza, troppo spesso, si antepone il tifo. Purtroppo.
*Europarlamentare Partito Democratico
di Errico Novi
Il Dubbio, 24 aprile 2020
Intervista al presidente dell'Anm. Luca Poniz presiede l'Anm. È una figura poco incline all'esposizione mediatica. Eppure nel comunicato con cui mercoledì sera l'Associazione da lui guidata ha respinto gli attacchi al giudice di sorveglianza milanese che ha differito la pena del detenuto Franco Bonura, si avverte un'indignazione che non ammette repliche.
Avete ricordato che la decisione su Bonura è regolata da una norma ispirata a propria volta ai principi costituzionali: trova desolante dover rammentare che in Italia esiste il principio di umanità della pena?
Nel comunicato di due giorni fa abbiamo sentito l'urgenza di ricordare principi di fondamento costituzionale non di rado ignorati nel dibattito pubblico. Nessuna parte dell'ordinamento penale e penitenziario è zona franca rispetto ad essi; naturalmente ogni singola decisione deve valutare gli elementi propri della vicenda, e decidere, in concreto, sulla base di un difficile bilanciamento dei valori in gioco. Il Giudice del caso lo ha fatto, il provvedimento è motivato e sarà oggetto di ulteriore rivalutazione da parte del Tribunale di sorveglianza: questa è l'essenza della giurisdizione, il compito difficilissimo dei giudici, che si vorrebbe sottratto alle contrapposizioni non di rado sorrette da pura logica politica.
Il Pg di Cassazione Salvi ha osservato come le norme precedenti all'emergenza consentano al giudice di sorveglianza di valutare le istanze dei detenuti tenuto conto del drammatico quadro sanitario: la decisione di Milano può essere inserita in tale cornice?
Il documento del Procuratore Generale Salvi traccia una serie di indicazioni di notevole importanza, sul tema del rapporto tra emergenza "coronavirus" e stato detentivo; il provvedimento dell'ufficio di sorveglianza di Milano - adottato ai sensi dell'art. 147 c. p. muove dalle condizioni di salute del detenuto, dalle sue pregresse patologie (dal Giudice valutate come "importanti") in relazione alle quali la motivazione indica "anche" una possibile rilevanza del rischio di contagio: nessun automatismo, nessuna stretta correlazione con la situazione pandemica. Anche in relazione a tale pretesa parte del provvedimento - evidentemente non ben letto - le polemiche appaiono strumentali.
Voi dite che gli attacchi non condizionano le decisioni dei magistrati: ma davvero non ci sono rischi che le polemiche seguite alla scarcerazione di Bonura influiscano su futuri provvedimenti?
Il ruolo del Giudice è difficile perché sempre le sue decisioni scontentano almeno una parte: diciamo che ognuno di noi è pronto, e dunque culturalmente e professionalmente attrezzato, a vedere le proprie decisioni discusse, non condivise, criticate, anche aspramente. Ma ogni Giudice sa anche bene che in nessun modo il consenso sociale o politico è condizione dell'esercizio della giurisdizione, ed al consenso - così come al dissenso - non può che essere indifferente. Naturalmente attacchi, quando non violente delegittimazioni (alle quali siamo ormai abituati, ma mai indifferenti) possono rendere più difficile il nostro compito, ed è con quella finalità che secondo noi essi vengono portati: ma l'Amm sa bene quale è il livello di indipendenza e di autonomia dei Magistrati italiani, e non perdiamo l'occasione di ricordarlo, non certo a noi stessi.
Magistrati e avvocati sono spesso accomunati proprio dagli attacchi per la loro attività, soprattutto quando ispirata alla tutela delle garanzie: una loro "alleanza culturale" può favorire anche un diverso orientamento nell'opinione pubblica?
La giurisdizione è una funzione essenziale della Repubblica, concepita per la tutela dei diritti e delle libertà; la funzione della difesa, anch'essa costituzionalmente protetta, è elemento essenziale perché la giurisdizione abbia una piena connotazione democratica. Nella fisiologica diversità dei ruoli, esiste un irrinunciabile terreno comune, che è la difesa dei princìpi costituzionali, che dovrebbe prescindere sempre dal gradimento, oppure no, delle decisioni. La comune difesa delle regole e dei princìpi fondamentali dell'ordinamento potrebbe giovare certamente alla crescita di una cultura garantista, che non siano i vuoti richiami ad essa che in modo pericolosamente oscillante si fanno in occasione di questa o quella delle tante vicende politico- giudiziarie.
Qualora la fine del lockdown favorisse un aumento dei contagi anche nelle carceri, crede che il sistema penitenziario sarebbe in grado di fronteggiare l'emergenza?
Difficile rispondere a questa domanda senza avere l'aggiornamento attuale della situazione, che muove però da un pregresso sovraffollamento, più volte ricordato. I documenti della magistratura di sorveglianza e molte richieste provenute da loro anche in occasione di tavoli tecnici auspicano una riduzione della popolazione carceraria e indicano una serie di possibili misure che non muovono da una generica "indulgenza", ma da una seria analisi della situazione e delle possibili evoluzioni. È una materia complessa, che dovrebbe essere sottratta alla strumentale lettura politica, e tenere conto di plurime sollecitazioni anche di fonte europea. Diciamo che ad emergenza finita, una delle priorità è affrontare la questione del carcere, e sottrarre la verifica delle condizioni complessive in cui versano i detenuti alla contingenza di questa emergenza, o di altre future, nelle quali è naturalmente più difficile compiere scelte meditate e profonde.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 24 aprile 2020
Una pausa obbligata ma operativa quella delle compagnie di Teatro-carcere che non rinunciano ai tanti progetti interrotti dall'emergenza Coronavirus e, soprattutto, intendono difendere un patrimonio di idee, iniziative e opportunità. D'altra parte la pratica del teatro richiede e stimola la creatività, risorsa utile anche per affrontare situazioni critiche.
È il caso di Armando Punzo che continua a lavorare al prossimo spettacolo della sua "Compagnia della Fortezza" di Volterra interagendo in videochiamata e tramite mail con i detenuti attori. Regista e interpreti propongono, scrivono o rivedono i testi di Natura, lo spettacolo che andrà in scena in autunno, grazie alla possibilità di utilizzare telefoni cellulari concessa dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria a seguito della sospensione dei colloqui. "Essendo abituati a lavorare in condizioni difficili - ha dichiarato Armando Punzo in un'intervista a Il Tirreno - ci siamo detti che non avremmo dovuto interrompere il lavoro. Così la scelta è caduta, fatalmente, sulle tecnologie. Grazie alla disponibilità della direttrice del carcere Maria Grazia Giampiccolo stiamo portando avanti il lavoro".
Esercizi di libertà è invece il nome del laboratorio per corrispondenza creato da Horacio Czertok e Marco Luciano del Teatro Nucleo nella casa circondariale G. Satta di Ferrara per consentire ai detenuti di esprimere emozioni anche legate al presente. Poesie, racconti, disegni, canzoni e altre idee saranno utilizzate nel prossimo spettacolo Album di famiglia. La corrispondenza tra i registi e i 26 detenuti che hanno aderito al laboratorio è affidata agli educatori. "Nelle lettere - racconta Marco Luciano - affrontiamo temi complessi con una scrittura articolata, dalla pandemia alla libertà, dalla paura all'intelligenza collettiva perché anche dall'interno del gruppo teatrale può arrivare sostegno ai compagni".
Lo scambio epistolare è anche lo strumento scelto da Michalis Traitsis, regista di Balamòs Teatro, per continuare i lavori dello spettacolo Voci e suoni da un'avventura leggendaria. Gli studenti della scuola media Tasso di Ferrara e le detenute con le quali avrebbero dovuto recitare si scambiano riflessioni sul teatro, idee e spunti nel corso di una fitta corrispondenza mediata dal regista. "Il teatro è tra quelle attività che più subiscono la critica situazione che stiamo vivendo - spiegano da Balamòs - con l'emergenza sanitaria. Essere sospesi ma presenti, conservare una tessitura di relazioni costruite in questi mesi di lavoro, aiuta ad affrontare in modo creativo la solitudine, le incertezze, lo spaesamento che questa nuova realtà ha impresso a ciascuno di noi".
Un autentico esempio di resilienza arriva dal Teatro Necessario della casa circondariale di Genova Marassi che ha trasformato il limite del momento nell'opportunità di divulgare l'esperienza teatrale all'esterno del carcere offrendo nel contempo anche ai detenuti attori di rivedersi in tv. La rete PrimocanaleTV ha infatti inserito nel suo palinsesto registrazioni di spettacoli realizzati dai detenuti in carcere. Il 18 e 19 aprile è andato in onda L'isola dei sogni, nei prossimi giorni sarà la volta di Padiglione 40 e di Desdemona non deve morire.
Da Vito Minoia, presidente del Coordinamento Nazionale Teatro in Carcere, arriva l'invito ai colleghi a pubblicare sui social video, foto, articolo e quant'altro testimoni e racconti le esperienze di laboratorio nelle carceri. In un'intervista al magazine londinese Stage Minoia si dichiara fiducioso sulla ripresa dell'attività teatrale negli istituti penitenziari "in quanto quando si tratta di carceri non ci manca una tradizione culturale su cui attingere che ci consentirà di uscire da questa emergenza educativa con il sostegno alle politiche di socializzazione e di sensibilizzazione attraverso arte e cultura."
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 24 aprile 2020
Offensiva giustizialista dopo la scarcerazione del detenuto malato al 41bis. La guidano il solito Travaglio, il solito Caselli, il solito Di Matteo. Insultano i colleghi. Si oppongono alla Costituzione. E i partiti gli vanno appresso.
Giancarlo Caselli, ex Procuratore di Palermo e Torino, chiede che il 41bis - cioè il carcere duro - diventi una misura più rigorosa, afflittiva. Caselli se la prende con la Corte Europea e con la Corte Costituzionale. Non manda giù l'idea che la Costituzione valga pure per i mafiosi. Considera questo principio un cavillo, una falla per la Giustizia.
Nino Di Matteo, membro del Csm, punta di lancia del movimento giustizialista, pedina di primo piano nella strategia Cinque stelle, si scaglia contro i giudici di Milano che hanno deciso la scarcerazione (con otto mesi di anticipo) di Francesco Bonura, detenuto che stava finendo di scontare una pena a 18 anni per reati di mafia.
Di Matteo accusa i suoi colleghi giudici di avere ceduto al ricatto mafioso (testuale). In pratica li indica per l'imputazione di concorso esterno in associazione mafiosa. Un reato che gli è caro. E chiede al governo di intervenire. I partiti di maggioranza e di opposizione gridano allo scandalo, naturalmente ce l'hanno con i giudici che hanno scarcerato: chiedono contromisure, convocano l'antimafia, pretendono controlli sulla salute di Bonura.
Diciamo che sono fuori dei gangheri perché è stata applicata la legge. Il ministro Bonafede manda gli ispettori. Marco Travaglio scatena il suo giornale. E lancia l'allarme degli allarmi: dopo Bonura vogliono scarcerare anche Raffaele Cutolo, il camorrista, quello della canzone di De André, che è in prigione dal 1963. Sì, sì, nessun refuso: l'hanno messo in gattabuia 57 anni fa, quando era un ragazzetto, un guappo di 22 anni.
Ora ne ha quasi 80. da allora è stato fuori solo un po' meno di due anni, alla fine dei 70, perché era evaso. Questo è il quadro. Anno 2020. circa 230 anni dopo la rivoluzione francese, più di 250 anni dopo il libro di Beccaria, 396 anni dopo la nascita di Voltaire. Secoli e decenni passati inutilmente: non c'è quasi nessuna differenza tra il giustizialismo di oggi e quello del '700. Cosa è successo per scatenare questo putiferio?
Che il tribunale di sorveglianza di Milano ha accolto l'istanza di arresti domiciliari per ragioni di salute di un detenuto quasi ottantenne, molto malato, e che ha già scontato 17 anni di carcere su 18 di condanna e gli mancano otto mesi alla scarcerazione definitiva. Tutto qui. Però si è scoperto che il detenuto, Francesco Bonura, è stato condannato per reati di mafia.
E voi sapete che un reato di mafia non è un reato, è la malvagità delle malvagità. Se stermini la famiglia, per esempio, non vai al 41bis. Se incassi il pizzo per un boss, ci vai. Bonura era al 41bis: al carcere duro, quasi ottantenne, malato, operato, con un cancro, a rischio di vita. Nessuno si scandalizza perché stavano torturando un vecchio? No: nessuno si scandalizza. L'articolo di Giancarlo Caselli è un autentico capolavoro.
Perché è il vero e proprio manifesto del giustizialismo. Si fonda su principi solidi, molto lontani dalla Costituzione repubblicana, anzi alternativi, ma solidi. Giancarlo Caselli tra l'altro (a differenza degli altri suoi colleghi capifi la del giustizialismo e del travaglismo) è uno che ha studiato parecchio, che sa. Lui è convinto che una società che funzioni è una società che punisce. Quando smette di punire, una società diventa fangosa.
Bisogna impedire che l'Italia diventi fangosa. Caselli non ha mai guardato in faccia nessuno: mafiosi, brigatisti, no-tav, tangentari. Tutti insieme. al carcere duro. Una sola condizione: che ci sia un sospetto. Le prove poi magari verranno, ma non sono l'aspetto decisivo della giustizia. La giustizia, per Caselli, si fonda su due pilastri: sospetto e punizione inflessibile. E condanna morale. La forza etica del suo manifesto è lì: condanna morale.
Noi buoni, loro malvagi. In mezzo la famosa zona grigia. Di Matteo è diverso. È un po' un caso limite. Si è sempre battuto per l'indipendenza della magistratura, perché, forse, gli hanno detto che è essenziale per la causa del giustizialismo. Poi si distrae e attacca l'indipendenza del giudice, addirittura sembra invocare l'intervento del governo.
C'è da chiedersi cosa farà il Csm di fronte al caso Di Matteo. L'altro giorno il Csm è saltato su come una furia perché un suo membro, laico, ha messo in discussione il lavoro di qualche magistrato milanese. E ora che farà con il suo membro togato, con Di Matteo che addirittura accosta la fi gura dei magistrati milanesi a quella dei mafiosi? Prenderà provvedimenti?
Censurerà? Si indignerà? Forse farà proprio come lo Stato di cui parlava De Andrè nella sua canzone su Cutolo: "si costerna, s'indigna s'impegna, poi getta la spugna con gran dignità...". C'è poco da scherzare. L'attacco al diritto da parte del fronte giustizialista è sempre più spavaldo e arrogante. Si fa beffe della Costituzione, del diritto internazionale, dell'Europa. Persino dell'ordinamento penale. Sapete di quando è la norma che è stata utilizzata per scarcerare Bonura? Del 1930. Codice Rocco. Il premier era Mussolini. Qui, altro che fascismo! Siamo oltre, oltre, oltre.
di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 24 aprile 2020
Lettera ai parenti di vittime di mafia. Nessuno vi chiede di perdonare, sarebbe una sciocchezza. Ma solo di dar valore alla vita e alla salute come diritti e come bisogni primari. Si crede che il carcere sia solo privazione delle libertà, ma non è così.
Care mogli e genitori e figli e sorelle e fratelli di chi non c'è più, e non c'è più perché qualcun altro gli ha tolto la vita. Qualcuno di cui voi volete sia punito perché vi ha dato un dolore che vi ha straziato e poi una rabbia orgogliosa che è come un grumo che vi riempie la gola e non sempre viene fuori.
Ma che quando esce, non chiede solo giustizia. Magari neanche vendetta. Ma piuttosto cancellazione. Come succede, come sta capitando in questi giorni, se una persona che si è macchiata di gravi reati stia per lasciare il carcere, perché ha terminato di scontare la pena, magari dopo trent'anni, e anche perché è gravemente malata.
Una persona che voi forse non conoscete, né che mai avreste voluto conoscere, e con ragione. Una persona che non è l'assassino di chi voi amavate e non avete potuto più amare perché uno come quello lì che sta per uscire ve l'ha tolto.
Ma è "uno di loro", un mafioso, un uomo della camorra o della 'ndrangheta. Uno che comunque ha sparato e ucciso. O mandato altri a uccidere. Uno che ha violato la terra in cui voi vivete, uno che l'ha sporcata e ora sta tornando, e voi non lo volete vicino. Lo volete cancellare. Uno che per voi non è neanche persona, non solo perché lo disprezzate, ma perché non potete dargli corporeità, non potete concedergli sentimenti, non potete mettere insieme la sua mano che spara con l'altra parte del suo corpo, quella che soffre la malattia, forse la fine della vita.
Voi non volete la pena di morte, ne sono certa, né vorreste mai fare a nessuno quel male che è stato fatto a voi. Semplicemente vorreste che quell'assassino che ha dato la morte a colui che amavate, e tutti quelli come lui, sprofondassero in un buco nero fino a non esistere più. Voi vorreste che il carcere fosse un luogo oscuro capace di inghiottire e cancellare. Gettare le chiavi, è un'espressione che sulla bocca dei politici fa schifo. Nella vostra mente è un tentativo di estraniazione, di metter al riparo in un'altra parte della mente il vostro dolore, uccidendo il fantasma di chi ha sparato. Non pensate al fatto che anche la pena è qualcosa di indelebile, che quando un uomo ha perso la libertà, l'ha persa per sempre.
Non immaginate che il fatto di "render male per male" sia già in sé un'ingiustizia né che, se il delitto in sé è fatto irrazionale e tremendo o di razionalità deviata, la riposta non può esser viziata dalla stessa deviazione. Neanche nel nome di astratti criteri di giustizia sociale. Si crede che la pena del carcere sia solo privazione di libertà.
Non è così. Il carcere è prima di tutto mortificazione del corpo, è privazione di ossigeno, è perdita di coscienza del tempo e anche dello spazio. Per questo sarebbe importante, mentre siamo tutti aggrediti da un virus sconosciuto, poter ridare ossigeno e spazio alle persone rinchiuse. Ma prima occorre la fatica di saperle ricomporre come persone.
Vedere un vecchio come un vecchio, un malato come un malato. Lasciar per strada le simbologie e anche il sangue. Nessuno vi chiede di perdonare, sarebbe una sciocchezza. Ma solo di dar valore alla vita e alla salute come diritti, e anche come bisogni, primari. Di tutti.
Lasciate che un vecchio mafioso malato che ha già scontato la sua pena torni nella sua casa. La sua presenza fisica, e non più simbolica, non può sporcare la vostra terra, non più. È un vecchio al termine della sua vita. Non vi si chiede di chiudergli gli occhi, ma di lasciare che lo facciano i suoi cari, che vedono di lui un corpo malato, non un simbolo.
di Patrizia Maciocchi
Il Sole 24 Ore, 24 aprile 2020
Corte di cassazione - Sezione II - Sentenza 23 aprile 2020 n. 12800. Non può essere negato il permesso al lavoro esterno, perché l'istanza di richiesta del beneficio non è stata comunicata alla parte offesa, se tra questa e l'autore del reato non c'è un legame personale e non c'è rischio di ritorsioni né di reiterazione degli atti di violenza nei suoi confronti.
La Cassazione, con la sentenza 12800, fa chiarezza sui diritti, assistenza e protezione delle vittime di reato, alla luce della direttiva 29/2012Ue. Nel caso esaminato l'imputato sottoposto ai domiciliari, dopo una condanna per una tentata rapina nei confronti degli autisti di un Tir, aveva chiesto l'autorizzazione ad uscire per lavorare, negata dal Gip.
Per il tribunale, che agiva in sede di appello, il ricorso contro il provvedimento del Giudice per le indagini preliminari era inammissibile, in assenza della notifica della richiesta di modifica della misura cautelare alle parti lese. Per il tribunale, infatti, la misura era stata applicata in relazione a fatti violenti. La Cassazione accoglie il ricorso attribuendo importanza all'esistenza di una relazione tra autore del reato e vittima, e al rischio di recidiva.
Il tribunale ha sbagliato ad estendere in modo generalizzato l'obbligo di notifica a tutti i reati commessi con violenza sulla persona, senza restringere il raggio d'azione della norma solo ai casi in cui, in virtù di pregressi rapporti con la parte lesa, ci sia il rischio di ritorsioni.
di Vittorio Teresi
Il Fatto Quotidiano, 24 aprile 2020
Sul Fatto di mercoledì ho letto due notizie ugualmente allarmanti: la prima riguarda l'ennesimo allarme, lanciato questa volta dalla ministra dell'Interno, prefetto Lamorgese, sul rischio, molto concreto, di infiltrazioni della criminalità di stampo mafioso nella gestione della "fase 2" cioè la fase di progressiva uscita dalla emergenza dettata dalla pandemia Covid 19.
Si tratta di una preoccupazione fondata perché effettivamente le mafie, disponendo di ingentissimi capitali liquidi possono agevolmente offrire, a chi ne ha più bisogno, questa immediata liquidità sotto forma di prestito - che naturalmente sarebbe gravato da interessi usurari -e possono altresì offrire alle imprese in difficoltà, anche loro a corto di liquidità, quelle somme di denaro immediatamente disponibili che potrebbero risolvere in pochissimo tempo, e senza alcun lacciuolo di carattere burocratico, i loro problemi contingenti.
La contropartita che, verosimilmente, la mafia potrebbe richiedere agli imprenditori che dovessero utilizzare il servizio loro offerto non sarebbe costituito dagli interessi usurari, bensì dalla pretesa di affiancamento nella gestione dell'impresa, che in tal modo si trasformerebbe da semplice attività imprenditoriale pulita, in una impresa mafiosa.
In sostanza il denaro liquido della mafia, come è sempre accaduto in passato, rischia di avvelenare l'economia e l'imprenditoria sana del Paese. Il periodo di crisi che stiamo attraversando offre le migliori condizioni affinché le mafie continuino a fungere da agenzie di servizi per tutti coloro che saranno disposti a cercare una scorciatoia economica ai problemi che in questo periodo affliggono il Paese.
La seconda notizia riguarda un provvedimento giurisdizionale con il quale un giudice del Tribunale di Sorveglianza di Milano avrebbe disposto la detenzione domiciliare per un boss di prima grandezza di Cosa Nostra.
Detta pronuncia si fonderebbe su una circolare del Dap del 21 marzo con la quale l'ufficio del ministero della Giustizia che gestisce la politica penitenziaria del nostro Paese, avrebbe richiesto ai direttori delle carceri di inviare all'autorità giudiziaria i nominativi dei detenuti over 70, affetti da alcune patologie, (all'apparato respiratorio, cardio-circolatorio, diabete e altro), senza distinguere il regime detentivo al quale ciascuno dei detenuti interessati fosse sottoposto, di talché il boss Francesco Bonura, già rappresentante del Mandamento di Uditore di Palermo avrebbe beneficiato del trattamento particolare, passando dal 41bis alla detenzione domiciliare.
Mi verrebbe da dire che si tratta di un copione già visto in passato e che si snoda attraverso pochi ma immutabili (ed efficaci) passaggi: lo Stato è afflitto da un'emergenza di straordinaria gravità (oggi quella del coronavirus, ieri - agli inizi degli anni 90 - crisi politica, economica e di tenuta del tessuto democratico), la politica non riesce a fornire risposte unitarie, tempestive, convincenti e rassicuranti come rimedio alla crisi.
Le mafie si inseriscono in questa emergenza e fanno sentire tutto il peso del loro potere criminale, inscenano violentissime manifestazioni nelle carceri, cavalcano la suggestione della facilità del contagio al l'interno delle strutture di detenzione e chiedono allo Stato di allentare la morsa del regime carcerario, anche (e forse soprattutto) quello del 41bis.
Lo Stato, prostrato o distratto dalla gestione della crisi, non riesce a trovare rimedi efficaci o semplicemente a pensarli e cede alle richieste di alleggerimento, concedendo a boss di prima grandezza la revoca del regime di detenzione speciale, che essi avevano cercato di ottenere per moltissimi anni, anche attraverso il ricatto stragista nel 1992 e del 1993.
Quando parliamo del rischio di infiltrazione delle mafie nella politica, nell'economia e nel tessuto imprenditoriale del Paese, utilizziamo termini astratti, generici, impalpabili e quindi diamo la sensazione, a chi legge, che la mafia che si infiltra sia una entità anch'essa astratta, generica, inafferrabile, priva di una concreta identità. La lettura di questi allarmi rischia quindi di essere come un avviso di burrasca lanciato nell'etere, ma privo di dati identificativi efficaci e riconoscibili. Voglio allora ribadire con grande chiarezza che la mafia si identifica con i propri esponenti, che le mafie sono i loro capi, i loro rappresentanti.
Che le mafie sono costituite, governate, organizzate e dirette da quelle persone che negli anni son state riconosciute come boss di prima grandezza e condannate a svariati anni di carcere, e spesso a numerosi ergastoli. Quegli stessi boss, sono coloro che danno la linea all'organizzazione e se c'è il rischio di una pericolosa infiltrazione nel tessuto sociale, economico, imprenditoriale del paese, quei boss sono gli ideatori e gli organizzatori di tutte le azioni ritenute utili a perseguire l'obiettivo.
Se la mafia si infiltra è perché i suoi capi vogliono che ciò accada e impongono la relativa linea di comportamento. Così come se la mafia ritiene che sia necessario passare ad attività di attacco violento contro esponenti delle Istituzioni è perché quegli stessi capi hanno deciso così e quindi daranno le disposizioni necessarie e trovare l'esplosivo e a eseguire gli attentati.
Quei boss che dettano le linee dell'azione delle mafie sono coloro che oggi, in gran parte, per fortuna, si trovano detenuti in regime speciale. Scarcerarli rende concreto quel pericolo di infiltrazione e di contaminazione criminale delle mafie. Con il boss pensante, libero di uscire e di incontrare chiunque, il Paese è molto meno sicuro e gli allarmi inviati anche dalla ministra dell'Interno assumono una sinistra dose di concretezza e di attualità.
Allora vorrei essere certo, da cittadino, che il rischio contagio nelle carceri sia reale, concreto, attuale e che a esso non possa essere applicato un rimedio differente da quello della scarcerazione che, francamente, mi sembra una scorciatoia estremamente pericolosa. Vorrei essere sicuro, per esempio, del fatto che presso le carceri destinate al regime di 41bis, non sia possibile rea - lizzare in tempi record (come quelli con cui si sono creati ospedali dedicati al Covid-19 a Milano e a Bergamo con grande clamore mediatico) unità sanitarie capaci di fronteggiare, per un numero di persone assai limitato e già di per sé in regime di isolamento, il rischio contagio.
Si potrebbero quindi realizzare unità sanitarie dedicate all'emergenza sanitaria del momento, all'interno di pochi istituti penitenziari e in tal modo il diritto alla salute dei detenuti, sottoposti a qualsivoglia regime detentivo, che continua a rimanere assolutamente primario e meritevole del massimo impegno per il suo effettivo esercizio, non si trasformerebbe in un pretesto per un disimpegno generalizzato.
Il rischio di contagio criminale e quello di contagio sanitario devono porsi sullo stesso piano perché entrambi attengono al profilo della sicurezza di tutti i cittadini e lo Stato deve trovare rimedi efficaci per evitarli entrambi. Domani di fronte a una mafia rivitalizzata e potenziata, mediante la liberazione dei suoi più carismatici capi, non basterebbero le cure ordinarie e il contagio si propagherebbe con patologica velocità, la società non potrebbe sottrarsi alla contaminazione mafiosa, ponendo così nel nulla i sacrifici e gli sforzi che in tutti questi anni sono stati compiuti sul fronte del contrasto democratico alle mafie nel nostro paese e con buona pace per tutti coloro che in questa lunghissima e difficile lotta sono stati uccisi dal virus del crimine organizzato.
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