di Nando Dalla Chiesa
Il Fatto Quotidiano, 27 aprile 2020
Egualitario, non c'è dubbio. In un mondo retto su squilibri vertiginosi il Covid ha ucciso medici eccelsi e pazienti ignari di tutto. Ha ucciso Luis Sepulveda scrittore di fama mondiale e ospiti anonimi di residenze sanitarie. Lo abbiamo pensato in tanti. Ma io, divorato dalle mie allucinazioni domestiche, sono andato oltre. Ho pure pensato che, con l'aiuto della legge e di qualche magistrato, il C ovid ha realizzato un altro, supremo, capolavoro di uguaglianza: ha messo agli arresti domiciliari sia gli assassini mafiosi sia le loro vittime.
Meglio, i familiari delle vittime; perché le vittime subiscono da tempo un diverso, più ultimativo genere di costrizione. Insomma, in nome del Covid è giunta per tutti la stessa misura coercitiva. Eri in carcere per reati gravissimi? Arresti domiciliari. Eri in ufficio, per strada, a scuola, libero di lavorare, amare, incontrare? Arresti domiciliari. Tutti insieme. Visti "causa e pretesto", come direbbe Guccini, può sembrare umorismo grezzo.
E invece, al di là delle spiegazioni giuridicamente sempre compite, contiene un nucleo di verità sconvolgente. Perché c'è sempre uno "spirito del tempo" in cui gli uomini vivono. Prima impalpabile, poi forte, sempre più forte. Oggi ne è parte dominante il virus. Non solo il Covid, ma anche gli altri che hanno mietuto vite in Asia o in Africa. Il nostro, dicono gli scienziati, è appunto il tempo del virus che dal mondo animale viene, va e poi ritorna. Ma dello spirito del tempo fanno parte anche altre cose, che cambiano di Paese in Paese.
E nel nostro c'è qualcosa che da anni sale, sale come una marea: la benevolenza verso i boss mafiosi, la fine delle punizioni "troppo dure", una generale domanda di impunità. Si avvertono i vagiti di un'era nuova, ne cogli i segni con lo stesso istinto con cui nella foresta gli animali sentono l'arrivo di un pericolo.
I diritti umani. La Corte europea. Le perizie psichiatriche: pensate, li mandano agli arresti domiciliari (fatto vero!) perché soffrono la reclusione in carcere. E le perizie mediche: "potrebbe succedere" ("potrebbe"), come con i moribondi che poi vivono per anni. L'attacco incessante al 41bis. E infine il Covid. Intendiamoci, le organizzazioni mafiose hanno sempre vissuto alla grande sulle emergenze.
Volete che non approfittino del Covid, per fare usura di massa, entrare nelle opere pubbliche e, anzitutto, per ottenere grazie e indulgenze plenarie? La pioggia di richieste di generosità che arriva dai loro avvocati è il segno che anche i boss, che fessi non sono, hanno capito lo spirito del tempo: adesso si può. Adesso che ogni motivazione è buona. Anche quella del rischio contagio. Perfino peri detenuti al 41bis. Come se non ci avessero spiegato per anni che il 41bis è condanna all'isolamento totale, senza contatti umani, neanche con i parenti.
E come se la prima ricetta contro il Covid non fosse proprio il "distanziamento sociale". Cosa c'entra quindi il rischio del contagio? Così, almanaccando su queste "storie italiane" durante la mia giusta reclusione, mi è sovvenuto un bisogno di igiene mentale: che le parole abbiano un'effettiva rispondenza ai fatti. Ho pensato cioè che il bambino che sente "magistrato di sorveglianza" immagina un tipo burbero che con una pila in mano cammina di notte in un carcere per accertarsi che tutto funzioni a dovere, che le condanne inflitte vengano effettivamente eseguite. Poi il bambino cresce, abbandona la pila e inizia a pensare che magari il famoso magistrato di sorveglianza deve anche garantire i diritti dei detenuti.
Quindi si fa adulto e gli sembra che questa figura non sia poi così burbera. Ma sia invece estremamente premurosa verso il detenuto, forse ancor più se dotato di prestigio criminale, e che gli conceda a volte con attento studio delle leggi altre con garrula superficialità benefici insensati e quasi amorevoli, fino a potere essere giocosamente ribattezzato, con parole più appropriate, "magistrato di badanza".
Ah, lo spirito del tempo. Per fortuna non riesce a espellere da sé il senso stupendo del 25 aprile, festeggiato collettivamente anche stando a casa, con gioia di tutti. Con film, musiche e piazze virtuali. A conferma che anche agli arresti domiciliaci, si può fare praticamente tutto quel che si vuole. Bello, no? E se, festeggiato il 25 aprile, ci ribellassimo a questa marea impunitaria e facessimo dai nostri arresti domiciliari una nuova, più modesta ma sacrosanta, "resistenza"?
di Giuseppe Crimaldi
Il Mattino, 27 aprile 2020
Il tema è troppo serio per essere affrontato per "tifoserie": la fragilità del sistema di detenzione in Italia ha mostrato tutte le sue crepe con il diffondersi della pandemia. "Ed è per questo - spiega al "Mattino" Catello Maresca, il pm che con i colleghi del pool diede la caccia ai Casalesi - che va fatta finalmente chiarezza, altrimenti si rischia di fare confusione e cattiva informazione".
Temibilissimi boss mafiosi scarcerati. Tra loro c'è pure una vecchia conoscenza della Dda di Napoli: quel Pasquale Zagaria, fratello del super boss Michele, considerato la mente economica dei Casalesi, messo ai domiciliari per motivi di salute perché rischierebbe il contagio in carcere. "Nel nostro sistema penitenziario il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria si occupa della gestione delle carceri, mentre la valutazione sul tipo di pena spetta, invece, alla magistratura. L'emergenza sanitaria Coronavirus ha provocato un cortocircuito istituzionale ed un rimbalzo di responsabilità tra Dap e magistrati".
I tribunali sono stati inondati di istanze di scarcerazione fondate sul rischio da infezioni, "sostenute - prosegue Maresca - anche da una errata interpretazione di linee guida fissate dal Pg della Cassazione, ispirate sul giusto principio di alleggerimento del numero dei detenuti".
Qualcuno ci ha marciato, approfittandone e insinuandosi nelle pieghe di questo caos? Probabile. "Perché - aggiunge il magistrato - molte di queste istanze sono totalmente infondate e sono state rigettate, mentre altre sono basate invece su pregresse patologie del detenuto: patologie, si badi bene, fino al momento precedente all'epidemia non sufficienti per richiedere la scarcerazione".
"In questo contesto è arrivata, con l'effetto di una bomba nucleare, la famigerata circolare del Dap del 21 marzo, che ha stilato un decalogo di patologie, oltre alla età superiore ai 70 anni, cui testualmente "è possibile riconnettere un elevato rischio di complicanze", imponendo ai direttori delle carceri di comunicarlo all'autorità giudiziaria. L'effetto è stato quello di trasferire tutta la responsabilità della decisione in capo ai magistrati. Una mossa "ponziopilatesca".
È come dire sostanzialmente che, a prescindere dalle valutazioni concrete sul rischio contagio, il carcere è sempre luogo a rischio per i detenuti e che, quindi, il Dap non si assume la responsabilità per ciò che possa accadere a seguito di un contagio". Ed è ciò che è accaduto per Pasquale Zagaria, il caso finora forse più eclatante di tutti. Così è successo quello che tutti avevano l'obbligo di evitare: e bene ha fatto il Guardasigilli e la Commissione antimafia ad attivare le giuste verifiche". Maresca sottolinea anche che "da quanto emerge dal provvedimento della Sorveglianza, il Dap è stato incapace di prevedere e fronteggiare l'emergenza".
Anche perché il pericoloso detenuto avrebbe potuto essere trasferito in altro istituto di pena attrezzato: ma il Dap, dal 9 aprile più volte sollecitato dal Tribunale, ha risposto solo il 23 aprile. E così, non avendo risposta dal Dap (che invece sostiene di averla data in via interlocutoria) dopo 14 giorni, il giudice ne ha disposto la scarcerazione.
"Se questo è il modo di gestire l'emergenza - conclude - non devono stupire le continue scarcerazioni anche di pericolosi mafiosi. I fatti ci dicono che non sono state adottate dal Dap misure sanitarie ed organizzative idonee. I detenuti più esposti sono stati lasciati dov'erano, e i pochi presìdi sanitari sono stati assolutamente inefficaci. Questo mi rende molto amareggiato e seriamente preoccupato per il futuro del Paese. Le mafie usciranno molto più forti di prima dall'emergenza Coronavirus".
agenzianova.com, 27 aprile 2020
I componenti del Movimento cinque stelle delle commissioni Antimafia e Giustizia prendono posizione sul tema delle scarcerazioni ai tempi del coronavirus e definiscono "vergognosa la propaganda con la quale si sostiene che il Cura Italia faccia uscire mafiosi dal carcere: le decisioni assunte in questo periodo sono state adottate dai giudici su leggi già esistenti".
I parlamentari aggiungono: "Nel rispetto della separazione dei poteri sancita dalla Costituzione repubblicana, ma anche in adempimento delle rispettive responsabilità, abbiamo richiesto di acquisire tutti i provvedimenti sulle scarcerazioni, la convocazione urgente della commissione Antimafia per esaminare tali atti: intendiamo svolgere fino in fondo il nostro ruolo di inchiesta e vigilanza. Anche dal ministro Bonafede abbiamo avuto garanzie di aver attivato gli ispettori ministeriali per le verifiche dovute sulle scarcerazioni".
Gli esponenti del M5s, poi, proseguono: "Sul piano legislativo, da tempo siamo impegnati su una riforma per aumentare collegialità e uniformità in queste decisioni, coinvolgendo in maniera strutturale la Direzione nazionale antimafia ed antiterrorismo (Dna) e le Direzioni distrettuali antimafia (Dda) sul territorio, per i pareri su tutte le decisioni relative alle istanze di scarcerazione avanzate dai detenuti per reati di mafia. Quanto accaduto", concludono i parlamentari del Movimento cinque stelle, "sarà motivo per tutte le forze politiche di non contrastare l'esame della nostra proposta".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 27 aprile 2020
Ecco l'effetto dell'uragano mediatico, partito dall'Espresso, sul caso di Franco Bonura, il detenuto al 41bis malato di cancro che ha ottenuto i domiciliari dai giudici milanesi: il guardasigilli vuole eliminare, con un decreto, la discrezionalità dei magistrati di sorveglianza. È la carambola perfetta che, grazie ai media, trasforma lo stato di diritto in stato di polizia.
Il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede lo ha annunciato. D'intesa con il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra, proporrà alcune misure volte ad affrontare la questione sollevata per prima da un articolo de L'Espresso relativa ai domiciliari per motivi di salute concessi a un uomo recluso al 41bis.
Parliamo del caso di Francesco Bonura, passato dal regime speciale alla detenzione domestica nei giorni scorsi proprio per le sue gravi condizioni. Un provvedimento della magistratura di sorveglianza limpido e motivato. Ma si è fatto leva sull'emotività e anche sull'ignoranza del tema per creare una valanga di polemiche.
Il ministro Bonafede, per assecondare gli animi, ha promesso che farà di tutto per rendere più difficile la concessione dei domiciliari a chi attualmente si trova al 41bis. Non importa sapere che i provvedimenti che hanno creato indignazione sono stati concessi per gravi motivi di salute. Per chi si è macchiato di reati mafiosi, il diritto alla salute diventerà un optional.
Le norme, che potrebbero essere contenute in un prossimo decreto legge, dovrebbero limitare la discrezionalità del magistrato di sorveglianza. Ovvero che tutte le decisioni relative a istanze di scarcerazione di condannati per reati di mafia saranno sottoposte, per il via libera, sia alla Procura nazionale Antimafia e Antiterrorismo, sia alle singole Procure distrettuali Antimafia e Antiterrorismo. Tradotto, chi è al 41bis o in alta sorveglianza difficilmente potrà ottenere un via libera da chi lo ha tratto in arresto.
Vincolare la decisione del magistrato di sorveglianza vuol dire snaturare la sua terzietà. Infatti, per comprendere la discrezionalità del giudice di sorveglianza è opportuno soffermarsi sulla valenza della sua posizione di terzietà. Il giudice penale giudica un imputato e ha necessariamente una posizione di terzietà rispetto alla difesa e al pubblico ministero. Il giudice di sorveglianza è sicuramente terzo, in quanto giudice, però costituzionalmente la sua è una terzietà diversa da quella del giudice penale perché non è una terzietà di indifferenza, che impone al giudice di merito di non aver mai trattato il caso, al fine di escludere incompatibilità.
Il possesso di elementi informativi in ordine al caso su cui si deve provvedere è invece fondamentale per il giudice di sorveglianza, che si avvale della conoscenza acquisita per formulare la decisione. Infatti, tra le informazioni ve ne sono talune, definite obbligatorie, la cui acquisizione è voluta dal legislatore e dalle quali non si può prescindere, come quelle da richiedere al Comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, al Questore, alla Commissione centrale per la definizione ed applicazione dello speciale programma di protezione, ai centri di servizio sociale, oppure, da rendere, da parte del procuratore nazionale o distrettuale antimafia.
Tali pronunciamenti, però, non possono essere vincolanti, altrimenti la terzietà svanisce. Il problema, di fondo, è che è inimmaginabile, per un governo, muoversi a seconda delle indignazioni del momento. Non si possono fare interventi normativi in base a degli articoli di giornale che hanno il potere di fuorviare e veicolare l'opinione pubblica.
Altrimenti l'esercizio del potere esecutivo rischierebbe di diventare il terreno d'intervento privilegiato dei gruppi di pressione di ogni parte. La democrazia rischia di collassare e quindi di sostituirsi con la "dittatura della maggioranza". Ed è così che lo Stato di Diritto muore e avanza sempre di più quello di Polizia.
di Caterina Tripodi
Quotidiano del Sud, 27 aprile 2020
Negli istituti il numero dei detenuti è aumentato. Il punto del Garante regionale Agostino Siviglia. L'allarme risuona da giorni dalle Alpi all'Etna: un ulteriore terribile effetto collaterale del Covid-19 sarà per la giustizia italiana perché il provvedimento "svuota-carceri", inserito nel decreto Cura-Italia, sta mandando ai domiciliari perfino i boss.
Ma i numeri ufficiali cosa ci dicono realmente ed in Calabria cosa sta succedendo? Si tratta davvero di un "fuori tutti" oppure una rondine, ovvero una manciata di casi eclatanti non fa primavera, e comunque non dipendono dalla recente normativa anti-covid? Ed allora procediamo con ordine.
Intanto il decreto legge del 17 marzo scorso prevede la detenzione domiciliare solo nell'ipotesi di una pena detentiva non superiore a 18 mesi, inoltre per coloro che hanno una pena da scontare inferiore ai 18 mesi ma superiore ai sei mesi la concessione è subordinata al braccialetto elettronico; chi invece ha fine pena inferiore a sei mesi può andare alla detenzione domiciliare semplicemente dimostrando di avere la disponibilità di un alloggio. In entrambi i casi la valutazione è, comunque, rimessa alla decisione del magistrato di sorveglianza.
Dalla misura sono rigidamente esclusi i delinquenti abituali, seriali, i terroristi, i detenuti sottoposti a un regime di sorveglianza particolare, e, come, ha recentemente anche precisato il Ministro Lamorgese, anche i detenuti sottoposti al 41bis. La titolare degli Interni ha però ulteriormente precisato: "Il 41bis è escluso dalla normativa anti-covid, ma l'ultima parola è del giudice".
I casi eclatanti dei mafiosi finiti comodamente a scontare la pena a casa propria quindi non sono dovuti alla normativa nuova relativa al Coronavirus e licenziata con il Cura-Italia di marzo ma bensì alla normativa che disciplina l'ordinamento penitenziario in base alle norme del codice di procedura penale già esistenti ed agli ultimi pronunciamenti giurisprudenziali nazionale ed internazionali (Edu) che, in casi specifici, indicano incompatibilità di determinati soggetti con il regime carcerario detentivo.
In Italia le presenze nelle camere di pernottamento sono al 16 aprile 2020 circa 54.998. Si mantiene stabile il numero di positività al Covid, concentrato soprattutto in alcuni Istituti del Nord Italia. Non si registrano invece casi in dieci regioni (Abruzzo, Basilicata, Calabria, Lazio, Liguria, Marche, Molise, Sardegna, Sicilia, Valle d'Aosta) e nella Provincia autonoma di Bolzano. Nella riduzione di circa 6.000 presenze negli Istituti penitenziari, maturata dal 1°marzo, in 2.078 casi si è trattato di uscita in detenzione domiciliare (in 436 casi con applicazione del braccialetto elettronico) e in 425 casi di licenze fino al 30 giugno di persone semilibere (Fonte Garante Nazionale per questi due ultimi dati, ndr). Nonostante il calo, il tasso di affollamento rimane di circa il 120% e non è omogeneo nel territorio nazionale.
Ma veniamo alla Calabria ed alle richieste effettive consentite dal Cura-Italia di marzo. "Il numero totale delle richieste di detenzione domiciliare presentate - spiega il Garante regionale dei diritti dei detenuti Agostino Siviglia - è leggermente superiore rispetto a quelle istruite e a quelle inviate senza accertamento perché palesemente inammissibili. La differenza è data da quelle con i domicili ancora in via di accertamento. Per quanto attiene altre misure alternative i dati non sono significativi. Non ci sono state flessioni in eccesso".
"Rispetto alla capienza regolamentare dei nostri istituti di pena prevedono 2734 detenuti, al 31.3.2020, ne sono presenti 2832, quindi, un numero addirittura superiore rispetto a quelli presenti alla data del 29.2.2020, che risultavano essere 2779. Se si considera, inoltre, che sono stati trasferiti 150 detenuti (dislocati fra i 12 istituti penitenziari della Calabria) provenienti dalle carceri in rivolta, si può agevolmente constatare che al detto incremento della popolazione detenuta non corrisponde, al momento, alcun alleggerimento del sovraffollamento carcerario, né per effetto delle recenti previsioni relative alla detenzione domiciliare, né per effetto dello sveltimento delle procedure definitorie delle altre misure alternative alla detenzione né, in ultimo, per effetto della sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari, laddove siano state evidenziate comorbilità ad alto rischio in caso di contagio da Covid-19".
Quindi l'effetto avuto dalle ultime disposizione normative anti Covid in Calabria sarebbe esiguo?
"Sì l'effetto è estremamente contenuto dovendosi sempre fare riferimento al potere decisionale del magistrato di sorveglianza e quindi al suo libero convincimento sulla pericolosità sociale del detenuto di riferimento, ovvero alla sussistenza di un domicilio idoneo".
Può farci qualche esempio e fornire un dato esemplificativo?
"L'esempio paradigmatico è quello di Catanzaro. Qui praticamente il dato è zero su 80 richieste di rilascio per normativa anti-covid nessuno ha lasciato il carcere, a Reggio Calabria su sole 45 richieste ne sono state accolte invece nove. I numeri sono chiari per coronavirus non è uscito quasi nessuno tranne appunto quelle situazioni di comorbilità doppia o dovuta a più patologie che risultavano incompatibili con il regime carcerario e che, per di più, in caso di contagio sarebbero potute risultare letali".
Ma scusi quindi i boss condannati in maniera definitiva che escono per pericolo Covid...
"Non escono per le misure anti-coronavirus ma a normativa invariata per il libero convincimento del giudice che sulla base dell'ordinamento penitenziario ovvero del codice finito può concedere misure alternative alla detenzione in fase esecutiva ovvero modificare la misura cautelare allorquando ci siano situazioni di patologia sanitaria incompatibili con il regime carcerario per come più volte chiarito sia dalla suprema corte di Cassazione che dalla corte europea dei diritti dell'uomo".
A fronte delle rivolte nelle carceri, il sistema penitenziario calabrese è sembrato saldo...
"Ha retto fino al momento dell'urto del virus. Non si è registrato nessun contagio in nessuno dei 12 istituti penitenziari della Calabria e sono stati garantiti i colloqui via skype e con video chiamate con telefonini forniti dall'amministrazione penitenziaria e anche l'assistenza sanitaria è stata generalmente garantita seppur segnalo ancora una volta il mancato reclutamento dei necessari infermieri presso il carcere di Arghillà nonostante le continue rassicurazioni dell'Asp".
di Paolo Comi
Il Riformista, 27 aprile 2020
Una intervista di un consigliere laico diventa l'occasione per regolare i conti all'interno del Csm, ridisegnando equilibri e alleanze in vista della prossima tornata elettorale per il rinnovo dell'Anm, originariamente in calendario il mese scorso e rinviata al prossimo giugno a causa dell'emergenza sanitaria Covid-19. L'occasione per il "redde rationem" togato è stata offerta dalle dichiarazioni di Alessio Lanzi, membro laico in quota Forza Italia, rilasciate alla Stampa questa settimana.
Il laico forzista aveva criticato il clima che si era creato in Lombardia, parlando di spettacolarizzazione da parte dei pm milanesi nella gestione delle indagini sulle morti sospette per coronavirus nelle case di riposo lombarde. L'indignazione del professore milanese, oltre che sul fuoco di sbarramento dei media sull'amministrazione di centrodestra della Regione Lombardia, si era concentrata sulle modalità di conduzione delle investigazioni.
In particolare, una girandola di perquisizioni show effettuate senza soluzione di continuità dal tandem guardia di finanza/nas carabinieri, su delega dei pm, nelle Rsa lombarde e negli uffici della Regione Lombardia. Perquisizioni e sequestri di montagne di documenti rigorosamente eseguiti alla presenza di giornalisti e a favore degli operatori televisivi, verosimilmente non avvisati dai manager indagati delle Rsa.
"Se sì voglio acquisire documenti ci sono modi meno eclatanti. Si rischia di consegnare all'opinione pubblica messaggi di sconforto e sfiducia nelle istituzioni. È una questione di sensibilità", le parole "incriminate" di Lanzi. Giuseppe Cascini, togato di Area, il gruppo di sinistra di cui fa parte Magistratura democratica, aveva chiesto conto delle affermazioni al consigliere milanese. "Il compito del Csm - secondo Cascini - è quello di tutelare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura; i componenti del Csm non dovrebbero mai esprimere giudizi sul merito di una iniziativa giudiziaria in corso e certamente mai dovrebbero farlo con quei toni e quelle espressioni, che delegittimano il ruolo dell'autorità giudiziaria e dell'ufficio procedente".
Minacciando, quindi, di aprire una pratica a tutela dei pm milanesi se Lanzi non avesse fatto pubblica ammenda.
La pratica a tutela è un istituto a cui il Csm ricorre quando sente minacciata l'autonomia e l'indipendenza di qualche Procura. Durante gli anni frizzanti del berlusconismo e dello scontro politica-magistratura erano frequentissimi i casi in cui vi si ricorreva a Palazzo dei Marescialli. "Non c'è stata alcuna delegittimazione della Procura di Milano", regno incontrastato delle toghe di sinistra, hanno replicato i togati di Magistratura indipendente, la destra giudiziaria, rimasta travolta l'anno scorso dall'indagine sul pm romano Luca Palamara.
"Le dichiarazioni di Lanzi risultano espressione di libero esercizio del diritto di critica: volevamo un dibattito ma c'è stato impedito", si legge in un comunicato diffuso ieri dai tre consiglieri di Mi al Csm. La voglia di riscatto delle toghe di Mi è tanta. Dopo aver vinto le elezioni al Csm nel 2018, il gruppo di cui faceva parte Paolo Borsellino è finito all'opposizione. L'obiettivo per la prossima tornata elettorale è chiaro: catalizzare il voto dei magistrati stufi della contrapposizione politica. Sarà un miraggio?
nuovasocieta.it, 27 aprile 2020
Sono state diffuse notizie di stampa secondo cui un detenuto del carcere romano di Rebibbia sarebbe stato intubato, in quanto affetto da coronavirus, e altri 26 sarebbero risultati positivi. In attesa di dati ufficiali, che mancano da ben 11 giorni, ci sentiamo di poter smentire l'assunto, quantomeno nella sua entità complessiva".
A parlare è Gennarino De Fazio, per la Uil-Pa Polizia Penitenziaria nazionale, che spiega: "da più parti ci chiedono informazioni in proposito, ma, per quanto a nostra conoscenza, il detenuto del penitenziario di Rebibbia che è stato trasferito all'ospedale Sandro Pertini il 24 aprile pomeriggio è affetto da altre patologie e, sottoposto a tampone, è risultato negativo al Covid-19.
Analogamente, non ci risulta allo stato alcun ristretto dello stesso istituto affetto da coronavirus".
"La situazione nelle carceri - prosegue il leader della Uil-Pa Polizia Penitenziaria - è assolutamente delicata e riteniamo che sia stata affrontata con grande approssimazione sin dall'inizio della pandemia, come del resto da molti anni la generalità dei problemi che investono l'universo carcerario, ma non crediamo che l'accreditare dati errati giovi ad alcuno, men che meno a chi come noi ha a cuore le sorti e l'efficacia del sistema di esecuzione penale tanto da aver scelto di far parte del Corpo di polizia penitenziaria e di rappresentarne le donne e gli uomini che lo compongono; per questo sentiamo l'esigenza di ristabilire un quadro più realistico della situazione romana".
"Certo, - conclude De Fazio - in questo sono proprio il Ministero della Giustizia e il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, con quella che ci pare una vera e propria forma di oscurantismo, a non aiutare e, anzi, a prestare il fianco a fake news e strumentalizzazioni: gli ultimi dati ufficiali del ministero risalgono al 15 aprile scorso e non vengono più aggiornati con frequenza neppure dal Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale".
Il Sole 24 Ore, 27 aprile 2020
Stupefacenti - Medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope - Somministrazione medica - Consentita a scopo terapeutico - Condizione necessaria. La somministrazione di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti è consentita, ai sensi dell'art. 72, comma secondo, d.P.R. n. 309 del 1990, solo qualora il medico agisca effettivamente per finalità terapeutiche, in relazione alle particolari condizioni cliniche del soggetto, praticando un trattamento debitamente prescritto ai sensi dell'art. 43 del testo unico e coerente, secondo le conoscenze scientifiche del momento, con gli obiettivi clinici perseguiti.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 15 aprile 2020 n. 12198.
Stupefacenti - Prescrizione e somministrazione medica - Per uso terapeutico - Disciplina. In tema di uso terapeutico di sostanze stupefacenti, già consentito dall'art. 72, comma 2, d.P.R. n. 309/1990, le disposizioni previste dalle normative regionali disciplinano le modalità e i presupposti della prescrizione e somministrazione di farmaci a base di sostanze stupefacenti o psicotrope, che può essere fatta direttamente dai medici di base, anche con trattamento domiciliare ponendo i costi a carico del servizio sanitario nazionale, con l'intento specifico di tutelare il diritto alle cure per tutti i pazienti, pur ribadendo che i preparati contenenti sostanze stupefacenti vanno prescritti esclusivamente "quando altri farmaci disponibili si siano dimostrati inefficaci o inadeguati al bisogno terapeutico del paziente".
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 19 luglio 2017 n. 35654.
Professioni sanitarie - Illecito penale - Medico responsabile del sert - Cessione di medicinali stupefacenti a soggetti tossicodipendenti non iscritti al servizio - Assenza di prescrizione e piano terapeutico - Contesto - Prestazioni private a titolo oneroso - Artt. 43 e 72 d.p.r. 309/1990 - Violazione - Art. 73, co. 4°, d.p.r. 309/1990 - Cessione illecita di stupefacenti - Sussiste. L'art. 72, d.P.R. 309/1990 consente l'uso terapeutico di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti "secondo la necessità di cura in relazione alle particolari condizioni patologiche del soggetto" e a condizione che tali preparati siano debitamente prescritti secondo quanto previsto dall'art. 43 (apposito ricettario, dose prescritta, posologia, modo di somministrazione, data e firma del medico); integra, pertanto, il reato di cessione illecita di stupefacenti di cui all'art. 73, co. 4°, la condotta del medico responsabile del SERT che abbia ripetutamente ceduto un farmaco stupefacente a numerosi soggetti tossicodipendenti mai iscritti o solo successivamente iscritti al servizio, senza alcun piano terapeutico e senza prescrizione, consegnando direttamente lo stesso farmaco per un fabbisogno mensile o oltre, senza alcun rispetto delle regole d'affido e nell'ambito di prestazioni "private" a titolo oneroso, in modo tale da configurare un vero e proprio canale di approvvigionamento a buon mercato per i tossicodipendenti medesimi.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 12 aprile 2013 n. 16581.
Stupefacenti - Medico - Somministrazione di farmaci contenenti sostanze stupefacenti - Reato - Condizioni - Finalità terapeutica - Configurabilità - Condizioni - Fattispecie. La somministrazione di preparati medicinali a base di sostanze stupefacenti è consentita, ai sensi dell'art. 72, comma secondo, d.P.R. n. 309 del 1990, solo qualora il medico agisca effettivamente per finalità terapeutiche, praticando un trattamento debitamente prescritto ai sensi dell'art. 43 del testo unico e coerente, secondo le conoscenze scientifiche del momento, con gli obiettivi clinici perseguiti. (Fattispecie relativa alla ripetuta cessione a terzi, da parte del responsabile di un SERT, di un medicinale contenente una sostanza compresa nella tabella II Sez. A di cui all'art. 14, in cui la S.C. ha ritenuto il reato di cessione continuata di stupefacenti sul presupposto che le consegne erano sistematicamente avvenute al di fuori dell'attività istituzionale, in assenza di un piano terapeutico personalizzato e della correlata prescrizione medica).
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 12 aprile 2013 n. 16581.
Stupefacenti - Detenzione - Medicinali contenenti sostanze stupefacenti o psicotrope - Cessione incontrollata di farmaci da parte di soggetto esercente attività di medico - chirurgo - Ipotesi di reato ex art. 73 del d.P.R. 309/1990 - Configurabilità. In tema di stupefacenti, la cessione incontrollata di farmaci contenenti sostanze stupefacenti, ancorché effettuata da un soggetto esercente attività di medico chirurgo, dà luogo alla configurabilità del reato di cui all'art. 73, comma 4°, del D.P.R. n. 309/1990 e non di quello, pur equiparato quoad poenam, di cui all'art. 83 del medesimo D.P.R., per il quale è richiesto che vi sia comunque il formale rilascio di prescrizioni, non finalizzate, però, ad un uso che possa definirsi "terapeutico" delle sostanze prescritte.
• Corte di cassazione, sezione VI penale, sentenza 12 aprile 2013 n. 16581.
di Leonardo Petrocelli
Gazzetta del Mezzogiorno, 27 aprile 2020
L'11 maggio scadrà il periodo di sospensione che ha finora sostanzialmente "congelato" la macchina giudiziaria italiana. Da quella data fino al 30 giugno si apre però una parentesi inedita che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, vorrebbe integralmente consegnare all'avvento del processo penale "da remoto" o telematico. A questa eventualità si sono opposti in molti, addetti ai lavori e non, riuscendo a strappare al Governo un accordo che sottragga alla "smaterializzazione" del processo almeno l'ascolto dei testimoni e la discussione. In prima linea nella battaglia, l'avvocato e deputato di Forza Italia, Francesco Paolo Sisto.
Sisto, cosa non la convince del processo da remoto?
"Il processo da remoto è una astruseria impensabile, una odiosa speculazione sull'emergenza, costituzionalmente non consentita: ma che il ministro Alfonso Bonafede, che della Costituzione non sa che farsene, autorevolmente supportato da Piercamillo Davigo, ha cercato di far passare con il solito sistema dell'emendamento "nottetempo", una sorta di borseggio parlamentare. Una scelta inspiegabile con termini tutti sospesi, che non è stata propria di alcun Paese europeo toccato dalla pandemia".
Cosa non va tecnicamente?
"Si tratterebbe di un vero e proprio omicidio del processo con la distruzione di alcuni principi cardine stabiliti dall'articolo 111 della Costituzione: contraddittorio, oralità, pubblicità"
Questi principi verrebbero meno?
"Senza dubbio. La giurisdizione esige il controllo fisico: devo poter guardare in faccia il giudice, lui deve poter osservare me, così come il pm. Il testimone va sempre plasticamente valutato e i documenti esaminati nella loro materialità".
La rimozione del "controllo fisico" cosa comporterebbe?
"L'indebolimento del dibattimento che è il luogo dove si forma la prova. Se tanto avvenisse, l'unico risultato sarebbe quello di conferire alle indagini un peso determinante. Proprio nella fase delle indagini c'è un enorme squilibrio fra accusa e difesa. La difesa però torna protagonista nel dibattimento. Se depotenziamo il contraddittorio rendiamo le Procure "maggioranza e maggiorenti" del processo. Sarebbe l'asfissia dei diritti della difesa. D'altronde da Bonafede, il peggior Guardasigilli degli ultimi cinquant'anni, non è arrivato finora alcun beneficio, se non per il giustizialismo, folgorato com'è da una inguaribile passione per le manette".
Non c'è nulla che le piaccia nella svolta telematica?
"Le forme virtuali vanno bene per lo scambio e il deposito dei documenti, compresi gli atti di impugnazione, oggi esclusi da tale modalità. Stop. La tecnologia va utilizzata in conformità ai principi e per servirli. La sua irruzione non costituisce sempre un miglioramento, anzi: una riflessione sul trasferimento "trash" della comunicazione politica sui social dovrebbe fare riflettere"
Premesso tutto questo, cosa è successo in Parlamento?
"Bonafede ha cercato di far passare il processo "a distanza" (dove sarà il Giudice? Ah, saperlo...) con un emendamento al Cura Italia, passato con la fiducia al Senato. Trattandosi di un provvedimento praticamente omnibus - altra aberrazione - dove c'è dentro un po' di tutto, dalle misure urgenti per l'economia in giù, non è stato possibile farlo riaprire alla Camera"
E quindi?
"Abbiamo fatto una battaglia durissima cercando anche di stanare il Pd, in evidente imbarazzo. Alla fine la Commissione Giustizia, a cui ho partecipato, si è espressa specificando che escussione dei testimoni e discussione non possono e non devono effettuarsi da remoto".
La presa di posizione è servita?
"Con identici due ordini del giorno, uno di Forza Italia e uno del Pd, l'esecutivo ha dato disponibilità a modificare il processo da remoto nel prossimo provvedimento. Cioè nel "dl Aprile", in arrivo nella prima settimana di maggio"
Tutto risolto?
"Guardi, abbiamo accolto la notizia con favore, ma la guardia resta altissima. Anche perché nella riformulazione notturna degli ordini del giorno, qualcuno ha cercato di fare il furbo: il riferimento alla discussione era magicamente saltato. Inutile dire che ci siamo sollevati immediatamente, ottenendo l'immediato ripristino della scelta originaria".
Dal 30 giugno in poi si dovrebbe tornare gradualmente alla normalità. O no?
"Voglio esser chiaro: pur con tutte le cautele del caso, questa "cosa" deve finire il 30 giugno, nessuno sogni di andare oltre. Qualcuno, senza pudore, ha dichiarato che questa pericolosa trovata, pensata per 45 giorni, dovrebbe pensarsi come stabile soluzione, fedele al principio, tutto nostrano, che non c'è nulla di più definitivo del provvisorio: con buona pace del dott. Davigo, "questo matrimonio non s'ha da fare". Sono in gioco il diritto di difesa dei cittadini, l'equilibrio dei poteri nello Stato, la stessa tenuta della democrazia".
brindisireport.it, 27 aprile 2020
Positivo al Covid-19 il dipendente di un'azienda che si occupa della distribuzione del vitto. L'Osapp: "Tamponi a tutto il personale". Quindici persone, fra detenuti e personale, sono in quarantena dal pomeriggio del 24 aprile, dopo l'accertamento di un nuovo caso di positività al Covid-19 nel carcere di Brindisi che riguarda il dipendente di una ditta che distribuisce il vitto. Lo si apprende da una nota del sindacato Osapp a firma del segretario regionale, Ruggiero Damato.
I detenuti che hanno avuto contatti, "sia pure non stretti", chiarisce l'Osapp, con il contagiato sono stati messi in isolamento "in una sezione individuata dalla dirigenza e dal comando di polizia penitenziaria". Gli agenti che avrebbero avuto dei contatti con l'addetto al vitto, invece, sono in quarantena presso le proprie abitazioni.
"Pertanto - afferma Damato - l'ennesimo caso di persona positiva al Covid19 in un penitenziario pugliese avvalora ancor di più la necessità di effettuare tamponi sia al personale di polizia penitenziaria sia al personale civile, di cui ancora oggi non si ha contezza". Il sindacato rilancia inoltre la proposta di "riconversione dell'ex struttura per minori di Monteroni (Lecce), in struttura Covid-19 destinata a tutti i detenuti affetti dal virus". "Pertanto - conclude Damato - chiediamo al governatore Michele Emiliano di fare in fretta e rinnoviamo l'ennesima richiesta di una convocazione per un confronto".
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