Il Dubbio, 3 maggio 2020
"Esprimiamo stupore e allarme per la scomposta reazione dei vertici della magistratura associata di fronte alla prudente volontà del Parlamento italiano di sostanzialmente revocare le norme introduttive del cosiddetto processo penale da remoto".
I penalisti rispondono a stretto giro alla dura nota dell'Anm contro le nuove norme sul processo a distanza volute dall'Esecutivo. Se i giudici hanno criticato la scelta di rimettere alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale e dicono no all'udienza civile da remoto necessariamente celebrata in ufficio, penalisti hanno risposto con toni altrettanto netti.
"Esprimiamo stupore e allarme per la scomposta reazione dei vertici della magistratura associata di fronte alla prudente volontà del Parlamento italiano di sostanzialmente revocare le norme introduttive del cosiddetto processo penale da remoto". Lo sottolinea in una nota la giunta dell'Unione delle camere penali (Ucpi), in merito alla posizione dell'Anm, che secondo i penalisti "disvela e conferma l'investimento politico che la dirigenza della magistratura associata aveva affidato a questo sconclusionato ed avventuristico progetto di celebrazione di processi su piattaforme commerciali di conversazione tra persone, e cioè una insperata accelerazione verso la burocratizzazione autoritaria del processo penale mediante la riduzione a icona del diritto di difesa dei cittadini".
"Non appaiono innanzitutto credibili le indignate censure sulle tecniche legislative adottate - sottolineano i penalisti - da parte di chi aveva invece salutato con giubilo e senza battere ciglio l'introduzione di una radicale sovversione dei principi fondativi e secolari del processo penale mediante un improvvisato emendamento a un decreto-legge in sede di sua conversione, scritto per di più sotto la dettatura di un dirigente ministeriale dei servizi informatici: un grave errore a cui ora si è posto responsabilmente rimedio".
"Piuttosto, colpisce la siderale distanza di questi toni, di queste aspettative deluse e di questi aggressivi proclami rispetto al comune sentire della stragrande maggioranza della magistratura italiana, con la quale i penalisti da oltre due mesi stanno costruttivamente confrontandosi nelle concrete realtà dei vari uffici giudiziari, per organizzare prima la contrazione e ora la graduale ripresa del comune ed inderogabile dovere di esercitare la giurisdizione, mediante il ritorno nelle aule di giustizia e non certo sullo schermo dei rispettivi computer".
Le camere penali replicano anche alla presa di posizione di Area, la corrente delle toghe progressiste, assicurando di "condividere la richiesta al Governo perché fornisca tutto ciò che è necessario ed indispensabile per un ritorno in sicurezza sanitaria nelle aule di giustizia, ma respingono con sdegno i minacciosi riferimenti a non si sa bene quali responsabilità che, secondo il direttivo di Area, ci assumeremmo non acconsentendo a questo scempio del diritto e dei diritti che è il videogame del processo penale. La sola responsabilità che noi avvertiamo - sottolineano i penalisti - è quella di rimuovere quanto prima la paralisi della giurisdizione, non già facendone la parodia telematica ma riaprendo le aule".
ncr-iran.org, 3 maggio 2020
Rapporti ottenuti dall'Organizzazione del Mojahedin del Popolo Iraniano indicano che, a causa della diffusione del coronavirus e dell'inazione e della censura da parte del regime, la situazione nelle carceri iraniane è diventata molto grave. Gli effetti della diffusione del Covid-19 sono terribili. La maggior parte dei prigionieri nel Reparto 4 della prigione di Evin è stata infettata dal coronavirus e soffre di tosse secca, febbre, brividi e diarrea.
Dall'inizio dell'epidemia di coronavirus in Iran, il regime dei mullah, al fine di evitare una rivolta popolare, è ricorso a un insabbiamento criminale e all'inazione. Il regime ha cercato di minimizzare la crisi. La gente non è stata allertata e il periodo di quarantena è iniziato molto tardi e non è stato accompagnato dal sostegno finanziario alla popolazione da parte del governo. Pertanto, il popolo iraniano è stato devastato dalla povertà e dalla fame.
Temendo che un esercito di persone affamate si sollevasse, il regime ha costretto la gente a tornare al lavoro, accettando il rischio che ci sarebbero state più vittime e la possibile indignazione sociale. La situazione nelle carceri iraniane era più deplorevole. Invece di rilasciare prigionieri o migliorare le strutture igieniche, il regime ha ulteriormente aumentato le misure oppressive e negato ai detenuti l'accesso alle cure mediche.
Il sistematico insabbiamento e le misure oppressive da parte del regime hanno provocato decine di ribellioni di detenuti che giustamente chiedono di essere rilasciati. Tuttavia, il regime ha risposto con proiettili. Decine di detenuti sono stati uccisi. Mostafa Salimi e due rei minorenni, Shayan Saeedpor e Danial Zeinolabedini, sono stati uccisi, i primi due per impiccagione e il terzo sotto tortura, per avere partecipato alle rivolte. I disordini nelle prigioni in varie città del Paese hanno indebolito le argomentazioni del regime e indicato che le sue affermazioni erano ingannevoli e che i prigionieri, in particolare i prigionieri politici, sono ancora rinchiusi in condizioni estremamente pericolose.
Sebbene la destabilizzazione del controllo delle carceri da parte del regime dimostri la profondità della sua instabilità e della sua disperazione nel controllo dell'esplosiva società dell'Iran, che si trova in una prigione di fatto più grande, la decisione criminale del regime di non rilasciare i prigionieri non dovrebbe essere ignorata.
Il regime iraniano, attraverso i suoi lobbisti e apologeti, ha cercato di usare il coronavirus come una leva della pressione sulla comunità internazionale per revocare le sanzioni. Il regime cerca di descrivere le sanzioni degli Stati Uniti, che hanno in effetti paralizzato la sua macchina del bellicismo e il suo finanziamento del terrorismo, come motivo dell'elevato tasso di mortalità del coronavirus in Iran.
Il modo in cui i mullah gestiscono la situazione nelle carceri e il loro approccio nei confronti dei detenuti bastano a rendere evidente quanto sia falsa tale affermazione. Pertanto, è dovere della comunità internazionale non soccombere al ricatto del regime e intervenire immediatamente per evitare una catastrofe umanitaria nelle carceri iraniane.
La signora Maryam Rajavi, presidente-eletto del Consiglio Nazionale della Resistenza Iraniana (Cnri), ha espresso sgomento per l'inazione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite sullo stato eclatante dei prigionieri in Iran. Ha detto: "I prigionieri politici di Evin e di altre carceri hanno contratto il coronavirus, ma il regime non li sta rilasciando, né mettendo in quarantena, né curando". Questa è morte per logoramento.
Allo stesso tempo, il regime sta effettuando una serie di impiccagioni anche nel mese di Ramadan per intimidire e terrorizzare il popolo, comprese le impiccagioni di oggi nelle carceri di Urmia e Sanandaj. La signora Rajavi ha nuovamente esortato la comunità internazionale, in particolare il Consiglio di Sicurezza, ad agire per fermare le esecuzioni e garantire la liberazione di prigionieri, in particolare dei prigionieri politici. Ha aggiunto: "Il silenzio nei confronti delle atrocità perpetrate nelle carceri dal regime clericale equivale a ignorare i principi umanitari che l'umanità ha offerto a milioni di vittime".
adnkronos.com, 3 maggio 2020
I detenuti italiani sono in assoluto i maggiori consumatori di libri, superando di gran lunga la media nazionale. È quanto emerge da una ricerca svolta dall'agenzia di comunicazione di Klaus Davi realizzata su un campione di 285 ex detenuti che hanno lasciato il carcere negli ultimi dodici mesi e che verrà presentata a luglio nel comune di San Luca (Reggio Calabria), dove Klaus Davi è consigliere comunale. Il campione comprende carcerate e carcerati provenienti dai penitenziari di Milano (Opera e San Vittore), Reggio Calabria, Vibo Valentia, Catanzaro, Napoli, Firenze, Palermo, Bologna, Genova, Pisa, Padova.
Secondo la ricerca di mercato, un detenuto legge in media fino a 15 libri l'anno, ma ci sono anche dei detenuti modello che arrivano alla cifra record di 25 libri divorati in 12 mesi. Per leggere attingono prevalentemente dalle biblioteche del carcere (alcune - come a Padova e Bologna - dotate di veri e propri 'servizi bibliotecari'), ma anche da libri che vengono spediti da parenti e amici. Non mancano i volumi ricavati dal web e stampati con l'ausilio del personale carcerario e degli assistenti sociali.
In testa c'è la saggistica con il 13% (con forte prevalenza di libri dedicati alla politica e al diritto), segue la narrativa (9%), testi universitari (7%). Apprezzata anche altro tipo di lettura, con i libri dedicati alla cucina (12%) che vanno per la maggiore, seguita dal giardinaggio (8%) e dai viaggi (5%). Nella narrativa va forte il genere fantasy (14%) mentre chi ama la saggistica non disdegna i volumi di storia (15%) e di politica (11%).
Fra i libri più letti spicca la biografia di Mao curata da Gennaro Sangiuliano dal titolo 'Il Nuovo Mao' (13%), 'Basta' di Lilly Gruber (12%), 'Il Nome della Rosa' di Umberto Eco (11%), 'Diritto Costituzionale' di Giuseppe De Vergottini (9%).
Molto letti sono anche le 'Memorie della Casa dei Morti' Fëdor Dostoevskij (5%) e 'Le Mie Prigioni' di Silvio Pellico (3%). Molto citati anche quelli di Nicola Gratteri e Alfonso Nicaso (8%). Le detenute e i detenuti italiani sono anche forti consumatori di televisione con una media di 5 ore al giorno. Tra i personaggi più amati spiccano Barbara D'Urso, che ai detenuti dedica sempre molta attenzione nei suoi programmi (15%).
Non potevano mancare Roberta Petrelluzzi di 'Un Giorno in Pretura' (13%) e Federica Sciarelli con 'Chi l'ha visto?' (11%). Molto seguito anche Gianluigi Nuzzi con 'Quarto grado' (10%). Tra le trasmissioni informative spiccano 'Report' (17%) e 'Le Iene' (14%). Fra i talk più strettamente politici domina 'Porta a Porta' di Bruno Vespa (15%) che batte di poco 'Di Martedì' di Giovanni Floris (13%).
Tra le trasmissioni sportive la più seguita, soprattutto dal campione maschile, è la 'Domenica Sportiva' condotta da Paola Ferrari seguita da 'Tiki Taka' condotta da Pierluigi Pardo. Più contenuto il consumo di internet visto che in carcere è spesso sottoposto a restrizioni. I detenuti sono anche forti consumatori di quotidiani con una media di un giornale al giorno letto. Molti istituti penitenziari offrono l'opportunità di abbonarsi anche a quotidiani locali.
di Marina Poci
senzacolonnenews.it, 3 maggio 2020
La situazione nell'istituto di pena di Brindisi non ci preoccupa. Confermo che ci sono 11 detenuti e 4 agenti penitenziari che, venuti in contatto con un soggetto risultato positivo al coronavirus, sono stati isolati, gli uni in un'ala apposita del carcere e gli altri presso il loro domicilio. Nessuno di loro al momento presenta sintomi. Due degli agenti, residenti in provincia di Lecce, sono già stati sottoposti a tampone e risultano negativi. Gli altri due saranno sottoposti al test nella giornata del 30 aprile. Tutto è sotto controllo".
Esordisce con poche, semplici e chiare parole, la dottoressa Anna Maria Dello Preite, direttrice della casa circondariale di Brindisi: è un messaggio che libera il campo da equivoci e da eventuali speculazioni e che tranquillizza non soltanto popolazione carceraria ed agenti di polizia penitenziaria, ma anche le loro famiglie e i soggetti che per i più svariati motivi hanno accesso all'istituto, i politici che hanno mostrato interesse per la vicenda, i magistrati, gli avvocati e l'opinione pubblica tutta.
La procedura di isolamento è iniziata quando, nel pomeriggio di venerdì 24 aprile, la direzione del carcere è venuta a conoscenza del fatto che un operaio dell'impresa che distribuisce il vitto all'interno dell'istituto è risultato positivo al Covid-19.
Immediatamente sono state attuate, di concerto con il medico competente, tutte le misure idonee a scongiurare la diffusione del contagio, identificando i contatti stretti e ponendoli in quarantena. I detenuti coinvolti (si tratta di persone facenti parte della commissione del controllo vitto, che lavorano in cucina e si occupano della distribuzione dei pasti all'interno delle sezioni) hanno avuto circa 10 giorni addietro contatti diretti con l'operatore positivo e, allo stato, risultano asintomatici. Tuttavia, tutti e 11 nella giornata del 28 aprile sono stati sottoposti a tampone e, in attesa dell'esito che dovrebbe arrivare a breve, sono stati individuati i detenuti che li sostituiranno nelle attività lavorative in cui erano impegnati.
Benché fosse rientrata a casa da poco, immediatamente dopo essere stata informata che una persona positiva al Covid-19 era stata in carcere, la direttrice Dello Preite è tornata in istituto per incontrare sia le persone che stavano per essere isolate, sia il resto della popolazione carceraria e rassicurare personalmente che non c'è ragione di allarmarsi.
Considerato che per tutti coloro che entrano in carcere è quotidianamente verificata la temperatura corporea tramite termo-scanner, si presume che l'operatore dell'impresa incaricata del vitto, poiché ha superato il triage, fosse asintomatico nel momento in cui ha effettuato l'accesso in istituto...
Sì, è così. Come tutti gli uffici pubblici, ci siamo attrezzati per la misurazione della temperatura. Ogni mattina tutti noi dipendenti, me compresa, all'arrivo in istituto non timbriamo il cartellino se non viene accertato che la nostra temperatura sia inferiore ai 37,5°. Oltre a ciò, ogni giorno siamo obbligati a sottoscrivere una autocertificazione nella quale ognuno di noi attesta di non essere venuto in contatto con situazioni potenzialmente a rischio. Posso assicurare che tutte le procedure anti-contagio si svolgono nel rispetto delle prescrizioni e nulla viene lasciato al caso.
Nella situazione di emergenza sanitaria che stiamo vivendo, chi può entrare in istituto?
Devo dire che, da quando è esploso il virus, gli ingressi di soggetti estranei all'organizzazione sono veramente pochi, essendo sospese le attività scolastiche e trattamentali ed essendoci divieto dei colloqui in presenza con i famigliari. Non abbiamo sospeso i colloqui visivi con gli avvocati, purché si presentino muniti di mascherine, ma nella maggior parte dei casi i legali preferiscono i colloqui via Skype o tramite telefonata.
Esiste un'ala specifica dell'istituto destinata ai soggetti che debbano eventualmente essere posti in isolamento?
È stata individuata una sezione apposita, quella che, prima dell'emergenza sanitaria, accoglieva i detenuti semiliberi. Siccome con i Dpcm delle scorse settimane i semiliberi sono stati autorizzati a pernottare presso le loro abitazioni, abbiamo un'intera area non più occupata e possiamo utilizzarla per i soggetti che debbano essere isolati. Aggiungo anche che ormai da qualche settimana tutti i detenuti che arrivano da noi (sia che prima fossero liberi, sia che provengano da altri istituti), prima di essere ubicati nelle sezioni ordinarie, per 14 giorni vengono accolti in questa speciale ala, dove vivono la loro quarantena distanti dagli altri. Il primo triage sanitario avviene all'interno di una tenda donata dalla Protezione Civile e allestita nel cortile antistante l'ingresso dell'istituto. Inoltre, entro il settimo giorno dall'ingresso in carcere tutti vengono sottoposti a tampone. Soltanto in presenza di esito negativo, vengono ammessi a vita comune.
Il Dpcm datato 8 marzo 2020 ha sospeso i colloqui in presenza con i famigliari, determinando la compressione di un diritto fondamentale della persona che, per quanto giustificata dall'emergenza sanitaria, aggrava la condizione di isolamento dei detenuti. Quali sono state le reazioni dei detenuti e delle famiglie alla notizia che i colloqui in presenza erano stati sospesi? Avete registrato proteste di particolare gravità?
Soltanto nei primissimi giorni, all'indomani del decreto che ha sospeso la possibilità di effettuare i colloqui visivi, c'è stato un momento critico, ma niente di ingestibile. I famigliari si sono limitati a venire una sera nei pressi dell'istituto per chiedere amnistia e indulto, sospinti dal timore che il contagio potesse sfuggire di mano. Ma si è trattato di proteste generiche, che facevano parte di un disegno nazionale e non avevano niente a che vedere con la gestione specifica dell'istituto. Per quanto riguarda i detenuti, dopo una primissima fase in cui è stata dura accettare che le famiglie non potessero più venire a trovarli, sono stati comprensivi e, pur nella sofferenza, si sono adattati alle nuove modalità di svolgimento dei colloqui. Sappiamo bene che, oltre alla privazione della libertà, in questo momento vivono una sofferenza ulteriore causata dalla mancanza di contatti diretti con le famiglie, per questo ci siamo attrezzati per limitare al minimo i danni di questo nuova condizione, soprattutto con l'ausilio della tecnologia, che serve a loro per colmare il vuoto e a noi per gestire con più tranquillità una situazione che, quanto meno all'inizio, è stata difficile.
A proposito di tecnologia, l'Osservatorio Antigone, che - tra le altre cose - si occupa di documentare lo stato dei penitenziari italiani e le condizioni in cui versano i detenuti nelle strutture di pena, ha inserito il carcere di Brindisi tra le criticità, rilevando, a titolo meramente esemplificativo, che c'è una sola postazione Skype per i colloqui con famigliari e avvocati e che i detenuti avrebbero diritto a tre telefonate a settimana. È corretto?
Non è così. Mi sembra di capire che l'Osservatorio Antigone non sia aggiornato. Ho fornito delle informazioni ai primi del mese di marzo, all'inizio dell'emergenza, quando nessun carcere in Italia era preparato ad affrontare la sospensione dei colloqui in presenza. Abbiamo avuto bisogno di qualche giorno per attrezzarci e mi piace sottolineare che, rispetto ad altri istituti, quello di Brindisi si è mosso velocemente ed efficacemente. In ogni caso, smentisco categoricamente che ci sia soltanto una postazione Skype.
Al momento le postazioni Skype sono ben 4, un numero congruo rispetto al numero di detenuti, considerato che i colloqui visivi, consentiti nel numero di sei al mese, sono oggi sostituiti dalle videochiamate. Preciso anche che, al contrario di quanto riportato da Antigone, ogni detenuto ha a disposizione una telefonata al giorno della durata di dieci minuti, oltre alle telefonate straordinarie che vengono concesse nel caso abbia figli minori di dieci anni. Dalle notizie che ho confrontandomi con i direttori degli altri istituti della regione, posso dire che Brindisi sia l'unico istituto ad avere consentito la possibilità della telefonata giornaliera.
In un ambiente in cui gli spazi condivisi sono molti, come è possibile praticare il distanziamento sociale?
Non è possibile, diciamocelo senza ipocrisie. L'affollamento carcerario è un problema con cui facciamo i conti da decenni e diventa di gestione ancora più difficile in questa fase. Non c'è dubbio che in una stanza detentiva sia impossibile mantenere un metro e mezzo di distanza tra una persona e l'altra. Però cerchiamo di utilizzare tutti gli accorgimenti necessari a preservare la salute dei detenuti, della polizia penitenziaria e dei dipendenti dell'amministrazione carceraria. Tutti i detenuti lavoranti vengono muniti dei dispositivi di protezione individuale adeguati (mascherine e guanti), anche e soprattutto coloro che prestano attività lavorativa all'esterno e devono rientrare nella sezione di appartenenza per la notte.
I detenuti hanno a disposizione otto ore al giorno al di fuori della stanza detentiva, cinque ore di permanenza all'aperto e tre ore nelle sale di socialità, attrezzate con libri, giochi di società e attrezzi ginnici. I detenuti isolati o in attesa di tampone svolgono queste attività in spazi appositi, distanti dal resto della comunità carceraria. Laddove non vi siano provvedimenti di isolamento, si continua a fare vita comune, per cui parlare di distanziamento sociale è complicato.
Secondo lei, per una "Fase 2" realmente efficace per il sistema penitenziario quali interventi sarebbero necessari?
Io ritengo di poter affermare con tranquillità che i colloqui visivi si potrebbero riprendere, anche soltanto ammettendo a colloquio un solo famigliare, con tutte le precauzioni del caso (distanza di un paio di metri, mascherina, guanti). La situazione di Brindisi, sia nel carcere che in città, è tale da poter assicurare che il tutto si svolga senza grandi impedimenti. Rispetto alla ripresa delle attività trattamentali, ricreative e scolastiche, purtroppo temo che, sino a quando la situazione sanitaria non sarà migliorata, sia sconsigliabile: le nostre aule e i nostri laboratori sono talmente piccoli che non saremmo in grado di garantire le distanze di sicurezza. Possiamo soltanto pensare a delle iniziative che coinvolgano un numero esiguo di detenuti per volta, ma sarebbe complicato, e forse anche ingiusto, dover scegliere chi far partecipare. Vorrei però sottolineare che non tutto è fermo. Per coloro che frequentano corsi scolastici si prosegue attraverso la didattica a distanza, con tutti i limiti che questo comporta. Poi qui a Brindisi abbiamo un bellissimo progetto di sostegno alla genitorialità, chiamato "Altrove", attuato con l'appoggio dell'associazione "Bambini senza sbarre", grazie al quale un'esperta in counseling a cadenza settimanale incontra un gruppo di detenuti e promuove attività a supporto del ruolo genitoriale, mentre a cadenza quindicinale organizza laboratori che coinvolgono, assieme ai detenuti, i figli minori. Ovviamente il progetto in sé, curato dalla dottoressa Angela Corvino, attualmente è sospeso, ma i referenti si sono comunque messi a disposizione per ricevere le telefonate di famigliari, soprattutto bambini privati della possibilità di incontrare i genitori detenuti, e offrire consulenza psicologica in questo momento così delicato. Il servizio, denominato "Telefono giallo", è attivo dal lunedì al venerdì dalle ore 10 alle ore 18, telefonando al numero 392/9581328. Mi sembra un bel modo per testimoniare che, nonostante la pandemia, l'istituto è vicino ai detenuti e alle loro famiglie.
Malgrado le difficoltà di gestione che il sistema penitenziario sta vivendo in questi mesi, le chiedo di chiudere con una nota positiva...
Lo faccio volentieri: i detenuti del carcere di Brindisi stanno donando alla Caritas diocesana parte della loro spesa settimanale. È il segno che, nonostante le difficoltà personali, si stanno preoccupando di chi ha meno di loro e questo non può che incoraggiarci.
di Gianni Santamaria
Avvenire, 3 maggio 2020
Serve intesa tra le parti. Anm: "Modifiche irrazionali dal governo". Sulla celebrazione dei processi da remoto, che tanto ha fatto arrabbiare gli avvocati che l'hanno definita incostituzionale, la "palla" della protesta passa ora nelle mani dei magistrati.
Ieri infatti l'Anm ha tuonato, definendole "irrazionali", contro le modifiche contenute nel "decreto giustizia" varato nei giorni scorsi dal governo. Questo prevede, a differenza di quanto faceva il precedente decreto in materia, che siano le parti (dunque anche i difensori) a scegliere se svolgere le attività processuali da remoto. Mentre per quanto riguarda le udienze civili viene stabilito che, pur svolte da remoto, debbano prevedere la presenza del magistrato in ufficio.
Cosa che per le toghe non tiene conto delle norme di sicurezza legate al coronavirus. Innanzitutto l'Anm, esprimendo "sconcerto", se la prende con l'iter legislativo adottato. "Nella storia della Repubblica non è mai accaduto che una norma processuale introdotta con legge di conversione, contenente modifiche ad un precedente decreto legge sia stata a sua volta emendata, il giorno stesso della sua entrata in vigore, da un ulteriore decreto legge contenente modifiche delle modifiche".
Secondo l'Anm, poi, a giustificare il cambiamento non ci sarebbero novità né sul fronte sanitario né su quello tecnologico "tali da smentire le ampie rassicurazioni" sugli strumenti telematici da usare. In particolare le toghe se la prendono, però, con quella che ironicamente definiscono "l'innovativa previsione" dell'udienza civile da remoto, ma "necessariamente celebrata in ufficio".
Una prescrizione "irragionevole", visto che non riguarda i magistrati penali, amministrativi o contabili, ma chiede di recarsi sul posto di lavoro proprio a quei giudici che possono usufruire del già esistente processo civile telematico. Il tutto "in contraddizione con le esigenze di tutela della salute", ambito nel quale viene imputato al ministero di non aver fatto abbastanza per sicurezza dei palazzi di giustizia.
Altrettanto secca la replica degli avvocati penalisti, che continuano nella protesta (ieri hanno aderito anche quelli di Bari) contro l'utilizzo a loro dire eccessivo del processo da remoto, avviato nella prima fase di emergenza per celebrare le udienze "indifferibili e urgenti" e poi allargato ad altre tipologie di processi.
Per il presidente dell'Unione camere penali, Giandomenico Caiazza, "è evidente la natura politica della reazione dell'Anm. Sanno di avere perso una partita clamorosa". E la durezza per il presidente dell'Ucpi sarebbe "dissonante rispetto alla posizione dell'80% dei magistrati italiani che il processo da remoto non lo vogliono fare".
livornotoday.it, 3 maggio 2020
Vincenzo è siciliano e una volta la madre e la sorella lo andavano a trovare. Il fratello invece, da quando è finito dietro le sbarre non gli parla ma adesso vorrebbe apparire nel prossimo collegamento.
Piccole cose che diventano grandi. La solitudine che si fa più sopportabile. La mente che torna a casa e gli occhi che si poggiano, di nuovo, su un dettaglio della cucina che sembrava dimenticato. Un cassetto della memoria che si apre e porta con sé profumi e sensazioni. Le videochiamate in carcere ai tempi del Coronavirus hanno restituito, seppure in maniera virtuale, un briciolo di libertà a chi l'ha persa dietro le sbarre, rendendo la pena più sopportabile.
L'educatrice Alessia La Villa ha raccolto le storie dei detenuti della casa circondariale di Livorno, storie che raccontano la vita dietro le sbarre, che fanno intravedere un sorriso dietro la paura. Dopo aver narrato i dubbi e le paure di Enrico e Karim, oggi raccontiamo quelli di Vincenzo.
Vincenzo è siciliano ha gli occhi piccoli e neri che strizza quando non è convinto di quello che dice l'interlocutore, come per mettere meglio a fuoco. Si dice sempre che gli occhi siano lo specchio dell'anima, ecco per Vincenzo è esattamente così. Chi vive a contatto con il mondo del carcere impara col tempo che dietro le sbarre il corpo parla una lingua tutta sua, in cui le parole arrivano sempre dopo. Se si vuole veramente comprendere un essere umano privato della libertà o almeno provarci è il suo corpo che dobbiamo ascoltare prima di tutto.
Nell'ultima settimana Vincenzo è stato piuttosto nervoso, mascella serrata, andatura a scatti su e giù per il corridoio: "Mi ricordi uno di quei piccoli robottini a cui si dava la carica", gli ha detto sorridendo l'educatrice, quando si siamo incontrati davanti alla porta dell'ufficio. "Quando si è seduto sulla sedia davanti a me - racconta La Villa - sembrava invece un piccolo palloncino che si stava lentamente sgonfiando".
"È pesante educatrice, è pesante. Tutta questa storia è veramente pesante". "La chiusura?" chiede l'educatrice ricordandosi come il detenuto aspettasse con ansia ogni mese l'arrivo della mamma e della sorella dalla Sicilia. "Sì anche, tutto è pesante". Quando la donna gli chiede se riesce a fare le videochiamate, capisce che stava entrando in un terreno paludoso: "Ecco appunto le videochiamate. Mia sorella mi ha detto che alla prossima ci vuole stare anche mio fratello".
"Non so se voglio rivedere mio fratello" - La parola 'fratello' ha fatto accendere una lampadina nella memoria di La Villa visto che i due non si parlano da quando Vincenzo è finito in carcere perché "lui mica è come me che faccio solo rovine. Ci dovremo vedere domani mattina, ma io non so se lo voglio vedere. Un conto è sentirsi per telefono, un altro è vedersi in faccia dopo tutti questi anni". "Non sei obbligato" ha risposto subito l'educatrice intuendo il disagio dell'uomo: prima c'erano solo le telefonate adesso con i video è lui che deve scegliere senza che nessuno gli dica cosa fare.
"Ne abbiamo parlato tante e tante volte - confida La Villa -, ma non avrei mai pensato che la prima vera scelta dopo tanto tempo Vincenzo l'avrebbe dovuta fare davanti ad un pc. Che sarebbe entrato in crisi per colpa di un virus che, beffardo, sembra dirgli 'Ho chiuso tutti dentro casa ma a te sto dando la possibilità di uscire da qui e vedere tuo fratello. Forza scegli.
Il suo personalissimo amletico dubbio adesso è: 'Apparire sullo schermo o non apparire'. Con Vincenzo ho parlato a lungo e quando è uscito dalla stanza mi ha detto che non sapeva ancora se si presenterà all'appuntamento oppure no. Credo che lui abbia forse già deciso ma, a prescindere da tutto, ha voglia di godere ancora per qualche ora del sapore inebriante della libertà".
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 3 maggio 2020
Negli ultimi giorni che abbiamo alle spalle sono accadute alcune cose che meritano una riflessione; apparentemente distinte, come vedremo in realtà è possibile scorgere tratti comuni.
Provando ad andare con ordine: il 19 aprile Area Democratica per la Giustizia licenziava un primo documento "sulle sfide della nuova crisi globale".
Muovendo da alcune considerazioni sulla situazione data, si affermava che "il parametro di riferimento delle scelte non può essere certamente quello della difesa di interessi corporativi, così della magistratura, come quello dell'avvocatura, ma esclusivamente nel modello costituzionale di processo e nella scala di valori che la stessa Costituzione ha fissato".
Seguivano elenco ed esempi, nonché i "temi dell'emergenza".
Non era davvero difficile scorgere sin da subito una lettura dimentica di alcuni capisaldi procedurali, poi resa manifesta dal successivo documento di cui si dirà più avanti.
A mero titolo di esempio, si auspicava un maggior utilizzo di attività investigativa in remoto ("opportunità che dovrebbero essere colte anche dopo l'emergenza") e si sosteneva la bontà della scelta di trasformare il difensore in ufficiale giudiziario, rendendosi unico recettore delle notifiche del proprio assistito.
Il giorno prima della Liberazione è stato convertito in legge il dl "Cura Italia": con l'introduzione dei commi da 12 a 12 quinquies il Parlamento ha licenziato un articolato mostruoso, del tutto antitetico alle regole del Giusto Processo.
Termini di custodia cautelare e prescrizione sospesi, indagini in remoto, camere di consiglio in camera da pranzo, processo in remoto, in Cassazione a richiesta (e ovviamente, nel caso si sospendono - di nuovo - termini e prescrizione). Eccetera.
Come Altan, fautore di una tecnica di drafting da osteria, il legislatore "impegnava il Governo" (il documento consta di ben 268 pagine) a modificare quanto la Camera aveva appena approvato.
Seguiva il decreto legge 30 aprile n.28, che eliminava (in parte) la Santa inquisizione.
Salvi ("immuni", sta all'art.6) la Liberazione e il Primo Maggio, uno potrebbe dirsi al sicuro. Salvi i Diritti?
Manco per idea.
Resta lo sconcio delle indagini in remoto, della Cassazione turris eburnea, della possibilità di trasmettere all'ufficio di Procura (a sua richiesta, hai visto mai?) atti in via informatica. Resta l'assurdo di colloqui sospesi in carcere con familiari e terzo settore "sino alla data del 22 marzo", non modificato con la legge di conversione. Il passato è una terra straniera, il futuro non si sa.
Tutti contenti?
Non proprio.
La Giunta UCPI delibera lo stato di agitazione, pur rivendicando di aver sventato una iattura epocale, attraverso il recepimento dei richiamati ordini del giorno, sollecitando i penalisti italiani a non prestarsi alle udienze in remoto (che' il rischio non è ancora sventato).
Area licenzia un nuovo documento a commento, segnalando la schizofrenia del Governo, denunciando la "mezza sconfitta dell'avvocatura associata, che per la verità mirava alla totale abolizione del processo da remoto". Si sostiene addirittura la "responsabilità della ripartenza in capo all'avvocatura, perfino laddove non sarà possibile tornare nelle aule in ragione del perdurante pericolo di contagio". Un'affermazione grave. Gli Avvocati chiedono da mesi di poter fare il loro lavoro in aula, in sicurezza, con la toga sulle spalle. La responsabilità della gestione delle udienze è - per legge - dei Capi degli Uffici, ma qui si invera la realtà.
Infine, voce dal sen fuggita, ma in realtà rivelatrice di un retro pensiero intollerabile, la critica di far sedere "sul proprio scranno nell'aula" (tanto valeva scrivere "trono") i magistrati, anche quando il processo è remotizzato, ponendo a rischio la propria salute. Non una parola, in precedenza, sulla disposizione che pone il difensore accanto al suo assistito e nel suo studio.
Una vergogna.
Ma siccome al peggio non c'è fine, ecco che l'ANM detta alle agenzie i suoi strali, lamentando come "venga rimessa alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale". Una visione proprietaria del processo, secondo la quale i Diritti possono essere unilateralmente sviliti, il processo annichilito e trasformato in reality, con Avvocati "usi a obbedir tacendo".
Infine, la chiosa della Giunta UCPI, circa "l'investimento politico che la magistratura associata aveva affidato a questo sconclusionato ed avventuristico progetto".
Un salto indietro.
Era il 9 marzo 2019, e altri confronti (i tavoli...) avevano luogo, su altri temi di (contro)riforma del processo penale.
Quel giorno, al Comitato direttivo ANM l'allora Presidente Minisci segnalava ai suoi la tattica adatta alla bisogna (come integralmente registrato dalla benemerita Radio Radicale): "sull'udienza preliminare non mi posso incontrare con le Camere Penali così, non mi posso presentare con l'eliminazione del l'udienza preliminare... al Ministro gliela faccio avere, ma gliela mandiamo a latere".
A latere.
Resta, a margine di questo tremebondo inseguirsi di comunicati, la sensazione acre di un sistema autopoietico, che la magistratura associata propone e tende ad imporre.
Così, percossa e inaridita, se ne sta la Giustizia italiana, in quest'anno bisestile e quasi palindromo.
Domani riaprono le fabbriche, qualche saracinesca la tiran su; metteremo il plexiglas alle nostre scrivanie, un grande futuro dietro le spalle.
Per i Tribunali si prega di attendere; fate i bravi, se potete.
*Avvocato
di Michele Passione*
Ristretti Orizzonti, 3 maggio 2020
Francesco Basentini si è dimesso. Una buona notizia, fin troppo tardi. Presentatosi con linee guida il cui contenuto è già stato qui commentato in passato da chi scrive (in sintesi, tutto intra moenia), in totale adesione ideologica col Ministro che non sa, la sua epifania scolorisce in un balbettio telefonico in prima serata, incapace di dire quel che andava detto, a proposito della scarcerazione (per motivi di salute, per disposizioni introdotte nel codice del '30, non certo da questo Governo ipocrita) di detenuti di alta sicurezza (ed anche in regime differenziato).
A chi strumentalmente lo incalzava per censurare la bontà delle scelte che la magistratura aveva compiuto, l'oscuro (ex)Capo avrebbe dovuto dire che quelle decisioni erano legittime, giuste, in linea con quanto lo stesso Dipartimento aveva adottato, id est un catalogo di morbilità' da valutarsi tra i detenuti per l'eventuale applicazione di detenzioni domiciliari in surroga.
Non è stato così. Non pervenuto durante i terribili giorni di inizio marzo, mentre le prigioni italiane bruciavano e corpi senza nome venivano avvolti nei lenzuoli, non ha mai saputo accostarsi alle esigenze dei detenuti e di chi il carcere lo vuole in contatto col mondo. Così ritorna a Potenza, dove potrà dedicarsi al suo antico mestiere. Al suo posto Dino Petralia e Roberto Tartaglia.
Mentre il Governo corre ai ripari con decretazione di urgenza, che qualche benpensante non aveva fatto mancare la censura di "badanza" ai magistrati, ora obbligati a raccolta di pareri delle procure antimafia (art. 2 dl n. 28/2020) anche quando stai per crepare, la guida del Dipartimento passa in mano a due magistrati inquirenti, particolarmente versati e impegnati in materia di criminalità organizzata.
Ovviamente, com'è giusto che sia, auguriamo loro buon lavoro. Starà a loro dimostrare che il sistema è in grado di tutelare Diritti assolvendo a doveri; tra questi, il primo, quello di cui all'art. 27/3 Cost. Sarebbe bello se la risposta appena fornita con la loro nomina alla solita sguaiata narrazione mediatica, sapientemente alimentata dai cantori delle manette e dei braccialetti (introvabili), venisse accompagnata da altra scelta per altro incarico, magari scegliendo non solo (e sempre) tra la magistratura inquirente. Nel frattempo, tra gli avanzi di galera si contano i morti.
*Avvocato
Il Dubbio, 3 maggio 2020
Il sindacato delle toghe dice no "alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale" e all'udienza civile "da remoto necessariamente celebrata in ufficio". L'Anm attacca duramente il governo per la scelta di rimettere "alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale" e l'introduzione dell'innovativa previsione dell'udienza civile "da remoto necessariamente celebrata in ufficio".
In una nota, il sindacato dei magistrati stigmatizzano la decisione, a pochi giorni dalla conversione in legge del decreto 18/2020, di cancellarne "tutte le principali norme processuali".
Le critiche di Anm - "Modificando la norma di un precedente decreto appena convertito viene rimessa alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale e si introduce l'innovativa previsione dell'udienza civile "da remoto necessariamente celebrata in ufficio".
Quest'ultima disposizione è irragionevole nella parte in cui, non riguardando i magistrati penali, amministrativi o contabili, richiede una presenza sul luogo di lavoro - in contraddizione con le perduranti esigenze di tutela della salute pubblica - proprio per i giudici che, mediante il processo civile telematico, possono condividere con le parti e con gli altri componenti del collegio tutti gli atti processuali senza necessità di consultazioni cartacee".
Se davvero la presenza in ufficio del giudice civile - dice la Giunta Esecutiva Centrale dell'Anm - "diventa oggi la priorità, tanto da richiedere la decretazione di urgenza, lo si doti allora di aule di udienza e assistenza, come la legge e la dignità della funzione esigerebbero.
Siamo di fronte a un altro caso di norma dal sapore insensatamente demagogico, che si inserisce in un quadro di interventi privi di progettualità e di consapevolezza delle reali esigenze organizzative del sistema giudiziario e che, di fatto, mette a rischio la salute della collettività imponendo ad alcuni lavoratori di recarsi in ufficio anche per attività che possono essere sicuramente svolte da remoto".
Ancora una volta, poi, in materia di intercettazioni, "si rinvia un termine il giorno prima della scadenza, mentre il termine finale della fase intermedia (cd. fase 2) viene prorogato di un mese dopo che i rinvii delle udienze erano già stati fissati in previsione della scadenza al 30 giugno.Tutto questo in assenza di una assunzione di responsabilità del Ministro in materia di sicurezza dei palazzi di Giustizia, e dunque - conclude la nota - delle condizioni in cui rendere possibile la presenza fisica, che oggi si impone anche quando non necessaria, in evidente contraddizione con il persistere dell'emergenza sanitaria".
L'attacco al governo - "Nella storia della Repubblica non è mai accaduto che una norma processuale introdotta con Legge di conversione contenente modifiche ad un precedente Decreto Legge sia stata a sua volta emendata, il giorno stesso della sua entrata in vigore, da un ulteriore Decreto Legge contenente modifiche delle modifiche".
Le toghe hanno scritto di assistere "sconcertate all'ultimo della serie alluvionale di atti normativi che dovrebbero guidare l'organizzazione della giustizia nella fase dell'emergenza; e sono ancor più sconcertate nel constatare che, a distanza di pochi giorni dalla conversione in legge del Decreto 18/2020, se ne cancellano tutte le principali norme processuali, senza che nessun elemento nuovo sia nel frattempo sopravvenuto in relazione all'emergenza sanitaria, senza che vi sia stata la minima verifica della funzionalità ed utilità di norme pensate per garantire l'esercizio della giurisdizione e senza che siano state indicate ragioni di carattere tecnico tali da smentire le ampie rassicurazioni che erano state fornite sulla funzionalità e sicurezza degli strumenti tecnologici apprestati per lo svolgimento delle attività da remoto". Si tratta di un intervento "incomprensibile nel suo impianto e nei suoi presupposti, che contiene norme che appaiono irrazionali".
di Paolo Valentino
Corriere della Sera, 3 maggio 2020
"Se non interveniamo ora su guerre e Paesi poveri il virus tornerà a colpirci". Il commissario Onu
per i rifugiati: "Siria, Afghanistan e Venezuela e le emergenze: ci servono più di 2 miliardi di dollari".
Coronavirus e migranti, intervista a Filippo Grandi (Unhcr): "Se non interveniamo ora su guerre e Paesi poveri il virus tornerà a colpirci C'è un grande assente nello sforzo globale per contenere la pandemia e contrastare le sue devastanti conseguenze economiche. Anzi, ci sono oltre 70 milioni di assenti. Sono i dannati della Terra, le masse di profughi e sfollati, che hanno bisogno come e più di noi di essere salvati, ma che al momento appaiono fuori dai radar dei governi del mondo. Attenzione, avverte Filippo Grandi, l'Alto Commissario dell'Onu per i Rifugiati, "se non si prendono misure sia di contenimento che di sostegno economico anche in Paesi lontani, il virus tornerà". Nella prima intervista dallo scoppio della crisi, l'unico italiano alla guida di un'organizzazione internazionale lancia anche un drammatico appello ai governi europei perché, nei limiti del possibile, non venga distrutto il sistema dell'accoglienza: "E' possibile sia garantire la salute pubblica che proteggere i rifugiati".
Quale è l'impatto della pandemia sull'universo dei profughi?
"La crisi è globale, non è dei rifugiati. Ma più di 70 milioni di persone, tra profughi o sfollati, appartengono alle categorie più vulnerabili al Covid e alle sue conseguenze. Quasi il 90% di loro si trova in Paesi poveri e con strutture sanitarie deboli, eppure sono realtà nelle quali finora non abbiamo per fortuna visto grossi focolai dell'epidemia, che finora sono stati la Cina, poi l'Europa, ora il Nord America, meno l'Africa, il Medio Oriente, il Sud-Est dell'Asia. Ma l'Oms ci ricorda purtroppo che è solo questione di quando non di sé succederà anche lì. Ben altra cosa è l'impatto economico, che è già devastante: la gran parte di rifugiati e migranti è fatta di persone che vive di mestieri alla giornata e salari precari, cioè di quelle opportunità di reddito che spariscono per prime in situazioni di lock down".
Quali sono i casi più drammatici?
"Fra gli altri, sicuramente quello degli afghani nel loro Paese e in tutta la regione circostante, quello dei siriani in Medio Oriente e specialmente in Libano, e quello dei 5 milioni di venezuelani in numerosi Paese latinoamericani. Per molti di questi ultimi l'alternativa è tra la miseria nera e la disperazione in esilio o il ritorno in Venezuela, dove il sistema sanitario è già in gravissime condizioni".
In che modo si muove l'Alto Commissariato? Cosa è cambiato nel vostro lavoro?
"Dall'inizio, lavorando in equipe con il sistema delle Nazioni Unite, il motto è stato quello di restare, di non andarsene, anche nei Paesi in quarantena, che ormai sono la maggior parte, anche nelle situazioni più a rischio e pericolose. Pensiamo ai campi rifugiati dei Rohingya in Bangla Desh, a quelli in Africa o sulle isole greche. Ai governi abbiamo chiesto di trattare i nostri operatori umanitari così come trattano il personale sanitario. È stato un problema equipaggiarli per svolgere il loro lavoro, parlo di mascherine, indumenti protettivi, disinfettanti. Dov'è stato possibile usiamo la tecnologia, per interviste con i richiedenti asilo o dialogo con le comunità".
Quali sono le situazioni che vi preoccupano di più?
"La sfida è proibitiva in Siria, Yemen, Libia. Perché lì si prepara la tempesta perfetta: la guerra, i problemi economici e sociali e ora la pandemia. Proprio questo rende fondamentale, non solo sul piano morale, che venga accolto l'appello del segretario generale dell'Onu per un cessate il fuoco globale: se il coronavirus arrivasse in modo aggressivo nei Paesi in guerra, non potremmo fare nulla per arrestarlo. E allora ritornerebbe. La verità è che siamo forti come l'anello più debole della catena. A preoccuparci moltissimo sono anche le situazioni di superaffollamento: in una delle mie ultime visite, prima che scoppiasse la crisi, sono stato nel Sahel, in Paesi come il Burkina Faso e il Niger. Lì ho visto una delle situazioni umanitarie più catastrofiche della mia vita, donne violentate, bambini decimati dalla malnutrizione, centinaia di migliaia di persone cacciate dai propri villaggi che si accalcano nei centri di raccolta. Se il Covid-19 esplodesse lì, sarebbe l'Apocalisse. Ci sono anche gravi situazioni di povertà urbana, come in Ecuador dove c'è stato un forte focolaio di Coronavirus".
E in Grecia?
"I centri sulle isole da anni traboccano di profughi e migranti. Nessuna regola igienica o di distanza può essere rispettata, l'acqua è scarsa. Lavoriamo con il governo greco in modo costruttivo, abbiamo offerto alcuni spazi che possono essere usati per le quarantene. La Grecia, seguendo i nostri appelli, ha cominciato a trasferire persone su altre isole o sulla terraferma. Ora grazie alla disponibilità di alcuni Paesi europei, sono riprese le partenze dei primi gruppi di bambini e minori non accompagnati, che sono 5 mila in tutto, ricollocandoli finora in Germania, Lussemburgo, Portogallo, Slovenia".
Cosa chiedete e cosa vi aspettate dai governi europei in questa situazione?
"Direi alcune cose essenziali. Prima di tutto ricordarsi che la pandemia è un problema collettivo, non solo in termini morali o umanitari: se non si prendono misure di contenimento anche in Paesi molto lontani, può tornare a colpire. L'Onu ha pubblicato un appello chiedendo 2 miliardi di dollari per le sue agenzie umanitarie. In questi giorni chiederemo di rivedere questa cifra al rialzo. Le operazioni di sostegno ai governi più deboli vanno finanziate. Secondo, l'intervento dev'essere non solo sanitario ma anche economico, soprattutto per gli strati più poveri: la crisi economica sta già colpendo quei Paesi e questo può provocare nuovi movimenti di popolazioni che premerebbero ai confini d'Europa. C'è una terza cosa, che capisco sia spinosa in termini politici e di comunicazione, ma è ineludibile: ci sono al momento imbarcazioni piene di migranti nel Mediterraneo e non solo, anche nel golfo del Bengala sono state salvate barconi con quasi mille persone a bordo, ci sono movimenti migratori in America Centrale. È chiaro che in questo momento i governi chiudano frontiere, porti e aeroporti, ma ci sono anche persone che fuggono perché la loro vita è in pericolo. Torno all'esempio della Libia: la nostra posizione non è cambiata, la Libia non è un Paese sicuro, non è possibile ritornare laggiù le persone. Allora diciamo, nei limiti del possibile non distruggete il sistema dell'accoglienza, le restrizioni siano temporanee. Non siamo di fronte a un dilemma: è possibile sia garantire la salute pubblica che proteggere i rifugiati. Si possono adottare quarantene e controlli sanitari, ma il salvataggio in mare resta un imperativo umanitario e un obbligo del diritto internazionale. Vorrei aggiungere che se oggi avessimo avuto un meccanismo di ricollocazione degli arrivi sarebbe tornato utile".
Oggi è tutto bloccato in Europa su questo fronte?
"I ministri degli Interni di Francia, Germania, Italia e Spagna hanno inviato una lettera con idee molto interessanti, fra i quali un nuovo meccanismo di salvataggio in mare comune perché quello attuale funziona malissimo, non ultimo a causa della pandemia".
Cosa succede con i rifugiati nell'Italia del lock down?
"Abbiamo segnalato che ovunque in Europa si registrano moltissimi casi di singoli o di gruppi di rifugiati e richiedenti asilo che contribuiscono alla risposta collettiva. In Italia ci sono per esempio rifugiati in Calabria che fabbricano mascherine e le donano alle strutture, altri lavorano da interpreti, molti rifugiati con qualifiche mediche o paramediche si sono attivati. Noi abbiamo lanciato un'iniziativa con il Consiglio d'Europa per accelerare il riconoscimento delle qualifiche professionali soprattutto in campo medico: diamo loro una specie di passaporto professionale valido per 5 anni col quale le autorità di un Paese possono verificarne scrupolosamente la preparazione dei rifugiati in specifici settori professionali e, ad esempio, se dimostrano competenze in ambito medico possono impiegarli nel sistema sanitario in modo più veloce. Sta funzionando in diversi Paesi europei e viene sempre più richiesto".
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