bolognatoday.it, 12 maggio 2020
"La situazione rischia di implodere, visto che ben due sezioni sono riservate ai positivi Covid, ai casi sospetti di contagio e alle quarantene, per cui pochissimi posti rimangono ancora disponibili". "A due mesi esatti dalla violenta rivolta del marzo scorso avvenuta nel carcere di Bologna, e dopo l'accordo intervenuto con la Regione Emilia Romagna dei primi giorni del mese di aprile, con il quale si prevedevano test sierologici per tutte le Forze dell'Ordine, gli Agenti della Polizia Penitenziaria della Dozza attendono ancora risposte concrete, con la Direzione o non si sa chi rimanda l'effettuazione dei test sierologici di settimana in settimana senza alcuna comunicazione ufficiale sulla tempistica".
A scriverlo in una lettera al Prefetto di Bologna, Patrizia Impreso, Salvatore Bianco di Fp-Cgil: "Nel frattempo moltissimo impegno è stato messo in campo dal personale, con risultati veramente encomiabili che il sindacato reputa di rimarcare, sotto la guida di un comandante facente funzioni, al quale sentiamo di associare i nostri più sentiti ringraziamenti a quelli del personale, per la tenacia dimostrata in un periodo così delicato", ma l'organizzazione sindacale esprime anche rammarico "per quanto invece non è stato fatto per poter rendere meno gravose le condizioni di lavoro degli operatori.
Per la ristrutturazione e la messa in sicurezza del Reparto Giudiziario, luogo della rivolta, sarebbe servito trasferire molti più detenuti dei soli autori della rivolta e/o pochi altri, per poter così chiudere interi reparti ed effettuare i lavori, che in queste condizioni stanno andando avanti a rilento, per tutte le complicazioni dovute al distanziamento fisico da osservare, costringendo il personale a lavorare ancora in luoghi poco sicuri, riuscendo miracolosamente a garantire in circostanze simili le ore di socialità e di aria ai detenuti. Al riguardo, ci si domanda che fine abbia fatto il provvedimento con il quale si disponeva il trasferimento immediato di un congruo numero di detenuti presso i nuovi padiglioni degli II.PP. di Parma disposto dagli uffici centrali del Dap".
Il numero dei contagi da Coronavirus tra i detenuti non risulta diminuisca, come avrebbe dovuto, riferisce Fp-Cgil, "e nonostante questo nei confronti degli Agenti e operatori tutti sono stati effettuati ad oggi un numero irrisorio di tamponi.
Molti sono gli uffici nei quali il personale, anche quello civile, continua a prestare il proprio servizio in spazi ristretti e con postazioni pc troppo ravvicinate. La sospensione degli ingressi di detenuti nuovi giunti presso l'Istituto è durato lo "spazio di un mattino" e si è passati paradossalmente ad essere l'Istituto che deve accogliere gran parte dei nuovi ingressi di persone in stato di arresto della Regione, a causa del sovraffollamento degli altri istituti e la chiusura del Carcere di Modena, situazione che rischia di implodere molto presto visto che ben due sezioni sono di fatto riservate ai positivi Covid-19, ai casi sospetti di contagio e alle quarantene, per cui pochissimi posti rimangono ancora disponibili. Risulta poi alla scrivente che negli ultimi giorni si stanno registrando quasi quotidianamente episodi di danneggiamenti ad opera di alcuni detenuti con problemi psichiatrici".
"Diventa davvero difficile comprendere come si possa immaginare che la situazione possa tornare alla normalità, con l'emergenza Coronavirus ancora in corso, con il continuo arrivo di persone in stato di arresto, molte delle quali devono effettuare precauzionalmente un periodo di quarantena, i continui eventi critici e senza nessuna misura concreta per il personale per la prevenzione del Covid-19 - continua il sindacato "a tal proposito possiamo purtroppo solo supporre che nei prossimi giorni dovrebbe partire il servizio di triage, con misurazione della temperatura a tutto il personale che accede in Istituto, ma per l'appunto siamo costretti al condizionale, perché nulla è ormai certo dentro la struttura della Casa Circondariale, considerati i continui rinvii relativi ai test sierologici e le poche decine di tamponi fin ora effettuati, ma soprattutto l'assenza di un canale ufficiale di informazioni certe.
Il personale è ormai stanco di aspettare ancora, la Fp-Cgil ritiene necessario denunciare questa situazione di assoluto stallo - e conclude - si rammenta altresì a codeste Amministrazioni l'eventuale responsabilità giuridica per i danni alla salute degli operatori dovuti alla mancata o tardiva adozione delle misure citate".
informazioneonline.it, 12 maggio 2020
Sabato scorso, tramite una donazione del Rotary Club "La Malpensa", sono state consegnate nelle mani del direttore del carcere di Busto Arsizio, Orazio Sorrentini, 1.200 mascherine protettive di tipo FFP3, da destinare ai detenuti dell'istituto penitenziario di via per Cassano.
Alla consegna hanno partecipato il presidente del Rotary Club Busto-Gallarate-Legnano "La Malpensa", Filippo Crivelli, e Giuseppe Navarini, Governatore del Distretto Rotary 2042. Il Distretto Rotary 2042 recentemente ha inviato a tutti i suoi Club uno stock di mascherine da destinare ai Soci.
Il Rotary La Malpensa, apprezzando l'iniziativa distrettuale, ha deciso di donare il suo quantitativo di FFP3 ai detenuti reclusi nel carcere di Busto Arsizio. La casa circondariale della città, così come tutte le strutture penitenziarie, deve far fronte quotidianamente alle tante problematicità sanitarie e di assistenza per gli ospiti. La donazione delle mascherine da parte del Rotary costituisce un segnale importante a seguito dell'epidemia da Covid-19 che ha riproposto (e ripropone) con tragicità la condizione dei reclusi.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 maggio 2020
Giulio Scarpati, Pamela Villoresi, Elisabetta Pozzi, Maria Grazia Cucinotta: sono solo alcuni dei nomi noti del teatro e dello spettacolo italiano che parteciperanno a "Vorrei una voce con il teatro... ai tempi del Covid-19", kermesse di incontri e confronti a distanza ideati dal regista Tindaro Granata per il "Piccolo Shakespeare", teatro della casa circondariale di Messina. Gli artisti, in collegamento video con detenute e addetti ai lavori della "Libera Compagnia del Teatro per Sognare", daranno voce alle loro emozioni, alla loro storia di una scelta di vita nel segno dell'arte.
Un progetto virtuoso e virtuale per continuare a lavorare allo spettacolo "E allora sono tornata", dedicato alla grande Mina, che sarebbe dovuto andare in scena lo scorso 26 marzo ma che è stato rinviato a data da destinarsi a causa dell'emergenza Coronavirus.
"Con Tindaro Granata e con tutta la squadra del laboratorio teatrale femminile che stava lavorando allo spettacolo - spiega Daniela Ursino, direttrice artistica del Piccolo Shakespeare - abbiamo pensato che oggi più che mai, sarebbe stato importantissimo che l'attività di laboratorio potesse continuare e quindi riprendere a distanza. In questo momento particolarmente delicato, potrà essere, per i detenuti, uno strumento importante per affrontare l'emergenza e riuscire a elaborare più facilmente la distanza dai propri cari dando consistenza e un valore a quel 'tempo senza tempo' vissuto all'interno delle mura del carcere".
Una modalità poco congeniale alla natura del teatro che, utilizzata in chiave sperimentale per lezioni, prove, scrittura e approfondimenti, sta dando tuttavia risultati interessanti in molti laboratori.
"Vorrei una Voce con il teatro... ai tempi del Covid-19", è realizzato in collaborazione e con il sostegno della Caritas diocesana di Messina-Lipari-Santa Lucia del Mela, sotto la guida dell'arcivescovo monsignor Giovanni Accolla e del direttore don Nino Basile.
"Il progetto - conclude Daniela Ursino - sarà dedicato a quelle parole che non potranno essere pronunciate ora, a quelle parole che rimangono sospese in attesa del ritorno, tanto atteso, alla normalità e alla possibilità di fare nuovamente teatro dal vivo".
Avvenire, 12 maggio 2020
Tre ospiti dell'istituto si raccontano in Tutto il mondo fuori, documentario diretto da Ignazio Oliva e scritto con monsignor Dario Viganò e il cappellano don Marco Pozza. In onda mercoledì su Nove Tre detenuti nel carcere di Padova "Due Palazzi", tre uomini dalle storie diverse fatte di errori, sofferenza e pentimento, si raccontano in "Tutto il mondo fuori", il documentario diretto da Ignazio Oliva, scritto con la collaborazione di monsignor Dario Edoardo Viganò e il cappellano dell'istituto di pena, don Marco Pozza, in prima tv assoluta sul Nove dopodomani mercoledì 13 maggio alle 21:25.
Ispirato all'articolo 27 della nostra Costituzione - "Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato" - il documentario ha concluso le riprese poco prima del lockdown imposto dall'emergenza Coronavirus. La scelta di mandare in onda il progetto in questo momento assume un significato, una forza e un'attualità ancora maggiori. A presentare il documentario sono stati il regista e gli autori, in una videoconferenza in streaming ospitata dal sito dell'Università telematica internazionale Uninettuno, la cui facoltà di scienze della Comunicazione ha come preside monsignor Viganò.
Nel documentario il cappellano del carcere di Padova don Marco Pozza - noto al pubblico di Tv2000 per le sue interviste a Papa Francesco - accompagna lo spettatore seguito dalle telecamere in un mondo poco conosciuto ai più, dove incontrerà il direttore del carcere, gli agenti di polizia penitenziaria, i detenuti e i loro affetti, per raccontare le sfide e le difficoltà della vita carceraria, l'importanza del lavoro come veicolo di riscatto e i desideri per un futuro colmo di speranza. La storia della rieducazione dei detenuti passa attraverso il riconoscimento dei propri sbagli e segue un tracciato fatto di lavoro, studio e sport offerto dall'Istituto di pena, grazie alle cooperative legate al territorio.
La comunità protagonista del documentario è la medesima che, per volere di Papa Francesco, ha composto le meditazioni della via Crucis del Venerdì Santo di quest'anno. Un gesto che ha commosso il mondo intero. Per Ignazio Oliva, regista del documentario e volto noto di film al cinema e fiction televisive, "obiettivo è esplorare e valorizzare l'importanza del lavoro dentro e fuori dal carcere. Le pene alternative diventano strumento essenziale per la rieducazione di un detenuto e per un suo possibile reinserimento nella società.
Attraverso le testimonianze di don Pozza e di tre detenuti - spiega il regista - raccontiamo come il percorso di lavoro offerto da questa eccellenza carceraria permetta di ritrovare dignità, tramite l'impegno del tempo detentivo con attività utili agli altri e a se stessi. Un viaggio nell'umanità di coloro che per diversi motivi hanno commesso degli errori e scelto un percorso criminale, ma che in questo carcere sono stati messi nelle condizioni di capire e riconoscere il dolore immenso causato alle vittime ed alle loro famiglie, oltre che a loro stessi e, inevitabilmente, ai propri cari".
"Tutto il mondo fuori", una puntata unica di 75', è una produzione Officina della Comunicazione, realizzato grazie alla stretta collaborazione con la direzione del carcere Due Palazzi di Padova. Sarà disponibile anche sulla piattaforma Dplay Plus sul sito www.it.dplay.com o scaricabile su App Store o Google Play. Nove è visibile al canale 9 del Digitale Terrestre, (Sky Canale 145 e Tivùsat Canale 9).
leccesette.it, 12 maggio 2020
Così i detenuti potranno concludere il percorso didattico intrapreso: sulla ripresa delle lezioni interviene la Garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella.
Riprendono nel carcere di Lecce e, vista l'emergenza sanitaria in corso, si ripartirà con corsi in videoconferenza. A chiarirlo è la garante dei diritti delle persone private della libertà personale, Maria Mancarella, che ricorda come, dalla fine di febbraio, proprio per il Covid sia stato fatto divieto a volontari e docenti di entrare nel carcere.
"In questi anni l'esperienza attivata nella Casa circondariale di Lecce - spiega - così come le tante presenti in tutta Italia, ha dimostrato come una buona formazione culturale abbassi notevolmente la recidiva, predisponga la persona detenuta ad un cambiamento di vita e favorisca il suo reale reinserimento nella società civile e nel mondo del lavoro.
L'emergenza sanitaria coronavirus ha portato all'attenzione tutti i problemi delle carceri italiane: dal sovraffollamento e dalle condizioni igieniche alla salute, dalla rigidità ad accedere alle misure alternative alle sofferenze di una popolazione detenuta senza prospettive di effettivo reinserimento sociale, alle difficoltà di una scuola che in carcere non riesce ad utilizzare appieno tutte le sue potenzialità"
A causa delle restrizioni sanitarie, i detenuti e le detenute, che nel corso dell'anno hanno seguito le lezioni, si sono ritrovati/e, anche a Lecce, improvvisamente nell'impossibilità di terminare il percorso didattico: "Una interruzione particolarmente grave - afferma - che, come ha subito segnalato il Garante Nazionale, rischia di vanificare il grande lavoro fatto per investire sulla cultura, sull'istruzione come veicolo per il reinserimento sociale, mettendo in pericolo il concreto diritto delle persone detenute allo studio e alla formazione".
Difficoltà organizzative, carenza di personale e di spazi adeguati, ma anche pregiudizi che da sempre impediscono l'ingresso della tecnologia in carcere, hanno reso difficoltosa la ripresa delle lezioni nella modalità a distanza, così come è successo in tutte le scuole d'Italia. L'assenza di un rapporto diretto, il non poter comunicare e scambiare non solo conoscenze ma esperienze, sentimenti, preoccupazioni, vita quotidiana, vera essenza della relazione educante, ha reso questa modalità "assolutamente inefficace e spesso inutile".
"Grazie alla costanza, alla caparbietà della Dirigente dell'istituto Olivetti di Lecce - precisa Mancarella - all'impegno dei docenti, alla disponibilità della Direttrice e del personale penitenziari, da giovedì 7 maggio la DaD nel carcere di Lecce è iniziata con una lezione prova e, a partire da questa settimana, alcuni studenti e studentesse potranno riprendere il loro percorso. Anche se l'esperienza coinvolge (ci auguriamo per il momento) solo due classi, una nel maschile e una nella sezione femminile, come Garante dei diritti delle persone private della libertà personale non posso che gioire di questo, anche se timido, riavvio del percorso formativo e fare i miei auguri agli studenti, alle studentesse e agli insegnanti coinvolti".
Saranno 10 detenuti/e (5 per classe) che frequentano l'ultimo anno del corso ad indirizzo tecnico economico che, in un'aula adeguata alle esigenze di sicurezza previste dalle disposizioni ministeriali, per il momento solo per tre giorni a settimana, seguiranno in videoconferenza le lezioni dei loro docenti, interagiranno con loro e si avvieranno, con il loro supporto, verso l'esame di maturità: "Non è molto - conclude - ma è pur sempre un segnale importante".
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 12 maggio 2020
Da qualche giorno gli allievi della sezione carceraria dell'Istituto Keynes di Castel Maggiore seguono in tv e alla radio dalla casa circondariale di Bologna le lezioni dei loro docenti trasmesse sulle frequenze di Radio Città Fujiko e, in tv, ogni venerdì sera alle ore 20 su RTR Canale 292 sino al 26 giugno. L'idea è venuta ai docenti dell'Istituto che quando hanno saputo dell'impossibilità di utilizzare la piattaforma web per la didattica a distanza, hanno pensato di ricorrere a mezzi che potessero comunque superare le sbarre e il lockdown.
"Siamo insegnanti, non specialisti - ha raccontato la referente per la scuola carceraria Immacolata Migliozzi a repubblica.it - Proviamo e riproviamo le lezioni più volte, curiamo la voce che sovrapponiamo alle slide. Non è facile la registrazione per chi non è del mestiere, ma l'importante è recuperare il filo interrotto e tornare a fare scuola in carcere, anche se a distanza".
Gli interventi di didattica televisiva sono affiancati dall'invio di materiale didattico e dalla partecipazione alla trasmissione radiofonica "Eduradio". "La nostra idea era recuperare gli allievi e all'inizio non sapevamo come fare. L'idea della tv pare funzioni, attendiamo un riscontro". E il riscontro pare ci sia stato: l'audience iniziale è stato di cinquanta detenuti, tre quarti circa degli iscritti ai corsi del Keynes.
Potranno utilizzare la didattica a distanza, invece, gli studenti degli Istituti penitenziari di Sondrio e Cremona grazie anche alla partnership fra Ufficio scolastico e società informatica cremonese C2 Group che ha donato 10 computer per le attività didattiche e formative in e-learning ai detenuti delle due case circondariali. Sette i dispositivi consegnati alla direttrice del carcere di Cremona Rossella Padula, mentre gli altri tre saranno assegnati nei prossimi giorni all'istituto di Sondrio.
Lezioni riprese in videoconferenza da giovedì scorso anche nel carcere di Lecce. Gli allievi si collegano e interagiscono con i docenti in un'aula adeguata alle esigenze di sicurezza previste dalle disposizioni ministeriali. Per ora l'opportunità è riservata solo a due classi, una nel maschile e una nella sezione femminile per gli allievi che frequentano l'ultimo anno del Corso a indirizzo tecnico economico dell'Istituto Olivetti e che, in vista dell'esame di maturità, hanno bisogno di un valido supporto.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 12 maggio 2020
Migranti e non solo. Crimi: no regali ai caporali. Ma il testo esclude chi compie illeciti. In serata il ministro dell'economia: farà emergere il lavoro nero. Il sottosegretario Sibilia: "Il caporalato è una piaga già perseguita quotidianamente, non è il caso di infilare questo dossier in un decreto urgente che si occupa della crisi". Ma rimandare la norma a un provvedimento successivo rischia di condannarlo ad un binario morto.
L'accordo sulle regolarizzazioni di braccianti, colf e badanti il 6 maggio era stato chiuso fra tre ministre e un ministro (Bellanova dell'agricoltura, Lamorgese dell'Interno, Catalfo del Lavoro e Provenzano del Sud), salvo la durata dei permessi di lavoro (sei mesi per il Pd e Iv, uno per 5s). Il giorno dopo era stato scritto nei dettagli dai tecnici degli uffici legislativi. Ieri ha ricominciato a ballare. E dalla certezza che fosse ormai ancorato nel "Decreto Rilancio" che oggi il consiglio dei ministri dovrebbe licenziare, ieri si è fatta strada l'ipotesi di uno stralcio per un provvedimento successivo. Con il rischio di finire su un binario morto. Ma in serata il ministro Gualtieri annuncia la fumata bianca: "La regolarizzazione ci sarà, aiuterà a far emergere il lavoro nero".
Il paradosso è che mentre Leu, +Europa e le associazioni già professano delusione per un intervento che si annuncia settoriale e troppo timido, i 5 stelle alzano i decibel e attaccano l'idea di "sanatoria". Usando la stessa parola di Lega e Fdi.
Una parola poco adatta al provvedimento. Ma di cui non ha avuto paura Maroni quando nel 2002 "sanò" le carte di 647mila persone. Oggi la futura (speriamo) norma sull'emersione del lavoro irregolare dispone una "regolarizzazione" in senso stretto. Non si rivolge a tutti gli irregolari presenti in Italia, cosa pure auspicabile se non altro per ragioni sanitarie. Ma di questo non si è mai parlato nelle trattative della maggioranza.
E infatti c'è una incongruenza evidente fra il testo concordato dalla ministra Catalfo (M5s) e le contestazioni dei colleghi grillini. Domenica al confronto fra Conte e i capidelegazione della maggioranza il reggente Crimi aveva ripreso il timone del dossier braccianti. Ma né lui né il ministro Bonafede l'avevano bocciato. E così secondo il Pd l'accordo è fatto.
Invece ieri bastava ascoltare il sottosegretario agli interni Carlo Sibilia per capire che per una parte dei grillini il rospo è indigeribile: "Non c'è nessun accordo", avverte Sibilia, "è impensabile avallare un accordo che preveda il condono penale", "La sanatoria lancerebbe un messaggio sbagliato persino all'imprenditore agricolo, che si vedrebbe costretto ad usufruire di manodopera non regolare ma "regolarizzata" a posteriori".
Ma nella bozza arrivata sui cellulari dei capidelegazione di maggioranza c'è scritto a chiare lettere che quel rischio non si corre affatto, come ha già spiegato il manifesto di sabato scorso. Il comma 7 del testo - nella versione precedente era il comma 8 - dettaglia la casistica in cui le richieste di regolarizzazione saranno rigettate. E sono: "la condanna del datore di lavoro negli ultimi cinque anni, anche con sentenza non definitiva" per "favoreggiamento dell'immigrazione clandestina verso l'Italia e dell'immigrazione clandestina dall'Italia verso altri Stati o per reati diretti al reclutamento di persone da destinare alla prostituzione o allo sfruttamento della prostituzione o di minori da impiegare in attività illecite", e l'"intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro".
Insomma nessun condannato sarà condonato. Sono due i canali per le regolarizzazioni: primo, la richiesta congiunta di datore e lavoratore, e cioè il canale tradizionale, lo stesso che fu usato nella sanatoria Maroni. Secondo, l'istanza individuale, per sottrarre i braccianti ai caporali: a chi fa richiesta viene concesso un permesso temporaneo di sei mesi per ricerca di lavoro, convertibili in permesso per motivi di lavoro per la durata del contratto. In questo caso, proprio perché non diventi "una sanatoria mascherata", c'è un limite di tempo: bisognerà avere un permesso (umanitario, turistico o una richiesta d'asilo) scaduto al 31 ottobre 2019. La platea potenziale di questa tipologia è di meno di 200mila persone. "Il governo abbia il coraggio di investire sulla legalità" chiede Erasmo Palazzotto (Leu). Nei giorni scorsi era filtrata la notizia del pressing di Conte sul provvedimento. Se pressing c'è stato, nelle ultime ore non è pervenuto.
Ma una rumorosa fetta degli ex alleati della Lega subisce ancora la propaganda di Salvini e ora è sul piede di guerra: c'è chi chiede una riunione dei gruppi, chi di cancellare l'estensione della norma a colf e badanti anche italiane - richiesta quest'ultima particolarmente nefasta perché nel paese molti anziani stanno tornando a casa dalle Rsa e le famiglie hanno bisogno di canali rapidi per regolarizzare il lavoro di chi le aiuta. I più contrari sono il ministro Sergio Costa, i sottosegretari Sibilia, Ferraresi, L'Abbate, la viceministra Castelli.
Crimi, dopo aver sostenuto che la norma avrebbe favorito i caporali - argomento che ha poi dovuto abbandonare per manifesta infondatezza - ieri sulla chat grillina insisteva sul fantomatico condono: "Far emergere il nero abbuonando sanzioni penali significa dire ai nostri imprenditori onesti siete dei coglioni". Altro che "abbuono". La realtà è quella che Crimi confida ai suoi più stretti: "L'intesa sulle regolarizzazioni non la reggiamo".
di Alessandro Trocino
Corriere della Sera, 12 maggio 2020
Sibilia: non diremo mai sì a un condono penale per i datori di lavoro che si autodenunciano. Già in nottata Crimi aveva detto: "No a una sanatoria mascherata". Un complicato sforzo di mediazione che - all'una e mezza di notte - fa sì che i 5 Stelle accettino, obtorto collo, di dare il via libera al provvedimento di regolarizzazione dei migranti, con qualche paletto per provare a restringere la platea.
Ma è tanto di malavoglia che passa qualche ora e arriva l'altolà di Carlo Sibilia, sottosegretario all'Interno: "Il Movimento non accetterà alcuna forma di scudo penale". Fino a qual momento, gli altri partner della coalizione avevano ottenuto un ampliamento rispetto alle modalità classiche della regolarizzazione e soprattutto l'inclusione nel decreto in arrivo dal Consiglio dei ministri. A tarda notte, Vito Crimi ancora poneva il suo niet: "Non si può fare, così è una sanatoria mascherata". La differenza di culture politiche, la paura di dare munizioni facili all'opposizione di Matteo Salvini, rendono difficile un accordo. La Lamorgese si spende a lungo per una soluzione di compromesso.
Agricoltura ma anche colf e badanti - Se anche passasse, cosa che l'uscita di Sibilia mette in dubbio, non sarà una sanatoria generalizzata, idea che sarebbe piaciuta al ministro del Sud Giuseppe Provenzano, ma per la quale non ci sono le condizioni politiche. Il ministro renziano Teresa Bellanova aveva scommesso tutto su questo provvedimento, minacciando persino le dimissioni nei giorni scorsi: "La regolarizzazione dei migranti è l'impegno di una vita. Ho contrastato i caporali fin da quando ero ragazza".
La sua idea era quella di intervenire soprattutto sul lavoro nero dei braccianti, viste anche le condizioni difficili per reperire manodopera nel settore dell'agricoltura. Con la consapevolezza che non esistono canali ufficiali di regolarizzazione, sin dalla Bossi-Fini, e che una massa così grande di persone, senza diritti e senza tutele, sono facile preda della criminalità organizzata e possibili vittime della pandemia. I 5 Stelle, al contrario, erano contrari alla sola idea e hanno provato fino all'ultimo a rinviare il provvedimento.
L'emersione del lavoro nero - La prima parte dell'accordo raggiunto in nottata riguardava la possibilità che il datore di lavoro possa far emergere il lavoratore in nero autodenunciandosi. È una forma classica di regolarizzazione (l'ultima è stata fatta da Maio Monti), ma in questo caso viene allargata: perché oltre ai lavoratori agricoli stranieri, su impulso anche di Provenzano, vengono aggiunte colf e badanti e lavoratori italiani. A ristoro del datore che si autodenuncia, ci sarebbe l'immunità penale, ed è proprio quella contro cui si scaglia Sibilia. Ma in mancanza, nessun datore di lavoro si autodenuncerebbe e non ci sarebbe emersione dal nero.
Il limite dei sei mesi - Oltre alla regolarizzazione classica ma rafforzata, era stata inserita un'ulteriore modalità, quella di un permesso temporanea per ricerca di lavoro. In questo caso si è messo un limite alla platea che, comunque, per la Lamorgese dovrebbe ammontare a circa 180 mila persone. Il limite è temporale, perché i richiedenti devono avere avuto un permesso di soggiorno in passato, che può essere umanitario, di lavoro o turistico, scaduto il 31 ottobre 2019.
In più, e qui c'è l'ulteriore limitazione inserita da 5 stelle, l'Ispettorato deve accertare che chi richiede il permesso deve avere lavorato nei settori della regolarizzazione, agricoltura, colf e badanti. Nel frattempo, però, raccontano fonti non dei 5 Stelle, il richiedente potrebbe ottenere comunque il lavoro, e quindi il permesso, liberandosi dunque dall'intralcio dell'Ispettorato. L'altra concessione fatta da Vito Crimi e dai suoi è la lunghezza del rinnovo del permesso, che inizialmente i 5 Stelle volevano in un mese e avevano accettato di portare a sei mesi, come chiesto dalla Bellanova. Il tutto fino allo stop e alla nuova ripartenza delle trattative.
di Frank Cimini
Il Riformista, 12 maggio 2020
Nelle recenti rivolte hanno perso la vita 15 detenuti perché "chi è in carcere è già lì per non lasciare traccia". In "Virus sovrano" di Donatella Di Cesare spunti di riflessione sul mondo recluso. Quando in Italia si sono imposte le prime misure anti contagio sono scoppiate le rivolte nelle carceri. Poche immagini sono passate sugli schermi, poliziotti antisommossa, volanti, droni, lacrimogeni. Ci hanno detto che erano morti 13 detenuti, forse 15.
Per metadone trovato nelle farmacie delle carceri. Nessuna lesione sui corpi. Poi tutto è stato dimenticato. Chi è in carcere è già lì per non lasciare traccia. Si concentra anche sui più indifesi, sugli ultimi degli ultimi la riflessione di Donatella Di Cesare autrice del saggio "Virus sovrano? L'asfissia capitalistica", 89 pagine per le edizioni Bollati Boringhieri.
Di Cesare insegna filosofia teoretica alla Sapienza di Roma e in passato aveva già scritto di altri "ultimi", soprattutto immigrati e di "emergenze" varie. Nel saggio si sottolinea che la crisi sanitaria non può essere il pretesto per aprire un laboratorio autoritario. Questo non vuol dire rifiutare in modo ingenuo e avventato quei rimedi e quelle cure che possono fermare il propagarsi del virus ma le misure securitarie devono rendere vigilanti e spingere a diffidare perfino di sé stessi e delle proprie pulsioni - scrive l'autrice - non si può lasciare che l'epidemia inauguri un'era del sospetto generalizzato dove ognuno è per l'altro un untore potenziale una minaccia permanente. La conseguenza sarebbe non avere più un mondo in comune, non condividere più lo spazio pubblico della polis.
Il saggio ricorda che la concorrenza selvaggia è giunta persino al rifiuto di spedire materiale medico a chi ne aveva bisogno, la Ue per l'ennesima volta si è rivelata una assemblea scomposta di comproprietari, un coacervo di nazioni che a colpi di compromessi vacillanti si contendono lo spazio per difendere ciascuno i propri interessi. A tutto vantaggio di regimi autoritari e sovranisti. Era stato Salvini a invocare i pieni poteri molto prima dell'epidemia. Poi imitato anche da "avversari". La xenofobia di Stato ha trovato un nuovo nemico nel "virus straniero".
La nuova cultura del complotto dissemina il mondo di nemici. E se il coronavirus colpisce il corpo la pandemia è anche una esperienza psichica. Il rischio degli arresti domiciliari di massa è una implosione psichica dagli effetti imprevedibili, il malessere si acuisce e si prolunga. E il carcere tornando a bomba è il sempre eguale senza futuro, è il tempo incarcerato.
Siamo anestetizzati all'infelicità degli altri tanto più se sono detenuti. Il nostro occhio su di loro è quello dello Stato. La desolazione penitenziaria non deve trapelare. "Bisogna chiudere le porte e buttare via la chiave".
Queste parole sono scandite spesso da una compiaciuta freddezza vendicativa. Qualche moderato ricorda Di Cesare chiede meno sovraffollamento e più diritto ma diritto in carcere non è una contraddizione in termini? Ma metà mondo ai domiciliari non vuol dire prigionia generalizzata perché ogni confronto è privo di senso. La soglia del carcere non viene meno. Da una parte il mondo di fuori dall'altra quello recluso.
dire.it, 12 maggio 2020
Nonostante il nuovo governo dell'Iraq abbia ordinato la liberazione di centinaia di persone arrestate dalle forze dell'ordine nel corso della mobilitazione antigovernativa che ha attraversato il Paese a partire da ottobre, manifestanti sono tornati in strada nella capitale Baghdad e in altre città per chiedere la definitiva "caduta del regime". La decisione della magistratura è stata comunicata ieri dal neo-designato primo ministro Mustafa al-Kadhimi, che ha detto che il governo si impegnerà nel fare giustizia e nel provvedere a una compensazione per le famiglie delle circa 600 persone uccise nel corso delle manifestazioni.
Al-Kadhimi ha rinominato come responsabile delle operazioni anti-terrorismo dell'esercito il generale Abdulwahab al-Saadiun, figura di rilievo delle passate campagne militari contro lo Stato islamico. Nonostante i nuovi provvedimenti ieri, dopo alcuni mesi di relativa calma, si sono verificati scontri tra manifestanti e forze dell'ordine in diverse città del Paese. Secondo testimonianze raccolte dalla stampa locale, dimostranti hanno detto che la mobilitazione è un "messaggio" per il nuovo esecutivo.
Stando ad alcuni di loro il governo avrebbe dieci giorni per accogliere le richieste di cambiamento della piazza, altrimenti la situazione "potrebbe degenerare". Secondo l'organizzazione Iraqi Civil Society Solidarity Initiative (Icssi), nonostante le indicazioni contrarie del nuovo premier la polizia ha usato forza eccessiva nel gestire le proteste, lanciando gas lacrimogeni e utilizzando cannoni di acqua calda.
- Sud Sudan. Carceri sovraffollate e a rischio contagio: rilasciati 85 ragazzini
- Bonafede alla prova del Parlamento. Polemica per le scarcerazioni degli under 30
- Mafiosi scarcerati, il magistrato di sorveglianza deciderà sul ritorno in cella
- Covid-19, nei penitenziari con il fiato sospeso
- Bluff di Bonafede sui boss scarcerati










