di Sergio Pannocchia
uisp.it, 10 maggio 2020
Sentirsi libere dietro le sbarre. La storia di Francesca, ex detenuta del carcere di Rebibbia, e di Ilaria Nobili, responsabile settore danza Uisp Roma. Quando si è in carcere, bisogna organizzarsi le giornate. Si va dalla scrivana e si fanno le richieste per corsi e attività da poter svolgere. Nasce qua la storia di Francesca, ex detenuta del carcere di Rebibbia, e di Ilaria Nobili, responsabile del settore danza dell'Uisp Roma e operatrice a Rebibbia per le donne. Un legame nato in modo naturale attraverso un'intesa spontanea avvertita fin dal primo incontro.
Francesca ha sempre avuto la musica nel sangue e da piccola ha svolto lezioni di danza classica, che ha abbandonato però col crescere dell'età. Quando ha trovato il corso di danza sportiva dell'Uisp nel carcere, spinta dalla passione si è segnata.
Dopo l'incontro con Ilaria Nobili, il lunedì era diventato il giorno più importante, il giorno che aspettava con più ansia, come un bambino aspetta il carretto che porta i gelati. Quell'ora di lezione è divenuta in breve tempo una vera e propria evasione dalla prigione: era il momento in cui poteva dare libero sfogo alla propria espressione, ai propri movimenti. In poche parole, il tempo passato in compagnia con la danza si poteva chiamare libertà.
Per Francesca seguire le lezioni di Ilaria è stato molto importante. La danza l'ha aiutata a ritrovare se stessa, ma anche ad allentare la tensione che si creava all'interno di un contesto dove bisogna avere un determinato tipo di comportamento e seguire le regole. Era l'ancora di salvezza a cui aggrapparsi con tutte le forze.
L'istruttrice Uisp ritiene che lo sport è sempre stato ed è tuttora di grande importanza. In particolare, la danza è l'unica cosa che rende liberi all'interno di un contesto difficile come il carcere. È fondamentale nella danza, ricorda Ilaria, non tanto la tecnica e il movimento del corpo ma ciò che fa sentire la danza, la sensazione di libertà che fa provare a chi balla.
Ilaria si approccia ad ogni persona allo stesso modo e non prepara lezioni differenti a seconda del contesto. È abituata a prendere ogni donna per mano e a condurla ad essere se stessa. La grande differenza tra una situazione come quella di Rebibbia e la realtà esterna è la forte sensazione di restrizione: lo spazio è sempre quello, stessi orari e stessi suoni riprodotti. Il carcere, come afferma Ilaria, fa parte della città e le relazioni che nascono al suo interno sono le stesse che accadono tra di noi.
Quando si sono incontrate, Ilaria ha avuto la sensazione di conoscere Francesca da sempre ed è rimasta colpita subito da una ragazza sempre sorridente, che accoglieva e spronava tutte le compagne di corso. Francesca è stata la persona che ha coinvolto e fatto iscrivere al corso altre detenute, il ponte che ha unito Ilaria con le altre ragazze.
Per Ilaria, l'appuntamento di danza era diventato uno scambio emotivo con tutte le ragazze oltre che un momento in cui ognuna di esse esprimeva cosa voleva ottenere dalla lezione settimanale. Inizialmente è stato difficile, perché le ragazze si erano divise in piccoli gruppetti per via della nazionalità, ma con il tempo il gruppo si è amalgamato e tutte sono diventate donne che facevano semplicemente danza insieme. Ogni lezione non era mai preparata ma costruita di volta in volta a seconda delle loro esigenze. L'assenza poi di agenti in palestra portava le detenute a essere più sciolte sia nella mente che nel corpo.
La danza rende liberi e rappresenta, come affermato da Francesca, la luce in una zona di ombra. Insegna ad avere sempre il sorriso in volto, aiuta a riflettere e a migliorare il rapporto con gli altri. Un legame, quindi, quello tra Francesca e Ilaria, che abbatte pregiudizi e che si fonda sulle prime sensazioni. Una storia che ci aiuta a capire quanto sia importante, nei momenti di difficoltà della vita, catturare i piccoli aiuti che ci vengono dati per tornare a respirare ed essere sé stessi.
lecconews.news, 10 maggio 2020
I detenuti del carcere di Pescarenico minacciano lo sciopero della fame mentre i 21 casi di positività da Coronavirus sono stati trasferiti a San Vittore. Il carcere lecchese sta seguendo le linee guida previste dalla particolare situazione, all'ingresso vi è una tenda pre-triage della protezione civile e i contatti con l'esterno sono ridotti all'essenziale, a sette detenuti sono stati concessi i domiciliari, altri cinque sono al vaglio del tribunale di sorveglianza.
Tuttavia negli ultimi giorni l'emergenza sanitaria sta facendo salire la tensione nella casa circondariale cittadina dove si contano 60 detenuti e una 40ina di personale. Fino a una decina di giorni fa non si era registrato alcuno contagio, ora invece sono 21 coloro i quali sono risultati positivi al tampone con conseguente trasferimento al San Vittore di Milano dove vi è un reparto dedicato a livello regionale.
Nella struttura lecchese si pone così la necessità di sanificare gli ambienti, e di trasferire alcuni detenuti del terzo piano - area ad oggi immune al virus - in alcune celle del secondo piano, dove invece si sono registrati dei contagi. Ipotesi che crea timori e almeno tre carcerati si dicono pronti ad azioni clamorose come lo sciopero della fame.
di Viviana Lanza
Il Riformista, 10 maggio 2020
Avvocati in stato di agitazione, i capi degli uffici giudiziari: "Inspiegabile, è un momento delicato". Dopo la decisione del Consiglio dell'ordine degli avvocati di Napoli di proclamare lo stato di agitazione e revocare l'adesione ai protocolli sottoscritti il 28 aprile denunciando "grave situazione di immobilismo" a proposito delle decisioni sulle linee guida per la ripresa dell'attività giudiziaria prevista per il 12 maggio, arriva la replica dei capi degli uffici giudiziari.
In una nota il presidente della Corte di Appello Giuseppe De Carolis e il procuratore generale Luigi Riello definiscono la delibera degli avvocati "del tutto inaspettata", parlando di "un'inspiegabile logica di contrapposizione con la magistratura", un atteggiamento che ritengono "non consono al clima collaborativo coltivato da tutti i capi degli uffici giudiziari e certamente inidoneo ad affrontare con senso di responsabilità ed efficacia un momento delicato per la giustizia nel distretto connesso alla perdurante critica situazione sanitaria".
Ricordando la collaborazione dell'avvocatura "preziosa e apprezzata" che c'è stata per individuare, sentita l'autorità sanitaria, le misure di prevenzione finalizzate a ridurre il pericolo di contagio e i protocolli d'intesa e i decreti organizzativi emessi nella cosiddetta Fase 1, i vertici del Palazzo di giustizia di Napoli spiegano in una nota che "riguardo il mancato accoglimento della richiesta degli avvocati di trattazione anche dei processi con imputati liberi con la presenza fisica degli stessi, il numero rilevantissimo di processi con imputati detenuti pendenti dinanzi alla Corte di Appello, circa 400 solo nel periodo dal 12 maggio al 30 giugno, impedisce la trattazione anche dei processi a piede libero con la presenza fisica delle parti, tenuto conto della necessità, emersa da tutte le interlocuzioni con l'autorità sanitaria, di limitare al massimo gli accessi di persone nel Palazzo di Giustizia, costituendo questo il primo presidio per ridurre il pericolo di contagio".
palermotoday.it, 10 maggio 2020
Si potrà accedere alle aule solo con la mascherina, motivando la propria presenza e sarà misurata anche la temperatura. Molte restrizioni in tribunale, dove il numero di processi che si potranno trattare sarà ridotto, nessun limite invece in appello, se non quello di garantire il distanziamento fisico.
Non si torna ai ritmi precedenti alla pandemia - e sarebbe impossibile immaginarlo in un ambiente come il palazzo di giustizia dove normalmente si muovono centinaia di persone al giorno - ma timidamente si prova a ripartire. A una velocità maggiore in Corte d'Appello rispetto al tribunale. Inoltre, proprio perché la situazione sanitaria è in costante evoluzione si è deciso di istituire un osservatorio, composto da magistrati ed avvocati, che ogni 15 giorni farà il punto e valuterà se allargare ulteriormente le maglie o, purtroppo, tornare a stringerle. Le nuove regole per accedere e lavorare al palazzo di giustizia saranno in vigore fino al 31 luglio e sono state diramate tra ieri e oggi.
Si potrà entrare nella cittadella giudiziaria solo dopo aver motivato la propria presenza, indossando la mascherina, e dopo che sarà stata anche misurata la temperatura corporea. Non tutti hanno preso favorevolmente le nuove disposizioni e su Facebook è nata pure l'idea di un flash mob per "abbracciare" il palazzo di giustizia martedì mattina. Infine, nonostante le difficoltà, il presidente della Corte, Matteo Frasca, al fine di garantire il diritto all'informazione ai cittadini, sta valutando anche di consentire in qualche modo il ritorno dei giornalisti tra le aule del palazzo.
Corte d'Appello con pochi limiti - Prima di arrivare al documento che è stato firmato da Frasca, non solo c'è stato un confronto con gli avvocati, ma si è fatto proprio uno studio delle aule, in modo da stabilire con precisione quante persone possano essere presenti senza inficiare il dovuto distanziamento fisico. La Corte d'Appello ha a disposizione 10 aule di oltre 100 metri quadrati e davanti ad ognuna di esse saranno affissi i criteri di ingresso.
Questo studio preliminare ha permesso di non limitare il numero dei processi (che saranno comunque a porte chiuse) da trattare quotidianamente: sarà il presidente di ogni collegio, infatti, a stabilire come procedere, avendo come priorità naturalmente la tutela della salute di tutti. Si lavorerà anche il sabato se necessario. Frasca ha poi ritenuto che fissare tassativamente un orario preciso per ogni singola udienza, come chiedevano gli avvocati, potrebbe paradossalmente diventare un limite: alcune cause si liquidano in pochi minuti, altre richiedono ore ed è proprio in quest'ultimo caso che vi saranno indicazioni precise. Resta naturalmente la possibilità di lavorare da remoto.
Tribunale, ripartenza lenta - Le regole fissate dal presidente Salvatore Di Vitale sono state diramate ieri. In questo caso, anche per la conformazione fisica soprattutto delle aule del nuovo palazzo di giustizia, di limiti ce ne sono tanti. Rispetto a ciò che è avvenuto negli ultimi due mesi, però, qualcosa si rimette lentamente in moto. Si lavorerà anche il pomeriggio e, proprio nel nuovo palazzo, la mattina sarà dedicata a monocratico, misure di prevenzione e tribunale del riesame (3 udienze nei giorni dispari, anziché 6 a settimana), mentre il pomeriggio al Gip/Gup.
Si potranno celebrare patteggiamenti, abbreviati e udienze preliminari. I vari collegi potranno tenere al massimo 3 udienze al giorno e in ciascuna di esse si potranno trattare al massimo 10 processi. Considerato che, soprattutto al monocratico, in alcune sezioni se ne fissavano anche 60 (molte poi, però, non venivano concretamente trattate) si capisce immediatamente la differenza col passato.
La priorità sarà data alle cause più vecchie, a quelle con detenuti (soprattutto se i termini di custodia cautelare rischiano di scadere), ma anche quelli in cui è costituita una parte civile e a quelli ritenuti urgenti. Si ricorrerà anche alle modalità da remoto. Anche qui tutto sarà a porte chiuse e sarà necessario indossare la mascherina. Nel civile, nello specifico, si punterà, in base ai processi, allo scambio di atti per via telematica, alle udienze da remoto e, solo se realmente indispensabile, a quelle fisiche.
L'osservatorio e l'accesso ai cronisti - Sia da parte degli avvocati che dei magistrati la volontà è di ripartire, non solo perché di mezzo ci sono i diritti di tutti i cittadini, ma anche per le difficoltà economiche dei legali, che di fatto non lavorano da due mesi, e il rischio che si accumuli un arretrato che tra qualche mese potrebbe diventare ingestibile. Proprio in quest'ottica, e soprattutto per cercare di incrementare l'attività del tribunale, si è deciso di istituire un osservatorio, composto dal presidente del tribunale, dal presidente dell'Ordine degli avvocati, Giovanni Immordino, e da due rappresentanti del Consiglio, nonché dai presidenti coordinatori delle sezioni penali e civili, che si riunirà ogni 15 giorni, farà il punto della situazione e valuterà come procedere.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 10 maggio 2020
L'ex procuratore di Palermo: "Il rientro di tanti criminali nelle loro sedi di provenienza consente alle cosche di rialzare la testa". "Il nuovo decreto risponde a un'idea apprezzabile, ma la realizzazione non sarà facile. Ci sono complessi e delicati problemi di rispetto dell'autonomia della magistratura", dice Gian Carlo Caselli, 81 anni ieri, già procuratore di Palermo e Torino oltre che capo del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria) oggi nella bufera.
Che idea si è fatto delle scarcerazioni dei mafiosi?
"Lo Stato deve tutelare la salute di tutti i detenuti (mafiosi compresi) oltre che del personale penitenziario, anche in situazioni di emergenza pandemica. Il paradosso è che i detenuti al 41bis e quelli in alta sicurezza vivono in carcere in condizioni che comportano ben pochi rischi di contagio".
Dunque non bisogna occuparsene, anche se hanno patologie croniche?
"Bisogna farlo utilizzando, prima di tutto, le strutture sanitarie che già funzionano nelle carceri o adattando nuovi locali. La scarcerazione deve essere una extrema ratio".
Invece è diventata la regola?
"Sono d'accordo con chi le definisce scarcerazioni di massa. Non solo per il numero (quasi 400), ma anche per una certa interpretazione burocratica che è avvenuta".
Che cosa intende?
"Non pare sia stata sempre presa in considerazione la pericolosità del detenuto con particolare riferimento all'ambiente d'origine cui viene restituito".
Qual è la conseguenza?
"Quando si tratta di mafiosi, le implicazioni sulla sicurezza pubblica sono purtroppo di assoluta evidenza. Il loro rientro sul territorio comporta il concreto pericolo che molti possano approfittarne per rientrare in un modo o nell'altro rafforzandolo nel giro delle attività criminali tipiche della mafia".
Gli arresti domiciliari non sono sufficienti?
"Si sa che sono un diaframma molto debole".
Cosa rappresenta questa vicenda per lo Stato?
"Una falla nell'antimafia. Un lusso che lo Stato non si può assolutamente permettere. In ogni caso, un segnale di arretramento e debolezza che la mafia potrebbe cogliere per avviare nuove, come dire, "baldanzose" strategie criminali".
In che senso?
"Le mafie vivono anche di segnali e il rientro di tanti criminali nelle loro sedi di provenienza viene "venduto" come un fatto che consente all'organizzazione di rialzare la testa. L'Italia non ci guadagna".
Bonafede dice: hanno fatto tutto i giudici. È così?
"È vero. Ma al di là delle intenzioni, un ruolo importante sembra aver avuto anche la circolare Dap del 21 marzo che richiedeva a tutte le carceri un elenco dei detenuti sofferenti di certe patologie".
Per quale motivo?
"Per difetti di comunicazione sulle sue precise finalità, è stata interpretata come predisposizione di una specie di "lista d'attesa" di scarcerandi. Di qui una corsa alle domande e alle scarcerazioni che sono diventate una slavina".
Sta saltando il sistema repressivo nato negli anni 90?
"Il 41bis, letteralmente intriso del sangue delle stragi del 1992, è per Cosa nostra una ferita aperta. Pentitismo e 41bis sono da eliminare (Riina si sarebbe "giocato anche i denti") e la riprova sta nella sentenza di primo grado sulla "trattativa Stato-mafia".
Quella stagione sta finendo?
"Per vari fattori, il regime di giusto rigore del 41bis si è allentato nel tempo, ma potrebbe ancora funzionare bene. È però in atto una campagna per dissolverlo che invoca ragioni umanitarie. Su questo versante non si può scherzare: quando si tratta di mafia occorre bilanciarle con la storia e pericolosità dell'organizzazione, altrimenti si rischia di peccare di astrattezza".
Della campagna fanno parte anche le recenti sentenze di Corte di Strasburgo e Consulta?
"Escludo che si possa parlare di campagna. Semplicemente impensabile. Le sentenze della Cedu e della Consulta hanno cancellato l'ostatività dell'ergastolo per i mafiosi: la prima rispetto a qualunque beneficio, la seconda ai permessi premio. Con pieno rispetto, sembrano ispirate a una sorta di distacco dalla realtà. Per esempio sembrano dimenticare che ci sono anche le vittime dei delitti di mafia (familiari compresi), i cui diritti non sono da meno di quelli dei mafiosi detenuti".
reggiotoday.it, 10 maggio 2020
Il Garante dei detenuti, torna a lanciare l'allarme sulla casa circondariale dove, sino ad oggi, non sono stati effettuati nemmeno i tamponi anti Covid-19. "Purtroppo nella notte tra giovedì e venerdì scorso, intorno alla mezzanotte, un detenuto ha colpito con un pugno il medico di servizio presso il carcere di Arghillà e nel pomeriggio di venerdì lo stesso detenuto ha poi aggredito un agente di polizia penitenziaria colpendolo con un oggetto contundente smontato dal tavolo all'interno della propria cella, oltre a proferire parole offensive nei confronti del comandante di Polizia Penitenziaria". Lo afferma in una nota il Garante regionale dei Diritti delle persone detenute, Agostino Siviglia.
Grave carenza - "Va da sé che questi atti di violenza vanno fermamente esecrati, condannati e, auspico, tempestivamente perseguiti e puniti da parte dell'autorità giudiziaria e dell'amministrazione penitenziaria. Ciò detto, tuttavia, non può non denunciarsi, ancora una volta, in particolare, la grave e persistente carenza di assistenza sanitaria e infermieristica presso il carcere di Arghillà, dovuta al mancato reclutamento delle 8 unità di infermieri previsti ed al mancato, concreto, incremento orario della specialistica psichiatrica e psicologica previsto per lo stesso istituto penitenziario".
Pochi rinforzi - In effetti, nonostante un primo provvedimento dell'8 aprile ultimo scorso, da parte del Commissario regionale alla sanità, Saverio Cotticelli - sottolinea ancora Agostino Siviglia - che prevedeva l'assunzione di 8 unità di infermieri da destinare al carcere di Arghillà, ne sono stati assunti soltanto due e per di più un'infermiera è stata già trasferita ad altra sede ed un'altra infermiera presterà servizio solo per un mese.
Mancano i tamponi - "Né i medici o i sanitari o gli agenti di polizia penitenziaria o i funzionari o i cappellani che lavorano in carcere ad Arghillà - evidenzia ancora Siviglia - sono mai stati sottoposti a tampone per verificare un possibile contagio, nonostante le formali richieste effettuate in tal senso. In definitiva, tutte le gravi carenze relative al diritto alla salute in carcere sono scaricate sul senso del dovere e sulla autonoma professionalità del Direttore dell'istituto penitenziario e di tutto il personale penitenziario, educativo e sanitario che presta il proprio quotidiano servizio in trincea, senza le dovute e doverose tutele, finanche per la regolare corresponsione degli straordinari agli infermieri".
Stato diritto da garantire - "Mi auguro davvero che, a questo punto, chi di dovere la smetta di tergiversare e si assuma la responsabilità dei propri compiti e delle proprie funzioni: non è ammissibile lasciare un solo medico a prestare il proprio servizio notturno in carcere per quasi 300 detenuti. La violenza va sempre esecrata e condannata, ma lo Stato di diritto va garantito e salvaguardato, ancor più nei confronti di chi lo Stato lo serve e di che lo Stato ha in custodia".
ansa.it, 10 maggio 2020
Oltre 800 detenuti di due carceri della California sono risultati positivi al test del coronavirus: lo ha annunciato ieri l'Ufficio federale delle prigioni (Bop) statunitense, secondo quanto riporta la Cnn online. Entrambi gli istituti penitenziari in questione - uno a bassa e uno a media sicurezza - si trovano a Lompoc, nella contea californiana di Santa Barbara: nel complesso sono risultate positive 848 persone, di cui 823 detenuti (su 2.704, pari al 30%) e 25 membri del personale, mentre due detenuti sono morti a causa del virus. Nel carcere di Lompoc a bassa sicurezza hanno contratto il virus 792 su 1.162 detenuti (il 68%), mentre in quello a media sicurezza si sono ammalati 31 detenuti su 1.542.
di Umberto De Giovannangeli
Il Dubbio, 10 maggio 2020
"Un incubo, un pasticcio, una iniziativa che rischia il ridicolo. Ora cosa dovremmo dire a pomodori e pesche: aspettate un po' a maturare perché abbiamo un problema Crimi. Mi auguro che il presidente del Consiglio stia cercando una soluzione decorosa per tutti".
L'ipotesi che sta avanzando sulla concessione ai migranti lavoratori irregolari di un permesso di uno o tre mesi, non va proprio giù a Emma Bonino, senatrice di +Europa, leader storica dei Radicali, già ministra degli Esteri e Commissaria europea. E in questa intervista a Il Riformista ne spiega le ragioni.
Senatrice Bonino, in queste convulse giornate di trattativa, dentro e fuori il Governo, si fa strada l'ipotesi di dare ai lavoratori migranti irregolari un permesso solo di uno o tre mesi...
Spero che sia senza fondamento l'ipotesi che circola di una emersione dal nero per forse tre mesi. La cosa è insensata, cioè pomodori e pesche sì, uva no. Il nonno curato oggi, magari fino ad agosto, e poi non si sa. Un pasticcio, un incubo! Non solo per le lavoratrici e i lavoratori, ma per gli imprenditori, le famiglie... E anche sul piano politico non è comprensibile, tanto Crimi, Salvini e compagnia le polemiche le faranno comunque. Quindi tanto vale affrontare questo problema con un po' di lungimiranza.
Lungimiranza, lei invoca. Ma in quale direzione esercitarla?
Chiunque abbia un minimo di onestà intellettuale e sa di cosa si stia parlando, è consapevole che questi 500-600mila lavoratori migranti irregolari non potranno mai essere rimandati a casa. E questo per la concreta ragione, non la sola ma fondamentale, che mancano gli accordi con i Paesi di origine. Perché Salvini o non Salvini, ad oggi gli accordi sono 4: Tunisia, Marocco, Nigeria e uno, antichissimo, con l'Egitto. Quindi di che parliamo! Tanto è vero che lo stesso Salvini ebbe a dichiarare che ci sarebbero voluti più di 80 anni. Dopo un po', sempre Salvini dichiara che questi irregolari erano in realtà 90mila, ma non si è mai capito né è mai stato detto su quali basi lui sparasse questa cifra.
Quali soluzioni immagina?
Se tutto questo è il passato, è ovvio che non si può continuare nello stesso modo, con pasticci che per tutti i cittadini, regolari o non regolari, diventano un incubo. Dopo di che, l'urgenza è evidente, perché nessuno può dire ai pomodori o alle pesche: aspettare un attimo a maturare perché abbiamo un problema Crimi. D'altro canto, per una soluzione ragionevole si sono schierati tutti: tutti i sindacati, Confagricoltura, Coldiretti, il terzo settore tutto, cattolico o non cattolico, i vescovi, il Papa, e ci manca Crimi? Persino nei 5Stelle ci sono posizioni diverse: il presidente dei 5 Stelle della Commissione Affari costituzionali della Camera, Brescia, partecipando a una iniziativa Facebook di +Europa, ha assunto posizioni simili alle nostre. La Vice presidente della Camera, Mara Carfagna, si è espressa nello stesso modo. E allora?
E Conte?
Penso e mi auguro che il presidente del Consiglio stia cercando una soluzione decorosa per tutti. Non si può affrontare e superare un problema drammatico per le famiglie, per il nostro Paese, con iniziative che rischiano il ridicolo.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 10 maggio 2020
Prigioniera degli Shabaab, liberata con la collaborazione dei servizi turchi. Oggi il rientro a Roma. È stata una prigionia interminabile, per la giovane Silvia Romano. Diciotto mesi nelle mani dei suoi rapitori, che l'hanno spostata almeno tre volte in altrettanti villaggi. Quasi sempre nella zona più interna e desolata della Somalia. E le caratteristiche del territorio quasi hanno fatto saltare la liberazione, perché l'area a 30 km da Mogadiscio dove l'avevano portata per lo scambio, in questi giorni è sottoposta a piogge torrenziali, le strade sono alluvionate e ci sono decine di migliaia di sfollati.
C'è voluto un sovrappiù di testardaggine, insomma, per riportare Silvia a casa. Ma anche lei dimostra una tempra eccezionale. Ha tenuto testa alla paura per un anno mezzo. E non ha mancato di farlo notare a chi le ha parlato, nel tragitto dalla boscaglia verso la città: "Sono stata forte e ho resistito".
Sì, Silvia è stata forte. Ci ha creduto, che l'avrebbero tirata fuori dall'incubo. E gli 007 italiani non l'hanno delusa. Quel che ignora, è che anche quando anche tutto sembrava a posto, riscatto compreso, non c'è stata certezza del lieto fine finché non ha varcato materialmente la porta dell'ambasciata, s'è abbracciata con l'ambasciatore Alberto Vecchi e non ha chiamato casa. "Sto bene e non vedo l'ora di tornare in Italia". Ora possiamo dirlo con certezza: a rapirla erano stati gli al Shabaab, il gruppo islamista che taglieggia la Somalia, si batte per instaurare un regime islamico e combatte il governo legittimo con autobombe e gruppi armati. Bande molto pericolose perché terroristi che odiano l'Occidente, ma anche predoni che apprezzano i soldi. Ci sono voluti 18 mesi, insomma, ma i servizi segreti dell'Aise ce l'hanno fatta, grazie ai buoni contatti con le forze somale e grazie anche alla sponda dei servizi segreti turchi che in quella fetta di mondo hanno buona ramificazione.
Ora l'Italia intera esulta, a cominciare dal Presidente della Repubblica che ha voluto parlare personalmente con il padre della ragazza e dal premier Giuseppe Conte. Ma se c'è una persona da ringraziare in particolare è il generale Luciano Carta, che tra una settimana lascerà il comando dell'Aise ed è riuscito a coronare il suo periodo di comando con questo successo. Silvia, 23 anni, una fiducia incrollabile nella bontà del mondo, era partita da Milano per portare aiuto ai bambini di uno sperduto villaggio del Kenya, Chakama, a circa 80 chilometri dalla città di Malindi, ma terribilmente vicina al confine somalo. Al di là di una boscaglia, un Paese fuori controllo. Di qua, una parvenza di legalità e benessere.
Il 20 novembre 2018, una sera, Silvia decise di andare a fare spese nel centro commerciale. Non sapeva di essere seguita da giorni. Un gruppo di balordi locali aveva visto nella giovane occidentale una preda facile. Tre di loro sono stati individuati e arrestati quasi subito, ma già troppo tardi. L'avevano ceduta ai somali. E i carabinieri del Ros, il pm Sergio Colaiocco, e l'Unità di Crisi della Farnesina, a quel punto hanno capito che Silvia era stata ingoiata in un buco nero.
Si iniziava un'altra partita, affidata esclusivamente ai servizi segreti. Lungo tutto il 2019 ci sono stati mesi di silenzio, false piste, presunti mediatori che si rivelavano dei cialtroni. Nel frattempo in Italia ogni tanto qualche articolo squarciava il silenzio, ma molto spesso erano illazioni. La famiglia Romano ha incassato tutto con encomiabile forza d'animo. Si sono sparse molte voci. Anche che Silvia fosse morta. Chiacchiere. E intanto l'Aise andava avanti. "Un lavoro condotto nel silenzio, con grande professionalità e sprezzo del pericolo", ricorda il ministro della Difesa, Lorenzo Guerini.
A gennaio di quest'anno, di colpo s'è sparso un certo ottimismo tra chi seguiva il caso. Con il passare delle settimane, l'ottimismo s'è consolidato. La via "turca" prometteva bene. Quando poi è arrivato un video con la prova che Silvia era in vita, le cose hanno cominciato a correre. L'Aise ha rinforzato la squadra in loco. Ieri mattina è partito un aereo per riportare l'ostaggio a casa. Nelle stesse ore, si organizzava lo scambio sul terreno. I somali hanno messo a disposizione uomini e mezzi per garantire il rientro degli italiani alla base. Alle 17 italiane, avute tutte le conferme, palazzo Chigi ha dato la notizia. Da quel momento è stato un diluvio di reazioni. "Sapere che finalmente potrà tornare in Italia mi rende orgoglioso del nostro governo", dichiarava il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio.
treccani.it, 9 maggio 2020
L'epidemia di Coronavirus ha fatto esplodere tutte le contraddizioni presenti da tempo e lungamente ignorate nella nostra società. È quanto, ad esempio, è avvenuto nelle carceri, dove il Covid-19 è andato ad aggravare una situazione già estremamente difficile. In quali condizioni versava il sistema carcerario italiano quando è arrivata l'epidemia?










