di Maria Brucale *
dirittiglobali.it, 8 maggio 2020
Attaccato, Bonafede rivendica il suo ruolo di bravo ministro antimafia, che ha firmato più di 650 decreti di 41bis. Evidentemente, tanta più gente butti al regime detentivo differenziato, quanto più efficace e capace sei come ministro della giustizia. Il ministro della giustizia tuona: "l'indipendenza dei giudici è sacra. Applicano la legge. Ma le leggi le scriviamo noi!". Verrebbe da chiedersi: noi chi? Il governo fa le leggi? Legittimato da chi? Se sapessero quello che dicono si affaccerebbe lo spettro di un passato sempre troppo vicino. Ma, magra consolazione, sembra proprio non sappiano quello che dicono e ancor meno quello che fanno.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 8 maggio 2020
Per gli altri 456 che hanno chiesto il differimento pena non ci sono strutture adeguate. Mentre è arrivata una nuova lista sul tavolo del Dap composta da nominativi di persone reclusi al 41bis o in alta sicurezza che hanno fatto istanza per i domiciliari, c'è il capo della procura nazionale Federico Cafiero De Raho che si dice sorpreso per la concessione della detenzione domiciliare visto che - soprattutto per i reclusi al 41bis - non c'è rischio di contagio da Covid-19. Il problema è che per quanto riguarda i nomi "eccellenti", il coronavirus c'entra ben poco. O meglio, in alcuni casi è solo un problema aggiuntivo.
di Giulia Merlo
Il Dubbio, 8 maggio 2020
Intervista a Walter Verini, responsabile giustizia del Partito Democratico. Sono stati giorni di passione, a Via Arenula. Un uno-due - prima l'attacco di Nino Di Matteo in diretta tv e poi le polemiche sui domiciliari a condannati per mafia per ragioni sanitarie - che ha letteralmente travolto il ministro Alfonso Bonafede, intorno al quale però ha fatto quadrato anche il Pd.
"Sulle scarcerazioni ci sono state delle falle serie, inaccettabili, nel sistema che correggeremo anche con il decreto. Ma questo governo e il ministero della Giustizia hanno sin dall'inizio contrastato la mafia, con i fatti", sintetizza il responsabile giustizia dem, Walter Verini.
Eppure le opposizioni hanno chiesto compatte le dimissioni di Bonafede...
Le opposizioni hanno scelto la strada del manovrismo parlamentare: legittimo ma assolutamente sbagliato. In questo momento, invece che giocare al tiro al bersaglio con sfiducie individuali, sarebbe opportuno concentrarci tutti per contrastare di più e meglio le mafie, dentro le carceri e nel Paese. Mi sembra una mozione di sfiducia dal puro sapore propagandistico.
Il Guardasigilli sta tentando il dietrofront via decreto, per riportare in carcere chi è stato messo ai domiciliari. Condivide l'iniziativa?
È evidente che nel sistema ci sono state delle falle: sono ai domiciliari persone il cui posto è in carcere e dovrebbero essere curate lì, nel rispetto dei diritti della persona. Dunque è giusto intervenire. Però la questione va ricostruita dall'inizio: dalle prime rivolte in carcere a causa del virus in situazione di sovraffollamento, i detenuti sono diminuiti da 61mila a 53 mila. Questo è avvenuto in parte grazie anche al primo decreto Cura Italia, in cui era stata prevista una norma contro il sovraffollamento che però escludeva i detenuti per reati ostativi, per mafia, terrorismo e violenza di genere. Nel decreto successivo è stato previsto che i magistrati di sorveglianza debbano chiedere il parere di Procura e Direzione nazionale antimafia per le richieste di domiciliari di detenuti per reati di mafia. Ora, poiché evidentemente ai domiciliari sono finiti anche detenuti che dovrebbero rimanere in carcere, stiamo predisponendo un decreto che vi ponga rimedio. Ma la falla non è responsabilità diretta né del governo né del ministro Bonafede.
Ma il decreto non rischia di violare l'autonomia della magistratura?
No, il principio dovrà essere rispettato in modo rigoroso. Il decreto dovrà prevedere che i magistrati di sorveglianza che hanno concesso i domiciliari valutando la situazione sanitaria e lo stato della pandemia, insieme allo stato soggettivo del detenuto, siano tenuti a rivalutare, a distanza di qualche settimana, se le condizioni per le quali hanno preso il provvedimento siano mutate o meno. Insomma, il decreto terrà insieme il rigore antimafia e il rispetto della Costituzione. E. Il ti provvedimenti risalgono a già a un mese fa. A questo proposito mi riconosco pienamente nelle parole del magistrato Tamburino, già coordinatore dei giudici di sorveglianza e già capo del Dap.
Così facendo, Bonafede non rischia una sterzata giustizialista?
È evidente che nell'humus dei 5 stelle c'è stata storicamente una predisposizione a quello che, per comodità, si può chiamare giustizialismo. Ma questo oggi non caratterizza la politica del governo. Personalmente, ritengo sbagliata una contrapposizione tra giustizialismo e garantismo: noi siamo per la giustizia giusta e per le garanzie. Garantismo è un termine di cui si è abusato troppo: anche Salvini si dice garantista, ma solo a corrente alternata e non con i poveri della terra. Bisogna farla finita con questa contrapposizione spesso strumentale allo scontro politico e battersi per una giustizia che abbia in sé il rispetto profondo di diritti e garanzie, rifiutando sia semplificazioni "giustizialiste" che poi si ritorcono anche contro chi le alimenta, sia garantismi speciosi.
L'altro fronte caldo per Bonafede è la polemica innescata da Nino Di Matteo...
Io credo che sia fuori da ogni grammatica istituzionale il fatto che un magistrato membro del Csm vada in televisione a chiedere conto al ministro della Giustizia delle sue scelte. Mi ritrovo nelle parole di Armando Spataro: il comportamento di Di Matteo non fa onore alle istituzioni. Del resto, la sua condotta è stata stigmatizzata anche dall'Anm e dai laici del Csm di area 5 Stelle. Un ministro non deve rendere conto a un magistrato di scelte di competenza ministeriale e del Consiglio dei ministri.
Si aspettava un intervento così a gamba tesa da parte di Di Matteo?
Di Matteo è un magistrato rispettabile a cui va riconosciuta gratitudine per il suo coraggioso impegno antimafia, anche se, personalmente, ho avuto pesanti perplessità sulle modalità con cui si è rapportato a un'istituzione di garanzia come Quirinale nell'inchiesta Trattativa. Del resto, Di Matteo non è nuovo a esternazioni più che borderline: l'anno scorso è stato rimosso dal pool "stragi" dal procuratore nazionale antimafia, Federico Cafiero de Raho, proprio in seguito a esternazioni non consone durante un'intervista.
Nessuna ombra, dunque, sulla nuova nomina al Dap?
Dino Petralia proviene dalla magistratura antimafia e saprà interpretare questo ruolo al meglio. La sua nomina, insieme a quella di Roberto Tartaglia, è un segnale forte contro i mafiosi nelle carceri, ma ricordo che il tema carcerario è molto ampio e diversificato e non si può esaurire col 41bis. Su questo punto lancio un appello al mondo dell'antimafia: è il momento questo forse di fare quadrato, unendo le forze in questa fase così delicata per il paese, senza divisioni.
La giustizia, tuttavia, è tornata terreno di scontro politico...
Purtroppo è così da anni, ma l'Italia dopo la pandemia sarà chiamata a ridisegnare il suo futuro su basi radicalmente nuove anche nella giustizia. Bisogna aggiornare il mondo della giustizia alle esigenze del Paese e i capi saldi sono legalità, trasparenza e velocità. Serviranno anche le nuove tecnologie come il processo da remoto, ma sempre garantendo, sul fronte penale, le garanzie del diritto di difesa. Serviranno grandi cambiamenti, non un ritorno alla normalità pre-coronavirus.
Ma oggi Bonafede è in bilico e ieri Bellanova ha minacciato le dimissioni. Questo governo è abbastanza forte per riformare il Paese?
Questo governo ha delle fragilità ma, al tempo stesso, non esistono alternative. C'è una strada obbligata per il Paese: che questa alleanza si rafforzi, trasformandosi da alleanza quasi per caso in alleanza fondata sulla condivisione dei progetti e dei programmi funzionali a un Paese nuovo. Questa maggioranza deve avere come interlocutore l'Italia intera, dando risposte anche inedite. A tenere insieme il nostro governo non è un contratto come quello che c'era tra 5 Stelle e Salvini, ma deve essere una visione comune, un'alleanza stabile che permetta di allargare gli orizzonti ed essere riferimento per l'Italia che vuole ripartire.
radiopopolare.it, 8 maggio 2020
Il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, durante il question time alla Camera di ieri, ha annunciato un provvedimento contro le scarcerazioni di alcuni detenuti a causa del coronavirus Covid-19. Si tratterebbe di un decreto che consentirebbe ai magistrati di sorveglianza di rivalutare "alla luce del nuovo quadro sanitario, l'attuale persistenza dei presupposti per le scarcerazioni di detenuti di alta sicurezza e al regime di 41bis". Gran parte delle ordinanze con cui sono state disposte le recenti scarcerazioni, tutte per gravi patologie, fanno riferimento all'emergenza Covid-19. In molti sostengono che ora si chiedano le scarcerazioni non soltanto per una legittima preoccupazione, ma anche perché in questo momento di emergenza è più facile ottenerle.
Ora che l'emergenza sanitaria in Italia sta lentamente rientrando, Il ministro Bonafede vorrebbe rivedere la situazione. Oggi a Prisma abbiamo affrontato il tema con i magistrati Anna Canepa, sostituto procuratore alla Direzione Nazionale Antimafia, e Stefano Musolino, sostituto procuratore alla Direzione Distrettuale Antimafia di Reggio Calabria. Ecco un estratto dell'intervista di Lorenza Ghidini e Alessandro Braga.
La possibilità delle scarcerazioni per motivi di salute durante l'emergenza Covid non dipende dal reato commesso, ce lo conferma?
Anna Canepa. Certamente. La tutela della salute riguarda tutte le persone e a maggior ragione i detenuti che si trovano in una situazione particolare. Vi è la necessità di contemperare questa esigenza costituzionalmente tutelata con le esigenze della sicurezza. Rientriamo assolutamente negli ambiti legali di tutela della salute, ci mancherebbe altro: siamo uno stato di diritto. Nulla ha a che vedere col decreto Cura Italia, qui stiamo parlando delle scarcerazioni che riguardano un numero molto inferiore rispetto alla popolazione carceraria. Parliamo dei detenuti che sono in alta sicurezza o al 41bis, soggetti particolarmente pericolosi.
Molti dicono: se questi detenuti sono in isolamento, cosa c'entra l'emergenza Covid?
Anna Canepa. I detenuti al 41bis scarcerati sono 3, gli altri sono detenuti pericolosi di alta sicurezza. Sicuramente chi è detenuto al 41bis è meno esposto dei detenuti che si trovano in dieci in una cella. È isolato, ma viene comunque in contatto con gli operatori di polizia penitenziaria, che a loro volta rischiano parecchio.
Nei giorni scorsi Roberto Saviano è intervenuto nel dibattito sulle scarcerazioni: "Garantire la salute del detenuto, di qualunque detenuto, dall'ex boss al 41bis al detenuto ignoto, è fondamentale, è un atto che ha una efficacia antimafia immediatamente misurabile perché un carcere che non è democratico, diventa immediatamente un carcere dove comandano le mafie". Lei come vede questa polemica?
Stefano Musolino. Concordo con la conclusione di Saviano, mi sembra molto ragionevole e molto fondata e anche un po' eccentrica rispetto al percorso letterario a cui Saviano ci aveva abituato. È evidente che su questa vicenda si stanno giocando altre battaglie e ci sono altre questioni che, purtroppo, la sovrastano. È una questione estremamente delicata perché siamo al limite tra le esigenze di vari interessi coinvolti, dall'interesse dello Stato ad assicurare la sicurezza pubblica attraverso strumenti preventivi particolarmente incidenti sulla vita delle persone, al il diritto delle persone detenute di non dover sopportare trattamenti inumani e avere garanzia assoluta dei loro diritti di salute. Sono entrambi valori estremamente rivelanti che meriterebbero un'attenta riflessione e che sicuramente non meritano interventi come quelli che si stanno accumulando e che sono interventi dettati da un'urgenza che non è solo quella di gestire le dinamiche che si stanno sviluppando, ma di gestire anche altre dinamiche politiche parallele che si intersecano con questa vicenda. E questo non aiuta né il legislatore né l'opinione pubblica a comprendere esattamente quali sono i valori in gioco e quale deve essere il miglior atteggiamento per gestire questa vicenda.
di Emanuele Lauria
La Repubblica, 8 maggio 2020
Professor Flick, sono fondati i dubbi giuridici sul decreto legge allo studio del governo per rimettere in carcere i boss?
"La domanda è: si può fare un cambiamento delle regole in corso di partita? Il tema che discutiamo è quello della retroattività o meno di una legge che regola l'esecuzione della pena. Norme come quelle che prevedono, per ragioni gravi di salute, la detenzione domiciliare al posto del carcere incidono molto sulle libertà personali. E a lungo non hanno avuto il limite della non retroattività: insomma, dopo l'emanazione, valevano per il futuro come per il passato, sulla base del principio "tempus regit actum". Così aveva stabilito e ritiene tuttora la Cassazione. Ma la Corte Costituzionale di recente ha modificato questo orientamento".
Cosa afferma la Consulta?
"Afferma, esprimendosi sullo "spazza-corrotti", che è inammissibile impedire l'applicazione di misure alternative al carcere per fatti accaduti in tempi precedenti all'entrata in vigore della legge. Il principio è che un condannato deve conoscere prima le modalità della pena. Non so cosa farà il governo ma mi sembra difficile andare frontalmente contro la Consulta, solo due mesi dopo che si è espressa. Poi, se permette, c'è un'altra questione: non spetta a me dire se i giudici di sorveglianza abbiano sbagliato o meno, ma i loro provvedimenti andrebbero impugnati singolarmente. Così, agendo attraverso la modifica di una legge, si rischia di condizionare la sovranità della magistratura. E un ultimo aspetto mi rende perplesso".
Quale?
"Siamo rimasti tutti un po' colpiti di fronte alla rapida successione di decreti del presidente del consiglio dei ministri sull'emergenza Coronavirus. Non vorrei che questo discorso si estendesse ora anche ai decreti legge: siamo di fronte, per le scarcerazioni, al terzo in una settimana. Mi preoccupo che si arrivi a un'abitudine. È necessario ribadire la presenza forte del parlamento, invece di continuare a delegittimarlo".
Il tema del diritto alla salute va conciliato con quello alla sicurezza, con la certezza della pena...
"Io credo che già con le ultime norme varate dal governo, che prevedono il coinvolgimento del procuratore antimafia sulla concessione dei benefici, la bilancia tenda più verso la sicurezza. Di certo, il coronavirus ripropone il problema del sovraffollamento e dell'organizzazione del sistema sanitario delle carceri. Su questo punto serve un intervento. Lo Stato ha l'obbligo di farsi carico della salute del detenuto, forse più che di quella di un cittadino libero".
di Luigi Ferrarella
Corriere della Sera, 8 maggio 2020
La mettono giù così: "Vi pare giusto che, con la scusa del virus e sotto ricatto di rivolte sobillate dai boss, giudici ribelli abbiano scarcerato 376 pericolosi capimafia al 41bis per offendere le vittime, irridere chi li aveva arrestati e mortificare chi li aveva denunciati?".
E, messa così, la risposta sarebbe una sola. Ma una sindrome polacca sta contagiando i pm italiani: pochi mesi fa manifestavano a Varsavia contro l'involuzione di un governo che aggredisce i propri giudici, adesso capi di Procure antimafia, con contorno di aedi dell'informazione, intimidiscono i giudici che non gli garbano (quelli di Sorveglianza) con gli stessi toni e argomenti distorti che esecravano quando a usarli contro loro era Berlusconi.
Dal 41bis sono usciti non in 376 ma in 3, per tumori e cardiopatie a rischio vita combinati all'incapacità del sistema penitenziario di garantire cure indifferibili. Due terzi degli altri sono "boss" sulla fiducia, visto che attendono ancora sentenze.
Quanti nelle rivolte di marzo oggi condannano - e ci mancherebbe - la violenza delle proteste per le condizioni dei detenuti (13 poi morti sotto custodia dello Stato) sono però gli stessi che nel 2016 ignoravano la protesta non violenta di 19.056 detenuti aderenti (con le firme al Papa e due scioperi della fame) all'iniziativa dei radicali che quelle condizioni additava.
Età e malattie, in caso di contagio Covid, sono concause di alti rischi anche per i detenuti, diminuiti non di 376 ma di 9.000 (di cui 2.917 in detenzione domiciliare, 736 con braccialetto) spesso con l'ok proprio di pm (se in custodia cautelare), o su richiesta dei direttori di carceri (se con fine pena sotto 18 mesi): modo per recuperare, nella flagrante illegalità di 62.000 reclusi a febbraio in 51.000 posti (evidentemente tollerata da pm e cantori della legalità a targhe alterne), ciò che il ministero di Bonafede non aveva predisposto. E cioè mini-spazi dove almeno isolare i positivi per scongiurare in cella il bis del disastro-ospizi.
di Katya Maugeri
sicilianetwork.info, 8 maggio 2020
Giornate ricche di polemiche a causa della scarcerazione di alcuni boss. Durante il lockdown sono 376 i detenuti mandati ali arresti domiciliari, tra cui figurano importanti boss e trafficanti di droga.
"Le scarcerazioni di detenuti al 41bis avvenute in questi giorni non dipendono dalle nuove misure adottate per contrastare la diffusione del virus in carcere facendo calare il numero dei detenuti" a spiegarlo è Alessio Scandurra, coordinatore dell'Osservatorio di Antigone sulle condizioni di detenzione e dei progetti di ricerca nazionali ed internazionali. "Da quelle misure sono esclusi non solo i detenuti al 41bis, ma anche molte altre categorie di detenuti per fatti gravi. Dunque, non sono polemiche contro il decreto Cura Italia.
Si tratta di scarcerazioni avvenute in base alle normative preesistenti. Poste a tutela del diritto alla salute delle persone più anziane e malate per le quali la detenzione in carcere non è più possibile. Non hanno nulla di automatico. Sono sottoposte al vaglio della magistratura e se ne sono registrate anche in passato. A meno che non si voglia pensare che i magistrati italiani siano improvvisamente diventati amici dei mafiosi, immagino non sia nemmeno questa la polemica. Allora di che si parla? Vogliamo discutere nel merito se la decisione relativa a tizio o a caio è corretta? Io non credo di averne la competenza. Non ho in ogni caso visto la documentazione che ha visionato il giudice. Quindi, mi fiderei della sua valutazione più che di quella di altri".
Ma qual è la situazione attuale nelle carceri italiane travolta dal Coronavirus? "Ci siamo approcciati a questa emergenza sanitaria con una condizione di sovraffollamento, con strutture vecchie, disagi strutturali importanti, condizioni igieniche rilevanti e una popolazione detenuta molto fragile anche da un punto di vista sanitario. I detenuti, in media, pur essendo giovani presentano problemi sanitari frequenti e complicati: dalle dipendenze alla salute mentale, alle malattie infettive. Si tratta di una popolazione molto problematica".
Sono 60.439 i detenuti presenti nelle carceri italiane al 30 aprile 2019, secondo il XV rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione (anno 2019). Quasi 10.000 in più dei 50.511 posti letto ufficialmente disponibili - cui si debbono sottrarre gli eventuali spazi momentaneamente in manutenzione - per un tasso di affollamento ufficiale che sfiora il 120%. Le donne sono 2.659, pari al 4,4% del totale. Il 33,6% è composto da detenuti stranieri, che in numero assoluto sono 20.324. L'Italia è il primo paese dell'UE per incremento della popolazione detenuta tra il 2016 e il 2018, in controtendenza rispetto al resto del continente (che presenta un trend negativo).
"Adesso la situazione legata al Covid-19 è in evoluzione. Si stanno attrezzando con dei protocolli per l'isolamento e per la prevenzione del contagio. Abbiamo assistito a casi drammatici e da quelle esperienze occorre imparare. Ma "ricordiamo che la maggior parte degli istituti hanno numeri bassi o contagio zero. Adesso serve pensare a come convivere con il virus e riprendere in sicurezza la normalità. Pensiamo alle comunicazioni con l'esterno, con i familiari, a riprendere le lezioni scolastiche. Anche il carcere ha bisogno di questo".
L'associazione Antigone sin dagli anni Ottanta lotta per "per i diritti e le garanzie nel sistema penale", "lottiamo per il rispetto della legge. Cerchiamo di portare trasparenza e conoscenza. Per gestire e governare il carcere serve conoscerlo altrimenti si rischia di ragionare su stereotipi, pregiudizi e preconcetti che non hanno a che fare con la realtà. Sarebbe un grave e pericoloso corto circuito mettere i pregiudizi al posto dell'analisi. Si rischierebbero scelte inevitabilmente sbagliate".
"Ed è proprio dall'articolo 27 della Costituzione che Antigone vuole ripartire" - si legge nel rapporto di Antigone - "dal suo affidarsi a tre concetti fondamentali: 1) la non coincidenza della pena con il carcere; 2) il divieto assoluto di inflizione di pene disumane e degradanti; 3) la costruzione di una pena che abbia un senso di inclusione sociale". Rapporto che non potrebbe esistere senza l'Osservatorio sulle condizioni di detenzione di Antigone, che dal 1998 entra nelle oltre duecento carceri italiane ed è strumento di conoscenza per chiunque si avvicini alla realtà penitenziaria: media, studenti, esperti, forze politiche.
Manca la consapevolezza reale del problema carcerario, la conoscenza di una realtà che in tanti proiettano a una idea astratta perché "nell'immaginario collettivo il carcere è identificato con il mafioso, ovvero una tipologia diversa. Su una popolazione detenuta di 60mila detenuti circa 700 sono al 41bis. Quindi è evidente che si rischia di perdere il fenomeno reale".
"Una delle prime cause dell'eccessiva presenza di persone detenute è da ricercare senz'altro nell'inefficace e repressiva legislazione sulle droghe - si legge sul Rapporto di Antigone - che rappresenta una delle principali cause di ingresso e permanenza in carcere.
Al 31 gennaio 2018, il 31,1% delle persone detenute era ristretto per violazione del Testo Unico sulle droghe: circa un terzo del totale. La media europea è del 18%, 13 punti percentuali in meno. In Germania i detenuti per droga erano il 12,6%, in Francia il 18,3% e in Spagna il 19%".
Molti dei detenuti con problemi di dipendenza o legati alla salute mentale, restano in carcere per la mancanza di risorse e per una lenta burocrazia che li vedrebbe invece collocati in strutture idonee alle loro patologie, "i detenuti tossicodipendenti sono quelli che andrebbero seguiti in modo diverso. Quando un reato è commesso per dipendenza, se la patologia non viene curata, chiaramente sarà recidivo. Il percorso idoneo è fuori, non dentro. Le vittime durante le rivolte, nelle scorse settimane, sono morti per overdose di metadone. La fragilità della popolazione detenuta è tale che quando si perde il controllo l'unico pensiero è andare in farmacia, acquistare del metadone e lasciarsi andare".
La gente è in carcere perché ha violato la legge, non si può pensare che la reazione sia illegale. "È importante che tutto il percorso penale, dal processo all'esecuzione della pena venga eseguito nel rispetto dei diritti delle persone, ovvero nel rispetto della legge. Se cade questo cade tutto.
È fondamentale conoscere il fenomeno reale, ovvero quello di una grande massa di persone che commettono reati spesso recidivi, spesso non alla prima carcerazione perché un intervento efficace è mancato e dove probabilmente la sfida è ancora da compiere. In che modo? Offrendo l'informazione e delle scelte alternative. Molti di loro affermano "Io non voglio più farla questa vita" e in quel momento lo pensano davvero. Affinché possano rivoluzionare davvero le loro vite servono valide alternative, strumenti concreti. È un bivio al quale si ritrovano non appena scontata la pena. Non è una sfida facile ma viene combattuta in tutta Italia".
L'associazione Antigone è presente anche in Sicilia e nonostante il periodo complicato non ha abbandonato la sua missione. "Sono giorni difficili per chi sta in carcere - spiega Pino Apprendi presidente di Antigone Sicilia - non solo per la pena che ciascuno deve scontare e per il rischio contagio Covid19, ma perché è stato alimentato un clima giustizialista che dilaga senza avere conoscenza delle leggi dello Stato. I contatti maggiori di questi giorni, da parte dei familiari dei detenuti sono avvenuti a causa della mancanza di colloqui e quindi di notizie dei congiunti ristretti e per verificare se, per chi ne avesse diritto, ci sono opportunità di lavoro. Purtroppo la risposta è sempre negativa perché la legge è cambiata alcuni anni fa, e l'imprenditore non trova alcuna convenienza ad assumere detenuti.
C'è stato un periodo, prima che cambiasse la legge, che molti dei detenuti riuscivano a trovare opportunità d'inserimento in cicli produttivi che erano utilissimi a un recupero sociale completo. Adesso tutto è bloccato e il recupero diventa un percorso molto più complicato. Chi fa le leggi non mette nel conto che si parte da un pregiudizio nei confronti del detenuto e se l'imprenditore non trova convenienza evita di crearsi ulteriori problemi burocratici dei quali già è vittima". Il carcere è un luogo al buio ed è importante che si faccia luce e attenzione a quello che succede lì dentro.
di Annalisa Cuzzocrea
La Repubblica, 8 maggio 2020
Le critiche nell'esecutivo: "Ha gestito tutta l'emergenza da casa". Dal centrodestra una mozione di sfiducia che tenta anche Renzi. L'allarme di Conte e del Quirinale. Alfonso Bonafede sa, lo ha capito, che indietro non si torna. Non si possono rimandare i mafiosi in carcere per decreto, checché ne dica la propaganda del Movimento 5 Stelle.
Non si può neanche decidere, per decreto, cosa devono fare e quando i giudici di sorveglianza, di appello, di corte d'Assise. Il ministro della Giustizia al question time ha tentato ancora una volta di difendersi: "Invito tutti a fare un'operazione di verità: le scarcerazioni sono avvenute in virtù di leggi non di questo governo, ma che erano lì da anni e che nessuno aveva mai modificato".
E ancora: "Nel decreto "Cura Italia" nessuna legge porta alla scarcerazione dei mafiosi, che sono invece esclusi dai benefici". Tutto vero, ma quello che viene imputato al Guardasigilli dall'opposizione e dall'interno della sua stessa maggioranza è di non essere stato in grado di capire quello che stava succedendo. Di gestire il fenomeno.
Di prevedere le conseguenze della circolare con cui il Dipartimento di polizia penitenziaria invitava i direttori delle carceri - a causa dell'emergenza Covid - a verificare lo stato di salute e di particolare fragilità di tutti i detenuti. Senza indicare in alcun modo delle soluzioni alternative ai domiciliari per i più pericolosi. C'è un'aria avvelenata e impaurita, nella maggioranza di governo. Il Movimento 5 stelle fa quadrato attorno a Bonafede, parte la batteria di sostegno e il consueto post sul blog con cui viene definito un ministro "scomodo per i poteri forti".
Ma all'interno dello stesso esecutivo c'è chi denuncia: "Per tutta l'emergenza ha lavorato quasi sempre da casa, da Firenze, non si dirige così un posto delicato come via Arenula". Di più: il presidente della commissione Antimafia Nicola Morra fa sapere di aver chiesto a lungo al Dap l'elenco dettagliato di tutte le persone scarcerate a causa dell'emergenza sanitaria, senza avere risposte in tempi congrui.
Di qui, un duello sulla convocazione di Bonafede in Antimafia, che tarda a essere fissata. Il tweet del senatore M5S ieri è sembrato quasi un atto di accusa nei confronti del governo per la gestione dell'intera vicenda: "Cosa nostra, come tutte le mafie - scrive Morra, che di Bonafede non è mai stato amico - non verrà sradicata e dissolta fino a quando ci sarà un solo mafioso che trova in un esponente del potere democratico la disponibilità alla conservazione dell'esistente, al compromesso sugli ideali, al ripudio dei valori costituzionali".
Un attacco a salve, senza un destinatario preciso, ma che mina ancora di più la maggioranza nel momento in cui proprio a Palazzo Madama, la prossima settimana, si dovrà votare la mozione di sfiducia contro il Guardasigilli presentata da un centrodestra a sorpresa compatto. E con la minaccia di Italia Viva ancora in sospeso: quel testo è fatto apposta perché Matteo Renzi e i suoi possano votarlo in nome delle battaglie garantiste fatte.
Così, dopo il question time, Bonafede si è chiuso al ministero a lavorare. Da lì, si è collegato in videoconferenza con il reggente M5S Vito Crimi e il ministro degli Esteri Luigi Di Maio: ha spiegato quanto sia delicata e difficile la stesura del decreto. Con una consapevolezza: va fatto subito. Prima che la situazione degeneri ulteriormente, prima che escano altri boss. Segnando un danno d'immagine enorme per il governo guidato da Giuseppe Conte.
E infatti, subito dopo, il ministro della Giustizia ha sentito il presidente del Consiglio. Che ha capito di dover seguire la vicenda da vicino anche perché gli è giunta eco della preoccupazione del Quirinale per l'impatto delle scarcerazioni sull'opinione pubblica. Il capo dello Stato sorveglia l'intera operazione e dai suoi uffici filtra la richiesta di un testo che valuti bene il problema della retroattività: lo scoglio su cui si sono infrante le intenzioni iniziali di Bonafede, che non può fare un provvedimento in contrasto con l'autonomia della magistratura e ha dovuto ridimensionare il testo che aveva immaginato. Il Pd, in tutto questo, non intende infierire.
La pedina Bonafede non può saltare senza che vada tutto in aria. Ma un dirigente dem ricorda come il guaio, prima ancora del Dap, sia stato il non voler affrontare davvero e per tempo il problema del sovraffollamento delle carceri. Lasciando che poi, davanti all'emergenza sanitaria e ai disordini, a prevalere fossero panico e confusione.
di Claudio Tito
La Repubblica, 8 maggio 2020
"Un decreto per rivalutare la scarcerazione dei boss". L'altro ieri il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, ha tentato di chiudere con questo annuncio la polemica che stava infuriando sul trasferimento agli arresti domiciliari, causa pandemia, di diversi condannati per mafia. Ma come si è arrivati a questa decisione?
Cosa è accaduto da marzo fino a ieri? Tutto è stato eseguito nella trasparenza? I rapporti tra il Dap (il Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria) e il Guardasigilli sono stati corretti? Ci sono state delle mancanze o delle approssimazioni? Le violente rivolte registrate nelle carceri hanno svolto un ruolo diretto o indiretto?
La sequenza temporale degli eventi è l'unica certezza da cui partire. Si tratta di una catena di episodi che conferma tutti gli interrogativi. Inizia nella prima settimana di marzo. Quando l'emergenza Coronavirus si trasforma in allarme sociale e istituzionale. In quel momento, in diverse case circondariali del Paese scattano delle vere e proprie rivolte. Da Salerno a Napoli, da Roma a Milano.
Il primo incidente risale al 7 marzo. La tensione resta altissima per quattro giorni. I morti sono 12. Molti dei quali tossicodipendenti, i detenuti più deboli all'interno della società carceraria e i più "sacrificabili" nelle logiche malavitose. Il sospetto di molti è allora che i tumulti siano orchestrati dai gruppi più facilmente attivatili: quelli della criminalità organizzata.
I più agitati, gli affiliati a camorra e mafia. In silenzio, quelli della 'ndrangheta. Nelle prigioni calabresi non si muove un dito, ma nei canoni delinquenziali viene considerato un segnale ulteriore. Negli stessi giorni, il 9 marzo, il governo annuncia il lockdown.
L'11 le rivolte vengono sedate. Sei giorni dopo l'esecutivo approva il primo decreto per affrontare la crisi: il Cura Italia. E il 17 marzo e in quel testo compare la prima norma sui detenuti. Per evitare il sovraffollamento durante il picco dei contagi, si prevede la scarcerazione di chi ha una pena residua non superiore ai 18 mesi e comunque non condannati per delitti gravi.
Da quel momento quasi sei mila reclusi vengono liberati. Ma non, appunto, quelli macchiatisi dei reati più pesanti. Non quindi i mafiosi. Passano altri tre giorni e il Dap, guidato allora da Francesco Basentini, emette una circolare sulla base dell'unità medica interna, in cui si segnalano i rischi sanitari per chi è affetto da alcune patologie.
L'elenco riguarda i malati oncologici o quelli affetti da Hiv, ma anche chi presenta "malattie dell'apparato cardiocircolatorio" o "malattie croniche dell'apparato respiratorio". Da quel momento si susseguono le decisioni dei magistrati di sorveglianza. Il "confine" dei condannati si allarga. Fino a contemplare, appunto, la scarcerazione di boss di chiara fama.
Ogni provvedimento è motivato dalla pandemia e dal pericolo determinato dalla difficoltà di mantenere il distanziamento sociale. Due dati, però, fanno riflettere: al 31 marzo, dopo dieci giorni dalla circolare del Dap, i carcerati contagiati dal Covid ammontano a 19 su una popolazione carceraria di quasi 61mila persone.
Gli agenti penitenziari colpiti dal virus sono 116 su un corpo di 37 mila unità. Resta il fatto che dal 21 marzo le maglie della scarcerazione si dilatano. Al punto che il 22 aprile il presidente della Commissione Antimafia, Nicola Morra, scrive al direttore del Dap per chiedere spiegazioni e per conoscere "se vi siano state determinazioni di sorta che abbiano inciso su uno o più detenuti sottoposti alle misure di cui all'articolo 41bis dell'ordinamento penitenziario".
Ancora Morra, due giorni dopo, manda una nuova lettera per sollecitare "i dati di cui dispone il Dipartimento". Basentini risponde. Ma evidentemente per l'Antimafia non è esaustivo. Non tutto è chiarito e se ne lamenta platealmente facendo notare di non aver ricevuto l'elenco dei mafiosi liberati. Il 29 aprile allora spedisce un'altra missiva reclamando "i documenti relativi alle modifiche del regime penale intramurario per i detenuti condannati per i reati di cui all'art. 41bis dell'ordinamento penitenziario".
A quel punto Basentini manda a Morra la lista, poi pubblicata il 6 maggio da Repubblica. E "per conoscenza" la trasmette anche al capo di gabinetto del ministro Bonafede e al suo capo della segreteria. Il Guardasigilli, attraverso il suo staff, era quindi a conoscenza delle disposizioni assunte almeno dal 29 aprile.
Il primo maggio - due giorni dopo - Basentini rassegna le dimissioni e viene nominato il due maggio il nuovo responsabile del Dap, Dino Petralia. Il ministro della Giustizia, però, fino al 6 maggio non adotta alcun provvedimento. E annuncia il decreto solo dopo che Repubblica pubblica l'elenco dei mafiosi scarcerati.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 8 maggio 2020
Corsa contro il tempo la preparazione del decreto-legge per riportare in cella i detenuti considerati più pericolosi tra quelli scarcerati per l'emergenza coronavirus. Si sta trasformando in una corsa contro il tempo la preparazione del decreto-legge per riportare in cella i detenuti considerati più pericolosi tra quelli scarcerati per l'emergenza coronavirus. La necessità di concretizzare in fretta l'annuncio fatto dal ministro della Giustizia in Parlamento è doppia.
Da un lato si vuole far sì che venga riconsiderata la situazione dei quasi 400 reclusi accusati o condannati per mafia o traffico di droga già mandati agli arresti domiciliari (la lista dei 376 s'è già allungata di almeno una decina di nomi); dall'altro si vuole introdurre un ulteriore filtro agli altrettanti e più che hanno chiesto di avere lo stesso trattamento. Un primo conteggio è arrivato a 456, ma è un'approssimazione per difetto perché mancano le istanze firmate da avvocati o familiari. Per tutti questi aspiranti ai domiciliari detenuti per i reati più gravi, adesso, è già obbligatorio che i giudici acquisiscano il parere delle Procure antimafia per valutarne la pericolosità, come previsto dal decreto approvato il 29 aprile.
Ma il Guardasigilli Alfonso Bonafede vuole introdurre al più presto una nuova norma che valga sia per il passato che per il futuro. Il decreto non sarà, ovviamente, un "ri-ordine di cattura" generalizzato. Niente e nessuno può calpestare o limitare l'autonomia dei magistrati, e saranno sempre loro a decidere sugli arresti o la detenzione domiciliare. Ma dovranno farlo con modalità diverse a seconda che si tratti di detenuti ancora in attesa di giudizio o condannati in via definitiva. Degli ormai famosi 376 tornati a casa (molti con il braccialetto elettronico), 196 non sono arrivati ancora all'ultima sentenza. Più della metà. In gran parte non hanno raggiunto nemmeno il traguardo del primo grado, altri sono in attesa dell'appello, a pochi manca solo il verdetto della Cassazione.
Per tutti loro sono stati i giudici delle indagini preliminari o dei processi ancora in corso a decidere che, a seguito dell'emergenza coronavirus, la custodia cautelare in carcere ne metteva a rischio la salute, mandandoli nelle rispettive abitazioni.
E dovranno essere le Procure o le Procure generali a chiedere, nella fase 2 dell'emergenza sanitaria, di riconsiderare le posizioni in base ai mutamenti intervenuti. I 180 detenuti definitivi invece sono stati scarcerati dai magistrati di sorveglianza.
I quali, in base alla nuova normativa, in virtù dell'evoluzione della pandemia che è stata il presupposto delle loro decisioni, dovranno rivalutare ogni singola situazione per verificare se ancora non ci siano soluzioni per tenere i reclusi all'interno degli istituti o in strutture ospedaliere protette (dove poteva andare il boss camorrista Pasquale Zagaria, se il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria avesse risposto in tempo).
Sarà prevista una revisione periodica, ogni mese o con altre scadenze, che i giudici di sorveglianza dovranno rispettare per confermare o meno la detenzione domiciliare. Sullo schema di decreto-legge il ministro ha raccolto l'assenso delle forze di maggioranza, a partire dal Partito democratico preoccupato, come ha spiegato il sottosegretario Andrea Giorgis, "di preservare l'autonomia della magistratura e i capisaldi della Costituzione sull'esecuzione della pena".
Il provvedimento potrebbe essere approvato già oggi dal Consiglio dei ministri ma l'attenzione di Bonafede è rivolta anche al "cambio radicale" avviato al Dap. In attesa dell'arrivo del nuovo capo Dino Petralia (ieri il Csm ha dato il via libera), il neo- ice Roberto Tartaglia ha avuto l'incarico di verificare ciò che non ha funzionato nei meccanismi che hanno portato alle quasi 400 scarcerazioni già avvenute (solo tre dal 41bis, quindi in isolamento; le altre dal circuito dell'Alta sicurezza, che comprende circa 9.000 reclusi). Dei 456 nuovi aspiranti ai domiciliari, il sistema di monitoraggio in tempo reale introdotto al Dap ha permesso di avviare ancor prima della decisione dei giudici "l'attività di analisi finalizzata alla predisposizione di idonee misure organizzative". Anche per evitare altre scarcerazioni imbarazzanti.










