di Fulvio Fulvi
Avvenire, 30 aprile 2020
Sovraffollamenti, colloqui sospesi, tablet. Si cerca una soluzione per la "Fase 2". Lunedì parte la "Fase 2". Ma che cosa succederà nelle carceri italiane? Tutto resterà come adesso o cambierà qualcosa? E in che direzione?
La pandemia ha portato a rigide limitazioni dietro le sbarre: vietati i colloqui con i familiari, volontari costretti a rimanere fuori, misure di distanziamento fisico (quasi impossibili nelle celle), niente corsi né laboratori con l'apporto di personale esterno. I detenuti sono troppo vicini, a causa del sovraffollamento, e quindi sempre più a rischio contagio (anche se con la mascherina).
di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 30 aprile 2020
Le misure prese in seguito alle rivolte scoppiate in piena emergenza sanitaria hanno riacceso il dibattito sulle carceri italiane. Provvedimenti che Alberto Nobili, magistrato simbolo della mediazione con i detenuti di San Vittore, difende nel nome di una Giustizia che non dimentichi la funzione di rieducazione assegnata a quei luoghi.
Salito sul tetto di San Vittore, era sicuro che, ancora una volta, la soluzione non potesse che essere "fermezza e fiducia". Quando, entrato nel cestello dei vigili del fuoco, Alberto Nobili ha raggiunto i detenuti del carcere milanese in rivolta, il suo è diventato il volto della Giustizia che cerca la mediazione. "Una strada che dovrà essere battuta sempre di più, e l'emergenza ha dimostrato che si può fare", riflette il magistrato.
di Liana Milella
La Repubblica, 30 aprile 2020
L'ok è arrivato in tarda serata dal Consiglio dei ministri. Malumori dei renziani. Per Forza Italia è incostituzionale. Il Csm solidarizza con i magistrati di sorveglianza che si sentono commissariati. Il nuovo vice capo del Dap Tartaglia subito al lavoro.
Il decreto legge anti-boss di Alfonso Bonafede è stato approvato ieri sera in consiglio dei ministri. "Nei limiti della Costituzione", come dice alla Camera lo stesso ministro della Giustizia, perché il governo non può imporre ai giudici nessuna decisione, il decreto inserirà degli obbligatori via libera dati dai procuratori antimafia. E anche la Procura nazionale di Cafiero De Raho dovrà esprimersi sulle richieste di scarcerazione che con l'emergenza virus si sono moltiplicate.
di Michela Allegri
Il Messaggero, 30 aprile 2020
I condannati al 41bis potranno essere mandati ai domiciliari solo sulla base dei pareri, vincolanti, espressi dalla Direzione nazionale antimafia e delle procure distrettuali. È il decreto con cui il governo deciso di arginare le scarcerazioni di boss della criminalità organizzata che erano state disposte nei giorni scorsi dalla magistratura di sorveglianza, nel pieno dell'emergenza Coronavirus, per ragioni di salute.
di Angela Stella
Il Riformista, 30 aprile 2020
Su proposta del ministro della Giustizia, ieri il Consiglio dei ministri ha discusso il provvedimento che andrà a limitare l'autonomia e l'indipendenza dei magistrati che decidono le scarcerazioni. Saranno sottoposti alle decisioni del Procuratore della Repubblica o del Procuratore nazionale antimafia.
"La lotta alla mafia è una cosa seria" ha detto ieri il Guardasigilli Alfonso Bonafede rispondendo al question time sulle "scarcerazioni" di boss: di fronte a "fatti allarmanti - ha proseguito - non si rimane inerti".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 aprile 2020
Il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, presenta al Consiglio dei ministri un decreto ad hoc per scongiurare i domiciliari ai detenuti al 41bis. Tutti sono in attesa di sapere in quale modo, visto che le decisioni spettano alla magistratura di sorveglianza in completa autonomia e dopo un'attenta valutazione. Ed è proprio questo il punto: in quale maniera potrebbe intervenire il potere esecutivo senza incidere sull'indipendenza della magistratura di sorveglianza?
Il ministro Bonafede è stato chiaro durante il question time alla Camera. "I principi e le norme della nostra Costituzione sono univocamente orientati ad affermare l'autonomia e l'indipendenza della magistratura, ciò vuol dire che non c'è nessun governo che possa imporre e anche soltanto influenzare sulle decisioni dei magistrati di sorveglianza", ha detto il guardasigilli. Ha anche sottolineato che le scarcerazioni al centro della cronaca "sono decisioni giurisdizionali, di natura discrezionale e impugnabili secondo la relativa disciplina".
Poi è passato all'intervento normativo. "Approveremo un decreto legge che stabilisce, per questo tipo di scarcerazione, che debbano essere obbligatoriamente acquisiti il parere della Direzione nazionale Antimafia e Antiterrorismo e delle Direzioni distrettuali Antimafia". Il guardasigilli ha precisato che "non si tratta di sfiducia nei confronti dei giudici di sorveglianza che meritano rispetto e che in generale stanno facendo un lavoro importantissimo, ma si fa semplicemente in modo che il giudice abbia un quadro chiaro e completo della pericolosità del soggetto".
Il decreto, infatti, non aggiunge nulla di vincolante, presenterebbe degli aspetti di incostituzionalità. Però qualcosa cambia e di molto. L'autorità competente, prima di pronunciarsi, ha l'obbligo di chiedere il parere del procuratore della Repubblica del capoluogo del distretto ove ha sede il tribunale che ha emesso la sentenza e, nel caso di detenuti sottoposti al regime del 41bis, anche quello del procuratore nazionale Antimafia e Antiterrorismo. Inoltre il procuratore generale presso la Corte d'Appello deve essere informato dei permessi concessi e del relativo esito con relazione trimestrale degli organi che li hanno rilasciati.
La parte che potrebbe però creare qualche problemino è il passaggio nel quale si prevede: "Il magistrato di sorveglianza ed il tribunale di sorveglianza decidono non prima, rispettivamente, di due giorni e di quaranta giorni dalla richiesta dei suddetti pareri, anche in assenza di essi". Nei casi di urgenza, come quelli in cui il detenuto è gravemente malato, se un parere non arriva, aspettare quaranta giorni può voler dire non fare in tempo. Forse è questo il punto in cui il magistrato di sorveglianza può non sentirsi di libero di prendere una decisione urgente.
Ma c'è di più. Oltre per i domiciliari, anche per il permesso di necessità c'è bisogno del parere della procura Antimafia e in questo caso di massima urgenza il magistrato deve comunque aspettare un giorno dalla richiesta del parere. Cosa significa? Se la moglie del recluso al 41bis sta morendo, quest'ultimo fa richiesta urgente per il permesso di necessità. Il magistrato ha l'obbligo di chiedere il parere dell'Antimafia e attendere la risposta entro le 24 ore. A quel punto poi può concederla. Ma un giorno potrebbe essere fatali. La moglie del recluso al 41bis potrebbe morire nel frattempo e quindi non si potrebbero più vedere per l'ultima volta.
Il Coordinamento Nazionale dei Magistrati di Sorveglianza è intervenuto, con un duro comunicato per difendere il loro lavoro, sottolineando che "si sentono colpiti da un ingiustificato attacco che rischia di ledere ad un tempo l'autonomia e l'indipendenza della loro giurisdizione, esercitata nel pieno rispetto della normativa vigente, e insieme la serenità che quotidianamente deve assistere, in particolare in un momento così drammatico per l'emergenza sanitaria che ha colpito anche il mondo penitenziario, le loro spesso difficili decisioni".
Ma non solo. Significativa la presa di posizione dei magistrati di sorveglianza a favore del Dap e in particolare per la famosa circolare, criticata da più parti, che darebbe l'impressione di una sorta di "tana libera tutti" per chi è al 41bis. "Nel contesto della grave emergenza sanitaria da Covid19 - si legge nel comunicato dei magistrati di sorveglianza a firma della dottoressa Antonietta Fiorillo - non si può non apprezzare l'iniziativa dell'Amministrazione penitenziaria, in ottemperanza a norme primarie e regolamentari, di segnalare i casi sanitari critici alla Magistratura di sorveglianza che come di regola adotta tutte le sue decisioni in piena autonomia di giudizio".
"Solidarietà ai magistrati di sorveglianza" è stata espressa anche dai consiglieri di Unicost: in particolare, il togato Mancinetti, intervenendo in plenum ha sottolineato che "ogni provvedimento giurisdizionale può essere criticato, ma non si può cadere negli attacchi personali". Gli esponenti di Magistratura indipendente hanno chiesto al Csm l'apertura di una pratica a tutela per la magistratura di sorveglianza.
Nel plenum è intervenuta anche la togata di Area, Alessandra Dal Moro, esprimendo, a nome del suo gruppo, "preoccupazione per le reazioni suscitate dalle scarcerazioni per motivi di salute di alcuni detenuti, esponenti di pericolose associazioni criminali sottoposti al 41bis".
Secondo Dal Moro, "i toni violenti rischiano di alimentare una campagna di delegittimazione verso la magistratura di sorveglianza, impegnata nel fronteggiare l'emergenza sanitaria che interessa carceri sovraffollati, valutando le istanze dei detenuti che chiedono tutela del diritto alla salute".
Il paradosso è che sono stati proprio i mass media a far credere ai detenuti al 41bis di poter uscire grazie a alla circolare del Dap, difesa dal coordinamento nazionale magistrati di sorveglianza. Un indizio, forse senza volerlo, lo ha dato il Fatto Quotidiano con un articolo di ieri. Racconta di un boss recluso a Rebibbia che invita un parente a chiamare l'avvocato perché dalla tv ha saputo che ci sono novità sui domiciliari anche per i 41bis.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 30 aprile 2020
Si inventa una emergenza mafia (o terrorismo), che evidentemente non c'è, per mettere in piedi una offensiva feroce contro i detenuti e per ribaltare i poteri dentro la magistratura, rendendo onnipotente il Pm. Mi ricordo che quarant'anni fa, quando imperversava il terrorismo e la mafia uccideva tutti i giorni, la tentazione dello stato di emergenza fu forte.
Il ministro dell'Interno era Cossiga, e sui muri scrivevano il suo nome con le "esse" disegnate con il tratto gotico con il quale era disegnato il distintivo delle Esse Esse naziste. In realtà Cossiga si dimostrò poi un liberale. E le istituzioni fondamentali della democrazia si salvarono, anche se da quelle emergenze iniziarono a nascere tanti dei difetti che oggi scontiamo: gli anni di piombo sono gli anni nei quali la politica ha preso a delegare le sue competenze alla magistratura e a concedergli poteri sempre più vasti e inquisitori.
Oggi la politica e i giornali stanno provando a ricostruire quel clima. Ci fanno credere che viviamo in una drammatica emergenza criminalità e che occorrono misure straordinarie di difesa della sicurezza. Perciò intercettazioni a tappeto, trojan, fine della prescrizione, fine della legislazione premiale per i detenuti, fine dei permessi, allarme scarcerazione e da oggi anche sospensione dei poteri alla magistratura di sorveglianza.
La ragione di questa decisione, ovviamente incostituzionale, che è degna di un qualunque Paese totalitario? L'allarme generale. Non si sa bene allarme per che cosa, ma allarme. La criminalità comune è sempre più debole, i dati dicono che il numero dei delitti è in picchiata. Il terrorismo non esiste più e addirittura il nostro Paese è stato l'unico Paese europeo risparmiato dal terrorismo internazionale dei primi due decenni del duemila.
La mafia? Forse chi governa oggi è troppo giovane per sapere davvero cosa è stata la mafia. Hanno sentito dire, si sono riempiti il cervello con le grida della retorica. Hanno imparato a memoria le trombonate di Di Matteo, di don Ciotti, di Travaglio, di Bonafede. Nessuno di loro - neanche delle persone che ho citato - probabilmente ricorda di quando la mafia faceva la guerra allo Stato davvero, uccideva, falciava politici di destra, di sinistra e di centro, magistrati, giornalisti. Metteva le bombe. Realizzava le stragi.
In quegli anni, combattere la mafia seriamente, mettersi di traverso, provare a fermarla, era pericoloso sul serio. Molti ci hanno lasciato la pelle, anche molto i magistrati, Falcone, Borsellino, Chinnici, Costa, Terranova, Scopelliti, Livatino. Gente seria, coraggiosa davvero. Allora c'era l'emergenza mafia. Oggi qualcuno può dire in coscienza che il problema del Paese è l'attacco assassino dei mafiosi? No, il piombo non si vede, però l'idea è quella di concentrare la politica, e unirla, del far fronte contro l'attacco mafioso e terrorista.
E se provi a far notare che questo attacco non c'è e che le emergenze del Paese sono altre (lavoro, reddito, sviluppo, impresa, ritorno della giustizia, abbattimento della burocrazia, accoglienza dignitosa dei migranti...) viene additato come disfattista e amico dei mafiosi. E in questa risposta all'attacco che non c'è si fanno a pezzi principi essenziali dello Stato di diritto. La decisione dell'incontrastato ministro Bonafede di mettere fuorigioco i magistrati di sorveglianza (che sono gli unici che si sono impegnati in questi mesi per trovare rimedi al Covid) è gravissima sotto tutti i punti di vista. Ha due conseguenze drammatiche.
La prima è quella di rendere la politica carceraria del governo rosso-giallo (o rosso-bruno), la più spietata di sempre. Varrà la pena di ricordare un'altra volta che l'articolo del codice penale contestato oggi perché troppo umanitario fu scritto dai fascisti. Questo Governo, sul piano della politica carceraria ci tiene a mostrarsi più spietato del governo di Mussolini.
La seconda conseguenza è quella della ferita mortale allo Stato di diritto. In pratica si decide che una parte della magistratura giudicante viene sottoposta ai Pubblici ministeri. È una costruzione istituzionale che non si era mai vista, anche perché eccessivamente scombiccherata, in nessun Paese, né democratico né totalitario.
In questo modo si abbatte il principio dell'indipendenza della magistratura, e cioè un principio sempre considerato come sacro dalla stessa magistratura. Figuratevi, personalmente io non lo ritengo affatto un principio sacro: in moltissimi Paesi democratici la magistratura non è indipendente. In America, in Francia. Lì però è l'ufficio del Pubblico ministero che è subordinato al potere esecutivo. Mai e poi mai il giudice.
L'autonomia e l'indipendenza del giudice è connaturata a qualunque idea ragionevole di giudizio. Qui invece si inventa la teoria che il giudice è subalterno all'accusa. Per fortuna cominciano ad udirsi, seppur timide, alcune voci di dissenso. Nel Csm hanno preso posizione "leggermente" democratica sia Area (sinistra) che magistratura indipendente (a difesa dei giudici di sorveglianza accusati da Di Matteo di cedimento alla mafia. Però non se la sono presa con Di Matteo. Hanno messo nel mirino Gasparri. Difficile sperare che questi magistrati vengano allo scoperto per la difesa del diritto, se basta il nome di Di Matteo e l'ombra di Travaglio per terrorizzarli.
Il Fatto Quotidiano, 30 aprile 2020
Dopo giornate di scarcerazioni eccellenti - come quella del boss di camorra Zagaria - e l'intervento del ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, i magistrati di Sorveglianza in una lunga nota rispondono e replicano anche alla politica che ha espresso preoccupazione sulle liberazioni di detenuti al 41bis.
I giudici "non sono sottoposti a qualsivoglia pressione" e "continueranno ad avere come proprio riferimento null'altro che non sia la Costituzione e le leggi cui unicamente si sentono sottoposti". I magistrati dicono di sentirsi "colpiti da un ingiustificato attacco" che rischia di ledere "l'autonomia e l'indipendenza della loro giurisdizione", dopo le polemiche sulle scarcerazioni di condannati al 41bis.
Il Guardasigilli sta lavorando a un provvedimento che punta a contenere le scarcerazioni disposte dai magistrati per motivi di salute con un maggior coinvolgimento nelle decisioni della Direzione nazionale antimafia e delle Direzione distrettuali e la nomina di un ex pm antimafia come Roberto Tartaglia è stato un segnale politico chiaro.
Le toghe però parlano di una giurisdizione "esercitata nel pieno rispetto della normativa vigente, sostenendo che a rischio è anche "la serenità che quotidianamente deve assistere" i magistrati, "in particolare in un momento così drammatico per l'emergenza sanitaria che ha colpito anche il mondo penitenziario, le loro spesso difficili decisioni".
Il coordinamento nazionale dei Magistrati di sorveglianza "respinge con forza la campagna di sistematica delegittimazione, che in alcuni casi si è spinta fino al dileggio, proveniente da più parti, anche da autorevoli esponenti della Magistratura e delle Istituzioni, suscitata dalle scarcerazioni per motivi di salute" di alcuni condannati, al 41bis. Il riferimento sembra diretto al Nino Di Matteo, attuale consigliere del Csm, già pm antimafia e sotto scorta da anni per le minacce ricevute, che ha parlato di un "segnale tremendo".
"La Magistratura di sorveglianza è stata sempre consapevole della rilevanza degli interessi in gioco e del loro, quando possibile, bilanciamento ed ha sempre operato, nel pieno rispetto delle norme, in particolare dell'art. 27 della Costituzione che impone venga assicurata a qualunque detenuto, anche il più pericoloso, una detenzione mai contraria al senso di umanità, valutando - continua la nota - caso per caso previa interlocuzione, come avvenuto in questi casi, con tutte le Autorità coinvolte, che hanno il preciso dovere di rispondere nei tempi e nei modi processualmente congrui e nei contenuti adeguati".
In tal senso, prosegue il Coordinamento nazionale dei magistrati di Sorveglianza "occorre ribadire la necessità che l'interlocuzione con chi ha responsabilità di prevenzione e cura nei confronti delle persone detenute sia sempre pronta ed efficace e consenta alla Magistratura di sorveglianza di assumere decisioni basate su elementi aggiornati e completi circa diagnosi, prognosi e profilassi necessari per la tutela della salute".
Nel contesto "della grave emergenza sanitaria da Covid-19 non si può non apprezzare l'iniziativa dell'Amministrazione penitenziaria, in ottemperanza a norme primarie e regolamentari, di segnalare i casi sanitari critici alla Magistratura di sorveglianza che come di regola adotta tutte le sue decisioni in piena autonomia di giudizio". Anche se bisogna ricordare che nel caso del boss Zagaria al magistrato che chiedeva al Dap di indicare una struttura dove il detenuto potesse seguire le terapie prescritte il Dipartimento non ha mai risposto, obbligando la toga a liberarlo.
Il Conams ricorda "che le norme applicate nei casi in oggetto si rinvengono nel codice penale che, ben prima dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, all'art. 147 prevede la sospensione della pena qualora essa debba eseguirsi nei confronti di chi si trovi in stato di grave infermità fisica. Rammenta che ogni decisione, anche quella adottata d'urgenza, è destinata ad essere discussa nel pieno contraddittorio delle parti pubbliche e private ed è ricorribile nei successivi gradi di giudizio".
di Valentina Stella
Il Dubbio, 30 aprile 2020
La misura deve essere colma se la dottoressa Antonietta Fiorillo, Presidente del Coordinamento Nazionale Magistrati di Sorveglianza, insieme al collega Marcello Bortolato ha firmato un duro comunicato per respingere "con forza la campagna di sistematica delegittimazione" portata avanti anche da "autorevoli esponenti della Magistratura e delle Istituzioni" e suscitata dalle scarcerazioni per motivi di salute di alcuni condannati al 41bis.
"I magistrati di sorveglianza - si legge nella nota del Conams - si sentono colpiti da un ingiustificato attacco che rischia di ledere ad un tempo l'autonomia e l'indipendenza della loro giurisdizione, esercitata nel pieno rispetto della normativa vigente, e insieme la serenità che quotidianamente deve assistere, in particolare in un momento così drammatico per l'emergenza sanitaria che ha colpito anche il mondo penitenziario, le loro spesso difficili decisioni".
Dottoressa Fiorillo, scrivete che alcuni si sono spinti fino al dileggio nei vostri confronti...
Quello che chiediamo, come fatto anche in altre occasioni, è che si affronti il problema partendo dai dati reali: le norme applicate nei casi in oggetto si rinvengono nel codice penale che, ben prima dell'entrata in vigore della Costituzione repubblicana, all'art. 147 prevede la sospensione della pena qualora essa debba eseguirsi nei confronti di chi si trovi in stato di "grave infermità fisica". Questo può piacere o non piacere ma è la scelta di politica giudiziaria che ha fatto il Legislatore molti anni fa. I magistrati che si occupano dell'esecuzione della pena sono chiamati ad applicare questa legge in scienza e coscienza e a motivare le loro decisioni. Poi esistono dei rimedi tecnici da applicare alle decisioni prese, come le impugnazioni, che spettano agli organi competenti, come la Procura.
Un riferimento importante nel comunicato è all'articolo 27 della Costituzione...
Noi ci muoviamo nel solco della Carta Costituzionale che ha guidato il legislatore nell'emanare una legge sull'ordinamento penitenziario. Le nostre interpretazioni delle norme si muovono nell'ambito dei paletti posti dalla Costituzione e dalle sentenze della Consulta. La Magistratura di sorveglianza è stata sempre consapevole della rilevanza degli interessi in gioco e del loro, quando possibile, bilanciamento ed ha sempre operato, nel pieno rispetto delle norme, in particolare dell'art. 27 della Costituzione che impone venga assicurata a qualunque detenuto, anche il più pericoloso, una detenzione mai contraria al senso di umanità, valutando caso per caso previa interlocuzione, come avvenuto in questi casi, con tutte le Autorità coinvolte, che hanno il preciso dovere di rispondere nei tempi e nei modi processualmente congrui e nei contenuti adeguati. Noi non applichiamo le nostre idee. Una legge una volta emanata deve essere applicata, secondo le corrette regole di interpretazioni. Le norme prevedono la tutela del diritto alla salute come diritto primario anche per le persone detenute condannate per reati di grave allarme sociale, valutando altresì l'attualità della pericolosità del soggetto attraverso il compendio di informazioni che la magistratura di sorveglianza richiede.
Dopo giorni di polemica avete deciso di scrivere la nota soprattutto per parlare a chi non conosce i meccanismi...
Il nostro obiettivo è che chi non ha le conoscenze specifiche capisca il giusto inquadramento del problema. In una fase così delicata del Paese in generale, alle persone vanno forniti i dati che ognuno poi può valutare liberamente. La nostra attenzione verso la situazione sanitaria degli istituti di pena in questo periodo di emergenza sanitaria va inquadrata in una attenzione generale verso tutto il mondo penitenziario: detenuti, agenti di polizia penitenziaria e tutti gli operatori che entrano e escono dal carcere. Ci interessiamo anche della salute della collettività: se si diffondesse l'epidemia all'interno delle mura carcerarie ciò potrebbe portare alla diffusione del virus fuori, un problema per tutta la collettività.
Concludete il comunicato scrivendo che i magistrati di sorveglianza non sono sottoposti a qualsivoglia pressione e continuerete a lavorare come sempre fatto...
Il problema non è solo della magistratura di sorveglianza. Il giudice è una persona che deve sentirsi libero di poter garantire un giudizio terzo ed imparziale al cittadino, e applicare in scienza e coscienza ciò che è scritto nelle norme.
di Antonio Lamorte
Il Riformista, 30 aprile 2020
Si aggrava la situazione nelle carceri italiane. Già allo stremo per via dell'emergenza sovraffollamento, negli istituti penitenziari la situazione è sempre più problematica a causa del Covid-19. Sarebbero infatti oltre 150 i detenuti risultati positivi al coronavirus nelle strutture del Paese. A lanciare l'allarme Gennarino De Fazio, segretario nazionale dalla Uil-Pa, l'organizzazione sindacale della polizia penitenziaria.
"Mentre nel Paese la curva dei nuovi affetti da Covid-19 pare, fortunatamente, scemare con una certa costanza - ha dichiarato De Fazio - nelle carceri i contagi sembrano salire vertiginosamente. Mentre il Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria continua a non rispondere a nostre richieste d'informazione, facendo sospettare che non abbia interesse alla trasparenza dei dati, dal bollettino di ieri del Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale apprendiamo che sarebbero ben oltre 150 i detenuti attualmente positivi nei vari istituti penitenziari, senza sapere peraltro quanti di loro siano stati sottoposti a tampone; se si considera che erano 37 i positivi alla data del 6 aprile, la crescita sembra vertiginosa".
Nelle prime settimane di emergenza coronavirus la questione delle carceri era esplosa in tutta la sua drammaticità. Proteste e rivolte, anche violente, erano scoppiate negli istituti di tutto il Paese dopo la sospensione dei colloqui con i familiari. Gli scontri avevano portato alla morte di 13 detenuti. Appelli, sull'emergenza carceri, erano stati lanciati da più parti: dal Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, da Papa Francesco, dall'Unione delle Camere Penali, dalla Cassazione, da ong e associazioni. Ma negli ultimi giorni centrale, cavalcato dall'indignazione e dalla propaganda politica, è diventato il tema della scarcerazione dei boss.
De Fazio coglie anche questo aspetto nella sua nota: "Mentre l'attenzione mediatica viene catalizzata dalle scarcerazioni di detenuti al 41bis, rischia di passare inosservato il preoccupante trend di crescita dei contagi in carcere, pure a dispetto della diminuzione dei ristretti, passati da 56.476 del 6 aprile a 54.168 registrati alla data di ieri; insomma: 2.308 detenuti in meno, ma ben oltre 113 positivi in più. Non conosciamo, peraltro, con precisione il numero dei contagiati fra gli operatori - continua De Fazio - attesa la reiterata reticenza del Dap, ma stimiamo che potrebbero essere almeno 300 quelli attualmente positivi. Per questo continuiamo a pensare che sia indispensabile una svolta nella gestione dell'emergenza sanitaria, così come una radicale rifondazione del sistema penitenziario".
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