di Gian Domenico Caiazza*
Il Riformista, 29 aprile 2020
Bonura e Zagaria sono stati scarcerati perché malati di cancro. Ma il partito dei pm non lo dice e diffama i magistrati di Sorveglianza. Che devono essere abbattuti e sottomessi allo Stato di polizia. Lungi dal placarsi, l'inverecondo linciaggio di magistrati di Sorveglianza che fanno solamente il loro dovere, il loro difficilissimo ed ingrato mestiere, aggiunge ogni giorno sassi scagliati senza il benché minimo sentimento di misura, di rispetto della verità, e di senso del pudore.
Stando alla solita filiera mediatico-giudiziaria dei guardiani della ortodossia politica, etica e legalitaria che imperversa senza freni nel nostro Paese, dobbiamo allora necessariamente presumere che magistrati di Sorveglianza da sempre ansiosi di sguinzagliare liberi ed impuniti per il Paese mafiosi, ndranghetisti, terroristi e criminali di ogni genere e natura, abbiano colto la ghiotta occasione della pandemia per realizzare finalmente la turpe missione alla quale hanno votato la propria toga. Occorrerebbe almeno che ci venisse data una spiegazione.
Chi sarebbero, costoro? Giudici imbelli? Ricattati? Corrotti? Intimoriti? Sodali di quei criminali? Mi rendo conto che riuscire a ottenere una risposta, o almeno avviare una riflessione, mentre fischiano i sassi di questa indignazione berciante, protetta da un conformismo protervo e stomachevole, è impresa impossibile. E tuttavia, mentre puntuali giungono le notizie di ispezioni e tonitruanti riforme normative di stampo poliziesco, nemmeno è possibile rassegnarsi, tacendo di fronte a questo spettacolo indecoroso, indifferente ai fatti.
Che sono due. Il primo riguarda un signore che ha espiato pressoché per intero la pena inflitta di poco più di 14 anni di reclusione, per gravi fatti di estorsione e altri reati connessi di stampo mafioso. Detratta l'ultima quota di sicura liberazione anticipata (ha già fruito legittimamente delle precedenti), sarebbe uscito dal carcere tra otto mesi. Senonché, ha un cancro al colon in uno stadio che - apprendiamo il Tribunale di Sorveglianza ha accertato essere talmente avanzato da determinare una condizione di incompatibilità con il permanere (per quei residui otto mesi) in carcere.
Gli indignados che straparlano di inaudito cedimento al ricatto mafioso hanno dunque notizia che tale condizione sia falsa, o pretestuosa, o ingigantita ad arte? Non ho letto nulla del genere; non una tra quella pioggia di vituperanti e fiammeggianti parole di sdegno si è soffermata su questa senz'altro allarmante ipotesi.
Nemmeno ci viene spiegato cosa cambierebbe, per la sicurezza sociale messa così irresponsabilmente in pericolo, l'anticipazione di qualche mese di quella libertà che il detenuto avrebbe comunque e definitivamente riguadagnato tra una manciata di settimane. Perché vi comunico una notizia su come funzionano le cose: perfino un mafioso, quando ha scontato la pena inflittagli, ritorna libero tra di noi. Oddio, i guardiani della pubblica moralità potrebbero cogliere l'occasione per proporre il carcere a vita per qualunque reato di mafia, e questo - mi diano retta - è il governo giusto per provarci con successo.
Nel frattempo tuttavia le cose funzionano come vi ho detto. Il secondo è un condannato per fatti di camorra che ha un cancro alla vescica, giunto a uno stadio che richiede cure specialistiche indisponibili nel carcere dove attualmente è ristretto. Il Tribunale chiede formalmente al Dap di indicargli altra struttura detentiva attrezzata all'uopo, dove trasferire il malato. Il Dap non risponde, e dopo oltre venti giorni di silenzio il Giudice di Sorveglianza, al quale non possiamo chiedere né di cancellare d'imperio il diritto alla salute del detenuto, né di assumersi responsabilità gravissime e personali, lo scarcera perché possa curarsi.
In quale modo, per quale ragione minimamente seria e credibile si deve immaginare che un Paese civile possa crocefiggere quei giudici? Occorre allora rassegnarsi a un dato di fatto: esistono magistrati di serie A e magistrati di serie B. Magistrati che quando arrestano 400 persone vengono portati in trionfo, senza attendere di sapere (e sarebbe decisamente il caso) se e quanti di quegli arrestati saranno poi giudicati effettivamente colpevoli; e magistrati che amministrano la giustizia convinti di dover rispettare anche quella regola secondo la quale il diritto alla salute di un detenuto per mafia vale quanto il diritto alla salute di chiunque di noi. Se osi dire una parola sui primi, sarai crocefisso; se lanci la prima pietra sui secondi, seguirà linciaggio di massa, e l'immancabile decreto-legge: per aumentare il potere dei primi, guarda caso.
*Presidente dell'Unione Camere Penali Italiane
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 29 aprile 2020
Pare che indagasse su Riina (ma aveva dieci anni, allora...) e su Messina Denaro (ma è ancora libero). L'esultanza di Morra che dice: "mafiosi prigionieri di guerra". E allora vale la convenzione di Ginevra? Si chiama Roberto Tartaglia ed è stato indicato da Bonafede come vice del Dap. In realtà sarà lui il numero 1 perché Basentini, scaricato anche da Unicost (la sua corrente) è delegittimato. È un magistrato a 5 Stelle al quadrato.
Il capo del Dap, Francesco Basentini, ormai è delegittimato. Messo alla porta prima da Renzi, poi da Giletti, poi dai davighiani, poi da Bonafede. Renzi aveva chiesto che fosse rimosso per via dei 13 morti in carcere durante la rivolta. È caduto invece per ragioni opposte: hanno scaricato su di lui la colpa di avere consentito la scarcerazione di due detenuti in fin di vita. Si sa che i moribondi si tengono in cella, che diamine! 'Sto Basentini deve aver confuso l'Italia con un Paese civile. Sciò. Non lo hanno ancora sostituito ma lo hanno commissariato.
La biografia del commissario, cioè di questo ex Pm Tartaglia, è riassumibile in poche parole: allievo di Di Matteo. Di Matteo sarebbe quel membro del Csm che ha accusato la sua collega milanese che aveva scarcerato un detenuto ottantenne, più o meno, di "intelligenza con la mafia". Cioè di avere ceduto al ricatto. Diciamo, a occhio, favoreggiamento. Di Matteo è l'ex Pm che credette al pentito Scarantino, che si era inventato tutto (o era stato imbeccato) e in quel modo mandò a puttane le indagini sull'uccisione di Borsellino. Di Matteo è quello che ha dato l'anima per mandare a processo il generale Mori, cioè uno dei pochi che dopo la morte di Falcone ha proseguito la sua opera di lotta alla mafia, giungendo, dopo 30 anni di latitanza, all'arresto del capo della mafia, cioè di Riina.
A Tartaglia non possono essere addebitate le responsabilità del suo maestro, ovvio. Ma se volete indovinare la sua dottrina serve conoscere il suo maestro. È quella squadra lì. E infatti un altro grande eroe dell'antimafia professionale, Nicola Morra, 5 Stelle doc, ha esultato per la sua nomina, peraltro avvenuta per decisione del ministro cinquestellissimo, Bonafede.
Per la verità, nella biografia ufficiale di Roberto Tartaglia, diffusa anche dall'Ansa, c'è scritto che ha indagato sui corleonesi di Totò Riina e ha svolto indagini per la cattura di Matteo Messina Denaro. Vabbè: Riina è stato catturato (dal generale Mori, cioè quello che Tartaglia ha contribuito a mettere sotto processo) nel gennaio 1993: Tartaglia aveva 10 anni. Quinta elementare. E Messina Denaro, se non siamo male informati, è ancora libero.
Ecco: le carceri ora sono in mano a questo qua. Al "piccolo Di Matteo". Chi di noi mai avrebbe pensato che dopo nemmeno due anni avremmo rimpianto lacrimando i tempi di Orlando come tempi di ipergarantismo? Quante critiche ingiuste a quel povero ministro! (Magari, se oggi dicesse qualche parola liberale anche lui non sarebbe male...).
Oggi la situazione è questa. I rosso-bruni marciano trionfanti nei palazzi della politica e in quelli della Giustizia. Sembrano inarrestabili. Avanzano senza paura di nessuno, e la gran parte di quelli che in passato si era un po' opposta, ora gli va dietro. Tartaglia negli ultimi tempi ha fatto il consulente di Morra all'antimafia. Volete che vi parli due minuti di Morra? Beh, basta dare un'occhiata all'auto-intervista che ha fatto pubblicare ieri dalla Stampa. In questa auto-intervista ci sono due perle.
La prima, di tipo squadrista, sono le minacce ai pochi giornalisti, agli avvocati, e ai pochissimi politici che si sono battuti per l'indulto o per qualche misura di riduzione del numero dei carcerati (forse nella lista dei nemici Morra ha segnato anche il Papa e il Presidente della Repubblica).
Minacce generiche ma pesanti. Sembra di capire che Morra voglia usare l'antimafia per indagare su di loro (su di noi). Indagare per che cosa? Beh, un concorso esterno non si nega a nessuno. La seconda perla è clamorosa. Morra dice che i mafiosi non devono essere scarcerati mai perché sono prigionieri di guerra. Oddio, prigionieri di guerra? Ma lo sa Morra che se sono prigionieri di guerra vanno trattati da prigionieri di guerra? Che vuol dire?
Innanzitutto che è proibito chiedergli informazioni, e dunque tutte le dichiarazioni dei pentiti dal 1981 a oggi sono illegali e prive di valore e tutti i processi di mafia vanno annullati. Quelli passati, quelli presenti, quelli futuri. Il pentitismo è finito. Bisogna tornare a fare indagini e raccogliere prove. Un vero disastro. Poi che i detenuti per mafia non possono essere isolati, e quindi salta il 41 bis. Devono essere trattati alla stregua di ufficiali dell'esercito regolare.
E sul loro trattamento deve vagliare la Croce Rossa Internazionale. È anche possibile la richiesta che siano consegnati a uno stato neutrale. Questo povero Morra, diciamo la verità, di politica e di storia ne sa poco (insegnava filosofia, credo...), è finito lì in Parlamento un po' per caso nell'andata degli uno-vale-uno. Ne può combinare di guai. Il problema è che uno degli aspetti più delicati nella vita di una nazione democratica, e cioè l'aspetto carcerario - e anche quello della giustizia - sono affidati a lui, a Bonafede, a Tartaglia e a gente così. Capite?
di Andrea Ossino
Il Tempo, 29 aprile 2020
Secondo gli avvocati potrebbero mancare le garanzie per un giusto dibattimento. La "fase 2 della giustizia" è alle prese con un difficile compromesso tra un sistema capace di garantire il distanziamento sociale e la salvaguardia dei principi costituzionali che regolano i processi.
I dubbi sollevati dagli avvocati sono numerosi: i protagonisti del processo sarebbero lontani dalle aule, gli imputati potrebbero apprendere di dover andare in carcere guardando uno schermo, mentre piattaforme e server la farebbero da padrone creando un forte rischio per la privacy. La "fase 2 della giustizia" è alle prese con un difficile compromesso tra un sistema capace di garantire il distanziamento sociale e l'indispensabile salvaguardia dei principi costituzionali che regolano i processi. Il dibattito sul processo telematico è entrato nel vivo prefigurando una realtà non di certo orwelliana, ma che cambierebbe la fisionomia delle udienze.
I dubbi sollevati dagli avvocati sono numerosi: i protagonisti del processo sarebbero lontani dalle aule, gli imputati potrebbero apprendere di dover andare in carcere guardando uno schermo, mentre piattaforme e server la farebbero da padrone creando un forte rischio per la privacy. E poi resta una grande incognita da sciogliere: la difficoltà di accesso al pubblico e alla stampa, che garantisce oltre al diritto all'informazione, anche una forma di controllo su chi esercita la giustizia.
Nella Capitale, già nel 2008, avvocati, magistrati, politici e tecnici di ogni sorta studiarono per un anno intero, con tanto di inaugurazione del progetto pilota da parte degli ex ministri Renato Brunetta e Angelino Alfano, per capire come costruire un procedimento penale da remoto. Alla fine gettarono la spugna scontrandosi con i problemi di formazione del personale e le poche garanzie per la privacy.
Dodici anni dopo, però, in piena emergenza sanitaria, l'Associazione Nazionale dei Magistrati si mostra favorevole all'idea che eliminerebbe assembramenti e mobilità, riducendo così le possibilità di contagio. Gli avvocati sono riluttanti all'idea di una smaterializzazione del processo che, secondo loro, non garantirebbe il rispetto dei principi costituzionali.
Del resto anche adesso, quando il processo telematico è stato autorizzato solo per le convalide dell'arresto, i problemi sono evidenti. Lo dimostra la conversazione narrata dall'avvocato milanese Daniela Insalaco, che ha difeso una persona fermata a Roma. La conversazione è surreale: "L'arresto è convalidato, cominciamo subito col processo, come da protocollo", avrebbe affermato il giudice. E l'avvocato: "Ma, signora giudice, non mi risulta che il protocollo per il virus abbia modificato il codice penale. Dovrei parlare prima col mio cliente e, in ogni caso, chiedo un rinvio, a termini di legge, per preparare la difesa".
Colloqui come questi, se il governo approvasse l'emendamento al decreto "Cura Italia" (prevede processi remoti almeno fino al 30 giugno), sarebbero sempre più frequenti. "L'avvocatura non è contraria al miglioramento del funzionamento giustizia attraverso innovazioni telematiche, ma chiediamo che vengano garantiti principi fondamentali su cui si fonda lo stato di diritto", affermano Roberto Nicodemi e Giorgia Celletto, consiglieri dell'ordine degli avvocati di Roma.
di Errico Novi
Il Dubbio, 29 aprile 2020
Udienze smart, emendamenti dagli uffici di via Arenula. La preoccupazione degli avvocati, ma anche degli accademici che hanno a cuore la Costituzione, riguarda ora la forma delle modifiche. Perché, sull'idea che il processo da remoto debba essere limitato, non ha dubbi neppure il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
L'ordine del giorno sulle udienze virtuali, votato venerdì scorso alla Camera, è chiarissimo, e prevede di escludere le modalità smart quantomeno per l'attività istruttoria. Il guardasigilli non intende distaccarsi dal "mandato", nonostante il tentativo compiuto dall'Anm di dissuadere il governo dal dietrofront. Un ulteriore ripensamento di via Arenula è improbabile, ma intanto Unione nazionale Camere civili e Unione Camere penali hanno diffuso due giorni fa un durissimo comunicato congiunto contro la "incursione" della magistratura associata. In ogni caso restano due incognite.
Innanzitutto la capacità dei testi normativi, che l'ufficio legislativo di via Arenula ha iniziato a predisporre, di escludere ambiguità interpretative. In secondo luogo, i tempi di effettiva presentazione delle modifiche in Parlamento. Sul punto va detto che, secondo quanto riferiscono fonti parlamentari di maggioranza, il ministro preferirebbe non inserire le nuove norme sul processo a distanza nel decreto in arrivo domani in Consiglio dei ministri.
Quel testo dovrebbe riguardare solo le discusse modifiche sulle decisioni dei Tribunali di sorveglianza (di cui si dà conto in altro servizio del giornale, ndr) e il rinvio dell'entrata in vigore delle nuove norme sulle intercettazioni. Riguardo agli "ascolti", si tratta dell'ennesimo di una lunga catena di slittamenti. Stavolta però il disagio è oggettivo: l'emergenza coronavirus ha impedito, nei tribunali, di completare sia le infrastrutture tecnologiche sia la formazione del personale.
Ma appunto, la riunione di domani a Palazzo Chigi non dovrebbe contenere alcunché sull'organizzazione giudiziaria nella fase 2, tantomeno sul processo da remoto. Si rafforzano le ipotesi, veicolate da più fonti parlamentari, di un pacchetto di emendamenti in materia di udienze virtuali da presentare, quanto meno, direttamente alla Camera o al Senato. L'occasione potrebbe essere colta per esempio con il dl sull'emergenza, il numero 19 del 2020, da oggi in aula a Montecitorio. Le incertezze tengono comunque sulle spine l'avvocatura.
Ed è forse per questo che proprio nel limbo fra la firma, domenica scorsa, del Dpcm per la fase 2 e l'effettivo spartiacque del 4 maggio l'Organismo congressuale forense abbia parlato ieri di "inadeguatezza delle risorse destinate dal Governo alla Giustizia". L'Organismo coordinato da Giovanni Malinconico ritiene "insufficienti e contraddittorie" le misure fin qui adottate al fine di consentire "la continuità della giurisdizione". Secondo l'Ocf, d'altra parte, un "piano integrato straordinario per una adeguata e piena ripresa dell'attività giudiziaria" andrebbe comunque sostenuto con "adeguate risorse".
Al momento il vero nodo coincide con quanto già sollevato dal Cnf e da tutte le altre rappresentanze forensi al tavolo tecnico riunito da Bonafede lo scorso 10 aprile: rapido ritorno nei palazzi di giustizia e uniformità delle misure organizzative anti-contagio.
Nei giorni successivi il guardasigilli ha ricevuto da ciascuno dei partecipanti, anche dalle associazioni forensi specialistiche, documenti con proposte per uniformare i protocolli organizzativi degli uffici giudiziari e con sollecitazioni orientate, in prevalenza, a scongiurare l'uso delle modalità virtuali oltre l'emergenza.
Due punti cardine più volte indicati come prioritari dall'avvocatura, con eccezioni per quei settori specifici in cui un ricorso più strutturato alla tecnologia è ritenuto viceversa necessario (dall'amministrativo al tributario, sui quali però non è via Arenula a decidere, e all'ambito giuslavoristico). Se sul processo a distanza la soluzione, come detto, arriverà in Parlamento a breve, resta da scogliere dunque proprio il nodo della compatibilità fra l'attività nei palazzi di giustizia e il distanziamento sociale imposto dal Dpcm di Conte anche per la fase 2, cioè dal 4 maggio in poi. Ed è proprio su tale aspetto che il guardasigilli sarebbe deciso ad anticipare nei prossimi giorni, all'avvocatura, le scelte che renderà concrete in un probabile prossimo decreto ministeriale, che dovrebbe offrire ai capi di tutti gli uffici giudiziari d'Italia indicazioni sulla sicurezza sanitaria. L'obiettivo è chiaro: riprendere i processi veri, nelle aule e non più solo sulle claudicanti piattaforme telematiche. Come gli avvocati chiedono con insistenza.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 29 aprile 2020
È perfettamente legittimo protestare irritazione se il responsabile di gravi delitti è scarcerato per ragioni di salute. Si può legittimamente ritenere che debba marcire in galera, come legittimamente ritiene il capo del primo partito italiano in felice accordo con l'ex alleato di governo nonché, in bella unità nazionale, con il ganzo di Pontassieve.
Quello è malato, ha scontato quasi tutta la pena, rischia di morire "di galera", non "in galera", perché la prosecuzione della detenzione carceraria mette in pericolo la sua vita: e tu vuoi che ci rimanga, perché siccome ha commesso delitti importanti deve rimanerci - letteralmente - fino alla fine. E va bene: urli vergogna vergogna, e magari ci infili che mentre i vecchietti perbene muoiono di Coronavirus quelli lì, i mafiosi, se ne vanno a casa e noi gli paghiamo pure il biglietto (questo schifo l'abbiamo visto l'altra sera su TeleSalvini, ovvero la trasmissione di quel Giletti, Non è l'Arena, l'enclave leghista di Telecinquestelle ovvero la7).
Tutto bene, per modo di dire. Ma la protesta cessa di essere solo discutibile e diventa illegittima quando pretende di imporsi sulla legge che quella scarcerazione consente, e se in modo sedizioso denuncia alla riprovazione pubblica i magistrati che l'hanno disposta. Perché allora non si tratta più dell'incensurabile, per quanto ripugnante, manifestazione dell'idea barbara secondo cui chissenefotte se un cittadino crepa di carcere: si tratta piuttosto della pretesa che lo Stato diserti la propria legalità e che i magistrati siano lo strumento di quella sovversione.
Non basta. Perché tu puoi ancora menare tutto lo scandalo che ti pare se la giustizia carceraria non funziona proprio come vuoi, se cioè si limita alla tortura dell'isolamento, alla vergogna del sovraffollamento, alla regolarità del suicidio, e non prevede la sacrosanta pena supplementare della morte per assenza di cure. Ma in un Paese appena decente, che non è quello in cui siamo e non è quello che tu desideri, nessuno avrebbe diritto di rivolgersi a quegli esseri umani chiamandoli "mafiosi".
Dice: ma sono mafiosi! Come dovremmo chiamarli? Non così: perché il delitto che hanno commesso conferisce alla società il potere di punirli, non il diritto di degradarli a una cosa senza identità esposta allo sputo della folla. È un piccolo dettaglio di decoro civile che forse sfugge ai più, o almeno a quelli che fanno chiasso se un ottantenne in metastasi fruisce del diritto di curarsi: ma non è giusto revocargli persino il diritto al nome, istigando il pubblico a farsi coro - "Mafioso! Mafioso!" - di quella specie di lapidazione verbale. Perché è una persona quella che lo Stato rinchiude in un carcere, ed è una persona quella che ne esce quando ne ha diritto.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 29 aprile 2020
Il suo difensore in attesa della decisione del Giudice di sorveglianza. Il tribunale di Sorveglianza di Reggio Emilia dovrà decidere sull'istanza di differimento della pena per Raffaele Cutolo. C'è attesa per la decisione del magistrato di Sorveglianza di Reggio Emilia sull'istanza relativa alla detenzione domiciliare per gravi motivi di salute, avanzata dall'avvocato Gaetano Aufiero, del foro di Avellino, per conto del suo assistito Raffaele Cutolo.
È detenuto al 41 bis del carcere di Parma e di recente è stato dimesso dall'ospedale a causa di una grave crisi respiratoria. Una decisione, da parte della magistratura di sorveglianza, che non sarà semplice. Soprattutto alla luce delle polemiche seguite alla concessione degli arresti domiciliari - con ordinanze cristalline e impeccabili - per gravi motivi di salute a due boss mafiosi. Uno è Francesco Bonura, gravemente malato, al quale mancano pochi mesi per il fine pena.
L'altro è Pasquale Zagaria per il quale la pericolosità sociale è stata smentita già nel 2011, quando la Corte d'Appello di Napoli gli ha revocato la misura di prevenzione della sorveglianza speciale. Eppure i soliti giornali, dopo aver creato un uragano, travolgendo lo Stato di Dritto, grazie alle istituzioni che assecondano hanno stilato una lunga lista di nomi che secondo loro potrebbero uscire dal carcere accostando il nome del mafioso Leoluca Bagarella a quello di Raffele Cutolo.
"Ma come si fanno a fare questi confronti - spiega l'avvocato Aufiero a Il Dubbio - con chi appartiene alla mafia, ha fatto stragi e gestisce un potere economico criminale".
L'avvocato sottolinea: "Cutolo è una persona sola, ultraottantenne, afflitta da malattie e reclusa da 40 anni, delle quali 25 al 41 bis. La nuova camorra organizzata non esiste da decenni, tutti i suoi associati sono morti, ha una moglie e una figlia di 12 anni, ha un fratello di novant'anni e la sorella altrettanto anziana. Vada a vedere - continua l'avvocato - in quale condizione vivono i suoi familiari ad Ottaviano". Il legale di Cutuolo descrive così l'esatta dimensione delle cose.
Che senso ha il 41 bis in questi casi? L'importanza strategica che ha svolto il regime differenziato nella lotta alla criminalità organizzata dovrebbe essere ben chiarita. L'obiettivo è volto a impedire che il detenuto continui a mantenere collegamenti, e possa dunque impartire ordini e direttive, pur dal carcere, con le associazioni criminali di riferimento.
Se il 41 bis ha più volte superato il vaglio della Corte Costituzionale e della Corte Europea dei Diritti dell'uomo, questo è grazie a quei magistrati di sorveglianza che hanno emesso misure come quelle che ora hanno creato indignazioni. Intervenire con una norma per scoraggiare questi provvedimenti, vuol dire rischiare proprio di porre fine al 41 bis. Il paradosso è che potrebbe non superare più il vaglio grazie a chi invoca il pungo duro senza se e senza ma.
Ma ritorniamo a Cutolo. Nel suo caso, al di là dell'incompatibilità di salute o meno con il carcere, c'è anche la questione dell'emergenza Covid 19. "Se Cutolo continua a manifestare grave patologie, e in particolare se quelle pneumologiche non hanno trovato definitiva soluzione - scrive l'avvocato nella sua memoria -, cosa accadrebbe in piena emergenza epidemiologica e con gli ospedali di Parma e dell'intera Regione Emilia Romagna ancora interessati all'emergenza come veri e propri presidi Covid- 19, se dovesse rendersi necessario e non rinviabile un ricovero del Cutolo, come avvenuto il 19 febbraio, in piena notte ed in fin di vita?".
Resta il fatto che al rientro presso il carcere di Parma, il personale sanitario dello stesso Istituto Penitenziario ha annotato il diario clinico di Cutolo con queste precise parole: "Il paziente deambula a fatica ed il bagno non è adeguato per poter aiutare il paziente nell'espletamento delle sue funzioni... il paziente necessita di una sistemazione più adeguata e di aiuto continuo". Da allora, nonostante siano trascorsi 50 giorni, secondo l'avvocato Aufiero non risulta siano stati adottati provvedimenti finalizzati a una più mirata assistenza di Cutolo all'interno della cella in cui è ristretto: a oggi non è in grado di autogestirsi e la cella in cui è recluso per l'intero arco della giornata non è affatto adeguata, "ma, ciò che appare ancor più grave - sottolinea il legale -, l'intera sezione di 41 bis non ha un presidio medico notturno, con la conseguenza che potrebbe essere impossibile fronteggiare un'eventuale crisi del detenuto durante la notte".
C'è da chiedersi se per davvero un eventuale differimento pena per Cutolo, e in più provvisorio, possa davvero scatenare indignazioni. Al quel punto sarà davvero difficile delineare una linea demarcazione tra il bene e il male, tra lo Stato e la mafia. Ma soprattutto tra lo Stato di Diritto e quello di Polizia.
askanews.it, 29 aprile 2020
"Per la salute di chi vive e lavora nelle prigioni". "Il problema delle infezioni nelle carceri c'è e va affrontato da tutte le istituzioni, e se siamo d'accordo che la soluzione non sia mandare i detenuti nelle case popolari, non possiamo però concedere all'assessore Bolognini e alla giunta regionale di lavarsene le mani". Lo hanno affermato per il Partito Democratico in Regione Lombardia la consigliera Carmela Rozza e il presidente della commissione speciale sulla situazione carceraria Gian Antonio Girelli, facendo seguito alle dichiarazioni dell'assessore regionale Stefano Bolognini.
Per i due esponenti dem, "la strada giusta, come si indicava già il 12 marzo in una lettera inviata al presidente Fontana da parte della commissione speciale sulla situazione carceraria del Consiglio regionale, è che la Regione faccia un accordo con i Tribunali, si identifichi un immobile adatto e lo si dedichi a quello, con la debita sorveglianza delle forze dell'ordine. Hanno diritto alla salute - concludono Rozza e Girelli - i detenuti e chi lavora con loro, gli agenti di polizia penitenziaria in primis. I problemi vanno affrontati, non trasformati sempre in propaganda".
di Francesca Cisotto
varesenews.it, 29 aprile 2020
Il Garante: "Grazie ad agenti e direzione, meno allo Stato". Solo ora iniziano ad arrivare i braccialetti elettronici mentre scende il numero dei detenuti. Matteo Tosi, garante dei detenuti del carcere di Busto Arsizio: "Arrivate le mascherine per gli agenti".
"Il carcere di Busto sta lavorando al meglio per garantire la salute di tutti, ma come gli altri istituti penitenziari è lasciato solo dal Ministero. All'origine della pandemia due detenuti hanno avuto problemi all'apparato respiratorio portando all'interno dell'Istituto molta paura e l'inasprimento di una situazione già delicata. Sono state seguite tutte le procedure del caso e non è successo nulla di grave. Inoltre sono stati messi in quarantena due agenti che hanno avuto casi di contagio tra i familiari". A spiegare la situazione all'interno della casa circondariale bustocca è il garante comunale dei detenuti, Matteo Tosi sperando in un sostegno concreto da parte dello Stato.
"La salute all'interno della struttura è ancora buona, ma non ci resta che sperare che la situazione regga poiché, per quanto vengano rispettate le regole, le persone che vi lavorano entrano ed escono. Sarebbe una buona presa di coscienza se arrivassero delle mascherine in più e più protettive per gli agenti penitenziari che sono forze dell'ordine come tutte le altre" - prosegue Tosi.
Si sente una grande tensione all'interno della casa circondariale di via per Cassano; "se il virus entrasse dilagherebbe in un attimo e ogni sezione è composta da circa 60 persone", ma quello che più preoccupa al momento è l'aspetto psicologico dei detenuti data la situazione incerta di alcuni. Ci sono state molte scarcerazioni (intese come proseguimento della pena in detenzione domiciliare), che hanno portato il numero dei detenuti a scendere ben sotto i 400 rispetto ai 445 circa di inizio pandemia, ma queste non bastano ad allentare la tensione che gioca a sfavore anche dei dipendenti del carcere.
"Si capisce sempre meno sulla situazione di diversi carcerati - ha raccontato il garante Tosi. Alcuni di loro hanno ricevuto la possibilità di tornare a casa vincolati dal braccialetto elettronico, ma di questi dispositivi ne arrivano pochi, quindi a seconda della pena e dal giudizio del Magistrato solo alcuni possono essere effettivamente scarcerati. Si prevedeva di scarcerare tutti i detenuti sotto un anno, ma questo non è avvenuto nonostante il garante nazionale, Mauro Palma, aveva assicurato che fosse una proposta arrivata a buon punto. In una cella da due sono dentro in quattro per cui il distanziamento viene a mancare. Svuotare l'Istituto vorrebbe dire gestire tutto in maggiore sicurezza".
La tensione in carcere non si allenta nemmeno a tavola: "Il Coronavirus ha incrementato le situazioni di povertà. Le famiglie disagiate non hanno i soldi per i pacchi spesa ai loro congiunti e altre, invece, hanno problemi a raggiungere via per Cassano. Date le diverse collette che sono state organizzate sul territorio, l'augurio è che l'amministrazione comunale ci sostenga facendo arrivare qualche pacco alimentare in struttura" ha chiosato Matteo Tosi sottolineando che "l'aspetto fondamentale per mantenere un equilibrio all'interno di una qualsiasi casa circondariale è sentire la vicinanza della comunità".
L'abbandono dei detenuti risulta essere prettamente psicologico, ma la direzione si è occupata di prendere provvedimenti per allentare la tensione: "Sono annullati i colloqui fisici e qualsiasi attività di laboratorio, ma da una chiamata a settimana ora hanno la possibilità di farne tre, tra cui anche in modalità di videochiamata. Inoltre sono state date in dotazione le cuffie auricolari in modo che il detenuto possa chiamare i famigliari senza dover toccare il telefono, usato chiaramente da tutti. Si tratta di accorgimenti che umanamente parlando ha fatto sentire tutti più tutelati".
"I detenuti sono grati di aver ricevuto subito dalla direzione le chiamate in più e aver visto gli agenti con le mascherine, ma dall'altro la mancanza del braccialetto per poter scontare la pena ai domiciliari (tra i 12 e 24 mesi) ha lasciato l'amaro in bocca. Purtroppo si tratta di un problema che non dipende dal carcere, bensì dal Governo" ha concluso il garante che insiste nel chiedere più sostegno al lavoro della Polizia "perché sono gli uomini dello Stato che fanno la differenza".
di Tommaso D'Angelo
cronachesalerno.it, 29 aprile 2020
Vogliamo essere trattati come detenuti, non come bestie. A scrivere sono in cinque carcerati della terza sessione dell'istituto penitenziario di Fuorni a Salerno. Tengono a precisare di non aver preso parte a nessun tipo di rivolta riferendosi a quella scoppiata il 9 marzo scorso come precisano, quasi a ringraziare, che il loro appello è rivolto a tutti quelli che stanno lottando contro questa pandemia.
Ma, dicono i cinque detenuti, le condizioni disumane in cui sono costretti a vivere non possono essere più taciute perché ledono la dignità di esseri umani. Il racconto che fanno della loro quotidianità nel carcere è legato molto anche a questo particolare momento di crisi seguito alla pandemia: non veniamo riforniti di nessun igienizzante, scrivono, a parte una volta al mese quando ci viene fornita una bottiglia di ammoniaca profumata.
E tutto questo in una condizione disumana di sovraffollamento: siamo in sei persone all'interno di una cella di otto metri quadrati, le aree di passeggio sono sporche, igiene zero. Le aree dove si cammina fuori dalle celle sono piene di spazzatura e di residui di calcinacci. Non va bene neanche per l'igiene personale. Sempre sulla lettera si legge che sono state messe a disposizione ventisei lavatrici ma ad oggi, la lettera risale al 14 aprile scorso, scrivono sempre i cinque detenuti, non sono state ancora attivate. Così i detenuti sono costretti a lavare a mano i panni senza avere neanche la possibilità di farli asciugare al sole visto che mancano gli stendini.
L'alternativa sarebbe aspettare una volta al mese quando si può fare il bucato nella lavanderia del carcere. Difficile il rapporto con la direzione della casa penitenziaria il cui comportamento viene definito non certo democratico. Neanche per la santa pasqua i detenuti, hanno potuto ottenere a loro spese, prodotti pasquali. Non sono riusciti a poter avere del formaggio per condire gli alimenti. Viviamo in una situazione allucinante e disumana che chiedono finisca restituendo dignità a chi sta scontando gli errori che ha commesso e non per questo deve essere considerato un animale privo di ogni diritto.
di Enrico Paoli
Libero, 29 aprile 2020
Ai carcerati 12 alloggi comunali, il Pirellone insorge: "Schiaffo a 13mila persone in lista d'attesa". Le carceri scoppiano, si sa. Il problema (serio) riguarda il governo. Ma essendo l'esecutivo in carica incapace di affrontare la questione con risposte chiare, lontane dalle facili vie di fuga, finisce con il mettere le amministrazioni locali con le spalle al muro: servono case per i detenuti scarcerati, privi di "risorse abitative", come sostiene il ministero della Giustizia.
Tema, quello degli alloggi, altrettanto serio. Sono persone, non numeri. Perché se l'effetto macroscopico del dramma carceri è il ritorno a casa dei boss di mafia, tale da indignare la maggioranza degli italiani, esiste anche il problema dei detenuti comuni. Li faccio uscire, e poi?
E poi succede quel che è successo a Milano. Il Comune, sostanzialmente, ha risposto "obbedisco" alla lettera inviata dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia, con la quale chiede di ospitare, seppur transitoriamente, "venti detenuti ammissibili a misure non detentive", ma privi di una casa dove stare.
La giunta Sala ha deciso di utilizzare "una quota residuale degli appartamenti di proprietà del Comune destinati all'emergenza abitativa", come spiega l'assessore comunale alle Politiche sociali e abitative, Gabriele Rabaiotti. In pratica le strutture utilizzate per gli sfrattati e i casi eccezionali, legati a particolari vicende umane, ospiteranno i detenuti messi in libertà.
Palazzo Marino, però, non si è limitato a dire sì al tribunale di Sorveglianza, ma ha deciso di coinvolgere le Regione. La lettera inviata dal Provveditore regionale del Dap e dal presidente del Tribunale all'assessore regionale alle Politiche abitative, sociali e disabilità, Stefano Bolognini, sembra voler tirar dentro la vicenda anche il Pirellone.
Con la vicenda delle occupazioni abusive da parte dei ladri di case, pronti a sfondare porte e finestre nonostante l'emergenza sanitaria, non si è registrata la stessa collaborazione. Da qui la presa di posizione della Regione, determinata a non concedere "case popolari ai detenuti che devono scontare i domiciliari, come invece ha deciso il Comune di Milano".
"Il dottor Pietro Buffa (provveditore regionale del Dap, ndr) e la dottoressa Giovanna Di Rosa (presidente del Tribunale di Sorveglianza, ndr), avevano scritto alla Regione", spiega una nota del Pirellone, "dopo aver ottenuto il via libera da Palazzo Marino per venti appartamenti, per chiedere il parere di Palazzo Lombardia. L'assessore Bolognini ha risposto che non è possibile procedere a questo tipo di assegnazioni".
"Case popolari ai carcerati? Purtroppo non è nostra competenza", commenta l'assessore Bolognini, "altrimenti lo impediremmo. E uno schiaffo peri 13mila milanesi che aspettano la casa popolare. È una scelta del sindaco Sala e del governo, se ne assumano la responsabilità". Ed è quello che il Comune ha fatto. Il Comune "ha offerto la propria disponibilità a ospitare transitoriamente una ventina di persone in 10/12 alloggi, utilizzando una quota residuale degli appartamenti di proprietà del Comune destinati all'emergenza abitativa", spiega l'assessore Rabaiotti, "non verrà dunque tolta alcuna casa popolare ad alcuno".
"Questo è stato fatto in uno spirito di collaborazione istituzionale, comprendendo come la nota condizione di sovraffollamento delle carceri possa causare situazioni di forte criticità". "Spiace dover registrare una volta di più l'arrogante disattenzione con cui il presidente della Regione Attilio Fontana, e i suoi assessori affrontano questioni delicate", chiosa Rabaiotti.
"Il governo del Pd fa uscire i detenuti dalle galere e il Comune del Pd li mette nelle case popolari", replica il capogruppo della Lega al Pirellone, Roberto Anelli, "è uno schiaffo al buonsenso, alla certezza della pena, ai 13mila milanesi che aspettano un alloggio. È un'altra vergogna firmata Conte- Sala, anche se il Pd milanese cerca di negare perché evidentemente imbarazzato".
E poi c'è una terza posizione. "Sulle soluzioni per i detenuti sbagliano sia la Regione, che si scarica di ogni responsabilità, sia Rabaiotti", afferma la consigliera regionale del Pd, Carmela Rozza, "che immagina un condominio misto con gli alloggi destinati all'emergenza abitativa. Le due istituzioni si incontrino con la Prefettura per individuare l'immobile in cui mettere queste persone e il presidio delle forze dell'ordine per la necessaria sorveglianza".
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