di Monica Virgili
Corriere della Sera, 11 maggio 2020
Valentina Di Mattei, psicologa clinica e docente all'Università del San Raffaele, riflette sul "dopo": "Occasione per far capire ai più piccoli che cos'è il senso di responsabilità".
E poi? Dopo le mascherine, gli scaffali vuoti del supermercato, gli eventi rimandati che cosa succede? Quando l'ondata del contagio si ritirerà quali segni resteranno nella nostra psiche di questi giorni di ordinaria emergenza? "Finita la fase dell'allarme e dei comportamenti governati dalla parte più irrazionale - il cervello limbico - si tornerà a ragionare in modo più razionale" dice Valentina Di Mattei, psicologa clinica e docente all'Università Vita e Salute San Raffaele di Milano.
Quanto può durare la fase di allarme nella nostra testa?
"Dipende dall'andamento degli eventi, ma la prima fase di reazione istintiva, intensa, quella che porta a fare le scorte alimentari senza che ci sia una ragione o a chiamare i numeri di soccorso anche senza una vera necessità è destinata ad esaurirsi in poche settimane".
Il contagio da coronavirus ha introdotto un nuovo tipo di paura?
"Nei giorni "caldi" non sembra ci sia stato tanto il timore del contagio quanto la paura di qualcosa di invisibile e imprevedibile che è arrivato all'improvviso nelle nostre vite e ci ha fatto perdere la percezione di mantenere il controllo. Il lavoro, la scuola, la partita di calcetto rappresentano la routine rassicurante. Le nuove misure cautelative hanno spezzato la routine e introdotto una nuova quotidianità cui bisogna abituarsi".
Hanno creato più timori le disposizioni cautelative del virus stesso?
"Sembra paradossale, ma è così. Il fatto è che a differenza di quello che succede in altre culture siamo poco abituati a ragionare in modo collettivo, prevale spesso l'ego, che in alcuni casi dà origine a comportamenti discutibili come aggirare i divieti".
Abbiamo sperimentato altre grandi paure collettive, come quella per il terrorismo o per i terremoti. Sono vissute in modo diverso?
"La prima fase dell'allarme produce comportamenti simili, ma si ha una percezione diversa del pericolo. Con il terrorismo c'era il timore di uscire di casa per prendere treni o aerei che potevano essere obiettivi di attacchi, in questo caso non c'è un nemico fisico da evitare. Anche di fronte alle catastrofi naturali c'è qualcosa di reale da vedere, le macerie, i danni, la trasformazione del territorio, che rende concreta la paura. In questo caso non c'è invece nulla che si possa vedere, senza i divieti e le aree isolate, non sarebbe cambiato niente nelle nostre vite".
Dall'ansia possiamo trarre qualcosa di positivo?
"C'è il rischio di essere fraintesi, ma è un'emozione che può farci bene se sappiamo gestirla. Possiamo sfruttarla come occasione educativa. Contro il virus le nostre armi al momento sono solo norme comportamentali e igieniche, ecco approfittiamone per far capire ai bambini il senso di responsabilità: lavarsi le mani spesso e non uscire di casa se si teme di essere stati a contatto con persone infette sono azioni civili. Cogliamo l'occasione anche per far comprendere l'importanza dei nostri comportamenti per tutelare la salute, e non affidarsi al pensiero un po' magico del "faccio quello che voglio tanto poi c'è una pillola che risolve tutto"".
Resterà un segno nei bambini?
"Soprattutto i piccoli è probabile che abbiano vissuto la chiusura delle scuole come una vacanza. Mi sembra che l'ansia sia stata più dei genitori con la mania di organizzare il tempo dei figli. Si pensa, sbagliando, che i bambini o i ragazzi non riescano a sopravvivere a casa senza fare niente, ma non è così".
E gli anziani?
"Sono i soggetti più fragili, e non solo perché più vulnerabili al virus. Sottolineare, come è stato fatto in modo indelicato ed eccessivo, che le vittime avevano un'età avanzata risponde al desiderio di esorcizzare il problema, serve a riportarlo nei binari della normalità. Un meccanismo che scatta nelle persone che appartengono a una fascia d'età minore, che infatti è quella che veicola l'informazione, ma che può far male a chi invece è più grande e rischia interpretarla come una specie di condanna ineluttabile. Anche in questo caso la paura dovrebbe lasciare spazio alla razionalità. Gli anziani, visto che non vanno al lavoro, sono anche le persone che hanno più facilità ad adottare le misure precauzionali, come evitare spostamenti e luoghi affollati".
Ci saranno più depressi?
"È presto per dirlo, sicuramente le persone più fragili sono più turbate da eventi straordinari".
Le emergenze creano anche un "effetto comunità"?
"Nelle emergenze cadono le barriere e a volte si è più disponibili a vedere le difficoltà degli altri. Ne è un esempio il lavoro da remoto, che probabilmente avrà uno sviluppo nel futuro prossimo e che viene incontro alle necessità di molte persone con oggettive difficoltà di movimento che fino a ora non sono riuscite a ottenere lo smart-working. Per contro ci sono anche aspetti negativi, come la sovra-informazione: siamo stati bombardati da troppe notizie, troppi dettagli, che rischiano di mandare in confusione, far crescere l'ansia e alla fine percepire in modo sbagliato il livello di rischio".
Del virus si è parlato tanto anche attraverso i social, e con ironia: questo aiuta?
"Molto. È un meccanismo di difesa che serve a contenere l'ansia. I social, censurabili quando diffondono odio e fake news, possono diventare un veicolo per esorcizzare i timori con una battuta e un sorriso".
di Giovanni Porcella
primocanale.it, 11 maggio 2020
Sono risultati tutti negativi al primo tampone 17 detenuti e 13 addetti del personale del carcere genovese di Marassi sottoposti al test per rilevare la presenza del Coronavirus. I test sierologici effettuati da Alisa avevano evidenziato valori alti per alcuni detenuti e personale addetto e dunque c'era la possibilità che questi avessero contratto il virus.
I detenuti erano stati messi in isolamento. Ora servirà fare un secondo tampone per fugare i dubbi. Il test infatti può dare dei falsi negativi. Il Sappe Liguria (sindacato autonomo di polizia penitenziaria) chiede che tutto il personale del penitenziario, compresi gli agenti dunque, possa fare il test per rilevare eventuali positivi, così come anche tutti i detenuti.
"Secondo noi per impedire il contagio all'interno degli istituti - spiega il Sappe Liguria - bisogna attuare un protocollo di controllo anche serrato sulle persone che accedono in istituto". Al momento il test sierologico è stato effettuato su 370 detenuti su 700.
di Irene Masala
osservatoriodiritti.it, 11 maggio 2020
Repressione del dissenso, limitazioni a libertà d'espressione e di movimento della popolazione, torture e privazione della cittadinanza. Ecco come il governo del Bahrain mette a tacere donne, attivisti, difensori dei diritti umani e oppositori. Lo denuncia l'Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain.
La minaccia globale posta dalla pandemia, causata dalla diffusione del coronavirus, rischia di assestare il definitivo colpo di grazia al rispetto dei diritti umani in diversi Paesi del mondo. Tra i più a rischio c'è il Regno del Bahrain, un piccolo stato tra grandi vicini. Il Bahrain, governato dalla famiglia reale Al Khalifa, si trova infatti in un arcipelago tra l'Arabia Saudita e il Qatar. L'emergenza sanitaria sta esacerbando alcune problematiche precedenti alla pandemia, tra cui la condizione di attivisti e prigionieri politici detenuti nelle carceri del Bahrain.
Bahrain e coronavirus: la situazione dei detenuti - "Il governo del Bahrain si è dimostrato incapace di preservare le minime condizioni igieniche all'interno dei centri di detenzione, oltre al negare volontariamente le cure ad attivisti e oppositori politici attualmente reclusi". Esordisce così Husain Abdulla, direttore esecutivo dell'Americans for Democracy and Human Rights in Bahrain (Adhrb), intervistato da Osservatorio Diritti. "Per questo motivo stiamo cercando di far rilasciare i prigionieri di coscienza durante questa pandemia: se il virus dovesse diffondersi tra i detenuti, il sistema detentivo del Bahrain non sarebbe in grado di fornire le protezioni e le cure mediche minime ai detenuti, il numero di infetti sarebbe elevato".
L'Adhrb è una delle organizzazioni firmatarie, insieme ad altre come Amnesty International e Human Rights Watch, di una lettera rivolta al governo del Bahrain nella quale si chiede l'immediato rilascio dei prigionieri di coscienza e dei prigionieri politici detenuti per aver manifestato pacificamente le proprie opinioni.
Sono ancora tantissimi infatti i leader dell'opposizione arrestati per il coinvolgimento nei movimenti di protesta del 2011 per i quali non è stato prospettato alcun rilascio. Il 17 marzo 2020 il Bahrain ha decretato il rilascio di 1.486 prigionieri. Ma secondo il Centro per i diritti umani del Bahrain, su 1.486 detenuti i rilasciati con accuse politiche sarebbero solo 394. Inoltre le prigioni del Bahrain soffrivano di un preoccupante sovraffollamento che ora rischia di aggravarsi sensibilmente a causa della diffusione del coronavirus.
Nel 2011, sulla scia delle primavere arabe, più della metà della popolazione del Bahrain è scesa in piazza per manifestare contro la corruzione diffusa nel Paese, contro le disuguaglianze sociali e l'oppressione del governo. Le autorità locali hanno represso le proteste con la forza e dal 2011 a oggi continuano ininterrotte le violazioni dei diritti umani.
"In questi anni la situazione non è migliorata, di fatto si è ulteriormente deteriorata. Moltissimi attivisti sono stati fatti tacere chiudendoli in prigione o giustiziandoli. La libertà di espressione è fortemente attaccata, la libertà di associazione non esiste e le persone non sono libere di viaggiare: per esempio, gli attivisti non possono partecipare ai forum internazionali per le conseguenze che potrebbero esserci al loro ritorno", sottolinea Husain Abdulla.
L'Adhrb ha monitorato e documentato più di mille casi di tortura da parte del governo nei confronti di attivisti e difensori dei diritti umani. "Possiamo dire con sicurezza che la maggior parte delle persone arrestate viene sottoposta a tortura o ad altri trattamenti degradanti. Durante le custodie cautelari i prigionieri vengono spesso stuprati o attaccati sessualmente, vengono tenuti in isolamento e privati delle cure mediche. Vi sono sia torture fisiche che psicologiche ed emotive. Moltissime persone hanno paura di twittare o postare sui social media per gli arresti e le torture che ne conseguirebbero. Per le strade le forze di sicurezza si comportano in modo brutale anche contro proteste pacifiche".
"Il futuro di una persona può essere essenzialmente distrutto, questo è il messaggio che gli al-Khalifa mandano ogni giorno alla popolazione: possono distruggere il futuro e la vita di chiunque, ci possono essere ripercussioni anche contro le famiglie, anche oltre i confini del Bahrain".
Negli ultimi dieci anni infatti attivisti, difensori dei diritti umani, membri di Ong, giornalisti e oppositori politici sono stati sistematicamente licenziati, arrestati e condannati, in alcuni casi con pene che possono variare dai 15 anni di reclusione fino all'ergastolo, per aver espresso la loro opinione contro il governo. Un'altra prassi usata dall'esecutivo come deterrente per le opposizioni è quella della revoca della cittadinanza. Dal 2012 a oggi sono circa 900 le persone a cui è stata revocata la cittadinanza, 550 delle quali sono riuscite a riottenerla tramite decreto reale.
"La sola pratica di revocare la cittadinanza per poi reintegrarla fa vedere come il governo si comporta nei confronti del popolo. Hanno il potere di decidere sull'identità di una persona", riferisce Husain Abdulla.
"Le conseguenze della revoca della cittadinanza sono molto gravi: non si può viaggiare, si perdono tutti i diritti civili di cittadino, molto spesso si perde il lavoro, i figli non possono avere la cittadinanza, non si riceve l'assistenza medica statale, non si può studiare in scuole e università pubbliche se non pagando come farebbe uno straniero, se si è stata fatta richiesta di una casa popolare la si perde. Si viene trattati come stranieri nel proprio paese. Il solo impatto emotivo e psicologico è tremendo".
Un'altra situazione che desta preoccupazione tra i difensori dei diritti umani è la condizione delle donne all'interno della società. "Nonostante la costituzione preveda parità di genere, permane ancora discriminazione sia nella legislazione sia nella società bahreinita. L'esempio più chiaro è il sistema di custodia vigente che prevede un "guardiano" maschio per ogni donna bahreinita che può essere il marito, il padre, il fratello o persino un figlio".
Così Abdulla introduce alla tematica femminile. "Le donne bahreinite hanno inoltre una limitata partecipazione alla vita politica e sociale del paese, nonostante la situazione sia migliorata negli ultimi anni. Per ultimo, ai prigionieri politici di sesso femminile sono riservati trattamenti degradanti e disumani che nella maggior parte dei casi sfociano in minacce di aggressione sessuale o in aggressioni sessuali e stupri veri e propri, come documentato più volte da Adhrb".
L'associazione, in collaborazione con l'Istituto per i diritti e la democrazia del Bahrain (Bird), ha pubblicato un report nel settembre del 2019 dal titolo Breaking the Silence: Bahraini Women Political Prisoners Expose Systemic Abuses. Nel documento sono stati monitorati ed esposti i casi di nove donne, arrestate per ragioni politiche tra il febbraio del 2017 e il 2019. Le intervistate hanno subìto arresti illegali, torture fisiche e psicologiche e stupri spesso usati come arma per estorcere confessioni.
Dal lavoro dell'Adhrb è emersa anche la complicità del governo del Regno Unito e degli Stati Uniti con quello del Bahrain. "Ci sono diverse ragioni dietro a questo supporto tra cui cooperazione militare, interessi economici o interessi geopolitici nella regione, in cui il Bahrain gioca un ruolo fondamentale. Sia il Regno Unito sia gli Stati Uniti chiudono sempre un occhio quando si parla di violazione dei diritti umani in Bahrain. Questo ha fatto sì che il governo del Bahrain avesse una sorta di "via libera" per continuare la campagna su larga scala di arresti, torture, detenzioni arbitrarie, attacchi di natura sessuale su difensori dei diritti umani di sesso femminile e molto altro". Anche l'Italia non è estranea a queste dinamiche.
"Sfortunatamente, il governo italiano e l'ambasciatrice italiana in Bahrain non stanno seguendo o non tengono conto delle linee guida dell'Unione Europea sui difensori dei diritti umani. L'ambasciata rifiuta di incontrare gli attivisti, le famiglie e i legali che si occupano di diritti umani, ed è un fatto estremamente preoccupante: sono stati messi da parte non solo le linee guida europee, ma anche i principi cardine della nostra cultura", denuncia il direttore dell'Adhrb.
"Al momento - conclude - i soldi sono in grado di comprare l'accesso all'Italia. Un esempio è la cattedra dell'Università La Sapienza per il dialogo interreligioso dedicata al re del Bahrain e finanziata dalle istituzioni bahreinite. Hanno creato corsi sul dialogo interreligioso mentre in Bahrain la maggioranza sciita viene fortemente discriminata".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 10 maggio 2020
Il Dl Bonafede ieri al Cdm: decideranno i magistrati di sorveglianza. Ogni mese i magistrati di sorveglianza rivaluteranno la posizione di chi, condannato definitivamente per reati di mafia, è stato scarcerato e destinato alla detenzione domiciliare per l'emergenza sanitaria.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 10 maggio 2020
La decisione sulle scarcerazioni per motivi di salute "connessi all'emergenza Covid" dei detenuti per mafia e droga, resterà esclusiva competenza dei magistrati di sorveglianza. La decisione sulle scarcerazioni per motivi di salute "connessi all'emergenza Covid" dei detenuti per mafia e droga, resterà esclusiva competenza dei magistrati di sorveglianza.
di Fabio Martini
La Stampa, 10 maggio 2020
A metà giornata il messaggio è arrivato a tutti quelli che contano, ai ministri e ai big della maggioranza: a palazzo Chigi il premier aveva fretta, molta fretta. Voleva chiudere il prima possibile sul "decreto-scarcerazioni".
di Liana Milella
La Repubblica, 10 maggio 2020
La riunione dei ministri ha approvato il provvedimento. Bonafede: "Ribadiamo l'impegno dello stato contro la mafia". Intanto s'inverte il trend delle persone uscite: in una settimana fuori soltanto un detenuto definitivo che era in alta sorveglianza. Petralia nominato a capo del Dap. Il Consiglio dei ministri iniziato alle 21 è finito dopo un'ora e mezza.
agi.it, 10 maggio 2020
Il Cdm approva il dl Bonafede: la concessione dei domiciliari per coronavirus sarà sottoposta a valutazione del magistrato di sorveglianza entro 15 giorni con cadenza mensile. Giudizio immediato se c'è una struttura adeguata per accoglierli. Ripartono i colloqui dei detenuti in sicurezza.
di Michela Allegri e Marco Conti
Il Messaggero, 10 maggio 2020
Il Consiglio dei ministri approva il decreto dopo un incontro tra Bonafede e Lamorgese. Il riacchiappa-boss è finito in tutta fretta sul tavolo del consiglio dei ministri che si è tenuto ieri sera. Una riunione straordinaria, fortemente voluta dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede a seguito delle 400 scarcerazioni decise dai magistrati di sorveglianza in un mese e mezzo. Detenzioni domiciliari, per gravi ragioni di salute in considerazione dell'emergenza coronavirus, che hanno portato fuori dalle carceri anche boss di mafia, camorra e ndrangheta, e che sono costate le dimissioni di Francesco Basentini dalla guida del Dap.
Il luogo - Lo scorso 29 aprile il primo intervento con un decreto che si è occupato dei casi futuri. Ieri sera è finito in consiglio dei ministri, dopo il vertice di maggioranza della sera prima, un nuovo decreto attraverso il quale si rivalutano le scarcerazioni effettuate. Un'accelerazione che serve al ministro Bonafede per recarsi tra martedì e mercoledì in Parlamento con "il problema risolto" a relazionare su quanto accaduto.
Per il premier Conte il Guardasigilli non si tocca, ma a breve dovrà affrontare una mozione di sfiducia presentata dal centrodestra, con Iv che non intende sciogliere la riserva se non avrà rassicurazioni sulla prescrizione. Il decreto di ieri sera è di pochi articoli in base ai quali entro 15 giorni saranno rivalutate le scarcerazioni già disposte e legate all'emergenza Coronavirus. Il magistrato dovrà prima acquisire il parere del Procuratore distrettuale antimafia del luogo in cui è stato commesso il reato e del Procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo per i condannati ed internati già sottoposti al 41bis, il cosiddetto carcere duro. Solo dopo potrà valutare se persistono i presupposti per la detenzione domiciliare. Ovvero se permangono "i motivi legati all'emergenza sanitaria".
La valutazione sarà fatta "immediatamente", anche prima dei 15 giorni, nel caso in cui il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria comunichi la disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in ospedali ordinari adeguati alle condizioni di salute del detenuto o dell'internato ammesso alla detenzione domiciliare o ad usufruire del differimento della pena. In ogni caso l'autorità giudiziaria, prima di provvedere dovrà sentire l'autorità sanitaria regionale, cioè il Presidente della Giunta della Regione, sulla situazione sanitaria locale. E acquisire dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria informazioni sull'eventuale disponibilità di strutture penitenziarie o di reparti di medicina protetta in cui il condannato o l'internato, ammesso alla detenzione domiciliare o ad usufruire del differimento della pena, può riprendere la detenzione o l'internamento senza pregiudizio.
In Bolivia - Il decreto anti-scarcerazioni arriva dopo una riunione top-secret con il ministro dell'Interno, Luciana Lamorgese, e nella serata in cui anche Cesare Battisti, l'ex terrorista rosso catturato un anno e mezzo fa in Bolivia dopo una lunghissima latitanza, ha chiesto di tornare a casa per il rischio Coronavirus. Perché, dice, "sono vecchio e malato, qui in carcere ho paura di essere infettato". Condannato all'ergastolo per quattro omicidi, l'ex membro di spicco dei Proletari Armati potrebbe lasciare il carcere di alta sicurezza di Oristano e tornare a casa dai parenti, agli arresti domiciliari a Cisterna di Latina. E il suo nome potrebbe aggiungersi nei prossimi giorni alla lista di boss già scarcerati.
Anche in questo caso sarà il Tribunale di Sorveglianza a decidere. Uno dei primi a commentare è stato l'ex ministro dell'Interno, Matteo Salvini: "Battisti quando ha ucciso non aveva paura però, e non chiese alle sue vittime se avevano paura". Dello Stesso avviso il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni: "Lo Stato non si pieghi alle richieste di questo criminale. Siamo pronti a fare le barricate".
L'avvocato di Battisti, Davide Steccanella, ha invece spiegato che il suo assistito "rientra nella categoria degli over 65, è affetto da epatite B ed ha un'infezione al polmone, è a rischio per la situazione carceraria e per abbiamo fatto istanza di scarcerazione". Un colpo di scena che il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, non può permettersi. Era stato proprio lui ad annunciare la cattura del terrorista, nel gennaio 2019. Da quel giorno sono cambiate tante cose e il Guardasigilli si trova in uno dei momenti politici più difficili, dopo le polemiche per le quasi 400 scarcerazioni di mafiosi, killer, trafficanti.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 10 maggio 2020
Il Cdm vara il testo del ministro Bonafede sulle "scarcerazioni". Parla il Consigliere del Csm (corrente Area) Giovanni Zaccaro. Si è protratto fino a tarda notte, il Consiglio dei ministri che ha discusso il testo del decreto legge messo a punto dal Guardasigilli Bonafede sulle cosiddette "scarcerazioni" dei detenuti a causa della pandemia e delle celle sovraffollate.
Secondo le prime indiscrezioni, il testo, che ha avuto il consenso del Quirinale, impone a magistrati di sorveglianza e giudici di riconsiderare l'invio ai domiciliari degli imputati o dei condannati per associazione mafiosa e terrorismo "entro il termine di 15 giorni dall'adozione del provvedimento, e successivamente con cadenza mensile", per verificare se sussistano ancora i requisiti e le condizioni al contorno. Ogni provvedimento dovrà essere preso dopo aver "acquisito il parere della procura nazionale antimafia" e anche dell'autorità sanitaria regionale, per verificare la disponibilità di altre strutture residenziali.
Ne abbiamo parlato con il Consigliere del Csm (corrente Area) e giudice presso il tribunale di Bari, Giovanni Zaccaro, che però attende di leggere il testo definitivo prima di commentare i dettagli.
Dalle polemiche di questi giorni si potrebbe credere che i pm dell'antimafia siano una sorta di controparte dei giudici o dei magistrati di sorveglianza che stanno inviando ai domiciliari alcuni detenuti ritenuti particolarmente a rischio Covid-19. Ma è proprio così?
Si sono usate troppe semplificazioni giornalistiche che hanno descritto i pm antimafia separati dall'ordine giudiziario. Naturalmente va evitata l'autoreferenzialità delle procure antimafia e mantenuta l'interlocuzione continua con il gip, con il giudice del processo e col magistrato di sorveglianza, in modo da riportare tutto nella giurisdizione. Ci sono tanti pm antimafia che sono ben consapevoli di essere parte della giurisdizione e lo fanno tenendo presente gli articoli 27 e 111 della Costituzione (responsabilità e processo penale, ndr).
Nei fatti, le decisioni dei magistrati di sorveglianza o dei giudici sulle detenzioni domiciliari o sui differimenti di pena non vengono prese già ora solo dopo aver acquisito il parere delle procure antimafia?
Per decidere una misura cautelare, il parere del pm è sempre ascoltato, anche se non è vincolante, e va ricordato che anche i domiciliari sono una forma di detenzione. Quindi non c'è alcuna "scarcerazione". Detto questo, si parla di circa 370 richieste accolte, ma non si dice mai il numero di quelle rifiutate. Magari sono migliaia, e scriverlo rimetterebbe in ordine il dibattito. Inoltre, si tratta di decisioni tutte diverse: ogni volta il magistrato è chiamato a contemperare le esigenze di sicurezza con la tutela della salute del detenuto, e ciascuno ha la sua storia.
Qualcuno crede che l'annuncio di una norma per riportare in cella i "mafiosi scarcerati" fatta dal ministro Bonafede sia stata una sorta di inaccettabile "avviso" che potrebbe favorire la loro fuga. Ma uno Stato può essere così insicuro e debole?
Quello della salute in carcere è un problema gigantesco, sempre rimosso dai vari governi - tranne il tentativo finito nel nulla del ministro Orlando con gli Stati generali dell'esecuzione penale - che non può essere affrontato con battute o tweet. E purtroppo non si può neppure risolvere in tempi di emergenza come questi, nei quali vengono al pettine i nodi irrisolti. Ora, io comprendo, e non va sottovalutato, l'effetto simbolico che ha nei contesti mafiosi il passaggio dal carcere alla detenzione domiciliare, ma continuo a pensare che di contro c'è anche l'effetto simbolico opposto: uno Stato che garantisce i diritti basilari anche al più pericoloso dei suoi criminali è uno Stato che riafferma la propria forza.
Si potrebbe ribattere che non c'è solo un effetto simbolico, perché le mafie si governano sul territorio, anche stando a casa...
Sì, ma si può continuare a fare il boss mafioso anche dal carcere. Ed è per questo che esiste il 41bis. Ma un'amministrazione seria si preoccupa anche della salubrità di chi è in 41bis.
Lei non lo abolirebbe, questo regime considerato da più parti lesivo della dignità umana?
Non è uno status permanente, il 41bis. È comunque da tempo oggetto di dibattito interno alle aree più progressiste dei giuristi. Chi ama la Costituzione deve sempre pensare all'umanità del trattamento penitenziario, ma tutto sta a garantire le infrastrutture che impediscano la comunicazione dei detenuti con l'esterno e che contemporaneamente attuino un vero trattamento.
Secondo le prime indiscrezioni il testo del ministro Bonafede prevede una modifica dell'ordinamento penitenziario per permettere la revoca dei domiciliari nel caso in cui cambino le condizioni di salute pubblica e del detenuto. Ma erano proprio necessarie la sollecitazione del governo e le nuove norme?
Per ecologia del dibattito le norme si commentano quando si vedono scritte. Ma posso dire che qualunque intervento del potere legislativo non può non tenere conto del sovraccarico di lavoro che si riverserà sui tribunali di sorveglianza, che sono centrali nella questione. E che avranno il fiato sul collo dell'opinione pubblica. Il Consiglio superiore della magistratura ha fatto un bando straordinario per coprire le vacanze del personale nei tribunali di sorveglianza, che sono sotto stress per l'emergenza pandemica. Ma ci sono poche vocazioni. È inutile fare le riforme se non ci sono persone, strutture e risorse per attuarle. Il nodo è che in un sistema penale evoluto la pena non coincide solo con il carcere.
Ultima domanda: la querelle Di Matteo-Bonafede sembra ormai essere sfumata. Ma lei cosa ne pensa?
Non ho seguito la vicenda e mi interessa relativamente, però posso dire - anche a proposito delle esternazioni fatte tempo fa dal consigliere Lanzi - che già da lunedì la mia proposta al Csm sarà di lavorare a un "codice" della comunicazione esterna dei singoli componenti. Io rivendico il diritto dei componenti del Csm di partecipare al dibattito pubblico, come sto facendo ora con lei, ma dovremmo metterci d'accordo per trovare le forme più continenti per farlo.
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