di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 15 maggio 2020
Il primo giustiziato col "distanziamento". "Non vedo dove sia il problema, tutto verrà eseguito seguendo le regole del distanziamento e solidi protocolli di sicurezza, la finirei qui". Nelle raggelanti parole di Karen Pojmann, portavoce del Dipartimento carceri del Missouri "tutto" significa l'esecuzione di Walter Barton prevista per martedì prossimo tramite iniezione letale, la prima negli Usa del Covid.
Nelle raggelanti parole di Karen Pojmann, portavoce del Dipartimento carceri del Missouri "tutto" significa l'esecuzione di Walter Barton prevista per martedì prossimo tramite iniezione letale, la prima negli Stati Uniti dallo scoppio della pandemia.
Gli avvocati di Barton hanno tentato, senza successo, di ottenere un rinvio dell'esecuzione sostenendo che sia incompatibile con le regole della sicurezza in quanto implica l'assembramento di diverse persone (il condannato, il boia e gli assistenti, i consulenti spirituali, le guardie penitenziarie, i parenti della vittima e quelli del giustiziato). Non c'è stato nulla da fare: lo scorso aprile la Corte suprema ha rifiutato la richiesta di Barton, argomentando che il governatore repubblicano Mike Persons, fervente sostenitore della pena di morte, non ha mai interrotto le esecuzioni per l'emergenza Covid-19. Il Missouri è l'unico Stato a non averlo fatto. Il governatore dell'Ohio Mike DeWine ha infatti spostato le esecuzioni previste per luglio e agosto al 2022. La Corte suprema del Tennessee ha rimandato un'esecuzione programmata a giugno al 2021. Stessa linea in Geogia, lo Stato in cui il lasso di tempo tra una condanna e un'esecuzione è più breve, dove il procuratore generale Chris Carr ha dichiarato che "tutti gli sforzi delle autorità devono concentrarsi per fronteggiare l'allarme sanitario".
Persino il Texas, noto per la sua antica passione per il boia, le ha sospese fino a che la pandemia non sarà, se non debellata almeno contenuta. È stata la stessa alta Corte texana a stabilire che "salvare le vite degli americani dal Covid-19 richiede ingenti risorse ed è molto più urgente e importante che giustiziare un condannato".
Ma questo non vale per il Missouri, ancorato alla secolare tradizione per la quale il cruento corso delle esecuzioni non deve mai fermarsi, non importa cosa accada all'esterno. Un tempo negli Usa facevano tutti così. Tra il 1918 e il 1920, quando l'epidemia di influenza Spagnola gettò l'America nel panico ci furono quasi 250 persone giustiziate, una metà per impiccagione, l'altra a friggere sulla sedia elettrica. Nel 1957 l'influenza H2N2 uccise circa 120mila persone oltreoceano e 70 persone vennero uccise dal castigo di Stato, di cui 15 nelle terribili camere a gas che all'epoca erano giunte ad arricchire ed ammodernare il macabro armamentario del boia.
Barton, 64 anni, è stato condannato per l'omicidio dell'80enne Gladys Kuehler, avvenuto nel 1991. L'anziana fu picchiata, aggredita sessualmente e pugnalata più di 50 volte nella città di Ozark, vicino a Springfield. Un crimine efferato che secondo i suoi difensori Barton non ha mai commesso. In questi trent'anni si è infatti sempre dichiarato innocente e ci sono voluti cinque processi, di cui due di appello perché il jury non era mai unanime, per arrivare alla condanna definitiva. Le tracce di sangue trovate sul luogo del delitto sono compatibili con quelle di Barton, ma per i suoi legali non possono costituire una prova. Inoltre l'emergenza Covid ha limitato in modo grave il lavoro dei difensori che si occupano di far sospendere la pena a un detenuto nel braccio della morte.
L'avvocato, Frederick Duchardt Jr. dallo scorso marzo non ha potuto ascoltare nuovi testimoni, riesaminare le prove contestate e presentare qualsiasi nuovo reclamo legale, visto che i tribunali del Missouri hanno ridotto all'osso le procedure a causa dal lockdown. Come ha commentato amaramente Robert Dunham, direttore del Death Penalty Information Center: "Quando i tribunali non sono nemmeno in grado di gestire gli affari ordinari, non è realistico aspettarsi che saranno in grado di gestire affari straordinari".
Così, salvo colpi di scena, fra tre giorni Barton verrà ucciso con un'iniezione di veleno, ma "in tutta sicurezza", per citare la portavoce Karen Pojmann. La prigione di Jefferson city La prigione in cui Barton sarà giustiziato ha tre stanze di osservazione separate per i testimoni: una per la famiglia della vittima, una per la famiglia dei condannati e una terza per giornalisti e altri curiosi.
Pojmann ha spiegato che ogni stanza dei testimoni sarà limitata a dieci persone, in conformità con le linee guida dello stato in materia di distanza sociale. Ha poi concluso spiegando: "Abbiamo un ampio accesso al disinfettante per le mani, alle maschere in tessuto e ad altri materiali di consumo, se necessario".
Di fronte a tanto zelo i margini di manovra per far valere i diritti del condannato sono ridotti a zero: "Il Missouri è pronto a mettere a morte un uomo innocente, questo è un caso di scuola per tutti coloro che credono che la pena di morte debba essere abolita", ha commentato Duchardt Jr. Dal 2015 Barton riceve continua assistenza psichiatrica, il suo stato mentale è pietoso mentre in prigione ha subito un ictus e le severe lesioni cerebrali lo hanno costretto a deambulare su una sedia a rotelle.
di Aldo Torchiaro
Il Riformista, 15 maggio 2020
Lacrime della forza, quelle versate da Teresa Bellanova in diretta, parlando della regolarizzazione dei migranti. Lacrime di gioia e di dolore per una battaglia - "rendere visibili gli invisibili", che ha segnato la vita del Ministro delle Politiche agricole. Segno prorotto e prorompente della soddisfazione politica e umana di chi ha vinto la sua battaglia dentro e fuori il governo, dentro e fuori la politica.
"Se noi facciamo emergere questo lavoro di regolarizzazione dei permessi di soggiorno non saranno costi per l'Italia, saranno entrate: perché i rapporti di lavoro irregolare privano lo Stato anche della contribuzione, oltre che togliere alle persone i loro diritti e la loro dignità. Quindi io non mi spaventerei dei numeri: se saranno 500-600 mila saranno i benvenuti, perché saranno persone che noi avremo tirato fuori dai ghetti e li avremo portati a vivere nella condizione della legalità e del riconoscimento della loro identità", dice a coronamento del decreto.
E a chi la prende in giro perché ha pianto, risponde a muso duro: "È vero. Ho pianto. Ho faticato, ho combattuto, e alla fine ho pianto. Hanno accostato le mie lacrime ad altre lacrime: le hanno riportate ad un genere, quello femminile. Io invece ho avuto la forza di piangere - sì, la forza - perché ho fatto una battaglia per qualcosa in cui credevo sin dall'inizio, perché ho chiuso il cerchio di una vita che non è soltanto la mia, ma è quella di tantissime donne e uomini che come me hanno lavorato nei campi".
Bellanova quei ghetti di campagna, in cui il caporalato dà vita al nuovo schiavismo dei braccianti, lo conosce molto da vicino: a 14 anni usciva di casa all'alba per andare a raccogliere l'uva nelle campagne del brindisino. Dall'incassettamento dell'uva da tavola alle prime riunioni sindacali, il passo è stato breve. Già adolescente divorava tutti i libri e i giornali che le capitavano a tiro. Le sue coetanee si innamoravano delle celebrities di Hollywood, lei guardava a Giuseppe Di Vittorio.
Va a scuola fino alla terza media. "Non ne sono orgogliosa", dirà alla Gruber. La disciplina l'ha imparata prima nei campi, dove la fatica per le donne raddoppia, poi alla Camera del Lavoro di Brindisi. Lì trovava sempre una copia de L'Unità, che a fine riunione portava a casa. Un modo per imparare a leggere non solo il testo ma il contesto. A trent'anni diventa segretaria provinciale della Federazione Lavoratori Agroindustria (Cgil) di Brindisi. Prima donna, per giunta giovane, a capo di un sindacato tutto al maschile, nel Mezzogiorno.
Oggi si presenta alle porte del Ministero alle 7.30 del mattino, spesso prima che siano arrivati gli uscieri. La sveglia a casa suona alle 5.30, la colazione si riduce a un caffè. E si immerge nelle rassegne stampa, poi nella lettura avida, assetata dei quotidiani. "Ne legge almeno dieci ogni mattino", ci racconta la sua Capo segreteria, Alessia Fragassi, che la accompagna da anni. Mette un'energia assoluta in tutto quel che fa, credendoci tanto da coinvolgere chi la circonda. "Non si rimanda mai a domani quello che si può fare oggi", ripete sempre.
È una stakanovista. Al Ministero non erano preparati ai suoi ritmi. Negli ultimi giorni sono rimasti tutti convocati fino alle due di notte. Raramente si torna a casa prima delle 23. Un foglio bianco, pronto a essere firmato con le dimissioni, è rimasto sulla sua scrivania tutta l'ultima settimana. Al suo staff ha detto "Siamo in una partita esiziale, vinciamo o andiamo a casa". Fa sempre sul serio. Come quando ha deciso di lasciare il Pd - lei che colleziona tutte le sue vecchie tessere Pci - per seguire Matteo Renzi. Un incontro di affinità incredibile tra due anime dalla storia molto diversa. Mai avuto un ripensamento.
"Ascolta Renzi, ma decide da sola e non cambia idea", dicono di lei. L'uomo con cui si confida è un altro. Si chiama Abdellah El Motassime, marocchino di Casablanca. È stato il suo interprete durante un viaggio nel 1988 con la Flai Cgil in tema agroalimentare, ed è stato subito colpo di fulmine. Convolati a nozze nel marzo 1989 e da allora profondamente uniti.
"Vivono in connessione profonda", dice chi li conosce più da vicino. "È un punto di forza: lei sa di essere sostenuta in qualsiasi momento da un uomo umanamente esemplare, che ha una cura e un accudimento fortissimo nei suoi confronti".
Il loro unico figlio, Alessandro, studia medicina e non vuole saperne di fare politica: "È un modo diverso per dedicarsi agli altri". Era lui ad accompagnarla al Quirinale per il giuramento da ministro, quello con l'abito blu costato indecenti polemiche.
"Che non la feriscono", ci raccontano i suoi. "Ne ha viste e sentite tante, nella vita. Sa come rispondere a tono". E a proposito di risposte, ne ha per tutti. Il cerimoniale del Ministero le ha contestato i biglietti da visita. "Ministro, lei non può far stampare il suo numero di cellulare personale, altrimenti la chiamerà chiunque", le hanno fatto notare. Lei non ha fatto una piega. "Chi vuole chiamarmi, mi chiami". E ha messo il suo numero, senza schermi. Eletta deputata, trasferitasi da Lecce a Roma, si è trovata una casa vicino alla fermata del tram. E per andare a Montecitorio lo ha preso tutti i giorni.
Sale sul tram con la mazzetta dei giornali e qualche libro. Ha finito da poco di leggere la trilogia di Elena Ferrante. Storie di miseria e di riscatto, di ragazze del Sud. Storie che le ricordano le cicatrici che ha addosso. Con il tram che prende passa accanto al Nuovo Sacher di Nanni Moretti, di cui conosce i film a memoria, come quelli di Ken Loach. L'altra sera è tornata a casa, dopo la conferenza stampa di Palazzo Chigi, senza festeggiamenti. Ha abbracciato il figlio e il marito.
Lo staff che ha lavorato dietro le quinte conosce la cifra della sobrietà: "Ci ha detto di riposare per tornare l'indomani pronti, il lavoro non è ancora finito". I Cinque Stelle masticano amaro e sembra che Di Maio sia pronto, a partire dagli Stati Generali, a sfidare lo stesso Conte pur di rovesciare l'intesa sulla regolarizzazione.
Ma ieri il cellulare di Teresa Bellanova non ha mai smesso di squillare. L'hanno chiamata in tanti, per congratularsi, da Beppe Sala alla ministra Lamorgese, con cui questo successo è condiviso. E Emma Bonino l'ha voluta con sé per una diretta Facebook, entrambe emozionate. Una marea di messaggi le è arrivata dai vertici del Pd: "Brava, non hai mollato". Quello che le ha detto anche Giuseppe Conte, come lei pugliese, nato a mezz'ora di strada dalla Cerignola di Giuseppe Di Vittorio. Nel suo segno, è nata una nuova leader.
di Antonella Barone
gnewsonline.it, 15 maggio 2020
Il progetto di arte terapia Arte in libertà... Oltre le sbarre, ideato dagli studenti del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo, dell'Università del Salento, per la realizzazione di murales all'interno del carcere di Lecce, era iniziato a gennaio con un gruppo di detenuti del reparto infermeria. Poi l'emergenza Covid-19 ha determinato il blocco di tutte le attività all'interno degli istituti penitenziari. Da qualche giorno, come accaduto per le attività scolastiche e culturali in molte carceri, anche questo progetto ha intrapreso la via telematica per continuare i suoi lavori e aggiungere persino ulteriori occasioni di visibilità e condivisione di quanto realizzato nei laboratori.
Saranno documentati in un video, infatti, gli incontri online tra persone detenute in particolari condizioni di fragilità (alcune ricoverate in Infermeria), studenti coinvolti nel progetto, quattro volontari di servizio civile dell'Ufficio Integrazione Disabili "Università senza frontiere" e dieci studentesse del Dipartimento di Storia, Società e Studi sull'Uomo.
Le idee grafiche emerse e condivise nel ciclo d'incontri diventeranno murales non appena sarà cessata l'emergenza e possibile riprendere le attività interne al carcere. Intanto è già possibile vedere il primo video sui lavori in corso "a distanza", con l'intervento di Vanessa De Donatis, neolaureata in Psicologia all'Università del Salento sul canale youtube dell'Ateneo.
agensir.it, 15 maggio 2020
Sono già una sessantina i detenuti nelle carceri peruviane che sono morti per il coronavirus, mentre tra il personale penitenziario sono quasi una decina. "È una situazione molto grave, nella quale i diritti umani sono violati - spiega al Sir mons. Jorge Enrique Izaguirre, vescovo della prelatura di Chuquibamba e presidente della Commissione episcopale di azione sociale (Ceas) della Chiesa peruviana.
Come Ceas abbiamo chiesto al Governo, lo scorso 11 marzo, di fare fronte a questa emergenza, ma le risposte sono state molto lente. In generale, il Governo ha ben operato, ma su questo punto, pur essendo stati ascoltati, si è agito in modo poco tempestivo".
Il Covid-19, come accade in molti Paesi sudamericani, ha trovato nelle carceri terreno fertile, a causa di problemi mai risolti. Prosegue mons. Izaguirre: "C'è, innanzitutto un sovraffollamento che mediamente, a livello nazionale, raggiunge il 130% della capienza. Il problema tocca 54 istituti penitenziari su 69 e arriva a punte del 200% o addirittura del 500%.
È praticamente impossibile attuare misure di isolamento sociale. Il 40% dei detenuti è ancora in attesa di giudizio, per la lentezza del sistema". Eppure, dare un po' di respiro alla presenza nelle carceri sarebbe possibile: "Il 10% dei detenuti è composto da persone accusate di omissione di assistenza familiare, un tipo di reato per il quale sarebbero auspicabili forme alternative di pena". Ancora, aggiunge il vescovo, "assistiamo a un abuso della detenzione preventiva. Insomma, la situazione era già molto grave prima dell'arrivo della pandemia".
di Franco Venturini
Corriere della Sera, 15 maggio 2020
Alla nostra politica estera, o a quel che ne resta, si pone una questione latente da tempo che la liberazione di Silvia Romano ha plasticamente riassunto: dobbiamo essere alleati o rivali di chi ci aiuta ma ci pesta anche i piedi sull'uscio di casa? Non c'è stata soltanto la liberazione di Silvia Romano, che ha richiesto il fondamentale aiuto dei servizi turchi presenti in Somalia come un tempo lo eravamo noi. Non c'è soltanto la presenza militare turca in quella Tripolitania dove l'Italia ha cruciali interessi, e non ci sono soltanto le esplicite ambizioni di Ankara sui giacimenti energetici del Mediterraneo.
La Turchia del "Sultano" Recep Tayyip Erdogan, sulla scena internazionale a noi più prossima, si muove ormai come una potenza che non esita a usare la forza. Si pone allora alla nostra politica estera, o a quel che ne resta, una questione latente da tempo che la liberazione di Silvia Romano ha plasticamente riassunto: dobbiamo essere alleati o rivali di chi ci aiuta ma ci pesta anche i piedi sull'uscio di casa?
Gli elementi dell'equazione che dobbiamo risolvere sono noti, ma fanno impressione quando vengono considerati tutti insieme. La Turchia di Erdogan, anche in questo periodo di pandemia, non ha ceduto un centimetro delle sue ambizioni e talvolta della sua arroganza militare. Ankara alimenta una politica di penetrazione nei Balcani occidentali come fa la Russia, in competizione con quella della Ue e della Nato, pur essendo la Turchia un socio di rilievo dell'Alleanza. Ancora più spinti e costosi sono i suoi insediamenti in Africa, dove comincia a rivaleggiare seriamente con Cina e Russia. In Siria la Turchia si è dovuta parzialmente piegare ai voleri di Putin, ma l'interdipendenza è reciproca come si è visto anche nella crisi di Idlib. Erdogan ha sfidato persino l'America acquistando missili antiaerei russi S-400, in via di consegna anche se la loro attivazione è stata rinviata come è stato di fatto rinviato il castigo Usa (l'esclusione della Turchia dal programma degli aerei F35). In tempi di coronavirus la "diplomazia degli aiuti" della Turchia ha rivaleggiato con quella cinese e quella russa.
E poi ci sono le periodiche minacce all'Europa che usano come arma impropria i migranti siriani. Profughi senza più speranza che la Grecia è sin qui riuscita a contenere, anche grazie alla contro-minaccia del Covid-19. E ci sono, soprattutto, la Libia e il Mediterraneo. Le navi militari turche che allontanano dalle acque di Cipro chi ha titolo (come l'Eni) per effettuare prospezioni. Le mire non dissimulate sulle ricchezze energetiche della Tripolitania (dove gli interessi prevalenti sono di nuovo italiani) e anche delle acque contigue.
Risulta evidente da questo schematico riassunto che mentre su temi come i flussi migratori è l'Europa a dover scegliere una linea con i soliti tormenti che fanno il gioco di Erdogan, su altre questioni sono gli interessi nazionali a prevalere e quelli italiani sono, o dovrebbero essere, in cima alla lista. Serve una linea politico-economica e anche militare che non c'è, si viaggia sull'onda degli episodi alternando casualmente, senza una strategia complessiva, mani tese e linee rosse da non superare.
S'intende che siamo ormai abbondantemente fuori gioco nel Corno d'Africa come, colpevolmente, in molte altre contrade del Continente Nero. Ma qualche richiesta turca di restituzione di favori dopo la vicenda Romano potrebbe riguardare piuttosto Cipro e la Libia, e se ciò accadesse l'Italia deve essere pronta a rispondere nell'ambito di una visione strategica coerente e oggi mancante. A Tripoli in particolare, quale è la nostra linea?
Quando i principali giocatori della partita tenevano un piede con Serraj e l'altro con il cirenaico Haftar, noi eravamo schiacciati su Serraj per essere fedeli alla linea Onu. Ora che Serraj ha trovato nella Turchia un padrino ben più convincente e prontissimo a usare la forza o a fornire armamenti moderni, noi ci siamo collocati nella terra di nessuno in posizione equidistante, fedeli stavolta a un "Processo di Berlino" già morto e sepolto.
Eppure la partita italo-turca, e la credibilità reciproca, si giocano in Libia e nel futuro delle sue ricchezze energetiche. Mentre Erdogan spara volentieri e sogna una rivincita neo-ottomana, l'Italia balbetta, non crea proposte che non siano inutili conferenze, e non ha un fronte politico interno in grado di appoggiare un uso intelligente (come in verità è stato fatto a Misurata) dello strumento militare. Silvia Romano ci ha aiutati a sollevare un coperchio che la politica estera italiana preferiva tenere chiuso. Ora si tratta di affrontare quel che bolle in pentola.
di Franco Corleone
L'Espresso, 15 maggio 2020
La prima manifestazione che si organizzerà a Roma con uomini e donne in carne e ossa, dovrà essere davanti alla Ambasciata della Turchia con il fazzoletto giallo del Grup Yorum al collo.
Davvero grazie a Roberto Vecchioni che su Repubblica di domenica 10 maggio ha scritto un pezzo straziante sulla morte di un musicista del Grup Yorum dopo uno sciopero della fame di 323 giorni per protestare contro il divieto di tenere concerti, di suonare, di cantare che durava da cinque anni.
La libertà fa paura alle dittature, la Turchia di Erdogan vive sulla costruzione di complotti e di nemici perfetti. Ibrahim Gokcek, il bassista del gruppo musicale accusato di essere contiguo a movimenti di opposizione ha lasciato un messaggio tremendo di accusa: "ci avevano lasciato solo i nostri corpi per combattere".
Prima di lui sono morti Helin Bolek e Mustafa Kocak, dopo mesi di digiuno. Sono sconvolto, come è possibile che io, persona mediamente informata, non sapessi nulla di questa tragedia incombente? Ha ragione Vecchioni, il nostro Occidente è vile, indifferente e ora si culla nello spot demenziale del "tutto andrà bene".
Non sa, o finge di non sapere, che questo non è un caso isolato, poiché la Turchia negli ultimi anni è diventato un grande carcere, dove si può finire senza aver commesso alcun reato. Basta la generica accusa di "terrorismo", che lì (ma è lo stesso in tanti altri paesi) viene appioppata a migliaia di insegnanti, giornalisti, sindaci, parlamentari di opposizione. E chi non finisce in prigione viene estromesso dagli impieghi pubblici. Dopo il tentato golpe del 2016 sono stati licenziati anche 4.279 magistrati, 3.000 di loro arrestati.
È così che, come riferisce nell'ultimo numero il magazine internazionale Global Rights, che da anni denuncia e informa anche sui diritti umani nel regno di Erdogan, secondo i dati dello stesso governo, a gennaio vi erano ben 298.000 persone nelle 355 prigioni del paese, che però dispongono di soli 218.000 posti. Vi sono almeno 1.334 prigionieri malati di cui 457 in gravi condizioni. Vi si trovano persino 780 bambini, in prigione con le loro madri globalrights.info).
Del resto, basterebbe avere un po' di memoria per sapere delle condizioni delle carceri e dei diritti in quel paese, dove troppo spesso lo sciopero della fame sino alle estreme conseguenze è l'unica possibilità di protestare. Come avvenne, ad esempio, nel 2001, con decine di reclusi morti a seguito di un lungo digiuno e altre decine uccisi dall'assalto dei militari alle prigioni in lotta.
Ne scrisse il compianto Sandro Margara, per un troppo breve periodo a capo delle nostre carceri dopo essersi recato in Turchia con una delegazione di osservatori internazionali su Fuoriluogo nel gennaio 2001. La sua testimonianza si può leggere nella Antologia dei suoi scritti "La giustizia e il senso di umanità" che ho curato nel 2015.
Ora dunque sappiamo. Si può morire anche di indifferenza. La prima cosa da dire, forte, è che la prima manifestazione che si organizzerà a Roma con uomini e donne in carne e ossa, dovrà essere davanti alla Ambasciata della Turchia con il fazzoletto giallo del Grup Yorum al collo. Un silenzio agghiacciante dovrà far crollare i muri dell'intolleranza e della violenza. E solo allora come chiedeva Ibrahim potremo cantare "Bella ciao".
Per prepararci a quell'appuntamento potremmo iniziare una catena umana, di 323 persone di cuore, tante quanti i giorni del digiuno mortale, per uno sciopero della fame collettivo. Occorre dare corpo alla speranza di giustizia e libertà. Una democrazia non può vivere a lungo senza diritti, senza sorrisi, senza amore, senza fraternità. Covid o non Covid.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 15 maggio 2020
Un procuratore del Burkina Faso ha avviato un'indagine dopo che 12 persone sono morte, nella stessa notte, nel carcere della città di Fada N 'Golma, nella parte orientale del Paese, poche ore dopo essere state arrestate per presunti reati di terrorismo. Il caso è uscito allo scoperto dopo che l'ONG per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, ha accusato le forze di sicurezza del Burkina Faso di compiere esecuzioni sommarie di detenuti disarmati al termine delle loro operazioni contro sospetti militanti islamisti.
Il procuratore burkinabè, Judicael Kadeba, ha dichiarato in una nota, mercoledì 13 maggio, che almeno 25 persone sono state arrestate, nella notte tra l'11 e il 12 maggio, dalle forze di sicurezza e di difesa del Burkina Faso, in un villaggio nella zona di Fada N'Gourma, per sospetto terrorismo. "Sfortunatamente 12 di loro sono morti, nella stessa notte, nelle celle in cui erano stati rinchiusi", ha aggiunto Kadeba.
Human Rights Watch ha sottolineato che, ad aprile, i militanti islamisti hanno ucciso oltre 300 civili in Burkina Faso, e, in risposta agli attacchi, le forze di sicurezza hanno giustiziato centinaia di uomini per il loro presunto sostegno ai gruppi terroristici. I funzionari di Ouagadougou hanno promesso di indagare su accuse simili in passato, ma l'Ong sostiene che il governo non abbia ancora fatto abbastanza per condannare i responsabili di tali esecuzioni extragiudiziarie.
Il 9 aprile, i corpi di 31 uomini dell'etnia Fulani sono stati scoperti nella città settentrionale di Djibo, poco dopo essere stati arrestati dalle forze di sicurezza e portati via in un convoglio. Secondo le ricerche di Human Rights Watch, rese note il 20 aprile, le vittime sarebbero state giustiziate dall'esercito burkinabè nel corso di un'operazione antiterrorismo. "Il governo dovrebbe fermare l'abuso, indagare a fondo su questo terribile incidente e impegnarsi in una strategia antiterrorismo rispettosa dei diritti umani", aveva affermato il direttore di HRW per la regione del Sahel, Corinne Dufka, nel rapporto dell'organizzazione.
Le autorità del Burkina Faso lottano da anni per contenere i gruppi jihadisti della regione che, sempre più spesso, tentano di alimentare i conflitti etnici associandosi ai pastori dell'etnia Fulani. In questo modo, secondo quanto affermano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, i civili si ritrovano coinvolti nelle rappresaglie dei soldati e delle forze di sicurezza, diventando il doppio bersaglio dei terroristi e dell'esercito. Il Country Report on Terorrism 2018 del governo americano afferma che, a partire dal 2017, si è registrata nel Paese una lenta ma continua crescita delle attività jihadiste, specie lungo i confini con il Mali.
Lo stesso anno, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) si è unito ad al-Mourabitoun, Ansar al-Dine e al Macina Liberation Front per formare il Jamàat Nusrat al-Islam wal Muslimin (Jnim), gruppo attualmente molto attivo in Burkina Faso, insieme ad Ansarul Islam e all'ISIS in the Greater Sahara. Dal 2018, militanti jihadisti affiliati a diverse organizzazioni hanno condotto omicidi mirati, raid contro postazioni militari e di sicurezza, attentati con esplosivi improvvisati.
Per lungo tempo risparmiato dai gruppi armati attivi nel Sahel, il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo, è divenuto bersaglio dei movimenti jihadisti in seguito alla caduta dell'ex presidente Blaise Compaore, nell'ottobre 2014.
I militanti, alcuni legati ad al-Qaeda, altri allo Stato Islamico, hanno cominciato a infiltrarsi nel Paese dalle regioni del Nord, al confine con il Mali e con il Niger. Da lì, si sono poi spostati in altre direzioni, soprattutto a Est. Uno degli attentati di maggior impatto è stato condotto il 15 gennaio 2016, a soli due giorni di distanza dall'inaugurazione del nuovo governo, presieduto dal premier Paul Kaba Thieba. In tale occasione, alcuni militanti hanno sequestrato un hotel e un bar nel centro di Ouagadougou, causando la morte di 28 persone e il ferimento di altre 56, evidenziando le difficoltà della nuova amministrazione nell'attuare una risposta antiterroristica efficace.
L'assalto era stato rivendicato da al-Qaeda nel Magreb Islamico (Aqim), un'organizzazione terroristica islamista affiliata di Al Qaeda e attiva nell'Africa nord-occidentale. Il Burkina Faso è, insieme al Mali e al Niger, uno dei Paesi più colpiti dalla furia dei jihadisti nella regione del Sahel. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 4.000 persone sono rimaste uccise in attentati perpetrati lo scorso anno nei tre Paesi.
di Chiara Gentili
sicurezzainternazionale.luiss.it, 15 maggio 2020
Un procuratore del Burkina Faso ha avviato un'indagine dopo che 12 persone sono morte, nella stessa notte, nel carcere della città di Fada N 'Golma, nella parte orientale del Paese, poche ore dopo essere state arrestate per presunti reati di terrorismo. Il caso è uscito allo scoperto dopo che l'ONG per la difesa dei diritti umani, Human Rights Watch, ha accusato le forze di sicurezza del Burkina Faso di compiere esecuzioni sommarie di detenuti disarmati al termine delle loro operazioni contro sospetti militanti islamisti.
Il procuratore burkinabè, Judicael Kadeba, ha dichiarato in una nota, mercoledì 13 maggio, che almeno 25 persone sono state arrestate, nella notte tra l'11 e il 12 maggio, dalle forze di sicurezza e di difesa del Burkina Faso, in un villaggio nella zona di Fada N'Gourma, per sospetto terrorismo. "Sfortunatamente 12 di loro sono morti, nella stessa notte, nelle celle in cui erano stati rinchiusi", ha aggiunto Kadeba.
Human Rights Watch ha sottolineato che, ad aprile, i militanti islamisti hanno ucciso oltre 300 civili in Burkina Faso, e, in risposta agli attacchi, le forze di sicurezza hanno giustiziato centinaia di uomini per il loro presunto sostegno ai gruppi terroristici. I funzionari di Ouagadougou hanno promesso di indagare su accuse simili in passato, ma l'Ong sostiene che il governo non abbia ancora fatto abbastanza per condannare i responsabili di tali esecuzioni extragiudiziarie.
Il 9 aprile, i corpi di 31 uomini dell'etnia Fulani sono stati scoperti nella città settentrionale di Djibo, poco dopo essere stati arrestati dalle forze di sicurezza e portati via in un convoglio. Secondo le ricerche di Human Rights Watch, rese note il 20 aprile, le vittime sarebbero state giustiziate dall'esercito burkinabè nel corso di un'operazione antiterrorismo. "Il governo dovrebbe fermare l'abuso, indagare a fondo su questo terribile incidente e impegnarsi in una strategia antiterrorismo rispettosa dei diritti umani", aveva affermato il direttore di HRW per la regione del Sahel, Corinne Dufka, nel rapporto dell'organizzazione.
Le autorità del Burkina Faso lottano da anni per contenere i gruppi jihadisti della regione che, sempre più spesso, tentano di alimentare i conflitti etnici associandosi ai pastori dell'etnia Fulani. In questo modo, secondo quanto affermano le organizzazioni per la difesa dei diritti umani, i civili si ritrovano coinvolti nelle rappresaglie dei soldati e delle forze di sicurezza, diventando il doppio bersaglio dei terroristi e dell'esercito. Il Country Report on Terorrism 2018 del governo americano afferma che, a partire dal 2017, si è registrata nel Paese una lenta ma continua crescita delle attività jihadiste, specie lungo i confini con il Mali.
Lo stesso anno, Al Qaeda nel Maghreb Islamico (Aqim) si è unito ad al-Mourabitoun, Ansar al-Dine e al Macina Liberation Front per formare il Jamàat Nusrat al-Islam wal Muslimin (Jnim), gruppo attualmente molto attivo in Burkina Faso, insieme ad Ansarul Islam e all'ISIS in the Greater Sahara. Dal 2018, militanti jihadisti affiliati a diverse organizzazioni hanno condotto omicidi mirati, raid contro postazioni militari e di sicurezza, attentati con esplosivi improvvisati.
Per lungo tempo risparmiato dai gruppi armati attivi nel Sahel, il Burkina Faso, uno dei Paesi più poveri del mondo, è divenuto bersaglio dei movimenti jihadisti in seguito alla caduta dell'ex presidente Blaise Compaore, nell'ottobre 2014.
I militanti, alcuni legati ad al-Qaeda, altri allo Stato Islamico, hanno cominciato a infiltrarsi nel Paese dalle regioni del Nord, al confine con il Mali e con il Niger. Da lì, si sono poi spostati in altre direzioni, soprattutto a Est. Uno degli attentati di maggior impatto è stato condotto il 15 gennaio 2016, a soli due giorni di distanza dall'inaugurazione del nuovo governo, presieduto dal premier Paul Kaba Thieba. In tale occasione, alcuni militanti hanno sequestrato un hotel e un bar nel centro di Ouagadougou, causando la morte di 28 persone e il ferimento di altre 56, evidenziando le difficoltà della nuova amministrazione nell'attuare una risposta antiterroristica efficace.
L'assalto era stato rivendicato da al-Qaeda nel Magreb Islamico (Aqim), un'organizzazione terroristica islamista affiliata di Al Qaeda e attiva nell'Africa nord-occidentale. Il Burkina Faso è, insieme al Mali e al Niger, uno dei Paesi più colpiti dalla furia dei jihadisti nella regione del Sahel. Secondo i dati delle Nazioni Unite, circa 4.000 persone sono rimaste uccise in attentati perpetrati lo scorso anno nei tre Paesi.
di Franco Corleone
Il Riformista, 14 maggio 2020
Oggi tra gli ultrà giustizialisti, il membro togato del Csm parlava dieci anni fa della "vergogna dei non luoghi di pena". Se il carcere dev'essere opzione remota, nel rispetto della Carta, vanno liberati subito 30mila reclusi per piccoli reati.
Il 29 luglio la Società della Ragione ricorderà Sandra Margara a quattro anni dalla sua scomparsa e mi auguro che sia l'occasione per ripartire dalla Costituzione e fissare i punti di una grande e ambiziosa riforma, venti anni dopo l'approvazione del nuovo Regolamento del 2000.
di Davide Varì
Il Dubbio, 14 maggio 2020
"Ma quale emergenza, quale rischio pandemia tra i detenuti. Nelle carceri italiane si sta più al sicuro che allo Spallanzani. Di certo più che al supermercato". Insomma, stavolta il procuratore Nicola Gratteri inforca stetoscopio e provetta e, da novello virologo - un po' come la gran parte degli italiani in questi ultimi scorci di lockdown ci spiega che non c'è posto più sicuro dei nostri istituti di pena.
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