di Piero Sansonetti
Il Riformista, 15 maggio 2020
Il ministro Bonafede è andato ieri alla Camera dei deputati per rispondere su questo pasticcio delle scarcerazioni. In cosa consiste il pasticcio? Nel fatto che i magistrati, applicando la legge vigente (dal 1930) hanno scarcerato alcune centinaia di persone.
Per ragioni di salute. Quasi tutti anziani, quasi tutti a fi ne pena, tutti malati. Giornali e politici si sono indignati, naturalmente, e hanno iniziato a litigare furiosamente tra loro. A litigare per conquistare la palma del più indignato. Senza conoscere bene né la legge, né l'elenco degli scarcerati.
di Angela Stella
Il Riformista, 15 maggio 2020
L'accusa del presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze. "¬Un atto di sfiducia nella magistratura, in particolare di quella di sorveglianza. E comunque un provvedimento superfluo": è chiara la posizione di Marcello Bortolato, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Firenze, in merito alle ultime decisioni del Ministro Bonafede.
di Davide Dionisi
L'Osservatore Romano, 15 maggio 2020
In carcere la didattica a distanza sta consentendo il prosieguo dei corsi di formazione. In carcere si incontrano uomini e donne con storie particolari. A tanti di loro, prima di varcare la soglia di una casa di reclusione, sono state negate alcune possibilità. Prima fra tutte, quella di studiare. I loro destini passano attraverso strane combinazioni che esaltano alcuni tratti del carattere e ne sacrificano altri. In più di un caso ci si trova di fronte a detenuti che hanno rivelato doti intellettuali molto alte che, però, non avevano sfruttato prima per varie ragioni.
E questo è possibile rilevarlo soprattutto grazie alla scuola. L'istruzione, infatti, ha un ruolo fondamentale all'interno del sistema penitenziario soprattutto perché contribuisce ad abbattere la recidiva e aiuta il reinserimento. Il circuito virtuoso e la possibilità di mantenere vivo un costante rapporto con l'esterno attraverso l'insegnamento, avrebbe potuto registrare una importante battuta d'arresto a causa della diffusione del Covid-19.
I detenuti che nel corso dell'anno avevano costantemente seguito con interesse le lezioni si sono ritrovati improvvisamente nell'impossibilità di terminare un loro percorso didattico, che con l'aiuto della scuola avrebbe contribuito al proprio accrescimento culturale. Ma il problema è stato tempestivamente affrontato nei diversi istituti di pena e grazie alla didattica a distanza (Dad) sono tanti i detenuti che hanno ripreso a studiare.
Secondo Mauro Palma, Garante nazionale dei detenuti e delle persone private della libertà personale, "le nuove tecnologie possono essere un elemento di riavvicinamento di quella società che è oltre il muro del carcere. Le videochiamate, ad esempio, hanno offerto la possibilità agli ospiti di poter parlare con i propri cari in un tempo in cui le visite sono state sospese. Questo è accaduto anche con la scuola".
Palma rileva che "attualmente in Italia sono 926 i ristretti iscritti ai corsi universitari, per parlare del segmento alto, a cui corrisponde un segmento bassissimo di circa 1000 persone analfabete. L'auspicio è che dopo l'emergenza non si torni più indietro e che la Dad diventi parte integrante dell'approccio formativo. Così come avverrà in tutte le scuole del territorio. Non dimentichiamo - chiarisce il Garante - che il tempo carcerario scorre con un ritmo molto diverso rispetto all'esterno. Fuori il tempo è molto più veloce e c'è il rischio che un anno di pena faccia perdere tutta una serie di mutamenti che nel frattempo il mondo libero ha conosciuto. Mi riferisco ovviamente alla tecnologia e noi" ribadisce "un analfabeta tecnologico, una volta scontata la pena, non potremo mai reinserirlo".
Tra i primi istituti che hanno agevolato la ripresa dell'attività scolastica mediante l'utilizzo della didattica a distanza, c'è quello di Bergamo. Ai docenti del Centro Provinciale per l'Istruzione degli Adulti e dell'Istituto Alberghiero "Sonzogni" di Nembro è stata data la possibilità di proseguire il percorso scolastico interrotto dal virus. I detenuti, dal loro canto, hanno positivamente accolto la ripresa scolastica e gli incontri formativi. Ovviamente anche il personale di Polizia penitenziaria ha contribuito alla riuscita del progetto.
"Per noi è stato un cambiamento epocale", rivela Maria Teresa Mazzotta, direttrice della Casa di reclusione di Bergamo. "Stiamo utilizzando la sala teatro per garantire la distanza di sicurezza e permettere più facilmente ai ragazzi di interagire con gli insegnanti". Anche Mazzotta è convinta: "Si tratta di un punto di non ritorno per l'intero sistema e a beneficiarne sarà la continuità. Con la rete anche i docenti che non avevano sempre la possibilità di raggiungere l'istituto, da oggi potranno farlo accendendo il pc".
Da Bergamo a Porto Azzurro. Grazie ad accordi tra la Casa di reclusione locale e due scuole di Portoferraio, il liceo scientifico "Foresi" e l'istituto tecnico-commerciale e per geometri "Cerboni", è stata, infatti, attivata la didattica a distanza tramite una modalità che poco si discosta da quella utilizzata dalle scuole di tutto il territorio nazionale. I risultati sono stati sorprendenti. Il direttore, Francesco D'Anselmo, parla con soddisfazione dei "suoi" 110 studenti che, grazie alle lezioni on line, non hanno smesso di studiare: "Possono inviare messaggi e formulare domande", racconta D'Anselmo.
"Inoltre hanno la possibilità di chiedere anche che vengano rispiegati argomenti più ostici. Indietro non si potrà tornare. Il sistema classico verrà per forza di cose affiancato dall'insegnamento a distanza. L'istruzione è il migliore investimento per il Paese anche per coloro che, deviando dalla legalità, sono finiti in carcere. La strada che riconduce al reinserimento sociale passa dalla cultura. Ben vengano gli strumenti che ne potenziano e agevolano la sua diffusione", aggiunge il direttore della Casa di reclusione "Pasquale De Santis" di Porto Azzurro.
Anche agli studenti di Viterbo, attraverso le piattaforme più utilizzate in campo scolastico e grazie alle risorse messe in campo da scuola e carcere, è stato garantito il diritto allo studio.
"Le difficoltà organizzative legate all'utilizzo di una tecnologia diversa da quella utilizzata con studenti liberi, sono state pienamente superate", rivela Nadia Cersosimo, reggente del carcere di Viterbo-Mammagialla e direttrice della Casa di reclusione di Rebibbia.
"Ci siamo dovuti riorganizzare, ma avevamo già sperimentato l'efficacia della rete con i colloqui on line. Le nuove modalità didattiche hanno avuto evidenti risvolti positivi perché hanno completamente sconvolto l'idea di scuola, così come hanno sconvolto l'uomo detenuto che, grazie alla tecnologia, riesce a stare al passo con i tempi, a muoversi e a pensare così come accade all'esterno. E questo, fino a qualche mese fa, era impensabile", rileva Cersosimo.
Già da un mese sono riprese le lezioni anche per i 30 studenti detenuti del carcere di Massa Marittima, allievi dei percorsi formativi di prima alfabetizzazione, scuola media e primo biennio delle superiori. Gli iscritti si collegano via Skype a gruppi, due volte a settimana con gli insegnanti del Cpia di Follonica.
Ai percorsi di istruzione scolastica si sono affiancati i corsi di formazione professionale a distanza del laboratorio per la trasformazione dei prodotti agroalimentari del territorio, progetto sostenuto dal "Pulmino contadino" in collaborazione con Slow Food Monteregio.
Grazie ai collegamenti a distanza, è stato possibile riprendere le lezioni teoriche. Ma come è possibile spiegare a distanza le modalità di trasformazione dei prodotti della terra e renderli vendibili? "Parlando di sicurezza alimentare e illustrando tutti i processi a partire dal seme fino alla vendita di ciò che si è piantato", spiega Sauro Pareschi di Pulmino Contadino. "Devono capire e far capire, una volta usciti dal carcere e avviati a questo tipo di lavoro, ciò che si mangia e cosa contengono gli alimenti.
Abbiamo un prodotto biologico? Bene, ma come è arrivato fin qui? Quali energie sono state impiegate? Chi ci ha lavorato? Insomma la nostra didattica a distanza, in assenza di materia su cui lavorare, punta proprio a responsabilizzare il futuro imprenditore agricolo", aggiunge Pareschi. "Punta soprattutto a quella formazione lavorativa e a quell'istruzione che aiuta a migliorare la vita dei detenuti a partire proprio dalle mura degli istituti penitenziari".
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2020
Corte di cassazione - Sentenza n. 15122 del 14 maggio 2020. Anche la semplice fotocopia di una banconota può far scattare il reato di spendita di monete false qualora le circostanze - scambio veloce ed al buio - siano tali da non permettere all'interlocutore un immediato riconoscimento della contraffazione. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, sentenza n. 15122 di ieri, respingendo il ricorso di un uomo condannato (ex art. 455 c.p.) per aver consegnato a un fattorino di una pizzeria 100 euro falsi per pagare un conto di 17,30 euro.
"Benché la falsificazione fosse rudimentale - scrive la Quinta Sezione penale - in quanto la banconota contraffatta consisteva in una semplice fotocopia, priva di filigrana e tagliata in modo irregolare", cionondimeno "il contesto in cui la stessa era stata consegnata in pagamento: per strada, in maniera frettolosa, in condizioni di luce precarie ha reso la condotta concretamente idonea ad ingannare il ricevente, che ha nutrito soltanto qualche sospetto, poi dissolto soltanto dall'esame attento della cassiera della pizzeria, che aveva altresì una maggiore consuetudine con le banconote".
Per la Suprema corte va dunque ribadito il principio secondo cui, "in tema di falso nummario, la grossolanità idonea ad integrare gli estremi del reato impossibile (art. 49 cod. pen,) ricorre solo quando il falso sia riconoscibile ictu oculi dalla generalità dei consociati, espressa dall'uomo qualunque di comune esperienza, ed il relativo giudizio va riferito non solo alle caratteristiche oggettive della banconota, ma anche, in considerazione del normale uso delle stesse, alle modalità di scambio ed alle circostanze nelle quali esso avviene". In definitiva, il reato è impossibile per inidoneità della condotta soltanto "allorché la grossolanità della contraffazione renda il falso così evidente da escludere la stessa possibilità, e non soltanto la probabilità, che lo stesso venga riconosciuto da una qualsiasi persona di comune discernimento e avvedutezza".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 15 maggio 2020
Resi noti i dati in un incontro con i Sindacati. Attualmente sono 164 gli agenti penitenziari contagiati, mentre 28 i sanitari e 6 delle Funzioni Centrali. Poi ci sono i detenuti attualmente contagiati che salgono a 130 (di cui 2 ricoverati in strutture sanitarie), quattro però quelli morti e 77 sono i guariti.
Molti di questi dati, tranne i morti, sono stati indicati durate la riunione di ieri presso il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) su sollecitazione delle Organizzazioni Sindacali rappresentative, rispetto all'emergenza pandemica ancora in corso e alle misure di prevenzione e ristoro da adottare in favore degli operatori del Corpo. L'occasione di ieri è stata propizia solo per poter dare alcuni, principali, input all'Amministrazione, formalizzare richieste e acquisire primissime informazioni, anche se i tempi sono stati contingentati per sopraggiunti impegni istituzionali di Massimo Parisi della direzione del personale e risorse.
La Uil-pa della polizia penitenziaria ha reso pubblico lo svolgimento dell'incontro e, considerato il poco tempo a disposizione, ha in premessa chiesto l'aggiornamento della riunione a una prossima data ravvicinatissima e indicato, per punti, alcuni temi prioritari da affrontare, molti basati sulla trasparenza. Ad esempio, nel corso della riunione, ha avuto modo di invitare il Vice Capo del Dap, Roberto Tartaglia, a fare in modo che qualsiasi circolare e direttiva (non riservata) venga sistematicamente e tempestivamente inviata alle Organizzazioni Sindacali rappresentative (o altrimenti resa disponibile online) e che si ponga fine alla diffusione di notizie di "prima mano" nell'ambito di ristretti "cerchi magici".
Altri punti richiesti e da approfondire è la comunicazione sistematica dei dati completi sullo stato dei contagi, perché a detta della Uil non è sufficiente fornire il numero dei positivi se non si conosce il numero dei soggetti sottoposti a tampone. Chiede anche informazioni e organizzazione dei cosiddetti reparti Covid, anche con previsione di analisi cliniche periodiche al pari di quanti operano nei reparti ospedalieri dedicati alle malattie infettive.
La Uil chiede anche di discutere su un eventuale emanazione di un "decreto carceri", per una serie di misure urgenti in favore della PolPen, tra cui anche l'istituzione dei medici del Corpo, attese le gravi penalizzazioni che derivano dall'assenza di tali figure. Sono solo alcune dei punti che la Uil chiede di affrontare. Prima che la riunione fosse aggiornata a una prossima data sia Tartaglia che Parisi del Dap hanno condiviso la rilevanza delle problematiche poste e dei temi trattati, mostrando anche grandi aperture circa le richieste di trasparenza come la trasmissione dei dati del contagio e circolari.
di Franco Corleone
ilgiornaledellarchitettura.com, 15 maggio 2020
La grande riforma carceraria invocata e sempre rimandata va realizzata ora con obiettivi di bellezza e con ambizione. Scrivere questa nota nel momento in cui a causa della pandemia la detenzione è divenuta esperienza di massa può dare l'illusione che le riflessioni ripetute tante volte durante i decenni passati, siano accolte con maggiore attenzione. Milioni di uomini e donne sono prigionieri nelle loro case, senza libertà di movimento, senza possibilità d'incontrare amiche o amici, con il divieto di partecipare al funerale di una persona cara. Tutte esperienze che le detenute e i detenuti conoscono assai bene; con la differenza di conoscere il fine pena e di sognare la libertà e fare progetti per il futuro.
Nel 2009 la Società della Ragione organizzò a Firenze, presso il Giardino degli incontri del carcere di Sollicciano, un seminario su quali spazi per la pena secondo la Costituzione. Voglio proprio partire dal ricordare la decisione che assunsi da sottosegretario alla Giustizia di realizzare l'ultimo progetto di Giovanni Michelucci [immagine di copertina; guarda il documentario ufficiale], messo a punto con i detenuti dell'area omogenea del carcere fiorentino e sono fiero di avere fatto entrare l'arte e la bellezza in un luogo ai margini della città.
Dieci anni sono passati da quella intuizione di mettere al centro l'architettura versus l'edilizia, respingendo il parametro esclusivamente quantitativo legato all'ossessione di una risposta parossistica alla domanda di "più carcere". Questa bulimica ricerca di "più posti" in cui accatastare corpi rappresenta bene l'abbandono dei principi della Costituzione; al contrario, l'evocazione dell'architettura metteva in campo la ricerca di risposte sulla qualità della vita, anche in un luogo di costrizione e di sofferenza come il carcere, a cominciare dai bisogni essenziali dei suoi ospiti. "Bisogna aver visto" era il monito di Piero Calamandrei nel numero speciale del "Ponte" (1949), analizzando la situazione delle carceri italiane dopo i venti anni della dittatura fascista e il peso del tallone di ferro del Codice Rocco, con la proposta di una "Inchiesta sulle carceri e sulla tortura".
Inizia da quel momento la lunga teoria di tentativi di riforme e di chiusure in nome di sempre risorgenti emergenze. Invece che immaginare un grande piano di ristrutturazione degli edifici storici, legati alla storia delle città, adeguandoli alle prescrizioni della riforma del 1975 e al Regolamento del 2000, si sono costruiti mostri di cemento armato, carceri d'oro in realtà, disegnati da oscuri esecutori del potere burocratico per annullare le soggettività e schiacciare la dignità. Da una parte scelte legislative criminogene nell'affrontare con ideologie repressive e moraliste fenomeni sociali come il consumo di sostanze stupefacenti e l'immigrazione, dall'altra prassi amministrative pigre e feroci nell'applicare le misure alternative alla detenzione, hanno provocato il fenomeno indecente del cosiddetto sovraffollamento, il superlativo di una situazione già intollerabile. Piani carceri e stati di emergenza si sono susseguiti; poi è giunta la condanna della Corte europea dei diritti dell'uomo per trattamenti crudeli e degradanti. Che cosa è cambiato? Il sovraffollamento ultimamente aveva ripreso a mordere e nulla si stava facendo.
Il pericolo del contagio da Covid-19 nelle galere ha fatto immediatamente esplodere l'improvvisazione: cancellazione dei colloqui e dei permessi premio. L'Amministrazione penitenziaria è riuscita in un'impresa eccezionale: fare scoppiare una serie di rivolte come non accadeva da cinquant'anni, contraddicendo una valutazione di Adriano Sofri: "Non ci saranno rivolte e grandi scioperi delle carceri perché il loro è oggi un popolo di vinti e di divisi, di schiacciati; in pochissimi hanno la forza di rivendicare un diritto, fosse anche solo una branda al posto di un materasso lurido sul suolo. Intanto chiederanno qualche goccia in più di psicofarmaco o si tagliuzzeranno le braccia o la pancia. Non c'è da preoccuparsene dunque, per il momento".
Il momento invece è arrivato. La grande riforma invocata e sempre rimandata va realizzata ora con obiettivi di bellezza e con ambizione. Va dato un mandato agli architetti in sintonia con questo cambio di paradigma di ridisegnare gli spazi della pena, cominciando a concepire case delle donne e case per i minori da inserire nel contesto urbano, insieme alle case della semilibertà (magari inventando un nuovo nome) e housing sociale. Si è riusciti in una vera rivoluzione, la chiusura dei manicomi giudiziari; nulla è dunque impossibile. Una nuova legge sulle droghe e un sistema di welfare riconcepito può far dimezzare le presenze e rendere irriconoscibile il carcere, applicando finalmente il Regolamento di Alessandro Margara. Una concezione nuova deve prevalere: si è affermato spesso che il carcere deve essere un luogo di privazione della libertà senza altre afflizioni; ho qualche dubbio, se il fine è il reinserimento sociale attraverso la conquista di autonomia e responsabilità, questi obiettivi non possono essere raggiunti senza l'esercizio della libertà che ne è il presupposto. Certamente la limitazione è dettata dal non poter varcare il muro di cinta, ma all'interno si devono esplicare i diritti e la consapevolezza dei doveri della convivenza. Il carcere dei diritti deve scommettere anche sui tabù, come quello della sessualità, cioè sulla rottura di dispositivi proibizionisti, per la liberazione dei corpi incatenati. Ridisegnare le prigioni partendo dai luoghi e dagli spazi dell'affettività sarà una scommessa di civiltà, dopo avere abbattuto i banconi di separazione per i colloqui. L'altra priorità che invoco è di ridisegnare le celle con arredi meno miserabili e con servizi igienici che rispettino la privacy e l'igiene. Se il principio della democrazia era "una testa, un voto", nel carcere non si è neppure riusciti a garantire la misura di "una persona, un cesso". Ecco, si potrebbe partire da qui.
di Claudio Cerasa
Il Foglio, 15 maggio 2020
Cosa non dice il pm quando descrive le carceri come hotel a 5 stelle. Anche il procuratore di Catanzaro, Nicola Gratteri, è intervenuto sulla vicenda dei detenuti scarcerati durante l'emergenza coronavirus. "Era più pericoloso fare la spesa al supermercato che stare in carcere", ha dichiarato il pm al Fatto quotidiano, come a dire che, fosse per lui, si potrebbe pure pensare di arrestare più persone in modo tale da garantire loro maggiore protezione dall'epidemia.
"Due mesi fa avevo detto che era più facile essere contagiato in piazza Duomo a Milano che non nelle carceri di San Vittore o di Opera. Sono stato criticato e attaccato. Oggi i fatti mi danno ragione: i contagiati in carcere sono 159 su 62 mila detenuti", ha spiegato.
Peccato che Gratteri, nella sua rappresentazione delle carceri come hotel a 5 stelle, abbia dimenticato di dire che fino a oggi quattro detenuti sono morti per Covid-19, che ai 159 detenuti contagiati si aggiungono 215 agenti di polizia penitenziaria positivi al virus (dati del 1° maggio e sottostimati), che la situazione di costante sovraffollamento e promiscuità negli istituti di pena italiani (certificata e condannata innumerevoli volte dalla Corte europea dei diritti dell'uomo) rende impossibile ogni forma di distanziamento sociale, e infine che se si è riusciti a evitare un'ecatombe ciò è stato dovuto anche alla concessione dei domiciliari a circa settemila detenuti con bassi residui di pena, cosa che ha portato il numero di reclusi a 53.174 (e non 62 mila, come riferito dal pm).
Tutte queste dimenticanze sono servite a Gratteri per rinfocolare la polemica sui cosiddetti "boss scarcerati", che però, come già abbiamo fatto notare, in realtà non sono 400, ma soltanto tre, di cui un 78enne con patologie plurime che tra otto mesi avrà comunque scontato la sua pena, un malato di tumore che non può ricevere le cure nel territorio di reclusione e un condannato non definitivo.
Gratteri non ha dubbi: "Le scarcerazioni hanno minato la fiducia nella giustizia e nello Stato che avevamo faticosamente conquistato negli ultimi anni". Peccato anche qui che, secondo un sondaggio Ipsos dello scorso anno, la fiducia degli italiani nella magistratura sia ai minimi storici (35 per cento). Non proprio una conquista.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 15 maggio 2020
La morte del condannato fuori dal carcere racconta l'ingiustizia della vita in cella. Ecco perché una riforma simile sarebbe considerata oscena. È proprio inimmaginabile che un detenuto, a prescindere dai motivi che lo hanno condannato al carcere, possa morire in casa propria e col conforto dei propri familiari?
Oggi pare inimmaginabile. Semmai il nostro sistema prevede limitate e complicatissime ipotesi di differimento della pena quando uno sta molto male e a patto che non sia tra quelli che devono star dentro per forza, per quanto moribondi, perché hanno commesso delitti gravi.
Ma, nell'attesa dell'improbabilissima soppressione del carcere a vita, un provvedimento che per altezza civile e portata simbolica assomiglierebbe molto all'abolizione della pena di morte, della tortura, della schiavitù, del servaggio, insomma all'eradicazione dall'ordinamento delle più barbare forme di sopraffazione che l'uomo tanto facilmente predispone e cosi difficilmente, e a costo di esperimenti di riforma sempre assai impopolari, riesce a dismettere, sarebbe appunto questo: prevedere il diritto dei detenuti di morire, come si dice, nel proprio letto.
Nessuna ragione diversa rispetto al puro accanimento vendicativo impedisce che si approvi questa elementare guarentigia: la possibilità di entrare nella morte fuori dal chiuso di una cella. Nessuna motivazione diversa rispetto all'inumana assenza anche del più tenue trasalimento di misericordia si oppone a questa piccolissima revoca dell'inflessibilità penale: che l'ultimo sguardo del condannato sia in una camera familiare e verso quello di un parente, di un amico.
E tu che mi leggi, qualsiasi cosa tu possa pensare della pena e del carcere, sai perché sarebbe tanto più pericolosa, tanto più oscena, tanto più inaccettabile, questa minuscola riforma rivolta solo a permettere che la persona obbligata vivere in carcere possa almeno non morirci? Ecco perché: perché la morte del condannato fuori dal carcere racconta l'ingiustizia della vita dentro il carcere; perché la morte in libertà del condannato rimprovera la società che gli ha imprigionato la vita. E peggio per chi non capisce.
di Elisabetta Zamparutti
Il Riformista, 15 maggio 2020
Domenico è in carcere da oltre quarantatré anni. È entrato nel marzo del 1977, a 32 anni. Oggi ne ha 75. È nato in uno di quei comuni della Calabria che pone un marchio indelebile sulla carta d'identità. Segni particolari: nato a Platì. È già una condanna, preventiva, che attende solo il timbro di un tribunale per diventare una pena, detentiva. Se, poi, al luogo di nascita associ un cognome, la pena diventa ostativa a ogni istanza di grazia e giustizia. E Domenico, di cognome, fa Papalia. Quarantatré anni sono tanti. E sono ancora di più, oltre cinquanta, se si contano anche gli anni di "liberazione anticipata" per buona condotta che lo Stato - conscio della realtà delle sue prigioni - calcola come sofferti e somma al "presofferto" effettivo.
Si può dire che Domenico è in carcere da una vita, da mezzo secolo, da due generazioni. Una vita in galera merita una riflessione. Su chi è diventato Papalia dopo mezzo secolo e su cosa diventa uno Stato quando priva un uomo della libertà per mezzo secolo. Tutte le relazioni comportamentali danno atto del suo miglioramento e della rottura con logiche criminali. Entra in carcere analfabeta e arriva a frequentare l'Università. Mezzo secolo, due generazioni. Una, Domenico la vede sfumare per una disgrazia peggiore della perdita della libertà: la morte del figlio Pasqualino, colpito da un proiettile rimbalzato sulla campana della chiesa di Platì la notte di Capodanno del 1993. È la prova che nessuno vorrebbe mai vivere e di fronte alla quale ogni ingiustizia subita e ogni sofferenza patita sono poca cosa. Domenico si libera da un dolore insopportabile facendo del bene. Il padre onora la morte del figlio con un gesto d'amore. Decide di donare gli organi dell'unico figlio maschio. Da allora, la conversione del male per sé in bene per altri diventa pratica quotidiana.
La nonviolenza diventa la sua religione. Il partito di Marco Pannella diventa la sua fede politica. Papalia è tra i pochi iscritti al Partito Radicale quasi ininterrottamente dal 1990. Oggi Domenico testimonia la nonviolenza, anima e incarna il suo cambiamento nei laboratori "Spes contra spem" di Nessuno tocchi Caino nel carcere di Parma, nei quali continua la sua opera di conversione, fa emergere una coscienza totalmente orientata ai valori umani, al bene, all'amore da offrire come arma di riscatto. Sono testimoni del suo cambiamento direttori, agenti, detenuti che lo hanno conosciuto e che ci hanno detto di lui nei vari istituti dove ci siamo recati.
La loro parola allontana ogni ombra che possa far pensare a una sua attuale pericolosità. Per questo, una richiesta di grazia parziale, volta alla commutazione della pena dell'ergastolo in quella di anni trenta di reclusione, è stata presentata il 29 gennaio 2018. Ma, dopo oltre due anni, ancora non sappiamo nulla dello stato della istruttoria al Ministero della Giustizia mentre siamo a conoscenza del fatto che quella del magistrato di sorveglianza di Cagliari, cui l'istanza è stata presentata, è stata completata.
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Già nel 1993, Ferdinando Imposimato, convinto della innocenza dell'uomo che ha rinviato a giudizio, leva la sua voce a favore della grazia per Domenico Papalia. Imposimato sostiene l'iniziativa assieme a Francesco Catanzariti, storico sindacalista della Cgil e una vita in prima linea nella lotta alla 'ndrangheta. Voci profetiche che preludono all'assoluzione, decisa tre anni fa alla Corte d'Appello di Perugia, dalla condanna all'ergastolo per l'omicidio di Antonio D'Agostino, una delle tre condanne definitive per omicidio che lo hanno tenuto in carcere per tutti questi anni.
Condanne che si riferiscono a fatti antecedenti al 1990 ma che, per interpretazione giurisprudenziale retroattiva, ricadono nell'ostatività introdotta nell'ordinamento penitenziario nel 1991. Così, l'uomo che per buona condotta esce in permesso premio, rispetta sempre le prescrizioni, va in ospedale senza scorta e lavora all'esterno senza mai porre alcun problema, si vede imporre all'improvviso un blocco automatico a ogni progressione trattamentale. Un blocco che, però, nel tempo si trasforma in un lasciapassare alla progressione dell'aggravamento delle sue condizioni di salute.
Una relazione medica illustra un quadro clinico generale compromesso e peggiorato nel corso della sua lunga detenzione: concreto rischio di arresto cardiaco con esito infausto, apnee notturne di natura ostruttiva, riduzione delle basi polmonari, cardiopatia ischemico ipertensiva come ulteriore complicanza di diabete mellito. Un quadro clinico che rende Papalia, non solo specificamente vulnerabile all'eventuale contrazione del coronavirus, ma anche assolutamente bisognoso di interventi urgenti e non più derogabili, che possono essere assicurati solo fuori dal carcere, essendo la sua detenzione - conclude la relazione medica - "un deterrente alle cure dovute".
Sono consapevole dell'attuale clima, mediatico e politico, che inquina l'idea di giustizia con quella di vendetta al punto da diventare intimidatorio rispetto a ogni atto di buon senso. Ma sono convinta che ci sono momenti nel corso dell'esistenza tanto degli esseri umani quanto delle istituzioni, che gli uomini - tutti! - rappresentano, in cui anche le prove di forza più dure, quelle che trascinano tutto e tutti negli inferi, arrivano ad un momento in cui l'evoluzione si impone. Vale per la storia di un Paese che ha vissuto solo di stati di emergenza, in cui a emergere - soprattutto in Calabria - è stato un regime pieno e incontrollato di leggi, processi e carceri speciali.
Vale per la storia di un uomo indiscutibilmente cambiato nel corso della pena, ma che rischia oggi di morire nelle mani di uno Stato che ha abolito la pena di morte ma che continua a praticare la morte per pena e la pena fino alla morte. E allora, la concessione della grazia, seppur parziale per Domenico Papalia, diventa il momento propizio per far guadagnare allo Stato la forza propria dello Stato di Diritto, per far esprimere allo Stato tutto il suo talento, parola greca che richiama la bilancia, simbolo della Giustizia, equilibrata dalla clemenza.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2020
Ufficio di Sorveglianza di Siena - Decreto 10 maggio 2020. Una "fase di relativa rimessione della diffusione dell'epidemia, con riduzione dei nuovi contagi e delle infezioni". Una riga, associata alla disponibilità presso la struttura sanitaria di un istituto penitenziario, per fare rientrare in carcere dagli arresti domiciliari il boss mafioso Antonino Sacco. Per Sacco la detenzione domiciliare è durata poco più di un mese, essendo stata disposta il 6 aprile. Il primo effetto del decreto legge 29 approvato sabato scorso dal Consiglio dei ministri per arginare l'effetto scarcerazioni, dovute a ragioni di salute, preesistenti, ma aggravate dall'emergenza sanitaria.
Il provvedimento dell'ufficio di sorveglianza, il primo in assoluto e destinato a costituire un prototipo di quelli che verosimilmente saranno assunti nelle prossime ore, è scarno e, nelle motivazioni, valorizza 2 elementi. Il primo è rappresentato dalla comunicazione del Dap sull'individuazione di un posto disponibile in una struttura carceraria "dotata di ampia offerta specialistica anche avvalendosi, se del caso, delle strutture sanitarie del territorio". L'altro è determinato dall'attenuarsi degli effetti del Covid-19.
Immediati i tempi del decreto dell'ufficio di sorveglianza, il giorno stesso dell'arrivo della segnalazione del Dap, e nessuna possibilità per la difesa di fare sentire la propria voce. Punto sul quale, tra l'altro si concentrano le contestazioni delle Camere penali, per la quali si tratta di un nuovo esempio di un'ormai diffusa "infedeltà alla Costituzione".
E ieri, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha fatto il punto della situazione in audizione davanti alla commissione Giustizia della Camera, dichiarando che sono 498 il numero dei detenuti in alta sicurezza usciti dal carcere per ragioni di salute e destinati agli arresti domiciliari, la cui condizione ora sarà possibile riconsiderare sulla base del decreto. Bonafede ha anche tenuto a sottolineare "di non avere mai scaricato nulla sui magistrati di sorveglianza, ma mente chi dice che potevo influenzare quelle decisioni". In carcere, ha annunciato Bonafede, a oggi ci sono 110 detenuti positivi al coronavirus, 3 ricoverati e 98 guariti.
Critiche le opposizioni. Per la deputata di Forza Italia Giusi Bartolozzi, ex Gip, Bonafede è stato costretto a intervenire ripetutamente con decreti legge, quando avrebbe per tempo potuto disciplinare per tempo il problema del reato ostativo e lo scioglimento del cumulo delle pene, come pure procedere alla riforma dei benefici penitenziari.
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