di Giuseppe Pipitone
Il Fatto Quotidiano, 6 maggio 2020
L'ex procuratore aggiunto di Milano, che ha lasciato la magistratura da un anno e mezzo, commenta lo scontro che ha animato il mondo politico giudiziario: "Se Di Matteo ha chiesto 48 ore di tempo per scegliere, va da sè che il ministro, per la sua qualità istituzionale, ha l'obbligo di mantenere ferma questa doppia scelta per 48 ore. Quindi nel frattempo è accaduto qualcosa". Cosa? "Io non credo abbia subito pressioni, magari semplicemente qualcuno l'ha convinto".
Lo scontro tra Nino Di Matteo e Alfonso Bonafede? "Il ministro deve chiarire perché non ha mantenuto quell'impegno preso con il magistrato". Cioè? "Deve spiegare cosa è successo e per quale motivo. Perché non ha aspettato le 48 ore di tempo che gli erano state chieste, prima di modificare la sua proposta? Se ha cambiato idea sul vertice del Dipartimento amministrazione penitenziaria è lecito, ma perché non ne spiega il motivo? È questo il punto centrale della vicenda". A voler commentare con ilfattoquotidiano.it il botta e risposta che ha animato il mondo della giustizia nelle ultime ore, è un ex magistrato che di scontri tra toghe ne ha vissuto qualcuno in prima persona. Alfredo Robledo, ex procuratore aggiunto di Milano, è stato per mesi al centro di un feroce conflitto con quello che all'epoca era il suo procuratore capo: Edmondo Bruti Liberati.
Uno scontro aspro, con Robledo che nel 2016 era stato trasferito dal Csm al Tribunale di Torino in veste di giudice, Bruti Liberati che lo aveva denunciato per abuso d'ufficio. E l'ex aggiunto che da parte sua aveva fatto ricorso al Tar e pure alla Corte europea dei diritti dell'uomo contro le decisioni del Csm.
"Lei lo sa che la Cedu ammette mediamente il 4% dei ricorsi che vengono presentati? Tra quel 4% c'è il mio", commenta oggi Robledo, che dal dicembre del 2018 ha deciso di lasciare la magistratura per diventare presidente dell'impresa Sangalli, azienda di servizi ambientali con più di mille dipendenti. Ha appeso la toga al chiodo a pochi anni dalla pensione, ma ovviamente ha continuato a guardare da lontano il mondo giudiziario. Lo stesso che nelle scorse ore è stato animato dallo scontro tra Di Matteo e Bonafede.
Dottor Robledo, ha detto di essere stato colpito dal botta e risposta Di Matteo-Bonafede. Colpito da cosa in particolare?
Dalla disinvoltura con la quale il ministro è passato sopra quest'episodio. Come se non fosse successo nulla di particolare.
In realtà Bonafede, tra le altre cose, si è detto esterrefatto...
Ed è curioso.
Perché?
Perché nel momento in cui un ministro della giustizia fa una proposta a un collega del livello di Di Matteo, e gli dice che ha una doppia possibilità di scelta, tra due incarichi prestigiosi, deve attendere la risposta mantenendo nel frattempo intatta quella proposta.
Cosa che non è avvenuta?
Se Di Matteo chiede 48 ore di tempo per scegliere, va da sé che il ministro, per la sua qualità istituzionale, ha l'obbligo di mantenere ferma questa doppia scelta per 48 ore. Una volta che, passate le 48 ore, Di Matteo avesse comunicato la sua scelta, il ministro avrebbe potuto agire di conseguenza affidando l'altro incarico a un altro magistrato. Così non è stato, visto che - nella ricostruzione di entrambi - il guardasigilli prima chiede a Di Matteo di scegliere tra Dap e ministero, poi gli spiega di preferirlo agli Affari generali del suo dicastero. E intanto ha già contattato un altro magistrato per il vertice dell'Amministrazione penitenziaria.
Quindi?
Quindi è chiaro che nel frattempo è accaduto qualcosa. Il ministro ha fatto un'altra scelta, senza avvertire Di Matteo che erano cambiate le condizioni. E quindi contraddicendo la propria parola. E questa è una scorrettezza.
Bonafede, però, dice che in un primo momento era convinto di aver incassato il via libera del magistrato per il posto agli Affari generali del ministero...
Va bene, ma il ministro oggi deve chiarire perché non ha mantenuto quell'impegno preso con Di Matteo. Deve spiegare cosa è successo in quelle 48 ore e per quale motivo ha cambiato idea. A meno che non si tratti di qualcosa non confessabile, ma credo proprio di no.
Magari ha semplicemente cambiato idea...
Bene, legittimo. Ma allora oggi spieghi perché. Deve rendere trasparente un comportamento che così lascia delle ombre.
Secondo lei, preso atto che Di Matteo voleva andare al Dap, Bonafede avrebbe potuto semplicemente chiedere a Basentini di scegliere un altro incarico?
Certamente, ma questo sarebbe potuto accadere se ci fosse stata soltanto una sorta di leggerezza del ministro. Cioè se si fosse fatto scappare una proposta a un altro magistrato quando ancora aspettava la risposta di Di Matteo. Invece evidentemente in quelle 48 ore è accaduto qualcosa per cui il ministro ha preso una decisione che non ha voluto revocare. E che oggi non spiega.
Si è parlato delle minacce dei mafiosi sull'ipotesi di Di Matteo capo del Dap. Quelle parole però erano già note a Bonafede da giorni, quando ha avanzato la sua proposta al magistrato. Come avrebbe potuto farsi influenzare ex post? Questa ricostruzione a livello cronologico non può reggere, non crede?
Intanto vorrei dire che se i mafiosi non sono contenti quando sentono il nome di Di Matteo, questo mi sembra un segno di salute dello Stato. Ma a maggior ragione, proprio perché ci sono di mezzo i mafiosi e le loro parole, il ministro doveva essere chiaro e spiegare i motivi della sua scelta.
Bonafede in ogni caso nega qualsiasi tipo di pressione...
Io non credo abbia subito pressioni, magari semplicemente qualcuno l'ha convinto sulla necessità di nominare Di Matteo al ministero e un altro magistrato al Dap. Ripeto: tutto assolutamente legittimo. Ma se ha legittimamente cambiato convincimento non c'è alcun motivo ostativo affinché possa chiarirne il motivo. E invece non lo fa.
In molti hanno attaccato Di Matteo per aver raccontato questa vicenda quasi due anni dopo. Lei che ne pensa? Non è un po' tardi?
Da parte di Di Matteo è stata una tempistica necessitata, perché avrebbe dovuto intervenire prima? Si trattava di una questione interna, ma adesso che viene data un'indicazione pubblica diversa allora è comprensibile che abbia deciso di porre il problema.
Ovviamente questa vicenda ha avuto riflessi sul mondo della politica ma anche dentro al Csm, di cui Di Matteo fa parte. I consiglieri laici eletti dal M5s a Palazzo dei Marescialli hanno fatto una nota per dire che gli esponenti del Csm devono "osservare continenza e cautela" quando esprimono "le proprie opinioni". Che ne pensa?
Io penso che Di Matteo abbia avuto misura e garbo, come sempre. Contrariamente a quello che si vuole fare passare, Di Matteo non ha lanciato accuse verso alcuno, ha parlato di fatti. Secondo me non ha travalicato alcuna misura, anzi è stato misurato come è nel suo carattere e come sempre ha fatto. La strumentalizzazione politica si mette in moto sempre in queste occasioni ed è normale che sia così. Ciò non toglie che, come diceva Nenni, i fatti sono testardi.
Lei ha lasciato la magistratura ormai più di un anno fa: le manca la toga?
Mi manca il mondo che ho conosciuto nei primi 35 anni in magistratura. Non quello degl ultimi cinque. Non mi manca quel mondo, però mi mancano le persone. Anzi: alcune persone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 maggio 2020
Il legale della famiglia ha presentato un esposto alla Procura di Palermo. Se le mancate risposte per i trasferimenti presso strutture mediche nei confronti di un detenuto accusati o condannato per reati di mafia con gravi patologie fanno indignare quando viene concessa la detenzione domiciliare, c'è silenzio assoluto quando invece il recluso muore anche a causa dei ritardi.
Nessuna indagine da parte del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), nessuna ispezione da parte del ministero della giustizia per verificare se ci siano state qualche omissione o, addirittura, responsabilità sulla morte del detenuto.
È il caso del presunto boss Vincenzo Sucato, primo morto di coronavirus a causa delle sue gravi patologie pregresse e in custodia cautelare presso "La Dozza" di Bologna. L'avvocato Domenico La Blasca, per volere dei familiari ha presentato un esposto presso la procura di Palermo richiedendo urgentemente il sequestro di tutta la documentazione per tutelare la genuinità delle prove. Il motivo? L'avvocato chiede alla procura di accertare i fatti per verificare se sussistano condotte penalmente rilevanti, tra i quali l'omicidio colposo.
"Quando è iniziata la diffusione nella popolazione italiana del virus Covid 19 chi era responsabile della tutela della salute del Sucato Vincenzo sapeva, o ha colposamente trascurato, che si trattava di un soggetto ad elevatissimo rischio sia di contaminazione che di morte quasi certa in caso di contagio", si legge nella denuncia. Ma cosa sarebbe accaduto? Come mai c'è la richiesta di verificare se ci siano stare responsabilità da parte dei responsabili dell'istituto penitenziario bolognese, tra i quali la direzione sanitaria?
L'esposto ripercorre la cronologia dei fatti. Un vero e proprio calvario, trasferimenti in istituti non adatti per le patologie che aveva il recluso e soprattutto ritardi nel dare la documentazione clinica e inviati solo dopo un ulteriore sollecito da parte del giudice che doveva decidere sui domiciliari.
Sucato è stato arrestato agli inizi di dicembre del 2019 per il reato di associazione mafiosa ed estorsione aggravata. Sin dall'interrogatorio di garanzia è stato evidenziato che lo stesso, all'epoca già 74enne, era affetto da diverse gravi patologie fra cui cardiopatia e diabete mellito di II° tipo. Le patologie sono state annotate nel suo diario clinico al suo ingresso al carcere di Palermo Pagliarelli, dove è stato ristretto fino al 3 gennaio 2019, data in cui viene trasferito dal Dap "per motivi di opportunità penitenziaria" al carcere di Tolmezzo. Già nasce un primo problema. L'istituto non era adatto per garantire a Sucato un'assistenza sanitaria h24 a causa delle sue gravi patologie, visto che necessitava di un pronto intervento in caso di crisi. Il legale, avuto contezza delle condizioni di salute di Sucato attraverso i colloqui telefonici, ha quindi depositato a luglio del 2019 una istanza di sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Il giudice ha respinto l'istanza, ma ha chiesto subito al Dap di individuare una struttura carceraria con un "servizio medico multi - professionale integrato".
Dopo un mese dalla richiesta urgente per l'immediato trasferimento, il Dap finalmente individua nel carcere di Bologna la struttura adatta. Siamo al 23 agosto del 2019. Ma nell'esposto dell'avvocato La Blasca si legge che "il 20.9.2019 il sig. Sucato comunicava telefonicamente che gli accertamenti a tutela della propria salute che dovevano essere effettuati presso il carcere di Bologna dal 23.8.2019 non solo non erano stati effettuati ma il carcere di Bologna non aveva un'area medica multi-professionale integrata".
A quel punto il legale, con istanza del 23 ottobre del 2019, ha richiesto al Gip la sostituzione della misura cautelare in carcere con quella degli arresti domiciliari alla luce delle carenze sia della struttura carceraria che delle cure prestate a Sucato.
Il giudice però ha rigettato l'istanza perché ha acquisito due relazioni sanitarie dal carcere di Bologna le quali hanno attestato che tutto sarebbe filato liscio. Nella prima relazione si legge che "... attualmente il paziente è in discrete condizioni di compenso ed effettua le terapie prescritte ed usufruisce del vitto per diabetici", mentre la seconda elenca quello che - secondo la direzione sanitaria - sarebbe il sistema di assistenza presso la struttura.
Secondo l'avvocato, però, la struttura non sarebbe stato in grado di garantire un'assistenza come descritto dalle relazioni, situazione aggravata dal fatto che aveva avuto un ictus a metà febbraio e ancora non gli avevano fatto l'intervento alla carotidea. Ma non solo. Sucato ha detto telefonicamente ai suoi familiari che gli era stato consigliato di fare domanda di trasferimento perché non sarebbero state più disponibili le medicine per curarlo.
Subito l'avvocato ha fatto un'altra istanza urgente, anche questa rigettata il 20 marzo scorso perché mancavano le documentazioni cliniche del carcere. Con richiesta del 23 marzo, la difesa ha chiesto una relazione al direttore della Casa Circondariale di Bologna. Ma non ricevendo nessuna riposta, l'avvocato ha inoltrato una ulteriore istanza per chiedere gli arresti domiciliari per gravi motivi di salute. Con un provvedimento del 25 marzo, il giudice ha chiesto urgentemente la relazione sanitaria da parte del carcere.
Ma anche questa volta non ha ricevuto nulla. All'udienza del 26 marzo scorso Sucato ha comunicato telefonicamente alla difesa le medesime circostanze riferite precedentemente ai familiari, ovvero la mancanza di medicine specifiche, poca vigilanza sanitaria e la convinzione che il virus si stesse diffondendo all'interno della struttura carceraria.
Lo stesso giorno, Sucato viene sottoposto a visita medica urgente all'interno del carcere e lo trasferiscono al pronto soccorso dell'Ospedale Sant'Orsola di Bologna. La sera sempre del 26 marzo l'ufficio matricola comunica al difensore, mediante telefonata allo studio, il ricovero di Sucato all'Ospedale Sant'Orsola di Bologna per una presunta grave polmonite.
Il 27 marzo la difesa informa il Gip che Sucato è stato ricoverato il giorno precedente presso l'ospedale di Bologna per polmonite. Il Gip, a quel punto sollecita nuovamente la relazione medica richiesta tre giorni prima e notizie sullo stato di salute attuale del detenuto. Il 28 marzo finalmente il carcere di Bologna relaziona al Gip e trasmette documentazione sanitaria da cui emerge che il 26 Sucato è stato sottoposto al tampone e in seguito alla positività dell'esame è stato trasferito al reparto Covid19. E il 30 marzo, il Gip finalmente dispone degli arresti domiciliari presso l'ospedale. Ma oramai Sucato si è aggravato, viene trasferito in terapia intensiva e muore a mezzanotte del 2 aprile.
Tante sono le domande e tante cose vanno chiarite. Si sapeva già del contagio all'interno del carcere di Bologna? Se sì, il direttore sanitario e il responsabile del Dap, come mai non hanno disposto un trasferimento urgente? A questo si aggiunge il ritardo nel fornire la relazione clinica e inviarla al Gip dopo una sua sollecitazione. Sarà eventualmente la procura di Palermo a trovare le risposte. Resta un dato oggettivo. Era ampiamente documentato che Sucato, qualora fosse stato contagiato, sarebbe certamente deceduto. Ed è accaduto.
di Giuseppe Scarpa
Il Messaggero, 6 maggio 2020
In 70 si erano sollevati. I detenuti avevano ribaltato materassi, distrutto telecamere, aggredito gli agenti e preso possesso di un'ala del carcere di Rebibbia, nella Capitale. Una protesta, quella del 9 marzo, che aveva trascinato, dietro le barricate, altri 300 ospiti del carcere. Sobillati ad arte da uno zoccolo duro che ne tirava le redini. Attori interni al penitenziario mossi, a loro volta, dal grande crimine. È questa l'ipotesi al vaglio della procura di Roma che indaga per i reati di devastazione e saccheggio. Il pm che ha in mano il fascicolo, grande esperto in materia di carcere, è Francesco Cascini.
I detenuti ufficialmente hanno sempre sostenuto di essere preoccupati per la loro salute. Un possibile contagio di Coronavirus dentro Rebibbia, dove sono spesso stipati come sardine, potrebbe avere, se non immediatamente riscontrato, un impatto devastante.
Ma in realtà ci sarebbe qualcosa di più profondo. I primi due detenuti a fare le spese del repulisti dentro il carcere sono stati Leandro Bennato, uomo di Diabolik, gambizzato tre mesi dopo l'assassinio del suo capo, e Daniele Mezzatesta. Quest'ultimo è un 38enne romano condannato a 17 anni, perché in casa gli trovarono sei chili di tritolo, un kalashnikov, tre mitragliatori, un fucile a canne mozze, una sfilza di semiautomatiche e di revolver. Mezzatesta non ha mai detto nulla agli inquirenti sull'origine di armi e droga. Ma come capo popolo, assieme a Bennato ha dimostrato di avere una certa eloquenza. Avrebbe fomentato gli altri detenuti. Alla fine la decisione è stata quella di trasferirli nella casa circondariale di Secondigliano.
Ad ogni modo l'inchiesta cerca di capire l'evoluzione della protesta. Di certo la stretta delle visite ai detenuti, stabilite all'indomani dell'emergenza Covid-19, è all'origine di tutto. Ma più che un problema di carenza di affetti si tratterebbe di un difetto di comunicazione con il mondo esterno. Una misura che è una calamità per la criminalità organizzata. Un blackout informativo che fa saltare la diffusione di messaggi, destabilizza mafie o la criminalità più in generale.
Alcuni dei detenuti non possono fare filtrare all'esterno le loro disposizioni. Gli ordini per tenere in piedi la macchina che fuori continua ancora a girare nonostante il Coronavirus. Come fare se un boss è rinchiuso in cella e non riesce a spedire le sue raccomandazioni fuori?
O al contrario se non viene costantemente aggiornato? La protesta ha camminato veloce da un carcere all'altro del Paese, raccogliendo il veleno di molti pesci piccoli che si sono sentiti autorizzati a sfogare tutta la loro frustrazione. Alcune, probabilmente, erano manifestazioni spontanee, altre no. E forse, questo, è proprio il caso di Rebibbia.
romatoday.it, 6 maggio 2020
I volantini sono comparsi nella notte. La denuncia del Garante Anastasìa: "Azione inqualificabile". "Manifestini intimidatori e offensivi, all'indirizzo dei dirigenti dei servizi sanitari nelle carceri di Roma, di Rebibbia e di Regina Coeli, sono apparsi oggi sulle mura dell'edificio che ospita la sede amministrativa della Asl Rm2".
È la denuncia diramata, con una nota, dal Garante delle persone private della libertà della Regione Lazio, Stefano Anastasìa. "Si tratta di un'azione inqualificabile che nulla ha a che fare con la tutela dei diritti dei detenuti e la giusta preoccupazione per la possibile diffusione del virus in carcere".
Nel corso delle ultime settimane il Garante si è espresso più volte a favore del ricorso ai domiciliari per far fronte al sovraffollamento delle carceri, italiane e regionali in particolare, necessario a rendere più sicura la gestione di un eventuale contagio di Coronavirus all'interno del carcere. Sul punto hanno più volte protestato anche i detenuti e le loro famiglie. Le immagini con immagini e testi denigratori nei confronti del personale sanitario, secondo quanto apprende Roma Today, sono comparse questa notte. Sul fatto sta indagando la polizia.
Corriere del Veneto, 6 maggio 2020
Fase 2, per qualcuno è iniziata, per gli altri si programma la ripartenza. L'unico settore in cui sembra non ci sia una certezza sono le carceri. Per questo le cooperative che lavorano al Due Palazzi chiedono incontri urgenti con la direzione del carcere, per avviare i piani necessari.
Al momento i colloqui con i parenti sono sospesi, come pure tutte le attività all'interno della struttura. Col cambio al vertice nazionale dell'amministrazione penitenziaria, al centro di polemiche, sono in tanti a chiedere risposte. Lo fanno Ornella Favero di Ristretti Orizzonti e Nicola Boscoletto della Coop Giotto: "Il "modello Padova" di gestione dei detenuti è stato un esempio per molti. Chiediamo che gli sforzi fatti fin qui non siano gettati al vento".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 6 maggio 2020
Da ieri i volontari dell'associazione "La Terra di Piero" si recano ogni giorno, e lo faranno fino alla fine dell'emergenza, alla porta carraia della casa circondariale "Sergio Cosmai" di Cosenza dove ritirano pasti cucinati dai detenuti per poi distribuirli ai senzatetto della città. L'iniziativa, promossa dall'amministrazione comunale di Rende, è organizzata dall'associazione cosentina in collaborazione con l'Istituto Professionale Artigianale 'Todaro' di Rende, i cui docenti coordinano l'attività di preparazione di 23 pasti al giorno. In questo modo anche chi non dispone di una cucina potrà avere assicurato cibo caldo due volte al giorno.
"La consapevolezza di avere in minima parte contribuito a dare un senso di utilità a persone che purtroppo rischiano di non sentirla addosso, mi regala gioia e orgoglio". Questo il commento del presidente dell'associazione Sergio Crocco in un post in cui ha ringraziato anche la direttrice Teresa Mendicino per l'adesione all'iniziativa. Nei giorni scorsi l'associazione "La Terra di Piero", insieme a una rete di altre realtà sociali affiliate, aveva recapitato in carcere generi alimentari e materiale igienico destinato ai detenuti.
Pochi giorni dopo agli organizzatori è arrivata una lettera in cui i reclusi ringraziavano per l'attività a sostegno "degli ultimi e dei più bisognosi". Un rapporto di scambio reciproco che si è espresso nella nuova iniziativa che ha visto questa volta i detenuti protagonisti di un gesto di solidarietà. "La lettera ricevuta negli scorsi giorni - aggiunge Sergio Crocco - è stata il miglior attestato di stima per il nostro gesto. Per noi è una boccata di ossigeno sapere che chi vive una situazione di privazioni e restrizione decide di dedicare parte della propria giornata e delle proprie energie per lenire le sofferenze dei meno fortunati. Tutto ciò riempie il cuore di gioia e ci rende sempre più orgogliosi della nostra città e di tutti i suoi abitanti".
agensir.it, 6 maggio 2020
Prende il via, con la presentazione di oggi, l'iniziativa "Oltre il carcere" grazie alla quale verrà messo a disposizione di tutto il mondo legato al disagio e alle conseguenze della detenzione il primo numero verde gratuito in Italia che sarà incubatore di integrazione e solidarietà.
Il numero verde totalmente gratuito (800.938.080) sarà attivo dal lunedì al sabato dalle 9 alle 18, è promosso dall'Isola Solidale in collaborazione con il garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale e si avvarrà anche della grande rete solidale della Capitale in particolare dello sportello per l'esigibilità dei diritti delle Acli di Roma e provincia e del sostegno dell'associazione "Semi di libertà onlus".
Collaborazione, che soprattutto in questo periodo di emergenza legata al Covid-19 ha cercato di mettere in campo ogni mezzo per sostenere e aiutare famiglie, bambini in stato di disagio economico e sociale soprattutto se con un parente di carcere.
"Un servizio - ha spiegato Alessandro Pinna, presidente dell'Isola Solidale - che abbiamo sognato da anni e che oggi diventa realtà per essere più vicini non solo ai detenuti e agli ex detenuti, ma soprattutto alle loro famiglie e in particolare modo ai minori che spesso a seguito della detenzione di un genitore vivono preoccupanti situazioni di disagio e di emarginazione. Con l'arrivo della tempesta Covid-19, poi, ci siamo dovuti confrontare anche con una condizione sociale ed economica disastrosa e per questo motivo abbiamo cominciato anche un'attività di sostegno alimentare, economico e psicologico che verrà messo a regime con l'entrata in funzione del nostro numero verde".
"Questo servizio - ha sottolineato Gabriella Stramaccioni, garante dei diritti delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale di Roma Capitale - che viene presentato oggi rappresenta un concreto e indispensabile aiuto per le persone che si trovano in questo periodo ancora di più in difficoltà. L'emergenza sanitaria ha stravolto le nostre vite e per chi esce da una situazione detentiva, già privo di punti di riferimento e spesso senza nessun familiare né una casa, sapere che c'è chi può aiutarli e orientarli significa spesso una salvezza".
"Le Acli di Roma vogliono fare la propria parte anche in questa iniziativa destinata a persone in condizione di estrema fragilità - ha commentato Lidia Borzì, presidente delle AclI di Roma e provincia - mettendo a disposizione le proprie competenze e le proprie capacità a servizio di coloro che necessitano di sostegno per l'esigibilità dei diritti con il Patronato e gli altri servizi, ma anche per il contrasto alla povertà educativa grazie alle numerose iniziative che l'associazione ha attivato su questo tema".
di Isidoro Trovato
Corriere della Sera, 6 maggio 2020
Se la Lombardia è l'epicentro italiano della "catastrofe Covid-19", Milano è diventata il modello di riferimento per i professionisti che devono riorganizzarsi durante e dopo l'ondata del Coronavirus. E l'Ordine degli avvocati di Milano è diventato il laboratorio migliore per sperimentare azioni di contrasto alla crisi e immaginare un nuovo assetto della professione. "Questa emergenza sanitaria cambierà inevitabilmente i paradigmi e le grammatiche - avverte Vinicio Nardo, presidente dell'Ordine degli avvocati di Milano - si mescoleranno le competenze dell'avvocatura e le specializzazioni saranno diverse: ci sarà più interconnessione tra diritto e sanità. Serviranno giuristi che suggeriscano le regole del nuovo mondo nella contrattualistica e nel lavoro".
Le proposte - L'Ordine degli avvocati di Milano conta 24.871 iscritti, con 20.258 avvocati e 4.613 praticanti. Riunisce 1.046 tra studi associati e società tra professionisti. Si tratta di una realtà di primissimo piano nell'avvocatura italiana ed è per questo che sta proponendo alcune soluzioni contro le criticità emerse. "L'amministrazione della giustizia non è un motore a un'unica velocità - ricorda Nardo -. In questa fase il ricorso al processo telematico e alla giustizia a distanza non può valere per tutti: ciò che vale per il civile non si riscontra nel penale. Altro discorso ancora riguarda la giustizia amministrativa, che in questo momento emergenziale avrebbe deciso di fare a meno degli avvocati, introducendo una preoccupante "udienza virtuale".
Quest'ultimo provvedimento ha generato forte allarme scaturito in una delibera del Consiglio dell'Ordine di Milano inviata in primis al capo dello Stato. L'esercizio del diritto di difesa non può essere così compresso, tanto da essere così di fatto sospeso". Invece il giudice di pace, non dispone al momento di una piattaforma telematica. "Per quanto riguarda il giudice di pace - continua il presidente degli avvocati milanesi - la situazione si aggraverà a partire dal 12 maggio, quando, cessato il periodo di sospensione, alla mole di fascicoli arretrati (anche per le udienze non celebrate) si sommerà quella delle nuove iscrizioni a ruolo. Solo per dare uno spaccato della dimensione del fenomeno, si pensi che il giudice di pace di Milano ha un flusso di quasi centomila procedimenti - civili e penali - all'anno. In quel caso l'apporto telematico diventa una priorità".
Il processo telematico - Sul processo telematico però ci sono opinioni discordanti e soprattutto l'introduzione nell'ambito penale ha suscitato non poche perplessità tra gli avvocati.
"Il settore civile era in parte pronto all'emergenza grazie al processo civile telematico, ormai diventato patrimonio comune - ricorda Nardo -. In effetti diverso risulta il discorso per il penale dove, in questo periodo emergenziale, ci sono state luci ed ombre. Si sono fatti salti di 10 anni introducendo opportunità che appena un giorno prima erano ritenute impossibili, ma si teme un salto indietro con un'introduzione indiscriminata di un processo telematico che metterebbe a rischio tutte le garanzie. Quindi sì a alla possibilità di depositare in via telematica atti, liste testi, impugnazioni, memorie, visione da remoto dei fascicoli e la richiesta copie, ma alla fine ci si deve trovare in aula".
Le tutele - La frenata sull'innovazione dei processi potrebbe essere letta come una posizione conservatrice nei confronti di una macchina della giustizia da sempre considerata troppo lenta e poco al passo coi tempi. "La tecnologia entrerà rapidamente nel sistema giudiziario ma i principi non devono rimanere indietro - osserva Nardo. Per il processo penale ci si augura la scomparsa dei fascicoli che viaggiano sui carrelli grazie all'avvento del processo telematico ma la deposizione di un testimone deve essere tutelata al meglio.
Nel penale ci sono attività giudiziarie che si potrebbero svolgere con l'ausilio della videoconferenza ma sempre su specifica richiesta dell'imputato (o del difensore munito di apposita procura), formulata in anticipo per consentire l'organizzazione, sia per i detenuti sia per i liberi, in aggiunta a quelle di cui la legge già impone la celebrazione".
Dopo questa crisi epocale lo scenario non sarà più lo stesso, qualcuno ipotizza grandi fusioni, acquisizioni e la fine degli studi con la singola figura del dominus. Bisogna prepararsi a questo? "Bisognerà prima capire quante "vittime" farà questa crisi. È una prova molto complessa: potrebbe crescere il numero degli studi associati, potrebbe prepararsi un futuro di studi aggregati con nuove competenze trasversali. Non credo all'ipotesi di grandi network multinazionali di consulenza che inglobino anche i servizi legali. Il nostro non è un lavoro da catena di montaggio: probabilmente la scarsa liquidità indurrà a studi più numerosi ma la competenza sarà sempre di più un capitale sociale".
Gazzetta di Modena, 6 maggio 2020
Si sta costruendo la nuova edizione del premio nazionale voluto da TuttoLibri Oggi il meeting che vede collegati con Modena educatori di 15 istituti penitenziari. Prende il via con un vero e proprio meeting / seminario telematico il percorso che porterà alla terza edizione del Premio Sognalib(e)ro per le carceri italiane. Oggi si confronteranno online i referenti dei gruppi che svolgono attività con i detenuti in 15 istituti penitenziari di tutta Italia che partecipano al Premio. Si collegheranno con Modena per dialogare insieme agli organizzatori sulle modalità migliori per coinvolgere e favorire una partecipazione positiva al concorso letterario.
Sarà il primo passo per la costruzione della nuova edizione del Premio nazionale diretto da Bruno Ventavoli, direttore di TuttoLibri - La Stampa, promosso da Comune di Modena con Direzione generale ministero della Giustizia - dipartimento amministrazione penitenziaria, e con il sostegno e la partecipazione attiva di Bper Banca.
"Abbiamo ritenuto - spiega l'assessore alla cultura del Comune di Modena Andrea Bortolamasi - che mantenere l'incontro, anche se online, costituisca un segnale forte e positivo. Lo scopo è condividere modalità ed esperienze con gli educatori degli istituti coinvolti e raccogliere suggerimenti per il prossimo Sognalib(e)ro".
La scaletta dell'incontro, che si svolge dalle 14 alle 16, prevede interventi di Bruno Ventavoli, direttore e ideatore del Premio, dell'assessore Andrea Bortolamasi, di Eugenio Tangerini, responsabile Relazioni esterne e Responsabilità sociale di Bper Banca, e di Stefano Tè, direttore artistico del Teatro dei Venti.
Al centro dell'incontro l'illustrazione di Bruno Ventavoli ai partecipanti delle finalità e dei valori del progetto Sognalib(e)ro, nato per promuovere lettura e scrittura nelle carceri come strumento di riabilitazione, secondo il dettato della Costituzione della Repubblica Italiana. Si proseguirà con la condivisione di modalità ed esperienze e un dialogo aperto, per concludere infine con la scelta condivisa dei tre libri da candidare nella prossima edizione del premio.
Gli educatori che partecipano al seminario sono referenti per la Casa Circondariale di Torino Lorusso e Cotugno, la Casa Circondariale di Modena, la Casa di Reclusione di Milano Opera, quelle di Pisa, Brindisi, Verona, Saluzzo, Pescara, Firenze Sollicciano, Napoli Poggioreale, Sassari, Paola, Ravenna; quelle femminili di Roma Rebibbia e Pozzuoli.
Programmato in origine nella giornata di apertura del Trasparenze Festival di Teatro dei Venti (rinviato a causa della pandemia), il Seminario Sognalib(e)ro, spiega Stefano Tè "è stato ideato per condividere scelte e metodologie con gli educatori che lavorano nelle Carceri coinvolte: solo con il loro apporto possiamo migliorare il progetto, rendendolo più efficace".
bergamonews.it, 6 maggio 2020
Il direttore generale Maria Beatrice Stasi: "Questo gesto è un segno tangibile della vicinanza fra le nostre due istituzioni". Il personale del Corpo di Polizia Penitenziaria e Funzioni Centrali della Casa Circondariale di Bergamo, si è autotassato in segno di solidarietà per esprimere un concreto contributo a sostegno dell'Azienda Ospedaliera Papa Giovanni XXIII. È così che l'Istituzione Carcere ha voluto mostrare la propria vicinanza a tutto il personale medico, infermieristico e paramedico che opera tanto nell'istituto penitenziario, quanto nei reparti ospedalieri dell'ASST "Papa Giovanni XXIII".
Il dramma sanitario che ha colpito Bergamo e l'intera provincia ha reso necessario che la Direzione del carcere rivedesse la propria organizzazione anche rispetto alla prevenzione e alla cura della salute del personale penitenziario e della popolazione detenuta. L'adozione di nuovi protocolli operativi a fronte dell'emergenza e in previsione degli eventuali casi di contagio da Covid-19 è stata in continua evoluzione al passo con le indicazioni governative, della Regione e in linea con le indicazioni dell'Amministrazione Penitenziaria, contestualizzate rispetto alle specificità dell'Istituto di Bergamo.
Il lavoro di rete e congiunto, svolto da tutto lo staff sanitario dell'Ospedale Papa Giovanni XXIII, è meritevole del più ampio apprezzamento. Un particolare ringraziamento va alla Direzione dell'ASST, Dirigente Generale e Direttore Socio-Sanitario, al Dirigente Sanitario Dottor Giampietro Gregis, specialista in malattie infettive e al suo staff medico che ha avuto un ruolo essenziale nella gestione dell'informazione e nella definizione delle linee guida della Regione Lombardia. Al coordinatore infermieristico Davide Togni si riconosce in modo particolare la tempestività con cui, quotidianamente, ha comunicato e reso noto risultati sanitari in segno di puntuale collaborazione e se Comando.
Un grazie, inoltre, a tutto il personale infermieristico dell'Istituto, per avere silenziosamente e compiutamente svolto oltre alle consuete incombenze, anche tutti gli adempimenti legati all'effettuazione dei "triage" con assidui controlli sugli accessi in Istituto, presso la postazione di ingresso.
La Direzione e il Comandante di Reparto e il personale penitenziario tutto, con la donazione compiuta in favore dell'ASST Papa Giovanni XXIII, desiderano esprimere, un sincero ringraziamento e dare un piccolo contributo al personale medico, paramedico e infermieristico della città di Bergamo, che ha combattuto in prima linea nell'epicentro di massimo contagio con l'unico obiettivo di salvare delle vite umane.
Il direttore generale Maria Beatrice Stasi ha voluto esprimere il ringraziamento personale e a nome di tutti i professionisti del Papa Giovanni: "Questo gesto è un segno tangibile della vicinanza fra le nostre due istituzioni, impegnate a tutelare i cittadini in questa pandemia. La collaborazione è stata massima e ha finora consentito di garantire la sicurezza per operatori e detenuti anche in carcere, grazie alla disponibilità e alla professionalità di tutti".
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