di Massimo Franchi
Il Manifesto, 16 maggio 2020
La richiesta di impunità di Confindustria. "Dare copertura al lavoratore va distinto dalla responsabilità penale del datore". È la regola del pendolo. Finché la paura di morire e ammalarsi dominava i ragionamenti dell'opinione pubblica gli infermieri erano eroi, si piangeva per le cassiere e i postini che morivano essendosi beccati il Covid-19 sul lavoro.
E ci si indignava per i rider e gli addetti della logistica e di Amazon che si contagiavano perché sprovvisti di mascherine. Ora che è tutto un "Aprire subito perché sennò si muore di fame", di chi si ammala non frega più niente a nessuno e anche le grandi multinazionali gridano allo scandalo e chiedono uno "scudo penale" contro il rischio di essere chiamate a rispondere di contagi-infortuni sul lavoro dovuti al mancato rispetto delle prescrizioni di legge.
L'obiettivo di Confindustria però è più alto e neanche tanto celato: sfruttare il vento contrario alla burocratizzazione per ridiscutere tutto il Testo unico sulla sicurezza sul lavoro, avendo mani libere per non poter mai essere responsabile di infortuni e morti. Da ormai una settimana i giornali vicini agli industriali portano avanti una martellante campagna, naturalmente subito colta dai loro amici di Italia Viva: "Gli imprenditori hanno già abbastanza problemi, non possono rischiare di essere trascinati in tribunale", dichiarava ieri il capogruppo renziano al senato Davide Faraone.
Solo il manifesto, citando il giudice di Corte di cassazione Roberto Riverso, ha spiegato come si trattasse di una bufala totale: il decreto Cura Italia ha previsto infatti una depenalizzazione della responsabilità penale dei datori di lavoro ed anzi li ha esentati dall'aumento dei premi Inail previsti nel caso di aumento di infortuni nella propria azienda.
Ieri lo ha confermato - sebbene con una nota degna di circonlocuzione - la stessa Inail. Se qualche giorno fa il suo direttore generale Giuseppe Lucibello si era detto favorevole allo scudo penale, l'istituto nazionale per l'assicurazione contro gli infortuni sul lavoro ha dovuto precisare che "i criteri applicati per l'erogazione delle prestazioni assicurative ai lavoratori che hanno contratto il virus sono totalmente diversi da quelli previsti in sede penale e civile, dove è sempre necessario dimostrare dolo o colpa per il mancato rispetto delle norme a tutela di salute e sicurezza".
"La nota Inail è molto chiara - commenta il giudice Riverso - e riprende una base del diritto: dallo stesso fatto - il contagio per Covid-19 - possono ricadere conseguenze diverse dal punto di vista assicurativo, civile e penale. L'accordare al lavoratore copertura Inail non significa che ci sia responsabilità penale del datore di lavoro". La campagna di stampa per lo scudo penale alle imprese si basa infatti sull'articolo 42 della legge di conversione del Cura Italia (legge 18/2020) che "ha previsto come la contrazione del virus dia luogo ad infortunio piuttosto che a malattia - continua Riverso.
Ma ciò è stabilito solo ai fini della sua protezione indennitaria nell'ambito del sistema dell'assicurazione obbligatoria Inail e non si occupa della responsabilità datoriale. Per perseguire penalmente un'infezione da coronavirus contratta sul lavoro - osserva Riverso - non c'è alcuna necessità di verificare se essa dia luogo ad una malattia piuttosto che ad un infortunio professionale. La lamentazione di parte datoriale tende a ottenere un più generale salvacondotto rispetto alla eventuale sottoposizione alle normali azioni civile e penali.
Una richiesta di protezione che è totalmente ingiustificata dal momento che già i principi in vigore e la loro prassi applicativa non consentono di condannare nessun imprenditore per omicidio o lesioni colpose quando egli rispetta le regole precauzionali. Il fronte datoriale agita questioni strumentali, inesistenti, che nascondono la realtà e che mirano ad ottenere un privilegio incostituzionale", conclude Riverso.
Anche la Cgil commenta la nota Inail che "riafferma i corretti profili di responsabilità nel contesto dell'epidemia, già presenti e ben consolidati nel nostro ordinamento e nel testo Unico sulla sicurezza nei luoghi di lavoro. Comprendiamo che la nota sia stata determinata da campagne a volte strumentali, ma è stato opportuno farla", sottolinea la segretaria confederale Rossana Dettori. La Cgil si dice invece "sorpresa" dalla dichiarazione del presidente dell'Inail Franco Bettoni - "per riconoscere l'infortunio si richiede documentazione molto precisa dell'occasione e modalità del contagio" - e chiede "all'Inail di essere coerente con il meccanismo di presunzione semplice con un riconoscimento pressoché automatico annunciato appena dopo il Cura Italia".
di Francesca Scopelliti
Il Riformista, 16 maggio 2020
Nell'anniversario della sua morte si impone una riflessione dolorosa. Si dice che il caso di Enzo resta attuale, ma l'attualità è degna di lui? "Chi vive nella libertà ha un buon motivo per vivere, combattere e morire".
In questa massima di Winston Churchill si può riassumere la vita di Enzo Tortora, quella di giornalista prima, di politico poi. E sullo sfondo la guerra la seconda guerra mondiale per Io statista inglese, quella personale per Tortora. Una guerra vinta, la sua, che però gli ha provocato ferite mortali, nel fisico, non certo nell'anima.
Enzo è rimasto fino alla fine un uomo perbene, morto il 18 maggio del 1988 a causa di una giustizia malata i cui sintomi non si sono voluti studiare e la terapia nemmeno ipotizzare. Si dice che il caso Tortora sia sempre attuale.
È vero. Ma l'attualità è degna del caso Tortora? È degna della sua grande e nobile battaglia per la giustizia giusta, che fu anche di Marco Pannella e dei Radicali? A seguito delle nefandezze della procura di Napoli con Felice Di Persia e Lucio Di Pietro, c'era un Paese in grado di reagire e interagire. C'erano fior di quotidiani che scrivevano malvagità, infamie, con la firma anche di autorevoli giornalisti, ma che venivano letti e dibattuti.
All'epoca c'erano Leonardo Sciascia, Enzo Biagi, Giorgio Bocca, intellettuali capaci di "sporcarsi le mani": chi c'è oggi? Marco Travaglio! Il direttore del maggior quotidiano governativo, il quale - consumata la sua dose di garantismo per sé stesso e per qualche amico - etichetta tutti come colpevoli. A prescindere da ogni principio giuridico.
E lo fa con la sicumera di chi - tronfio del proprio pensiero - non accetta critiche e repliche. Oggi abbiamo i social che intossicano il Paese: parole e immagini che uccidono la dignità, la reputazione, il buon nome di chicchessia e che sfociano nella sguaiatezza delle inchieste televisive. Programmi popolari e pomeridiani, rivolti alla famosa casalinga di Voghera che assunte la verità mediatica come verità vera. E così l'esortazione volterriana "calunniate calunniate, qualcosa resterà" diventa indispensabile, un "must".
E di conseguenza, il garantismo non è più negoziabile. Abbiamo una politica penale che vuole le carceri sempre più piene e gli avvocati sempre più silenti e sottomessi, perché, come dice il ministro Bonafede, non ci sono innocenti che vanno in carcere, ma - come precisa Pier Camillo Davigo - "solo colpevoli che la fanno franca".
Una politica che vuole i processi da remoto, violando il diritto alla difesa, che vuole abolire la prescrizione (un male necessario) violando il principio costituzionale della ragionevole durata del processo.
Insomma, nonostante gli anni Ottanta abbiano siglato la vergognosa vicenda del maxi blitz napoletano, vero caso di macelleria giudiziaria, oggi mancano quelle munizioni capaci di neutralizzare questo diffuso populismo giustizialista.
Banalizzando: se nell'87 ci avessero fatto il tampone sul giustizialismo saremmo risultati negativi. Non a caso in quell'anno il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati fu vinto con oltre 1'80% di sì, non a caso qualche anno prima lo stesso Tortora, agli arresti domiciliari e in attesa di giudizio, fu eletto al Parlamento Europeo con oltre 500mila voti di preferenza.
Esprimendo, così, anche un giudizio di innocenza. Oggi quello stesso tampone risulterebbe positivo al virus del giustizialismo, perché mancano gli anticorpi, manca la cultura. Manca la politica. Oggi mancano Tortora, Pannella, portatori sani di quella sacrosanta battaglia per la giustizia giusta. Oggi manca il coraggio della politica di convocare intorno a un tavolo tutte le parti in causa, magistratura, avvocatura e - perché no - media, per la gestazione di una riforma non più rinviabile, destinata a ristabilire gli equilibri democratici e costituzionali.
Oggi manca al Ministero della Giustizia una donna come Teresa Bellanova, capace di commuoversi per aver ottenuto una legge che difende il diritto e la legalità. Giuliano Ferrara nella prefazione del libro che raccoglie le lettere inviate dal carcere. scrive: "... ogni tanto penso che morendo di passione e di dolore il tuo Enzo ha perso tutto, e si è perso a tutti, ma ha guadagnato l'oblio su quel che sarebbe accaduto".
E a noi che invece viviamo "quel che sarebbe accaduto", con ancora maggiore tristezza, ricordiamo che sono passati 32 anni dalla morte di Enzo Tortora e 4 da quella di Marco Pannella e che, semplicemente, ci mancano.
di Salvatore Garzillo
milano.fanpage.it, 16 maggio 2020
Nel solo distretto di Milano sono state 1.200 le scarcerazioni dall'inizio dell'emergenza. Il Covid-19 è il vero decreto svuota-carceri? A leggere i numeri sembra proprio di sì ma la questione non è così semplice. Il coronavirus ha svelato tutte le falle del sistema carcerario italiano, i problemi (a partire dal sovraffollamento), le polemiche (per la scarcerazione dei boss al 41 bis) e le ipocrisie (il diritto alla risocializzazione negato ad alcuni detenuti "speciali").
"La verità è che non si può stabilire per nessuno che debba espiare tutta la pena in carcere fino alla morte, questo è il succo giuridico del discorso", commenta a Fanpage.it Giovanna Di Rosa, presidente del Tribunale di Sorveglianza di Milano ed ex membro del Consiglio Superiore della Magistratura. "La questione dei 41 bis è molto complessa ma bisogna uscire da questa macedonia disinformativa e capire che è stata solo applicata la legge. Niente di più".
Il Tribunale di Sorveglianza è una creatura strana, lavora per la maggior parte del tempo nell'ombra salvo poi diventare il centro dell'attenzione mediatica al primo problema che coinvolge il mondo-carcere. Eppure è fondamentale perché da qui passano le decisioni sulle misure alternative e l'ultima parola sulle scarcerazioni.
"Noi facciamo la giustizia 'buona', e con questo non intendo dire che ce n'è anche una cattiva, semplicemente che interveniamo quando la condanna è stata già emessa e quindi al massimo possiamo migliorare la condizione di una persona - continua Di Rosa, che ci accoglie in un tribunale di Milano ancora spettrale per le misure di distanziamento - Tenga presente che le condanne a volte arrivano anche a distanza di 10-15 anni dal fatto. È un tempo in cui le persone cambiano, e sta a noi cogliere quel cambiamento e decidere sulla misura adatta al condannato".
Finché si parla di un piccolo furto tutto è chiaro e condivisibile, la situazione si complica quando il protagonista è un boss al regime di 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Nelle ultime settimane quasi 400 detenuti in questo stato, in tutta Italia, hanno beneficiato della scarcerazione per vari motivi legati al rischio di contagio da Covid-19. Anche reggenti di clan, capibastone di 'ndrangheta e padrini di mafia. "Al 41 bis ci sono tutte persone estremamente anziane e molte con problemi di salute gravi che non sempre possono essere gestiti in carcere - prosegue il presidente Di Rosa - Teorizzare che non si possa mai intervenire in queste situazioni vuol dire rivalutare la legge esistente. Il 41 bis è una scelta legislativa nella cornice costituzionale e, con questa Costituzione vigente, è previsto che lo Stato tuteli il diritto alla salute di queste persone. Ma è sempre stato così, ben prima del Covid".
Sono circa 30 i casi di detenuti positivi al Covid, un numero davvero basso se consideriamo le condizioni di sovraffollamento delle celle e la promiscuità continua. Un risultato, forse, merito proprio di quelle scarcerazioni che hanno alleggerito le tensioni scoppiate all'inizio di marzo nei vari penitenziari. "Il 9 marzo mi trovavo a San Vittore quando è scoppiata la rivolta - racconta per la prima volta Di Rosa - Ero lì proprio per una riunione sul coronavirus quando ho sentito battere sulle porte delle celle, poi urlare e infine puzza di fumo. In pochi minuti è scoppiato l'inferno. Ho visto gente salire e scendere dal tetto, c'erano capi che guidavano l'azione e richiamavano altri. Mi è sembrato tutto così irragionevole, la problematica del Covid era sullo sfondo, una scusa. Poi, dopo tantissime ore di dialogo, si sono arresi".
La mattina di sabato 28 marzo un incendio ha distrutto il settimo piano del tribunale milanese. Il rogo è partito dalla stanza del gip e si è rapidamente allargato a quelle adiacenti, tra cui l'ufficio del Tribunale di Sorveglianza, distruggendo un numero indefinito di atti e costringendo a correre ai ripari in una situazione lavorativa già compromessa dall'emergenza.
C'è un'indagine in corso per accertare le cause, al momento sembra si sia trattato di un cortocircuito. Di Rosa e i suoi collaboratori si sono trovati d'un tratto senza "casa", hanno raccolto tutto ciò che era sopravvissuto a fiamme e fumo e si sono trasferiti al piano terra, in un'aula normalmente utilizzata per i processi. Migliaia di fascicoli sono appoggiati sulle panche, 3-400 cartelline verde riguardano le liberazioni anticipate. In fondo campeggia la scritta "la legge è uguale per tutti".
"È un'aspirazione ideale a cui bisogna assolutamente tendere. Ma le storie non sono uguali per tutti. Ci sono storie di persone che sono arrivate in condizioni di marginalità sociale da cui è derivata la marginalità che ha portato al crimine. Bisogna dare interpretazione a quell'essere 'uguale per tutti', per tutti coloro che sono nelle stesse condizioni. Che non è un tutti assoluto. Ecco - conclude il magistrato - la legge sarebbe uguale per tutti".
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 16 maggio 2020
Succede che a inizio marzo un cittadino marocchino, recluso nel Cpr di Gradisca da mesi, nomini un difensore di fiducia per cercare di ottenere un obbligo di dimora; è stanco, e non poco, di restare rinchiuso in attesa di un rimpatrio che appare sempre più lontano e suo fratello, regolarmente in Italia, è ben disposto a ospitarlo. L'udienza per la proroga della detenzione amministrativa viene fissata a ridosso del 25 aprile e l'avvocato vi partecipa determinato a cercare di toglierlo da quella galera dove la noia quotidiana è interrotta soltanto dal rancio riscaldato arrivato, come ogni mattina, da Padova.
L'udienza si svolge dentro il CPR, come avviene sempre, in una stanza neanche tanto grande dove si riuniscono tutti: il Giudice di Pace, qualcuno degli uffici interni, altri avvocati. Non dura pochissimo perché l'avvocato le prova tutte per convincere il giudice a lasciare che il suo assistito raggiunga il fratello ma non c'è niente da fare. Non resta che dare la brutta notizia al ragazzo marocchino: parlano, vogliono capirsi bene e meno male che c'è un mediatore culturale a dare una mano.
Qualche giorno dopo l'avvocato impara sgomento che il suo assistito è positivo a covid-19. Chi glielo dice? Il fratello del ragazzo che gli telefona allarmato. Nessun altro lo contatta. L'avvocato trasecola: non c'è nulla nel fascicolo sullo stato di salute del suo assistito, nessun esame diagnostico né alcun riferimento a covid-19. Perché nessuno lo ha avvisato? Quando e chi ha rilevato la positività al virus? Cerca di avere più notizie ma il ragazzo marocchino, al telefono, ha capito poco anche lui se non che sì, è positivo a covid-19. Forse gli avevano fatto il tampone il lunedì prima, forse era quell'infermiera gli aveva messo un batuffolino in bocca e lui non aveva capito cosa fosse.
Proprio in quei giorni era comparso in televisione l'assessore regionale alla salute Riccardi: "Sono stati confermati tre casi di positività al Covid-19 tra le persone trattenute all'interno del Cpr di Gradisca d'Isonzo. I soggetti si trovano in un'area isolata e non risultano casi di infezione tra le Forze dell'ordine e gli operatori della struttura". Sembrava una conferma, almeno dei tempi.
Ma perché lui, l'avvocato, non aveva saputo subito della contagiosità del suo assistito? E con lui tutti gli altri, tutti quelli che avevano partecipato alle udienze per tutta la settimana, per esempio?
Non si capisce. E non si capisce nemmeno quale sia la situazione reale. La sindaca di Gradisca ricorda che c'è già stato un allarme Covid a inizio aprile con un migrante nigeriano arrivato positivo da Cremona. Linda Tomasinsig, in contemporanea all'intervista televisiva di Riccardi, riferisce quello che risulta a lei (dalla Prefettura, dice): "Ieri un detenuto è stato rilasciato per aver terminato il suo periodo di trattenimento. Oggi sono pervenuti i risultati dei tamponi effettuati nei giorni scorsi che hanno rivelato la presenza di cinque positivi tra i detenuti. Tra questi, anche il detenuto già rilasciato. Dopo le ricerche delle autorità è stato rintracciato a Pistoia nel pomeriggio e lì gli è stata notificata la quarantena. La notizia della presenza di cinque detenuti positivi a Covid-19, in aggiunta al caso dello scorso mese, ha alimentato la protesta all'interno della struttura"
Vero, gli incidenti, i materassi in fiamme, ci sono stati e si sono ripetuti per un paio di giorni. Poi un altro distinguo arriva da No-Cpr: "Il 24 aprile, da dentro il Cpr ci fanno sapere che ci sono almeno cinque persone positive al Coronavirus. Sono rinchiuse nelle celle comuni, con altri. La Regione dichiara che ci sono tre persone positive in isolamento: è falso. Abbiamo le fotografie. Tutte le persone trovate positive hanno portato i materassi fuori dalle celle, per dormire nelle gabbie all'aperto e non infettare i propri compagni." Un bel casino, ma le proteste si sono calmate e il problema può essere archiviato.
L'avvocato, in quarantena volontaria, raccoglie elementi come può: probabilmente, il 20 di aprile, sono stati fatti i tamponi a tutti i migranti. Probabilmente tutte le risposte sono arrivate il 24. Chi l'ha deciso? Quando? Perché? Perché quella totale mancanza di informazioni? Secondo l'assessore Riccardi è tutto sotto controllo ma, sotto la rassicurazione, alcune domande restano sospese senza risposta. E poi c'è un secondo migrante assistito dal nostro avvocato che risulta positivo al coronavirus: anche questo lo impara a posteriori ma, almeno questa volta, è una notifica che gli arriva dal Cpr. L'ansia aumenta, manco a dirlo: anche con questo era andato a colloquio proprio la settimana precedente.
Intanto le informazioni continuano a sbattere una contro l'altra. La sindaca di Gradisca, pochi giorni dopo, scrive su fb: "Ho chiesto alle autorità competenti più sicurezza per chi lavora in questo centro, forze dell'ordine, operatori della cooperativa e della giustizia che gravitano attorno alla struttura, affinché vengano eseguiti i tamponi a tutti. Al momento questo non mi risulta sia stato fatto". Tamponi fatti, tamponi non fatti, tre positivi, cinque, sei, migranti, polizia, avvocati ... l'unica cosa certa è che non si capisce, che come la giri qualcosa non torna. Come funziona la gestione del Cpr? Come funziona l'informazione sui contagi? Chi sa esattamente cosa sta succedendo? L'avvocato ottiene un tampone negativo. Meglio così, ma resta il problema e non è un caso personale. Avviene così che l'avv. Giovanni Iacono (perché questa è una storia vera, ahimè) decide di inviare un esposto alla Procura della Repubblica di Gorizia perché sia questa a valutare "gli eventuali profili d'illiceità penale".
Ci mette la sua faccia, ma fa domande che riguardano tanti: le cose non dette, le contraddizioni, una struttura securitaria e la fitta nebbia che la nasconde. Servono risposte. All'avv. Iacono, ai suoi colleghi, a chi abita o lavora intorno e dentro il Cpr. Ma anche ai migranti, perché no?, non sono mica pacchi da buttare da un carcere all'altro, da custodire e spedire e chissenefrega: sono persone.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 16 maggio 2020
Partito un esposto alla Procura da parte dell'avvocato di Raffaele Cutolo, recluso al 41 bis del carcere di Parma, dopo l'esclusiva de Il Dubbio che ha reso pubblici alcuni passaggi del documento della Ausl locale che dipinge il penitenziario parmense ad "alta complessità sanitaria". L'avvocato Gaetano Aufiero chiede alla Procura di aprire un'indagine per omissioni d'atti di ufficio per accertare, se nel corso dell'istruttoria per la decisione sulla detenzione domiciliare per motivi di salute a Cutolo, sia stata inviata la nota dell'Ausl relativa ai pazienti critici del carcere parmense.
Ma andiamo con ordine. Molti sono i passaggi del documento della Ausl dove viene evidenziata una presunta inadempienza da parte della precedente amministrazione penitenziaria sulla collocazione di alcuni detenuti al centro clinico (ora denominato Sai) del super carcere di Parma. Un documento dove viene indicata una lunga lista di persone over settantenni e con varie patologie che sono "curate" nelle sezioni "comuni" e non nel Sai (Servizio di assistenza integrata - ex centro clinico), tanto che la stessa Ausl consiglia di valutare un differimento pena per la tutela della loro salute.
C'è una prima lista, la più urgente, che è composta da 51 nominativi classificati a rischio per l'età e presenza di importanti comorbidità (la coesistenza di più patologie diverse in uno stesso individuo ndr). Tra i nomi compare anche Raffaele Cutolo al quale, com'è noto, è stata recentemente rigettata l'istanza per la detenzione domiciliare richiesta per le sue drammatiche condizioni di salute.
Ed è proprio su questo punto che il legale di Cutolo, l'avvocato Aufiero, chiede che siano svolte immediate e mirate indagini finalizzate a verificare se, nell'ambito del procedimento di sorveglianza conclusasi con il rigetto, sia stato consumato il reato di omissione in atti di ufficio. Su che base si fonderebbe questa denuncia? Nel decreto di rigetto (in data 12 maggio) viene riportato il dato secondo il quale il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap), con comunicazione del 9 aprile, evidenziava che "nell'ambito del circuito 41 bis non vi sono strutture con presidi sanitari in grado di assicurare al detenuto standard assistenziali più elevati rispetto a quelli garantiti presso la Casa di Reclusione di Parma".
In sostanza il Dap ha espresso un giudizio di piena idoneità dell'Istituto penitenziario di Parma a fronteggiare le patologie sofferte Cutolo. Peccato però che il documento della Ausl locale di Parma - datato 24 marzo e quindi prima della nota del Dap - dice tutt'altro. Ma nel decreto del rigetto non se ne fa menzione. Per questo l'avvocato sollecita una indagine, da parte della Procura, per verificare se tale documento della Ausl sia stato messo a disposizione del magistrato (in quel caso, non si profilerebbe alcun reato). Se risultasse che la trasmissione della nota non è avvenuta, si prefigurerebbe una omissione atti d'ufficio, reso ancora più grave dal fatto che si parla del diritto alla salute.
Come già anticipato da Il Dubbio, oltre a segnalare presunte inadempienze da parte dell'allora amministrazione penitenziaria, l'azienda sanitaria locale ha segnalato che numerosi detenuti sono collocati in maniera inappropriata nelle sezioni comuni che, per condizioni cliniche, sarebbero invece candidabili ad un posto letto del centro clinico. In sintesi, la valutazione della Ausl sembrerebbe in netto contrasto con quanto invece evidenziato dalla nota del Dap menzionata nel decreto del rigetto.
Secondo l'avvocato Aufiero, la trasmissione della nota dell'Ausl al magistrato di sorveglianza di Reggio Emilia è doverosa in ragione del fatto che l'istanza presentata nell'interesse di Cutolo si fonda sulle sue condizioni di salute e sulla idoneità del carcere di Parma per fronteggiarle. Ma è stata trasmessa o no al magistrato di sorveglianza? Solo una indagine potrà risolvere questo enigma. Nel frattempo il 29 maggio ci sarà la discussione del provvedimento di rigetto presso il tribunale di sorveglianza di Bologna. Sicuramente non passerà inosservata la nota della Ausl che racconta una storia diversa quanto riferito dal Dap.
cinquequotidiano.it, 16 maggio 2020
La Sindaca della Città metropolitana di Roma Capitale, Virginia Raggi, con decreto del 27 aprile 2020 ha nominato il Garante delle persone limitate nella libertà personale nel territorio della Città metropolitana di Roma Capitale. L'incarico, in forma associata con Roma Capitale, è stato affidato alla Dr.ssa Gabriella Stramaccioni, che ricopre l'incarico per Roma Capitale dal 2017.
A supporto delle attività del Garante, figura centrale per la tutela dei diritti dei detenuti e promotrice di attività di reinserimento lavorativo e sociale, è stato individuato l'ufficio di riferimento all'interno del Segretariato Generale della Città metropolitana. Al Garante dell'ente metropolitano non spetta alcuna indennità al di fuori di quella prevista da Roma Capitale. Il decreto, n. 45 del 27.4.2020, è pubblicato all'albo pretorio dell'ente metropolitano fino al 19.05.20.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 16 maggio 2020
La fase in avvio il 18 maggio vede un deciso cambio di passo. A quel che si apprende, si abbandona la strategia dei Dpcm, i decreti del presidente del Consiglio dei ministri, per passare ai decreti-legge, lasciando le scelte concrete sul cosa, come e quando riaprire alle regioni. Sostanzialmente, è quel che chiedevano i governatori, minacciando il "faccio da me" su larga scala. Avremmo preferito una scelta diversa. Ma è fatta, e conviene interrogarsi sui problemi nuovi ora posti.
Una premessa. Secondo la Costituzione vigente, il garante dei nostri diritti e delle nostre libertà è lo Stato, con i suoi organi costituzionali: Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica, Corte costituzionale. Parimenti, lo Stato può comprimere quei diritti e quelle libertà in situazioni previste e per scopi stabiliti: sanità, sicurezza, incolumità pubblica, fini sociali. Segue, ancora, che è responsabilità ultima dello Stato la compressione in emergenza di libertà e diritti. Solo in via derivata e per quanto consentito possono intervenire autorità locali.
Fin qui la premessa è stata in sostanza osservata, sia pure con un corposo dubbio sul troppo ampio ricorso ai Dpcm e la parallela emarginazione del parlamento. Ne veniva un regime tendenzialmente uguale per tutti, salvo un più o un meno territorialmente diverso, ma consentito da un atto statale di riferimento.
Ora si cambia. La decisione spetta all'autonomia, entro linee-guida determinate da algoritmi. Dall'eguaglianza con limature locali si passa alla diseguaglianza generalizzata, con il minimo comune denominatore dell'algoritmo.
In concreto, d'ora in poi, i diritti e le libertà di tutti gli italiani sono rimessi alla decisione delle autorità locali. Non, come sarebbe stato possibile anche in passato, per eventi emergenziali delimitati nello spazio e nel tempo. Ma per una situazione che investe tutto il paese, per un tempo che è impossibile al momento definire. Tutto ha origine nella situazione di emergenza, e può durare fino alla fine della stessa. È perciò essenziale capire cosa l'ultimo decreto-legge cosiddetto "Rinascita" dispone sull'emergenza.
Questo giornale ha fatto molto bene a mettere in luce (Andrea Fabozzi, il 14 maggio scorso) il tema della "proroga" per sei mesi delle emergenze in scadenza al 31 luglio 2020. Così dispone l'art. 16 del decreto Rinascita, nella stesura fin qui nota. La formulazione è ambigua, non è chiaro a quali emergenze si riferisca, ed in specie se comprenda o meno anche quella dichiarata per il Covid-19 dal consiglio dei ministri il 31 gennaio 2020. A nostro avviso, non c'è bisogno di disporre con legge per quella emergenza una proroga, possibile già in base alla specifica norma (art. 24 Codice protezione civile) che ne è fondamento. Qualunque proroga in termini ambigui ed incerti crea inevitabilmente il rischio che la compressione di libertà e diritti continui al di fuori dei criteri di necessità e proporzionalità che dottrina e giurisprudenza pongono come parametro insuperabile per la legittimità costituzionale dei limiti, comunque e da chiunque imposti. È dunque comprensibile e giusto che si alzino nel paese attenzione e proteste.
L'Osservatorio permanente sulla legalità costituzionale istituito presso il Comitato Rodotà scrive al Capo dello Stato argomentando ampiamente la illegittimità costituzionale dell'art. 16. Lo sollecita ad impegnarsi in via di moral suasion per una correzione. L'invito va condiviso, perché il terreno di libertà e diritti è troppo sensibile costituzionalmente per essere trascinato sul terreno franoso di una norma ambigua nella formulazione e incerta nell'applicazione. Una moral suasion dapprima in via riservata, poi laddove necessario nella forma rafforzata di una lettera di accompagnamento all'emanazione, sarebbe opportuna. In assoluto preferibile sarebbe che Palazzo Chigi, melius re perpensa, correggesse il testo già nella stesura finale del decreto, in corso in queste ore. Espungendo l'art. 16, o correggendolo per chiarirne e limitarne la portata.
L'appello a intervenire vale anche per le forze parlamentari. Ma è possibile che nelle Camere si giunga a una questione di fiducia preclusiva di modifiche. Bisogna intervenire prima. Non crediamo a rischi di derive autoritarie e antidemocratiche ad opera del governo in carica. Ma il terreno è sdrucciolevole, ed è bene esser cauti. Come direbbero gli inglesi, better safe than sorry.
di Laura Tedesco
Corriere di Verona, 16 maggio 2020
Aperta anche una pagina Facebook: mascherine e cartelli "contro il lockdown dei tribunali". Il capofila della protesta: "Chiediamo solo di poter lavorare". "Fate ripartire i processi". Contro il lockdown della Giustizia, la protesta degli avvocati veronesi viaggia on line e in poche ore è già diventata virale. Un flash mob con un video postato sul web, a cui in meno di due giorni hanno aderito in 148, che "ci hanno messo la faccia" con tanto di mascherine, colonna sonora ("Don't worry, be happy") e cartelli per far sapere a tutti che "vogliamo tornare in udienza".
Ideatore e capofila dell'iniziativa è l'avvocato Stefano Gomiero: "La nostra - mette subito in chiaro - non è una protesta "contro" qualcuno, bensì "per" qualcosa. E il nostro scopo è unicamente quello di poter ricominciare a fare il nostro lavoro, di poter riprendere a dare giustizia ai cittadini che la aspettano senza sapere quando la potranno finalmente avere, di sbloccare la paralisi che da marzo affligge tutti i tribunali d'Italia". Verona non fa eccezione: in questa "fase 2 della Giustizia" alle prese con l'emergenza Covid, si stanno trattando quasi esclusivamente i procedimenti che riguardano detenuti e soggetti con misure cautelari in corso. Per la stragrande maggioranza delle udienze, quelle che prevedono la presenza di testimoni in aula, i giudici stanno rinviando al 2021, se non addirittura oltre.
"È tutto bloccato, tutto fermo" accusano i penalisti, sia alla sezione gip che in quella dibattimentale: fino al 31 luglio, di fatto, si potranno celebrare unicamente le udienze che prevedono la sola discussione, quelle del Riesame reale e quelle con incidenti di esecuzione. E solo "evitando assembramenti e con le dovute cautele". Il risultato, però, è che "così salta la quasi totalità dei processi - obiettano gli avvocati scaligeri -. È giusto proteggere la salute pubblica, ma adesso che tutte le attività stanno riaprendo dopo oltre due mesi di stop nazionale, i tribunali non posso restare ancora fermi. Uno Stato non può chiamarsi tale se abdica, di fatto, alla funzione giurisdizionale; basta con le udienze da remoto; vogliamo ritornare nelle aule e ricominciare a lavorare per garantire i diritti dei nostri clienti".
Per questo, hanno anche aperto una pagina Facebook: "Ritorniamo in udienza!", è il motto del gruppo, che ieri, nel primo giorno di attivazione, ha fatto il pieno di "like" e visualizzazioni. Aggiunge l'avvocato Gomiero: "Siamo stanchi di sentirci dire di non preoccuparci che andrà tutto bene, la nostra è una spontanea iniziativa gioiosa per tornare quanto prima a lavorare. Perché noi legali non possiamo farlo e, per esempio, le cassiere invece sì? - chiede.
Abbiamo mutui, figli, dipendenti e finché non torneremo attivi non ricominceremo a guadagnare. E poi, lo ripeto, non possono rimanere sospesi i diritti e gli interessi dei nostri assistiti per così tanto, troppo tempo". Anche perché, esaurita la "Fase 2", dal 31 luglio scatterà la pausa estiva e il tribunale si rimetterà in moto solo da settembre.
A conti fatti, dunque, il "lockdown della Giustizia" rischia di protrarsi per oltre sette mesi. Con l'incubo che, in autunno, il virus possa tornare e scatti una nuova serrata: di qui, l'appello dei legali veronesi a "farci riprendere a lavorare subito, nell'interesse dei diritti dei nostri assistiti. Con la toga nelle spalle e nel cuore".
La Nuova Sardegna, 16 maggio 2020
Entro la fine del mese riprendono i colloqui dei detenuti con i familiari nel carcere di Bancali che erano stati sospesi quando è scattata l'emergenza Covid-19. La notizia è stata anticipata dal Garante per la tutela dei diritti delle persone private della libertà Antonello Unida. Le visite dei familiari riprenderanno nel rispetto di alcuni misure imposte direttamente dal Ministero: distanziamento sociale, nella sala colloqui non potranno entrare più di 16 persone, un solo familiare per detenuto. Abbracci vietati.
Per i parenti che entreranno a Bancali, "sarà allestito un triage (una tenda), dove verrà monitorato lo stato di salute. Invece già da tempo esiste - grazie alla Protezione civile di Uri -, una tenda per i nuovi ingressi, e una sezione appositamente riservata a coloro che devono osservare un periodo di quarantena di 14 giorni", ha concluso il Garante. E a proposito di emergenza Covid, ieri è intervenuto il delegato nazionale per la Sardegna del Sappe Antonio Cannas, in riferimento proprio alla situazione del carcere di Bancali.
"Ci sono decine di poliziotti che non sono stati coinvolti e che neppure hanno sentito parlare di tamponi e analisi sierologiche. Noi ci auguriamo, ovviamente, che Bancali sia Covid free, ma come si può affermare che non c'è stato alcun poliziotto o detenuto positivo se ci sono decine di casi di persone che non sono state sottoposte a test? A cosa serve fare arrivare questi messaggi se ciò non è vero?"
E Donato Capece, segretario generale del Sappe, denuncia i ritardi sulla prevenzione e contrasto del Covid-19 in carcere: "La realtà è che non ci sono stati sufficienti dispositivi di protezione quando servivano, ossia a ridosso della pandemia. Ci sarebbero stati se si fosse raccolto per tempo il nostro appello a dotarne tempestivamente il Corpo di polizia penitenziaria.
Scoppiata la pandemia, infatti, ci siamo trovati nella difficoltà di avere a disposizione mascherine, guanti, occhiali, sovra scarpe ed ogni altro Dpi utile. E quando sono arrivate le prime mascherine c'è persino stata qualche direzione che ha detto agli agenti di non indossarle, per non spaventare i detenuti".
ecodibergamo.it, 16 maggio 2020
L'effetto "svuota carceri" a Bergamo: zero contagi. 387 Detenuti alla Casa Circondariale di Bergamo, mai un numero così basso nell'ultimo ventennio. L'emergenza coronavirus ha determinato scelte difficili, ma anche necessarie per evitare di ritrovarci in una situazione ancora più grave. E così il discusso decreto svuota carceri ha permesso di riorganizzare le presenze nelle celle e dove è stato possibili, ma soltanto se c'erano i requisiti, di procedere con misure alternative al carcere. Il risultato non è stato solo numerico, meno detenuti nella struttura penitenziaria, ma anche di effetti importanti: ad oggi zero contagi.
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