di Francesco La Licata
La Stampa, 7 maggio 2020
La telenovela che da qualche giorno va in scena fra talk show e Parlamento sulle contrastanti versioni fra il giudice Di Matteo e il ministro Bonafede a proposito della mancata nomina del primo a capo della direzione delle carceri italiane non sembra poter offrire il giusto chiarimento, neppure dopo che il Guardasigilli si è immolato al fuoco di fila dei colleghi parlamentari.
C'è qualcosa che non quadra nella ricostruzione del ministro, confermata anche ieri alla Camera. Attenzione, nessuno vuol sposare tout-court la tesi che Bonafede abbia cambiato idea, sul ruolo (direttore del Dap) da assegnare a Di Matteo, per aver ceduto alle pressioni dei detenuti mafiosi intercettati in cella a lamentarsi per l'eventualità della nomina di un magistrato visto dai boss come fumo negli occhi. È molto probabile che non sia, questa, la causa del ripensamento del ministro.
E c'è da dargli ragione quando afferma che le "lamentele" dei detenuti "importanti" erano conosciute già da qualche settimana prima del contatto col magistrato a cui proponeva l'incarico di direttore dell'amministrazione penitenziaria. Se già era al corrente delle reazioni "pericolose" dei boss è abbastanza logico pensare che non avrebbe dovuto neppure pensare a Di Matteo per quel ruolo, se avesse avuto in animo di cedere alle pressioni.
Ma così non è avvenuto. Il ministro, in sostanza, conferma di avere fatto la proposta a Di Matteo, offrendogli la possibilità di scegliere fra il Dap e la Direzione degli Affari penali. Ma quando Di Matteo, che aveva chiesto un po'di tempo per pensarci, torna e chiede la direzione delle carceri, Bonafede gli comunica che quel posto è già stato assegnato al magistrato Francesco Basentini.
Quindi sembra avere ragione Di Matteo quando avanza il dubbio che "qualcosa", nel frattempo, deve essere intervenuto a modificare l'iniziale determinazione del Guardasigilli. Già, ma cosa può essere accaduto? Anche se non lo ha detto mai esplicitamente, l'idea che avanza Di Matteo è legata alla minacciata "rivolta" dei boss, preoccupati che un uomo come quel pubblico ministero potesse stringere le maglie del carcere duro, nell'ultimo periodo abbastanza allargate.
È, questa, una tesi abbastanza in linea con la caratterizzazione di uomo duro e obiettivo preminente di Cosa nostra, che è andata a crearsi sul personaggio Di Matteo. Ma è una tesi che il ministro liquida come "banalizzazione". E allora si torna alla domanda iniziale: cosa ha fatto cambiare idea a Bonafede, tanto da indurlo ad offrire, in alternativa, un posto che neppure era libero (era stata appena nominata agli Affari penali Donatella Donati) e non sarebbe stato facile "liberare", se non "convincendo" la titolare ad accettare un trasferimento? E se la Donati non si fosse fatta convincere, in quale guaio maggiore si sarebbe trovato il ministro, costretto a deludere per la seconda volta un magistrato considerato "amico"?
Le vicende di giustizia e politica non sono mai state "storie semplici" nel nostro Paese. E le nomine, per tradizioni decennali, sono state sempre sottoposte al vaglio e al giudizio di più protagonisti: i partiti, gli amici dei politici, le correnti della magistratura, gli interessi di gruppi di potere e i "debiti di riconoscenza" che si intrecciano nel tempo.
È legittimo pensare, dunque, che un posto come la direzione del Dap possa aver fatto gola (soprattutto lo stipendio) a qualcuno in grado di intervenire sul ministro per fargli cambiare idea, dando il "consiglio" di nominare Francesco Basentini. Il sospetto è che nelle more della decisione di Di Matteo possa essere intervenuto un input, anche molto qualificato e "pesante", che ha fatto prevalere il "consiglio" su Basentini.
Anche se questi, sia detto con tutto il rispetto, non si presentava come il candidato ideale per un ufficio "strategico" nella lotta alla criminalità mafiosa, avendo prevalentemente lavorato in un territorio (la Basilicata) abbastanza immune dal contagio della grande criminalità. All'attivo di Basentini un'inchiesta su una "rimborsopoli" alla Regione lucana e un'altra sulle estrazioni petrolifere "sospette" che coinvolsero 10 società importanti ed anche l'Eni.
Indagine che suscitò parecchio interessamento e coinvolgimento politico e clamore mediatico. Ma c'è un altro aspetto che può avere influito sull'indecisione di Bonafede. Questa storia risale al 2018 e da Caltanissetta aveva appena avuto inizio il terremoto che ha poi smascherato il "grande depistaggio" sulla strage di via D'Amelio.
Una vicenda che ha coinvolto anche il giudice Di Matteo (indagò sul pentito Scarantino, poi rivelatosi un depistatore), anche se il Pm è rimasto estraneo alle successive indagini. Ci può essere stato imbarazzo da parte del ministro? Ma Bonafede non fa cenno alla vicenda, come pure tace sull'errore di aver nominato un direttore del Dap rivelatosi inadeguato nella gestione dell'emergenza Covid nelle carceri. Che ha pure mentito sul numero dei detenuti "liberati": non una quarantina, ma 376.
di Vincenzo Vitale
L'Opinione, 7 maggio 2020
Per prima cosa i fatti. Nel corso della trasmissione di Massimo Giletti di domenica scorsa, Nino Di Matteo per telefono racconta che il ministro Alfonso Bonafede nel giugno del 2018 gli aveva offerto di collaborare con lui, o quale capo del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), da cui dipendono le carceri, o quale direttore degli Affari Penali, posto a suo tempo occupato da Giovanni Falcone; che lui aveva chiesto e ottenuto 48 ore di tempo per riflettere e scegliere fra le due possibilità; che il giorno dopo aveva raggiunto Bonafede, comunicandogli di aver scelto la direzione del Dap; che nelle ore intercorrenti fra i due contatti, intercettazioni ambientali a cura dello stesso Dap avevano svelato che diversi mafiosi già in regime di 41bis vedevano la sua nomina al Dap come una vera rovina; che però Bonafede, inaspettatamente, gli aveva risposto che preferiva affidargli la direzione degli Affari Penali; che perciò lui, con sorpresa e disappunto, visto che il ministro gli aveva precluso il Dap, aveva preferito rinunciare a tutto.
Bonafede, intervenuto pure per telefono, dice che quelle intercettazioni non avevano nulla a che vedere con la sua scelta circa Di Matteo e che la preferenza per gli Affari Penali era dovuta al semplice fatto che lo riteneva più adatto a tale ruolo, in prima linea contro la mafia, più e meglio del Dap. Si tratta di una matassa così aggrovigliata, dal punto di vista politico e istituzionale, da sollecitare almeno tre domande. Prima domanda. Se è vero, come afferma Di Matteo, che nel lasso di tempo intercorrente fa i due colloqui con Bonafede - cioè circa 24 ore - intercettazioni fatte in carcere erano pervenute a lui medesimo presso la Direzione nazionale antimafia, rivelando che diversi mafiosi al 41bis ne temevano molto la nomina al Dap, come mai può questo essere avvenuto?
Infatti, il 41bis dovrebbe essere un regime tale da escludere in ogni caso che dall'esterno possano giungere notizie di ogni tipo, ancor più se afferenti - come quella qui in esame - alle nomine ministeriali più delicate, materia riservata, anzi riservatissima. E allora, come la mettiamo? Dobbiamo forse dedurne che il 41bis, di cui tanto si favoleggia, e che viene posto a base di inchieste di rilevante valore politico, come quella del presunto patto Stato-mafia (che ha visto lo stesso Di Matteo fra i pubblici ministeri procedenti) non funzioni? Che si tratti di un colabrodo camuffato da carcere duro? Che sia altro da ciò che si crede e si dice che sia? E se pure volessimo ammettere che queste intercettazioni - come ha adombrato Bonafede - fossero note da un tempo precedente, la domanda di cui sopra rimane intatta nella sua rilevanza per l'inquietudine che suscita.
In entrambi i casi, il 41bis apparirebbe non un regime di effettivo contrasto dei mafiosi più pericolosi, come sempre e da tutte le sedi predicato, ma una sorta di presa in giro se - come nella prima delle ipotesi sopra indicate - in poche ore chi vi sia detenuto riesca a sapere cose dette in via confidenziale fra il ministro della Giustizia ed un suo potenziale collaboratore, in relazione alla nomina di questi alla direzione del Dap. Se invece fosse vera la seconda ipotesi - che cioè quelle intercettazioni fossero di data precedente al colloquio tra Bonafede e Di Matteo - allora i detenuti al 41bis godrebbero addirittura di un potere profetico, conoscendo in anticipo - per dolersene molto - di una sua possibile nomina al Dap, prima ancora che lo stesso Di Matteo lo sapesse da Bonafede. E come avrebbero fatto a sapere ciò che neppure lo stesso Di Matteo sapeva? Chi lo avrebbe detto loro? Inquietudine doppia, tripla, all'ennesima potenza!
Seconda domanda. Come mai né Bonafede né Di Matteo né Giletti si sono posti questa domanda? Come mai ci vuole un giornale come questo per porsela? Come mai nessuno di loro ha provato, neppure di passaggio, l'inquietudine che invece avrebbe dovuto provare? Come mai la questione è passata del tutto inosservata? Non basta, perché ne vengono altri quesiti. Siccome è un fatto che nessuno di costoro abbia minimamente accennato alla domanda sopra formulata, che tipo di sensibilità istituzionale possono essi vantare? Se ne sono accorti o no di questo problema? E se non se ne sono accorti, perché non lo hanno visto o sospettato? E se invece se ne fossero accorti, perché non vi hanno neppure accennato? E perché hanno preferito risolvere questa faccenda di enorme portata pubblica e istituzionale in una contesa di carattere privato - un potenziale capo del Dap esautorato inaspettatamente da chi prima lo aveva illuso e poi scartato - tutta giocandola fra di loro?
Terza domanda. Si è accorto Di Matteo che, lasciando si pensasse - pur senza averlo detto in modo espresso - che i timori dei detenuti al 41bis abbiano potuto condizionare le scelte di Bonafede - cosa che non risulta per nulla provata o provabile - ha finito con l'offrire proprio a questi signori, pericolosi mafiosi, una involontaria patente di efficienza operativa, di capacità di incidere sulle istituzioni? Il fatto è che le domande qui poste sono le sole domande che interessano gli italiani perché riguardano le istituzioni e il loro corretto funzionamento. Invece, le altre domande - quelle che Bonafede e Di Matteo si scambiavano davanti a Giletti - interessano soltanto loro e non interessano agli italiani perché riguardano in definitiva soltanto beghe personali. Di queste, gli italiani possono benissimo fare a meno. Di quelle no. Aspettano risposta.
huffingtonpost.it, 7 maggio 2020
"Nessuna interferenza diretta o indiretta" nella nomina al Dap, "dibattito politico surreale". Il ministro della Giustizia annuncia un dl sulle scarcerazioni dei boss. L'Anm a Di Matteo: "Misura nelle dichiarazioni". "Non ci fu alcuna interferenza, diretta o indiretta, nella nomina del capo del Dap". Risponde così Alfonso Bonafede, in Aula, all'interrogazione di Forza Italia. Un atto, quello di Fi, che arriva in seguito all'accusa fatta dal pm Nino Di Matteo domenica sera.
Il magistrato antimafia, oggi consigliere del Csm, è intervenuto in diretta alla trasmissione Non è l'Arena per dire che il Guardasigilli gli aveva offerto la guida del Dap, per poi fare marcia indietro: "Ha avuto un ripensamento, o qualcuno glielo ha fatto venire", ha detto in sostanza Di Matteo. Bonafede nega: "Ero già a conoscenza intercettazioni dei boss (cui allude l'attuale membro del Csm, ndr) da prima del colloquio con Di Matteo". E sostiene che quelle del magistrato siano "parole campate in aria".
Bonafede sta studiando una norma che consenta ai magistrati di sorveglianza di rivalutare le scarcerazioni già disposte di boss della criminalità organizzata alla luce del mutato quadro dell'emergenza Coronavirus. Lo ha ribadito in Aula il Guardasigilli, dopo le anticipazioni di stampa: "Voglio annunciate al parlamento che è in cantiere un decreto legge che permetterà ai giudici, alla luce del nuovo quadro sanitario, di rivalutare l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni di detenuti di alta sicurezza e al 41bis".
Gran parte delle scarcerazioni sono state disposte per gravi patologie, ma molte ordinanze fanno esplicito riferimento all'emergenza da Covid-19. In tutto sono 376 i boss mafiosi usciti dal carcere durante la crisi sanitaria: quelli che stanno scontando una condanna definitiva, e sono trasferiti in detenzione domiciliare o affidati ai servizi sociali, sono meno della metà, 180. Gli altri 196 sono anch'essi andati a casa, ma agli arresti domiciliari; una dizione diversa da cui si evince che ancora stanno aspettando la sentenza di primo grado (la maggior parte), o di appello o di Cassazione.
L'annuncio di Bonafede è stato salutato positivamente dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero De Raho.
Sul punto si era espresso anche Sebastiano Ardita, consigliere del Csm: "La questione del Covid 19- spiega il consigliere- è stata un pretesto probabilmente che ha fatto scaturire delle conseguenze che sono andate molto oltre. Il punto è che quando si è determinata l'emergenza ci sono state le rivolte carcerarie che sono state il punto di caduta in una crisi del sistema penitenziario, una crisi evidente che dura da molto tempo e che riguarda probabilmente anche un modo di intendere la vita e la gestione penitenziaria.
Per esempio, ci sono degli indici che danno il senso della corretta vita penitenziaria che sono gli eventi critici che gli addetti ai lavori conoscono e che sono le aggressioni alla polizia penitenziaria, le liti all'interno del carcere, la circolazione di droga o di telefonini. Insomma dando la misura di come nel carcere manchi una condizione di sicurezza interna che normalmente corrisponde a mancanze da parte del sistema penitenziario.
Questi indici, all'incirca dal 2011-2012, si sono impennati. In certi casi si sono addirittura decuplicati, cioè abbiamo aumenti dal 200 per cento al 2 mila per cento di indici di aggressioni, reati commessi in carcere, infrazioni disciplinari e di tutto questo chi si è fatto carico in questi anni? e come mai nessun 'medico' ha guardato il termometro che saliva nella realtà penitenziaria? ecco, le rivolte hanno preso spunto da un problema che non è stato provato scientificamente, cioè il fatto che il Covid si diffonda di più in carcere, questo doveva essere oggetto di uno studio attento, anche epidemiologico, è non è stato fatto.
Sono state decise delle misure di cui non sono stati informati i detenuti, andava fatto un piano, andava fatto un progetto per evitare che i detenuti andassero incontro a dei rischi, andava loro comunicato tutto questo perché lo stato ha tra i suoi compiti principali quello di garantire le condizioni di sicurezza sanitarie anche dei detenuti.
Questo è fondamentale, se si squilibra il sistema evidentemente poi ci sono dei contraccolpi che sono state le rivolte alle quali si è risposto con un provvedimento normativo che non riguardava affatto i mafiosi ma che conteneva un presupposto, ossia che nelle carceri anche nelle zone rosse la diffusione è stata molto minore che all'esterno. Sulla base di questo presupposto è stato fatto un provvedimento deflattivo che non riguarda i mafiosi, però il presupposto stesso del pericolo esistente in carcere si è trasferito in altre procedure che si fondano su altre normative precedenti a questa che hanno sostanzialmente portato poi alla scarcerazione di moltissime persone, si parla di 376 boss mafiosi e questo è un fatto grave, un fatto unico nella storia della repubblica. Io sono stato 9 anni e mezzo direttore dell'ufficio dei detenuti, fortunatamente in condizioni diverse, anche di maggiore vivibilità e in condizioni di civiltà della pena, nei quali per ragioni di salute non è uscito un solo detenuto mafioso".
Il consigliere ardita conclude che "non è semplice definire perché si sia creato il disastro" e "trovare un colpevole come sempre si cerca di fare nel nostro paese". Dopo giorni di silenzio, interviene nella vicenda l'Anm.
"Per i magistrati, ferma la libertà di manifestazione del pensiero, è sempre doveroso esprimersi con equilibrio e misura, valutando con rigore l'opportunità di interventi pubblici e le sedi ove svolgerli nonché tenendo conto delle ricadute che le loro dichiarazioni, anche per la forma in cui sono rese, possono avere nel dibattito pubblico e nei rapporti tra le Istituzioni. Ciò è richiesto, ancor di più a coloro che fanno parte di organi di garanzia costituzionale". E il messaggio è chiaro.
di Enrico Sbriglia
Il Riformista, 7 maggio 2020
Seppure l'Italia primeggia negativamente nell'UE, a motivo delle condizioni carcerarie, aggravate dall'emergenza del Covid-19, sarebbe d'attendersi che il Governo e i ministri della sanità e della giustizia, avvalendosi dei loro massimi vertici amministrativi, abbiano comunque predisposto dei piani d'emergenza per affrontare la situazione attuale e per contrastare le nuove che potrebbero insidiare la Comunità dei detenuti e detenenti, ove si ripresentassero altre infezioni virali di uguali se non maggiori pericolosità.
Al riguardo, dovrebbero avere la consapevolezza che ci si imbatta innanzi a tematiche d'affrontare con una vision più ampia rispetto al solo quartiere "Italia", al fine di non rovinare nella trita disputa tra i "celoduristi" del diritto esemplare ed i "liberiamoli tutti" di quello compassionevole.
Oggi, al contrario, si imporrebbe, una strategia sistemica e condivisa tra tutti gli Stati dell'UE, corollario della tutela del diritto di mobilità e salute di ogni cittadino europeo, all'interno del medesimo spazio geografico, pure quando si imbatta con il mondo del Carcere. Disponiamo, com'è noto, delle "Le regole penitenziarie europee", delineate dal Consiglio d'Europa, che avrebbero già dovuto obbligare gli Stati aderenti a conformare i propri sistemi penitenziari ai quei principi che discendono dalla Convenzione Europea del 1950; eppure, all'interno delle carceri italiane, grandi straordinarie evoluzioni non se ne sono viste e ci si muove, quando è possibile, solo additando, qua e là, realtà "di eccellenza", a riprova che nella generalità dei casi il risultato è modesto.
Le location, insieme con le posture di tanti figuranti attuali ci consentirebbero di replicare il film "Detenuto in attesa di giudizio" di Nanni Loy e con Alberto Sordi (edito nel 1971). Dovremmo francamente ammettere che è un esercizio inutile affinare temi e principi di diritto se poi non si traducano in pratica. Ma forse, grazie al virus incoronato, potremmo rimettere le cose in ordine, non solo in Italia, ma anche in tutta la UE, con intelligenza ed umanità. È il momento di proporre il primo Carcere Europeo, cioè un istituto di pena che, coerente con i dettami precitati, sia il prototipo, costituisca il modello, al quale tutti gli stati UE dovranno conformarsi.
Così si ridurrebbero pure i contenziosi innanzi alla Cedu per la trasgressione delle più volte richiamate regole. L'Italia, insieme ad altri Paesi partner, potrebbe proporsi, diventando il primo laboratorio di una sfida di civiltà, pure ove il concorso e la partecipazione di altri Stati UE fosse graduale e progressiva. C'è una città, anzi due, anzi tre, meglio un territorio transfrontaliero, che potrebbe essere la perfetta sede del primo carcere europeo, tra Gorizia e Nova Gorica, sulla linea di confine che divideva fino a pochi anni fa l'Italia dalla Ex Repubblica Federativa Jugoslava, e che aveva scisso in due la popolazione, distinta in diversi gruppi linguistici. Un confine che, dopo la Seconda guerra mondiale, veniva percepito come freddo e tagliente, trait importante della Cortina di Ferro. Ebbene, con la realizzazione del primo Carcere Europeo, il limine si trasformerebbe in una robusta cerniera che unisce e rafforza l'Europa che vorremmo, quella non solo economica, ma anche dei diritti e delle Libertà.
Le amministrazioni locali, attraverso il Gect, Gruppo europeo di cooperazione territoriale, che già vede insieme i territori dei comuni di Gorizia (Italia), Mestna ob?ina Nova Gorica (Slovenia) e Ob?ina Šempeter-Vrtojba (Slovenia), potrebbero confortare tale possibilità, avendo le stesse ben compreso come non i muri che separino, ma i luoghi pubblici delle istituzioni europee di rilevanza sociale andrebbero invece promossi ed edificati.
Il progetto coinvolgerebbe le migliori intelligenze europee; il forum poenae chiamerebbe all'appello le discipline ingegneristiche, l'architettura e il design, la medicina, quelle sociali, il mondo europeo dell'istruzione e della formazione professionale: insomma, sarebbe anche luogo permanente di studio, ricerca giuridica e pedagogica, a mente delle finalità rieducative della pena, come imporrebbe l'art. 27, 3° comma della Costituzione Italiana. Risulterebbe, tra l'altro, anche una intelligente e fruttuosa risposta contro le criminalità sovranazionali che oggi minacciano e condizionano la sicurezza degli stati UE. Oramai i reati più allarmanti e dannosi sono quelli che superano gli stretti confini dei condomini nazionali, incidendo pesantemente sulla sicurezza ed economia dei cittadini europei e dei loro stati.
Lasciando gli innumerevoli che potrei citare, è bastevole richiamare i reati sempreverdi di traffico di armi convenzionali e di sistemi d'arma, di droga, di esseri umani, di organi, di donne e bambini da avviare alla prostituzione, di farmaci, di valute false straniere e di euro, di oggetti d'arte, di automobili, di generi contraffatti, di idrocarburi, di sigarette, di animali esotici, di alimenti contaminati, etc.
Si potrebbe convenire che alle persone condannate per tali reati nei singoli paesi, su richiesta delle stesse, sia concesso di espiare la detenzione nel carcere UE, che all'uopo impiegherebbe del personale proveniente dai paesi aderenti, con la periodica rotazione degli staff. In esso si applicherebbero tutte le prescrizioni e le indicazioni contemplate dalle Regole Penitenziarie Europee, trasfuse nel regolamento interno dell'istituto. Si farebbe così chiarezza su tante questioni, frequentemente motivo di contenzioso presso la Cedu (Corte Europea dei Diritti dell'Uomo).
Ancora oggi, non c'è assoluta uniformità sugli spazi "minimi" sufficienti da assicurare ai detenuti (altro che distanziamento sociale...), neanche si parla di servizi igienici da fruire in modo esclusivo e personale (WC, doccia, bidet, lavabo), o di asciugacapelli, specchi, di adeguati e funzionali elementi di arredo (tavoli, sedie con schienale, armadi, tipologia di letti) e quali caratteristiche e materiali al fine di assicurarne la costante igienicità e la sicurezza penitenziaria, di quali elettrodomestici si possano servire, quali le dotazioni e corredi individuali e con quali scadenze (dagli indumenti intimi a quelli da lavoro, dagli effetti letterecci a quelli necessari a persone incontinenti, dagli assorbenti per le donne ai rasoi monouso per gli uomini, etc.).
Spesso irrisolte e/o insufficienti sono le questioni in tema di assistenza sanitaria, alimentazione, risocializzazione, mediazione, riparazione sociale e, senza la pretesa di esaurire le problematicità, quella della affettività. Ma ulteriori e di ancora più complesse andrebbero definite: ad esempio, le modalità e la frequenza dei colloqui visivi e telefonici con familiari, amici, avvocati, ministri di culto, etc.; come accedere alle proprie informazioni attinenti ai propri processi e alle condizioni sanitarie; la tempistica di risposta ad istanze di diversa natura; le modalità di percorsi trattamentali e di adesione ad attività scolastiche e di formazione professionale, etc.
Con il Carcere Europeo si disporrebbe finalmente di "standard". Non più indicazioni "a sentimento" e confusive per gli operatori del diritto sostanziale, ma descrizioni esplicative e circostanziate. Dal preciso standard dell'ampiezza di una stanza alla larghezza di una finestra e del flusso di ricambio di aria naturale che debba assicurare in relazione al numero delle persone occupanti, idem per i lux di luce naturale, tipologia ed intensità di quelle notturne di controllo nel locale, se si possa disporre di un telefono fisso nella stanza di pernotto per comunicazioni su utenze autorizzate, sull'impiego di personal computer e sulla connessione internet, per quanto controllati, sulle pubblicazioni acquisibili, sulla frequenza e modalità dei colloqui visivi, se in parlatori collettivi, con o senza divisori, o in spazi riservati. Quali i corredi personali e le scadenze periodiche per il rinnovo (esigenza, oggi, ancora più avvertita per gli di indumenti intimi, asciugamani e lenzuola, maglioni, tute e abiti da lavoro, etc.); come assicurare le diverse esigenze di alimentazione per motivi religiosi o perché persone vegetariane, celiache, obese, sportive, anemiche, etc., come fare volontariato gratuito e a favore di chi, se si sia obbligati o meno a lavoro e con quali retribuzioni e come, in caso di rifiuto, ciò verrà considerato sul piano trattamentale. Quali servizi gli debbano essere garantiti se disabile, come favorire i contatti con la famiglia e gli uffici pubblici esterni, come debba svolgersi la socialità e con quante persone detenute possa incontrarsi giornalmente e contemporaneamente.
Sembrano questioni banali e che dovrebbero essere perfettamente note e risolte da tempo. La risposta la troverete visitando le carceri italiane ed europee, dove potreste imbattervi in situazioni opache e mortificanti, che possono generano nei prigionieri profondi sentimenti di ingiustizia, prodromi di ulteriori possibili conseguenze, contribuendo a rendere attrattive le lusinghe delle criminalità organizzate e le pretese di vendetta delle organizzazioni terroristiche, come la Storia potrebbe ricordarci. Con il Carcere Europeo, al contrario, sosterremmo i principi europei della legalità. Non poco...
siciliaogginotizie.it, 7 maggio 2020
Intervista all'ex Presidente della Regione Sicilia, con cui abbiamo affrontato il tema dell'emergenza carceri in Italia, acuita ancor di più dall'emergenza sanitaria di questi mesi.
Presidente, la situazione delle carceri era già difficile prima....
Le carceri, nel nostro Paese, sono in emergenza da tempo. Nel passato si è tentato di fare qualche intervento legislativo per svuotarle ma credo che i risultati siano stati inconcludenti.
Cosa non ha funzionato secondo lei?
Da un lato, nella trasformazione da decreti legge a legge, si è vanificato il risultato. Dall'altro, perché credo che il Parlamento abbiamo legiferato non tanto per risolvere davvero il problema ma più che altro per rispondere all'Europa. Come sapete, l'Italia è stata condannata dal Tribunale dei Diritti dell'Uomo a causa del sovraffollamento delle carceri. La legge più che altro uno specchietto per le allodole. Ad esempio, la norma che era stata fatta per dare 3 giorni premio ogni mese per chi viveva in sovraffollamento non ha trovato poi effettiva applicazione. L'emergenza è storica, datata, continua.
E oggi?
C'è un'emergenza nell'emergenza. In carcere si vive in otto o dieci in una cella, in promiscuità, in una mancanza d'igiene purtroppo conclamata. È chiaro che, in una situazione come quella attuale dove è necessario mantenere le distanze e prestare attenzione ad una maggiore igiene, il sovraffollamento diventa un problema ulteriore che non si è provveduto in tempo a risolvere: sono passati due mesi e forse solo adesso stanno dando qualche risposta. Non mi sembrano però risposte concludenti. Il problema non si risolve impedendo i colloqui ai detenuti che per loro rappresentano motivo di esistenza, di speranza, di forza ma bisogna farli nei modi che non mettano a rischio detenuti, familiari e agenti di polizia penitenziaria. Ad oggi questo ancora non è avvenuto. La capacità di tenuta dei diritti civili in un Paese si vede quando non si fa mancare questi diritti alle persone più in difficoltà. È vero, stiamo parlando di persone che hanno sbagliato, che non hanno avuto in passato rispetto per lo Stato ma lo Stato non può non avere rispetto per loro: sarebbe motivo di diseducazione. Lo Stato tiene le persone in carcere non per punirle ma, come afferma la nostra Costituzione, per "rieducarle".
Corriere di Verona, 7 maggio 2020
Grazie ad un accordo fra Diocesi, Comune di Verona, Prefettura e Ulss 9, non succederà più che una persona risultata positiva al virus ma senza sintomi sia costretta, non avendo una casa, a girare pericolosamente per le strade della città.
La giunta comunale ha approvato ieri un protocollo d'intesa. Proprio il Vescovo di Verona, monsignor Zenti, ha messo a disposizione una quarantina di posti a San Fidenzio, per ospitare senzatetto o anche detenuti scarcerati che siano risultati positive al Covid 19 ma asintomatici e quindi non ricoverabili in ospedale. Nella struttura sarà assicurato il controllo sanitario da parte della Ulss 9, mentre i servizi sociali del Comune garantiranno pasti ed assistenza, col coordinamento della Prefettura.
Il tema era finito sotto i riflettori dopo la scarcerazione, il 17 aprile scorso, di un cittadino indiano, individuato solo molte ore dopo in stazione da una pattuglia dei carabinieri. Su quell'episodio ritorna polemicamente Flavio Tosi, secondo il quale "Sboarina ha ingiustamente accusato la direttrice del carcere dottoressa Bregoli, mentre la colpa è solo del sindaco, che è anche autorità sanitaria a Verona. La Bregoli per due volte - prosegue Tosi - ha sollecitato il Comune a trovare un alloggio all'ex detenuto, ma l'assessore Bertacco le ha risposto liquidandola in tre righe, affermando che il Comune non aveva posti disponibili.
Quindi Sboarina non può dichiarare che lui si era attivato e che la Bregoli ha agito da sola: la dottoressa Bregoli - conclude Tosi - non poteva aspettare oltre perché il provvedimento della magistratura era indifferibile e Sboarina era stato avvertito due volte; ma l'alloggio è stato trovato solo quando è esploso il caso a livello mediatico".
di Massimo Romano
napolitoday.it, 7 maggio 2020
Si tratta di Francesco Petrone, ritenuto dalla Dda uno dei capi della malavita del Rione Traiano e condannato a 19 anni. Il garante dei detenuti: "Boss o non boss ha diritto a tutte le cure. Vogliamo chiarezza". "Le condizioni di mio marito sono pessime da diversi anni, ma in carcere non è stato curato. Adesso è in ospedale che non può né parlare né muoversi". La denuncia è di Carmen D'Angelo, moglie di Francesco Petrone, detenuto a Poggioreale dal 2017, in seguito a un blitz delle forze dell'ordine nel Rione Traiano.
Per la Direzione distrettuale antimafia, Petrone sarebbe una figura apicale della malavita della zona. Sconta in carcere una condanna di 19 anni. "Noi non abbiamo mai chiesto né la scarcerazione, né i domiciliari - spiega la moglie - noi volevamo solo che fosse curato, magari trasferito in una struttura ospedaliera, anche fuori città".
La situazione clinica di Petrone sarebbe delicata da tempo. Nel 2014, in seguito a un incidente, l'uomo è finito in coma. "Non è stato più lo stesso. Gli è stata impiantata una placca di metallo, è invalido a un braccio, è spastico. Si stava riprendendo con la riabilitazione. Poi, nel 2017 c'è stato il blitz. Ho inviato in carcere diversi medici che hanno segnalato i suoi problemi di salute, ma la direzione sanitaria ha sempre risposto che stava bene. Da ottobre soffre di fuoriuscite di sangue e pus dall'orecchio. Avrebbe dovuto fare anche un intervento plastico all'orecchio, ma non è stato mai effettuato. Fino al 24 aprile, quando ha perso i sensi in cella".
di Nadia Cossu
La Nuova Sardegna, 7 maggio 2020
"Solidarietà incondizionata alla magistratura di sorveglianza che resiste ai pesanti condizionamenti mediatici e politici e in un periodo così drammatico riesce a contemperare la necessità di garantire il rispetto della legalità con il diritto alla salute e alle cure, assicurate anche ai condannati per gravi reati e sottoposti a disumani regimi detentivi".
È un documento forte, di dura condanna, quello deliberato dal consiglio dell'ordine degli avvocati di Sassari e inviato, oltre che a Csm e Anm, anche ai presidenti della Repubblica e del Consiglio dei ministri, al ministro della Giustizia e ai presidenti di Camera e Senato. La vicenda riguarda la discussa scarcerazione del boss Pasquale Zagaria detenuto in regime di 41bis a Bancali.
E scarcerato dal magistrato di sorveglianza di Sassari a causa dell'indisponibilità da parte delle strutture sanitarie di poter garantire al detenuto la prosecuzione dell'iter diagnostico e terapeutico di cui ha bisogno a causa di una grave patologia.
Il giudice aveva inoltrato più richieste al Dap per capire se fosse possibile individuare un'altra struttura penitenziaria dove effettuare il "follow -up" diagnostico e terapeutico, ma non sarebbe arrivata nessuna risposta. Ora Zagaria trascorrerà 5 mesi ai domiciliari a casa della moglie. Circostanza che ha sollevato un polverone. "Esprimiamo sdegno - scrivono gli avvocati di Sassari - per gli attacchi populisti cui detta parte della magistratura è stata sottoposta, da un lato senza alcuna adeguata ragione e dall'altro senza neppure attendere l'irrevocabilità dei provvedimenti emessi, sottoposti agli ordinari mezzi di impugnazione".
Il consiglio dell'ordine forense presieduto da Giuseppe Conti ha anche manifestato "forte preoccupazione" per via della "recente decretazione d'urgenza (art. 2 DL 30.4.2020 n. 28) che potrebbe rappresentare una sostanziale menomazione dell'autonomia e dell'indipendenza della magistratura, attraverso l'introduzione surrettizia nella giurisdizione di soggetti estranei al procedimento".
Dura la condanna ai "ripetuti attacchi originati dal fronte giustizialista di una parte dell'opinione pubblica male informata e strumentalizzata da forze politiche e programmi televisivi di rilevante audience, mossi ai magistrati di sorveglianza "colpevoli" di aver applicato rigorosamente la legge, disponendo il differimento dell'esecuzione della pena nei confronti di condannati che versano in gravissime condizioni di salute incompatibili con il regime di detenzione e, per di più, soggetti a rischio contagio da Covid 19 e a tutte le complicanze conseguenti".
Gli avvocati hanno sottolineato anche "l'imbarazzante silenzio di quasi tutte le forze politiche e la timida presa di posizione da parte della Magistratura associata. Resta all'avvocatura di opporsi con vigore alla strisciante delegittimazione dell'Ordine giudiziario".
naga.it, 7 maggio 2020
Molto si è temuto per l'effetto che il Covid-19 poteva produrre nelle carceri milanesi. Il virus in effetti è arrivato nei tre istituti penitenziari di Bollate, Opera e San Vittore, ma poteva andare molto peggio, soprattutto nella fatiscente, sovraffollata, caotica struttura di Piazza Filangeri, resa ancora più precaria dopo le devastazioni seguite alla rivolta dello scorso 8 marzo. Qui c'è stato, sì, un certo alleggerimento delle presenze (circa 250 unità), ma non tanto, come si auspicava, per l'applicazione delle norme presenti nell'articolo 124 del Decreto salva Italia, che raccomanderebbero ampio ricorso alla detenzione domiciliare, quanto per trasferimenti e misure di revoca della custodia cautelare in carcere ottenute grazie all'impegno di molti magistrati di sorveglianza, dei garanti, dei direttori penitenziari. Il sovraffollamento resta e resterà comunque anche, post Covid, il problema strutturale di fondo del sistema carcere.
Ma se la situazione sanitaria, a dispetto di ciò, è rimasta sotto controllo lo si deve molto a una circostanza di cui pochissimo si è trovato notizia nel marasma mediatico che ci assilla da settimane e seriamente minaccia la nostra lucidità mentale. La direzione sanitaria di San Vittore, infatti, per gestire la gravità della situazione ha chiesto e ottenuto il supporto di Medici senza frontiere, e così in breve tempo si è riusciti a trasformare il locale Centro clinico, un reparto in tempi normali ad alta problematicità, in una unità Covid in grado di gestire farmacologicamente i casi di media gravità di tutte le carceri regionali e di diagnosticare chi dovesse necessitare di terapia intensiva presso l'Ospedale San Paolo. Sempre grazie a questa collaborazione si è potuto inoltre organizzare in parallelo un lavoro capillare di informazione e prevenzione per detenuti e personale penitenziario che sono stati dotati dei presidi necessari.
Ne avevamo avuto notizia informale dal cappellano e da un volontario del Naga che il 6 di aprile è stato a sua volta chiamato a soccorso dalla Direzione di San Vittore come mediatore culturale per consentire anche ai detenuti arabofoni (numerosissimi e molto spesso non in grado di capire l'italiano) di apprendere le regole fondamentali di comportamento e le misure da rispettare per fronteggiare l'epidemia.
Il Naga rafforzerà la sua collaborazione anche nelle prossime settimane con un altro volontario che, in stretta collaborazione con la Direzione Sanitaria e con Msf, parteciperà all'attività di sensibilizzazione dei detenuti stranieri per il contenimento del contagio secondo un protocollo preciso e sacrosanto, ma quanto mai duro per chi già vive ristretto. Qualche giorno fa nella riunione online della Sottocommissione carceri del Comune di Milano cui come Naga abbiamo potuto assistere abbiamo avuto conferma 'ufficialè di questa strategia che sta mostrando la sua efficacia.
Questa vicenda ci è parsa di grande significato e riteniamo importante renderla nota e condividerla in un momento di così forte scoramento. Quel che è successo, infatti, è che nella situazione di emergenza un'istituzione come il carcere ha lavorato in sinergia con il personale di diverse Ong (qualcosa di analogo è successo infatti anche a Bollate con Emergency), dissipando così nella concretezza dei fatti e di un agire comune la cappa di infame discredito che le politiche degli ultimi anni hanno gettato sull'operato delle associazioni non governative.
Qui non si trattava di soccorrere migranti in mare, ma peggio ancora: di dare assistenza - in quella grande nave alla deriva che è la galera nel centro della nostra città - agli scarti sociali che ospita, molti dei quali, fra l'altro, migranti lo sono stati. Forse non è un caso che la notizia non abbia trovato spazio nei media, troppo impegolati ormai nella retorica tricolore cui questa vicenda avrebbe potuto creare magari un certo disturbo, come così spesso accade nel toccare il tema carcere. Ed è per questo che noi sentiamo l'urgenza di farla circolare: perché in questo segnale che viene da dietro le sbarre si riconosca e si dia il benvenuto all'avvio di buone pratiche che ci auguriamo possano prodursi dall'immane disastro che stiamo vivendo.
di Daniela Scherrer
La Provincia Pavese, 7 maggio 2020
I detenuti di Torre del Gallo si improvvisano sarti e cominceranno a produrre mascherine lavabili antivirus. Per uso interno innanzitutto e poi, se sarà possibile, anche per l'esterno. In tre giorni il sogno della direttrice Stefania D'Agostino è diventato realtà, grazie alla rete di collaborazioni e di solidarietà attivata dalla garante per i diritti Vanna Jahier.
Mancava tutto, infatti. Ieri invece al gruppo di educatori del carcere -il coordinatore dell'area Federico Traversetti e le educatrici Manuela Socionovi e Daniela Bagarotti - sono state consegnate due macchine da cucire (una Necchi e una Singer) giunte dalla Cooperativa Marta e infiniti metri di tessuto di cotone colorato donati dalla tappezzeria Benenti di corso Garibaldi e della Lavgon di Zinasco, che ha anche fatto pervenire un'altra macchina da cucire professionale, ancora da collocare in laboratorio.
Aghi, filo e tutto il necessario per cucire sarà infine fornito dalla Caritas di Pavia. Ora si può dunque partire con le borse lavoro del progetto "Vai" di Apolf, che garantiranno un introito a due-tre detenuti, sia della sezione comune che protetti. "L'idea è nata una decina di giorni fa -spiega Stefania D'Agostino - i detenuti attualmente hanno a disposizione le mascherine donate dalla sartoria della sezione femminile del carcere di Bollate (due a testa, lavabili). Ma grazie agli incontri con gli infettivologi e i tecnici della prevenzione di Medici senza Frontiere è nata la proposta di produrle internamente, ma noi non abbiamo la sartoria e mi sembrava difficile poter concretizzare l'idea. Invece Vanna Jahier è stata vulcanica e in una sola giornata aveva già reperito il necessario per partire".
Ora i detenuti selezionati cominceranno a lavorare, in maniera che i compagni potranno beneficiare di mascherine colorate. Un tocco di fantasia per tutti loro. E magari per i familiari e gli esterni, se si troverà la formula per una commercializzazione del prodotto.
E se gli apprendisti sarti saranno all'altezza, l'intenzione della direttrice è quella di estendere l'attività anche alla produzione di camici usa e getta per i detenuti e per il personale. "Ringrazio la società esterna che si è mobilitata per consentirci di attivare la produzione - conclude D'Agostino - la formula della borsa lavoro ritengo sia molto importante nel cammino verso il reinserimento".
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