di Massimiliano Mingoia
Il Giorno, 28 aprile 2020
Trasferimenti, revoca della custodia o liberazioni per limitare la tensione dietro le sbarre e il rischio di contagi: quasi 600 via dalle celle. Il coronavirus come un decreto "svuota-carceri". Il paragone non sembri azzardato. Perché i numeri forniti ieri durante la commissione Carceri del Comune di Milano dimostrano che quasi 600 detenuti (per la precisione 597) hanno lasciato le case di reclusione di San Vittore, Bollate e Opera dopo lo scoppio dell'emergenza Covid-19.
Circa il 20-25 per cento sul totale. Un detenuto su quattro ha abbandonato le tre strutture milanesi negli ultimi due mesi. Scarcerazioni giustificate da norme di legge, certo, ma motivate anche e soprattutto dall'obiettivo di abbassare il numero di detenuti nelle strutture e quindi ridurre le percentuali di contagiati da coronavirus. Negli istituti di detenzione della Lombardia, infatti, finora sono stati registrati 24 positivi, di cui 21 negli istituti milanesi e 230 detenuti (122) con obbligo di isolamento.
La situazione più esplosiva riguarda il carcere di San Vittore, dove il 9 marzo, a lockdown appena partito, è scoppiata una rivolta: i detenuti sono andati sul tetto dello storico immobile nel centro di Milano per protestare per le condizioni di detenzione ritenute inadatte a limitare contagi da Covid-19. Risultato: da allora a oggi sono state scarcerate 250 persone.
"Siamo passati da 950 detenuti maschi a 693, mentre le donne sono scese a 63 - spiega il direttore del carcere, Giacinto Siciliano, nel corso della commissione consiliare riunita in videoconferenza. In totale abbiamo perso circa 250 persone". Secondo Siciliano, "non c'è stata una significativa incidenza di scarcerazioni per la nuova normativa": per alcuni c'è stata la revoca della custodia cautelare, altri detenuti sono stati trasferiti, altri per l'articolo 199. "È chiaro che noi come istituto siamo in una situazione più complessa, quando è scoppiata l'emergenza c'è stata anche una rivolta per colpa della situazione di overbooking, non c'era più una branda dove mettere una persona - aggiunge il direttore di San Vittore.
La struttura, non essendo modernissima, è stata attrezzata per gestire al meglio la situazione. Siamo ottimisti sul fatto che si possa gestire nel modo migliore possibile. Stiamo cercando di portare a due tutte le celle triple, a 4 quelle da 8, a 5 quelle da 11. Questo ci consente di gestire meglio la parte della prevenzione".
Passiamo al carcere di Bollate. "Qui abbiamo 1.171 detenuti - afferma la direttrice Cosima Buccoliero. Dal 20 marzo al 10 aprile abbiamo avuto circa 220 scarcerazioni, soprattutto affidamenti provvisori, ordinari, terapeutici e differimenti di pena. Poche le detenzioni domiciliari, perché questo è legato alla difficoltà di avere un domicilio per alcuni detenuti".
La responsabile del carcere di Bollate, subito dopo, sottolinea un problema che deve essere ancora affrontato e risolto, quello dei detenuti che hanno il permesso di lavorare all'esterno e che rischiano di perdere il lavoro a causa della crisi economica dovuta all'epidemia. "Per molti di loro c'è il rischio licenziamento", chiosa la Buccoliero.
Ultimo capitolo: il carcere di Opera. Nella struttura alle porte di Milano ci sono state "circa 120 scarcerazioni, ma la capienza si è abbassata di 60 unità perché altre 60 sono arrivate da altre parti - spiega il direttore del carcere Silvio Di Gregorio. Opera non è stata colpita dal contagio ma ha avuto un decesso tra il personale".
Corriere del Veneto, 28 aprile 2020
"Contrariamente a quanto dichiarato dal Sindaco, la direttrice del carcere di Verona non ha fatto "quello che ha voluto", ma ha ottemperato a una disposizione dell'autorità giudiziaria". È un passo della nota diffusa ieri da Gloria Manzelli, provveditore regionale dell'Amministrazione penitenziaria per il Triveneto. Ed è solo l'ultimo capitolo del botta e risposta tra istituzioni sul caso del detenuto indiano scarcerato perché positivo al Covid-19.
Un passo indietro. Convinta che sia "impossibile rispettare, nel contesto del circuito penitenziario, misure di profilassi idonee a scongiurare pericolo di contagio per i detenuti e per chi lavora", la direttrice dell'istituto penitenziario di Verona chiede alla Corte d'Appello di liberare un indiano infettato dal coronavirus, e solo in seguito risultato negativizzato. I giudici acconsentono e la scarcerazione avviene il 18 aprile. Ma qualcosa non funziona: l'indiano vaga per la città e viene trovato dai carabinieri solo il giorno successivo in stazione.
Com'è potuto accadere? Il sindaco ha accusato la direttrice che "ha fatto quello che ha voluto, e quell'ex detenuto è stato messo in strada senza preoccuparsi del suo isolamento sanitario". In sostanza Federico Sboarina ha spiegato di non aver affatto ignorato l'appello della direttrice (e lo dimostra una lettera protocollata), pur spiegando di non avere alloggi a disposizione. Il Comune sperava di avere più tempo. Ma in una lettera, successiva alla scarcerazione, il sindaco scrive anche che l'ospitalità di detenuti positivi al Covid "esorbita dal proprio ambito di competenza" pur avendo poi trovato, grazie alla Curia, una sistemazione per ospitare l'uomo.
Ora interviene il provveditore. La direttrice - ricorda Manzelli nella nota - ha subito scritto a prefetto, sindaco e Usl spiegando la situazione e chiedendo loro "con sollecitudine un domicilio idoneo", ma dalle autorità "non sopraggiungeva alcuna disponibilità". Inoltre la sera del 17 aprile la Corte "disponeva di dare immediata esecuzione" al provvedimento. Quindi la direttrice non poteva far altro che liberare l'uomo. "La sua attività - conclude Manzelli - è sempre stata condivisa e supportata dal Provveditorato Regionale".
consiglio.puglia.it, 28 aprile 2020
Il Garante regionale dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale, Piero Rossi risponde alla nota del Sindaco di Bari e della Città Metropolitana Antonio Decaro. La nota riporta, per opportuna conoscenza, l'atto di invito e diffida, notificato allo stesso Sindaco a firma di alcuni cittadini elettori, volto a sollecitare la verifica delle condizioni di convivenza dei detenuti nella casa circondariale di Bari "Francesco Rucci" in materia di contenimento dell'emergenza pandemica da Covid-19.
"Al netto di tutte le considerazioni, piuttosto controverse, sui provvedimenti normativi nazionali, in ordine alla deflazione del sovraffollamento che affligge gli istituti di pena pugliesi, del che è ampio dibattito, alimentato anche dallo scrivente Garante, occorre dare atto che, seppure tra le mille difficoltà del caso ma con insperata (vista la partenza piuttosto confusa sul tutto il territorio regionale) tempestività, Direzione e Apparato sanitario interno hanno messo a punto sistemi di prevenzione del contagio che hanno scongiurato ad oggi i problemi temuti. Si tratta di interventi sia organizzativi (per lo più afferenti alle linee guida adottate dalla Giunta Regionale) che strutturali (col ripristino della funzionalità dell'ex sezione femminile che consente l'allocazione di detenuti singoli in cella per lo screening dei casi sospetti).
Invero il comprensibile e legittimo stato d'ansia dei detenuti è stato più volte condiviso ed anche affrontato in occasioni di incontri propiziati dalla Direzione, col Garante regionale. In dette circostanze il confronto con alcune delegazioni di detenuti è stato acceso e civile e tutta la discussione è stata incentrata sulla efficacia delle iniziative governative di cui sopra.
Fortunatamente registriamo, al contempo, una forte flessione (nell'ordine del sessanta per cento) di nuove carcerazioni, in forma di misura cautelare. Mentre la Magistratura di Sorveglianza fatica a dar seguito all'ingente carico funzionale determinato dalla mole delle istanze pervenute, per la possibilità di espiare i residui di pena in detenzione domiciliare.
Il che determina una lenta e contenuta dimissione di astretti. Su altri aspetti tecnici e statistici saprà riferire la Direzione della Casa Circondariale di Bari. Il fronte della battaglia civile e sociale per la moral suasion rivolta al Governo in ordine a più efficaci strumenti per la piena tutela del diritto fondamentale alla salute degli astretti resta aperto, sul livello nazionale del dibattito".
di Massimo Zilio
Il Gazzettino, 28 aprile 2020
In questi giorni i detenuti studenti dell'indirizzo amministrazione, finanza e marketing dell'Einaudi Gramsci possono seguire i corsi a distanza e soprattutto continuare la preparazione in vista degli esami. "Siamo riusciti ad attivare la didattica a distanza soprattutto grazie all'impegno e alla disponibilità della nostra dirigente Marisa Marsilio e del direttore Claudio Mazzeo - spiega Michela Zamper, insegnante della sezione carceraria. Anche gli agenti si sono rivelati molto disponibili: senza di loro non sarebbe possibile per gli studenti utilizzare gli strumenti per collegarsi alle lezioni".
Nella casa di reclusione è stata allestita un'aula che consente a sette studenti per volta di seguire le lezioni via skype, strumento raccomandato per la didattica a distanza da una circolare del Dap. Visti i numeri limitati e i circa settanta studenti che frequentano la scuola sono previste lezioni sia al mattino che al pomeriggio. "Abbiamo contattato tutti, ma ci stiamo concentrando su quelli dell'ultimo anno, una dozzina, che stanno preparando l'esame di Stato - continua Zamper - Speriamo che l'esame si possa svolgere in presenza, ma ancora non lo sappiamo.
Abbiamo alcune difficoltà, perché non utilizziamo la stessa tecnologia della scuola, ma è importante essere riusciti a mantenere il contatto con gli studenti per non deteriorare il rapporto. Anche il garante nazionale Mauro Palma ha raccomandato il proseguimento della didattica per tutelare il diritto all'istruzione delle persone detenute. È un problema molto complesso, non sono in molti gli istituti, a livello nazionale, a essere riusciti a far partire le lezioni a distanza e per questo è particolarmente importante esserci riusciti".
Anche gli studenti hanno accolto positivamente questa possibilità. "Per loro è molto importante poter continuare con le lezioni. Quelli di quinta sono molto preoccupati per l'esame e fanno molte domande, ma per tutti è una bella opportunità, anche se ci sono diverse problematiche, ad esempio i collegamenti sono difficili e dobbiamo fare una turnazione visti i pochi posti. Presto però dovremmo riuscire ad aprire un'altra auletta. Intanto proseguiamo anche con la didattica cartacea, facendo arrivare agli studenti compiti e programmi".
di Wilma Greco*
epale.ec.europa.eu, 28 aprile 2020
Come è noto, in seguito alle disposizioni per il contenimento del Covid-19 in carcere, tutte le attività dentro le mura con operatori esterni, inclusi i percorsi di formazione e istruzione, sono state sospese, amplificando l'isolamento di cui soffrono abitualmente i detenuti e riportando indietro di molti anni il carcere, quando si configurava come luogo chiuso e isolato dalla società.
Il 12 marzo, una circolare del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria autorizzava il proseguimento dei corsi di istruzione in carcere mediante le moderne tecnologie dell'informazione e della comunicazione. A tutti è sembrata una rivoluzione copernicana, e forse per certi aspetti lo è, tanto che alcuni Istituti Penitenziari hanno faticato (e faticano ancor oggi) a darne attuazione. È datata 7 aprile la lettera del garante nazionale dei detenuti, Mauro Palma, indirizzata ai ministri Istruzione, Università, e Giustizia per lamentare come questa situazione di stallo comporti la lesione del diritto allo studio in carcere, volano di riscatto e reintegrazione sociale.
In Sicilia, le prime sperimentazioni di Didattica a Distanza partono dalla Casa Circondariale di Siracusa: ritornano tra i banchi di scuola gli studenti dei corsi di alfabetizzazione e primo livello del Cpia "Manzi", insieme agli studenti dell'Alberghiero di Palazzolo Acreide.
Docenti e studenti interagiranno con il supporto della LIM (lavagna multimediale) e le piattaforme Go to meeting e Meet, rispettivamente per l'alberghiero e il Cpia. "Abbiamo già provato il collegamento - ci informa con entusiasmo la dott.ssa Cataldi, capoarea trattamentale- e funziona perfettamente, grazie al supporto della rete Linkem, che tra l'altro ha consentito a titolo gratuito la prosecuzione in remoto dei colloqui dei detenuti con le famiglie".
Le lezioni, ognuna della durata di 30 minuti, si svolgeranno sia al mattino che al pomeriggio, per permettere la partecipazione a tutte le classi. Tratteranno, in entrambe le modalità sincrona/asincrona, gli argomenti che gli studenti hanno già approfondito attraverso le schede e gli appunti che i docenti avevano avuto cura di fornire durante il periodo di chiusura totale della scuola. Come tutte le crisi, anche questa creata dal coronavirus è diventata l'occasione per sperimentare altre modalità di comunicazione, relazione e apprendimento, rese possibili dalla preziosa sinergia tra istituzione penitenziaria e istituzione scolastica, in un momento in cui la scuola tutta è messa alla prova della didattica a distanza e nei documenti ufficiali del Miur poco si parla della scuola in carcere.
Una collaborazione necessaria se si pensa alla funzione rieducativa sancita dall'art. 27 della Costituzione; rieducazione che non può non passare attraverso la cultura e il potere trasformativo che questa ha su ogni persona. Per gli studenti ristretti la Fad è anche l'occasione per cercare di colmare il gap del digitale. Hanno cominciato a sperimentare le videochiamate con i famigliari; per alcuni di loro si è trattato del primo "appuntamento" con lo smartphone.
Ultima cosa, ma non meno importante: docenti e studenti potranno incontrarsi, virtualmente è vero, e ciò sarà sufficiente a mantenere la relazione, a sentire la presenza di un'istituzione, la scuola, che dietro le sbarre insiste nel sopravvivere come meglio sa fare, per colmare il senso di vuoto e assenza che pervade spazi, celle, corridoi e persone.
*Ambasciatrice Epale Sicilia
di Milena Castigli
interris.it, 28 aprile 2020
Intervista a don Saulo Scarabattoli, parroco della parrocchia Santo Spirito di Perugia e cappellano nella sezione femminile del Carcere di Capanne. In carcere. Non per espiare una pena, ma per alleviare le sofferenze degli altri: i detenuti.
È questa la missione che da oltre 25 anni porta avanti mons. Saulo Scarabattoli, parroco della parrocchia Santo Spirito di Perugia e cappellano emerito del Carcere di Capanne. Don Saulo è uno di quei "preti con l'odore delle pecore", come li definisce Papa Francesco. Vale a dire uno di quelli che si sporcano le mani per stare concretamente vicino al loro gregge.
Il gregge di don Saulo non è (solo) la "solita" parrocchia, perché lui svolge la sua opera apostolica anche presso la sezione femminile della casa circondariale di Capanne (comune umbro in provincia di Perugia). Nel carcere femminile ci sono 2 sezioni ordinarie ed una sezione dedicata alle detenute madri e in stato di gravidanza. In Terris ha intervistato don Saulo per comprendere il ruolo e il valore della presenza di un sacerdote dentro una prigione.
Salve don Saulo. È oltre un mese che non entra nel carcere femminile di Capanne a causa dell'emergenza coronavirus. L'ultima volta che ha incontrato le detenute le ha viste preoccupate per la loro salute? Temevano un possibile contagio in spazi tanto ristretti?
"Sì, avevano paura, ma non angoscia. Una fondata attenzione per cosa stava accadendo nel mondo a causa della pandemia ma non il panico, almeno in quei giorni. Cosa sia successo dopo, non lo saprei dire".
Il carcere di Capanne ha molte persone al suo interno?
"Non tantissime. Nella normalità, oscillano tra le 70-80 persone recluse. Ci sono poi dei picchi di anche altre 20 persone nuove che arrivano in un solo giorno, quando ci sono i trasferimenti da altre carceri".
È un problema?
"Sì, ma non per la capienza, quanto per farle inserire nel tessuto sociale. D'altro canto, sono spostamenti inevitabili anche per alleggerire il surplus di presenze nelle altre carceri più grandi".
Il sovraffollamento è una delle piaghe peggiori delle carceri italiane. Anche Capanne è sovraffollato?
"No, non lo è. Tanto che le detenute vengono spostate da altre case di reclusione a questa. Però, per tornare al problema covid-19, nonostante Capanne sia un modello positivo, il distanziamento sociale chiesto dal Governo non è assolutamente praticabile".
Perché? Come è strutturata la casa circondariale?
"Perché tra un letto l'altro l'unica distanza è quella di un comodino. È evidentemente troppo poco".
Quanti letti ci sono in una cella?"
"Il numero varia. Ci sono celle con due, tre o quattro letti. In situazione di emergenza vengono anche installati i letti a castello. Perciò Capanne non è sovraffollato, ma c'è comunque troppa vicinanza rispetto alle direttive del Governo per evitare possibili contagi".
Stacchiamoci dall'emergenza e torniamo alla sua lunghissima esperienza tra le detenute: oltre 25 anni insieme a loro. Qual è l'importanza della presenza di un sacerdote dentro al carcere?
"C'è un livello visibile e un livello invisibile. Il livello visibile è quello del rapporto, dell'incontro, dell'aiuto concreto. È molto simile a quello che fanno gli altri volontari e operatori che lavorano o fanno opere di bene tra i detenuti. Per esempio, i volontari che donano dei vestiti; la Croce Rossa che dà anche aiuti economici; la Caritas che sostiene nella ricerca del lavoro a fine pena. Questo è il livello visibile e sono cose che faccio anche io nel mio piccolo: sono disponibile al dialogo, cerco di andare incontro alle loro richieste materiali: penne, quaderni, cancelleria varia. E a richieste più personali come poter telefonare alla famiglia. Sul piano visibile, il sacerdote fa un po' da ponte tra reclusi, struttura penitenziaria e famiglie".
E il livello invisibile?
"Sono 25 anni che vado a Capanne. Le prime volte mi chiedevo: ma che vado a fare? L'aiuto e il senso profondo del mio operato l'ho trovato nell'icona biblica della visitazione: Maria che va a trovare Elisabetta".
Perché? Quali sono le similitudini tra la visitazione della Madonna a sua cugina e la missione del sacerdote in prigione?
"Maria, quando va da Elisabetta, non va a 'fare qualcosa'. Va lì a salutarla, a stare con lei. E poiché Lei portava Gesù nel cuore e nel proprio ventre, il piccolo san Giovanni a sentire la sua voce esulta di gioia. Quindi, quella del sacerdote è una presenza, prima che un'azione concreta, che nasce da una motivazione diversa da quella degli altri operatori perché espressamente religiosa. Ma, esternamente, quello che si vede è simile a quello che fanno gli altri".
In 25 anni ne avrai viste e sentite tante. Hai mai scritto un libro delle tue memorie?
"Delle mie no, ma nel 2006 raccolsi la testimonianza di una suora, suor Manfredina, nel libro 'Da Torcoletti a Capanne. Un secolo di presenza delle suore tra le carcerate di Perugia', pubblicato a cura della Provincia di Perugia".
Perché il titolo "Da Torcoletti?"
"Perché Via Torcoletti, nel centro storico perugino, era la sede del carcere femminile prima dell'apertura del complesso di Capanne nel 2005. Lì, all'interno della casa di reclusione, per oltre ottant'anni - dal 1908 al 1992 - è stata presente una comunità di religiose, note come suore del Patrocinio di san Giuseppe, anche se il loro nome ufficiale è Suore di Gesù Redentore. Suor Manfredina, morta pochi anni fa ultranovantenne, ha seguito le recluse dal 1939 agli anni '70. Nel libro, scritto nel 2006 per ricordare il periodo di via Torcoletti, ho messo dei 'medaglioni', vale a dire le storie più significative di donne e ragazze incontrate da suor Manfredina".
Il libro è in commercio?
"Non più, è esaurito. L'avevamo stampato in 500 copie. Tra l'altro, era stato stampato nella tipografia del carcere di Terni. L'essere stato prodotto all'interno di un carcere gli dona un valore aggiunto".
Torniamo al suo ruolo ministeriale diverso da quello degli altri operatori e volontari...
"La presenza di un prete in carcere ha uno specifico, quello dei sacramenti: la celebrazione dell'eucaristia e il desiderio della confessione. A volte, non si può fare la confessione perché la persona è di un'altra confessione religiosa. Ciò nonostante, tante donne mi chiedono una benedizione. Alcune hanno anche dimostrato un desiderio di conversione. Ci sono state diverse esperienze di catecumenato: donne che in carcere hanno fatto un cammino di fede grazie all'opera dei catechisti e poi sono arrivate all'iniziazione cristiana".
Come cambia la vita di Chiesa tra le mura del carcere?
"Cambia, tra le altre cose, il modo di fare l'omelia. Con le ragazze detenute, non si comincia mai dal 'cielo', ma sempre dalla 'terra'; anzi, dal fango della terra. E poi da quello si passa al "sole", che non si sporca con il fango, anzi: illumina le nostre miserie. Quindi, l'omelia deve essere breve: "se non bravo almeno breve" è il mio motto. E concretissima, anche magari partendo da dei fatti di cronaca, da uno spettacolo televisivo o da una lettera personale che è arrivata. Devi insomma "scendere" lì dove loro sono, nel concreto di una vita reclusa e limitata. Per poi camminare insieme verso qualcosa di più alto, quel sole che rende davvero liberi".
In conclusione: cosa rappresenta il sacerdote per un detenuto?
"Una persona di cui si può fidare!".
Corriere della Sera, 28 aprile 2020
Un altro passo avanti del Regno verso l'adeguamento alle norme internazionali. La scorsa settimana era stata vietata la condanna alla fustigazione. I minorenni non saliranno più sul patibolo in Arabia Saudita. Con un decreto Re Salman compie un altro passo verso la modernizzazione del regno ultraconservatore.
Il testo approvato prevedere che "al condannato non potrà essere comminata una pena superiore a dieci anni da trascorrere in un carcere minorile". "Il decreto ci aiuta a mettere a punto un codice penale moderno - ha spiegato il presidente della Commissione dei diritti umani, Awwad Alawwad - verranno messe in atto altre riforme", ha aggiunto.
Sono almeno sei i condannati, tutti appartenenti alla minoranza sciita, che ora usciranno dal braccio della morte. No alle pene corporali - Questa è la seconda grande riforma giudiziaria in una settimana grazie spinta riformista voluta dal principe Mohammed bin Salman. Venerdì scorso l'Assemblea generale della Corte Suprema, il più alto organo di giustizia del Regno, ha abolito la condanna alla fustigazione.
Ora le sentenze dei giudici potranno prevedere pene detentive o multe (o entrambe). Il rapporto - Lo scorso 21 aprile Amnesty International, nel rapporto annuale, ha annunciato una buona notizia: nel 2019, le esecuzioni di condanne a morte nel mondo hanno subito un calo del 5% rispetto all'anno precedente, raggiungendo il minimo storico degli ultimi dieci anni. Nel 2018 erano state 690, l'anno scorso 657. Un dato che però non include la Cina dove "la vera portata dell'uso della pena di morte in Cina rimane sconosciuta essendo questi dati classificati come segreti di Stato".
"La domanda - dice Amnesty - non è se la pena di morte verrà abolita nel mondo, ma quando". In controtendenza Arabia Saudita, Iraq, Sud Sudan e Yemen hanno registrato un'impennata delle esecuzioni capitali. Riad ha giustiziato 184 persone nel 2019. La maggior parte di loro avevano commesso reati legati alla droga o omicidi. Escludendo la Cina, l'86% di tutte le esecuzioni riportate è avvenuta in soli quattro Paesi: Iran, Arabia Saudita, Iraq ed Egitto.
I Paesi che hanno cancellato la pena capitale dai loro ordinamenti sono 106, altri 142 l'hanno abolita solo di fatto. Sono soltanto 20 gli Stati che ancora si ostinano a punire con la morte i condannati. Gli omicidi di Stato sono usati spesso come strumento di repressione politica, come in Iran e Cina. In Egitto, sono state 32 le esecuzioni capitali registrate nel 2019.
Ancora critica anche la situazione in Iraq che ha visto raddoppiare le esecuzioni, passate da almeno 52 ad almeno 100. Progressi in numerosi Paesi dell'Africa subsahariana, segnali positivi anche dagli Stati Uniti e dal Giappone. Anche il numero complessivo delle condanne a morte nel mondo - non eseguite - è sceso ad almeno 2.307 in 56 nazioni contro le 2.531 riportate in 54 paesi nel 2018.
di Michela Iaccarino
Il Fatto Quotidiano, 28 aprile 2020
Il paradosso: detenuti e guardie sono senza protezioni, le autorità chiedono ai condannati di produrre mascherine. La Federazione supererà la soglia dei 90mila infetti dichiarati, ma non si conoscerà presto il numero dei positivi al Covid-19 rinchiusi nelle sue celle.
Dopo America e Cina, la Russia ha la terza più numerosa popolazione carceraria al mondo. Asfissiati tra brande e orinatoi, in camerate sature di disperazione e miseria, rimangono ammassati i galeotti slavi, mentre il virus colpisce da una latitudine all'altra il loro Paese.
Ufficialmente in otto prigioni, in sette diverse regioni russe, sono stati registrati contagi; ma oltre alla carenza dei test, c'è quella cronica delle informazioni che penetrano oltre il territorio recintato delle colonie penali russe. Quello che si riesce a sapere lo riporta il Moscow Times: nella lista dei malati ci sono 21 prigionieri e due guardie nel distretto ebraico siberiano; altri malati nell'istituto di correzione a Bira.
A Rybinsk, sul Volga, dodici prigionieri hanno riferito di avere febbre alta. Pochi hanno contatti con i loro avvocati, ovunque le visite sono momentaneamente vietate e, insieme ai familiari, all'interno delle carceri è ora impedito l'accesso a medicinali e cibo che i parenti fornivano ai reclusi. In assenza di cure adeguate e strutture ospedaliere nelle vicinanze, un'immediata condanna a morte per i prigionieri può essere rimanere contagiati dal virus.
Non hanno dispositivi di protezione, ma dallo scorso marzo, sono proprio alcuni detenuti in diverse prigioni a produrre mascherine. Fuoco e proteste nel ventre della Siberia. Nella colonia penale numero 15 ad Angarsk è scoppiata una rivolta, decine fra i 1.200 detenuti si sono tagliati le vene contemporaneamente per protestare contro la brutalità dei secondini e il fatto di essere stati lasciati senza protezioni contro il virus. A Yaroslav, riferiscono attivisti ed associazioni che aiutano le famiglie dei detenuti, molti pazienti riportano chiari sintomi di polmonite come avviene nel penitenziario federale Matrosskaya Tishina a Mosca, epicentro del virus.
Nella Capitale, per estenuanti condizioni di lavoro e totale assenza di materiale protettivo, si sono licenziate decine di infermiere che hanno abbandonato i reparti del Kommunarka, l'ospedale visitato in scafandro giallo dal presidente Vladimir Putin. Una matrioska di tormenti, con una pandemia dentro l'altra: dietro le sbarre l'epidemia può trovare terreno fertile perché prima del Covid-19 esistevano già i focolai di altre malattie, soprattutto tubercolosi ed Hiv. Inascoltati gli appelli di amnistia rivolti dal gruppo Mosca Helsinki al Cremlino, che non ha dato alcun tipo di risposta. Dal Tatarstan a Murmansk sono solo i giornalisti indipendenti a fornire dati sulle sindromi respiratorie che colpiscono i reclusi in questi giorni. Quanto sia difficile avere notizie lo spiega bene un articolo apparso tre giorni fa sulla Novaya Gazeta, il giornale della Politovskaya, dal titolo "La legge sulle fake news è una trappola per giornalisti: ovvero perché è così difficile scrivere del virus in prigione".
A ribadirlo e ripeterlo ad alta voce è stata poi Olga Romanova, membro dell'organizzazione "Russia dietro le sbarre", messa a tacere quando le autorità l'hanno richiamata subito per "diffusione di fake news". Intanto il governo pensa già di ridurre le restrizioni dopo il 12 maggio, ma ciò sarà "possibile" solo se i cittadini si atterranno "rigorosamente a tutte le regole necessarie": lo ha detto la direttrice dell'Agenzia federale russa per la Salute e i diritti dei consumatori (Rospotrebnadzor), Anna Popova, in un'intervista tv ripresa dall'agenzia Interfax.
di Antonella Danesi
Il Tirreno, 28 aprile 2020
I reclusi del carcere hanno partecipato al progetto #Distantimauniti. Un collegamento virtuale con le famiglie isolate nei giorni del Covid. In collaborazione con i volontari dell'associazione "Dialogo", i detenuti della casa di reclusione di Porto Azzurro sono stati invitati a partecipare al progetto #Distantimauniti. Il desiderio è di creare un collegamento virtuale tra le persone che sono "recluse" nel carcere di Porto Azzurro e i familiari, gli amici, gli abitanti dell'isola d'Elba, dell'Italia e del mondo intero, anch'essi "reclusi" nelle proprie abitazioni per l'epidemia da Covid-19.
Alcuni detenuti offrono così un messaggio di speranza, di vicinanza indicando il titolo di una canzone che desiderano condividere in questo momento di emergenza mondiale da Covid-19, accompagnata da un breve pensiero che motiva la scelta fatta, una dedica che offre un messaggio di speranza proprio da chi vive la separazione come quotidianità. Una risposta alla fragilità della condizione di tutti e di ciascuno. Un'occasione di comunicare.
Cosimo (Salerno)
La canzone che ho scelto è "Passerà" di Aleandro Baldi. In questa è racchiusa la mia idea di speranza e di come la musica può farci viaggiare e non farci sentire soli nei momenti di sconforto e solitudine. Come recita il testo: "le canzoni non guariscono amori e malattie, ma guariscono quel piccolo dolore che l'esistenza ci dà". È proprio così. A volte mi basta una semplice canzone per uscire dal luogo in cui mi trovo, un luogo triste e buio. Appena metto il brano le pareti e il soffitto scompaiono e mi ritrovo nel luogo e con chi più desidero. Passerà? Certo che passerà questo tempo in cui tutti siamo costretti a passare le giornate chiusi in casa e lontano dalle persone che amiamo.
Io me lo ripeto tutti i giorni e, credetemi, funziona. Perché sono certo che quando sarà tutto passato, sarà più bello riprenderci le nostre vite e vivere quelle piccole cose che prima ci sembravano così banali. Tutti insieme! #distantimauniti, ripetiamocelo ogni giorno!
Alaeddin (Napoli)
Il messaggio che vorrei dare a tutte le persone di qualsiasi razza, paese o provenienza è che siamo tutti esseri umani e che in questo periodo molto buio, non dobbiamo mai perdere la speranza. Quando cadiamo ci rialziamo ancora più forti di prima. Ringrazio tutti quei cittadini che hanno mandato un messaggio di solidarietà a noi detenuti. Faccio le mie condoglianze e chi ha perso i propri familiari. Vorrei chiudere dicendo che non ho mai visto, ora come ora, un'Italia così unita. Un abbraccio, andrà tutto bene. La mia canzone è "Credo negli esseri umani" di Marco Mengoni.
Luigi (Salerno)
26 marzo 2020: deceduti 969, guariti 589, ricoveri 4492. 8 aprile 2020: deceduti 570, guariti 2099, ricoveri 1195. Per dare un messaggio di speranza ho scelto la canzone "Fuori dal tunnel" di Caparezza. Visto il diagramma che comincia una caduta verso lo zero penso che siamo a metà, e oltre, del tunnel. Molto presto saremo fuori da questo tunnel nel quale siamo caduti tutti, pazienti ed operatori sociosanitari, detenuti e forze dell'ordine. Da questo punto che va verso l'uscita si comincia a vedere uno spiraglio di luce e noi tutti non vediamo l'ora di una graduale ripartenza. Andrà tutto bene!
Saliou (Senegal)
All'Italia e agli italiani dedico: "You are not alone" di Michael Jackson. Cara Italia, ti dedico questa canzone per dimostrarti che tutti noi detenuti stiamo lottando con te, anche se le nostre voci non sono mai state sentite. Ti dedico questa canzone, ma soprattutto la dedico a quei super eroi senza poteri, ai soldati senza armi che lottano per salvare più vite possibile. Medici e infermieri meritano più che ringraziamenti. Meritano di più che essere chiamati soldati o supereroi. Anche se non è stato dimenticato, vi ricordo: restate a casa! Vi sembrerà di essere nella stessa nostra situazione di reclusi, ma è per il vostro bene, per quello di tutti! Così possiamo evitare l'aumento del contagio. Laviamoci le mani, non ci costa più di un minuto. Le nostre mani possono procurarsi germi e batteri. Manteniamo la distanza di almeno un metro, così possiamo fuggire dalle gocce di saliva che possono essere il mezzo di trasporto del contagio. È doloroso sentire che stanno morendo centinaia di persone quasi ogni giorno e tra quelle morti possono esserci padri, madri, sorelle, parenti, amici. Ognuno di noi ha perso un caro e sappiamo che fa male perdere una persona cara. Restiamo uniti, combattiamo insieme, perché certe battaglie si combattono insieme. Cara Italia, fammi vedere che sei forte! E lo sei, davvero. Quando siamo deboli, quando sembra che non ci sia speranza per nessuno... se ci credi non fallirai mai. Andrà tutto bene se stiamo insieme, come una squadra con lo stesso obiettivo. Abbiamo fatto la scelta di salvare la vita. È vero che avremo una vita migliore, tu e io. Ma senza dimenticare la Cina dove è scattato tutto, la Francia, la Spagna, il Regno Unito e gli Stati Uniti d'America. Siamo con voi e non sarete mai soli!
Francesco (Napoli)
Ho scelto "Viva l'Italia" di Francesco De Gregori. Questa canzone è stupenda perché esprime l'Italia. In questo periodo triste per l'umanità intera ho pregato tanto per tutte le persone che oggi vivono le restrizioni. W l'Italia, del caffè, del valzer, l'Italia, metà giardino e metà galera. W l'Italia!
Saliou (Senegal)
La canzone che ho scelto è "Look in to my eyes (Everything i do) " di Bryan Adams. "Guarda nei miei occhi e vedrai che cosa significhi per me. Cerca nel tuo cuore, cerca nella tua anima e quando mi vedrai lì non cercherai mai più. Non mi dire che non vale la pena di combattere, non puoi dirmi che non vale la pena di morire. Lo sai che è vero, tutto ciò che faccio lo faccio per te. Cerca nel tuo cuore e vedrai che non c'è niente da nascondere, prendi la mia vita, donerò tutto, sacrificherò tutto. Non c'è amore, come il tuo amore e nessun altro può dare più amore. Non c'è nessuna strada senza che tu ci sia, tutto il tempo, dovunque". Ho scelto questa canzone di Bryan Adams per far capire che i medici, gli infermieri, i soccorritori stanno mettendo a rischio la loro vita, rischiando di essere contagiati, pur di salvare la vita dei malati. In una parte della canzone l'autore dice che donerà la sua vita, sacrificherà tutto, che tutto ciò che fa lo fa "per te". Quindi aiutiamoli ad aiutare, evitando l'aumento dei contagi.
gnewsonline.it, 28 aprile 2020
"La Casa Circondariale di Bergamo si trova in un contesto territoriale fortemente colpito dall'emergenza sanitaria scatenata dalla pandemia di Covid-19. Sono stati adottati rigidi protocolli a tutela della salute del personale penitenziario e dei soggetti privati della libertà personale". Con queste parole inizia un testo di Teresa Mazzotta, direttrice della Casa Circondariale di Bergamo, pubblicato sulla pagina Facebook del Corpo della Polizia Penitenziaria, in cui viene illustrato il rapporto che l'istituto sta vivendo con la città in questo periodo d'emergenza.
"Il carcere avrebbe potuto rischiare di diventare una zona 'chiusa' - scrive ancora Mazzotta -, circoscritta e delimitata dalle sue mura, ma così non è stato: il carcere è stato in tutto e per tutto parte integrante del territorio bergamasco, un quartiere all'interno della città di Bergamo. E il Fuori non si è scordato del Dentro con molteplici iniziative".
Tra il sostegno morale e concreto assicurato da enti locali, Chiesa e associazioni di volontariato, la direttrice del carcere ricorda lo straordinario "impegno profuso dai cappellani, come don Fausto Resmini, scomparso il 23 marzo scorso, presente nel cuore e nei ricordi di tutti, per il suo essere persona di grande cuore e profonda umanità, pronto a sostenere e confortare tutti". Conclude Mazzotta: "Come direttrice dell'istituto penitenziario di Bergamo, assieme al Comandante del Reparto, non posso che gioire per questi segnali di attenzione e profonda sensibilità: sono questi atteggiamenti che contribuiscono al superamento delle tensioni e delle preoccupazioni e che risvegliano sentimenti di speranza e positività, facendo confidare, veramente, sul fatto che noi, ce la faremo!".
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