di Carlo Catena
Il Cittadino, 13 maggio 2020
Ripartono tribunale e giudice di pace ma non entrano in aula neppure i testimoni. Udienze senza pubblico almeno fino al 31 luglio - quando poi di fatto la giustizia, salvo urgenze, sarà in ferie fino alla prima settimana di settembre - e rinvio dei processi che richiedono la presenza di testimoni: è la "fase 2" della giustizia lodigiana, che da martedì ha ricominciato a celebrare i processi penali, ma principalmente solo quelli che coinvolgono persone sottoposte a misure cautelari.
"Altri tribunali, ad esempio Pavia, stanno rinviando tutto d'ufficio, perché non sono in condizioni strutturali tali da poter celebrare processi neppure con un numero ridotto di persone - spiega la presidente dell'Ordine degli avvocati di Lodi Angela Maria Odescalchi. Da noi invece la presidente vicaria del tribunale ha voluto ricominciare con la celebrazione dei processi in presenza, e su questo mi trova personalmente d'accordo, perché ritengo che i tempi non siano maturi per applicare in modo generalizzato la telepresenza". I sistemi di videoconferenza vengono utilizzati solo per i processi con detenuti.
In aula, previo test col termo-scanner che la Procura ha fatto avere ormai da un paio di mesi alle guardie giurate all'ingresso del palazzo di giustizia, entrano solamente gli avvocati, i magistrati e gli addetti ai lavori. Le finestre sono state rese il più possibile apribili, per assicurare il ricambio d'aria continuo e tra un'udienza e l'altra, e, mentre settimana scorsa i rinvii erano praticamente generalizzati, da ieri c'è un calendario che prevede in anticipo quali saranno le udienze che si celebrano. Basta che ci sia anche un solo testimone da sentire, e viene programmato il rinvio.
Regole stringenti anche per le udienze dal giudice di pace, dove le finestre aperte sono un diktat. Così come in Procura, anche se le presenze del personale sono aumentate di 4 unità rispetto alle scorse settimane, persino i pm non possono entrare più di 3 giorni la settimana, sempre allo scopo di assicurare il "distanziamento sociale" che è l'unica medicina ufficialmente nota contro la diffusione del covid-19. Le regole della Procura valgono fino al 31 maggio, quelle per il tribunale civile e penale invece per tutto luglio. "Siamo in attesa delle pareti di plexiglass che abbiano ordinato per l'aula dell'Ordine dedicata alle mediazioni - conclude la presidente Odescalchi - e abbiamo messo a disposizione mascherine, guanti e salviettine igienizzanti per gli avvocati che devono andare in aula. E al più presto, a cura della presidenza del tribunale, sarà sanificato tutto l'impianto di areazione".
di Goffredo Buccini
Il Manifesto, 13 maggio 2020
La vicenda di Silvia Romano ripropone la questione delle organizzazioni non governative e del loro ruolo di fronte all'immigrazione e alla povertà. La gazzarra attorno a Silvia Romano mostra purtroppo una nazione spaccata che non trova tregua neppure nella gioia per il ritorno a casa di una sua cittadina. Ma, soprattutto, è solo una spia della vera questione: che non è, o non è soltanto, "quanto ci è costato" liberare la ragazza; e neppure quanto valga quella "conversione" all'Islam all'esito di 18 mesi di prigionia sulla quale sarebbe decente stendere un velo di riserbo e sobrietà piuttosto che accapigliarsi con ferocia.
La vera, semplice questione è: cosa pensiamo delle Ong di fronte ai problemi che il nuovo secolo ci pone sull'immigrazione, sull'Africa, sulle povertà? A cosa servono le organizzazioni non governative? E qual è la loro natura? Sono associazioni per delinquere che, ammantandosi di buonismo, fanno soldi sulla pelle degli ultimi? Sono, al contrario, raggruppamenti di eroici giovani che rispondono con coraggio alle sfide del tempo? Sono pirati o salvatori? Attraggono i migranti o evitano la morte in mare di chi partirebbe comunque? Su queste domande il Paese è diviso lungo una linea di frattura che non sempre corrisponde agli schieramenti di partito e alle maggioranze governative. In ballo ci sono sensibilità, cultura, fede, convinzioni.
Le Ong non sono la luna ma sono il dito che la indica. L'esempio più facile da capire si trova in mare, nel tratto di Mediterraneo che più ci è familiare per le baruffe politiche di questi anni. E la questione nasce il 3 ottobre 2013, quando in un naufragio a poche miglia da Lampedusa annegano 366 migranti davanti ai nostri occhi. Sotto il forte impatto emotivo di quei morti (riemergono cadaveri di bambini e di mamme col feto ancora in grembo...) il governo di Enrico Letta vara la missione Mare Nostrum, interamente gestita dalla nostra Marina militare. L'obiettivo è spingersi fin sotto le coste libiche per salvare vite umane.
I nostri marinai lo fanno così bene che dal 18 ottobre 2013 al 31 ottobre 2014 salvano 156.362 vite in 439 interventi Sars (Search and rescue), arrestano 366 scafisti, catturano 9 navi madri (quelle che abbandonano i profughi su barche più piccole), controllano coi loro medici di bordo il 99% dei migranti prima dello sbarco (con grande beneficio per la salute di tutti noi). Un successo. Ma i tempi cambiano. La missione costa 9 milioni al mese: troppi, si dice. Il nuovo governo Renzi è virato sull'efficientismo, cancella la missione mentre il ministro degli Interni, Angelino Alfano, vende come un successo la nuova missione Triton, gestita stavolta da Frontex, l'agenzia europea che controlla le frontiere. Si tratta di una bufala. Triton non ha, chiariranno i nostri partner europei, alcun obiettivo di salvataggio.
Le nostre navi devono arretrare di decine di miglia. Non più pattugliato dalla Marina, il nostro mare torna mare di nessuno, di scafisti e banditi libici, di morti. È in questo vuoto che si inseriscono le Ong. Possono piacerci o meno, possono mandarsi o meno segnali d'intesa coi barconi, ma stanno lì perché noi non ci siamo più, perché l'Italia si è ritirata e l'Europa non ci pensa proprio a prenderne il posto.
Al netto delle accuse lanciate da Matteo Salvini e Luigi Di Maio (il copyright sui "taxi del mare" è del giovane grillino attualmente al governo con il Partito democratico), è inevitabile rilevare due dati di fatto: nessuna delle inchieste aperte finora (talune con grande clamore mediatico) ha dimostrato un "cartello" tra Ong e organizzazioni degli scafisti; i ricercatori dell'autorevole istituto Ispi (con quasi 90 anni di reputazione internazionale) hanno invece dimostrato dati alla mano come non esista alcunpull factor, ovvero come la presenza in mare delle navi Ong non sia un fattore di attrazione per ulteriori partenze: i migranti sono spinti da guerre, fame, terrore o più banalmente speranza; e partono comunque.
Silvia Romano non andava per mare. Ma esercitava anche lei un'opera di sostituzione, minuscola e preziosa, nel villaggio keniota di Chakama. Si occupava, con attività di strada, di piccoli orfani. Aveva messo su una "Ludoteca nella Savana", nel libro dei sogni c'era un orfanotrofio in muratura per dare un'istruzione ai bimbi. Perché sostituzione? Perché la formazione dei giovani africani non è faccenda di cui noi europei possiamo disinteressarci. Un continente che si trova di fronte a noi nel Mediterraneo e nel 2050 avrà due miliardi e mezzo di abitanti, metà dei quali con meno di 25 anni, ci interpella fortemente, ben al di là delle chiacchiere sul piano Marshall per l'Africa che ogni leader europeo usa per coprire il proprio vuoto di idee. C'è chi sostiene che la piccola Ong di Silvia abbia omesso le debite precauzioni: lei non era neppure assicurata. Di certo la cooperazione va gestita senza improvvisare, le Ong fai-da-te sono un pericolo prima di tutto per chi ci lavora, servirebbe qualche regola.
Ma a Chakama, al posto di Silvia o accanto a lei, dovevano esserci maestri e funzionari dell'inesistente Unione europea, ingegneri a costruire orfanotrofi, soldati a proteggerli. Come in mare, al posto di Carola Rackete, dovevano starci ancora i nostri marinai. Non è così? Ci pare un'utopia da anime belle? D'accordo. Ma allora non stupiamoci della supplenza, non infastidiamoci per questi cerotti sulle nostre coscienze. Forse, a guardar bene, deve essere per quello che ci fanno tanta antipatia i volontari: perché, solo con le loro azioni, evidenziano la nostra inazione. Col solo loro entusiasmo, denunciano il nostro cinismo.
di Susanna Ronconi e Stefano Vecchio
Il Manifesto, 13 maggio 2020
Nel 1995 il Forum Droghe avviava la sua battaglia per una politica alternativa alla legge Jervolino-Vassalli. In questi anni si sono moltiplicate le realtà che lavorano per politiche diverse, dando vita a una molteplicità di luoghi e ambiti. Era il 1995, Forum Droghe (FD) avviava la sua battaglia per una politica sulle droghe alternativa a quella varata con la legge Jervolino-Vassalli, sull'onda della war on drugs importata in Italia dal governo Craxi.
Una affollata assemblea, a Roma, il 13 maggio 1995, convocata da Stefano Anastasia e da Grazia Zuffa (prima Presidente del Movimento), annunciava i temi di quella che sarebbe stata la lunga, tenace e ricca esperienza di FD, fino ai nostri giorni: la riforma della legge per decriminalizzare il consumo (con le prime proposte al Parlamento), la legalizzazione della canapa, la riduzione del danno (RdD) come strategia e intervento (è di allora la proposta di somministrazione controllata di eroina), i temi del carcere e della pena, i diritti di chi consuma.
FD nasce allora come luogo di incontro di persone, associazioni, movimenti e personalità della politica, un Forum appunto, capace di sviluppare un programma alternativo per il governo di un fenomeno che, intanto, era cresciuto e diversificato rispetto a quello che aveva dato vita alla riforma del 1975: il nodo politico era non solo opporsi alla legge 309, ma anche non pensare di poter tornare semplicemente alla normativa antecedente.
Il nodo era disegnare una politica radicalmente alternativa, che imparasse dai fallimenti della war on drugs, ma che soprattutto sapesse individuare tendenze e prospettive, con proposte all'altezza della sfida. Lo spazio politico era quello della vittoria del referendum del 1993, che aveva espresso una maturità degli italiani contro l'approccio iperpunitivo, e una alleanza tra "non punizionisti" e "antiproibizionisti", di cui la RdD, come politica strategica, da subito era apparsa un terreno comune.
A leggere oggi i materiali di quella assemblea ritroviamo tutti i temi costitutivi che per 25 anni e ancora oggi caratterizzano la proposta di FD, che su leggi, politiche di RdD, legalizzazione, lavoro sul "senso comune" sulle droghe, continua e si sviluppa, in contesti via via mutati. Ma troviamo anche quanto - nel bene nel male - è cambiato, e oggi ci sfida.
Per esempio, nel male: colpisce del 1995 la presenza della politica, dei parlamentari, il loro "lavorare con" quel pezzo di società civile che attraversava il laboratorio FD, una presenza che nel contesto attuale non esiste più, tranne rare eccezioni, e che è uno dei nodi per noi più problematici.
Nel bene, molte cose: la RdD in 25 anni è diventata realtà e approccio sconosciuto solo alla vecchia e asfittica politica attuale, appunto, ma non alla società civile, sebbene FD ancora oggi debba battersi perché ne venga colta la portata strategica; il senso comune sulle droghe, nella società, è mutato, nonostante i media mainstream continuino a demonizzarle, e la legalizzazione della cannabis è oggi un dibattito aperto e diffuso.
Abbiamo capito che fare ricerca e proporre sguardi inediti sta alla base della proposta politica, e oggi più di prima lavoriamo su questo e sulla comunicazione, grazie al sito di fuoriluogo.it, luogo di informazioni e dibattito sempre più aperto e che ha raccolto l'eredità del mensile di carta, uscito dal 1995 al 2008 come supplemento del manifesto: abbiamo aumentato la nostra presenza nelle reti internazionali. Da allora si sono moltiplicate in modo esponenziale le realtà che lavorano per politiche alternative, dando vita a una molteplicità di luoghi e ambiti: questo ha modificato in parte i modi del nostro essere "forum", ma non ci ha fatto perdere il nostro essere un laboratorio sulle droghe aperto, mai autoreferenziale. È quello che intendiamo continuare a essere: 30 anni di guerra alla droga sono davvero troppi.
di Daniela Preziosi
Il Manifesto, 13 maggio 2020
Crimi e misfatti. Braccianti, Crimi insiste: niente sanatoria, non cedo di un millimetro. Poi arriva l'accordo. Dopo la giornata di stallo, oggi il testo nel decreto Rilancio. È un'altra lunga giornata di stallo quella che vive il governo sulle regolarizzazioni dei migranti. Fino alla sera, quando finalmente, dopo ore di muro contro muro, il reggente Crimi si siede a un tavolo con il ministro Provenzano. A notte la notizia è che la quadra è trovata. Ma il preconsiglio sul decreto Rilancio era iniziato alle dieci di mattina. I ministri restano incollati agli schermi senza soluzione di continuità, giusto la pausa pranzo. E poi di nuovo dalle 23. Non è solo la vicenda dell'agricoltura a rallentare i lavori. Ma certo la regolarizzazione dei braccianti è il conflitto più rumoroso che vive la maggioranza in queste ore.
L'accordo raggiunto domenica dalla maggioranza, Conte presente e officiante, con il sì di Crimi e Bonafede, da lunedì è sconfessato. Le versioni divergono. Martedì sera, ieri, tutte le fonti non grilline concordano sul fatto che il testo su braccianti, badanti e colf - fortissimamente voluto dai ministri Bellanova, Provenzano e Lamorgese, e subìto ma approvato sotto condizione dalla ministra Catalfo - sarà nel decreto. Quelle grilline invece scommettono sul no. Per tutto il giorno i vertici 5s avvertono, avvisano e minacciano: le regolarizzazioni non s'hanno da fare.
In mattinata Palazzo Chigi provare a mediare solo ricapitolando i fatti: domenica "è stata raggiunta una sintesi politica rimettendo alla ministra Lamorgese il compito di tradurla sul piano tecnico-giuridico". La nota aggiunge che il M5s "si sta legittimamente interrogando" ma che il premier resta fedele all'accordo: "Regolarizzare per un periodo determinato immigrati che già lavorano sul nostro territorio significa spuntare le armi al caporalato, contrastare il lavoro nero, effettuare controlli sanitari e proteggere la loro e la nostra salute tanto più in questa fase di emergenza sanitaria".
Da Facebook Crimi lo smentisce. Ma deve smentire anche il sé stesso della domenica: sono molti i testimoni che riferiscono il suo via libera all'accordo. La replica del reggente 5s: "Forzature maldestre, i testi anche migliorati non hanno ancora incontrato la mia approvazione". A quella riunione di maggioranza sono presenti i quattro ministri, il sottosegretario Fraccaro, la vice ministra Castelli, il ministro Patuanelli. C'è anche il vicesegretario del Pd Andrea Orlando, che twitta: "Domenica notte abbiamo concluso una riunione di maggioranza nella quale si sono sciolti tutti i nodi politici. La mattina dopo sono sorti dubbi, legittimi per carità, nel M5s. Chi è che tiene fermo il decreto?".
A quella riunione ciascuno ha chiesto il suo, Crimi ha chiesto e ottenuto che i permessi di lavoro durassero sei mesi dalla richiesta di regolarizzazione. Il capogruppo Iv al senato Faraone spiega che anche i renziani hanno fatto qualche passo indietro: "Teresa (Bellanova, ministra dell'Agricoltura che aveva minacciato le dimissioni, ndr) è stata molto responsabile, aveva una proposta originaria, ha accettato una buona mediazione su richiesta di Conte che non può essere più messa in discussione. Da lì non ci muoviamo, per noi il discorso è chiuso".
Altro che chiuso, per Crimi: "Purtroppo l'ultima bozza visionata ieri sera (lunedì, ndr) riporta ancora la sanatoria dei reati penali e amministrativi per chi denuncia un rapporto di lavoro irregolare", "sul punto non arretreremo di un millimetro". Il reggente sciorina il linguaggio della casa per le grandi occasioni, descrive la legge come un "colpo di spugna", una "sanatoria" con "effetti morali devastanti sul Paese". Tutta questa enfasi si riferisce a una frase dell'art.1 del testo secondo cui i datori possono presentare istanza per concludere un contratto di lavoro "ovvero per dichiarare la sussistenza di un rapporto di lavoro irregolare, tuttora in corso, con cittadini italiani o stranieri". Questo sarebbe lo "scudo ai caporali". In realtà è la possibilità di far emergere il lavoro nero. Possibilità cui non possono accedere datori pregiudicati per questi e altri reati come dettagliatamente prescritto al comma 7.
Precisano dal Viminale: "Il testo concordato è pronto; ed è il frutto della sintesi raggiunta domenica tra le forze di maggioranza e il governo per rispondere alle esigenze di sicurezza, anche sanitaria, e alle pressanti richieste del mondo produttivo e delle famiglie italiane".
L'accordo c'era. Lo scontro nei 5 Stelle c'è. L'ala "destra" vicina a Di Maio ieri non ha smesso di tenere alta la fibrillazione di tutto il gruppo. È persino circolata una bozza con ampie ed esibite cancellature, come fosse una nuova versione dell'accordo. Ma è un fake. Del resto una sanatoria che non sana nulla è una legge senza senso.
Fino a ieri sera le manovre 5S hanno avuto come obiettivo stralciare la legge dal decreto oggi al varo dei ministri verso un "provvedimento successivo". Tradotto: su binario morto. Anche perché ogni giorno che passa il provvedimento perde di efficacia: "L'emergenza è adesso: se non troviamo subito una soluzione chi ne pagherà le conseguenze saranno gli italiani ancora una volta, pagando i prodotti delle nostre terre a carissimo prezzo, e le nostre aziende agricole", avverte Faraone. Fino a ieri notte il provvedimento era in salvo nel dossier del decreto Rilancio.
agenzianova.com, 13 maggio 2020
La polizia boliviana ha messo in isolamento oltre duecento reclusi del carcere di Palmasola, nella provincia di Santa Cruz, dopo aver constatato che uno dei due decessi registrato la scorsa settimana era da attribuirsi alla Covid-19. Pur non essendoci prove di contagio, le autorità hanno preferito isolare chi ha avuto contatti con la vittima. "Abbiamo già iniziato ad applicare il protocollo medico, si stanno isolando le persone, facendo le analisi e al momento si registra una situazione di calma nel carcere di Palmasola", ha detto il direttore generale della polizia, Rodolfo Montero, alla testata "El Deber". Immagini diffuse più tardi da "Bolivia Tv" mostrano però l'avvio di una serie di proteste dei reclusi, preoccupati del possibile propagarsi della malattia dentro le mura carcerarie. La stessa catena televisiva ha mostrato l'ingresso in carcere di non meno di 50 agenti di polizia, per rafforzare la sicurezza nel perimetro.
Il carcere di Palmasola è noto per essere uno dei più delicati dal punto di vista della gestione interna. Secondo statistiche riportate dai media locali, al suo interno si trovano circa seimila prigionieri, il 70 per cento dei quali una attesa di un processo. La struttura, che ospita quasi un terzo della popolazione carceraria nazionale, è tornata più volte al centro delle cronache per gli scontri tra le fazioni rivali.
Uno degli episodi più problematici si è avuto ad agosto del 2013, quando almeno una trentina di persone sono morte proprio a seguito di uno scontro tra bande criminali per la supremazia all'interno del carcere. Violenze sviluppatesi nel padiglione di massima sicurezza, saldate con il ferimento di altre decine di carcerati. A tutto l'11 maggio, in Bolivia si contano 2.831 casi di contagio e 122 morti.
A inizio maggio la presidente ad interim Jeanine Anez ha firmato un decreto di indulto e amnistia per alleggerire il peso della popolazione nelle carceri. Un provvedimento valido per i detenuti con un'età superiore ai 58 anni e per le donne dai 55 anni in su con uno o più figli. La legge ha però suscitato critiche sulla sua reale efficacia. Secondo quanto scrive il quotidiano "El Deber", la legge impone dei requisiti che i potenziali beneficiari non possono mettere in pratica da dietro le mura, a meno di non affrontare spese legali difficilmente compatibili con il reddito della popolazione carceraria.
di Nello Scavo
Avvenire, 13 maggio 2020
Stavolta per Antonio Guterres è stato come fare i nomi. Nero su bianco, con un dossier al Consiglio di Sicurezza. La Corte penale dell'Aia lo ha già acquisito. Una plateale sconfessione verso chi persevera nei rapporti opachi con Tripoli: dai ministeri coinvolti nel traffico di persone agli esecutori degli stupri, fino a quei governi, come Italia e Malta, che tra memorandum e accordi segreti cooperano nei respingimenti illegali. "La situazione dei migranti e dei rifugiati, compresi quelli detenuti nei centri di detenzione ufficiali, rimane fonte di grave preoccupazione".
Nel rapporto del segretario generale è scritto che la missione Onu a Tripoli (Unsmil) "e l'Alto Commissariato delle Nazioni Unite peri diritti umani hanno continuato a ricevere segnalazioni di detenzione arbitraria o illegale, tortura, sparizioni forzate, sovraffollamento". Non solo nelle prigioni clandestine dei trafficanti, ma "nelle strutture di detenzione sotto il controllo del Ministero dell'Interno". Una chiamata in causa per l'apparato di Fathi Bashaga, il ministro degli Affari interni a cui sono affiliate diverse milizie. A conferma Guterres segnala come dal 15 gennaio al 5 maggio 2020 siano stati intercettati in mare 3.115 "tra migranti e rifugiati".
Ma circa "1.400 sono detenuti nelle prigioni sotto il controllo del ministero dell'Interno". Che fine hanno fatto tutti gli altri? La risposta la suggerisce il dossier. Mesi fa, quando Avvenire rivelò la presenza del guardacoste e trafficante Abdurhaman al Milad in Italia nel 2017, il ministro Bashaga assicurò che quel Bija sarebbe stato arrestato e rimosso dal comando della Guardia costiera e del porto di Zawiya, il principale snodo di ogni contrabbando: esseri umani, petrolio, armi.
Non solo Bija è rimasto al suo posto - e in questi giorni non manca di autopromuoversi divulgando immagini che lo vedono impegnato in battaglia - ma attraverso la milizia Al Nasr decide della vita e della morte di centinaia di internati. Guterres è chiaro: "Eunsmil ha ricevuto notizie credibili circa il contrabbando e il traffico di richiedenti asilo e rifugiati nei centri di detenzione ufficiali di Abu Isa e al Nasr a Zawiyah". Si tratta proprio delle prigioni governative affidate alla milizia Al Nasr.
Confermando anni di inchieste giornalistiche e denunce delle agenzie umanitarie, il segretario generale chiede di interrompere la cooperazione per la cattura dei migranti in mare: "La Libia non è un porto di sbarco sicuro". Nonostante questo Paesi come Italia, Malta e agenzie europee come Frontex, hanno intensificato il sostegno alla cosiddetta Guardia costiera libica a cui vengono segnalati i barconi da intercettare. "Donne e ragazze detenute nelle carceri e nei centri di detenzione hanno continuato a essere esposte alla violenza sessuale", si legge ancora.
Il libero accesso ai campi di prigionia ufficiali resta precluso ai funzionari Onu. Tuttavia nelle ultime settimane gli osservatori "hanno potuto documentare otto casi di donne e ragazze che erano state stuprate da trafficanti e personale di sicurezza libico". La riprova della connessione diretta tra uomini delle istituzioni e contrabbandieri di vite umane. Di ottenere giustizia nei tribunali locali non c'è speranza. Con il pretesto della pandemia "i casi penali sono stati rinviati", si legge nel rapporto.
Solo una scusa: "I membri della Procura della Repubblica non erano disposti o non erano nelle condizioni di indagare, a causa della paura di ritorsioni da parte di gruppi armati". C'è solo una cosa fare subito. Antonio Guterres lo dice senza girarci attorno: "Esorto gli Stati membri a rivedere le politiche a sostegno del ritorno di rifugiati e migranti in quel Paese".
di Monica Ricci Sargentini
Corriere della Sera, 13 maggio 2020
In un nuovo rapporto diffuso oggi Oxfam denuncia le catastrofiche conseguenze del mancato raggiungimento di un "cessate il fuoco globale" e di uno stop alla vendita di armi dirette a Paesi in conflitto, che renderà impossibile contenere la pandemia in tantissimi aree del mondo, dove decine di milioni di persone sono in fuga dalla violenza. "Uomini, donne e bambini che devono fare i conti con sistemi sanitari fatiscenti e ospedali distrutti, mentre a milioni si trovano in campi profughi, dove contenere il contagio è ancora più difficile, per la mancanza di servizi igienico sanitari adeguati e lo spazio vitale necessario a mantenere le norme di distanziamento sociale".
Le situazioni più gravi - In Yemen si stanno registrando decine di contagi da Covid19 con solo metà delle strutture sanitarie in funzione e oltre 100mila casi sospetti di colera registrati dall'inizio dell'anno. E questo in un panorama di scontri nonostante sia stato proclamato un cessate il fuoco. In Myanmar centinaia di migliaia di persone vivono in campi sovraffollati con scarsissimo accesso a strutture sanitarie, con 1 milione di persone che non ha accesso a internet, diventato essenziale per ricevere informazioni sul virus. Nella Repubblica Centrafricana l'Onu ha appena annunciato la sospensione della sua risposta umanitaria a causa della rottura del cessate il fuoco e dell'aumento esponenziale della violenza nel Paese, nonostante a febbraio 2019 i gruppi armati in conflitto avessero firmato una tregua con il Governo. In Burkina Faso le crescenti violenze riducono drammaticamente l'accesso a cibo, acqua e servizi sanitari di base per la popolazione, mentre le restrizioni adottate per prevenire la diffusione del virus hanno peggiorato condizioni di vita già impossibili.
La vendita di armi - L'anno scorso, fa notare Oxfam, la spesa militare ha raggiunto i 1.900 miliardi di dollari, una cifra che supera di 280 volte l'appello delle Nazioni Unite per una risposta globale al coronavirus. "Per questo Oxfam lancia un appello urgente a tutti i Paesi, che stanno continuando a esportare armi destinate a raggiungere zone di conflitto a interrompere immediatamente ogni vendita ed esportazione. Lavorando al contrario per fare pressione sulle parti in conflitto perché accettino un cessate il fuoco globale, che porti ad una pace duratura" si legge nel comunicato stampa.
Anche l'Italia può fare la sua parte, per affrontare la pandemia nei Paesi più vulnerabili. Oxfam lancia una petizione per chiedere al Governo, di sostenere in sede internazionale il "cessate il fuoco", cessando la vendita di armi verso tutte le parti in conflitto che non lo rispetteranno.
onuitalia.com, 13 maggio 2020
Per sostenere la crisi umanitaria e sanitaria che si è sviluppata in seguito alla pandemia di Covid-19 la Comunità di Sant'Egidio in Camerun ha organizzato in questi giorni distribuzioni di generi alimentari e coperte in quattro prigioni nell'estremo nord del paese africano. In tutta l'Africa la situazione delle carceri sta continuando ad aggravarsi, ma in Camerun la Comunità ha inoltre promosso la liberazione di 12 prigionieri che avevano diritto ad essere liberati, ma che secondo Sant'Egidio erano stati "dimenticati" in prigione per motivi burocratici. Dalle prigioni del Camerun arrivano notizie confuse e allarmanti sulla diffusione del virus, secondo quanto scrive Riccardo Noury di Amnesty International.
Almeno un detenuto della prigione centrale Kondengui di Yaoundé è risultato positivo al tampone ed è stato trasferito in ospedale. Altri due detenuti sono morti pochi giorni dopo il rilascio. Ma i numeri - afferma Noury - potrebbero essere molto alti. Un detenuto della stessa prigione ha detto ad Amnesty International che ci sono molti ammalati e non si capisce da dove parta il contagio. I detenuti hanno paura di recarsi nell'infermeria perché lì ci sono molti positivi. A chi presenta sintomi viene somministrata una bevanda a base di zenzero e aglio. In una lettera inviata al ministero della Giustizia, un gruppo di detenuti ha denunciato che l'infermeria è 'satura di prigionieri' e il personale medico non riesce a gestire la situazione.
Il decreto emanato dal governo il 15 aprile ha favorito il rilascio di centinaia di prigionieri: 831 solo nella regione dell'Estremo Nord. Ma il sovraffollamento resta una realtà spaventosa: 432 per cento a Kondengui, 729 per cento nella prigione di Bertoua, 481 per cento in quella di Sangmelima e 567 per cento in quella di Kumba. Come in molti altri casi, scrive ancora la ong, il provvedimento non ha riguardato i prigionieri politici e di coscienza. Tra questi Mamadou Mota, vicepresidente del partito di opposizione Movimento per la rinascita del partito del Camerun; Mancho Bibixy Tse, che sta scontando una condanna a 25 anni solo per aver preso parte a proteste pacifiche contro l'emarginazione delle province anglofone del paese; Amadou Vamoulke, 70 anni, in cattive condizioni di salute, ex direttore della tv di stato, in detenzione preventiva dal 2016; e il più recente, Franck Boumadjieu, un attivista politico che aveva denunciato il silenzio del presidente Paul Biya all'inizio della pandemia.
di Ermes Antonucci
Il Foglio, 12 maggio 2020
Il presidente emerito della Corte costituzionale, Giovanni Maria Flick, svela il bluff del governo: "Il testo non serve. Stimola solo i magistrati a fare delle verifiche che già erano tenuti a svolgere. È un modo per cercare di salvare la faccia".
di Maria Brucale*
Ristretti Orizzonti, 12 maggio 2020
Sempre più violenta, capillare, insensata, forcaiola e ottusa l'ingerenza del governo sull'operato della magistratura. Sempre più chiassoso e sfottente lo stravolgimento dei poteri e delle prerogative di Stato.










