di Massimo Franchi
Il Manifesto, 5 maggio 2020
Agricoltura e Diritti. D'accordo le ministre Bellanova e Catalfo. Norma per 150mila braccianti, con colf e badanti si arriva a quota 600mila. Resistenze nel M5s. Riunione al ministero del Lavoro: via a piattaforma Anpal. Ma il decreto dovrà scriverlo Lamorgese.
Alla stipula del contratto, il datore di lavoro pagherà un contributo forfettario per il rilascio del permesso di soggiorno al migrante. Dovrebbe essere questo - lo stesso usato nel 2012, ultimo provvedimento del tipo in Italia - lo strumento scelto dal governo per regolarizzare i lavoratori migranti. Non solo nell'agricoltura - i braccianti irregolari sono stimati in 140-160 mila, ma allargando la modalità anche per colf e badanti, categorie finora escluse da ogni ammortizzatore sociale, per giungere ad un totale di 600mila persone.
Dopo mesi di attendismo la ministra dell'Agricoltura Teresa Bellanova sembra essersi convinta della necessità di agire subito. Anche come capo delegazione di Italia Viva.
Meno convinta sul metodo e sull'allargamento a colf e badanti pare essere la ministra dell'Interno Luciana Lamorgese, alla quale spetterà comunque la responsabilità della norma che Bellanova punta ad inserire nel prossimo decreto. Sulla stessa lunghezza d'onda anche la ministra del lavoro Nunzia Catalfo che però deve vincere le resistenze interne al M5s con Vito Crimi che non vede di buon occhio una norma che sarà bollata come "vergognosa sanatoria" dalla destra.
Ieri al ministero del Lavoro si è tenuta una lunga tele riunione, presenti Bellanova e le parti sociali, con sostanziale via libera alla regolarizzazione. La ministra Catalfo ha poi annunciato che l'Anpal sta per far partire una piattaforma digitale per far incontrare domanda e offerta di manodopera agricola, idea già contenuta - mai applicata - nella legge 199 del 2016 sul Caporalato: dovrebbe prevedere anche un ruolo per enti bilaterali e agenzie interinali. La piattaforma pubblica dell'Anpal dovrebbe poi evitare l'introduzione dei voucher, chiesti a gran voce dalla destra e da Coldiretti.
In mattinata Bellanova aveva reso pubblica la sua posizione: "L'Italia deve decidere di combattere definitivamente questo fenomeno scegliendo la giustizia sociale e la civiltà, sapendo che lasciare immutato lo stato di cose significa alimentare l'illegalità, la concorrenza sleale e il caporalato. E danneggiare lavoratori e aziende oneste, la maggioranza, che rischiano di lasciare i prodotti nei campi. Da anni nei distretti agricoli, con percentuali differenti, c'è manodopera immigrata, molta senza permesso di soggiorno. Davanti a questa situazione: o si lasciano i campi incolti o si sceglie di regolarizzare queste persone sottraendole ai caporali".
Non mancava però un richiamo al rischio sanitario, ma dal punto di vista degli italiani: "Il punto non è quanti ospedali costruisci ma quante persone metti in sicurezza; e se questi lavoratori saranno costretti a rimanere nei ghetti, irregolari e invisibili, sarà un rischio enorme per la loro salute e quella di tutti".
La sortita di Bellanova ha provocato subito il giubilo della Cia, l'associazione datoriale agricola alternativa alla Coldiretti. "Ha ragione la ministra Bellanova, siamo noi ad avere bisogno degli immigrati - dichiara il presidente Cia Dino Scanavino - ma è necessario che la regolarizzazione si concretizzi subito, velocizzando e semplificando le procedure senza intralci burocratici. Se non si agisce in fretta, la sanatoria rischia di avere effetto fra troppi mesi, quando la stagione della raccolta sarà terminata e i prodotti saranno abbandonati nei campi per mancanza di forza lavoro, con la conseguenza per le famiglie di trovare scaffali vuoti nei supermercati". Secondo le stime di Cia, un provvedimento di regolarizzazione oltre a coinvolgere una platea di almeno 150mila operai agricoli e a inserire in una cornice di legalità i lavoratori già presenti nel nostro Paese, potrebbe portare nelle casse dello Stato anche nuove entrate per 1,2 miliardi di euro, tra Irpef e contributi previdenziali.
Ottimisti ma guardinghi i sindacati. "È dal 25 marzo, quando mandammo una lettera appello al presidente Mattarella, che attendiamo un segnale concreto dal governo - sottolinea il segretario generale della Flati Cgil Giovanni Mininni. La regolarizzazione sarebbe un segnale di civiltà e libererebbe dal giogo di caporali, aziende sfruttatrici e malavita centinaia di migliaia di migranti, a rischio sanitario nei tanti ghetti presenti in Italia. Dare a loro un contratto regolare e senza voucher garantirebbe poi di aiutare anche i braccianti italiani che subiscono un sotto salario diffuso", chiude Mininni.
di Ugo Intini
Il Dubbio, 5 maggio 2020
Enorme debito e basso sviluppo: mix micidiale i pericoli di un collasso. Sino a ieri tutta l'attenzione era concentrata su come evitare i rischi economici indotti dal Coronavirus. Ma adesso ci si comincia a preoccupare anche di quelli democratici. Una copertina dell'Economist denunciava un'ondata di autoritarismo ("Una pandemia di arraffamento del potere") in tutto il mondo. Non meno di 84 Stati infatti - scrive - si sono attribuiti strumenti eccezionali e ciò, ancorché spesso necessario, "diventa rischioso dove le radici della democrazia e i contro bilanciamenti del sistema istituzionale sono fragili". In Italia si discute sulla costituzionalità di alcune scelte del governo (e questo quotidiano ha ospitato interventi molto autorevoli). Alcune restrizioni sembrano evocare ora l'ipocrisia, ora lo Stato di polizia.
Il presidente del Consiglio ci ha spiegato che all'estero sono ansiosi di leggere le sue disposizioni per trarne un esempio. Ma l'esempio è anche di indeterminatezza e confusione. Anche se, grazie ai burocrati italiani (forse non se n'è accorto) Conte almeno un merito l'ha avuto verso chi ci segue dall'estero: quello di regalare un sorriso. Visto che il nostro Governo ha definito "Faq" (che si pronuncia in inglese come "fuck") il sistema di risposta dello Stato italiano alle domande più frequenti dei cittadini.
Non è questo tuttavia il tema principale. L'allarme degli analisti internazionali va infatti molto oltre il contingente. La crisi economica del 2008 - osservano - ha provocato una avanzata precedentemente inimmaginabile dei movimenti estremisti, antisistema e populisti. La crisi da pandemia potrebbe fare molto peggio. Ed è qui che noi dobbiamo preoccuparci in modo particolare, perché i rischi, non solo per l'economia ma anche per la democrazia, sono tanto più gravi quanto più la situazione è compromessa dal passato.
Temiamo il collasso economico più degli altri Paesi europei a noi vicini perché abbiamo un debito pubblico di un terzo più grande; nell'ultimo ventennio siamo andati indietro rispetto a loro sempre di un terzo (quanto a Prodotto interno lordo); abbiamo un tasso di sviluppo tra i più bassi del mondo. Lo stesso vale per la democrazia, perché il rischio è di tutti, ma lo è di più per chi come l'Italia ha una debolezza strutturale che deriva dal "pregresso". Tale pregresso può essere riassunto con un semplice elenco di casi italiani unici in Europa e spesso nel mondo, da esporre nella loro obiettività, senza giudizi di merito.
Dalla crisi economica del 2008, siamo i soli a non esserci ancora ripresi. E infatti i movimenti di contestazione non soltanto si sono rafforzati, ma sono arrivati al potere. Abbiamo un capo del Governo scelto per caso, completamente sconosciuto sino a due anni fa e mai votato da nessuno. Sostenuto prima da un partito, poi dal suo esatto opposto (Lega e Pd). Il Movimento di maggioranza relativa, che controlla un terzo delle Camere, ha perso secondo i sondaggi la metà dei suoi consensi, così che la rappresentatività dell'attuale Parlamento è discutibile.
I dubbi sulla reale rappresentatività e autorevolezza riguardano da tempo non soltanto questo Parlamento, ma l'istituzione del Parlamento in quanto tale. La "rivoluzione" del 1992- 94 ha portato al predominio della magistratura sulla politica. Poi è giunta la moda dei tecnici, ritenuti più credibili dei politici nel curare la "azienda Italia". Poi è giunta la teorizzazione M5S dell'uno vale uno e della "democrazia diretta", ovvero del parlamentare inteso come semplice portavoce della volontà espressa dalla rete.
I deputati e i senatori non sono più davvero "eletti", ma "nominati" da partiti per lo più a guida personale. Non ci sono più partiti con continuità storica e radici. Il più "antico" è ormai la Lega. Che però, da padana e separatista, si è trasformata in italianissima e sovranista.
I parlamentari (e i politici in genere) sono stati individuati dalla maggioranza dell'opinione pubblica come una "Casta" di privilegiati. In segno di purificazione perciò, tutte le generazioni precedenti di tale Casta sono state colpevolizzate e "private dei privilegi". Secondo il rapporto Demos 2019 ordinato dal gruppo Espresso, l'indice di fiducia nel Parlamento è al penultimo posto (15 per cento). Peggio fanno soltanto i partiti (9 per cento), mentre al primo posto (73 per cento) stanno le forze di polizia.
Il fatto che il Parlamento sia rimasto sostanzialmente inattivo e assente durante l'emergenza della pandemia ha sollevato dibattiti e allarme tra gli addetti lavori, ma non nell'opinione pubblica, che si è abituata a considerare l'argomento del tutto ininfluente. Per sfoltire la "Casta", si è deciso di ridurre di un terzo il numero dei deputati e senatori. Ma ciò rende impossibile persino votare, perché bisogna prima ridisegnare i collegi elettorali. Inoltre, si prepara una rissa sul sistema di voto e pende un referendum sulla riduzione stessa del numero dei parlamentari.
Tutti questi casi unici hanno a monte il più grosso di tutti, che in parte ne è forse la causa. L'Italia ha avuto prima l'autoritarismo monarchico, poi il fascismo, poi la democrazia, sì, ma accompagnata da una egemonia culturale comunista unica in Occidente. Infine, nel 1992-94, i partiti che tale democrazia hanno garantito dal Secondo dopoguerra, sono stati cancellati, lasciando in piedi i soli eredi del comunismo e del fascismo. Tra pochi mesi dovremo affrontare non il problema di quando aprire i parrucchieri, ma di come salvare il Paese dalla disoccupazione di massa e dalla disgregazione sociale che ne conseguirebbe. Come sempre nella Storia, questi pericoli mortali (il 1919 e il 1929 insegnano) mettono a rischio la democrazia.
Mentre (più fragile di tutti) l'Italia attende la tempesta, la memoria storica, ancorché ormai cancellata, potrebbe aiutare. Pietro Nenni diceva a noi ragazzi: "La libertà e la democrazia non sono una conquista raggiunta una volta per tutte. Le si conquista e riconquista tutti i giorni". I vecchi che hanno conosciuto fascismo, nazismo e stalinismo, da Milano a Monaco e Praga, dicono: "La libertà e la democrazia sono come la salute. Ci si accorge del loro valore quando non ci sono più".
di Alessandra Fabbretti
dire.it, 5 maggio 2020
"Chiunque contesti il governo finisce in detenzione cautelare, una tattica con cui il governo tiene dietro le sbarre a tempo indefinito migliaia di persone". "La morte di Shady Habash è una tragedia inquietante che conferma i nostri crescenti timori sulla sicurezza delle persone attualmente in cella in Egitto. Ciò che è successo ad Habash rischia di accadere a molte altre persone". A parlare con l'agenzia Dire è Leslie Piquemal, responsabile campagne di advocacy per il Cairo Institute for Human Rights (Cihr), ong nata nel 1993.
Habash, regista e fotografo di 22 anni, era in detenzione cautelare dal marzo 2018 e attendeva il processo con l'accusa di adesione a un gruppo terrorista e diffusione di false notizie per aver diretto un videoclip ironico sul presidente Abdel Fattah Al-Sisi. Il Cairo Institute da tempo segue la questione dei detenuti di coscienza in Egitto, su cui "non ci sono stime ufficiali" chiarisce Piquemal, ma "sappiamo essere un numero sproporzionato".
L'esperta precisa: "La maggior parte di loro ha meno di 50 anni. Sono manifestanti, attivisti politici, difensori dei diritti umani, intellettuali, giornalisti, sindacalisti. Chiunque contesti il governo finisce in detenzione cautelare, una tattica con cui il governo tiene dietro le sbarre a tempo indefinito migliaia di persone". Stando al legale di Habash, i compagni di cella del regista avrebbero gridato per ore per ottenere assistenza medica, dato che Habash accusava lancinanti dolori allo stomaco. "Non è una novità che l'assistenza medica sia inadeguata" commenta Piquemal. "Non riceve cure sia chi presenta patologie croniche come il cancro o cardiopatie sia chi sviluppa problemi in carcere a causa delle torture o per via di cibo e acqua scadenti".
Negli ultimi tempi le Nazioni Unite e tante ong hanno invocato un provvedimento "svuota carceri", soprattutto per scongiurare il rischio che l'attuale epidemia di Covid-19 si diffonda nelle carceri con ulteriore danno per chi è già in condizioni di salute precarie. "Non solo le autorità non lo hanno fatto ma dal 10 marzo hanno vietato le visite a familiari e legali dei detenuti, e persino le telefonate" dice Piquemal. "Ai detenuti di coscienza poi non è permesso neanche inviare o ricevere lettere". Secondo la responsabile del Cairo Institute, in questo modo da quasi due mesi "non sappiamo nulla di quelle persone, se sono vive e in quali condizioni".
Il governo, oltre a non decongestionare le carceri, secondo Piquemal "ha continuato ad arrestare e incarcerare in modo arbitrario". E spesso viene ammanettato proprio chi contesta il governo nella gestione dell'emergenza Covid-19, come è successo a due donne, Marwa Arafa e Kholoud Said, rispettivamente di 27 e 35 anni. La responsabile denuncia che da fine aprile "di loro si è persa ogni traccia" e che "dopo l'arresto sono scomparse". Secondo Piquemal, i giornalisti stranieri che hanno denunciato il pericolo del sovraffollamento delle carceri nella diffusione del virus, oppure le stime sui contagi e i decessi, "sono stati costretti a lasciare il Paese". L'attivista del Cairo Institute ricorda il caso della corrispondente del quotidiano britannico Guardian, Ruth Michaelson, a causa di un articolo di questo tenore.
4 maggio 2020
amnesty.it, 5 maggio 2020
In risposta a quanto riferito in merito all'uccisione di almeno 46 detenuti e il ferimento di oltre 70 durante un violento scontro avvenuto il 1° maggio all'interno del Centro Penitenziario di Los Llanos (Cepella) a Guanare, nello stato di Portuguesa, Erika Guevara-Rosas, direttrice di Amnesty International per le Americhe, ha dichiarato: "Non è la prima volta che vediamo detenuti in Venezuela subire tremende violazioni del diritto alla vita. Le immagini orribili trasmesse nel mondo dovrebbero servire da spinta affinché tutti coloro che sono responsabili di questa atrocità siano assicurati alla giustizia. È necessario svolgere indagini ed esami approfonditi sulla reazione letale delle autorità affinché questi crimini internazionali non restino impuniti".
Secondo quanto riportato, un agente della Guardia nazionale bolivariana e il direttore del penitenziario risultano tra i feriti. Le autorità agli ordini di Nicolás Maduro hanno cercato di giustificare l'uso della violenza nei confronti dei detenuti dicendo che questi ultimi avevano tentato di evadere dalla struttura. Tuttavia, secondo l'Osservatorio venezuelano delle carceri (Ovp), la protesta del penitenziario è iniziata in risposta alle restrizioni relative alla consegna di cibo ai detenuti da parte dei familiari, provvedimento introdotto a causa della pandemia da Covid-19. Secondo l'Ovp, per molti giorni i detenuti non avevano ricevuto cibo dai propri familiari.
Il Cepella ha una capacità di 750 persone, ma attualmente, secondo i dati dell'Ovp, ospita oltre 2500 detenuti. Oltre al sovraffollamento, il penitenziario è in condizioni di estrema precarietà e le famiglie delle persone detenute devono fornire loro cibo, medicinali e altri beni di prima necessità. Questo meccanismo è stato limitato all'inizio dello stato di allerta per la pandemia decretato da Nicolás Maduro il 13 marzo. Attualmente, è in corso da parte della procura della Corte penale internazionale un esame preliminare per stabilire se in Venezuela siano stati perpetrati crimini contro l'umanità durante il governo di Maduro. Inoltre, il Consiglio Onu dei diritti umani ha nominato una missione di accertamento dei fatti per definire responsabilità individuali nelle gravi violazioni dei diritti umani.
di Roberto Bongiorni
Il Sole 24 Ore, 5 maggio 2020
Il sovraffollamento spinge le autorità a ridurre i rischi rilasciando parte dei reclusi. Il Brasile ne ha rilasciati 30mila, la Malesia altrettanti, l'Indonesia è arrivata per ora a 18mila ma intende raggiungere presto quota 30mila. Le Filippine sono vicine a 10mila.
L'Iran, dal canto suo, ha precisato di averne liberati 85mila, quasi metà di tutta la sua popolazione carceraria. Quanto alla Turchia, il governo di Ankara ne ha rilasciati 45mila e in giugno si prepara a liberarne altre 45mila (anche se i prigionieri politici restano dietro le sbarre). Perfino il Myanmar avrebbe rimesso in libertà 30mila prigionieri.
Che sia l'Asia, le Americhe, l'Africa o l'Europa, la pandemia di coronavirus sta alleggerendo le popolazioni carcerarie di molti Paesi. La lunga lista dei rilasci, degli sconti o delle amnistie include decine di Stati. Non poteva essere altrimenti. Coronavirus e sovraffollamento nelle carceri costituiscono un connubio esplosivo.
Le carceri sono spesso un habitat congeniale allo sviluppo di pericolosi focolai pronti a diffondersi con forza, attraverso il personale penitenziario, anche al di fuori delle mura. "Il sovraffollamento nelle carceri e le pessime condizioni igienico- sanitarie riscontrate in molti Paesi - spiega Riccardo Noury, portavoce di Amnesty Italia - costituiscono un'autostrada per la diffusione del Covid 19". D'altronde sono almeno 125 i Paesi nel mondo ad avere un sistema carcerario sovraffollato. Venti Paesi ospiterebbero addirittura il doppio dei detenuti rispetto al numero originariamente concepito.
"Certo, si parla spesso di sovraffollamento. Meno del fatto che il numero eccessivo di detenuti sia formato da una percentuale abnorme di persone ancora in attesa di un processo. In Russia su mezzo milione di carcerati sono il 19%. Amnesty chiede a tutti i governi il diritto alla presunzione di rilascio", continua Noury. Ad aggravare un quadro già molto preoccupante vi è sovente un altro connubio: povertà e regimi autoritari.
L'allarme di Human Rights Watch sullo stato delle carceri nella martoriata Repubblica democratica del Congo è solo uno dei numerosi, e tristi, casi. C'è un "grave rischio di diffusione dell'epidemia di Covid-19", ha dichiarato Hrw. In queste prigioni definite "insalubri e sovrappopolate" Hrw teme che vi sia il rischio di "un'ecatombe".
Il virus che ha messo in ginocchio l'economia planetaria, contagiando ufficialmente tre milioni e mezzo di persone e uccidendone quasi 25omila, sta provocando dunque la liberazione di centinaia di migliaia di detenuti. Ma quali saranno gli effetti di queste decisioni, che in molti casi appaiono inevitabili? E chi sono questi detenuti? Ogni Paese segue i suoi criteri. Ma si tratta per lo più di scarcerazioni definite "temporanee".
E a essere rilasciati per primi sarebbero - il condizionale è d'obbligo considerando che gli annunci provengono anche da molti regimi - persone che hanno scontato buona parte della pena, condannati per reati meno gravi o che hanno oltrepassato una certa età. A volte minorenni. La temporaneità del rilascio è tuttavia un concetto piuttosto labile considerando il periodo eccezionale, il settore, e i soggetti coinvolti.
Il Regno Unito ha scarcerato 5mila detenuti munendoli di braccialetti elettronici. "Ma Paesi come Venezuela, Brasile o regimi mediorientali non dispongono di sistemi per monitorie gli spostamenti di una tale massa d detenuti. Peraltro sappiamo molti poco dei detenuti liberati. In alcuni soggetti l'ipotesi di recidive o di fuga resta reale" spiega da Londra Sauro Scarpelli, vicedirettore delle campagne di Amnesty International.
Certo ci si domanda se davvero non escano anche pericolosi delinquenti. In Afghanistan, per esempio, il presidente Ashraf Ghani ha promesso che avrebbe rilasciato 30mila persone dalle carceri - un'enormità - lasciando dietro le sbarre i pericolosi jihadisti. Ma sarà vero? Chi potrà realmente controllare che non vi siano detenuti pericolosi tra i 4mila liberati in Etiopia, o tra i 1.700 in Nicaragua o tra i 4.200 del Sudan?
Un dato, pressoché certo, purtroppo ricorre costantemente. A restare dietro le sbarre sono sempre gli stessi, gli ultimi, le persone innocenti ma ritenute dai regimi che li hanno incarcerati più pericolosi di feroci criminali: ovvero quelli che Amnesty definisce i prigionieri di coscienza. "Ancora una volta a pagare il prezzo più alto sono i prigionieri di coscienza, persone che non hanno commesso un crimine ma imprigionati spesso solo perle loro opinioni o per le loro attività sul fronte dei diritti umani. Sono esposti a un grave pericolo sanitario", continua Scarpelli.
Proprio ieri Amnesty International ha così diffuso un manifesto per la loro liberazione immediata. Sottolineando come il sovraffollamento e la mancanza di servizi igienico-sanitari in molti centri di detenzione del mondo renda impossibile l'adozione di misure di protezione dalla pandemia, come la distanza fisica e il lavaggio regolare delle mani.
"L'ingiustificata detenzione mette queste persone ancora più in pericolo", ha precisato Scarpelli. I regimi da sempre pensano prima di tutto alla propria sopravvivenza. Ai loro occhi è meno preoccupante liberare anche pericolosi criminali, legati al crimine organizzato e potenzialmente capaci di recidive, piuttosto che liberare i prigionieri di coscienza. Scarcerarli significherebbe liberare le idee che li hanno portati in carcere.
Aldilà dei prigionieri di coscienza, e della loro drammatica vicenda, il coronavirus ha dunque riportato l'attenzione sul problema delle carceri. Divenute pericolosi focolai quasi dappertutto. Eppure, quasi ne trascurassero la pericolosità, fino a poco fa diversi governi hanno effettuato davvero pochi tamponi all'interno degli istituti penitenziari.
Quello che sta avvenendo in Brasile, per esempio, resta un mistero. Il gigante del Sudamerica ha la terza popolazione carceraria del mondo, 72mila detenuti, eppure ne avrebbe sottoposti a tampone solo 682. "In Brasile il sovraffollamento nelle carceri è gravissimo (+168% del numero concepito, ndr). Molte persone finiscono in prigione e rimangono per anni prima che il processo venga celebrato", precisa Scarpelli.
Ma a figurare nella lista dei "poco virtuosi" vi sono anche Paesi occidentali. Come gli Stati Uniti. La loro popolazione carceraria è la più grande del mondo: 1,2 milioni di detenuti. Eppure in questo Paese, che sta pagando il prezzo più alto nel mondo in termini di vite umane, i tamponi eseguiti nelle carceri sono del tutto inadeguati. Un dato rilasciato due settimane fa dal Bureau of Prisons parla molto chiaro: su 2.700 tamponi effettuati (i detenuti che scontano una pena nei centri federali sono 150mila) ne sono risultati positivi quasi 2mila, in altri termini più del 70%.
Se si dovessero sottoporre a tampone più detenuti i risultati sarebbero facilmente immaginabili. Se si vuole fermare il contagio fuori dalle prigioni, occorre fermarlo primo dentro. Ridurre il sovraffollamento è certo un primo passo. Ma certamente non il solo.
di Giovanna Casadio
La Repubblica, 5 maggio 2020
La proposta di Bellanova per regolarizzare gli invisibili: "Sarà per 600 mila". Il Viminale frena: 250-300mila. Provenzano: "Così stronchiamo illegalità e mafie". Malumori 5S, Sibilia: "Non è una priorità del governo". Il dado è tratto: la regolarizzazione degli stranieri che lavorano nei campi o presso le famiglie come badanti, colf e babysitter si farà, forse già con il decreto di maggio e potrebbe riguardare tra i 400 mila e i 600 mila immigrati.
Teresa Bellanova, la ministra renziana dell'Agricoltura, ha lanciato l'offensiva chiedendo una regolarizzazione immediata: "Non si può più tergiversare, stop alle indecisioni del governo. Se non ci sarà, lo Stato si rende non solo complice, ma fautore dell'illegalità in cui questi lavoratori sono costretti, alimentando criminalità e caporalato".
Denuncia la situazione disastrosa dei ghetti dei braccianti dal punto di vista sanitario e lancia l'sos per i raccolti nelle campagne. Il Viminale parte da una stima inferiore: 250mila-300 mila regolarizzabili subito. Bellanova ha l'impegno della responsabile del Viminale, Luciana Lamorgese, sul cui tavolo il provvedimento è ormai pronto. Ne hanno discusso ieri le ministre in vista del vertice di maggioranza con il premier Giuseppe Conte.
Nella riunione in tarda serata Bellanova è tornata all'attacco. Ma la tensione è altissima con i 5S. Se la ministra del Lavoro, Nunzia Catalfo sembra più possibilista, il sottosegretario all'Interno, Carlo Sibilia è contrario. Sostiene infatti che "la regolarizzazione non è una priorità. Ci sono altre soluzioni per affrontare la problematica, come quelle di fare incontrare domanda e offerta agricola".
I grillini si convinceranno? Potrebbero chiedere un compromesso, escludendo dalla regolarizzazione per ora il lavoro domestico. Si fronteggiano da un lato Dem, renziani, la sinistra di Leu e Emma Bonino che con +Europa e Radicali ha organizzato una campagna per restituire dignità e visibilità ai "sans papier". Le opposizioni di Salvini e Meloni sono sul piede di guerra contro quelli che giudicano favori ai clandestini.
Il leader leghista contrattacca: "Prima lasciano che decine di mafiosi e assassini escano dal carcere, poi provano una sanatoria di centinaia di migliaia di clandestini, dobbiamo fermarli". "Il Pd sta spingendo, così come Bellanova. E l'occasione per creare percorsi di emersione e stroncare illegalità e mafia", spiega il ministro dem per il Sud Pepp e Provenzano.
Il provvedimento del Viminale è perciò pronto ma ancora aperto. Ci sono diverse ipotesi all'esame. Sembra tuttavia escluso che la regolarizzazione riguardi i lavoratori dell'edilizia. E al Viminale preferiscono parlare di nonne di "emersione" del lavoro nero degli irregolari. Non è una sanatoria, nel senso che non riguarderà coloro che non abbiano un contratto di lavoro in mano. In qualche modo ricalca le regolarizzazioni decise dai governi di centrodestra guidati da Berlusconi. Molti i dettagli tecnici da definire.
Ad esempio, gli stranieri saranno chiamati a dimostrare da quanto tempo sono in Italia. Basterà un tempo massimo di soggiorno di 3-4 mesi? Bellanova insiste: "Per me è una questione che va risolta in queste ore. Cos'altro vogliamo aspettare?". Se tuttavia lo scontro nella maggioranza si alzasse, allora la regolarizzazione potrebbe procedere con un provvedimento ad hoc, senza essere inserita nel decreto di maggio.
Maurizio Martina, ex segretario del Pd ed ex ministro, autore della legge sul caporalato, ricorda che un "provvedimento rapido ed efficace è indispensabile perché solo così ci sarà anche sicurezza sanitaria". Bellanova procede per esempi. "A Borgo Mezzanone in provincia di Foggia ci sono 3 mila persone ammassate in un campo di fortuna. Nel momento in cui riprendono una attività, salta tutto per aria in termini di emergenza sanitaria".
di Federica Zoja
Avvenire, 5 maggio 2020
Il Covid, gli avvelenamenti da metanolo ritenuto una cura e la crisi economica stanno piagando il Paese. Ma il governo riapre le attività. Rohani: "La produzione è essenziale quanto le precauzioni".
Il metanolo continua a fare strage in Iran, di tutti i Paesi mediorientali il più colpito dal coronavirus e, dramma nel dramma, pure dagli effetti della diffidenza nei confronti delle autorità. Sono 728 i cittadini iraniani morti dopo aver ingerito una bevanda a base di alcol metilico, altamente tossico per l'uomo. Un presunto rimedio contro il Covid-19, per molti assai più efficace di quanto indicato dal ministero della Sanità: mascherine, gel igienizzanti e distanziamento fisico.
Il numero di morti ufficiali correlate al virus, intanto, è di oltre 6.100 unità, per un totale di contagi di oltre 96mila. In realtà, si stima che i decessi per Covid siano almeno il doppio e gli infetti il triplo di quanto dichiarato da Teheran. Di riflesso, anche il bilancio della strage da metanolo non è certo: il portavoce del ministero della Sanità iraniano, Kianoush Jahanpour, ha dichiarato alla tv di Stato che dal 20 febbraio a fine aprile sono morte 525 persone per ingestione di metanolo; un secondo consulente ministeriale, invece, ha corretto il tiro riferendo che altre 200 persone sono morte al di fuori delle strutture ospedaliere. Insomma, la curva di entrambe le epidemie non è ancora in discesa. Ma c'è un altro pericolo che spaventa le autorità iraniane ancora di più: quello del collasso socio-economico e, di conseguenza, dell'implosione politica della Repubblica islamica. Per evitare il tracollo, Teheran ha disposto la riapertura degli uffici pubblici e delle attività private a partire dalla capitale e, via via, nelle province. Così il presidente Hassan Rohani ha motivato la decisione: "Vista l'incertezza su quando la diffusione del virus finirà, ci stiamo preparando per riprendere il lavoro, le attività e la scienza. Dobbiamo seguire le indicazioni mediche, ma il lavoro e la produzione sono essenziali quanto queste precauzioni".
Al momento sono operative le attività commerciali considerate "a basso rischio" e i parchi pubblici. Restano però ancora chiusi centri commerciali, scuole e università e sono limitati, tra le altre cose, gli assembramenti dei fedeli nelle moschee. Una misura essenziale, visto che in Iran si ritiene che il primo focolaio sia deflagrato nella città di Qom - sede di importanti scuole teologiche frequentate da studenti cinesi e di santuari islamici visitati da migliaia di fedeli - per poi raggiungere ogni angolo della nazione e del Medio Oriente in poche settimane.
Ora la crisi economica galoppa. La Banca mondiale stima che già nel 2019 il Pil dell'Iran si fosse contratto di circa il 9 per cento rispetto a quello del 2018 in conseguenza delle sanzioni contro Teheran reintrodotte da Washington. Il Fondo monetario internazionale prevede un'ulteriore flessione, anno su anno, del 6 per cento a fine 2020. Ma la riduzione della crescita potrebbe essere ancora peggiore, aggravata dalla guerra dei prezzi del petrolio fra Paesi esportatori. In questo frangente, l'azione di Teheran segue due binari: il primo, che il Brookings institute ha battezzato della "Corona-diplomazia", vede un battage diplomatico internazionale per ottenere l'alleggerimento delle restrizioni in vigore; il secondo, invece, più operativo, punta al rafforzamento della cooperazione con gli alleati asiatici.
Ha dichiarato il rappresentante speciale russo a Teheran, Rustam Zhiganshin: "Nonostante le gravi restrizioni legate alla pandemia, il flusso di merci tra Russia e Iran continua, sia via terra che via mare". E dopo il crollo dell'interscambio fra Iran e Cina nel primo trimestre 2020, in settimana Pechino ha annunciato la ripresa e il pieno sostegno "agli amici iraniani" contro virus e isolamento economico.
La Repubblica, 5 maggio 2020
Il dossier diffuso oggi da Human Rights Watch. Un luogo a 85 chilometri a Nord della città di Raqqa, dal 2013 al 2015 sotto il controllo dello stato islamico. In Siria rinvenute più di 20 fosse comuni. Il cosiddetto stato islamico (IS) ha usato una gola nel Nord-Est siriano come "discarica" per i corpi delle persone che aveva rapito o detenuto. Lo rende noto Human Rights Watch (Hrw) in un rapporto pubblicato oggi. Un'indagine dell'organizzazione umanitaria effettuata con un volo di droni nella gola, che imporrebbe alle autorità di proteggere il sito, rimuovere i resti umani e conservare le prove per i procedimenti penali contro gli assassini. L'IS ha controllato il territorio attorno alla gola di al-Hota - 85 chilometri a Nord della città di Raqqa - dal 2013 al 2015. In Siria sono state rinvenute più di 20 fosse comuni contenenti migliaia di corpi in aree precedentemente detenute dal gruppo armato. L'indagine di Human Rights Watch su al-Hota è stata anche realizzata con interviste a residenti locali, video registrati dall'IS, analisi di immagini satellitari e del drone nella gola, profonda 50 metri.
Da bellissimo sito naturale a luogo di orrori. "La gola di Al-Hota, un tempo un bellissimo sito naturale, è diventata un luogo di orrore e resa dei conti - dice Sara Kayyali, ricercatrice siriana di Human Rights Watch - racconta ciò che è accaduto sia lì che presso altre fosse comuni in Siria. È cruciale per determinare cosa è successo alle migliaia di persone che l'IS ha sterminato e tenerne conto per perseguire i loro assassini". L'area intorno ad al-Hota è attualmente controllata dall'esercito nazionale siriano, appoggiato dalla Turchia, mentre la città di Raqqa rimane sotto il controllo delle forze democratiche siriane a guida curda. Chiunque controlli la gola - è il richiamo perentorio di Human Rights Watch - ha l'obbligo di preservare il sito, identificare i dispersi e indagare sulle loro morti.
Un video dell'IS che mostra i corpi gettati nella gola. Quando l'IS ha controllato l'area di Raqqa, i suoi membri hanno minacciato le persone di essere gettati ad al-Hota, hanno ricordato i residenti locali. Alcuni hanno detto di aver visto corpi sparsi lungo il bordo della gola. Un video, registrato dai miliziani tagliagole dell'IS, pubblicato su Facebook nel 2014, mostra un gruppo di uomini che gettano due corpi nella gola. Gli abiti degli uomini corrispondono a quelli indossati da due persone che sono mostrate in un altro video, sempre diffuso dall'IS. L'ispezione di al-Hota con un drone Parrot Anafi ha rivelato sei corpi galleggianti nell'acqua sul fondo. Considerato lo stato di decomposizione dei corpi, si ritiene che possano essere stati scaricati lì molto tempo dopo che l'IS aveva lasciato l'area. Le identità di quelle vittime e le loro cause di morte rimangono sconosciute.
Molti corpi si trovano in fondo sott'acqua. Le mappe geologiche e un modello topografico 3D di al-Hota dalle immagini dei droni suggeriscono che la gola si fa più profonda di quanto il drone fosse in grado di vedere quindi, molto probabilmente, i resti umani si trovano sotto la superficie dell'acqua. Alcuni residenti locali hanno riferito di aver sentito parlare di altri gruppi armati antigovernativi che hanno gettato corpi di soldati governativi e combattenti della milizia filo-governativa in al-Hota, prima che l'IS controllasse l'area, sebbene nessuno di loro avesse visto questo da solo.
Lo sforzo vacillante e incompleto di riesumare le vittime. Un rapporto di Human Rights Watch pubblicato nel febbraio 2020 documentava che l'IS aveva rapito e arrestato migliaia di persone durante il suo governo in Siria, giustiziandone molte. Tra i dispersi vi sono attivisti, operatori umanitari, giornalisti e combattenti anti-IS, appartenenti a diversi gruppi, oltre a residenti locali che si sono scontrati con il gruppo armato. Lo sforzo di riesumare le fosse comuni dell'IS è stato vacillante e incompleto, in parte a causa della fluida situazione della sicurezza. Con risorse limitate e un supporto esterno minimo, i gruppi locali, come il team dei primi soccorritori di Raqqa, hanno condotto riesumazioni parziali. I siti comunque non sono ancora protetti e non sono stati esaminati secondo le migliori pratiche internazionali. Nessuna squadra sta lavorando ad al-Hota o nella fossa, che è una zona attualmente sotto il controllo turco.
Gli impossibili equilibri tra curdi e turchi. In una fase positiva, il 5 aprile scorso, il Syrian Democratic Council (DSC) - l'insieme di milizie a prevalenza curda e araba formatesi nelle aree della Siria nord-orientale (il cosiddetto Rojava) durante la guerra civile siriana, di fatto un'autorità civile responsabile delle aree che erano state controllate dall'IS - ha annunciato la creazione di un nuovo gruppo di lavoro, per aiutare a identificare cosa è realmente successo ai dispersi e alle persone rapite dall'IS. È tuttavia improbabile che la DSC, a guida curda, abbia accesso alle aree controllate dalla Turchia e dalle fazioni sostenute dalla Turchia.
"Scene del crimine" da preservare e sgomberarle da trappoli inesplose. Secondo il dossier di Hrw, con il forte richiamo che contiene, la Turchia e l'Esercito nazionale siriano dovrebbero trattare al-Hota e le altre fosse comuni nell'area come "scene del crimine" e proteggere quei siti in modo che le prove potenziali non vengano distrutte. Dovrebbero garantire che al-Hota sia sgombrato da trappole esplosive e munizioni inesplose, in modo che gli esperti forensi possano scendere nella gola, localizzare e rimuovere i corpi e iniziare il minuzioso lavoro di identificazione. "Qualunque autorità controlli l'area di al-Hota è obbligata a proteggere e preservare il sito", ha ribadito Kayyali. "Dovrebbero facilitare la raccolta di prove per ritenere i membri dell'IS responsabili dei loro orrendi crimini, così come quelli che hanno scaricato corpi ad al-Hota prima o dopo le regole imposte dall'IS".
di Roberto Saviano
La Repubblica, 4 maggio 2020
Garantire la salute del detenuto è fondamentale: un carcere che non è democratico diventa immediatamente un carcere dove comandano le mafie. Nei giorni scorsi hanno generato scandalo e polemiche i domiciliari dati ad alcuni ex esponenti di clan camorristici e mafiosi tra questi Pasquale Zagaria, fratello di Michele Zagaria, Francesco Bonura, Vincenzino Iannazzo, il corleonese Pietro Pollichino ed altri ancora in conseguenza di condizioni di salute incompatibili con il regime carcerario. Se ne è discusso perché alle richieste dei magistrati di sorveglianza dal Dap non è arrivata alcuna risposta.
di Mario Chiavario
Avvenire, 4 maggio 2020
Nel "Cura Italia" il nullaosta alla libera uscita di un bel numero di pericolosi boss mafiosi? È bene non fare di ogni erba un fascio. Infatti, le scarcerazioni di cui si parla - e ci si riferisce in particolare a taluni trasferimenti in detenzione domiciliare - risultano per lo più motivate a prescindere dalle norme contenute in quel decreto e dirette ad arginare la diffusione del contagio negli istituti penitenziari.










