di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 18 maggio 2020
Ventuno organizzazioni per i diritti umani degli Usa hanno chiesto il rilascio dei circa 40.000 migranti e richiedenti asilo attualmente detenuti in oltre 200 centri di detenzione federali. Questo provvedimento diventa ancora più urgente dopo la prima morte per coronavirus avvenuta in un centro della California e la conferma che in altri centri detenuti e personale sono risultati positivi al Covid-19.
Secondo gli esperti, nell'attuale situazione di sovraffollamento, bastano cinque casi positivi perché il contagio riguardi dal 72 al 100 per cento dei detenuti e del personale interno. Dall'inizio della pandemia negli Usa, i centri di detenzione per migranti continuano a non essere dotati di sufficienti prodotti per la sanificazione, la distanza fisica non è rispettata e la prassi di trasferire i detenuti da un centro all'altro aumenta i rischi di contagio.
di Gabriella Colarusso
La Repubblica, 18 maggio 2020
A 47 anni Robert Spano è il presidente più giovane nella storia della Corte europea dei diritti dell'uomo (Cedu). Nato a Reykjavik, in Islanda, di padre napoletano, con doppia cittadinanza italiana e islandese, da oggi guiderà il tribunale che tutela i diritti fondamentali di oltre 820 milioni di persone nei 47 Paesi che fanno parte del Consiglio d'Europa.
Un presidio di libertà, nella sede di Strasburgo a cui l'architetto Richard Rogers nel 1994 volle dare la forma di una bilancia, con le vetrate che la proiettano verso l'esterno: equilibrio e trasparenza. Spano ci arriva dopo una carriera che l'ex presidente della Cedu, Guido Raimondi, decano dei giuristi partenopei che ha lavorato con lui per 6 anni, ha definito "brillante" parlando con Giustizia Insieme.
Magistrato, professore universitario e preside della Facoltà di giurisprudenza dell'Università dell'Islanda quando aveva poco più di trent'anni - prima di diventare giudice della stessa Corte nel 2013 - il neoeletto presidente parla cinque lingue e si è occupato di inchieste delicate come quella sugli abusi sessuali interni alla chiesa cattolica islandese.
"Non sono qui per farti guadagnare soldi. Ma voglio insegnarti che un avvocato è una parte molto importante della democrazia", dice di solito ai suoi studenti il primo giorno di lezione, come ha raccontato tre anni fa in un'intervista alla Scuola di legge di Bergen.
Consapevole di aver sacrificato gran parte della sua vita personale a favore della sua vita professionale, riconosce che non avrebbe raggiunto questo traguardo senza la moglie, con la quale ha avuto quattro figli. I giornali islandesi raccontano le sue passioni: musica e canto, è ancora membro del coro maschile Fostbraedur.
La sua storia ha attirato l'attenzione di studenti di giurisprudenza (si è dottorato a Oxford) e media. In un'intervista pubblicata sul canale YouTube del Consiglio d'Europa, si è schierato nettamente in difesa del diritto dei giornalisti di proteggere l'identità delle fonti. "Se alle fonti non venisse garantito l'anonimato, le informazioni non verrebbero alla luce e questo danneggerebbe il ruolo della stampa nella sua importante funzione pubblica che è di interesse generale".
La Corte europea dei diritti dell'uomo nacque nel 1959, sei anni dopo l'entrata in vigore della Convenzione europea dei diritti dell'uomo, in un'Europa ancora ferita dalla seconda Guerra mondiale e divisa tra la Nato e il patto di Varsavia.
La Dichiarazione dei diritti universali dell'uomo nel 1948 aveva segnato i principi fondamentali per la tutela dei diritti umani, ma la Convenzione e poi la nascita della Corte furono il primo tentativo di dotarsi di uno strumento sovranazionale per garantire ai cittadini la giusta difesa contro gli abusi, anche degli Stati. Negli ultimi anni Strasburgo è stata al centro di pressioni contrapposte: alcuni Stati come la Russia e la Gran Bretagna l'hanno accusata di interferire con la sovranità nazionale, e nel 2015 Mosca ha subordinato l'applicazione delle sentenze di Strasburgo alla decisione della Corte Costituzionale nazionale.
Ma è stata criticata anche dalle organizzazioni umanitarie per alcune decisioni prese sul tema dell'immigrazione, per esempio quando a febbraio ha dato ragione alla Spagna sul respingimento in Marocco di due cittadini, un maligno e un ivoriano, che avevano oltrepassato il confine di Melilla. Spano si troverà di fronte anche il problema dei tempi della giustizia di Strasburgo e del sovraccarico di ricorsi.
Quando è stato eletto, il 20 aprile, ha spiegato che la Corte riceve in media ogni anno 45mila ricorsi, ma riesce a processarne tra il 5 e il 10%. "I Paesi da cui riceviamo il maggior numero di richieste sono Turchia, Russia, Ucraina, Romania e Ungheria. Spesso riguardano la lunghezza delle procedure locali e le condizioni di detenzione considerate degradanti".
di Francesca de Carolis
remocontro.it, 18 maggio 2020
"La pandemia non esiste, uscite di casa..." e viene fermato, atterrato, sedato. Non solo a Ravanusa. Il T.S.O. usato come strumento d'ordine pubblico e non strumento di garanzia, come invece è stato concepito. L'arretramento della cultura psichiatrica e tanta povertà, di mezzi e culturale, da cui nasce l'assurda violenza contro una persona inerme. Armata di nulla, se non dei suoi pensieri "disturbanti"...
Alla fine mi sono fatta coraggio e l'ho ascoltata... la registrazione della brevissima telefonata fra Dario Musso, il giovane arrestato e sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio a Ravanusa, paese dell'agrigentino, e il fratello. In un pugno di secondi, che colgono un momento di intensissima sofferenza, appena si percepisce, proveniente da chissà quali lontananze, la voce impastata, la fatica, l'afasia, quasi... "non posso muovere le mani, le braccia... come sta la mamma...". Non ti preoccupare, abbiamo scritto al tribunale, ti tireremo fuori di lì...
Hanno fatto il giro del web, come si dice, le immagini dell'arresto di Dario, fermato perché girava in auto per le strade del paese, e con un megafono incitava i cittadini a uscire in strada... che "la pandemia non esiste".
Arrivano i carabinieri, i medici. Dario è messo a terra, bloccato e... "mammamia, lo stanno sedando, lo stanno sedando" la voce spaventata di chi ha visto e ripreso dal balcone quel che accadeva giù in strada. Dario viene sottoposto a Trattamento Sanitario Obbligatorio.
E così è finito legato a un letto di contenzione un attivista, un "disturbatore della quiete pubblica", già noto per qualche atto di intemperanza...
Le polemiche sull'episodio si intrecciano con tutto quel che si può cucire intorno alla realtà e alle tensioni di un piccolo paese... e intanto, dopo sette giorni, Dario viene dimesso. Ma c'è una domanda che ritorna e che su tutto preme: cosa può mai giustificare il supplizio di tanta gratuita violenza?
E per cercare un confronto ho chiamato Peppe Dell'Acqua, ché, allievo di Basaglia, fra le varie cose già direttore del Dipartimento di salute mentale di Trieste, parlare con lui è sempre come sfogliare le pagine del diario di quasi mezzo secolo di storia della psichiatria, dove trovare risposte...
"I modi... come non pensare che sono gli stessi della vicenda, finita, quella, tragicamente, di Francesco Mastrogiovanni". Ricordate? "Una sera d'estate ad Acciaroli... anche lui era noto per le sue idee, anarchiche quelle del maestro... qualche ricovero in diagnosi e cura per disturbi dell'umore...". Mi ha poi ricordato, Peppe, di Giuseppe Casu, fruttivendolo, sardo di Quartu, qualche passato ricovero... che protesta contro l'ordinanza del sindaco che intende collocare altrove il mercatino rionale, non sposterà il suo banco, lo devono portare via con la forza, minaccia... va in escandescenze... Mastrogiovanni e Casu, entrambi morti dopo atroci giorni di contenzione e massicce dosi di psicofarmaci. E poi ricordate Andrea Soldi? Fermato mentre era seduto sulla panchina dove di solito sedeva in una piazza di Torino, soffocato mentre i vigili, il medico e gli infermieri eseguivano un'ordinanza di TSO...
E' vero, le dinamiche sono sempre le stesse, e purtroppo di episodi simili è piena la cronaca degli ultimi tempi, molti rimasti acquattati nelle pieghe delle pagine locali (mentre leggo che in questo momento, di ansia per tutti ma che più colpisce chi ha già fragilità, chi vive dolori, solitudini, i TSO sono in aumento, e di tutti bisognerebbe andare a vedere i perché e i percome).
Ma cosa può giustificare il supplizio di tanta violenza?
Non certo la norma, né lo spirito del TSO, la risposta è netta. "...perché il TSO non è un mandato di cattura".
TSO non è mandato di cattura - E allora ripetiamola la lezione, che troppi hanno dimenticato. "Il TSO è uno strumento di garanzia. Il TSO dice che una persona ha bisogno di cura e, se non è consapevole e rifiuta le cure, lo Stato se ne fa carico. L'obbligatorietà è a curare non a 'contenere'. Il TSO, come la cura psichiatrica, non possono essere intesi come sospensione del diritto e legittimazione della prepotenza delle istituzioni, delle psichiatrie, degli psichiatri. Perché l'altro esiste...C'è una fase, fondamentale, prevista dal TSO, che è quella della 'negoziazione' con la persona alla quale il medico è tenuto...,
Le persone... avrebbero bisogno innanzitutto di essere ascoltate, accolte nei loro pensieri, nelle loro paure...". Ma non è certo quello che è accaduto a Dario Musso, che con quel suo megafono ha semplicemente messo in scena, col suo pensiero, "qualcosa che viene dalle paure e dalle solitudini del suo mondo interno...". Né a Francesco Mastrogiovanni, né a Giuseppe Casu o ad Andrea Soldi... né a tanti altri di cui neppure conosciamo i nomi.
E allora come è possibile? La risposta è in motivi che scivolano come grani di un rosario...
La risposta è "nell'arretramento della cultura psichiatrica, nella cattiva pratica delle psichiatrie dominanti, dove di nuovo scompare la persona e rimane un 'oggetto'... la risposta è nel sistema per la salute mentale ridotto al lumicino... Ed entra in gioco un meccanismo fatto di disorganizzazione, pochissime persone che lavorano, protocolli d'intervento giocati sulla miseria di risorse e delle culture...
Cura mentale addio - Mentre si sta distruggendo una generazione di operatori che vorrebbero fare ma che non possono che fare quello che chiedono loro le politiche e le direzioni regionali e aziendali distanti anni luce dalla quotidianità delle persone che vivono a volte drammaticamente l'esperienza del disturbo mentale, quello che insegnano le accademie psichiatriche ostili e incapaci di riconoscersi nella relazione con l'altro e con gli infermieri, i riabilitatori, i cooperatori sociali, gli psicologi, e gli psichiatri e gli assistenti sociali, e le associazioni dei cittadini...".
Leggo che la spesa sanitaria per la cura mentale è tra le più basse in Europa, e mi sembra un buon indicatore di tanta disattenzione che si traduce in spregio per la persona. Così, in un sistema sempre più sgangherato, il TSO viene spesso inteso dai sindaci e dagli psichiatri come "un'inutile complicazione dell'antico ricovero coatto". Esattamente il contrario di quello che prevede la norma, e il TSO, che è provvedimento sanitario, diventa un provvedimento di ordine pubblico. Ripercorrerne le cronache è come fare un viaggio nella periferia dei diritti...
Da tanta povertà, di mezzi e di culture, nasce l'assurda violenza contro persone inermi. Armate di nulla, se non dei propri pensieri disturbanti...
La verità è che "davanti a episodi come quello di Ravanusa sembra che scopriamo un mondo, ma questo mondo, sta lì". Già, presente per molti nel tormento di tutti i giorni.
"Non posso muovere le mani, le braccia..."
Ravanusa non è l'eccezione - Purtroppo quello che accade a Ravanusa non è l'eccezione. Purtroppo, ci ricorda Peppe, le persone legate sono tante. In otto su dieci dei servizi ospedalieri di diagnosi e cura, dal Niguarda di Milano, agli ospedali romani, dalla valle d'Aosta a Reggio Calabria e a tutta la Sicilia. C'è una campagna in corso, per l'abolizione della contenzione, E tu slegalo subito (se volete date un'occhiata http://www.slegalosubito.com/). Perché la contenzione non è un atto sanitario, non è terapeutica (lo ha sancito anche la Cassazione a proposito del caso Mastrogiovanni). Non dovremmo mai dimenticarlo... come non dovremmo mai dimenticare che anche la violenza dei luoghi di contenzione (tutti), molto parla di noi, della società che siamo...
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 18 maggio 2020
La giornalista a capo di Mada Masr stava intervistando la madre del blogger incarcerato Alaa Abd El Fattah. Era stata già fermata a novembre. Ordinato il rilascio su cauzione.
Arrestata di nuovo. La cofondatrice e direttrice di Mada Masr, testata online egiziana indipendente considerata da molti osservatori come l'ultima testata libera del Paese, è stata fermata fuori dal complesso carcerario di Tora al Cairo, dove stava intervistando Laila Soueif, la madre dell'attivista e blogger Alaa Abd El Fattah. Abdel Fattah sta scontando una pena di cinque anni per aver violato il divieto di protesta egiziano, sviluppatore di software e attivista per la democrazia, noto per aver fondato, insieme alla moglie Manal, il blog Manalaa. Poche ore dopo l'arresto di Attalah, il procuratore ne ha ordinato la scarcerazione dietro pagamento di una cauzione come annunciato via Twitter dalla redazione di Mada Masr.
Secondo quanto riferisce Mada Masr, la direttrice è già comparsa davanti a un giudice ed è stata trasferita nel carcere di Tora. Lina Attalah - che ha seguito anche l'omicidio di Giulio Regeni - era già stata fermata per alcune ore a novembre insieme ad altri giornalisti ed era stata prelevata durante una retata in redazione. Successivamente il sito aveva lavorato con più cautela ma negli ultimi mesi ha ripreso a condurre inchieste delicate e ad alimentare polemiche contro il presidente Abdel Fattah Al-Sisi pubblicando notizie in genere trascurate dagli altri media egiziani.
La notizia è poi stata rilanciata anche dal portavoce di Amnesty Italia Riccardo Noury. La stessa associazione internazionale aveva definito in passato "aberranti" le condizioni in cui sono tenuti i prigionieri a Tora, alla periferia sud-est del Cairo e al cui interno si trova anche la prigione di massima sicurezza detta Al Aqrab (lo scorpione): celle fatiscenti, condizioni igieniche pessime e ora anche il coronavirus, che ha messo fine a visite e contatti per i detenuti.
Nelle quattro prigioni del complesso di Tora sono passati tra gli altri anche gli ex presidenti Hosni Mubarak e Mohamed Morsi e decine di attivisti. Tra i più noti c'è appunto Alaa Abd El-Fattah, icona della rivoluzione di Piazza Tahrir del 2011 e da ultimo critico del presidente al-Sisi. L'attivista è entrato in sciopero della fame a metà aprile, dopo una vicenda giudiziaria in corso da sei anni, proprio per puntare un riflettore sulle condizioni in cui lo tengono in prigione. E sempre nel carcere di Tora era morto il primo maggio il fotografo e regista 24enne Shady Habash. Era stato incarcerato per un video di una canzone che irrideva al Sisi e da più di due anni aspettava un processo.
Abdel Fattah ha scontato una pena detentiva di cinque anni per aver violato il divieto di protesta egiziano. A settembre, non molto tempo dopo la sua liberazione, è stato nuovamente arrestato in seguito a una diffusa repressione che ha fatto seguito alle proteste contro il presidente Abdel Fattah el-Sissi. Ha iniziato lo sciopero della fame più di un mese fa e la sua famiglia teme per la sua vita anche a causa della pandemia di coronavirus. La madre Soueif è stata anche lei arrestata per qualche giorno a marzo insieme ad altri tre dopo che hanno organizzato una protesta per chiedere il rilascio di prigionieri dopo la diffusione del virus.
Mada Masr è una delle centinaia di siti Web bloccati dal governo egiziano negli ultimi anni ma continua a pubblicare all'estero grazie a Vpn e siti mirror. Ha prodotto pezzi investigativi che esaminano alcune delle istituzioni governative egiziane, tra cui agenzie di intelligence, militari e presidenziali. L'arresto della giornalista segue di appena qualche giorno quello di un video-blogger 28enne con quasi 240 mila iscritti su Youtube, Hany Mustafa, messo in carcere con l'accusa di diffamazione e "istigazione alla depravazione". Noto come "zio Hany" e attivo anche su Facebook e su Instagram, Mustafa era diventato popolare trattando apertamente e senza fronzoli di argomenti come sesso, politica e società. L'Egitto occupa il 166esimo posto su 180 nella classifica di Reporter senza Frontiere sulla libertà di stampa.
di Davide Manlio Ruffolo
lanotiziagiornale.it, 17 maggio 2020
Stai a vedere che i nuovi decreti del ministro della Giustizia funzionano davvero. Dopo il primo successo che ha permesso di riportare in cella il pericoloso boss palermitano Antonino Sacco, reggente del mandamento di Brancaccio che era finito ai domiciliari in tempi di pandemia, ora altri tre mafiosi saranno tutt'altro che felici delle nuove norme volute da Alfonso Bonafede.
di Marco Ludovico
Il Sole 24 Ore, 17 maggio 2020
Circolare del Dipartimento di pubblica sicurezza dopo il decreto legge sul flusso dei detenuti fuoriusciti con l'emergenza Covid-19. "Misure di vigilanza e verifica dei flussi informativi relativi alle dimissioni dalle case circondariali". Al di là del titolo burocratico, il Dipartimento di pubblica sicurezza mette in allerta i questori di tutta Italia: occhio alle scarcerazioni, non c'è un attimo di tempo da perdere. I fuorisciti dalle carceri possono fare di tutto. Evadere, violare le regole di detenzione domiciliare, incontrare criminali di ogni genere. Le autorità provinciali tecniche di pubblica sicurezza, alias i questori, sono avvisate.
Il Dubbio, 17 maggio 2020
L'audizione di Poniz e Ferramosca in Commissione Giustizia al Senato: "posizioni preconcette e ideologiche contro questo strumento". "Incoerente". L'aggettivo utilizzato dalla Giunta esecutiva centrale dell'Anm contro la scelta di ridurre l'utilizzo del processo da remoto, escludendo l'istruttoria dibattimentale e le discussioni, è chiaro. Ed è, oltre che un attacco alla norma, anche una critica alla strenua opposizione dell'avvocatura contro la smaterializzazione del processo, la cui posizione sarebbe "preconcetta e ideologica".
di Pietro De Leo
Il Tempo, 17 maggio 2020
Si dimette il capo di gabinetto del ministro della Giustizia Alfonso Bonafede. M5S nell'occhio del ciclone per i boss scarcerati. Si chiude un'altra settimana difficile, per il Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede, e se ne aprirà, lunedì, un'altra all'insegna della passione, nel senso di patimento. Ieri mattina è piovuta sul confronto politico, già non proprio sereno per via dello scontro sul decreto Rilancio, la notizia delle dimissioni del capo di gabinetto di Via Arenula, Fulvio Baldi. "Motivi personali", riportano le agenzie.
Iniziativa assunta dopo un colloquio proprio con il ministro. Tuttavia, pare che gran peso sulla scelta l'abbia avuto un pezzo del Fatto Quotidiano dell'altroieri, dove sono presenti delle intercettazioni tra Baldi e il pm Luca Palamara, quest'ultimo al centro dell'inchiesta di Perugia per presunta corruzione. Baldi non è indagato, ma tema dello scambio tra i due par di intendere ci siano degli accordi per piazzare delle figure amiche nello staff di via Arenula. A Baldi, già sostituto procuratore generale della Cassazione, da ieri è subentrato il capo dell'ufficio legislativo, Mauro Vitiello.
Tuttavia, perdere il capo di gabinetto (la figura che, di fatto, condivide con il ministro la "sala macchine" della struttura) rappresenta di norma un duro colpo. Figuriamoci in una fase in cui il ministro in questione attraversa una vera e propria bufera politica. Ieri aumentata di intensità dalla valanga di strali arrivati dall'opposizione. Dalla Lega, l'ex sottosegretario proprio alla Giustizia Jacopo Morrone, parlando alla trasmissione "Gli inascoltabili" di Nsl Radio Tv affonda: "il ministero della giustizia si sta sgretolando ed è sotto gli occhi di tutti. Ci sono le dimissioni di tutti gli uomini più vicini al ministro, ma il ministro mantiene la sua poltrona".
E infatti proprio su queste due direttrici si concentrano gli attacchi dell'opposizione: da un lato il chiarimento e dall'altro le dimissioni. Così in Fratelli d'Italia, dove Fabio Rampelli osserva che Bonafede "dovrebbe chiarire quali altre pressioni ha subìto dall'ex pm Palamara, già capo di Anm, per la creazione degli uffici di staff e quali altre liste ha ricevuto in questi anni" e poi chiede "il giusto epilogo di una conduzione fallimentare del dicastero di via Arenula".
Sulla stessa linea, Andrea Delmastro punta il dito contro le "ombre imbarazzanti" attorno al ministero e intima a Bonafede: "si dimetta". Da Forza Italia, se Gasparri ironizza "ci deve essere un equivoco nelle comunicazioni. Bonafede te ne devi andare tu", Gianfranco Rotondi prende le difese di Baldi: "un magistrato integerrimo e a suo carico non esiste alcun procedimento giudiziario". Ed invita Bonafede a respingere le dimissioni.
Dunque, l'ennesimo mattone che viene via, dopo le dimissioni da capo del Dap di Basentini, il frontale in diretta tv con il componente del Csm Nino Di Matteo. E i retroscena che ricondurrebbero all'ambiente universitario fiorentino (di cui facevano parte sia Bonafede che Conte) l'origine della scelta di Basentini a capo dell'amministrazione penitenziaria, al posto di Di Matteo. Dinamiche, queste, che oramai da settimane avvolgono il ministro.
Il quale anche questa settimana dovrà affrontare un altro percorso ad ostacoli. Mercoledì in Senato si voterà la mozione di sfiducia che verrà sostenuta dal centrodestra unito (anche Forza Italia, e ieri Antonio Tajani ha spiegato il motivo: "Non si tratta di un giudizio, negativo, soltanto sull'operato del ministro ma riguarda una gestione non all'altezza dell'intero settore Giustizia su cui il governo ha fallito su tutta la linea"). Giovedì, invece, il Guardasigilli riferirà in commissione antimafia. All'ordine del giorno, scarcerazioni e avvicendamento al Dap.
di Paolo Comi
Il Riformista, 17 maggio 2020
Non c'è due senza tre a via Arenula. Dopo le dimissioni del capo dell'Ispettorato Andrea Nocera, indagato per corruzione, quelle del capo del Dap Francesco Basentini, travolto per la (non) gestione delle carceri durante emergenza Covid-19, ecco il turno di quelle del capo di gabinetto Fulvio Baldi. La pubblicazione questa settimana sul Fatto Quotidiano dei suoi colloqui con Luca Palamara, contenuti nel fascicolo della Procura di Perugia che lo scorso anno terremotò il Csm, è stata fatale all'ormai ex uomo di fiducia di Alfonso Bonafede.
"Fulvietto", come lo chiama Palamara, più che un capo di gabinetto di un ministro, leggendo le trascrizioni delle conversazioni, sembra il capo dell'ufficio di collocamento magistrati. Palamara, già ras indiscusso di Unicost, la stessa corrente di Baldi, nell'estate del 2018 ha un problema: piazzare "fuori ruolo" due magistrate. Si tratta di Katia Marino, sostituto procuratore a Modena, e Francesca Russo, giudice del Tribunale di Roma. Baldi è pronto ad esaudire i desiderata di Palamara ma ha finito i posti al gabinetto del Ministero. Si rivolge al collega Mauro Vitiello, capo del Legislativo, ufficio dove i posti ci sono ancora. Vitiello, però, è di Magistratura democratica, la corrente di sinistra, e si mette di traverso.
Palamara non si perde d'animo e cerca una sponda con Nicola Clivio, suo collega al Csm in quota Md, ma senza successo. L'exit strategy, per non fare brutta figura, pare essere il Dag, il Dipartimento degli Affari di Giustizia (all'interno del quale c'è la direzione che Bonafede voleva dare in quelle settimane a Nino Di Matteo, ndr), presidiato da Maria Casola, altra esponente di punta di Unicost. Palamara è dubbioso sulla soluzione proposta da Baldi e quindi chiede: "Se la prende lei o no?". Baldi replica: "Eh beh ma la Casola è nostra ragazzi, gliela indichiamo noi che cazzo, e allora che cazzo piazziamo a fare i nostri?".
Passando i giorni senza che situazione si sblocchi, ecco spuntare dal cilindro di Baldi l'Ufficio contenzioso del Ministero degli esteri. A differenza degli incarichi a via Arenula questo posto non ha indennità economiche aggiuntive. E poi c'è il problema della lingua inglese che il giudice Russo non conosce. L'esplosione del caso Palamara qualche mese più tardi interrompe l'attività dell'ufficio di "collocamento" e le due magistrate restano al loro posto.
Sul fronte del Csm, invece, altre intercettazioni riportate dal quotidiano La Verità, molto attivo in questa fase insieme al Fatto (nel silenzio, invece, del Corriere, Repubblica e Messaggero, i giornali che lo scorso anno pubblicarono le intercettazioni che costrinsero alle dimissioni cinque consiglieri, cambiando gli equilibri al Csm e stoppando la corsa di Marcello Viola alla Procura di Roma), hanno svelato ieri il ruolo di Md, la corrente del molto attivo presidente dell'Anm Luca Poniz, nella spartizione degli incarichi. Attività che si pensava fosse esclusivo appannaggio del duo Palamara-Cosimo Ferri. Dai colloqui con Massimiliano Fracassi, nella scorsa consiliatura capo delegazione delle toghe di sinistra a Palazzo dei Marescialli, si discute della nomina del vice segretario generale del Csm. Nella scelta sembra si sia intromesso Stefano Erbani, esponente di Md distaccato al Quirinale. "L'uomo è pericoloso, fidati", dice allora Fracassi a Palamara.
L'incarico andrà poi a Gabriele Fiorentino, componente del comitato esecutivo di Md. Palamara, comunque, ha un rapporto di ferro con David Ermini (Pd) da lui imposto alla vicepresidenza del Csm. I due si sentono spessissimo. Il giorno dell'elezione Palamara gli scrive due messaggi: "Godo!!!" e "Insieme a te!!!". Ermini ha in grande considerazione Palamara al punto che, bypassando gli Uffici relazioni esterne del Csm, gli chiede la cortesia di scrivere gli interventi che deve pronunciare ai convegni. In attesa della probabile pubblicazione di ulteriori intercettazioni, alcuni aspetti non tornano. Il primo è come mai il livello di fiducia dei cittadini italiani nella magistratura sia ancora attestato su un elevato 36%. Il secondo riguarda i laici del Csm, stimati professori universitari e avvocati, che continuano ad entrare a Palazzo dei Marescialli senza provare alcun disagio.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 maggio 2020
L'ex procuratore capo di Milano: "Si volti pagina, come chiede il presidente Mattarella: i magistrati devono ritrovare la fiducia dei cittadini". Con Edmondo Bruti Liberati l'espressione "leadership" può declinarsi a pieno anche rispetto alla magistratura.
Non solo perché si tratta di una figura che ha guidato l'ufficio inquirente chiave del Paese, la Procura di Milano: Bruti Liberati è stato anche leader in senso stretto di Magistratura democratica, gruppo storico e decisivo dell'associazionismo giudiziario. Ora assiste ai tormenti delle toghe, che non risparmiano gli uffici di via Arenula. E usa un'espressione: amarezza. "È amaro", dice, "vedere un magistrato in preda a un delirio di onnipotenza e altri, non tutti, che non hanno la prontezza di rigettare il suo approccio".
Le notizie sull'indagine di Perugia possono radicare nell'opinione pubblica un'immagine desolante della magistratura?
Le notizie emerse mostrano un preoccupante decadimento di costume, di cui è indice anche un linguaggio non commendevole, che coinvolge alcuni magistrati in posizioni di rilievo. È amaro vedere un magistrato in preda a un delirio di onnipotenza e altri, non tutti, che non hanno la prontezza di rigettare il suo approccio.
Ma non si tratta di fatti di rilievo penale...
No e, pare, neppure di rilevo disciplinare: riguardano alcuni singoli magistrati, ma non voglio minimizzare perché viene coinvolto il Csm. Le vicende che oggi vengono alla luce sono degli anni scorsi e arrivano fino ai primi mesi del 2019 toccando il Csm attualmente in carica. Ricordiamo il severo monito rivolto dal presidente Mattarella nella seduta straordinaria del Csm del 21 giugno dello scorso anno: "Oggi si volta pagina nella vita del Csm, la prima di un percorso di cui non ci si può nascondere difficoltà e fatica di impegno. Dimostrando la capacità di reagire con fermezza contro ogni forma di degenerazione. Occorre far comprendere che la Magistratura italiana - e il suo organo di governo autonomo, previsto dalla Costituzione - hanno al proprio interno gli anticorpi necessari e sono in grado di assicurare, nelle proprie scelte, rigore e piena linearità".
Quel monito si è tradotto in un effettivo cambio di passo?
A me pare che una risposta vi sia stata: sia pure dopo qualche titubanza, tutti i consiglieri in qualche modo coinvolti hanno rassegnato le dimissioni, taluni dall'incarico al Csm, altri dalla magistratura. E viviamo in un Paese in cui le dimissioni, a prescindere da un'indagine penale, sono un evento tutt'altro che frequente.
Ma nel Paese la magistratura è stata a lungo considerata un baluardo di credibilità e autorevolezza, nel vuoto di classi dirigenti sempre più pallide: crede che quel baluardo regga ancora, agli occhi dell'opinione pubblica?
La giustizia si regge sulla credibilità della magistratura, i magistrati sono espressione di un Paese che vede una crisi delle classi dirigenti e una pericolosa svalutazione delle competenze. Le riforme degli studi universitari e post universitari, con le migliori intenzioni, hanno prodotto effetti pessimi. Si è creato un lungo periodo di parcheggio, di pochissima utilità sotto il profilo della formazione, che induce i migliori a trovare altri sbocchi professionali, seleziona per censo coloro che hanno alle spalle una famiglia in grado di mantenerli agli studi fino a trent'anni, stempera nella attesa gli entusiasmi.
Quadro desolante: come si fa a cambiarlo?
È urgente consentire ai giovani laureati, dopo il quinquennio di studi di giurisprudenza, di affrontare subito il concorso per l'accesso in magistratura. Per i vincitori si deve prevedere un più lungo e organizzato periodo di tirocinio presso la Scuola Superiore della Magistratura. La nostra Scuola, arrivata buona ultima in Europa, ha acquisito efficacia e autorevolezza, grazie anche alla guida dei tre presidenti che si sono succeduti, non a caso tutti ex presidenti della Corte costituzionale. Occorre investire sulla Scuola, sia per il tirocinio iniziale che per l'aggiornamento professionale, e tra i corsi dovrà essere potenziato lo spazio dedicato alla deontologia.
Ma è possibile che la magistratura, avvilita anche da alcune vicende poco commendevoli, rinunci a esercitare un ruolo culturale nel dibattito pubblico e finisca per ritirarsi in una sorta di minimalismo sindacalistico?
Questo rischio esiste. L'Anm deve occuparsi anche di temi strettamente sindacali, ma la sua lunga storia ha evidenziato la capacità di superare una visione grettamente corporativa e contribuire alle riforme del sistema giustizia. La magistratura deve conquistarsi la fiducia dei cittadini, che non vuol dire assenso acritico e neppure adeguamento al volere della piazza.
Si citano spesso sondaggi di opinione sulla percentuale di fiducia nella magistratura che si attesterebbe intorno al 45 per cento. Ebbene, un sondaggio francese del settembre 2019, di Ifop per L'Express, indica la percentuale del 53 per cento per la fiducia nella giustizia, in quadro complessivo in cui tutte le istituzioni hanno un grado di fiducia di circa dieci punti superiori rispetto alla situazione italiana. I molteplici fattori di crisi delle nostre società si ripercuotono ovunque anche sul sistema di giustizia.
Le campagne sulle "scarcerazioni dei boss" e i provvedimenti assunti a riguardo dal governo possono indebolire l'indipendenza dei magistrati di sorveglianza?
Vi è stata una clamorosa disinformazione: basti pensare che i 3 casi che hanno riguardato detenuti delle categorie pericolose sono divenuti più di 300... Il ministro della Giustizia e il Governo si sono sottratti alla responsabilità di affrontare la situazione di grave sovraffollamento nella emergenza Covid-19 e il problema è stato rovesciato sulle spalle della magistratura e di quella di sorveglianza in particolare. Ogni provvedimento può essere discusso, ma è inaccettabile l'allarmismo sui numeri manipolati e la campagna di aggressione verso chi si è assunto responsabilità, a fronte di una politica latitante.
Ma per tornare alle vicende delle ultime ore, crede che favoriranno la rivincita di chi chiede il sorteggio per eleggere il Csm?
Il sistema elettorale in vigore, che si proponeva di scardinare il sistema delle correnti, ha ottenuto l'effetto opposto. Il sorteggio è il sistema proposto nel 1972 dall'onorevole Almirante, ma con modifica costituzionale. I tentativi di costruirne oggi declinazioni variamente mitigate ne evidenziano il limite insuperabile. La elettività dei componenti, posta in Costituzione, mira a far vivere il Csm ai magistrati come organo di cui portano la responsabilità. Si fonda anche sulla esigenza di valorizzare l'attitudine per una funzione, che richiede, oltre a tutte le qualità del buon magistrato, anche una ulteriore: la capacità di misurarsi con la organizzazione di un sistema complesso come quello della giustizia.
Non è dunque il sorteggio, la soluzione...
Le clamorose vicende che hanno investito alcuni componenti del Csm indicano che le peggiori derive sono conseguenza di ambigui occulti rapporti tra "notabili", sensibili al demone dell'esercizio del potere e delle pratiche di accordi occulti, che si muovono del tutto trasversalmente rispetto a quello che dovrebbe essere l'aperto e trasparente confronto. Le "correnti" della magistratura devono mostrarsi all'altezza del monito del presidente Mattarella: "Voltare pagina". Il sistema elettorale deve mirare a ridurre il peso degli apparati allargando le possibilità di scelta degli elettori che continuino a fare riferimento ad una o altra corrente. Qualunque riforma deve misurarsi con principi fondamentali: la libertà di opinione e di associazione e il contributo che i corpi intermedi apportano alla vita di un ordinamento democratico, in tutte le sue articolazioni.
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