di Antonella Mascali
Il Fatto Quotidiano, 1 maggio 2020
Il magistrato ieri sera ha salutato i suoi collaboratori dicendo che sarebbe andato a Potenza sua città d'origine, dove era pubblico ministero prima dell'incarico al Dap. In molti consideravano disastrosa la sua gestione. Francesco Basentini si è dimesso. Il capo del Dap, Dipartimento affari penitenziari ha lasciato l'incarico ieri sera, anche se fino a tarda sera in via Arenula, sede del ministero della Giustizia, non era ancora arrivata una lettera formale. Basentini, però, aveva salutato i suoi collaboratori dicendo che sarebbe andato a Potenza sua città d'origine, dove era pubblico ministero prima dell'incarico al Dap, e che non sarebbe più tornato nel suo ufficio.
cronachedellacampania.it, 1 maggio 2020
"Siamo riusciti a ottenere oggi le dimissioni del direttore del Dap". Lo afferma in un video postato ieri sera su Facebook il senatore della Lega Stefano Candiani, ricordando la vicenda delle scarcerazioni dei boss mafiosi. Il video è pubblicato sul sito di un sindacato della polizia penitenziaria, che riportandolo dà con il condizionale la notizia delle dimissioni di Francesco Basentini.
nuovasocieta.it, 1 maggio 2020
Da ieri sera si rincorrono indiscrezioni circa le dimissioni del Capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Francesco Basentini. Anche nostre autorevoli fonti confermano la notizia, che a questo punto riteniamo ufficiale.
di Simona Musco
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Il Dap risponde presente al Consiglio nazionale forense. E con una nota, a firma del capo dipartimento Francesco Basentini, accoglie la richiesta dell'avvocatura di stabilire delle linee guida sull'organizzazione dei colloqui a distanza tra difensore e detenuto nel periodo di emergenza sanitaria, per mantenere salda la tutela del diritto alla difesa anche in un periodo come quello attuale, in cui l'emergenza ha reso più complicata l'amministrazione della giustizia. Una richiesta giunta al Dap attraverso una delibera datata 20 aprile scorso e recepita in toto dal Dap, che ha fatto proprie le richieste del Consiglio nazionale forense.
di Giovanni M. Jacobazzi
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Il magistrato anticamorra in pole per l'amministrazione penitenziaria. Salgono le quotazioni di Catello Maresca come prossimo numero uno del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. La poltrona di Francesco Basentini, finito nell'occhio del ciclone per la vicenda delle scarcerazioni di alcuni boss detenuti in regime di 41bis, pare essere sempre più in discussione alla luce delle recenti decisioni del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
di Valentina Stella
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Intervista a Franco Coppi, giurista e avvocato. In un periodo così delicato per l'amministrazione della giustizia, in cui i principi fondamentali dell'ordinamento vengono messi in discussione, l'analisi del professore e avvocato Franco Coppi è una utile bussola che ci aiuta ad orientarci nella giusta direzione.
In questi giorni hanno suscitato molte polemiche le scarcerazioni di alcuni boss mafiosi per motivi di salute. Secondo alcuni magistrati lo Stato si è indebolito. Qual è il suo punto di vista?
Se non sbaglio tutti questi personaggi vengono "scarcerati" per motivi di salute. Non è che ad un certo momento vengono mandati a spasso perché le carceri sono piene o lo Stato cede al ricatto di qualcuno. Sono persone le cui condizioni sono incompatibili con il regime carcerario. Il nostro ordinamento è pieno di disposizioni che stabiliscono che se una persona si trova in uno stato di salute tale da renderla incompatibile con la reclusione in carcere viene sospesa l'esecuzione della pena o si concedono i domiciliari. La regola è questa, anche se si tratta di un boss mafioso, e la forza dello Stato sta proprio nel rispettare le regole, piacciano o non piacciano.
Sul fronte politico quasi tutti sono contro queste concessioni di misure alternative a carcere. Matteo Renzi ha detto: "Io sono un garantista convinto. Ma essere garantisti non significa scarcerare i super-boss"...
Se il boss si trova in una situazione di salute tale per cui non risulta più curabile in carcere, trattenerlo lì dentro significa trasformare la pena in un trattamento disumano che l'articolo 27 della Costituzione vuole sia bandito dal nostro sistema.
Si può essere garantisti con il "ma" davanti?
O si è garantista o non lo si è: non esiste il garantista a metà soprattutto rispetto a delle situazioni che sono puntualmente previste dall'ordinamento e che devono portare a certe determinate soluzioni.
Queste affermazioni vanno ad alimentare quel populismo penale per cui i mafiosi sono dei sanguinari (non sapendo ad esempio che Pasquale Zagaria non si è mai macchiato di reati di sangue) che non hanno più diritti e per cui dobbiamo buttare la chiave. Come rispondere?
Espressioni come "buttare la chiave" o "deve marcire in carcere" non dovrebbero far parte del vocabolario di uno Stato forte che amministra la giustizia con equilibrio. Il vecchio Beccaria avvertiva e ammoniva che mai una persona può essere trasformata in cosa. I diritti fondamentali sono riconosciuti dall'ordinamento penitenziario a tutti i detenuti, anche ai responsabili di reati di mafia. In questo a mio avviso c'è la dimostrazione della forza dello Stato.
In questi giorni si discute molto anche del processo da remoto. Il decreto legge presentato due giorni fa ha scongiurato il peggio. Secondo lei, come originariamente concepito, avrebbe offerto un buon servizio ai cittadini e alla macchina della giustizia?
Ritengo di no. In passato è stato compiuto uno sforzo per dare al Paese un processo tutto fondato sull'oralità, sull'immediatezza del contatto tra le parti e sulla cross examination, mentre il processo da remoto, così come concepito inizialmente, contraddiceva tutte queste caratteristiche che il processo penale dovrebbe avere. Aggiungo che mi sarebbe parso di difficile praticabilità un processo di quel genere quando ci si trova di fronte ad un procedimento con una pluralità di imputati, con decine di testimoni. Non dobbiamo dimenticare che in ogni grosso tribunale - pensiamo a Roma o Milano - si celebrano decine di processi al giorno. Si figuri l'organizzazione che sarebbe necessaria per mettere in atto qualcosa del genere.
Per come era immaginato, il processo da remoto non avrebbe permesso la pubblicità dell'udienza e la presenza della stampa. Su questo punto cosa pensa?
La pubblicità dell'udienza è un fatto che viene spesso sottovalutato. Ma rappresenta il controllo della collettività su come si amministra la giustizia, è partecipazione ad essa, quindi è un dato che non può essere sottovalutato.
In questo momento che ministro della Giustizia vorrebbe?
Mi piacerebbe avere un ministro della Giustizia capace di valutare i risultati conseguiti con il cosiddetto nuovo codice di procedura penale e che sappia prendere atto anche dei suoi fallimenti disastrosi, per poi avere il coraggio di riesaminare la situazione, eventualmente rivalutando qualche cosa del passato. Non è detto che tutto quello che è passato sia cattiva merce.
A cosa si riferisce?
Questa idea della prova che si deve formare nel contraddittorio delle parti, per cui tutto quello che è stato raccolto in fase istruttoria non deve essere messo a disposizione del giudice prima del dibattimento perché si teme che l'organo giudicante possa formarsi un pregiudizio, ha fatto sì che processi che con il vecchio codice si potevano concludere in due/tre udienze, oggi vengono trattati in venti/ trenta udienze, con distacchi temporali incredibili tra l'una e l'altra. Ciò arreca uno svantaggio enorme, ad esempio, al principio dell'oralità e della formazione del giudizio aderente agli atti processuali. Ecco, questo sarebbe proprio il momento in cui ci si dovrebbe mettere attorno a un tavolo per esaminare freddamente e lucidamente qual è lo stato dell'arte.
di Errico Novi
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Il presidente emerito della Consulta: "Sui domiciliari la Dna avrà un peso enorme" Intanto il Dap risponde al Cnf: ecco le nuove regole sui colloqui detenuto-difensore. "Mi ero illuso che la tragedia del Covid potesse almeno lasciar emergere il conflitto tra fine rieducativo della pena e detenzione inframuraria. Invece", dice il presidente emerito della Consulta Giovanni Maria Flick, "il decreto che impone ai giudici di sorveglianza di chiedere il parere della Dna prima di concedere i domiciliari per motivi di salute ai detenuti in regime di 41bis va in direzione opposta".
"Mi ero illuso. Avevo visto nella tragedia dell'epidemia un futuro spiraglio di luce almeno per i diritti dei detenuti. Ero convinto che l'impressione di condannati costretti a vivere in promiscuità persino in pieno allarme coronavirus avrebbe dimostrato quanto la detenzione inframuraria sia inadeguata al recupero del condannato. Invece dal decreto di Bonafede in arrivo in Gazzetta ufficiale riconosco addirittura un peggioramento del clima. E assisto alla scena desolante di una Corte costituzionale entrata nelle carceri dalla porta mentre era proprio la Costituzione a uscire, per la finestra, dal sistema penitenziario".
Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Consulta, considera le norme volute da Bonafede - che obbligheranno il giudice di sorveglianza ad attendere per 15 giorni il parere del procuratore nazionale antimafia prima di concedere i domiciliari ai detenuti in regime di 41bis gravemente malati - meno devastanti di quanto temuto: "Si era vociferato, nei giorni scorsi, di un parere della Dna qualificato come vincolante. Non è così. Eppure le nuove norme sui domiciliari segnalano il precipitare del clima. Vale a dire una parabola opposta al mio auspicio di vedere più umanità nell'esecuzione penale proprio in virtù del coronavirus. Con l'ingresso del procuratore nazionale Antimafia sulla scena, le decisioni sui domiciliari rischiano di lasciare in un angolo il diritto alla salute e imporre ancora una volta una visione carcerocentrica".
La tragedia del Covid avrebbe dovuto almeno scongiurare altri casi come quello di Provenzano. E invece entra in vigore un decreto che va in direzione opposta...
Alla vigilia delle sentenze, della Cedu prima e della nostra Cote costituzionale poi, sulla compatibilità fra benefici e reati ostativi, avevamo assistito allo stesso fuoco di fila. Siamo sempre in quella scia, su un filo sottilissimo che vede compromesso ora non solo il fine rieducativo della pena ma anche l'articolo 32 della Costituzione: la salute come diritto dell'individuo da tutelare sopra ogni cosa. A sconcertare è che lo sbilanciamento non è opera solo dell'opinione pubblica mediatico- politica: a lasciare perplessi sono le valutazioni che provengono da alcuni magistrati. Da chi è preparato e ben conosce la Costituzione.
Il decreto di Bonafede sui domiciliari per chi è al 41bis cancella i diritti dell'individuo?
Nella sua forma è un provvedimento meno pesante del previsto. Va apprezzato il ridimensionamento delle ipotesi iniziali, secondo cui il parere del procuratore nazionale Antimafia avrebbe dovuto diventare vincolante per i giudici di sorveglianza. Ma intanto, proprio a questi ultimi sento di dover esprimere la mia solidarietà: comprendo la loro sensazione di essere commissariati, e implicitamente accusati di lassismo.
Saranno meno liberi di decidere, vista la delegittimazione?
Ripeto: il problema è il clima generale. Bonafede ha opportunamente ribadito che il legislatore non può intromettersi nell'autonoma valutazione del giudice. Ma l'aria attorno ai magistrati di sorveglianza si è fatta ancora più pesante. Confido che avranno la forza di restare autonomi, nonostante tutto. Certo non è molto convincente vedere attribuita, a un magistrato che impersona l'accusa, la competenza sui domiciliari per gravi motivi di salute.
Come si è arrivati a una simile distorsione sul peso della Dna?
Temo che abbia contribuito una consapevolezza non sufficientemente chiara delle diverse forme di detenzione domiciliare. Un conto è scontare la pena a casa come misura alternativa, dunque funzionale al trattamento del condannato, al recupero della sua personalità e identità. Di tutt'altra natura è l'istituto dei domiciliari come soluzione surrogatoria del differimento pena. Il punto è che tale seconda concezione dei domiciliari è stata contaminata da quella particolare accezione richiamata anche dal decreto 18, il "Cura Italia": vale dire la misura alternativa della detenzione domiciliare concessa non solo in chiave trattamentale ma anche secondo una logica deflattiva.
Una parte dell'opinione pubblica ha creduto che anche i detenuti al 41bis avessero ottenuto i domiciliari per via di uno svuota-carceri?
Si è certamente generata confusione. Eppure, senza entrare nel merito degli specifici casi che hanno suscitato scalpore, i giudici di sorveglianza hanno concesso la detenzione domiciliare ad alcuni detenuti al 41bis come forma sostitutiva surrogatoria del differimento pena per gravi motivi di salute. Un istituto che bilancia da una parte la necessità di interrompere la detenzione inframuraria di fronte a condizioni incompatibili col carcere, e dall'altra le esigenze di sicurezza sociale. Negli ultimi casi, sull'incompatibilità con la permanenza in carcere hanno pesato anche i rischi di contrarre il coronavirus considerata l'età anagrafica. Ora è stata introdotta una modifica in apparenza non sconvolgente, ma che comporta di fatto un ulteriore pesante sacrificio per il diritto alla salute.
Perché si tratta di un sacrificio pesante?
Finora la valutazione del giudice di sorveglianza su casi simili era chiaramente regolata. La concessione dei domiciliari come rimedio sostitutivo del differimento pena è obbligatoria per i detenuti al 41bis malati terminali: venne introdotta in relazione ai casi di Aids. Se il recluso affetto da gravissime patologie non risponde più alle cure, va scarcerato. La concessione dei domiciliari diventa facoltativa se non c'è una fase terminale ma il detenuto al 41bis è comunque in condizioni molto gravi: in questo caso il giudice di sorveglianza non può adottare il provvedimento, oppure lo revoca, di fronte a un concreto pericolo di reiterazione del reato. Cosa cambia con il decreto Bonafede? Che il magistrato titolare della decisione, prima di concedere i domiciliari a un recluso al 41bis gravemente malato, è obbligato a chiedere il parere del procuratore nazionale Antimafia. Ed è evidente come tale circostanza faccia precipitare il piatto della bilancia tutto dalla parte delle esigenze di sicurezza sociale. È come se ci fosse una chiara scelta di considerare il diritto alla salute nettamente subordinato a tali esigenze. Anche in virtù di un ulteriore sottile scarto interpretativo.
A cosa si riferisce?
Al fatto che secondo alcuni magistrati la concessione dei domiciliari per gravi motivi di salute va considerata solo in relazione alle cure che il detenuto al 41bis potrebbe ricevere al di fuori della struttura penitenziaria: se in astratto non sarebbero più efficaci, secondo tale ottica non c'è motivo di portare il recluso fuori dalla galera. Secondo un'altra direzione giurisprudenziale, invece, innanzitutto secondo la Corte europea dei Diritti dell'uomo, chi è al 41bis in buono stato di salute sconta una pena meno afflittiva di chi, in quel regime detentivo, si trova da malato grave. La consapevolezza di essere in carcere aggrava la pena, dunque la sofferenza, di una persona che già sta male. Ecco, con l'ultima soluzione normativa trovata, con l'enorme peso attribuito di fatto al parere della Dna, avremo forse procuratori Antimafia che entreranno nel merito delle cartelle cliniche e suggeriranno al giudice di non concedere i domiciliari, perché in fondo quella patologia non sarebbe curata meglio fuori che dietro le sbarre. Non solo, perché la norma è abbastanza ambigua da non poter escludere che qualcuno possa ritenere obbligatorio il parere della Dna persino per i detenuti in stato terminale, per i quali i domiciliari sarebbero obbligatori. Ma è così che diventa tristemente rovesciato l'esempio del viaggio nelle carceri compiuto dalla Corte costituzionale. Il giudice delle leggi era entrato negli istituti di pena dalla porta, ma così è proprio la Costituzione che esce dalla finestra del nostro sistema penitenziario.
di Piero Sansonetti
Il Riformista, 1 maggio 2020
Il Pd si allinea perfettamente ai 5 Stelle sulle carceri. Ieri ha diffuso una nota congiunta dei suoi tre massimi esponenti, nel campo della giustizia, nella quale china la testa in modo plateale alla prepotenza degli alleati. Sia per quel che riguarda il decreto che delegittima i giudici di sorveglianza, ponendoli sotto la supervisione della Procura antimafia e dei Pm, sia per la nomina del nuovo vice del Dap, scelto da Bonafede e Morra (cioè dai due leader dei Cinque stelle in tema di giustizia), e allievo prediletto dell'ex Pm Di Matteo.
di David Allegranti
Il Foglio, 1 maggio 2020
"Ora che la situazione nelle carceri è migliorata, si ragioni sul vertice del dipartimento", dice Verini, responsabile Giustizia Pd. Il Pd molla Francesco Basentini, capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) e ne auspica le dimissioni: "All'inizio della crisi non abbiamo chiesto le dimissioni del vertice del Dap, come altri hanno fatto, per evitare di restare senza guida in un momento così complicato per le carceri", premette al Foglio Walter Verini, responsabile Giustizia del Pd.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 1 maggio 2020
Mentre la società libera si appresta a subire primi piccoli rallentamenti della restrizione, la "Fase due" per le carceri italiane appare sempre più problematica. A partire dal discorso dei contagi da Covid 19. C'è il sindacato Uil della polizia penitenziaria che ha sottolineato come i casi nelle carceri siano più che quadruplicati in 22 giorni.










